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I riots di Londra ci avevano avvisato quindici anni fa: ora il disagio è ovunque in Europa

22 October 2026 at 06:33

di Federico Guerrieri

Nell’agosto del 2011 scrivevo sul blog de Il Fatto Quotidiano una testimonianza dai riots di Londra. Vivevo tra Stratford e West Ham e raccontavo una realtà molto diversa dall’immagine patinata della capitale britannica: quartieri segnati dalla disoccupazione, dall’abbandono sociale e dalla povertà. All’epoca sostenevo che quei disordini non fossero arrivati all’improvviso. Erano stati annunciati da anni di tagli al welfare, dalla riduzione dei servizi sociali, dall’aumento delle tasse universitarie e da una mobilità sociale ormai bloccata. Scrivevo che l’uccisione di Mark Duggan era stata soltanto la scintilla che aveva fatto esplodere un disagio accumulato per anni. Ricordo in particolare una frase: gli abitanti di quei sobborghi erano “gli invisibili metropolitani britannici, socialmente esclusi, volontariamente dimenticati e lasciati a se stessi”.

Quindici anni dopo, rileggendo quelle parole, la sensazione più inquietante non è aver avuto ragione. È rendersi conto che il problema non è mai stato affrontato davvero. Negli ultimi mesi abbiamo visto immagini che ricordano da vicino quelle dell’estate londinese del 2011. A Milano tornano al centro del dibattito il disagio delle periferie e l’esclusione di una parte dei giovani. Da Parigi circolano sui social video di ragazzi incappucciati che svaligiano negozi di marchi internazionali, appropriandosi di scarpe, vestiti e beni di consumo. E osservando città come Bruxelles, dove vivo oggi, è difficile non notare come esistano molte delle stesse condizioni che rendevano Londra una polveriera sociale già quindici anni fa.

La domanda che molti si pongono è sempre la stessa: come possono questi ragazzi criticare il sistema e allo stesso tempo desiderarne i simboli? Ma forse la risposta era già evidente nel 2011.

Quei giovani non stavano rifiutando la società dei consumi. Stavano cercando disperatamente di entrarvi. Le scarpe Nike, gli smartphone o i vestiti firmati non rappresentavano una contestazione del capitalismo, ma il desiderio di essere riconosciuti all’interno di un sistema che li aveva esclusi da quasi tutto il resto. Nel frattempo, molte delle cause che alimentavano quel disagio non sono scomparse. Anzi.

Il costo della vita cresce più rapidamente dei salari. L’accesso alla casa è sempre più difficile. Il lavoro è spesso precario. Ma soprattutto si rafforza la percezione che l’ascensore sociale si sia fermato. Che chi nasce privilegiato continuerà ad accumulare vantaggi e opportunità, mentre chi nasce ai margini avrà possibilità sempre più ridotte di cambiare il proprio destino. È questa sensazione di futuro negato che dovrebbe preoccuparci.

Per anni il neoliberismo ha promesso crescita e prosperità diffuse. Oggi una parte crescente della popolazione europea percepisce invece stagnazione, insicurezza e assenza di prospettive. La risposta politica, però, appare limitata a due alternative: continuare sulla stessa strada oppure affidarsi a un populismo nazionalista che intercetta il malcontento senza mettere in discussione i meccanismi economici che lo producono, preferendo individuare nemici esterni e capri espiatori.
Nel frattempo il risentimento continua ad accumularsi.

Quindici anni fa Londra era un avvertimento. Oggi quel disagio attraversa gran parte delle città europee.
La vera domanda non è perché certe scene si ripetano.
La vera domanda è perché, dopo quindici anni, continuiamo a produrre le stesse condizioni che le rendono possibili.

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Sui saccheggi a Milano c’è chi parla di esproprio proletario: un termine del tutto fuori luogo

21 October 2026 at 15:26

Sul proprio profilo Instragram, il neonato ‘Movimento 17 ottobre’ (scorso) posta un video in cui alcuni giovani responsabili dei recenti saccheggi a Milano consegnano un po’ della merce rubata a un ignaro senzatetto. Titolo: ‘Esproprio proletario a Milano’. Un termine del tutto fuori luogo: l’esproprio proletario, infatti, ha tutt’altra storia.

Quei ragazzini, presi a calci nel sedere dai genitori – alcuni non solo metaforicamente – che li attendevano davanti alla Questura dove sono stati portati dopo il fermo di polizia, non possono comprendere cos’è l’esproprio proletario, quello storico, se non altro per motivi anagrafici, a meno che qualche (cattivo) maestro glielo avesse insegnato. La locuzione nasce, infatti, nel 1965, coniata dal movimento uruguaiano dei Tupamaros e viene ripresa, a fine anni ’60, dai militanti della Rote Armee Fraktion (Baader-Meinhof). Era un modo per finanziare la propria attività terroristica.

Lo aveva teorizzato, nel suo Piccolo manuale della guerriglia urbana, Carlos Marighella (1911-1969), guerrigliero brasiliano dall’aria distinta (per un paio d’anni, deputato federale) poi ucciso dalla polizia al soldo della dittatura militare. L’esproprio proletario nasce dunque con logiche squisitamente politiche e, soprattutto, organizzate: elementi che i fatti violenti di questi giorni ignorano completamente e che, se mai, potrebbero portare alla mente per esempio (se non fosse per la giovane età dei saccheggiatori d’oggi) le devastazioni made in Usa del ’71 prodotte dai tagli sociali di allora alla povera gente.

“Nel giro di pochi minuti – scriveva Leo Essen il primo gennaio del ’79 sulla rivista Magazzino – la notte fu illuminata dagli incendi, le strade furono invase da saccheggiatori che spaccavano le vetrine e portavano via di tutto al grido di ‘abbiamo intenzione di prendere ciò che vogliamo: e vogliamo ciò di cui abbiamo bisogno, e anche di più’.” Furono assalti, è vero, come quelli milanesi, “senza collegamento fra loro, ma con un comportamento omogeneo e determinato, squadre ben organizzate di giovani e giovanissimi abbatterono saracinesche e vetrine di grandi magazzini e supermercati” attraverso saccheggi “ad Est e Central Harlem, South Bronx, Bushwick, Bedford-Stuyvesant, Brooklyn, Jamaica Queens, residenze di neri, portoricani, immigrati legali e illegali dell’America centrale, ispanoamericani”.

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Diversa, ovviamente, la portata sociale e materiale dei furti: “Nel Bronx, in un salone della Pontiac – proseguiva Essen- i saccheggiatori abbatterono il portone d’acciaio e portarono via 50 auto nuove valutate 250 mila dollari”.

In Italia l’esproprio proletario coincise, negli anni 70, con le lotte di gruppi della sinistra extraparlamentare che teorizzavano, la “riappropriazione” operaia. Dunque negozi e librerie (le immagini della devastazione dei giorni scorsi alla Feltrinelli di Torino non mostrano neppure un ragazzino che si porta via un libro, attratti invece dai giubbotti firmati e le scarpe griffate dei negozi chic di via Torino, a Milano). Probabilmente un libro non lo avranno hanno mai letto… e non lo scrivo con supponenza, ma su basi fattuali di ciò che avviene, salvo rare eccezioni, nelle periferie urbane.

E poi, negli anni 70, nessuno avrebbe mai assalito la Feltrinelli, notoriamente un’editrice di sinistra… ma i ragazzini di oggi neppure questo sanno. Allora i redditi erano bassi e anche oggi, secondo i dati di Eurostat e Banca Centrale Europea, riportati dal Corriere della Sera, “la quota di patrimoni finanziari e immobiliari nelle mani del 5% più ricco delle famiglie italiane è salita, negli ultimi 15 anni, da meno del 40% a più della metà della ricchezza totale”, mentre i poveri aumentano e pure i ceti medi se la passano male.

Anche i movimenti del ’77 puntarono su espropri proletari (e autoriduzioni). Negli espropri proletari di supermercati o negozi la merce sottratta veniva, però (spesso) redistribuita nei quartieri più poveri. Ad esempio, l’esproprio del 6 novembre 2004 a Roma da parte dei centri sociali (e i cosiddetti ‘disobbedienti’) puntò a una “spesa proletaria” al centro commerciale Panorama di Pietralata e alla libreria Feltrinelli di Largo Argentina. Si trattò, però, in effetti, di una “autoriduzione”, “per sensibilizzare, con tanto di stampa convocata, l’opinione pubblica sul mancato controllo dei prezzi arrivati alle stelle”, scriveva il manifesto del 23 gennaio 2007. Tanto che tutti vennero poi assolti. E allora i libri li presero, eccome, perché li leggevano.

Visionando le immagini delle recenti devastazioni in via Torino, a Milano, dove incredibilmente non si è visto un poliziotto per quasi 20 minuti di libere scorrerie (i contingenti erano nella vicina piazza Duomo), si può assistere a uno spacca-spacca generale, a ruota libera. Fra i ragazzini che uscivano dal supermercato Carrefour imbracciando tutto ciò che non potevano permettersi a casa loro, ho notato anche un vecchietto che, barcollando nella fuga, s’era mischiato ai devastatori con due bottiglie di liquore. Mentre un pullman rosso City Sightseeing, quelli a due piani che portano in giro i turisti mostrando le bellezze della città, transitava poco lontano, inquadrato dalle telecamere: chissà cosa avrà detto al microfono la guida…

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“La politica? Ormai solo un teatrino: il merito non esiste e a noi non resta che scappare” – La lettera di una ragazza

21 October 2026 at 05:51

di Giulia Benedetta Arienzo

A chi governa, a chi decide, a chi giudica, e a chi continua a fingere di non vedere.

Non vi scrivo per rabbia. La rabbia è una fiammata che si spegne in fretta. Vi scrivo con la lucidità di chi è sfinito, ma ha l’ostinata pretesa di non rimanere in silenzio. Sono un’umile ragazza di Salerno. Una ragazza ITALIANA. Lavoro, faccio i miei sacrifici e, nel tempo che mi resta, faccio la volontaria al canile della mia zona. Nonostante il mio piccolo stipendio e la fatica ad arrivare a fine mese, se serve qualcosa per i cani corro a prenderlo. Lo faccio perché conosco il valore della cura e dell’empatia. Ma mi chiedo: com’è possibile che chi ha poco offra tutto ciò che ha, mentre chi possiede il potere e la ricchezza sembra del tutto privo di umanità?

Vi riempite la bocca con la parola “merito”, ma in questa Italia il merito è un’illusione per consolare chi parte svantaggiato. Andare avanti non dipende da quanto studi o ti spacchi la schiena: dipende dai soldi della famiglia, dalle conoscenze e dai privilegi. Vedo i “figli di papà” con la strada spianata, mentre a noi restano solo precarietà, stipendi da fame e l’ansia costante di non essere mai abbastanza. Guardando le vostre istituzioni, ecco quello che fa davvero paura:

– Il teatrino della politica e le figure autorevoli: La delusione non riguarda un singolo partito, ma una classe politica intera. Dall’incompetenza e dalla gestione improvvisata del governo Meloni, fino alle sparate retrograde di personaggi come Vannacci; dalle giravolte della sinistra che ha dimenticato i lavoratori, fino agli scandali di corruzione che da decenni travolgono ministri, amministratori e parlamentari di ogni colore. Cambiano i governi, ma i privilegi restano gli stessi… Vi siete mai chiesti cosa resterà del vostro potere quando l’intera società sarà crollata sotto il peso dei vostri egoismi?

– Le caste e i vitalizi sulla pelle del popolo: Che sia la casta politica (spesso atea nei fatti) o quella religiosa (la Chiesa), entrambe sostengono a parole di lavorare per il popolo e per i fedeli. La verità è che nessuna delle due si priva mai dei propri immensi privilegi a favore di chi dovrebbe proteggere, accumulando ricchezze e garantendosi persino vitalizi a vita, mentre spremono il cittadino fino all’ultimo centesimo. Come potete guardare negli occhi un padre di famiglia che non sa come sfamare i propri figli mentre continuate a riscuotere i vostri privilegi senza provare la minima vergogna?

– La perdita della speranza e della fede: a parer mio, è solo ed esclusivamente colpa vostra se noi giovani ci siamo allontanati sia dalla politica, sia dalla religione. Avete distrutto ogni senso di comunità e fiducia, mostrandoci che le istituzioni (civili o spirituali) pensano solo ad autoconservarsi. Quando avrete spento l’ultima fiammella di fede e di speranza nei giovani, con quale coraggio vi sorprenderete se questo Paese diventerà un deserto arido e senza futuro?

– L’ombra della malagiustizia e le prove svanite: Assistiamo a un sistema giudiziario forte con i deboli e debole con i potenti. Vediamo troppi casi oscuri mai chiariti, come la tragica morte di David Rossi, archiviata troppo in fretta tra perizie ignorate e ombre mai dissipate. Vediamo i dubbi atroci su vicende come la strage di Erba, o la storia di innocenti finiti in carcere per anni solo perché chi doveva indagare ha preferito la fretta, l’arroganza o la propria carriera alla ricerca della verità. Quando la giustizia sbaglia o si piega agli interessi, chi paga non è mai chi ha sbagliato, ma l’anello più debole. Riuscite davvero a dormire la notte sapendo che dietro i vostri errori archiviati ci sono vite spezzate, innocenti in gabbia e verità sotterrate per comodità?

– La sanità a due velocità: Quando un potente o una figura istituzionale ha un problema di salute, si muovono reparti interi in pochi minuti. Per la gente comune ci sono liste d’attesa di mesi o anni, ed è pieno di cittadini che muoiono nell’attesa di un esame. Le nostre vite e la nostra salute valgono davvero meno della vostra solo perché non abbiamo un titolo, una tessera di partito o un conto in banca a proteggerci?

Avete calpestato la nostra legge fondamentale. L’Articolo 3 della Costituzione Italiana recita che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza”. Voi questi ostacoli li state aumentando ogni giorno. Ma il prezzo più alto di tutto questo è psicologico. L’angoscia per il domani non è una debolezza individuale: è il sintomo di uno Stato fallito. Quando un ragazzo della mia età sceglie di togliersi la vita perché travolto dal terrore di non farcela, schiacciato da un sistema spietato e lasciato solo dalle istituzioni, quello non è un dramma privato: è la sconfitta di una Nazione. Non sono così ingenua da credere che una lettera possa cambiare l’Italia. Ma se questa mia voce servirà anche solo a muovere un piccolo sassolino, non sarà stata vana.

A chi legge sui social: Sappiate che non siete soli nella paura del futuro.

Ai quotidiani e alle redazioni: pubblicatela. Abbiate il coraggio di dare spazio alla realtà di noi giovani.

A chi siede in Parlamento: smettetela di usarci per la propaganda. Il nostro futuro non è un dibattito televisivo: è la mia vita… è la NOSTRA vita.

Vorrei sapere se un giorno ce la faremo. Desidero un Paese in cui non si debba solo scappare o disperarsi, ma in cui valga la pena restare, lottare e vivere con dignità.

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Cosa dovrebbero fare i giovani per farsi sentire? Sfilare come delle educande?

21 October 2026 at 05:51

Gli esecratori di professione imperversano nei giornali e sulle televisioni. La premessa a ogni articolo o commento, riguardante le proteste giovanili di questi giorni, è esecrare, esecrare e ancora esecrare. Chi studia il funzionamento cerebrale conosce il dato psicologico secondo cui la mente umana coglie i primi 10/15 secondi per classificare gli stimoli in arrivo e definire se prestare attenzione. Questa caratteristica serve a non sovraccaricare il cervello con input che non interessano. Soprattutto in un mondo come il nostro, in cui le notizie e le informazioni in arrivo sono un numero spropositato, questa funzione di screening è stata ulteriormente sviluppata.

Gli esecratori di professione sono ben a conoscenza di ciò. Sanno che l’informazione, per avere efficacia, deve seguire il ritmo dello spot pubblicitario, che dura mediamente dai venti ai trenta secondi. Per questo, nei primi venti secondi, esecrano a più non posso. Tutto il “parolame” che seguirà poi, non verrà neppure percepito dal lettore e, comunque, sarà derubricato a fuffa di chi vuole barcamenarsi in ragionamenti noiosi e complessi. Quello che rimarrà, lo sanno perfettamente, è l’esecrazione iniziale.

Le proteste giovanili di questi giorni e quelle che, presumibilmente, seguiranno nei prossimi, sono quindi tutte da commentare, iniziando con il doveroso biasimo delle violenze che qualcuno – forse inserito alla bisogna – ha perpetrato. Ma come dovrebbero comportarsi i ragazzi per far sentire la loro voce? Sfilare come delle educande o meglio – e per certi commentatori sarebbe l’ideale – con passo militare, tutti ben schierati? I ragazzi fanno naturalmente del casino, in età adolescenziale sentono le regole come strette e da sovvertire. Sanno benissimo che se protestassero in modo perfetto, senza eccessi, nessuno se li filerebbe.

I giornali e le televisioni metterebbero un velo di oblio su tutto. Solo quando ci scappa un cassonetto divelto o una vetrina rotta, i mezzi di informazione si attivano per diramare la notizia. Naturalmente, iniziando con l’esecrazione. Il termine esecrazione deriva dalla parola “sacro” che viene sovvertita con l’ex iniziale, per cui significa il contrario: maledire, detestare, aborrire, distruggere la sacralità. Proprio questa sacralità del potere, fa scattare nel commentatore o giornalista di professione l’immediata condanna. Loro sono le vestali di un potere che non deve essere neppure messo in discussione.

Ripeto però la domanda: cosa dovrebbero fare i giovani di fronte al fatto che lasciamo loro debiti a non finire, una società profondamente ingiusta e la prospettiva di dover andare in guerra? Quando i dirigenti dei paesi Europei, in un rituale stantio, si trovano per decidere che saremo al fianco di uno dei contendenti in guerra (senza definire le nostre priorità) fino alla fine, cosa significa? Tutti sanno che fino alla fine vuol dire mandare sul campo i soldati, che inevitabilmente saranno i giovani. Fino alla fine significa indebitare la società, con conseguenze inimmaginabili per le nuove generazioni. Fino alla fine significa non provare neppure a capire le ragioni del nemico, rischiando di arrivare al conflitto nucleare.

Quando i ministri e la presidente del Consiglio mostrano di essere in grado di tagliare solo sulla sanità e sulla scuola senza intaccare i proventi, mostruosi, delle lobby di potere da cui , presumibilmente, dipendono, come si dovrebbero sentire i ragazzi? Quando si vogliono inculcare paure del diverso per colore e razza, del povero che intacca il nostro benessere, di colui che ha un bagaglio culturale e religioso non del tutto conosciuto come dovrebbero reagire i giovani che per definizione sono aperti alle novità?

Finisco questo commento e, volutamente, lo pongo nella fase terminale, con l’esecrazione delle violenze. Il rischio è che tirando troppo la corda ci scappino dei feriti gravi e, Dio non voglia, uno o più morti. Proprio per evitare tutto questo le proteste dei giovani vanno capite, si deve offrire attenzione mentale e spazio sui giornali e televisioni per le loro rivendicazioni, senza iniziare con la rituale esecrazione.

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Salieri, maiali stonati e altre verità che forse non sapevi

21 October 2026 at 05:45

In tempi come gli attuali – confusionari, tendenziosi e bluffisti – un po’ d’erudizione non guasta. Per esempio non tutti sanno che Salieri, maestro di cappella alla corte imperiale di Vienna dal 1788 al 1824, nonché direttore dell’Opera italiana di corte e insegnante di composizione (ebbe tra i suoi allievi Beethoven, Schubert e Liszt), un giorno, trovandosi in una fattoria, sentì strillare un maiale ed esclamò all’istante: “La bemolle!”. Qualcuno corse al clavicembalo: era proprio un la bemolle. Quindi Salieri organizzò quei maiali per tonalità e in 2 mesi li addestrò a eseguire l’Ave verum corpus K. 618 dell’odiato Mozart, a sfottò. E forse non tutti sanno che…

…in California è stato ritrovato un salmone Chinook grande quanto una donna minuta. Ma con tette meno belle.

…biologi marini australiani sono entusiasti di aver filmato uno squalo balena mentre defecava. E mentre arrossiva alle loro risatine.

….il riscaldamento globale impedisce ai lemming norvegesi di lanciarsi dalle scogliere, ma favorisce il loro tuffo in piscina dai trampolini.

…la Florida è minacciata dall’invasione di scarafaggi esotici, estranei alla fauna locale, come lo scarafaggio aragosta, lo scarafaggio sibilante del Madagascar, lo scarafaggio a macchie arancioni e lo scarafaggio del Turkestan, che in ascensore cerca ossessivamente il contatto visivo con gli sconosciuti.

…gli scienziati dell’Università di Uppsala hanno stabilito che il pesce Panderichthys ha cominciato a sviluppare le dita prima di abbandonare l’acqua. “Annoiato, le usava per grattarsi le palle”, ha spiegato il responsabile dello studio.

…gli uomini spendono più soldi nell’appuntamento con una donna vestita di rosso. Scegli una donna in beige per risparmiare? Finirai per pagarle l’analista.

…un terzo degli infarti in tutto il mondo sono attribuiti agli effetti di abitudini alimentari poco salutari. La cattiva notizia è che l’alternativa è lo yogurt magro.

…alcuni informatici, dopo aver dirottato una parte di una vasta rete di computer utilizzata per lo spam, hanno stabilito che una email pubblicitaria indesiderata su 12,5 milioni si traduce in una vendita. Adesso ditemi voi cosa me ne faccio di 8 tonnellate di torba.

…degli antropologi spagnoli hanno scoperto che le donne obese hanno tanti partner sessuali quante le non obese, mentre gli uomini obesi hanno meno partner sessuali dei non obesi. In compenso ricevono messaggi osceni da Glovo.

…i padri avvenenti trasmettono alle figlie i tratti del bel viso, ma non ai figli. Poi con Liv Tyler non ti si rizza perché ci vedi Steven Tyler. Per fortuna non avrai mai questo problema.

…le cicatrici sul volto rendono gli uomini più attraenti agli occhi delle donne nelle relazioni a breve termine, ma non in quelle a lungo termine. In particolare, le donne preferiscono le cicatrici maschili che suggeriscono violenza o traumi a quelle causate dall’acne o dalla varicella. Non tutte le manganellate della polizia vengono per nuocere.

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Manganelli e buone maniere: perché il dibattito morale ci distrae dal vero problema

21 October 2026 at 05:00

di Simone Millimaggi

Ogni volta che le piazze tornano ad agitarsi, la scena pubblica italiana mette in moto una messa in scena dall’esito ampiamente prevedibile. Le immagini delle vetrine infrante e dei fumogeni saturano i palinsesti, il commentariato si divide istantaneamente tra custodi della legalità e apologeti della rivolta, e l’attenzione collettiva viene catturata da un interrogativo squisitamente morale. La violenza di piazza è giustificabile o va condannata senza appello?

È proprio in questo interrogativo che si consuma il vero cortocircuito della nostra sfera pubblica. La polarizzazione tra violenza e pacifismo non rappresenta un fallimento del dibattito, bensì il suo dispositivo più raffinato. Concentrare il giudizio sulle modalità della contestazione consente di operare una scientifica sostituzione del referente, traslando l’oggetto del contendere dal piano materiale, ovvero la svalutazione del lavoro, la precarietà e lo smantellamento dello Stato sociale, al piano estetico e deontologico del decoro e dell’ordine pubblico.

Per decodificare questo meccanismo occorre superare l’analfabetismo sociologico che riduce la politica a contenzioso etico e analizzare la funzione sistemica che la retorica della protesta assolve nelle democrazie di mercato. Contrariamente alla narrazione istituzionale, che dipinge l’antagonismo radicale come una minaccia eversiva estranea al corpo sociale, la sociologia critica insegna che la devianza visibile è altamente funzionale alla riproduzione dell’ordine vigente.

Il momento della devianza scenografica funge da acceleratore di delegittimazione preventiva. Consentendo al discorso pubblico di ripiegare sull’emergenza securitaria, il potere politico ottiene una duplice rendita. Da un lato opera una neutralizzazione semantica, riducendo le istanze sociali a problema di gestione dell’ordine pubblico. Dall’altro alimenta una coesione reazionaria, offrendo al ceto medio impoverito un nemico tangibile contro cui proiettare l’ansia sociale. Il perno del conflitto viene così spostato da una traiettoria verticale, tra classi subalterne ed élite, a una orizzontale tra cittadini perbene e presunti devianti.

Sul versante opposto, l’esaltazione aprioristica della protesta pacifica si traduce nell’imposizione di una semiotica dell’innocuità. Nelle democrazie post-politiche, il dissenso viene tollerato a patto che si configuri come performance puramente estetica, incapace di produrre alcuna reale frizione nei flussi della produzione o del consumo. Quando la mobilitazione rispetta integralmente le procedure amministrative, essa viene incorporata nel paesaggio urbano come mero rumore di fondo, appagando il bisogno di espressione democratica ma privando i manifestanti di reale potere contrattuale.

In questo quadro, l’intervento di opinionisti e figure dello spettacolo si riduce a operazione economica sul mercato identitario. Entro le coordinate del capitalismo cognitivo, l’indignazione e la condanna morale sono merci ad altissimo valore di scambio. La difesa della non-violenza o la romanticizzazione dello scontro diventano marchi ideologici con cui estrarre capitale simbolico e finanziario. La frammentazione del pubblico in tifoserie è la logica stessa degli algoritmi, strutturati per premiare la reattività emotiva a scapito della decodifica strutturale.

Rimanere intrappolati nell’esame etico della violenza di piazza significa cedere alla principale strategia di neutralizzazione del dissenso. La vera questione riguarda il modo in cui il sistema spettacolare converte la rabbia sociale in merce mediatica, riducendo le cause del disagio a un contenzioso d’immagine. Fino a quando la discussione rimarrà incardinata su questi binari, sia la risposta securitaria delle istituzioni sia la condanna dell’opinione pubblica continueranno a svolgere lo stesso compito, garantire cioè che l’infrastruttura economico-sociale rimanga perfettamente intatta al di sotto del rumore della polemica.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Da sessantottino a prof, ora sì che torno a riconoscermi nei giovani

20 October 2026 at 17:43

Sono nato nel 1951 e, dopo molto tempo, mi sento di nuovo giovane. Non «ancora»: di nuovo. Appartengo alla prima generazione per la quale la gioventù diventò un’identità collettiva, non soltanto l’anticamera dell’età adulta. Avevamo la nostra musica, la nostra moda, le nostre letture. Nel 1965 vidi i Beatles, nel ’67 gli Stones. Alla radio c’era Claudio Villa. Volevamo cambiare il mondo dei nostri genitori: tutto e subito. Ci furono cariche della polizia, strategia della tensione e violenza politica. Le conquiste non furono regalate. Le “lotte” contribuirono a ottenere diritti, mentre economia e istruzione aprivano opportunità. L’ascensore sociale funzionava: ci si laureava e si trovava lavoro, ma si poteva migliorare anche senza laurea. Ci dicevano: andate a lavorare, e noi ci andammo. Molti contestatori diventarono proprio quella classe media borghese contro cui avevano protestato, me compreso. Da una famiglia di portuali mi ritrovai professore universitario.

Dopo le conquiste le contestazioni si attenuarono. Subentrò l’edonismo degli anni Ottanta, del successo individuale, della televisione, poi del berlusconismo. Sembrava che i giovani avessero perso ideali e combattività: molti non avevano più bisogno di combattere per migliorare la propria condizione. Le aspirazioni si realizzavano senza rovesciare l’ordine esistente. Quando una società offre opportunità, diminuiscono le ragioni per contestarla. Non valeva per tutti, ma per molti sì. La voglia di scontro trovava sfogo soprattutto nelle tifoserie ultras.

Per decenni ho insegnato all’università, frequentando persone che avevano sempre vent’anni, mentre io invecchiavo. Ho visto cambiare aspettative e idee sul futuro. Non mi riconoscevo nella loro riluttanza alla contestazione. Se da giovani non si vuole cambiare il mondo, deviando dalla norma, si ferma il motore del progresso e ci si adagia. Oggi li ritrovo. Le manifestazioni studentesche (e operaie, non dimentichiamolo) in Italia e in altri paesi europei, i Fridays for Future, le proteste contro il riarmo segnalano una rinnovata aspirazione a un futuro diverso. Non tutti condividono le stesse idee, ma la mobilitazione va oltre gli estremismi. Per motivi diversi i giovani, e non solo, penso a camionisti, agricoltori e pescatori, si sollevano in Francia, Spagna, Albania e Italia.

E le devastazioni di domenica pomeriggio a Milano? Manzoni raccontava già gli assalti ai forni nei Promessi sposi: per la mancanza di pane si distruggevano proprio i forni. Le devastazioni vanno fermate, subito. Ma possono essere anche sintomi di un malessere. Come la febbre: quando sale troppo va abbassata, perché fa danni. Ma senza curarne le cause non si guarisce. Reprimere la violenza è necessario, non sufficiente. Non confondiamo chi saccheggia con chi manifesta per cambiare le cose. Perché le cose non vanno bene, anche se ci raccontano che è tutto a posto.

La mia interpretazione riguarda le possibilità di futuro. Formiamo laureati che emigrano perché non trovano prospettive adeguate in Italia. Lo Stato investe nella loro preparazione e altri paesi ne raccolgono i frutti. Intanto abbiamo bisogno di lavoratori immigrati, spesso malpagati e sfruttati. Ci preoccupiamo della denatalità, ma rendiamo difficile ai giovani conquistare autonomia, casa, lavoro e sicurezza. Chiediamo loro di costruire il futuro senza creare le condizioni per farlo.

E ora la prospettiva bellica. L’Europa, che aveva fatto della transizione ecologica una priorità, mobilita risorse enormi per il riarmo. Ho già scritto del passaggio dal benessere al “guerressere”. La sicurezza è un’esigenza reale e la difesa non coincide necessariamente con la guerra. Ai giovani prospettiamo meno opportunità e più spese militari, magari discutendo di reclutamento nell’esercito come occupazione, e dovremmo stupirci della loro rabbia? Che cosa dovrebbero difendere? Una comunità che investe nel loro avvenire o un sistema che li considera sacrificabili? “Organizzeremo la diserzione!” Erano decenni che non sentivo frasi così.

La mia generazione lottava per conquistare possibilità che non aveva. Quella di oggi si mobilita per non perdere possibilità che genitori e nonni consideravano normali. Non sono le stesse circostanze né gli stessi obiettivi. Ai giovani di allora non era ben presente il tema ambientale, ad esempio. Torna però la consapevolezza che il futuro non viene regalato. E, per questa voglia di un futuro diverso, torno a riconoscermi nei giovani.

Riconoscersi non significa pretendere di guidarli. Noi anziani non abbiamo il diritto di dire ai giovani che cosa debbano volere. A vent’anni non aspettavo indicazioni dagli adulti. Leggevamo Herbert Marcuse, che dava forma teorica alle nostre aspirazioni, ma ripetevamo: “Non fidarti di chi ha più di trent’anni”. Possiamo offrire conoscenze, esperienza, memoria, se ce le chiedono; non sostituirci a loro nel decidere il futuro, anche quando siamo d’accordo. Non considero esaurite le possibilità che mi restano di vedere il futuro. Da pennino, inchiostro e calamaio sono passato alle macchine da scrivere, ai computer. La musica e la fotografia sono diventate digitali, e poi internet, smartphone e intelligenza artificiale. Innovazioni definitive sono state superate. Quel “tutto” è subito cambiato!

Non considero il futuro una porta chiusa: potrei ancora assistere a cambi di paradigma, e sono curioso. Dopo una lunga parentesi, ritrovo giovani che vogliono cambiare il mondo. Una voglia analoga, non omologa, alla nostra: come le ali degli uccelli e quelle degli insetti, che permettono entrambe di volare, ma sono il prodotto di storie evolutive differenti.

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Senza patto di cittadinanza, hanno ‘maranzizzato’ una generazione

20 October 2026 at 05:15

Anomia. Con questo termine di etimologia greca (alfa privativo e nomos: senza norme) si è variamente designata una condizione che uno dei padri della sociologia, Émile Durkheim, ha applicato ai grandi rivolgimenti storici e che altri hanno invece ricondotto alla natura precipua del capitalismo: l’anomia, la percezione di agire in un contesto di assenza di regole, viene determinata dalla discrasia tra i desideri socialmente prodotti e i mezzi per conseguirli. In altri termini, il mondo mette – vien proprio fatto di dire – in vetrina delle cose che ti fanno luccicare gli occhi, ma che non potrai avere. Può questa essere una spiegazione alle violenze e alle devastazioni di piazza degli ultimi giorni in Italia? Le spiegazioni unifattoriali sono sempre insufficienti, soprattutto quando esse vengono date dalla ‘cattedra’ senza una adeguata analisi quantitativa e qualitativa volta a comprendere prima di valutare. Capire le motivazioni intime di migliaia di giovani non è compito banale, anzi è impresa che richiede la stesura di mappe borgesiane in scala 1:1. In altre parole, un’opera pressoché impossibile. Né è da escludere che queste spiegazioni risultino, a occhi maliziosi ma anche a persone non prive di buon senso, come assolutorie, indulgenti.

Attestiamoci dunque su questioni generalissime: se diamo per buono il tema della percezione dell’assenza di regole, occorre chiedersi se essa è prodotta solo dal capitalismo (e dunque, per semplificare, dalle condizioni materiali dell’esistenza), oppure a essa va associata, come chiave di lettura, una dimensione – non estranea certo alla prima, stante lo strettissimo rapporto tra empowerment e condizione economico-sociale – di negazione dei diritti? Si dice, in queste ore, che i ragazzi che si riversano nelle strade siano perlopiù ‘maranza’, termine spregiativo che traduce, vent’anni dopo, il racaille (feccia, canaglia) che l’allora ministro dell’interno francese Sarkozy proferì rispondendo a una donna durante una visita in una banlieue. Cosa gli manca, cosa produce la loro condizione di anomia? È lo stesso Durkheim a ricordare che “il compito dello Stato non è quello di riassumere, di esprimere il pensiero irriflesso delle masse, bensì quello di sovrapporre a questo pensiero irriflesso un pensiero più mediato che non può non essere sostanzialmente diverso”. Cosa vuol dire, applicato alla nostra generalissima analisi? Che lo Stato ha il compito di prendere con sé, di inserire, e – perché no – accogliere. Mi pare di poter dire che uno Stato che non conferisce cittadinanza a chi è nato qui, che lo chiama ‘maranza’ o ‘feccia’, rischia di produrre una sensazione di letterale ‘spaesamento’, ovvero di assenza di un Paese a cui fare riferimento come il proprio Paese. Quando questa assenza di cittadinanza – ché di questo stiamo parlando – non ti fa sentire parte di un progetto, siamo davanti a un disastro umano, al fallimento della pedagogia civile dello Stato.

Questa ‘crisi della presenza’ devasta i giovani a cui lo Stato non fornisce un appiglio per costruire il patto sociale, per consentirgli di sentirsi parte di un progetto comune da rispettare e difendere. Orbene, la ‘crisi della presenza’ riguarda solo i ‘maranza’? Perché a me pare invece che anche i figli di italiani da generazioni vivano questa condizione di anomia, di paradossale cittadinanza dimezzata, di non inclusione, di spaesamento. Ce ne sono tantissimi in piazza. Se il legame sociale trova la sua massima espressione nel patto di cittadinanza, abbiamo di fronte una generazione – non importa di chi sia figlia – che si sente esclusa, che è stata ‘maranzizzata’.
Non c’è nessuna indulgenza in questo discorso, nessuna giustificazione, nessuna estetica della violenza e del disagio sociale, nessuna cristologia ‘rivoluzionaria’. Non è affatto escluso che le proteste assumano le forme di un ‘carnevale’ che il capitalismo concede – seguendo sul punto Adam Smith – per far sfogare le passioni tristi e la noia. Non escludo che sia all’opera un nichilismo distruttivo e impolitico. Ma quello che di certo non sappiamo è cos’hanno in testa questi ragazzi, e non lo sappiamo perché non vogliamo e non sappiamo ascoltarli, laddove l’ascolto non è solo la composta postura di colui che presta attenzione al discorso piano ed educato del proprio figlio, ma è la capacità di tradurre la violenza e il disagio in domande per la società e per lo Stato che non siano solo domande di repressione, ma di inclusione e cittadinanza per tutti, italiani e stranieri.

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Gianfranco Funari, uno dei primi stand-up comedian italiani

20 October 2026 at 05:14

Da più di un secolo i periodici Usa intrattengono i lettori con rubriche divertenti di aneddoti sui vip: li inventano agenzie che forniscono materiali ai columnist di gossip faceti. Nel caso sentiste il bisogno di ritrovare un po’ di buonumore in questi tempi cupi del cazzo con aneddoti gustosi redatti alla maniera americana, eccovi serviti.

Nella sua ultima intervista, pubblicata su Micromega poco prima dell’exitu (luglio 2001), il critico televisivo Sergio Saviane, dopo aver definito “il minuetto Luttazzi-Travaglio” a Satyricon “un raro esempio di satira autentica” e Berlusconi “quanto di più pestilenziale esiste oggi in Italia”, si congedò con questa zampata: “La villa di Arcore è il posto dove gli scheletri negli armadi si vergognano delle persone che vivono in casa”.

Di Alberto Moravia invece scrisse: “Non ha un solo nemico al mondo. Ma tutti i suoi amici lo odiano”.

Marcello Marchesi, oltre che umorista e autore radiotelevisivo, fu un pioniere della moderna comunicazione commerciale. E’ considerato il primo copywriter italiano e per Carosello scrisse più di 4000 spot pubblicitari. A lui si devono slogan celeberrimi come “Con quella bocca può dire ciò che vuole”, “Non è vero che tutto fa brodo” e “Contro il logorio della vita moderna”. Si divertiva a parodiare la sua stessa attività: nel varietà Lui e lei (1956), di cui era co-autore con Vittorio Metz, durante un finto siparietto pubblicitario Delia Scala mostrava il barattolino di una crema per il viso e diceva: “E’ così efficace che toglie le rughe dalle prugne secche. Non farà nulla per la tua faccia, ma avrai le prugne secche più lisce del quartiere!”

E in uno sketch del varietà Il signore di mezza età (1963), di cui era protagonista, Marchesi voleva vendere alla casalinga Sandra Mondaini “uno spray antimacchia che toglie le macchie lasciate dagli altri spray antimacchia”.

Quando la cameriera della tavola calda chiese al turista: “Ha qualche intolleranza?”, quello si mise a ridere. Era David Duke, il capo del Ku Klux Klan.

La stand-up comedy è quel genere di comicità in cui un monologhista fa battute sull’universo mondo in prima persona, senza interpretare cioè un personaggio come fanno invece i cabarettisti (tradizione, questa, che da noi risale ai macchiettisti napoletani e a Petrolini). Gianfranco Funari, insieme con Walter Chiari, fu uno dei primi stand-up comedian italiani. Fa parte del genere scambiare qualche battuta col pubblico. Al Derby, un club milanese frequentato dalla mala, una sera Funari vide Francis Turatello seduto al tavolino davanti a lui con una sventola dai capelli neri. “Che fine ha fatto la biondona cretina con cui esci di solito?” gli chiese ridendo. E il bandito, indicandola: “S’è tinta i capelli”. Venne giù il locale.

Chiunque, del resto, può uscirsene con repliche spassose. “Ho nove cani”, confessò una volta Giorgio Agamben a Gianni Vattimo. “Li hai comprati?” “No, fischio nel sonno. Certo, li ho comprati!”

Un altro esempio è quello di Lang Lang, la superstar globale che col suo stile ha ispirato milioni di giovani pianisti in tutto il mondo. Una sera un’ammiratrice gli porse un foglio per l’autografo e gli domandò: “Perché decise di suonare il pianoforte, Maestro?” E Lang Lang: “Perché il bicchiere di birra continuava a cadere dal violino”.

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Perché le proteste dei giovani hanno ragione di esistere

19 October 2026 at 11:18

Da troppi anni insegno agli adulti, detenuti a Rebibbia per di più: altra tipologia di questioni e problemi. Il mondo dei giovani mi arriva solo attraverso i miei due figli adolescenti. Ne so comunque abbastanza da comprenderne alcune istanze e soprattutto le ragioni delle proteste che stanno infiammando le piazze in questi giorni. I nostri ragazzi stanno loro malgrado ereditando un mondo che non meritano.

Prima di tutto c’è il problema climatico e più in generale ambientale: in pochi anni abbiamo trasformato il pianeta rendendolo inospitale, con sempre più frequenti minacce di squilibri, lunghe siccità interrotte da improvvise inondazioni. Con il paradosso che le località turistiche di montagna chiedono risarcimenti per calamità naturali per mancanza di neve per poi, dopo poche settimane, essere sommerse da precipitazioni eccezionali fuori stagione e chiedere quindi… lo stato di calamità naturale. Le città delle nostre zone, che erano dette “temperate”, si avviano a diventare per un periodo estivo sempre più lungo invivibili senza aria condizionata, come negli Emirati. Questo vale soprattutto laddove non ci si attrezza con la piantumazione di alberi e anzi si procede con potature e tagli incondizionati, prediligendo ancora il cemento al verde.

Noi abbiamo avuto la fortuna di assistere al meraviglioso alternarsi di stagioni nette e definite ma la nostra cupidigia, la ricerca di benessere alimentato da consumi incuranti dei limiti naturali consegna ai figli un mondo impazzito, di eterne mezze stagioni imprevedibili.

Il nostro vecchio e malandato Occidente è, per la prima volta da diversi secoli, in ritardo incolmabile rispetto ad altri contesti più dinamici. Le democrazie di cui ci siamo fatti fautori e addirittura esportatori mostrano evidenti problemi nella selezione delle classi dirigenti e, oggi, un giovane che vuole mettere a frutto le proprie competenze trova maggiori opportunità lontano da casa. Abbiamo lasciato le leve del comando nelle pessime mani di esaltati squilibrati deliranti incompetenti, spesso disonesti e inaffidabili. Chi fa affari su di noi si diverte a dividerci su questioni di marginale importanza ma di facile presa.

Ci ritroviamo un sistema dei prezzi insostenibile, un costo della vita per nulla commisurato alla dinamica dei salari reali. Nel settore turistico, ad esempio, si sta delineando un’offerta, dagli hotel agli stabilimenti balneari e anche la semplice ristorazione che sempre meno persone del posto possono permettersi, con una classe media falcidiata da ogni direzione.

Eravamo cresciuti in un sistema inconsapevolmente dorato in cui, per citare il grandissimo Guccini, il figlio di una casalinga e un impiegato poteva permettersi di accedere al massimo livello degli studi ed “esser della razza sua il primo che ha studiato”. La famiglia monoreddito poteva comprare casa e arredarla di tutti gli elettrodomestici. Nonostante si lavorasse mezza giornata e si andasse in pensione piuttosto presto, ci sembrava naturale, persino ovvio aspettarsi che i figli dovessero e potessero aspirare a una condizione migliore dei padri. Oggi non può essere così, se non per pochissimi più attrezzati o fortunati.

Scuola, studi universitari, sanità, servizi erano per tutti, alla portata di tutti. Oggi prevale il modello americano privato a pagamento, in cui solo chi sa nuotare può salvarsi. Nelle scuole, non solo quelle in carcere, si tende a prediligere la formazione professionale, il collegamento con il mondo del lavoro, cioè con le imprese pronte ad avvalersi di stagisti e manovalanza a basso costo e senza garanzie. In tema di diritti dei lavoratori c’è stato un evidente regresso rispetto alle condizioni dettate dallo Statuto negli anni Settanta.

Le nostre scuole, dalle elementari alle superiori, con le eccellenze dei licei (quelli veri) e le università statali, al contrario, formavano coscienze critiche e cervelli spendibili nei migliori modi e posti, in patria e fuori. Avevamo media e tv che, con i relativi limiti, puntavano a formare e informare, non a inebetire.

Oltre a una vita mediamente agiata in casa, molti di noi potevano permettersi avvincenti vacanze all’estero. Prima della destabilizzazione del Medio Oriente da parte dei nostri Alleati, potevamo fare interessanti viaggi in città fantastiche, ricche di storia e di cultura come Beirut, Damasco, Aleppo, Sanaa, Isfahan. Oggi quegli stessi luoghi sono tetri teatri di guerra in cui i giovani rischiano piuttosto di finire come carne da macello a combattere contro chissà quale nemico immaginario evocato dai nostri prodi governanti che vedono la propria unica ragione d’essere in un folle riarmo, talmente dispendioso da compromettere qualsiasi altra spesa sociale. Qualcuno vorrebbe chiamare la leva militare in guerra nella stessa Crimea dove noi andavamo in vacanza.

Anche nei fenomeni meno importanti, di “costume”, lo squilibrio generazionale è evidente: noi abbiamo avuto la fortuna di essere contemporanei dei grandi geni della musica rock e d’autore, destinati a fornire materiale classico a quanti, nella gran massa, non vanno tanto oltre la produzione di trap. Nello sport, noi avevamo il campionato di calcio più bello in assoluto, in cui militavano i migliori giocatori di ogni nazionalità anche in squadre di mezza classifica; i nostri azzurri arrivavano in finale del mondiale, vincendone ben due, uno più esaltante dell’altro.

I ragazzi di oggi non hanno mai avuto l’opportunità di assistere neanche alla partecipazione della nostra Nazionale, eliminata da una Macedonia o una Bosnia che all’epoca neanche esistevano come Stati.

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Clima, spopolamento e isolamento sociale: i rischi del futuro per le aree interne del Mezzogiorno

18 October 2026 at 06:06

Nuove emergenze si profilano all’orizzonte, come quella del cambiamento climatico, che, secondo quanto riportato da Luca Bianchi, di Svimez, potrà costarci, entro il 2050, fino a 6 punti di Pil. E sarà proprio il Mezzogiorno l’area più esposta del Paese. Siccità e ondate di calore prolungate stanno già danneggiando l’agroalimentare meridionale e il relativo export. Il cambiamento climatico porterà a fenomeni di desertificazione dei territori più esposti alle crisi idriche: riguarderà il 70% del territorio siciliano, ad esempio, e il 57% della Puglia.

Nel frattempo, quella delle aree interne è ritenuta ormai una delle principali emergenze nazionali, strettamente connessa al tema della desertificazione umana di ampie aree del Paese, all’emigrazione dei giovani, alla contrazione dei servizi offerti sul territorio, all’isolamento di chi vi resta, per obbligo o per scelta. Sono molte le idee e le proposte che animano il dibattito sui paesi e sulle aree interne, e in certi casi al fioccare di proposte non si affiancano idee sul reperimento delle risorse e sulle direttrici di sviluppo che dovrebbero dare alimento e continuità alla rinascita di queste aree.

Un recente progetto di ricerca di interesse nazionale, intitolato Geography and social inequality in Italy, coordinato dal prof. Nazareno Panichella, dell’Università degli Studi di Milano, ha studiato la mobilità interna dalle campagne e dai piccoli comuni verso le città o verso il Nord. Che si sia trattato di fuga o di una strategia di promozione sociale, migrando verso territori con più opportunità, nelle aree di partenza si è andato tracciando il profilo di una popolazione “residuale”: più anziana, meno mobile, con minori titoli di studio e reti professionali più deboli.

Come viene riportato nello studio, con riferimento alle aree interne, “considerando le professioni dall’impiegato di concetto in su (impiegati, professionisti, quadri, dirigenti, imprenditori), la quota di occupati qualificati nelle aree interne si ferma al 34% nel Nord, al 35% nel Centro e scende sotto il 30% nel Mezzogiorno, contro valori compresi fra il 40 e il 46% nei centri urbani. Questa frattura occupazionale si accompagna a un divario educativo altrettanto netto. Nelle aree interne, quasi il 40% della popolazione si ferma alla licenza media inferiore, a fronte del 30% nei centri”.

Secondo gli autori del Progetto, il problema principale non è soltanto quello di fermare la fuga, ma anche quello di ricostruire il tessuto sociale e professionale che può incentivare la permanenza, valorizzando soprattutto le competenze dei giovani. Spesso si tratta di competenze specialistiche e focalizzate su settori avanzati. Dalle analisi effettuate emerge che i territori definiti come aree interne soffrono di isolamento geografico, ma anche di “immobilità sociale”: reti sociali spesso endogamiche impediscono a merito e istruzione di fare svolte significative di destino.

Molti giovani, per questo, non intendono abbandonare i propri paesi, ma vanno via per sottrarsi a un ordine sociale bloccato. Gli autori del progetto parlano di “disuguaglianza cumulativa”. A questo quadro, si aggiunge la necessità di rafforzare l’offerta scolastica tecnico-professionale, che può alimentare la formazione di competenze che si possano spendere sul posto. Al contrario, l’istruzione universitaria, invece di consolidare la permanenza, può diventare un canale di uscita.

Così, il giovane studente migra dall’area interna verso il capoluogo di provincia per gli studi superiori e, spesso, verso il Nord per gli studi universitari. Emerge il dato degli spostamenti degli anziani, per aiutare figli e nipoti già migrati, o per trovare strutture di cura. Va precisato che se nel Nord-Ovest un terzo dei comuni ricade nella definizione di area interna, al Sud si arriva a due comuni su tre, riguardando un terzo della popolazione meridionale.

Uno squilibrio geografico che interessa soprattutto il Mezzogiorno, in termini di distanza dai servizi, spopolamento, debolezza economica e istituzionale. Gli autori del progetto fanno notare che le aree interne del Sud presentano una doppia penalizzazione: nascere in un’area interna del Sud può comportare lo svantaggio della periferia e quello dei classici dualismi Nord-Sud.

Viene fatto notare come la scelta di restare sia talora anche esito di necessità, per mancanza di risorse economiche, reti di sostegno o competenze, che bloccano la persona interessata nel paese di origine, limitandone la mobilità. Chi parte, invece, può creare nuovi ponti per chi resta. Queste reti migratorie possono costituire una importante opportunità: “chi è emigrato e ha costruito esperienze professionali altrove può contribuire alla nascita di nuove attività nei luoghi d’origine (piccole imprese, iniziative culturali, progetti di turismo sostenibile o di agricoltura di qualità) condividendo conoscenze, contatti e capitali”. È un tessuto connettivo su cui si possono impostare percorsi di cambiamento; in molti casi è già attivo.

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Va messo un argine al guadagno sfrenato: se le macchine producono tutto, poi chi compra?

15 October 2026 at 17:22

C’è un problema che nessuno vuole mettere per iscritto nei piani industriali: se le macchine producono tutto, poi chi compra? Domanda banale, quasi offensiva per chi gestisce un’azienda. Eppure, è il nodo che tiene insieme tutta la baracca capitalistica.

Il ragionamento è semplice. Un’impresa sostituisce i lavoratori con i robot. Risparmia stipendi, aumenta i margini, festeggia i dividendi in consiglio di amministrazione. Poi guarda fuori dalla finestra e scopre che il mercato è fatto di persone. Quelle stesse persone che non hanno più uno stipendio. Il bisogno di un bene non basta a creare domanda, serve potere d’acquisto. Una famiglia che ha bisogno di una casa ma non può pagarla, per chi vende, semplicemente non esiste.

La parte tragicomica è che ogni azienda capisce il problema, ma nessuna ha l’incentivo a risolverlo da sola. Se una fabbrica automatizza, il risparmio è suo. La perdita di consumi si spalma su supermercati, ristoranti e negozi. È il classico caso in cui il comportamento razionale del singolo produce un disastro collettivo. Nessuno è stupido, nessuno è cattivo ma, semplicemente, nessuno paga il conto.

I soldi risparmiati sugli stipendi non svaniscono, certo. Diventano profitti, prezzi più bassi o investimenti. Il guaio è che un miliardario consuma una frazione del suo reddito, mentre una famiglia lo spende quasi tutto per vivere. E costruire nuove fabbriche diventa meno attraente se prevedi che mancheranno clienti. Il Fondo monetario internazionale lo ha detto senza giri di parole: l’AI rischia di aumentare la disuguaglianza patrimoniale, perché chi possiede capitale incassa rendimenti sempre maggiori.

Quindi a chi si venderebbe? A chi lavora ancora, finché il reddito resta diffuso. Ai proprietari del capitale, che però sostengono il lusso, non il mercato di massa. Allo Stato, a patto che decida di redistribuire. A una popolazione che possiede quote delle attività produttive, scenario che richiede tuttavia una proprietà molto più diffusa di quella attuale. Se nessuno di questi canali compensa, la produzione potenziale resta lì, accanto a povertà e capacità inutilizzata.

Chi è ottimista ha i suoi argomenti, perché secondo lui i prezzi più bassi e i nuovi mestieri possono attenuare il colpo. Ma un prezzo più basso aiuta poco chi non ha affatto reddito, e un nuovo lavoro non è automaticamente accessibile a chi ha perso il vecchio. Contano competenze, età, luogo. Una crescita aggregata può convivere con perdite devastanti per singole persone.

Il punto vero non è se il capitalismo sopravvivrà; ma se il lavoro umano diventa meno necessario per produrre ciò che serve può continuare ad essere la condicio sine qua non per avere diritto a consumarlo? La tecnologia potrebbe permetterci di vivere meglio lavorando meno. Il modo in cui distribuiamo proprietà, reddito e potere decide chi potrà beneficiarne.

Emerge allora la questione che molti (i ricchi, soprattutto) evitano come la peste ma che sarebbe quella centrale. Senza limiti strutturali al guadagno capitalistico incontrollato, la concentrazione della ricchezza non si corregge da sola. Serve un tetto, una soglia oltre la quale il surplus non resta nelle mani di pochi ma ritorna alla collettività. Non è un’espropriazione, è un argine alla deriva sociale. Perché un sistema che produce abbondanza ma non la distribuisce non è solo ingiusto, è fragile. E quando la ricchezza si accumula senza freni, la storia ha già dimostrato come va a finire.

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Davanti ai dati sulla povertà assoluta, credo sia il momento di cambiare rotta

15 October 2026 at 13:45

Chi ci governa dovrebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere che dei problemi del nostro paese non gli interessa niente.

In un paese serio e civile chi è alla guida dovrebbe garantire a tutti gli strumenti perché ogni persona possa sviluppare le proprie potenzialità, solo così un paese può realmente crescere e ogni persona diventare protagonista e parte integrante della società e anche chi ha delle difficoltà non sentirsi discriminato, ma valorizzato; perché non visto solo e unicamente per il suo limite, ma considerato una risorsa e non uno scarto o un peso per il paese.

Riporto alcuni dati: “Oltre 2,1 milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui. È la situazione dell’Italia nel 2025, secondo l’Istat. In termini percentuali, l’incidenza della povertà assoluta – ovvero la condizione in cui si trovano chi non ha la capacità economica per coprire i costi minimi essenziali per condurre una vita dignitosa ed evitare gravi forme di esclusione sociale – tra le famiglie è pari all’8,0%, in lieve calo rispetto al 2024 (8,4%), e al 9,3% tra le persone (9,8% nel 2024)”. Credo sia arrivato il momento di cambiare rotta, altrimenti il paese non riuscirà più a risollevarsi e le famiglie si sentiranno sempre più sole.

I soldi ci sono, perché altrimenti non si potrebbe neanche comprare nessun tipo di arma, o sbaglio? Dipende se chi ci governa vuole realmente il bene del paese e dei cittadini o pensa solo al profitto e alla propria affermazione politica, anche se vorrei ricordare che le carriere politiche finiscono, ma i problemi irrisolti legati alla politica reale e alla vita quotidiana del popolo aumentano.

Ovviamente, nei limiti del possibile, bisogna sempre cercare di non arrendersi e soprattutto dobbiamo sempre lottare contro le ingiustizie e far sentire sempre la nostra voce.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it

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I dati sulla povertà assoluta confermano che l’affitto è un fattore di forte vulnerabilità economica

15 October 2026 at 11:37

L’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà assoluta nel 2025.

Nel 2025, in Italia, oltre 2,1 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di persone. L’incidenza resta stabile rispetto al 2024, attestandosi all’8% tra le famiglie e al 9,3% tra gli individui. Dietro questi numeri emerge un dato che richiama il tema della precarietà abitativa: 999mila famiglie in povertà assoluta vivono in affitto, quasi la metà del totale delle famiglie in povertà assoluta.

Il rapporto tra condizione abitativa e povertà è evidente. Tra le famiglie che pagano un affitto l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 20,9%, contro il 4,5% di quelle che vivono in una casa di proprietà. Per chi abita in un alloggio in usufrutto o a titolo gratuito, il dato è del 10,2%. L’affitto rappresenta dunque un fattore di forte vulnerabilità economica, soprattutto per chi dispone di redditi molto limitati e deve destinare una parte significativa del proprio reddito alle spese abitative.

La situazione è ancora più critica per le famiglie con figli. L’incidenza della povertà assoluta tra quelle con minori che vivono in affitto sale al 28,7%, contro il 6% delle famiglie proprietarie e il 10,5% di quelle in usufrutto. Quasi tre famiglie con minori su dieci tra quelle in locazione si trovano in condizioni di povertà assoluta. Un dato che evidenzia quanto il costo della casa possa incidere sulle condizioni di vita dei minori e sulle possibilità delle famiglie di sostenere le spese essenziali.

La questione abitativa si conferma così centrale nelle politiche di contrasto alla povertà. L’affitto è una spesa difficilmente comprimibile, che sottrae risorse ad alimentazione, salute, istruzione. Per le famiglie in povertà assoluta, l’affitto medio secondo Istat è di circa 379 euro al mese, contro i 454 euro delle famiglie non povere. Ma attenzione: questi affitti medi sono la media di tutti gli affitti, compresi quelli delle case popolari. Una differenza che non attenua il problema.

Di fronte a questi numeri, diventa prioritario rafforzare le politiche abitative pubbliche. Ampliare il patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Aumentare il numero di case popolari disponibili significa offrire un’alternativa concreta alle famiglie che non riescono a sostenere i canoni del mercato privato sia libero che agevolato. A questo obiettivo possono contribuire il recupero degli immobili pubblici e privati inutilizzati, la riqualificazione e recupero degli alloggi esistenti e una programmazione stabile di nuovi investimenti.

Il sostegno economico all’affitto come misura di contrasto agli sfratti resta strumento importante, ma rischia di non essere sufficiente, o solo un travaso di risorse pubbliche verso i proprietari, se manca un’offerta adeguata di abitazioni pubbliche a canone sociale. Serve quindi una strategia di lungo periodo che consideri la casa non soltanto come un bene di mercato, ma come un elemento fondamentale del welfare e della tutela sociale pubblica.

Le differenze territoriali confermano la portata del problema: tra le famiglie in affitto, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 22,4% nel Mezzogiorno, il 21,3% nel Nord e il 17,8% nel Centro. Particolarmente esposte sono anche le famiglie in affitto con almeno un componente migrante, per le quali l’incidenza sale al 32,8%, contro il 14,9% delle famiglie composte esclusivamente da italiani.

La stabilità della povertà rispetto al 2024 non deve dunque essere scambiata per un superamento dell’emergenza. I dati mostrano che il disagio economico è strettamente legato anche alle condizioni abitative e colpisce soprattutto chi non possiede una casa e deve mantenerla attraverso un affitto. Investire nell’edilizia residenziale pubblica, aumentando la disponibilità di alloggi ad affitti rapportabili al reddito netto, rappresenta una leva essenziale per contrastare la povertà, ridurre le disuguaglianze e garantire alle famiglie povere, il diritto a una casa effettivo.

Purtroppo i segnali di politiche abitative che vengono dall’Unione europea, Governo, Regioni e Comuni non sembrano affrontare la questione in termini di incremento dell’edilizia residenziale pubblica, continuando a proporre programmi abitativi di privati o fondi immobiliari. Questo è il nodo da sciogliere.

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Sydney Sweeney: Quando l’Occidente preferisce dichiarare guerra alla bellezza piuttosto che costruire per il proprio destino

1 October 2026 at 15:43
Le Diplomate, in un bell’editoriale di Roland Lombardi, prende spunto dalla nuova campagna pubblicitaria di Sydney Sweeney per raccontare qualcosa che va molto oltre una fotografia provocatoria: la singolare capacità dell’Occidente ...

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Leone XIV in Francia: viaggio apostolico, tensioni con l’Eliseo e battaglia dei simboli

25 September 2026 at 22:55
Il viaggio di Leone XIV in Francia si apre con un contrasto reale, ma più complesso di una rottura diplomatica: Parigi ha cercato di valorizzare la dimensione istituzionale e presidenziale ...

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Una lezione del 1971 che parla al nostro presente: Giussani e il rischio di una Chiesa resa irrilevante

13 September 2026 at 23:01
Su La Verità del 10 settembre 2026 è apparso un ampio intervento di don Luigi Giussani, pronunciato il 14 novembre 1971 e ora pubblicato nel volume Il centro della vita, ...

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