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Voli low cost a rischio nel 2027, Ryanair avverte: in arrivo aumenti fino al 20%

20 October 2026 at 16:13

L’era dei voli low cost potrebbe essere finita. Nel 2027 le tariffe aeree in Europa potrebbero registrare rincari record fino al 20%, mettendo a segno uno degli aumenti più marcati della loro storia recente.

A lanciare l’allarme è Michael O’Leary, ceo di Ryanair, secondo cui le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e il conseguente caro-petrolio rischiano di travolgere i margini operativi di tutto il comparto.

Le dichiarazioni del ceo di Ryanair

Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Bruxelles nella giornata di oggi, il numero uno del primo vettore low cost europeo ha tracciato uno scenario di forte rincaro per i prossimi dodici mesi:

vedremo, a mio avviso, il più grande aumento delle tariffe aeree mai registrato in Europa

ha dichiarato O’Leary, sottolineando come neanche un incremento così marcato dei prezzi dei biglietti e degli eventuali supplementi carburante possa bastare a compensare la violenta impennata dei costi energetici.

Perché le compagnie aeree low cost rischiano perdite

Il fattore di maggiore vulnerabilità per le compagnie risiede nella gestione delle coperture finanziarie contro le oscillazioni del carburante. Ryanair e tutti gli altri vettori europei che finora hanno permesso a una generazione intera di volare a prezzi contenuti si trovano ad affrontare questo periodo ampiamente scoperti rispetto al rincaro del greggio.

O’Leary ha spiegato che Ryanair è coperta soltanto per il 15% del fabbisogno del prossimo anno. Questo significa che l‘85% del carburante necessario per garantire il servizio resta esposto alle oscillazioni del mercato.

A complicare il quadro c’è anche il cambio delle abitudini dei viaggiatori, che tendono a posticipare sempre di più l’acquisto dei biglietti, rendendo complessa e imprevedibile la pianificazione operativa dei voli.

La combinazione tra caro-carburante e pressione fiscale porterà il vettore a ridurre la propria presenza in Francia e Belgio in risposta all’aumento delle imposte locali, mentre sul fronte industriale si attende per gennaio la consegna del primo Boeing 737 Max 10 (con altri 16 aeromobili previsti entro aprile) per cercare di efficientare i consumi.

Il tramonto del low cost

I titoli del settore riflettono già la gravità della crisi: Ryanair ha ceduto fino al 2,1% in borsa, con una flessione del 25% da inizio anno che rischia di rendere il 2026 l’anno peggiore per il titolo dal 2018.

Secondo O’Leary, questa morsa tra caro-petrolio, fisco e vincoli operativi ridisegnerà il mercato, spingendo fuori le compagnie più fragili.

Il settore mostra già i primi segnali di riassestamento. Vettori come Air Baltic e la spagnola Volotea sono impegnati in complessi processi di ristrutturazione aziendale. Lufthansa ha superato Air France-Klm nell’acquisizione di una quota della portoghese Tap, mentre il fondo Apollo Global Management valuta il rilevamento di EasyJet.

Volkswagen verso il blocco degli stipendi di tutti i 660mila dipendenti fino al 2030

20 October 2026 at 11:15

Tegola per i dipendenti Volkswagen di tutto il mondo: per loro quattro anni senza aumenti di stipendio, e proprio mentre l’inflazione continua a rosicchiare il potere d’acquisto.

È lo scenario che potrebbe attendere circa 660mila dipendenti di Volkswagen in tutto il mondo, dopo l’indicazione del consiglio di amministrazione di congelare le retribuzioni ai livelli del 2026 fino al 2030.

Volkswagen, stipendi bloccati fino al 2030

Il piano, riportato dalla stampa tedesca, ha infervorato i sindacati, già in allarme per la crisi del Gruppo Volkswagen.

La richiesta sarebbe stata trasmessa ai responsabili delle risorse umane nei diversi Paesi e, secondo le ricostruzioni, le nuove linee guida sarebbero operative dal quarto trimestre del 2026.

Volkswagen non ha commentato l’indiscrezione, ma ha annunciato che avvierà a breve le trattative per il contratto collettivo con IG Metall, il principale sindacato metalmeccanico tedesco.

Secondo le stime riportate dal quotidiano Süddeutsche Zeitung, il potere d’acquisto dei dipendenti potrebbe diminuire fino al -10% nei prossimi anni a causa dell’inflazione.

Volkswagen verso la ristrutturazione

Il congelamento delle retribuzioni sarebbe solo una delle misure sul tavolo. Secondo la stampa tedesca sarebbero in fase di valutazione anche (alcune iniziative sono già note per la verità):

  • la riduzione della retribuzione variabile legata a risultati e obiettivi;
  • il taglio dei benefit;
  • orientamento alla maggiore produttività aumentando l’efficienza sul lavoro;
  • più flessibilità negli orari di lavoro;
  • riduzione degli straordinari;
  • tagli al personale.

Il Global Works Council di Volkswagen (il Consiglio mondiale dei rappresentanti dei lavoratori del Gruppo Volkswagen) ha contestato l’idea che il consiglio di amministrazione possa imporre dall’alto anni di perdite salariali reali a centinaia di migliaia di lavoratori. E c’è poi una contestazione relativa alla sostanza: secondo i calcoli del Consiglio, persino un dimezzamento del tutto irrealistico della scala salariale interna ridurrebbe il costo di un veicolo soltanto del 5%.

Lo scontro si preannuncia durissimo, anche in considerazione del fatto che IG Metall punta invece a chiedere aumenti salariali del 5% per l’intera categoria dei metalmeccanici.

Volkswagen, licenziamenti e chiusure: le ipotesi

A settembre il Gruppo ha concordato con i rappresentanti dei lavoratori il raddoppio dei tagli occupazionali previsti, portando l’obiettivo a 100mila posti di lavoro, pari a circa il 15% della forza lavoro.

Il piano si accompagna alla possibile chiusura di quattro stabilimenti tedeschi:

  • Emden;
  • Hannover;
  • Zwickau;
  • Neckarsulm.

Le decisioni sulle fabbriche sono attese nel 2027, mentre per il sito di Osnabrück è stata raggiunta un’intesa preliminare con il fondo israeliano Aurelius Capital per una riconversione in un polo tecnologico dedicato alla sicurezza e alla difesa.

L’obiettivo è ottenere risparmi per miliardi di euro. Il Gruppo vuole inoltre tornare a un rendimento operativo di almeno l’8% entro il 2030.

Nel terzo trimestre, le consegne globali del Gruppo sono diminuite del -14,3%. Il calo ha raggiunto il -38,5% in Cina, mentre in Nord America la flessione è stata del -5,8% e in Europa occidentale del -2,8%. Ad agosto, l’amministratore delegato Oliver Blume aveva definito la situazione “più che critica”. In Europa la domanda è in diminuzione e gli impianti del Gruppo presentano una sovraccapacità stimata in circa 500mila veicoli all’anno.

A pesare sono diversi fattori:

  • la domanda più debole in Cina;
  • i dazi statunitensi;
  • la crescente concorrenza nel mercato europeo.

Ma la difficoltà non riguarda soltanto Volkswagen: secondo l’Ifo (Istituto per la ricerca economica di Monaco), l’industria automobilistica tedesca, considerando costruttori e indotto, ha già perso 123mila posti di lavoro dal 2019.

Teatro alla Scala, oggi lo sciopero dei lavoratori alla prima del Faust: “Per garantire l’eccellenza bisogna retribuirla adeguatamente”

20 October 2026 at 07:07

Oggi i lavoratori del Teatro alla Scala incroceranno le braccia in occasione della prima del Faust di Charles Gounod. Dopo il fallimento delle trattative con la direzione, i sindacati hanno confermato lo sciopero per l’intera giornata, mettendo a rischio uno degli appuntamenti più attesi della stagione. Al centro della vertenza c’è il rinnovo del contratto: i dipendenti chiedono di recuperare il potere d’acquisto perso negli ultimi anni, mentre il confronto con la direzione si è arenato sulle risorse da destinare agli aumenti. “Il lavoro va riconosciuto, altrimenti rischiamo di perderlo“, dice a ilfattoquotidiano.it Alberto Rota, corista della Scala dal 1997. “È un’eccellenza internazionale, ma non viene valorizzata abbastanza sul piano economico”. La mobilitazione è stata votata il 12 ottobre da un’assemblea alla quale hanno partecipato oltre 450 lavoratori: un solo voto contrario e quattro astensioni.

Una convergenza ampia, che riunisce orchestra, coro, ballo, tecnici, maestranze e personale amministrativo. Per Paolo Puglisi, della Slc-Cgil, il problema è semplice: “Non chiediamo neanche un euro di aumento. Chiediamo di difendere i salari dall’inflazione“. La piattaforma sindacale prevede un incremento del 15% della retribuzione annua lorda, per recuperare almeno in parte quanto perso negli ultimi anni, e un meccanismo di adeguamento futuro legato all’indice dei prezzi. Il contratto precedente, spiega Puglisi, era stato rinviato durante la pandemia, quando la chiusura del teatro aveva fatto crollare gli incassi della biglietteria. Il rinnovo successivo aveva previsto un recupero del 5%, mentre l’inflazione continuava a correre.

Secondo i calcoli sindacali, negli ultimi anni il costo della vita ha eroso tra il 23 e il 24% del potere d’acquisto dei dipendenti. La richiesta è quindi di recuperare la differenza, con un aumento del 15% dal primo gennaio 2027 e adeguamenti successivi collegati all’inflazione rilevata dall’Istat. “Abbiamo rinviato il contratto perché eravamo in una situazione economica disperata”, ricostruisce Rota. “Ma adesso ci troviamo con uno stipendio che non è misero, che però viene eroso dall’inflazione che galoppa”. Il problema, per il corista, non riguarda soltanto la busta paga. È il riconoscimento di un lavoro che richiede preparazione, disponibilità e un impegno quotidiano, spesso serale e nei fine settimana. “Chi vuole studiare musica, diventare scenografo o tecnico di palcoscenico pensa alla Scala come a un punto d’arrivo. È un’aspirazione che va riconosciuta anche economicamente”.

Francesco Lattuada, violista dell’orchestra, lavora alla Scala dal 1997 ed è assunto stabilmente dal 1999. Anche per lui la protesta nasce da un divario che si è allargato nel tempo. “Con il contratto post-Covid abbiamo ottenuto un piccolo recupero del 5%, ma l’inflazione era già in forte crescita. Adesso vogliamo recuperare almeno parzialmente gli oltre venti punti percentuali persi”. Le richieste erano state presentate prima dell’estate, ma i primi incontri non hanno prodotto risultati concreti. Da qui la decisione di passare alle iniziative di protesta.

Il nodo è anche quello del costo della vita a Milano, che rende sempre più difficile attrarre professionisti e mantenere l’eccellenza delle maestranze. Puglisi racconta che da anni il teatro fatica a trovare candidati per alcuni concorsi: per il posto di prima viola, rimasto vacante dopo un pensionamento, le selezioni vanno avanti da tre anni senza individuare una soluzione. “Perché non vengono a fare i concorsi alla Scala? Perché la città è troppo cara, l’impegno richiesto è notevole e lo stipendio non è adeguato a tutto questo”. Il rischio, avverte il sindacalista, è che il prestigio del teatro non basti più a convincere i migliori musicisti a trasferirsi a Milano. La questione riguarda anche le altre professionalità. Dietro una rappresentazione ci sono centinaia di lavoratori che montano e smontano scenografie, movimentano strutture sospese, preparano costumi e organizzano i cambi di scena.

“Ci sono 250–300 lavoratori che ogni giorno, sera e notte, devono allestire quello che va in scena e preparare lo spettacolo successivo”, spiega Puglisi. Un’attività che comporta turni pesanti, stress e rischi per la sicurezza, anche quando il pubblico vede soltanto il risultato finale. Nella vertenza rientrano anche questioni normative: indennità, orari, inquadramenti e la situazione di una ventina di lavoratori intermittenti che i sindacati vorrebbero trasformare in dipendenti a tempo pieno. Ma la priorità resta il recupero salariale. Dopo aver respinto la proposta iniziale della direzione di rinviare il rinnovo e riconoscere una tantum, le organizzazioni sindacali hanno dichiarato lo stato di agitazione. Il 12 ottobre l’assemblea ha votato lo sciopero; il successivo incontro con il sovrintendente Fortunato Ortombina non ha sbloccato la trattativa. Il 20 ottobre è previsto anche un presidio dei lavoratori, prima davanti al teatro e poi a Palazzo Marino, sede del Comune.

Per Puglisi la vertenza apre anche una questione politica: quanto sono disposti a investire gli enti pubblici in un’istituzione che rappresenta un’eccellenza culturale italiana? Il sindacalista contesta il peso limitato, a suo giudizio, dei contributi pubblici rispetto al bilancio della Scala. Cita i quattro milioni di euro annui del Comune di Milano e i contributi regionali, sostenendo che il finanziamento pubblico dovrebbe garantire almeno il sostegno alla struttura e alle persone che la fanno funzionare. “La Scala incassa quasi 40 milioni di euro dalla biglietteria. I privati sono importanti, ma gli enti pubblici devono farsi carico di questa eccellenza”.

Rota condivide la preoccupazione. “Stiamo facendo di tutto per realizzare spettacoli al livello che il pubblico si aspetta. La direzione si impegna, gli sponsor privati ci sostengono e anche chi compra un biglietto fa sacrifici economici per venire alla Scala. Ma bisogna considerare che si tratta di un’istituzione con una partecipazione pubblica“. Per il corista, la contraddizione è proprio questa: “La Scala viene venduta come un fiore all’occhiello a livello internazionale, ma tutte le maestranze devono essere valorizzate. Se non riconosciamo il lavoro, rischiamo di perdere quel patrimonio”.

Lo sciopero di oggi potrebbe essere soltanto il primo passaggio. Le organizzazioni sindacali hanno annunciato il presidio e non escludono ulteriori iniziative se la trattativa non ripartirà su basi concrete. Intanto, la protesta della Scala si inserisce in una mobilitazione più ampia del settore dello spettacolo, che ha annunciato per il 27 ottobre una giornata di sciopero dei dipendenti dei teatri e degli scritturati. La questione, dunque, va oltre una singola prima: riguarda la sostenibilità del lavoro culturale e la possibilità di continuare a garantire produzioni di alto livello senza scaricare sui lavoratori il costo della perdita di potere d’acquisto. “Quando si chiede alle persone di lavorare sempre sul pezzo e di garantire l’eccellenza, bisogna anche retribuirle adeguatamente”, conclude Puglisi. “Altrimenti non si va avanti”.

L'articolo Teatro alla Scala, oggi lo sciopero dei lavoratori alla prima del Faust: “Per garantire l’eccellenza bisogna retribuirla adeguatamente” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Così le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno fatto esplodere i prezzi, alimentato rabbia nelle piazze e blocchi delle merci. Mentre i salari ristagnano

20 October 2026 at 07:05

Ci sono le spirali inflazionistiche ravvicinate causate dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente dietro le proteste di piazza contro il carovita che tra sabato e domenica a Milano sono degenerate in violenze e saccheggi. E sono legati a doppio filo alle conseguenze dei conflitti pure i blocchi degli autotrasportatori che iniziano a svuotare gli scaffali dei supermercati al Sud. Per capirlo basta mettere in fila qualche numero sull’andamento dei prezzi negli ultimi cinque anni: un boom alimentato dai costi dell’energia e dei carburanti mandati alle stelle dall’invasione russa e poi dagli attacchi statunitensi e israeliani che hanno innescato la guerra con l’Iran. Se poi si tiene conto che nel frattempo le buste paga sono rimaste stagnanti e nel capoluogo lombardo gli affitti e i prezzi delle case sono volati alle stelle complici gli enormi investimenti dei fondi immobiliari, ecco il mix che fa scendere in strada studenti e collettivi pacifici e insieme a loro qualche centinaio di giovani e giovanissimi che sono e si sentono ai margini e rispondono con la devastazione. Il governo sembra intenzionato a rispondere con l’ennesima stretta sulla sicurezza. Che del resto non costa nulla, a differenza delle misure per la “tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili”, promesse nel Documento programmatico di bilancio ma per le quali di risorse, nella prossima manovra, ce ne saranno ben poche.

Con la guerra in Ucraina prezzi su del 17% in quattro anni

Mentre la guerriglia urbana monopolizza l’attenzione e rischia di oscurare le oggettive ragioni di malcontento sociale, conviene riavvolgere il nastro per ricostruire quanto i fronti di battaglia abbiano impattato sulla vita di tutti. L’offensiva di Mosca contro Kiev è iniziata nel febbraio 2022, quando i mercati energetici erano già sotto pressione causa eccesso di domanda di materie prime nella fase post Covid. E ha immediatamente fatto impennare i prezzi di gas ed elettricità. Poi, con l’usuale effetto domino che passa per l’aumento dei costi di trasporto, i rincari si sono trasmessi al resto dell’economia. L’Istat ha registrato per quell’anno una crescita media dell’inflazione dell’8,1%, la più alta dal 1985, con il “carrello della spesa” (il paniere che contiene beni essenziali come cibo e prodotti per la cura della casa e della persona) a +13,1%. L’anno dopo l’indice ha fatto segnare un altro progresso fuori scala, +5,7%. Tra 2024 e 2025 la situazione si è normalizzata. Ma indietro non si è tornati: ai consumatori è rimasto in eredità un livello dei prezzi più alto del 17% rispetto a quattro anni prima. Alimentari e bevande sono lievitati ancora di più, di oltre il 27%.

Il salasso dopo l’escalation in Medio Oriente

Era appena tornata la calma quando, nel marzo 2026, ci ha pensato Donald Trump a riaccendere la miccia, con l’attacco congiunto con Israele all’Iran e la nuova escalation in Medio Oriente. Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz le ripercussioni sui mercati energetici sono state immediate. Nei primi 28 giorni del conflitto, ha calcolato il Consiglio Ue, i prezzi europei del gas sono saliti di circa il 70% e quelli del petrolio del 50%, facendo lievitare di 13 miliardi di euro la fattura delle importazioni di combustibili fossili dell’Unione. Gli effetti hanno man mano travolto i consumatori italiani, nonostante gli oltre 2 miliardi spesi dal governo per finanziare piccoli (e regressivi) tagli delle accise sui carburanti. A settembre l’inflazione è risalita al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. Agricoltori e autotrasportatori lamentano di non poter andare avanti senza aiuti strutturali. Per le famiglie i nuovi aumenti si sono sommati alla stangata precedente e il risultato è stato un salasso: tra luglio 2020 e luglio 2026 il costo del cibo è schizzato del 30% e le spese per la casa del 43%.

La casa inaccessibile

Il mercato immobiliare, i cui squilibri in Spagna hanno innescato la mobilitazione sfociata nella convocazione di elezioni anticipate, è un tassello cruciale. Secondo l’Osservatorio Casa Abbordabile promosso dal Politecnico di Milano, nel 2024 i canoni dei nuovi contratti di locazione sono aumentati del 6,8% sull’anno prima mentre i salari medi sono cresciuti solo del 4,2% e quelli degli impiegati appena del 2,6%. Non solo: tra 2020 e 2024 la quota dei contratti a lungo termine è scesa dal 64,3% al 51%, mentre quella di locazioni temporanee, per studenti e brevi è salita dal 34% al 49%. I dati dell’Agenzia delle Entrate dicono che nel 2024 l’affitto medio era già di 17,3 euro al metro quadro al mese: significa, calcola Bankitalia, che per un’abitazione di 75 metri quadrati il canone annuo assorbiva oltre il 30% del reddito medio netto dei residenti, superando il 40% nelle zone più periferiche e arrivando al 70% nella cerchia più interna. In base agli annunci sul portale idealista nel terzo trimestre 2026 la cifra media è di 22,4 euro al metro quadro al mese. Sul fronte delle compravendite va peggio: nel 2024, un operaio con un reddito netto medio di 1.542 euro al mese poteva permettersi di acquistare con un mutuo dalla rata sostenibile la bellezza di 16 metri quadri di casa. Per un impiegato, con 2.707 euro netti medi mensili, la superficie abbordabile era di 22 metri quadrati. Dal 2015 la metratura che un lavoratore con qualifiche medio-basse può permettersi di acquistare si è ridotta del 27,7%. Chi vive del suo stipendio deve scegliere tra andarsene e tagliare su tutto il resto.

I salari al palo

A fronte dello sprint dell’inflazione, gli stipendi italiani hanno continuato ad arrancare. A differenza che in quasi tutti gli altri Paesi avanzati, i salari reali – cioè la quantità di beni e servizi che il lavoratore può effettivamente comprare con quel che guadagna – non sono nemmeno tornati ai livelli del 2021. L’Ocse nel suo Employment Outlook di luglio ha calcolato che nel primo trimestre 2026, nonostante una crescita anno su anno dell’1,3%, erano ancora del 6,1% più bassi rispetto allo stesso periodo di cinque anni prima. Quella ovviamente è la media, che soprattutto nella città regina delle disuguaglianze di reddito tra residenti nei quartieri storicamente ricchi o “riqualificati” e chi abita nei quartieri periferici dice poco. Ma la stessa organizzazione parigina nell’ultimo rapporto sull’economia italiana dà un elemento in più: “Sebbene la crescita dell’occupazione abbia interessato in particolare i lavori meno qualificati e a bassa retribuzione, i relativi salari lordi sono aumentati meno rispetto a quelli dei lavoratori con redditi più elevati”.

I trentenni senza futuro descritti dall’Ocse

Il combinato disposto di “salari relativamente bassi, elevata incidenza dei contratti a tempo determinato e aspettative di una crescita salariale modesta e di una progressione di carriera lenta”, annota l’Ocse, spinge “molti giovani italiani a emigrare o a rimanere fuori dal mondo del lavoro”. Segue quella che, letta in questi giorni, sembra una lunga lista di motivi per scendere in piazza: “Non solo i salari sono generalmente bassi”, si legge, “ma tendono anche ad aumentare in base all’anzianità di servizio piuttosto che alla performance o alle qualifiche, e l’aumento avviene in età relativamente avanzata. Rispetto ai loro coetanei in Germania, ad esempio, i lavoratori in Italia percepiscono in media salari simili all’età di 20 anni, al momento del primo ingresso nel mondo del lavoro, ma in seguito i loro salari rimangono pressoché invariati, mentre quelli dei loro coetanei tedeschi arrivano a più del doppio nei successivi dieci anni di lavoro. Per raggiungere lo stesso livello salariale medio di un trentenne tedesco, un lavoratore italiano deve in media attendere fino alla fine dei quarant’anni“. “Pertanto”, è la conclusione, “i giovani sono esposti a un rischio di povertà più elevato rispetto alle generazioni precedenti”. Un circolo vizioso in cui la fuga all’estero riduce la crescita potenziale del Paese e contribuisce alla stagnazione. Nulla che giustifichi violenze, ma molto materiale per chi abbia interesse a capire perché la rabbia sociale cresce e le risposte securitarie hanno fatto il loro tempo.

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