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Controllore spinto con la testa sull’asfalto e aggredito da un gruppo di studenti che aveva richiamato

20 October 2026 at 16:47

Un richiamo al rispetto delle regole a bordo di un autobus si è trasformato in un’aggressione ai danni di un controllore della società di trasporti vicentina Svt. È accaduto òunedì mattina, intorno alle 7.35, quando l’operatore è stato accerchiato da una quindicina di studenti e colpito da alcuni di loro, dopo essere intervenuto per fermare un comportamento scorretto durante il viaggio. La notizia, riferita oggi dal Giornale di Vicenza, è stata confermata dall’azienda.

Secondo le testimonianze, i ragazzi coinvolti avrebbero un’età compresa tra i 15 e i 17 anni e frequenterebbero un istituto scolastico di Schio, in provincia di Vicenza. Tutto sarebbe cominciato durante il tragitto, quando uno degli studenti avrebbe azionato ripetutamente l’allarme del mezzo. Il controllore lo avrebbe quindi richiamato, chiedendogli di smettere. Ma la situazione sarebbe degenerata al termine della corsa, quando il dipendente è stato aggredito dal gruppo.

Tra gli episodi più gravi riferiti dai testimoni, quello di un ragazzo che avrebbe spinto la testa del controllore contro l’asfalto, mentre altri studenti avrebbero incitato chi lo stava colpendo. Nonostante l’aggressione e i colpi ricevuti, l’operatore sarebbe riuscito a rialzarsi e a tornare a bordo dell’autobus. L’episodio riaccende l’attenzione sulla sicurezza del personale del trasporto pubblico locale. La settimana scorsa, infatti, alla stessa fermata si era verificato un altro episodio, in quell’occasione caratterizzato da insulti rivolti al personale di Svt.

Dura la presa di posizione del presidente dell’azienda, Marco Sandonà, che ha definito quanto accaduto “un episodio inqualificabile”, auspicando una condanna “ferma e unanime”. “Non si è trattato di una bravata, ma di un’aggressione vera e propria”, ha sottolineato. Sandonà ha inoltre ricordato l’importanza del rispetto delle regole di viaggio e, in particolare, dell’uso corretto dei dispositivi di emergenza, definendolo un elemento fondamentale per il funzionamento del trasporto pubblico locale.

Sulla vicenda è intervenuta anche la Filt Cgil, che in una nota diffusa chiede di individuare rapidamente i responsabili e di adottare nei loro confronti tutti i provvedimenti necessari. Il sindacato sollecita inoltre l’apertura immediata di un confronto tra Svt, istituzioni locali e mondo della scuola per affrontare il tema della sicurezza di autisti, verificatori e personale viaggiante. Tra le richieste avanzate dalla sigla sindacale anche la garanzia di tutela legale per il lavoratore aggredito e l’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi, affinché l’episodio possa essere riconosciuto ai fini dell’infortunio.

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Operaio muore schiacciato da un cestello elevatore nelle Acciaierie Venete a Sarezzo

20 October 2026 at 14:24

È rimasto schiacciato in un cestello elevatore perdendo la vita mentre era al lavoro nello stabilimento di Acciaierie Venete a Sarezzo, nel Bresciano. Il lavoratore, 47 anni, era dipendente di una ditta esterna impegnato in interventi nella zona parco rottame quando, secondo una prima ricostruzione, il cestello su cui stava lavorando sarebbe stato urtato da un mezzo pesante. L’impatto lo avrebbe schiacciato contro la struttura del cestello. Le sue condizioni sono apparse subito gravi: soccorso dal personale sanitario, è stato trasportato all’ospedale Civile di Brescia, dove è morto dopo alcune ore. L’inchiesta sull’incidente mortale è stata delegata ai carabinieri di di Gardone Val Trompia e sul posto sono intervenuti anche i vigili del fuoco di Brescia.

Acciaierie Venete è di proprietà di Alessandro Banzato, presidente designato di Federacciai e già alla guida degli industriali del settore dal 2018 al 2022. Non si tratta del primo incidente mortale nelle sue fabbriche: il 13 maggio 2018 una “siviera” contenente 90 tonnellate di metallo liquido, con una temperatura di 1.600 gradi, trasportata con un carroponte a un’altezza di alcuni metri sopra le teste degli operai, si staccò all’improvviso, facendo cadere a terra un fiume incandescente che uccise Sergiu Todita e Marian Bratu, ferendo gravemente altri due operai. Per quell’incidente, Banzato è stato condannato in primo grado nel 2024 a due anni e sei mesi con l’accusa di omicidio colposo. L’appello è in corso, ma tutto ciò non ha impedito a Banzato, in estate, di essere designato nuovamente alla guida di Federacciai. L’associazione datoriale, dopo l’incidente mortale nella sua acciaieria, ha deciso di rinviare a data da destinarsi l’assemblea pubblica in programma lunedì 26 “in segno di rispetto e partecipazione al dolore per quanto accaduto”.

“Attendiamo gli sviluppi delle indagini delle autorità subito intervenute sul posto, affinché si faccia piena chiarezza sulla dinamica dell’incidente e sull’eventuale mancato rispetto delle norme di prevenzione, ma un dato resta evidente, la sicurezza sui luoghi di lavoro non è e non potrà mai essere considerata un optional”, è stata la reazione della Fim-Cisl. “Quella delle morti sul lavoro è una vergogna nazionale – ha proseguito il segretario generale del sindacato, Ferdinando Uliano – La tragica media di tre morti al giorno sul lavoro a cui seguono decine di gravi incidenti e infortuni è una vergogna. Una scia di morte che non fa neanche più notizia. Una rassegnazione inaccettabile, bisogna fare molto di più sui controlli e lavorare su una cultura diffusa della sicurezza”. Le segreterie bresciane di Fim, Fiom e Uilm, insieme alla Rsu dell’acciaieria, si sono immediatamente attivati per incontrare la dirigenza aziendale per un primo confronto su quanto accaduto e si è deciso congiuntamente di fermare tutte le attività sino alla giornata di domani proprio per la gravità di quanto successo. “Nei prossimi giorni – aggiungono – si terrà un ulteriore confronto ed approfondimento sia sull’accaduto sia in merito ai molteplici temi riguardanti la sicurezza e l’ambiente di lavoro”.

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Volkswagen verso il blocco degli stipendi di tutti i 660mila dipendenti fino al 2030

20 October 2026 at 11:15

Tegola per i dipendenti Volkswagen di tutto il mondo: per loro quattro anni senza aumenti di stipendio, e proprio mentre l’inflazione continua a rosicchiare il potere d’acquisto.

È lo scenario che potrebbe attendere circa 660mila dipendenti di Volkswagen in tutto il mondo, dopo l’indicazione del consiglio di amministrazione di congelare le retribuzioni ai livelli del 2026 fino al 2030.

Volkswagen, stipendi bloccati fino al 2030

Il piano, riportato dalla stampa tedesca, ha infervorato i sindacati, già in allarme per la crisi del Gruppo Volkswagen.

La richiesta sarebbe stata trasmessa ai responsabili delle risorse umane nei diversi Paesi e, secondo le ricostruzioni, le nuove linee guida sarebbero operative dal quarto trimestre del 2026.

Volkswagen non ha commentato l’indiscrezione, ma ha annunciato che avvierà a breve le trattative per il contratto collettivo con IG Metall, il principale sindacato metalmeccanico tedesco.

Secondo le stime riportate dal quotidiano Süddeutsche Zeitung, il potere d’acquisto dei dipendenti potrebbe diminuire fino al -10% nei prossimi anni a causa dell’inflazione.

Volkswagen verso la ristrutturazione

Il congelamento delle retribuzioni sarebbe solo una delle misure sul tavolo. Secondo la stampa tedesca sarebbero in fase di valutazione anche (alcune iniziative sono già note per la verità):

  • la riduzione della retribuzione variabile legata a risultati e obiettivi;
  • il taglio dei benefit;
  • orientamento alla maggiore produttività aumentando l’efficienza sul lavoro;
  • più flessibilità negli orari di lavoro;
  • riduzione degli straordinari;
  • tagli al personale.

Il Global Works Council di Volkswagen (il Consiglio mondiale dei rappresentanti dei lavoratori del Gruppo Volkswagen) ha contestato l’idea che il consiglio di amministrazione possa imporre dall’alto anni di perdite salariali reali a centinaia di migliaia di lavoratori. E c’è poi una contestazione relativa alla sostanza: secondo i calcoli del Consiglio, persino un dimezzamento del tutto irrealistico della scala salariale interna ridurrebbe il costo di un veicolo soltanto del 5%.

Lo scontro si preannuncia durissimo, anche in considerazione del fatto che IG Metall punta invece a chiedere aumenti salariali del 5% per l’intera categoria dei metalmeccanici.

Volkswagen, licenziamenti e chiusure: le ipotesi

A settembre il Gruppo ha concordato con i rappresentanti dei lavoratori il raddoppio dei tagli occupazionali previsti, portando l’obiettivo a 100mila posti di lavoro, pari a circa il 15% della forza lavoro.

Il piano si accompagna alla possibile chiusura di quattro stabilimenti tedeschi:

  • Emden;
  • Hannover;
  • Zwickau;
  • Neckarsulm.

Le decisioni sulle fabbriche sono attese nel 2027, mentre per il sito di Osnabrück è stata raggiunta un’intesa preliminare con il fondo israeliano Aurelius Capital per una riconversione in un polo tecnologico dedicato alla sicurezza e alla difesa.

L’obiettivo è ottenere risparmi per miliardi di euro. Il Gruppo vuole inoltre tornare a un rendimento operativo di almeno l’8% entro il 2030.

Nel terzo trimestre, le consegne globali del Gruppo sono diminuite del -14,3%. Il calo ha raggiunto il -38,5% in Cina, mentre in Nord America la flessione è stata del -5,8% e in Europa occidentale del -2,8%. Ad agosto, l’amministratore delegato Oliver Blume aveva definito la situazione “più che critica”. In Europa la domanda è in diminuzione e gli impianti del Gruppo presentano una sovraccapacità stimata in circa 500mila veicoli all’anno.

A pesare sono diversi fattori:

  • la domanda più debole in Cina;
  • i dazi statunitensi;
  • la crescente concorrenza nel mercato europeo.

Ma la difficoltà non riguarda soltanto Volkswagen: secondo l’Ifo (Istituto per la ricerca economica di Monaco), l’industria automobilistica tedesca, considerando costruttori e indotto, ha già perso 123mila posti di lavoro dal 2019.

Teatro alla Scala, oggi lo sciopero dei lavoratori alla prima del Faust: “Per garantire l’eccellenza bisogna retribuirla adeguatamente”

20 October 2026 at 07:07

Oggi i lavoratori del Teatro alla Scala incroceranno le braccia in occasione della prima del Faust di Charles Gounod. Dopo il fallimento delle trattative con la direzione, i sindacati hanno confermato lo sciopero per l’intera giornata, mettendo a rischio uno degli appuntamenti più attesi della stagione. Al centro della vertenza c’è il rinnovo del contratto: i dipendenti chiedono di recuperare il potere d’acquisto perso negli ultimi anni, mentre il confronto con la direzione si è arenato sulle risorse da destinare agli aumenti. “Il lavoro va riconosciuto, altrimenti rischiamo di perderlo“, dice a ilfattoquotidiano.it Alberto Rota, corista della Scala dal 1997. “È un’eccellenza internazionale, ma non viene valorizzata abbastanza sul piano economico”. La mobilitazione è stata votata il 12 ottobre da un’assemblea alla quale hanno partecipato oltre 450 lavoratori: un solo voto contrario e quattro astensioni.

Una convergenza ampia, che riunisce orchestra, coro, ballo, tecnici, maestranze e personale amministrativo. Per Paolo Puglisi, della Slc-Cgil, il problema è semplice: “Non chiediamo neanche un euro di aumento. Chiediamo di difendere i salari dall’inflazione“. La piattaforma sindacale prevede un incremento del 15% della retribuzione annua lorda, per recuperare almeno in parte quanto perso negli ultimi anni, e un meccanismo di adeguamento futuro legato all’indice dei prezzi. Il contratto precedente, spiega Puglisi, era stato rinviato durante la pandemia, quando la chiusura del teatro aveva fatto crollare gli incassi della biglietteria. Il rinnovo successivo aveva previsto un recupero del 5%, mentre l’inflazione continuava a correre.

Secondo i calcoli sindacali, negli ultimi anni il costo della vita ha eroso tra il 23 e il 24% del potere d’acquisto dei dipendenti. La richiesta è quindi di recuperare la differenza, con un aumento del 15% dal primo gennaio 2027 e adeguamenti successivi collegati all’inflazione rilevata dall’Istat. “Abbiamo rinviato il contratto perché eravamo in una situazione economica disperata”, ricostruisce Rota. “Ma adesso ci troviamo con uno stipendio che non è misero, che però viene eroso dall’inflazione che galoppa”. Il problema, per il corista, non riguarda soltanto la busta paga. È il riconoscimento di un lavoro che richiede preparazione, disponibilità e un impegno quotidiano, spesso serale e nei fine settimana. “Chi vuole studiare musica, diventare scenografo o tecnico di palcoscenico pensa alla Scala come a un punto d’arrivo. È un’aspirazione che va riconosciuta anche economicamente”.

Francesco Lattuada, violista dell’orchestra, lavora alla Scala dal 1997 ed è assunto stabilmente dal 1999. Anche per lui la protesta nasce da un divario che si è allargato nel tempo. “Con il contratto post-Covid abbiamo ottenuto un piccolo recupero del 5%, ma l’inflazione era già in forte crescita. Adesso vogliamo recuperare almeno parzialmente gli oltre venti punti percentuali persi”. Le richieste erano state presentate prima dell’estate, ma i primi incontri non hanno prodotto risultati concreti. Da qui la decisione di passare alle iniziative di protesta.

Il nodo è anche quello del costo della vita a Milano, che rende sempre più difficile attrarre professionisti e mantenere l’eccellenza delle maestranze. Puglisi racconta che da anni il teatro fatica a trovare candidati per alcuni concorsi: per il posto di prima viola, rimasto vacante dopo un pensionamento, le selezioni vanno avanti da tre anni senza individuare una soluzione. “Perché non vengono a fare i concorsi alla Scala? Perché la città è troppo cara, l’impegno richiesto è notevole e lo stipendio non è adeguato a tutto questo”. Il rischio, avverte il sindacalista, è che il prestigio del teatro non basti più a convincere i migliori musicisti a trasferirsi a Milano. La questione riguarda anche le altre professionalità. Dietro una rappresentazione ci sono centinaia di lavoratori che montano e smontano scenografie, movimentano strutture sospese, preparano costumi e organizzano i cambi di scena.

“Ci sono 250–300 lavoratori che ogni giorno, sera e notte, devono allestire quello che va in scena e preparare lo spettacolo successivo”, spiega Puglisi. Un’attività che comporta turni pesanti, stress e rischi per la sicurezza, anche quando il pubblico vede soltanto il risultato finale. Nella vertenza rientrano anche questioni normative: indennità, orari, inquadramenti e la situazione di una ventina di lavoratori intermittenti che i sindacati vorrebbero trasformare in dipendenti a tempo pieno. Ma la priorità resta il recupero salariale. Dopo aver respinto la proposta iniziale della direzione di rinviare il rinnovo e riconoscere una tantum, le organizzazioni sindacali hanno dichiarato lo stato di agitazione. Il 12 ottobre l’assemblea ha votato lo sciopero; il successivo incontro con il sovrintendente Fortunato Ortombina non ha sbloccato la trattativa. Il 20 ottobre è previsto anche un presidio dei lavoratori, prima davanti al teatro e poi a Palazzo Marino, sede del Comune.

Per Puglisi la vertenza apre anche una questione politica: quanto sono disposti a investire gli enti pubblici in un’istituzione che rappresenta un’eccellenza culturale italiana? Il sindacalista contesta il peso limitato, a suo giudizio, dei contributi pubblici rispetto al bilancio della Scala. Cita i quattro milioni di euro annui del Comune di Milano e i contributi regionali, sostenendo che il finanziamento pubblico dovrebbe garantire almeno il sostegno alla struttura e alle persone che la fanno funzionare. “La Scala incassa quasi 40 milioni di euro dalla biglietteria. I privati sono importanti, ma gli enti pubblici devono farsi carico di questa eccellenza”.

Rota condivide la preoccupazione. “Stiamo facendo di tutto per realizzare spettacoli al livello che il pubblico si aspetta. La direzione si impegna, gli sponsor privati ci sostengono e anche chi compra un biglietto fa sacrifici economici per venire alla Scala. Ma bisogna considerare che si tratta di un’istituzione con una partecipazione pubblica“. Per il corista, la contraddizione è proprio questa: “La Scala viene venduta come un fiore all’occhiello a livello internazionale, ma tutte le maestranze devono essere valorizzate. Se non riconosciamo il lavoro, rischiamo di perdere quel patrimonio”.

Lo sciopero di oggi potrebbe essere soltanto il primo passaggio. Le organizzazioni sindacali hanno annunciato il presidio e non escludono ulteriori iniziative se la trattativa non ripartirà su basi concrete. Intanto, la protesta della Scala si inserisce in una mobilitazione più ampia del settore dello spettacolo, che ha annunciato per il 27 ottobre una giornata di sciopero dei dipendenti dei teatri e degli scritturati. La questione, dunque, va oltre una singola prima: riguarda la sostenibilità del lavoro culturale e la possibilità di continuare a garantire produzioni di alto livello senza scaricare sui lavoratori il costo della perdita di potere d’acquisto. “Quando si chiede alle persone di lavorare sempre sul pezzo e di garantire l’eccellenza, bisogna anche retribuirle adeguatamente”, conclude Puglisi. “Altrimenti non si va avanti”.

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