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“Sono stanco, non so se potrei rifarlo fisicamente”: Gary Barlow rientra nella sua routine londinese tra ristoranti e amici. E intanto nel nuovo singolo dei Take That canta Howard Donald

22 October 2026 at 11:24

Gary Barlow torna alla vita quotidiana dopo il tour dei Take That Dopo aver ammesso di aver risentito del peso degli anni durante l’ultimo, estenuante tour dei Take That, Gary Barlow è rientrato nella sua routine londinese. Il cantante britannico, 55 anni, è stato avvistato lunedì 19 ottobre nel cuore di Londra, mentre si dirigeva verso un noto ristorante nel quartiere di Notting Hill. Ad accompagnarlo c’era Tom Gilbey, esperto di vini e volto noto sui social media. Barlow ha optato per un look decisamente informale: maglione nero, pantaloni della tuta e cappellino da baseball. I due hanno trascorso del tempo insieme nel locale alla moda, concedendosi una pausa in compagnia di un buon calice di vino.

A luglio, dopo l’ultima data a Dublino, Barlow aveva affidato a X un messaggio carico di emozione: “Miglior tour di sempre, e dopo 35 anni di carriera non è poco. Sono quasi certo che questo spettacolo non tornerà. Avevo 38 anni quando lo portammo in scena la prima volta, farlo a 55 è stata un’altra sfida. Non vedo come potrei rifarlo fisicamente. Con enorme dispiacere lascio il Circus nel mio passato. Sono riuscito a scappare con il Circus due volte”.

Lo show, portato in giro con i compagni Howard Donald e Mark Owen, era partito a maggio. Per prepararsi Barlow non aveva lasciato nulla al caso: a dicembre aveva raccontato su Instagram di essere stato alla clinica di lusso Lanserhof, all’Arts Club di Londra, dove l’abbonamento annuale parte da 6.500 sterline più 1.500 di iscrizione.

Chiuso il capitolo tour, il cantante è ripartito con una vacanza in famiglia in Messico, al resort di lusso One&Only Palmilla a Los Cabos, e ha mostrato il fisico tonico in alcuni scatti a torso nudo. “Sono finalmente fuori dalla bolla del tour”.

Intanto i Take That hanno pubblicato “Higher” con Howard Donald alla voce principale, in anteprima su BBC Radio 2 con Vernon Kay. È il quinto estratto da “Dreamers”, il nuovo album in 12 tracce in uscita il 20 novembre, un mix di pop, folk, house, ballate al pianoforte e pop orchestrale, con un brano firmato insieme a Tom Odell.

Il disco arriva dopo un anno segnato dal documentario Netflix e dal tour estivo “Circus”, che ha richiamato oltre 700mila fan tra Regno Unito e Irlanda. Nell’estate 2027 la band sarà in tour con “Dreamers Tour”: 31 concerti in 31 città e 16 Paesi europei, tra cui l’Italia, dal 3 giugno in Svizzera al 23 luglio in Germania.

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I riots di Londra ci avevano avvisato quindici anni fa: ora il disagio è ovunque in Europa

22 October 2026 at 06:33

di Federico Guerrieri

Nell’agosto del 2011 scrivevo sul blog de Il Fatto Quotidiano una testimonianza dai riots di Londra. Vivevo tra Stratford e West Ham e raccontavo una realtà molto diversa dall’immagine patinata della capitale britannica: quartieri segnati dalla disoccupazione, dall’abbandono sociale e dalla povertà. All’epoca sostenevo che quei disordini non fossero arrivati all’improvviso. Erano stati annunciati da anni di tagli al welfare, dalla riduzione dei servizi sociali, dall’aumento delle tasse universitarie e da una mobilità sociale ormai bloccata. Scrivevo che l’uccisione di Mark Duggan era stata soltanto la scintilla che aveva fatto esplodere un disagio accumulato per anni. Ricordo in particolare una frase: gli abitanti di quei sobborghi erano “gli invisibili metropolitani britannici, socialmente esclusi, volontariamente dimenticati e lasciati a se stessi”.

Quindici anni dopo, rileggendo quelle parole, la sensazione più inquietante non è aver avuto ragione. È rendersi conto che il problema non è mai stato affrontato davvero. Negli ultimi mesi abbiamo visto immagini che ricordano da vicino quelle dell’estate londinese del 2011. A Milano tornano al centro del dibattito il disagio delle periferie e l’esclusione di una parte dei giovani. Da Parigi circolano sui social video di ragazzi incappucciati che svaligiano negozi di marchi internazionali, appropriandosi di scarpe, vestiti e beni di consumo. E osservando città come Bruxelles, dove vivo oggi, è difficile non notare come esistano molte delle stesse condizioni che rendevano Londra una polveriera sociale già quindici anni fa.

La domanda che molti si pongono è sempre la stessa: come possono questi ragazzi criticare il sistema e allo stesso tempo desiderarne i simboli? Ma forse la risposta era già evidente nel 2011.

Quei giovani non stavano rifiutando la società dei consumi. Stavano cercando disperatamente di entrarvi. Le scarpe Nike, gli smartphone o i vestiti firmati non rappresentavano una contestazione del capitalismo, ma il desiderio di essere riconosciuti all’interno di un sistema che li aveva esclusi da quasi tutto il resto. Nel frattempo, molte delle cause che alimentavano quel disagio non sono scomparse. Anzi.

Il costo della vita cresce più rapidamente dei salari. L’accesso alla casa è sempre più difficile. Il lavoro è spesso precario. Ma soprattutto si rafforza la percezione che l’ascensore sociale si sia fermato. Che chi nasce privilegiato continuerà ad accumulare vantaggi e opportunità, mentre chi nasce ai margini avrà possibilità sempre più ridotte di cambiare il proprio destino. È questa sensazione di futuro negato che dovrebbe preoccuparci.

Per anni il neoliberismo ha promesso crescita e prosperità diffuse. Oggi una parte crescente della popolazione europea percepisce invece stagnazione, insicurezza e assenza di prospettive. La risposta politica, però, appare limitata a due alternative: continuare sulla stessa strada oppure affidarsi a un populismo nazionalista che intercetta il malcontento senza mettere in discussione i meccanismi economici che lo producono, preferendo individuare nemici esterni e capri espiatori.
Nel frattempo il risentimento continua ad accumularsi.

Quindici anni fa Londra era un avvertimento. Oggi quel disagio attraversa gran parte delle città europee.
La vera domanda non è perché certe scene si ripetano.
La vera domanda è perché, dopo quindici anni, continuiamo a produrre le stesse condizioni che le rendono possibili.

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