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Scontri in Duomo a Milano, in carcere 4 maggiorenni. Il gip: “Preciso progetto di destabilizzazione, alto rischio riaccada”

20 October 2026 at 17:29

Il rischio che “possa accadere di nuovo nel breve termine è altissimo” ed “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico”. Sono alcune delle motivazioni con le quali il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, Fabrizio Ficile, ha disposto il carcere per quattro giovani arrestati sabato scorso durante i disordini in centro, mentre per un quinto ragazzo è stato posto ai domiciliari con il braccialetto elettronico. I cinque, tutti maggiorenni, sono accusati – a vario titolo – di devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata. Per quanto riguarda i minorenni, invece, sono stati collocati in comunità o ai domiciliari gli 11 arrestati: in alcuni casi hanno rigettato la richiesta del carcere avanzata dalla procura.

Secondo il giudice del tribunale ordinario, gli scontri corpo a corpo con le forze dell’ordine in piazza Duomo e l’assalto ai negozi nelle vie del centro potrebbe essere ripetuti: ritiene, infatti, “altissima” la possibilità di un bis, “bastando considerare che il giorno successivo ai fatti, domenica 18 ottobre, si è creata una situazione analoga e che dal giorno successivo si sono diffuse nuove convocazioni via social” dagli account Italia in piazza e Movimento 17 ottobre. Canali, questi ultimi, si legge nell’ordinanza con la quale è stata decisa la detenzione, sui quali “sono in corso indagini” e che puntano a mantenere “un profilo decisamente violento e insurrezionale”. Non solo: si indaga anche, si legge nelle carte, “su quanto ci fosse di programmato in tale degenerazione sin dalla convocazione via social della protesta” e “su se vi fosse una regia organizzativa dietro gli eventi”.

“È importante notare come la ‘creazione’ di una situazione quale quella occorsa sabato 17 e domenica 18 ottobre, funga proprio da ‘detonatore esponenziale della violenza’”, una tentazione che impone come unica misura – a dire del giudice – il carcere, non essendo gli indagati di auto-contenersi di fronte ai propri istinti violenti. Il “battage via social” per convocare altre proteste nei prossimi fine settimana, ad avviso del gip, rende “evidente” che “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico, che conta proprio sulla spontanea partecipazione di molti giovani”, i quali “perdono completamente il controllo dei propri impulsi e diventano a propria volta attori violenti e antisociali” trovandosi “in quella situazione di sfogo collettivo di rabbia e violenza”, conclude il giudice.

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Quando le pene rendono la violenza più letale

20 October 2026 at 09:33

Quando la vittima è anche il principale testimone, come succede nelle violenze sessuali, una pena più alta per il reato può aumentare l’incentivo dell’aggressore a ucciderla. Per evitarlo, bisogna tener conto delle relazioni tra diversi crimini.

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Sono stati gli studenti a squarciare il velo di ipocrisia: abbiamo bisogno della loro lotta nonviolenta

20 October 2026 at 05:32

L’Italia è al quarto posto in Europa per spese militari e quart’ultimo per investimento in istruzione: investe appena il 4% scarso del PIL per la scuola (a fronte del 7% della Svezia) e si è impegnata a raggiungere il 5% in spesa per gli armamenti. Eppure, prima dello sciopero studentesco di venerdì 16 ottobre, l’unica relazione tra armi e scuola nel discorso pubblico era legata ai metal detector all’ingresso delle scuole, voluti della coppia Piantedosi e Valditara (e per lo più rifiutati dai dirigenti scolastici), per contrastare la possibile presenza di coltellini negli zaini. Contrasto ai coltellini, a fronte di 36,4 miliardi di euro per 78 programmi di riarmo pesante autorizzati dal Parlamento nei quattro anni di legislatura, sottratti anche all’investimento in scuole sicure e vivibili.

Sono stati studenti e studentesse a squarciare il velo di ipocrisia, mettendo insieme dati e fatti nei loro cartelli e nelle loro rivendicazioni nello sciopero nazionale, in sintonia con gli scioperi europei: “più scuola, meno armi”; “più investimenti in istruzione, meno spese militari”. Altro che riarmo e preparazione della guerra: “non siamo carne da macello”; “disertiamo le vostre guerre”. Dopo la consapevolezza sulla crisi climatica, che ha spinto la generazione Zeta a lottare contro la catastrofe ambientale, ecco la piena consapevolezza che la guerra e la sua preparazione sono la nuova catastrofe incombente contro il futuro di tutti.

Gli studenti italiani, come quelli di tutta Europa non vogliono che la guerra, da argomento trattato negli insegnamenti di storia e geografia, impatti tragicamente sulle loro biografie, come avviene per una generazione di russi e ucraini mandati al macello. Hanno compreso che gli adulti bellicisti che ce li vogliono inviare, o non fanno nulla per impedirlo – mentre discettano sull’abusato tema del “disagio giovanile” – sono dentro un grave disagio etico e mentale che ha prodotto questa deriva di follia: “l’isteria di guerra” l’ha chiamata Edgar Morin. Che entra anche a scuola: mentre gli studenti protestano contro la leva militare e le spese per la guerra, gli Uffici scolastici regionali, che rispondono direttamente al ministro Valditara, chiedono ai dirigenti delle scuole secondarie di secondo grado di aprire le aule agli uffici reclutamento delle Forze Armate.

Attenzione alle date: con una manovra di accerchiamento degli adolescenti il 22 settembre esce sulla piattaforma Netflix la serie tv Minerva, un teen drama che normalizza e rende attraente la scuola militare; il 23 settembre esce sul sito dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna la comunicazione dell’esercito alle scuole che promuove, come primo punto, l’incontro con studenti e studentesse del primo e del secondo anno per “divulgare le modalità di ammissione e l’offerta formativa delle Scuole Militari”. Mentre ai più grandi, di quarta e di quinta, si divulga l’offerta formativa dell’Accademia Militare.

In una scuola dove è vietata (o limitata fortemente alle superiori) l’educazione sessuo-affettiva, dove si subiscono ispezioni e sanzioni se gli insegnanti parlano del genocidio in Palestina, dove l’ingresso di formatori nonviolenti è spesso censurato, o subordinato alla presenza di un cosiddetto “contraddittorio”, hanno libero accesso, e senza contraddittorio, le mimetiche e le stellette per convincere ragazzi e ragazze che l’unico modo di “risolvere le controversie internazionali” e “difendere la patria” è arruolarsi ed usare massicciamente le armi. L’etificazione della violenza, considerata “legittima” se voluta dalla Stato, all’interno del paradigma implicito della sua ineluttabilità.

Invece, la guerra è ripudiata dalla Costituzione che prevede, infatti – come da ripetute sentenze della Corte Costituzionale – anche la difesa non armata e nonviolenta del Paese e delle sue istituzioni. Contro la guerra globale permanente e il bellicismo dilagante è a questo che avrebbero bisogno di essere formati studenti e studentesse: all’obiezione di coscienza, alle tecniche di difesa nonviolenta, all’efficacia della resistenza civile, ai metodi di de-escalation dei conflitti, agli esempi di “pace con mezzi pacifici”. Insomma serve un cambio di paradigma culturale: dalla preparazione della guerra alla preparazione della pace. Per il superamento di ogni forma di violenza, interpersonale e internazionale.

E’ necessaria la forza della nonviolenza di studenti e studentesse per dire di no alla guerra ed alla sua preparazione, ma anche alle tentazioni della violenza di piazza, che della guerra è lo stupido scimmiottamento, oltre ad essere la tomba dei movimenti. In questo svolgono un ruolo fondamentale dirigenti scolastici e insegnanti, se diventano esempi di obiezione di coscienza e disobbedienza civile. Come le insegnanti che hanno sostenuto la lotta degli studenti con l’interposizione dei propri corpi alle cariche della polizia: una lezione viva di teoria e pratica della nonviolenza.

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