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“La serie sulla famiglia Panini è un’ancora di speranza contro la guerra. I giovani non siano spaventati, le cose si possono cambiare. Ho studiato 96 ore e Pavarotti per l’accento modenese”: così Serena Rossi

24 October 2026 at 14:09

Dalla campagna modenese alle figurine che hanno fatto il giro del mondo: arriva la serie che racconta una delle più celebri storie imprenditoriali italiane. “La famiglia Panini – L’avventura delle figurine” ripercorre la nascita delle iconiche figurine Panini, in un arco di tempo che va dagli anni Quaranta al 1970, anno dei Mondiali di Messico 70, intrecciando la vicenda privata di una famiglia con quella di un Paese in piena trasformazione.

Al centro c’è Olga Cuoghi Panini (Serena Rossi), madre visionaria dal motto “Andiamo a vedere!”, che spinge marito e otto figli a lasciare la campagna per Modena e a scommettere su un’edicola. Da lì, tra fallimenti e sacrifici, nasce l’idea di puntare su qualcosa di umile ma democratico: le figurine, che nel 1970 diventeranno un fenomeno mondiale. Nel cast anche Simone Liberati (Giuseppe), Federico Cesari (Umberto), Benedetta Cimatti (Veronica), Luca Di Sessa (Benito) e Samuele Teneggi (Franco). La serie è stata presentata, ieri 23 ottobre, alla Festa del Cinema di Roma e arriverà in prima visione dal 22 novembre su Rai 1 e Raiplay, prossimamente su Disney+.

Abbiamo incontrato Serena Rossi e la regista Letizia Lamartire.

“La signora Olga è stata sicuramente una donna che, suo malgrado, era avanti nei tempi. – ha detto Serena Rossi – In un’epoca e in una società rurale e patriarcale si è ritrovata al centro di un’impresa enorme, partita come una cosa piccola e familiare e poi esplosa quasi tra le mani. C’è anche da dire, come ogni tanto piace dire a Letizia, che Olga rappresenta tutto un gruppo di donne che durante la guerra si sono ritrovate a ricostruire un paese e a sfamare i figli da sole, perché i mariti erano al fronte. È una di quelle donne che hanno reso grande l’Italia in quel tempo: un esempio, un modello, nella sua semplicità, concretezza e grande umanità. Ce ne devono essere sempre di più”.

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Giulia Cecchettin, il dolore diventa cinema. Filippo Timi: «Interpretare suo padre è un privilegio»

24 October 2026 at 08:00

Non c’è bisogno di mostrare un assassino per raccontare un femminicidio. A volte basta una sedia vuota, una voce che non risponde, una famiglia costretta a reinventare la propria esistenza. È questa la scelta narrativa di Se domani non torno, il film dedicato a Giulia Cecchettin, presentato venerdì 23 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, in collaborazione con Alice nella Città.

Una storia che l’Italia conosce, ma che il cinema prova a raccontare da una prospettiva diversa: non quella dell’orrore, bensì di ciò che rimane dopo. E soprattutto di quello che può nascere dalle macerie.

Gino Cecchettin e il coraggio di trasformare il dolore

Diretto da Paola Randi, che firma la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan, il film nasce da Cara Giulia, il libro scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso.

Al centro c’è una famiglia del Nordest: un padre, tre figli, la quotidianità fatta di studio, progetti e piccoli appuntamenti. Poi l’11 novembre 2023, quando Giulia scompare, ogni certezza viene cancellata. Gino Cecchettin, intervenuto alla presentazione romana, ha spiegato quanto sia difficile condividere pubblicamente una sofferenza che si vorrebbe proteggere dal mondo. Eppure raccontarla può diventare un modo per aiutare gli altri, trasformando una tragedia individuale in una responsabilità collettiva.

Giulia Cecchettin, il dolore diventa cinema. Filippo Timi: «Interpretare suo padre è un privilegio»
Una scena del film

La regista ha scelto di costruire il racconto attorno all’assenza. L’assassino non compare mai. Nessuna centralità concessa al carnefice, nessuna spettacolarizzazione della violenza. Lo sguardo resta su Giulia e sulle persone che l’hanno amata.

Filippo Timi diventa Gino: «Un uomo straordinario»

A interpretare il padre di Giulia è Filippo Timi, che considera questa esperienza una delle più significative sul piano umano. L’attore ha raccontato di aver accantonato qualsiasi protagonismo per avvicinarsi a un uomo capace di reagire all’inimmaginabile senza trasformare il dolore in odio. Una figura che ha scelto la dolcezza e l’impegno civile dove sarebbe stato comprensibile aspettarsi soltanto rabbia.

Sabrina Martina interpreta Giulia, mentre Tecla Bossi veste i panni della sorella Elena e Tommaso Allione quelli del fratello Davide. Per Martina, la sfida è stata restituire a Giulia la complessità di una giovane donna, evitando che la sua identità venisse schiacciata dalla tragedia. Alla presentazione romana hanno partecipato anche numerosi studenti, interlocutori fondamentali di un film che vuole parlare soprattutto alle nuove generazioni.

Se domani non torno arriverà nei cinema il 5 novembre, distribuito da Notorious Pictures. Non pretende di offrire risposte semplici a una tragedia che continua a interrogare il Paese. Chiede, piuttosto, di non considerarla inevitabile. Perché il modo migliore di ricordare Giulia non è soltanto custodirne la memoria. È provare a costruire una società nella quale storie come la sua non debbano più accadere.

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Elisa: “Ho quasi 50 anni e sto vivendo la perimenopausa, una fase molto particolare che ti rende anche più vulnerabile. Viviamo in una società molto dura con le donne, a tutte le età”

24 October 2026 at 06:00

Elisa Toffoli è sbarcata, ieri 23 ottobre, sul tappeto rosso della Festa del Cinema di Roma, dove ha presentato il documentario “Kintsugi… e sono la mia opera”. Un racconto di dolore, trasformazione e rinascita nato durante la lavorazione del suo nuovo album “Kintsugi”, in arrivo il 27 novembre.

“Io ho quasi 50 anni e sto vivendo la perimenopausa, una fase molto particolare che ti rende anche più vulnerabile. – ha spiegato – Quello che ho imparato finora è che l’evoluzione passa attraverso la naturalezza. Viviamo in una società molto dura con le donne, a tutte le età. Fin da giovani ci viene chiesto di essere perfette, performanti, belle, impeccabili. Standard che non sono né naturali né reali. Ho una figlia di 17 anni e vedo da vicino quanto questa pressione colpisca anche le generazioni più giovani”.

E ancora: “L’antidoto? Sicuramente la condivisione. Oggi, per una donna, essere anticonformista significa andare contro questa società. La sorellanza, non la competizione. Aprirsi le une alle altre con onestà, semplicità e naturalezza. Ci è stato tolto il tempo per stare insieme: siamo tutti di corsa, frenetici, sempre in superficie e mai abbastanza in profondità. Ed è qualcosa che crea un disagio profondo”.

L’artista ha ricordato il passato: “Penso alle donne di una volta, alle mamme, alle nonne, alle zie, ai cortili dove ci si ritrovava a parlare, a sbucciare i fagioli, a lavorare a maglia. Erano momenti di convivialità e di scambio tra generazioni che oggi quasi non esistono più. Eppure erano fondamentali: magari una frase della nonna ti tornava in mente mesi dopo, proprio quando ne avevi bisogno”.

La società di oggi, osservato Elisa, “ci offre sempre meno occasioni per vivere queste esperienze di comunità. Per questo dobbiamo ricercarle consapevolmente, anche in modo ribelle e curioso. Dobbiamo inseguire ciò che ci riaccende e ci fa stare bene. Oggi le risposte ce le dà più l’anima che il rispetto di regole spesso assurde e incapaci di farci stare bene”.

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