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Ragazzini in piazza: non è vandalismo, è il cerchio che si chiude

21 October 2026 at 11:15

di Daniela Contigiani

Le guerre, la crisi energetica, i miliardari che si spartiscono enormi profitti,la povertà crescente, il cambiamento climatico e l’incertezza del futuro. Le piazze d’Europa si stanno surriscaldando diventando teatro di crescenti scontri sociali. La paura figlia dell’incertezza, l’insoddisfazione e l’aumento delle disuguaglianze frutto della crisi economica costituiscono un mix micidiale che non poteva non sfociare in manifestazioni di violenza e farne da carburante. E proprio nelle grandi città dove è massimo il livello di confronto fra classi sociali che la violenza si insinua fra le proteste più che giustificate di cittadini e lavoratori fino a prendersi tutta la scena.

Allora assistiamo all’inutile sfilata di intere categorie di cittadini che chiedono risposte ad una politica prigioniera di interessi economici sovranazionali, ormai impotente non più in grado di garantire i diritti più elementari anche se fondamentali come lavoro casa, salute, istruzione e giustizia.Ecco allora che fra le pacifiche proteste e le composte manifestazioni si insinua la guerriglia urbana da sempre coprotagonista. Ma oggi c’è una novità, la presenza di un fenomeno nuovo. Tantissimi minorenni si danno appuntamento via social con un tam tam che sfugge ai controlli e all’insaputa di tutti invadono le piazze da più parti mettendo a ferro e fuoco quel che incontrano per le vie affrontando impavidi le forze dell’ordine del tutto impreparate ad un simile confronto. C’è un indizio fondamentale che può essere la chiave del perché di tale comportamento. Non è solo un atto vandalico gratuito e immotivato. Non si limitano a distruggere le vetrine dei negozi dando libero sfogo a tutta la loro rabbia: rubano. Si prendono le cose che desiderano e che non hanno chiedendosi perché non le possono avere.

In TV e nei talk politici e opinionisti di ogni genere si interrogano su come mai dei ragazzini anche di 12-13 anni si comportino così, “molti sono extracomunitari(?)” “è colpa dei genitori” ,”ci vuole una linea dura ,vanno puniti anche col carcere!” e allora via decreti anti maranza, più polizia, coprifuoco etc.etc. Eppure sembra tutto così semplice e lineare: il cerchio si sta chiudendo.

Abbiamo dato ai ragazzi l’immagine di una realtà distorta anche peggiore di quella virtuale dove alcuni si rifugiano per trovare una identità. Abbiamo fornito loro modelli di mondi privi di valori e modi di vivere futili e inconsistenti spesso per loro irraggiungibili frutto di uno sfrenato consumismo e una sfrontata ricchezza. E allora eccole le risposte. La frustrazione per i loro desideri indotti che non possono essere esauditi. Quei ragazzini hanno sicuramente famiglie che non possono offrire loro quel mondo dorato fatto di sogni tanto costosi quanto effimeri. Le ultime Nike, la minicar, l’ultimo Iphone. La realtà è nei loro genitori che non riescono a far quadrare i conti, nel padre disoccupato, i debiti coi soldi che non bastano mai, la discriminazione a scuola e allora forse per non sentire, estraniamoci, rinchiudiamoci a chattare con quelli come noi.

Se questa è l’aria che si respira in casa nelle scuole esplode il confronto, c’è sempre il compagno che ha di più col padre che gli regala la minicar, la compagna che ha avuto il ritocchino alle labbra per il 16°compleanno. E tu sei li bullizzata perché povera e grassa. Che fare tra l’impotenza, la noia e i desideri? Ma sì, c’è la manifestazione, andiamo in piazza anche noi e prendiamoci quello che è a portata di tutti e che non possiamo avere, ma dobbiamo averlo adesso, perché è adesso che lo vogliamo! Domani sarà già tardi. Voglio quindi posso.

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Manganelli e buone maniere: perché il dibattito morale ci distrae dal vero problema

21 October 2026 at 05:00

di Simone Millimaggi

Ogni volta che le piazze tornano ad agitarsi, la scena pubblica italiana mette in moto una messa in scena dall’esito ampiamente prevedibile. Le immagini delle vetrine infrante e dei fumogeni saturano i palinsesti, il commentariato si divide istantaneamente tra custodi della legalità e apologeti della rivolta, e l’attenzione collettiva viene catturata da un interrogativo squisitamente morale. La violenza di piazza è giustificabile o va condannata senza appello?

È proprio in questo interrogativo che si consuma il vero cortocircuito della nostra sfera pubblica. La polarizzazione tra violenza e pacifismo non rappresenta un fallimento del dibattito, bensì il suo dispositivo più raffinato. Concentrare il giudizio sulle modalità della contestazione consente di operare una scientifica sostituzione del referente, traslando l’oggetto del contendere dal piano materiale, ovvero la svalutazione del lavoro, la precarietà e lo smantellamento dello Stato sociale, al piano estetico e deontologico del decoro e dell’ordine pubblico.

Per decodificare questo meccanismo occorre superare l’analfabetismo sociologico che riduce la politica a contenzioso etico e analizzare la funzione sistemica che la retorica della protesta assolve nelle democrazie di mercato. Contrariamente alla narrazione istituzionale, che dipinge l’antagonismo radicale come una minaccia eversiva estranea al corpo sociale, la sociologia critica insegna che la devianza visibile è altamente funzionale alla riproduzione dell’ordine vigente.

Il momento della devianza scenografica funge da acceleratore di delegittimazione preventiva. Consentendo al discorso pubblico di ripiegare sull’emergenza securitaria, il potere politico ottiene una duplice rendita. Da un lato opera una neutralizzazione semantica, riducendo le istanze sociali a problema di gestione dell’ordine pubblico. Dall’altro alimenta una coesione reazionaria, offrendo al ceto medio impoverito un nemico tangibile contro cui proiettare l’ansia sociale. Il perno del conflitto viene così spostato da una traiettoria verticale, tra classi subalterne ed élite, a una orizzontale tra cittadini perbene e presunti devianti.

Sul versante opposto, l’esaltazione aprioristica della protesta pacifica si traduce nell’imposizione di una semiotica dell’innocuità. Nelle democrazie post-politiche, il dissenso viene tollerato a patto che si configuri come performance puramente estetica, incapace di produrre alcuna reale frizione nei flussi della produzione o del consumo. Quando la mobilitazione rispetta integralmente le procedure amministrative, essa viene incorporata nel paesaggio urbano come mero rumore di fondo, appagando il bisogno di espressione democratica ma privando i manifestanti di reale potere contrattuale.

In questo quadro, l’intervento di opinionisti e figure dello spettacolo si riduce a operazione economica sul mercato identitario. Entro le coordinate del capitalismo cognitivo, l’indignazione e la condanna morale sono merci ad altissimo valore di scambio. La difesa della non-violenza o la romanticizzazione dello scontro diventano marchi ideologici con cui estrarre capitale simbolico e finanziario. La frammentazione del pubblico in tifoserie è la logica stessa degli algoritmi, strutturati per premiare la reattività emotiva a scapito della decodifica strutturale.

Rimanere intrappolati nell’esame etico della violenza di piazza significa cedere alla principale strategia di neutralizzazione del dissenso. La vera questione riguarda il modo in cui il sistema spettacolare converte la rabbia sociale in merce mediatica, riducendo le cause del disagio a un contenzioso d’immagine. Fino a quando la discussione rimarrà incardinata su questi binari, sia la risposta securitaria delle istituzioni sia la condanna dell’opinione pubblica continueranno a svolgere lo stesso compito, garantire cioè che l’infrastruttura economico-sociale rimanga perfettamente intatta al di sotto del rumore della polemica.

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