Regione Lombardia sceglie la leva dell’impresa per affrontare uno dei problemi più persistenti delle aree alpine: la difficoltà di offrire ai giovani prospettive economiche sufficienti a convincerli a restare. Una questione che ora entra nell’agenda della cooperazione europea grazie alla proposta presentata dall’assessore regionale allo Sviluppo economico Guido Guidesi, approvata a Lindau, in Germania, durante l’Assemblea generale di EUSALP. La Dichiarazione adottata al termine dell’incontro riconosce ufficialmente l’iniziativa lombarda e apre un percorso comune per sostenere l’imprenditorialità giovanile nei territori montani. A coordinarlo sarà Regione Lombardia.
Il mandato ottenuto a Lindau ha un peso politico preciso. La Regione guiderà il confronto tra amministrazioni alpine chiamate a individuare strumenti condivisi per favorire la nascita di nuove imprese. Il problema è noto: nei territori montani la possibilità di costruire un’attività economica si scontra con difficoltà che possono scoraggiare gli investimenti e alimentare la partenza delle nuove generazioni. Su queste condizioni Guidesi intende concentrare il lavoro, portando la questione anche all’attenzione della Commissione europea.
C’è però una distanza da colmare tra l’accordo istituzionale e gli interventi concreti. La missione, denominata Giovani imprenditori per le Alpi: valorizzare la prossima generazione di talenti alpini, parte con il riconoscimento delle regioni coinvolte e un programma che dovrà produrre risultati entro il 2027. Le politiche comuni sono ancora da costruire.
Il terreno di confronto è ampio. EUSALP, la Strategia dell’Unione europea per la Regione Alpina, riunisce 48 regioni appartenenti a sette Paesi, dall’Italia all’Austria, dalla Francia alla Germania, fino a Slovenia, Svizzera e Liechtenstein. Amministrazioni che operano in sistemi economici differenti, ma condividono la necessità di mantenere vive comunità nelle quali la presenza di imprese e opportunità professionali può incidere sulle scelte delle nuove generazioni. Regione Lombardia cercherà di individuare soluzioni utilizzabili nei diversi territori, partendo dalle esperienze già maturate a livello regionale.
A Lindau è emersa anche una questione meno immediata, che riguarda le condizioni necessarie per fare impresa. Un giovane può avere un progetto imprenditoriale, ma la scelta di realizzarlo in montagna dipende anche dalla possibilità di trovare casa e dalla disponibilità dei servizi. Il primo laboratorio operativo della missione, organizzato all’Inselhalle, si è concentrato proprio su questi aspetti. Giovani e rappresentanti istituzionali delle regioni alpine hanno discusso delle difficoltà legate alla vita nei territori montani, attraverso domande interattive e momenti di confronto diretto. I contributi raccolti serviranno a orientare le prossime attività.
Per Guidesi, la capacità di trattenere le nuove generazioni passa dalla costruzione di opportunità economiche credibili. «Il futuro dei nostri territori dipende dalla capacità di offrire opportunità concrete ai giovani», ha dichiarato l’assessore, indicando nella collaborazione tra le regioni uno strumento per migliorare le politiche esistenti e rappresentare a Bruxelles le esigenze specifiche delle aree alpine.
La scelta di Regione Lombardia è dunque quella di mettere l’imprenditorialità giovanile al centro del confronto sul futuro delle montagne. La nascita di nuove attività può contribuire al ricambio generazionale e alla tenuta economica delle comunità, dove la riduzione della popolazione rende più difficile mantenere servizi e occupazione. Resta da individuare quali strumenti possano favorire concretamente questo processo e quali esperienze regionali siano applicabili anche altrove.
La Dichiarazione di Lindau ha formalizzato l’avvio del percorso, approvando la Nota di missione lombarda. Nella stessa assemblea EUSALP ha riconosciuto altre due iniziative, dedicate all’economia circolare nel settore tessile e alla sostenibilità dei grandi eventi sportivi. Per il progetto sull’imprenditorialità giovanile, Regione Lombardia lavorerà con le regioni partner e con il Consiglio dei giovani EUSALP. Saranno coinvolti anche i Gruppi d’Azione della Strategia alpina ed esperti scientifici.
La prima fase prevede la raccolta di dati e una ricognizione delle politiche regionali già adottate. Il confronto proseguirà attraverso consultazioni e laboratori con i giovani, per individuare gli ostacoli più ricorrenti e verificare quali soluzioni possano essere condivise. Un lavoro che dovrà tenere conto delle differenze tra i territori, evitando di considerare le aree alpine come un unico contesto economico.
Il calendario fissa già una scadenza. Entro la fine del 2027 Regione Lombardia dovrà arrivare a un quadro comune di riferimento per le politiche di sostegno all’imprenditorialità giovanile. Il documento sarà presentato all’Assemblea generale EUSALP e potrà essere utilizzato dalle amministrazioni regionali per orientare i propri interventi e avanzare proposte condivise alla Commissione europea.
L’eventuale passaggio successivo è previsto nel 2028, con la possibilità di avviare un progetto pilota sulla base dei risultati ottenuti. Per ora l’iniziativa non definisce nuove misure operative né un pacchetto di finanziamenti. Il confronto dovrà stabilire quali interventi proporre e su quali priorità trovare un accordo. Nel frattempo cambierà anche la guida politica della cooperazione alpina. La presidenza EUSALP passerà dalla Baviera alla Francia per il 2027. Sarà sotto la presidenza francese che Regione Lombardia dovrà portare a compimento il lavoro avviato a Lindau, presentando alle altre amministrazioni alpine le proposte elaborate insieme ai giovani e ai territori coinvolti.
La leader dell’estrema destra tedesca Alice Weidel ha presentato un piano per ridurre drasticamente i poteri dell’Unione europea, abolire l’elezione diretta del Parlamento europeo e trasferire gran parte delle decisioni alle istituzioni nazionali. Il progetto, illustrato ieri a Strasburgo, prevede anche una riduzione del bilancio comunitario e maggiori possibilità per la Germania di sottrarsi alle politiche comuni. Almeno inizialmente, però, il partito Alternative für Deutschland (AfD) non intende chiedere l’uscita del paese dall’Unione o dall’euro.
Il documento, intitolato New Deal for Europe, definisce la strategia con cui l’AfD vorrebbe trasformare l’Unione in un’organizzazione fondata sulla sovranità degli Stati, con istituzioni centrali più deboli e competenze limitate. Durante la conferenza stampa al Parlamento europeo, Weidel ha sostenuto che l’attuale struttura dell’UE abbia bisogno di una revisione profonda e che i governi e i parlamenti nazionali debbano tornare a essere i principali responsabili delle decisioni politiche.
La proposta più significativa riguarda il Parlamento europeo. L’AfD vuole eliminare il sistema di elezione diretta, introdotto nel 1979, e sostituirlo con un’assemblea composta da delegati designati dai parlamenti dei singoli Stati. In questo modo, i cittadini europei non eleggerebbero più direttamente i propri rappresentanti a Strasburgo e Bruxelles. Il partito propone inoltre di trasformare la Commissione europea in un organismo con funzioni esclusivamente amministrative, privandola di gran parte delle attuali competenze politiche, e di sostituire la Corte di giustizia dell’Unione europea con un tribunale arbitrale incaricato di risolvere le controversie tra gli Stati.
Il progetto comporterebbe quindi una revisione sostanziale dei trattati europei, che oggi disciplinano il funzionamento delle istituzioni e la distribuzione delle competenze tra l’Unione e i governi nazionali. Secondo Weidel, l’attuale sistema attribuisce a Bruxelles un potere eccessivo, soprattutto nella regolamentazione economica e nelle scelte che riguardano direttamente cittadini e imprese. In una recente intervista all’Economist, la leader dell’AfD ha descritto il proprio obiettivo come quello di riportare l’Unione a una comunità di Stati sovrani, legati principalmente da un’area di libero scambio.
Un altro elemento centrale del programma riguarda il finanziamento delle istituzioni europee. L’AfD propone di ridurre e fissare un limite massimo al bilancio dell’Unione, bloccare l’aumento del personale e abolire alcune agenzie comunitarie. Il partito vorrebbe inoltre utilizzare il potere di veto della Germania per eliminare determinate fonti di finanziamento europeo, comprese quelle collegate all’IVA e ai contributi sulla plastica non riciclata.
Il documento prevede anche la possibilità di bloccare future decisioni sul finanziamento dell’Unione e di minacciare una drastica riduzione dei contributi tedeschi qualora Bruxelles non accettasse le riforme richieste. La Germania, uno dei principali contributori netti al bilancio europeo, dovrebbe secondo l’AfD smettere di sostenere una quota così elevata delle spese comuni.
La stessa impostazione riguarda le politiche economiche e monetarie. Il partito si oppone all’emissione di debito comune europeo, rifiuta l’introduzione dell’euro digitale e chiede che le maggiori economie dell’eurozona abbiano un peso superiore nelle decisioni della Banca centrale europea. Weidel sostiene inoltre che la BCE dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla stabilità dei prezzi, criticando gli interventi monetari che, secondo l’AfD, hanno favorito il finanziamento del debito pubblico degli Stati.
Sul piano delle competenze, il programma chiede che la Germania possa ottenere deroghe alle regole europee in materia di immigrazione, fiscalità, politiche sociali, difesa e indebitamento comune. Ulteriori esenzioni sarebbero richieste per le politiche ambientali, industriali, agricole e finanziarie qualora l’Unione non accettasse modifiche sostanziali. Weidel ha citato anche il sistema di Schengen, sostenendo che la Germania dovrebbe poterne uscire se non fosse più in grado di garantire un controllo efficace delle frontiere.
La presentazione del piano arriva in una fase favorevole all’AfD sul piano elettorale. Il partito ha ottenuto importanti successi nelle recenti elezioni regionali in Sassonia Anhalt e Meclemburgo Pomerania Anteriore e figura ai primi posti nei sondaggi nazionali. Weidel ha indicato le elezioni federali tedesche del 2029 come il principale appuntamento per provare a conquistare responsabilità di governo e avviare il programma di riforme europee.
La possibilità di realizzarlo dipenderà tuttavia anche dagli equilibri politici tedeschi. Nonostante la crescita elettorale, l’AfD avrebbe bisogno di alleati per formare una maggioranza parlamentare. I principali partiti tradizionali, compresa l’Unione cristiano democratica, continuano a escludere una collaborazione con l’estrema destra attraverso la politica di isolamento comunemente definita Brandmauer, il cordone sanitario contro l’AfD. Weidel ha criticato questa strategia e ha sostenuto che spetti ai conservatori modificare la propria posizione, escludendo concessioni sui punti fondamentali del programma del suo partito.
Vladimir Putin ha annunciato di essere disposta a riprendere i negoziati con Ucraina e Stati Uniti per cercare di mettere fine alla guerra, dopo un incontro di circa tre ore con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, ieri a San Pietroburgo. I colloqui potrebbero svolgersi a metà novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, ma per il momento non sono stati concordati né una data definitiva, né un programma negoziale. L’apertura del Cremlino è arrivata mentre il presidente americano Donald Trump sostiene che un accordo sia sempre più vicino, nonostante le persistenti divergenze tra Mosca e Kyjiv e il proseguimento degli attacchi russi contro le città ucraine.
Poche ore dopo l’annuncio, nella notte tra mercoledì e giovedì, nuovi missili russi hanno colpito la capitale ucraina, danneggiando edifici residenziali e provocando sei feriti, secondo il sindaco Vitaliy Klitschko. Gli attacchi si sono aggiunti ai bombardamenti delle ore precedenti, che avevano causato tre morti e dodici feriti a Kyjiv e altre due vittime nella regione di Kharkiv. La prosecuzione delle operazioni militari mostra la distanza tra la disponibilità a tornare al tavolo negoziale e la possibilità di ottenere una sospensione effettiva dei combattimenti.
A comunicare la posizione russa è stato Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera, che ha partecipato all’incontro con Witkoff. Secondo Ushakov, il presidente russo ha accettato in linea di principio la proposta americana di riprendere i negoziati trilaterali a partire dal 10 novembre. I colloqui dovrebbero svolgersi inizialmente a livello tecnico, con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti, e concentrarsi sulle future garanzie di sicurezza per Mosca e Kyjiv. Abu Dhabi è stata indicata come possibile sede. Durante l’incontro, Witkoff ha inoltre presentato a Putin le proposte discusse il giorno precedente con l’Ucraina e i governi europei, tra cui nuove garanzie di sicurezza e una possibile sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Ushakov le ha giudicate poco utili per arrivare a una soluzione del conflitto, pur riconoscendo successivamente alcuni segnali di progresso diplomatico.
Witkoff ha definito costruttivo l’incontro con Putin, il nono tra i due dall’inizio dei contatti diplomatici promossi dall’amministrazione Trump, e ha confermato che le discussioni proseguiranno in un formato trilaterale. Ha però riconosciuto che rimane ancora molto lavoro da fare per arrivare a un accordo. Secondo Reuters, l’inviato americano ha consegnato a Putin alcuni documenti contenenti nuove idee per una possibile intesa.
La riunione di San Pietroburgo è stata preceduta da una serie di incontri a Oslo, dove martedì Witkoff aveva discusso con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con rappresentanti europei, tra cui il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb. Ai colloqui avevano partecipato anche rappresentanti della NATO. Durante gli incontri in Norvegia era stata avanzata anche la possibilità di organizzare un vertice direttamente tra Trump, Putin e Zelensky. Il Cremlino non ha assunto alcun impegno in questo senso, limitandosi ad accettare la ripresa delle discussioni tra funzionari. Mosca ha ribadito che un eventuale incontro tra Putin e Zelensky dovrebbe essere preceduto da un’attenta preparazione diplomatica.
Parlando con i giornalisti durante il ritorno dalla Norvegia, Volodymir Zelensky ha spiegato di avere ricevuto dagli Stati Uniti la conferma della disponibilità di Mosca e di sostenere la proposta americana di convocare rapidamente le delegazioni, preferibilmente entro i primi giorni di novembre. Ha aggiunto che Kyjiv è disponibile a discutere qualsiasi iniziativa che possa portare a un cessate il fuoco, compresa una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, oltre a misure umanitarie. Zelensky ha comunque ricordato che la Russia aveva già manifestato in passato la volontà di partecipare ai negoziati, salvo poi rinviarli o interromperli.
Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, nel febbraio del 2022, si sono susseguite diverse iniziative negoziali senza che fosse raggiunta un’intesa per fermare la guerra. Nei primi mesi del 2026, rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti si erano incontrati ad Abu Dhabi e successivamente a Ginevra, ottenendo progressi limitati soprattutto agli scambi di prigionieri. I colloqui si erano poi interrotti a febbraio, in coincidenza con l’inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Il principale ostacolo a un accordo resta la distanza tra le condizioni poste dai due paesi. Ieri Zelensky ha ribadito di essere disposto ad accettare un cessate il fuoco che congeli le posizioni militari lungo l’attuale linea del fronte, rinviando a successive trattative la definizione delle garanzie di sicurezza. Una soluzione del genere non comporterebbe necessariamente il riconoscimento giuridico dei territori occupati dalla Russia, ma permetterebbe di interrompere i combattimenti senza attendere un accordo politico complessivo.
Mosca continua invece a rivendicare il controllo dell’intera regione di Donetsk, nell’Ucraina orientale, comprese le aree che le sue forze non sono riuscite a conquistare. Il Cremlino mantiene inoltre la propria opposizione a un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO e insiste sulla necessità di raggiungere un accordo complessivo, anziché limitarsi a una tregua temporanea. Attualmente la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, compresa la Crimea, annessa illegalmente nel 2014. Putin ha ripetuto durante l’incontro con Witkoff che le sue truppe manterrebbero l’iniziativa strategica lungo il fronte, una valutazione contestata da Kyjiv e dai suoi alleati europei, che descrivono una situazione militare sostanzialmente bloccata.
Le proteste degli autotrasportatori contro il caro carburante si stanno progressivamente attenuando nel Sud Italia, dopo quasi una settimana di blocchi stradali che hanno provocato gravi difficoltà nella distribuzione di alimenti e carburanti. Nella serata di mercoledì, le principali organizzazioni che ancora mantenevano i presidi in Sicilia e Calabria hanno annunciato la sospensione delle mobilitazioni. In Campania, invece, la situazione resta più complicata. Nella giornata di mercoledì sono stati liberati alcuni punti di accesso alla rete autostradale nelle zone di Caserta e Mercato San Severino, nel Salernitano. Una parte dei manifestanti si è tuttavia spostata verso Pontecagnano, lungo l’autostrada in direzione della Calabria, mentre altri presidi sono rimasti attivi nelle aree industriali.
Il Consiglio dei ministri convocato oggi ha approvato un decreto legge di nove articoli con nuovi interventi a sostegno dell’autotrasporto, dell’agricoltura e della pesca per contrastare gli effetti del caro carburante. Il provvedimento prevede ulteriori risorse per i crediti di imposta sul gasolio, la possibilità di sospendere i canoni di leasing dei mezzi pesanti e contributi a fondo perduto per agricoltori e pescatori.
L’esecutivo ha contemporaneamente rafforzato i controlli sui presidi che impediscono la circolazione delle merci. Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno, sono state identificate 1.339 persone, 71 sono state denunciate e 242 hanno ricevuto sanzioni amministrative. In Campania le forze dell’ordine hanno inoltre scortato circa 500 camion per consentire ai conducenti di proseguire il lavoro.
La decisione di sospendere i blocchi in Sicilia è arrivata dopo un incontro nella prefettura di Catania. L’Associazione imprese autotrasportatori siciliani (Aias), guidata da Giuseppe Richichi, aveva inizialmente respinto l’intesa raggiunta con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, mantenendo i presidi lungo l’autostrada tra Messina e Catania, davanti al porto di Palermo e in altri punti della rete stradale regionale. La posizione dell’associazione è cambiata in seguito alle rassicurazioni ricevute sulla possibilità di partecipare ai prossimi incontri nazionali dedicati al settore. Fino a poche ore prima l’Aias aveva confermato l’intenzione di proseguire la protesta a tempo indeterminato.
Nella mattinata di giovedì sono progressivamente riprese anche le consegne ai supermercati dell’Isola, mentre Confagricoltura Ragusa ha confermato la sostanziale conclusione dei blocchi.
All’interno del movimento siciliano erano emerse divisioni tra le diverse organizzazioni. Il Comitato trasportatori siciliani (Cts) aveva già deciso di interrompere il fermo dopo l’incontro del 20 ottobre con il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, mentre l’Aias considerava insufficienti gli impegni assunti dal governo. Le richieste avanzate da quest’ultima comprendevano contributi straordinari per il gasolio, una sospensione temporanea dei versamenti contributivi, finanziamenti agevolati e maggiori tutele per le imprese di trasporto più piccole.
Anche in Calabria la federazione regionale della logistica Fedralog, che aveva proclamato il fermo, ha annunciato la sospensione della protesta. L’organizzazione ha spiegato di voler dare fiducia al governo in vista dell’incontro già fissato per il 27 ottobre con Salvini. Ha però avvertito che, in assenza di risposte soddisfacenti, potrebbe organizzare una manifestazione nazionale a Roma con la partecipazione dei mezzi pesanti.
Giovedì mattina la ripresa dei trasporti ha consentito il ritorno di frutta, verdura e altri prodotti alimentari sugli scaffali di numerosi supermercati calabresi, anche se le consegne non sono ancora tornate ovunque alla normalità. Sono ripartiti anche i rifornimenti delle stazioni di servizio, mentre nel Cosentino sono stati rimossi i presidi lungo le statali 106 e 534 e nelle aree del Pollino e della Sibaritide.
La protesta è cominciata per contestare l’aumento del prezzo del gasolio, che secondo gli autotrasportatori sta rendendo sempre più difficile sostenere i costi di esercizio delle imprese. Alle mobilitazioni hanno partecipato anche gruppi di agricoltori, alle prese con l’aumento delle spese per carburanti, energia e produzione. I blocchi hanno però assunto dimensioni più ampie della vertenza iniziale, coinvolgendo sia operatori aderenti alle organizzazioni di categoria sia comitati locali e gruppi autonomi.
Il 20 ottobre Salvini e il viceministro Edoardo Rixi hanno incontrato a Milano le principali associazioni dell’autotrasporto, raggiungendo un’intesa su un pacchetto di sostegni economici che, secondo il governo, supera complessivamente il miliardo di euro. Una parte degli interventi riguarda lo sblocco di circa 480 milioni di euro destinati a soddisfare le domande di contributo relative al maggior costo del gasolio sostenuto dalle imprese tra marzo e agosto.
ixi ha annunciato l’avvio delle erogazioni e ulteriori risorse per le spese sostenute tra il 1° settembre e il 5 ottobre, precisando tuttavia che il relativo credito d’imposta sarà utilizzabile nel 2027. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri prevede, in particolare, un incremento di 66,4 milioni di euro delle risorse per i ristori relativi ai mesi precedenti e altri 60 milioni per il periodo dal 1° settembre al 5 ottobre. Rixi ha spiegato che i primi crediti saranno disponibili per le imprese dalla prossima settimana. Il viceministro ha inoltre confermato che il governo sta procedendo, per via amministrativa, allo sblocco di 590 milioni di euro già destinati al rinnovo del parco veicolare, dando priorità alle imprese che utilizzano i mezzi più vecchi, dalle classi Euro 0 a Euro 4.
Tra le novità del decreto figura anche la possibilità, per le imprese medio-piccole dell’autotrasporto che non possono beneficiare del credito d’imposta sul carburante perché utilizzano veicoli di classe inferiore a Euro 5, di sospendere per sette mesi il pagamento dei canoni di leasing degli automezzi, fino al 31 marzo 2027. L’obiettivo è consentire alle aziende di recuperare liquidità. Il provvedimento introduce inoltre una misura ispirata al cosiddetto «modello spagnolo» per l’adeguamento dei corrispettivi del trasporto all’aumento del costo del gasolio. Come spiegato da Rixi, nei casi in cui non esistano contratti scritti sarà possibile indicare in fattura il differenziale dovuto all’incremento del prezzo del carburante.
Per il settore agricolo il Consiglio dei ministri ha approvato uno stanziamento aggiuntivo di 60 milioni di euro destinato a un contributo a fondo perduto pari al 20% delle spese sostenute per l’acquisto di carburante, fino a un massimo di 45 centesimi al litro. Secondo il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, le risorse saranno erogate attraverso Agea e permetteranno di coprire i costi sostenuti fino al 15 ottobre. La misura si aggiunge ai 100 milioni già messi a disposizione nei mesi precedenti. Per la pesca sono previsti ulteriori 10 milioni di euro di contributi a fondo perduto, pari al 10% delle spese di carburante sostenute tra il 1° giugno e il 15 ottobre. Il decreto contempla inoltre un incremento di 20 milioni delle risorse per il credito d’imposta destinato alle imprese ittiche. Per i nuovi contributi agricoli e della pesca, le modalità di presentazione della documentazione dovranno essere definite entro cinque giorni dall’entrata in vigore del decreto, con il pagamento previsto entro i successivi trenta giorni.
Il governo ha assunto una posizione più severa nei confronti delle iniziative che impediscono ai camion di transitare. Dopo una riunione presieduta da Meloni a Palazzo Chigi, alla quale hanno partecipato anche i vicepremier Antonio Tajani e Salvini e i ministri Francesco Lollobrigida e Matteo Piantedosi, l’esecutivo ha ribadito la necessità di distinguere le rivendicazioni degli autotrasportatori dai comportamenti illegali.
Dopo il Consiglio dei ministri, Meloni ha chiesto a Piantedosi di assicurare la libera circolazione delle merci e il rifornimento delle attività commerciali, anche per evitare possibili speculazioni sui prezzi. Il viceministro Rixi ha inoltre riferito che la Commissione di garanzia sugli scioperi sollecita da due giorni la precettazione, precisando che il governo ha finora rinviato il ricorso a questo strumento in attesa di mettere a disposizione tutte le misure di sostegno previste.
Piantedosi ha coordinato gli interventi con prefetti e questori delle province interessate, chiedendo particolare attenzione al rischio di infiltrazioni criminali. In Campania sono state raccolte segnalazioni di intimidazioni e danneggiamenti ai danni di conducenti che volevano riprendere il lavoro. Nel Casertano alcuni camionisti hanno denunciato il taglio degli pneumatici dei propri mezzi e pressioni per costringerli a partecipare ai blocchi. Gli episodi sono oggetto di accertamenti da parte degli investigatori.
Lollobrigida ha riferito che la procura di Napoli ha aperto un’indagine su possibili infiltrazioni mafiose nelle proteste, sottolineando però la necessità di distinguere chi manifesta legittimamente da eventuali soggetti criminali. Il ministro ha inoltre definito i blocchi ancora in corso «ingiustificati e dannosi», invitando a garantire soprattutto la circolazione dei prodotti deperibili, per evitare ulteriori perdite economiche alle imprese agricole del Mezzogiorno.
La Fabbrica del Vapore di Milano ospita la sesta edizione di ReA! Art Fair, la prima fiera in Italia rivolta agli artisti emergenti senza la mediazione di gallerie o musei. Dopo le ultime edizioni, la manifestazione torna alla sua storica collocazione autunnale negli spazi del centro culturale del Comune di Milano, in via Procaccini.
A organizzarla è ReA! Arte, associazione culturale no profit fondata da Maryna Rybakova e Pelin Zeytinci, con l’obiettivo di creare un punto d’incontro diretto tra le nuove voci dell’arte contemporanea, il pubblico e gli operatori del settore. Il modello è quello di un mercato primario: chi visita la fiera dialoga con gli artisti, ne conosce la ricerca e può sostenerne il percorso senza passaggi intermedi.
Ilaria Costaglia Keep Me Safe Oil and acrylic on canvas 80 × 65 cm 2026. Courtesy of the artist
Anche quest’anno la fiera punta su un numero contenuto di partecipanti, con cinquanta artiste e artisti internazionali, scelti tramite un’open call aperta a candidature da tutto il mondo. La selezione è stata curata dal comitato scientifico di ReA! Arte sotto la direzione della head curator Maria Myasnikova, con l’intento di privilegiare qualità e innovazione della proposta.
Il filo conduttore dell’edizione di quest’anno è la distanza tra l’immaginare qualcosa e il portarlo nel mondo. Nel suo testo curatoriale, Myasnikova parte da una constatazione sul presente: «Oggi le idee circolano a una velocità senza precedenti. Vengono generate, condivise, consumate e dimenticate nell’arco di pochi secondi. Le immagini si moltiplicano all’infinito. Le opinioni arrivano già compiute. I concetti sono economici. La realizzazione, invece, non lo è». Le opere in mostra, tra pittura, scultura, installazione, performance, media digitali e pratiche interdisciplinari, nascono proprio da questo scarto, che secondo la curatrice è il luogo in cui l’arte acquista il proprio peso.
Ivy Chilelli, In Flesh, You’re Gone I & II Variable dimensions 2026. Courtesy of the artist
In un momento in cui il lavoro creativo viene misurato sempre più in termini di visibilità e rapidità, ReA! rivendica una scelta diversa, quella di sostenere pratiche che mettono la ricerca davanti alla reazione e lo sviluppo a lungo termine davanti al riconoscimento immediato. «Se le idee sono facili, la realizzazione resta un atto di convinzione», conclude Myasnikova.
La fiera si accompagna a un programma di premi e collaborazioni per gli artisti selezionati. Grazie alla nuova partnership con MARES, uno dei partecipanti otterrà una residenza in Piemonte, da maggio a luglio 2027, nel Complesso Monumentale di Santa Croce, con mostra conclusiva a settembre 2027 e catalogo edito da Allemandi. Torna inoltre il premio in denaro di Artsted, dedicato ai progetti più innovativi.
Tra i cinquanta nomi in fiera figurano, tra gli altri, Azzah Salwaa, Debora Graziano, Pauline Cordier, Nuo Chen, Marco Montemezzo (Amen), Zhang Qi, Johanna Dreyer, Isatou Jallow, Alexandra Taoukidou, Nikolai Prokofiev, Shir Shovel-Simhoni e Marco Silvestre (Nikopol).
Gli Stati Uniti hanno ripreso a condividere con l’Ucraina informazioni di intelligence utili ad anticipare gli attacchi missilistici russi. Lo ha detto Volodymyr Zelensky dopo l’incontro con l’inviato americano Steve Witkoff a Oslo, in Norvegia. «Adesso funziona. È ottimo», ha detto il presidente ucraino, spiegando che gli avvisi preventivi possono salvare vite umane. Il ripristino delle informazioni arriva dopo giorni in cui Kyjiv sembrava aver perso una parte del sostegno di Washington, in una delle fasi più difficili dei rapporti tra i due Paesi dall’inizio dell’invasione russa.
L’incontro si è svolto dopo una settimana di forti tensioni. Il 9 ottobre, ricorda il Guardian, Donald Trump aveva annunciato un’intesa con Mosca sul diesel russo, mentre Kyjiv aveva subito una temporanea interruzione della condivisione di intelligence e restrizioni nell’utilizzo di Starshield, la versione militare di Starlink, il servizio satellitare di Elon Musk. Le limitazioni hanno compromesso la capacità ucraina di condurre alcuni attacchi con droni a medio raggio contro le posizioni russe. Trump ha negato che ci sia stata una decisione politica per danneggiare l’Ucraina e ha continuato a criticare Zelensky, sostenendo che Kyjiv avrebbe potuto raggiungere un accordo con Mosca già due anni fa.
A Oslo il presidente ucraino ha cercato di ricostruire un canale di dialogo. Witkoff ha incontrato Zelensky insieme, in collegamento video, a Jared Kushner, genero di Trump. Hanno partecipato anche il premier norvegese Jonas Gahr Støre, il presidente finlandese Alexander Stubb e rappresentanti europei e britannici della sicurezza. Il colloquio è stato definito «costruttivo» da un funzionario americano. Zelensky ha parlato anche con il segretario di Stato Marco Rubio e ha detto di aver discusso con lui le restrizioni a Starshield e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina.
Certo, è difficile aspettarsi che l’incontro produca cambiamenti sostanziali. Il risultato più concreto potrebbe essere proprio il ripristino della condivisione di intelligence, il pieno funzionamento dei sistemi satellitari e la prosecuzione del programma Purl, attraverso cui i Paesi alleati acquistano armi americane per Kyjiv. Intanto Witkoff si prepara a incontrare Vladimir Putin in Russia. Secondo Washington, l’obiettivo è aprire la strada a negoziati diretti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, oltre che a colloqui multilaterali.
Resta però il nodo di chi debba sedersi al tavolo. Zelensky ha respinto l’ipotesi di un vertice tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping che escluda Kyjiv, proposta attribuita al leader russo. «Non può esserci nulla sull’Ucraina senza l’Ucraina», ha detto Zelensky a Oslo. E ha aggiunto: «Se si parla dell’Ucraina e del nostro futuro, può essere accettabile soltanto se siamo al tavolo dei negoziati».
Per Kyjiv, il ripristino dell’intelligence è un segnale importante, ma non risolve le divergenze sul futuro della guerra. E per l’Europa resta il timore che Washington e Mosca cerchino un’intesa sulle condizioni della pace senza tenere adeguatamente conto delle richieste ucraine.
Dopo gli scontri di Milano, il governo ha approvato un altro decreto sicurezza. Il provvedimento introduce il reato di partecipazione violenta alle manifestazioni, estende alcune misure preventive ai minorenni e prevede sanzioni per i genitori dei ragazzi coinvolti nelle violenze. È il sesto decreto sicurezza dell’esecutivo Meloni. La risposta è ancora una volta affidata al diritto penale, con nuove fattispecie e pene più severe, mentre restano da chiarire le cause delle violenze e le falle nella gestione dell’ordine pubblico.
Tra le novità c’è un nuovo reato per chi partecipa a manifestazioni violente in gruppo, con pene fino a cinque anni di carcere e multe fino a ventimila euro. Per chi organizza o promuove gruppi con l’obiettivo di compiere violenze, anche attraverso strumenti informatici, la pena può arrivare a dodici anni. Il decreto estende inoltre l’arresto in flagranza differita e introduce aggravanti per danneggiamenti e saccheggi. Per i genitori dei minorenni responsabili di violenze sono previste multe da cinquecento a mille euro, raddoppiabili in caso di recidiva.
La miusra riguarda direttamente anche gli under-18. Il fermo preventivo viene esteso ai luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone e può applicarsi ai ragazzi che abbiano compiuto 16 anni. Per i minori sopra i 14 anni viene inoltre introdotta una presunzione di capacità di intendere e di volere, che consente di procedere penalmente senza doverla accertare caso per caso. Sono misure che rendono più semplice l’intervento repressivo, ma aprono interrogativi sulla proporzionalità delle risposte e sulle conseguenze per la giustizia minorile.
La linea della premier è quella del «chi rompe paga». «Nessuna idea politica o disagio sociale» può giustificare le devastazioni, ha dichiarato Giorgia Meloni, chiedendo alle forze politiche di stare «dalla parte della legalità». Ma il punto è proprio distinguere tra la responsabilità individuale di chi commette reati e le ragioni di un disagio sociale che non si esaurisce negli episodi di violenza. Punire i responsabili è necessario; considerare l’inasprimento delle pene una risposta sufficiente è un’altra cosa.
Il decreto, intanto, interviene anche sulla presenza dei militari a Milano. Arriveranno cinquecento soldati in più, con una spesa di 4,7 milioni di euro fino al 31 dicembre, ma non potranno esercitare funzioni di polizia giudiziaria né arrestare direttamente i sospetti. Su questo punto, come riferisce Repubblica, il governo ha rinunciato alla previsione iniziale dopo le osservazioni del Quirinale e le divergenze interne alla maggioranza. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha contestato i limiti del loro impiego; il titolare dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito che i militari devono agire in funzione complementare rispetto alle forze di polizia.
Resta infine da capire che cosa abbia prodotto gli scontri. Crosetto ha evocato una possibile «guerra ibrida», mentre Matteo Salvini ha respinto l’ipotesi di una regia russa. Piantedosi ha parlato di una dinamica che merita approfondimenti, pur riferendo che i primi accertamenti escluderebbero legami strutturati con gruppi antagonisti. L’indagine è ancora in corso.
È qui che il populismo penale mostra il suo limite. Il diritto penale è uno strumento indispensabile, ma dovrebbe essere una risorsa da usare con precisione, non la risposta automatica a ogni emergenza. Moltiplicare i reati e aumentare le pene può offrire un segnale politico immediato. Non sostituisce però il lavoro sulle cause del disagio, la prevenzione delle violenze e la capacità delle istituzioni di gestire le manifestazioni. Né risolve, da solo, le carenze che hanno permesso agli scontri di degenerare.
La bellezza può generare valore anche al di là del suo significato artistico e culturale? E come si possono misurare gli effetti che produce sulle comunità, sulle relazioni e sullo sviluppo dei territori? Sono le domande al centro della quinta edizione del Forum della Bellezza, promosso dalla Fondazione Italia Patria della Bellezza e ospitato il 15 ottobre a Palazzo della Meridiana, a Genova.
Il confronto è nato dalla presentazione di “Good_VIBE, Valuing the Impact of Beauty”, un report realizzato dall’Alta Scuola Politecnica di Milano e Torino che propone di ampliare la valutazione dei progetti culturali oltre il tradizionale rapporto tra investimenti e risultati economici. L’obiettivo è considerare anche gli effetti di medio e lungo periodo sulla vita delle comunità: dalla capacità di creare esperienze e senso di appartenenza alla costruzione di relazioni e opportunità. «La quantificazione della bellezza passa necessariamente attraverso i luoghi, fisici e intangibili, in cui si fa cultura. Il nostro concetto di cultura ne abbraccia tutte le declinazioni: quella che si costruisce con le parole, con la conservazione del patrimonio artistico, con la cura e la scienza, e con la partecipazione collettiva», ha spiegato Maurizio di Robilant, presidente della Fondazione Italia Patria della Bellezza.
Il Forum ha articolato la riflessione in quattro filoni: il patrimonio storico e artistico come risorsa viva per la cittadinanza; la letteratura come spazio di memoria collettiva; la bellezza come strumento di cura e trasformazione; e le nuove geografie dell’incontro, dai progetti di quartiere alle iniziative di cooperazione tra territori. Tra le esperienze presentate figurano i Rolli Days di Genova, la Fondazione Cesare Pavese, il progetto Sciroppo di Teatro a Milano, la Fondazione Bullone e ZIP Zone nelle periferie romane.
La capacità di comunicare il valore dei progetti culturali è anche al centro del bando annuale della Fondazione, arrivato nel 2026 alla sesta edizione. Quest’anno sono state raccolte duecentosettanta candidature, con tre progetti selezionati per ricevere un contributo economico e altre diciannove realtà ammesse a un’adozione pro bono da parte di professionisti della comunicazione. Le richieste sono cresciute del trenta per cento rispetto all’anno precedente.
Il tema, quindi, non riguarda soltanto la tutela del patrimonio, ma anche la capacità delle istituzioni culturali di raggiungere nuovi pubblici e rendere riconoscibile il contributo che producono per la società. Una sfida che richiede strumenti per leggere risultati spesso difficili da quantificare, ma che possono incidere nel tempo sulla qualità della vita e sulle relazioni tra le persone.
«La Russia conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania». Nell’intervista al Corriere della Sera, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky allarga lo sguardo oltre il campo di battaglia ucraino e porta la minaccia russa dentro le democrazie occidentali. Non soltanto missili e droni, ma televisione, mezzi d’informazione, Internet e social network: strumenti attraverso cui, secondo il presidente ucraino, Mosca cerca di alimentare divisioni e influenzare le opinioni pubbliche. «I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe», dice Zelensky. La distinzione è cruciale: il dissenso politico è parte della democrazia, mentre le operazioni di influenza straniere mirano a sfruttarlo e indirizzarlo. «Come vivere e chi eleggere devono deciderlo italiani, francesi, ucraini, spagnoli. Non i russi».
Il presidente ucraino indica nell’immigrazione uno dei terreni su cui il Cremlino può fare leva, insieme a religione, lingua e questioni di genere. L’obiettivo, nella sua ricostruzione, è usare qualsiasi argomento capace di dividere le società e indebolire la fiducia nelle istituzioni. È un avvertimento rivolto anche all’Italia, chiamata a riconoscere che la competizione con Mosca non si esaurisce nel sostegno militare a Kyjiv.
Le parole di Zelensky arrivano in una fase delicata della diplomazia. Secondo Axios, l’inviato speciale americano Steve Witkoff è atteso a Oslo per incontrare il presidente ucraino e i leader europei. L’obiettivo è elaborare una proposta di pace da presentare alla Russia. In seguito, Witkoff intende recarsi a Mosca per discutere le idee sviluppate con Kyjiv e i partner europei.
Il percorso negoziale si apre però mentre i rapporti tra Washington e Kyjiv sono sotto pressione. Zelensky ha detto di sentirsi tradito dal presidente Donald Trump denunciato limitazioni nella condivisione di informazioni d’intelligence e nella fornitura di armamenti, oltre a restrizioni su Starlink. Il presidente ucraino le considera ingiuste e chiede che gli Stati Uniti si comportino da partner.
È in questo quadro che la denuncia sulla guerra ibrida assume un significato più ampio. Mentre si cerca una formula per fermare i combattimenti, resta aperta la questione di come proteggere le società europee dalle operazioni di influenza attribuite a Mosca. Per Zelensky, la posta in gioco non riguarda soltanto i confini dell’Ucraina: riguarda anche la libertà degli europei di scegliere il proprio futuro senza interferenze straniere.
Il governo prepara una stretta sulla sicurezza dopo le violenze e le devastazioni che hanno accompagnato le manifestazioni contro il carovita a Milano. Il Consiglio dei ministri, convocato per oggi alle 17.30, esaminerà un decreto legge per rafforzare gli strumenti di contrasto ai disordini di piazza. Tra le misure previste c’è il dispiegamento di altri 500 militari nel capoluogo lombardo, nell’ambito dell’operazione Strade sicure, ma soprattutto la possibilità di attribuire temporaneamente ai soldati funzioni proprie delle forze di polizia.
È il ministro della Difesa Guido Crosetto a insistere sulla necessità di accompagnare il rafforzamento del contingente con una modifica normativa. «È facile annunciare militari in più senza nemmeno affrontare il problema di cosa dovranno fare e come potranno farlo», ha scritto su X. Per il ministro, il decreto dovrà consentire ai militari di «agire come le forze di polizia» per il tempo necessario a sostenere Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza, quantificato in tre mesi. Il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago sta lavorando con gli uffici legislativi del ministero per definire le norme necessarie. L’obiettivo è rendere immediatamente operativo il rafforzamento del dispositivo di sicurezza a Milano, dove il governo vuole aumentare la presenza sul territorio dopo gli scontri dei giorni scorsi. La sottosegretaria Isabella Rauti, con delega all’operazione Strade sicure, ha confermato che il dispiegamento di altri 500 militari è stato deciso durante il vertice straordinario convocato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
La riunione si è svolta lunedì a Palazzo Chigi ed è durata circa un’ora e mezza. Oltre a Meloni, erano presenti i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, i ministri Crosetto, Matteo Piantedosi (Interno) e Francesco Lollobrigida (Sovranità alimentare), insieme ai vertici delle forze dell’ordine e dell’intelligence. Al centro dell’incontro, un’analisi degli scontri registrati in diverse città e la definizione di una risposta che, nelle intenzioni dell’esecutivo, non comprometta la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto a organizzare cortei pacifici.
Il decreto dovrebbe contenere anche altre misure. Tra le ipotesi figurano l’estensione fino a 24 ore del fermo preventivo, al di fuori delle manifestazioni autorizzate, il rafforzamento degli strumenti di prevenzione del questore e l’introduzione del reato di danneggiamento aggravato. Si valuta inoltre l’arresto obbligatorio per i reati di devastazione commessi durante le manifestazioni, con la possibilità di procedere all’arresto differito entro 48 ore, e il potenziamento degli organici dei tribunali per i minorenni. I ministeri competenti stanno lavorando al testo, sul quale è attesa anche un’interlocuzione con il Quirinale.
La linea politica è stata sintetizzata dai due vicepremier. «Il governo risponderà duramente agli attacchi contro lo Stato, anche con misure in grado di fermare i minorenni violenti», ha scritto Tajani. Salvini ha salutato l’iniziativa con un «dalle parole ai fatti». Anche il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha promesso una risposta decisa, dichiarando che il governo intende stroncare quelli che ha definito «rigurgiti anni Settanta».
Intanto, a Milano, circa un centinaio di persone si sono riunite in piazza San Carlo, nei pressi del Duomo, per esprimere solidarietà alle forze dell’ordine. Alla manifestazione hanno partecipato il presidente del Senato Ignazio La Russa e due possibili candidati del centrodestra alle prossime elezioni comunali, Silvia Sardone della Lega e Matteo Perego di Cremnago di Forza Italia. La Russa ha criticato chi condanna le violenze accompagnando la propria posizione con delle riserve, sostenendo che così facendo si finisce per alimentare le proteste.
Sul fronte cittadino, le conseguenze degli scontri hanno colpito anche il quadrilatero della moda, dove diversi negozi di lusso hanno abbassato le serrande. Il bilancio riportato dalle agenzie parla di 14 poliziotti feriti, 271 persone accompagnate in questura e danni stimati in un milione di euro. Il sindaco Giuseppe Sala ha visitato gli esercizi commerciali danneggiati.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso solidarietà alle forze dell’ordine e definito inaccettabili le violenze, chiedendo però anche un’analisi approfondita degli episodi e dei soggetti coinvolti. Una precisazione che accompagna il confronto politico sulle nuove misure: il governo punta a dare una risposta rapida, mentre il decreto dovrà tradurre gli annunci in norme concrete, definendo limiti e poteri degli operatori chiamati a garantire l’ordine pubblico.
Venticinque anni dopo la prima edizione di Club To Club, nel 2002, C2C Festival torna a Torino dal 29 ottobre al 1 novembre con quello che gli organizzatori definiscono il programma più ambizioso della sua storia. Un anniversario che arriva al termine di un anno di espansione internazionale: prima il sold out della seconda edizione di C2C NYC, indicata dal New Yorker tra gli highlight della primavera musicale newyorkese, poi il debutto a Londra al Barbican Centre, uno dei centri culturali più prestigiosi al mondo, con un evento andato esaurito in anticipo.
La vocazione globale del festival si legge nei numeri dell’edizione torinese, avviata verso il sold out per il quinto anno consecutivo. Per la prima volta il pubblico straniero supera quello italiano, attestandosi oltre il 53% dei biglietti venduti. Ancora più netto il dato anagrafico: il 78% degli spettatori ha meno di 35 anni, a conferma del ruolo di C2C come punto di riferimento per la youth culture in Italia.
Proprio alle nuove generazioni è dedicato C2C Curators, programma gratuito di formazione per giovani curatrici e curatori musicali appena lanciato dal festival: tra le 200 candidature arrivate ne sono state selezionate 12, che lavoreranno tra workshop e percorsi di affiancamento sul patrimonio di pratiche accumulato in un quarto di secolo.
Inserita come sempre nella cornice della Torino Art Week, l’edizione 2026 coinvolge un numero record di spazi. Le OGR Torino, partner strategico, ospitano la serata inaugurale di giovedì 29 – il Grand Opening presentato da Alfa Romeo – e il finissage di domenica 1 novembre. Il Lingotto Fiere resta la main venue di venerdì e sabato e accoglie il debutto del nuovo DAZED Stage. Il Teatro Regio ospita per il quarto anno consecutivo C2C Talks, venerdì 30 ottobre dalle 13 alle 16:30, con il C2C Podcast insieme ad Arca, Kode9 e ML Buch.
Due le iniziative pensate apposta per l’anniversario. Sabato 31 ottobre il festival torna al Teatro Carignano, undici anni dopo l’ultima volta, per un matinée speciale con le norvegesi Smerz. Domenica 1 novembre, invece, un evento diffuso rievoca il format originale: un unico biglietto darà accesso contemporaneamente a Le Roi, la storica ballroom progettata da Carlo Mollino, e al Notorius, tra i locali della primissima edizione del 2002 (programma ancora da annunciare).
Il quartier generale resta Combo Torino, che quest’anno ospita anche l’anteprima per i più piccoli, C2C KIDS!, domenica 25 ottobre: l’intero incasso sarà devoluto a Medici Senza Frontiere, charity partner storico del festival.
Per il quinto anno consecutivo nella lista dei migliori festival stilata da Pitchfork, C2C conferma la sua formula multigenere, quell’”avant-pop” che ha contribuito a definire a livello globale. Protagonista assoluta è Robyn, in esclusiva italiana venerdì 30 al Lingotto: l’icona pop svedese porta dal vivo Sexistential, l’album che segna il suo ritorno solista dopo sette anni.
Grande attesa anche per Yung Lean e Bladee, per la prima volta insieme su un palco italiano sabato 31: due nomi chiave della scena cloud rap e della galassia Drain Gang, che in oltre un decennio hanno ridisegnato i confini tra rap, elettronica e cultura digitale. Debutta al festival la producer francese Oklou, reduce dal successo di Choke Enough, tra pop etereo, rimandi Y2K e atmosfere barocche.
Pesano i ritorni. Arca arriva con XXXXX, uno dei suoi lavori più densi; Kelela torna a C2C a oltre dieci anni dall’ultima apparizione, con il suo New Avatar contaminato da shoegaze, indie e jazz. E c’è Chuquimamani-Condori, fresco di Leone d’Argento alla Biennale Musica di Venezia, qui nella veste di DJ E.
Apertura con The Avalanches, pionieri australiani del collage sonoro, che presentano il nuovo No Bad Memories, a sei anni da We Will Always Love You. Con loro Shygirl in esclusiva italiana, con brani dall’imminente Swallow!; DJ Python al debutto mondiale del suo nuovo live A/V; la cantautrice statunitense Wendy Eisenberg (esclusiva e debutto in Italia); ML Buch e la dj parigina Clara 3000.
Sul Main Stage Robyn, Arca, Oklou, Chanel Beads – il progetto art pop di Shane Lavers, figura chiave della scena DIY newyorkese – e il live di gyrofield, tra breakbeat, drum & bass ed elettronica sperimentale. Sul DAZED Stage un set di sette ore di Theo Parrish, leggenda della house di Detroit; underscores, tra le voci più riconoscibili dell’hyperpop, con il terzo album U; e lo showcase dell’etichetta di Nicolas Jaar Other People, con Fronte Violeta, Eli Wewentxu e Fake Samo.
In mattinata il matinée delle Smerz, che presentano Big City Life. Dalle 17:30 al Lingotto il Main Stage ospita Yung Lean & Bladee, Kelela, Chuquimamani-Condori presents DJ E, Crystallmess, Joanne Robertson – autrice dello spettrale Blurrr e frequente collaboratrice di Dean Blunt –, il duo ambient Visible Cloaks e la cantautrice danese Fine. Il DAZED Stage propone il primo back-to-back tra Kode9, fondatore di Hyperdub e ospite storico del festival, e RP Boo, padre del footwork di Chicago; e poi Elias Rønnenfelt degli Iceage, LIIM, KMRU, Picture e lo showcase dell’etichetta italiana Hundebiss con Bladeblanc & Giesse, NEXUS (Jokkoo Collective) e Talpah.
Dopo l’evento diffuso, il finissage alle OGR con Grouper, progetto di culto dell’ambient-folk sperimentale di Liz Harris; HEADACHE, il duo di Vegyn e del poeta Francis Hornsby Clark; Carl Stone, pioniere della musica elettronica dal vivo; Lorenzo Senni con il nuovo All Ages su Warp Records; e la catalana Marina Herlop.
Gli show di Marina Herlop e ML Buch alle OGR e il matinée delle Smerz sono coprodotti con MITO SettembreMusica, mentre il concerto di Carl Stone nasce in collaborazione con To Listen To, il festival dell’ascolto sperimentale promosso dalla Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio di Torino.
Vladimir Putin ha proposto un vertice con Donald Trump e Xi Jinping per discutere un accordo che metta fine alla guerra in Ucraina. Il presidente russo vorrebbe tenere l’incontro a novembre, escludendo dai colloqui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Lo riporta il Wall Street Journal, secondo cui il Cremlino punta a sfruttare il riavvicinamento con Washington per arrivare a una soluzione favorevole.
La proposta sarebbe stata avanzata durante la telefonata tra Putin e Trump il 9 ottobre. Secondo le fonti citate dal quotidiano americano, dalla stessa conversazione sarebbe emerso un accordo sull’acquisto di diesel russo da parte degli Stati Uniti e sulla sua commercializzazione sui mercati internazionali. Un’intesa che segnala un ulteriore avvicinamento tra i due leader, mentre Washington ha anche sospeso alcune delle sanzioni contro Mosca. Il vertice trilaterale potrebbe svolgersi a margine del prossimo summit dell’Apec, il forum di cooperazione economica dell’Asia-Pacifico, previsto in Cina a novembre.
Il Cremlino ha confermato che sono in corso discussioni su un possibile incontro. Ma, secondo un alto funzionario statunitense citato dal Wall Street Journal, Trump non ha ancora accettato la proposta. Non è quindi chiaro se il vertice si terrà né quale potrebbe essere il suo ordine del giorno.
L’ipotesi di un negoziato sull’Ucraina senza la partecipazione di Kyjiv dice molto sulla linea politica con cui ci si avvicina a questo ipotetico summit. Putin potrebbe discutere direttamente con Trump e Xi le condizioni per porre fine al conflitto, senza il coinvolgimento del Paese che ha invaso nel febbraio del 2022.
Negli ultimi giorni Trump ha aumentato le critiche a Zelensky, accusandolo di ostacolare la fine della guerra. E ha mostrato una crescente disponibilità a trattare con Mosca.
Per Xi, la proposta presenta vantaggi e rischi. Un incontro con gli altri due leader potrebbe rafforzare il ruolo diplomatico della Cina, ma rischierebbe anche di complicare i suoi rapporti con l’Europa. Il governo cinese dovrebbe inoltre confrontarsi con una questione delicata: sostenere un processo negoziale senza apparire come parte di un’intesa decisa sopra la testa degli ucraini.
La proposta di Putin arriva mentre non si intravedono progressi decisivi verso la fine della guerra. Resta da capire se Trump accetterà di partecipare e se Xi sarà disposto a sedersi al tavolo. Per ora, il progetto è soltanto un’ipotesi diplomatica.
Il governo sta valutando nuove misure per prevenire le violenze durante le manifestazioni, con un’attenzione particolare ai minorenni. Dopo gli scontri degli ultimi giorni in diverse città, Giorgia Meloni vuole capire se esistano strumenti per rafforzare l’azione delle forze dell’ordine. Sul tavolo, secondo Repubblica, ci sono soprattutto due ipotesi: estendere agli under-18 l’arresto in flagranza differita oppure ampliare la possibilità di fermo preventivo. Per ora non è stata presa alcuna decisione e resta aperta anche l’ipotesi di un nuovo decreto sicurezza.
La premier incontrerà oggi, insieme al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, i ministri dell’Interno Matteo Piantedosi e della Giustizia Carlo Nordio, i vertici di Polizia e Carabinieri e i rappresentanti dei servizi di intelligence. Alla riunione potrebbero partecipare anche i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. Il primo obiettivo sarà analizzare gli scontri e ricostruire il profilo delle persone fermate. Il secondo sarà capire se dietro le violenze esista una regia organizzata.
Meloni ha anticipato la propria linea sui social, parlando della necessità di valutare «ulteriori strumenti contro chi sfrutta manifestazioni legittime per seminare violenza e caos». La questione è anche politica: Palazzo Chigi vuole dare una risposta concreta alle richieste di maggiore sicurezza, ma deve fare i conti con le critiche sulla gestione dell’ordine pubblico. Le immagini degli scontri hanno messo in evidenza soprattutto le falle nella prevenzione e nel controllo delle manifestazioni, alimentando il confronto all’interno del governo e tra i ministeri coinvolti.
Le due ipotesi allo studio presentano però difficoltà tecniche e giuridiche. L’arresto in flagranza differita consentirebbe di intervenire sulla base di elementi raccolti successivamente al fatto, ma applicarlo ai minorenni sarebbe complesso. Molti dei giovani coinvolti nelle violenze non sono conosciuti dalle forze dell’ordine e identificarli richiederebbe riscontri adeguati. Inoltre, un maggior numero di arresti potrebbe aumentare la pressione sugli istituti minorili e richiedere il ricorso più frequente ai giudizi per direttissima.
Anche il fermo preventivo presenta limiti. Se i soggetti da controllare non hanno precedenti e non sono già noti agli investigatori, individuarli prima delle manifestazioni può risultare difficile. Entrambe le misure, inoltre, potrebbero sollevare dubbi di costituzionalità e provocare nuove tensioni nelle piazze.
Il governo deve anche scegliere lo strumento normativo. Esistono già disegni di legge sulla sicurezza all’esame del Parlamento, ma il passaggio in Senato è previsto per febbraio 2027. Una tempistica che Palazzo Chigi considera troppo lunga. Da qui l’ipotesi di un provvedimento d’urgenza, anche se, secondo Repubblica, dal Viminale è arrivata una smentita sull’esistenza di un decreto già in preparazione al ministero. Circola anche l’ipotesi di un Consiglio dei ministri nelle prossime ore, ma al momento non ci sono conferme. La premier dovrà valutare l’efficacia delle misure, i rischi giuridici e le possibili conseguenze politiche prima di decidere come procedere.
La Lombardia si gioca una parte decisiva del proprio futuro industriale sulla capacità di formare una nuova generazione di imprenditori. Il primato manifatturiero europeo della Lombardia non è una rendita di posizione. Nei prossimi anni conterà chi sarà capace di prendere in mano le aziende esistenti e quanti giovani avranno la possibilità di costruirne di nuove. È una questione di classe dirigente, prima ancora che di politica economica. Il ricambio generazionale rappresenta una delle condizioni fondamentali per assicurare continuità a un sistema produttivo che ha costruito la propria forza sulla diffusione dell’iniziativa privata e sulla capacità delle imprese di competere nei mercati internazionali. E in gioco c’è anche la tenuta delle comunità nelle quali quelle imprese sono nate e continuano a operare.
È una sfida che Regione Lombardia ha deciso di affrontare anche sul terreno culturale, portando il confronto con le nuove generazioni direttamente nei territori. Si chiama Generazione Impresa il progetto promosso dall’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, che dopo le tappe di Milano e Darfo Boario Terme è arrivato il 16 ottobre al Castello Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano. La terza tappa ha messo al centro le storie di chi ha costruito un’attività, le competenze necessarie per farla crescere e le opportunità che il sistema produttivo può offrire ai giovani. Il percorso proseguirà il 23 novembre a Monza, con l’obiettivo di coinvolgere progressivamente le diverse realtà economiche della regione.
La formula ha puntato sulle testimonianze dirette, lasciando agli imprenditori il compito di raccontare come nasce e si sviluppa un’azienda, quali difficoltà si incontrano e che cosa serve per affrontarle. A Sant’Angelo Lodigiano il confronto ha attraversato mondi produttivi differenti, dall’artigianato alla comunicazione, fino alla ristorazione collettiva. C’è una scelta precisa dietro questa varietà. Il futuro dell’impresa lombarda non si esaurisce nell’economia digitale o nelle startup ad alta tecnologia. Si costruisce anche nei mestieri tradizionali e nelle aziende familiari che devono trovare il modo di rinnovarsi senza disperdere le competenze accumulate nel tempo. Ed è nei centri di provincia, non soltanto nei grandi poli economici, che questo passaggio diventa particolarmente cruciale.
Claudio Curioni, artigiano della Falegnameria Curioni, ha portato la propria esperienza in un confronto sul valore del saper fare. «La nostra storia di falegnameria dimostra che anche se si è artigiani, in una città di provincia, possiamo valorizzare il nostro territorio, crescere con esso, ottenere risultati e soprattutto motivare le generazioni future», ha spiegato. La falegnameria è un esempio concreto di quanto il patrimonio manifatturiero lombardo dipenda da conoscenze che si acquisiscono lavorando e che rischiano di andare perdute quando manca chi è disposto a raccoglierle. Ma conservare un mestiere richiede anche la capacità di adattarlo al mercato contemporaneo. Per un giovane, rilevare un’attività esistente e darle una prospettiva nuova può essere una scelta imprenditoriale altrettanto impegnativa quanto fondare una nuova società.
A raccontare il rapporto tra idee e mercato è stato invece Emanuele Carelli, amministratore delegato di Minimals, con un intervento dedicato alla comunicazione e al marketing. «Io e la mia agenzia siamo molto legati al Territorio», ha sottolineato, augurandosi che la storia della sua attività incoraggi altri giovani a credere nelle proprie idee. Una buona intuizione commerciale rischia di rimanere sulla carta quando manca la capacità di raggiungere i clienti e costruire un’identità riconoscibile. La possibilità di crescere senza recidere il legame con il luogo da cui si è partiti è una parte della sfida.
Valentina Volpi, direttore commerciale e componente del consiglio di amministrazione di Volpi Pietro, ha affrontato il tema della crescita nella ristorazione collettiva, dove la qualità deve confrontarsi ogni giorno con l’organizzazione e con le esigenze di un mercato competitivo. Ha richiamato il valore del passaggio generazionale e dell’innovazione nelle imprese familiari, senza perdere il rapporto con le origini: «mantenendo sempre un forte legame con il territorio e con i valori che rappresentano le nostre radici». Esperienze lontane tra loro, ma utili a mostrare quanto siano diverse le strade attraverso le quali si può costruire un’impresa e quanto la sua evoluzione incida anche su chi lavora e vive intorno all’azienda.
Filippo Galli, ex calciatore e formatore, è stato protagonista di un confronto sul rapporto tra responsabilità individuale e risultati collettivi. Ha ricordato come il cambiamento possa fare paura e come innovare sia «il solo modo per creare valore ed opportunità per sé stessi e per gli altri». Il collegamento con il mondo produttivo è meno distante di quanto possa sembrare. L’immagine dell’imprenditore che costruisce da solo il proprio successo appartiene più alla retorica motivazionale che alla realtà aziendale. Un’organizzazione cresce quando chi la guida sa valorizzare il lavoro degli altri. Imprenditori e dipendenti hanno ruoli differenti, ma condividono l’interesse alla competitività dell’azienda. Questo non cancella la diversità delle loro responsabilità e dei loro interessi; ricorda però che la capacità di costruire una squadra è decisiva soprattutto per chi si prepara ad assumere responsabilità.
Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia
La scelta di un formato aperto e accessibile risponde a un problema che la politica economica incontra spesso quando si rivolge ai giovani: la distanza tra le opportunità esistenti e la percezione che quelle stesse opportunità siano davvero alla loro portata. Parlare di impresa attraverso persone che l’hanno costruita può essere più efficace di una campagna istituzionale, soprattutto se le testimonianze non nascondono gli ostacoli incontrati. È anche un modo per avvicinare i giovani a una realtà economica che in Lombardia ha pochi paragoni in Europa. Con oltre 816 mila imprese attive e il 27 per cento delle startup innovative italiane, la regione dispone di un patrimonio produttivo nel quale convivono grandi realtà industriali e aziende nate dall’iniziativa di singoli imprenditori. Un patrimonio che offre alle nuove generazioni la possibilità di trovare la propria strada, raccogliendo esperienze consolidate oppure avviando attività capaci di aprire nuovi mercati.
Ma nessuna leadership industriale si conserva per inerzia. Le aziende devono affrontare trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, mentre la concorrenza internazionale impone capacità di adattamento e investimenti continui. In molte realtà familiari si aggiunge la questione del passaggio generazionale. La domanda, inevitabilmente, è chi sarà disposto ad assumersi queste responsabilità nei prossimi vent’anni. E che cosa perderanno i territori se quel testimone non verrà raccolto
I giovani lombardi mostrano una disponibilità maggiore di quanto suggerisca una certa rappresentazione pubblica, spesso concentrata sulle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro. Una ricerca realizzata dall’Istituto Piepoli per Regione Lombardia su mille ragazzi tra i 16 e i 30 anni rileva che uno su cinque sogna di avviare un’attività in proprio. Il 37 per cento prenderebbe in considerazione questa possibilità per il proprio futuro professionale. Sono numeri che descrivono un interesse diffuso, senza però garantire che possa trasformarsi in nuove imprese. Tra l’aspirazione e la decisione concreta pesano le difficoltà burocratiche, la scarsa conoscenza degli strumenti disponibili e le incertezze legate all’avvio di un’attività. L’80 per cento degli intervistati attribuisce alle istituzioni un ruolo centrale nel favorire l’autoimprenditorialità.
La politica regionale si trova così davanti a due questioni strettamente collegate. La prima è rendere possibile l’avvio di nuove attività, soprattutto per chi non dispone di risorse familiari o di un accesso consolidato al credito. La seconda riguarda la formazione di una cultura imprenditoriale capace di rendere questa scelta riconoscibile e realisticamente praticabile. Per anni il rapporto tra giovani e lavoro è stato affrontato soprattutto dal punto di vista dell’occupazione da trovare. Resta un obiettivo essenziale, ma una regione industriale deve anche preoccuparsi di chi quell’occupazione potrà crearla.
Sul versante degli strumenti economici, Regione Lombardia ha costruito una rete di interventi che prova a ridurre alcuni degli ostacoli iniziali. Il bando Nuova Impresa prevede contributi a fondo perduto fino al 50 per cento delle spese ammissibili. La misura Microcredito dispone di 24 milioni di euro destinati alle piccole e medie imprese e ai lavoratori autonomi. Per le attività innovative le risorse sono più consistenti: Lombardia Venture e Lombardia Venture STEP mobilitano complessivamente 140 milioni di euro. Il primo fondo ha già contribuito ad attivare oltre 87 milioni di euro di investimenti a favore di 14 imprese innovative.
Il problema è accompagnare le aziende anche oltre la fase iniziale, quando un progetto deve dimostrare di saper reggere la prova del mercato. Per sostenere lo sviluppo tecnologico delle startup innovative e il passaggio dalla ricerca alla produzione industriale sono stati stanziati 15,6 milioni di euro. Le Startup Competitions 2026, organizzate con il sistema universitario lombardo e Federated Innovation @MIND, mettono a disposizione complessivamente 900 mila euro attraverso sei competizioni dedicate a filiere strategiche dell’economia regionale. Start Cup Lombardia, dal 2016 al 2026, ha contribuito alla nascita di 54 nuove imprese innovative, che hanno raccolto oltre 70 milioni di euro di investimenti.
A queste iniziative si affiancano programmi di accelerazione come SkyDeck Europe Milano, che dal 2022 ha sostenuto 45 startup, ed ESA BIC Milano, dedicato alle attività imprenditoriali legate all’economia spaziale. Più recentemente è stato avviato Pianeta Accelerator, promosso da Regione Lombardia insieme a Fondazione Cariplo e Principia, con il coinvolgimento dell’Università di Berkeley. Sono strumenti pensati per rafforzare un ecosistema nel quale l’accesso ai capitali deve incontrare competenze adeguate e possibilità concrete di sviluppo industriale.
C’è poi una questione che attraversa l’intero sistema produttivo e riguarda la disponibilità di persone qualificate. La misura Talenti destina 7 milioni di euro a favorire l’inserimento stabile nelle aziende di giovani ricercatori e professionalità altamente specializzate. La competizione internazionale si gioca sempre più sulla capacità di attrarre queste figure e di trattenerle. Per molte imprese lombarde, soprattutto quelle di dimensioni minori, la difficoltà di reperire competenze può diventare un limite alla crescita anche quando esistono le condizioni economiche per investire.
Le politiche di sostegno, per quanto necessarie, non possono però sostituire una nuova disponibilità delle generazioni più giovani a mettersi in gioco. Il rischio sarebbe continuare a finanziare la nascita di imprese senza allargare realmente il numero di persone che considerano possibile avviarne una. La politica ha la responsabilità di costruire un ambiente nel quale l’iniziativa economica venga incoraggiata, il rischio possa essere affrontato con strumenti adeguati e il successo imprenditoriale non venga rappresentato come il risultato di circostanze eccezionali. Le imprese possono rendere credibile questa prospettiva mostrando ai giovani percorsi di lavoro, apprendimento e crescita possibili anche vicino a casa.
È anche una questione di classe dirigente. La Lombardia ha bisogno di giovani capaci di prendere decisioni e assumere responsabilità, indipendentemente dal fatto che scelgano di fondare una startup, guidare un’azienda familiare o sviluppare un’attività artigiana. Il sistema manifatturiero regionale è cresciuto grazie a una diffusione dell’imprenditorialità che ha consentito a molti territori di costruire una propria specializzazione produttiva. Preservare questa caratteristica richiede che nuove persone possano entrare nel mondo dell’impresa, portando competenze diverse e una maggiore familiarità con i cambiamenti tecnologici.
Per alcune famiglie l’automobile è l’unico mezzo per raggiungere il lavoro, accompagnare i figli a scuola o spostarsi per un altro impegno qualsiasi della vita quotidiana. Le stazioni dei treni possono essere lontane e gli orari degli autobus non sempre coincidono con le necessità dei cittadini. Allora per molti rinunciare alla macchina non è un’opzione concreta. È il cosiddetto «possesso forzato dell’auto»: una condizione in cui anche chi ha poche risorse economiche deve sostenere i costi di un veicolo privato perché non ha alternative praticabili.
Il rincaro dei carburanti rende l’equazione ancora più complessa. Il 14 ottobre 2026, secondo i dati dell’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio sulla rete stradale nazionale in modalità self-service era di 2,035 euro al litro per la benzina e 2,252 euro per il gasolio. Eppure il prezzo alla pompa, da solo, dice poco sull’impatto del caro carburanti. Perché un rincaro pesa diversamente a seconda del reddito, delle distanze da percorrere e delle alternative disponibili.
Il legame tra costi della mobilità, reddito e territorio è al centro di una ricerca commissionata da Transport & Environment (T&E) a Tessa, spin-off dell’Università degli Studi della Tuscia, pubblicata il mese scorso. Il rapporto tecnico “Affrontare la povertà dei trasporti in Italia: evidenze, mappatura e opzioni di policy” incrocia dati Istat sulle spese delle famiglie e sulla vita quotidiana con informazioni su redditi, parco automobilistico, emissioni e accesso ai servizi.
La povertà dei trasporti non riguarda soltanto la difficoltà di pagare gli spostamenti. Comprende anche la mancanza di alternative praticabili per raggiungere il lavoro, la scuola e i servizi essenziali. Lo studio sottolinea come nel 2024 quasi 4,9 milioni di famiglie italiane, il 18,46 per cento del totale, destinassero alla mobilità una quota della spesa complessiva superiore al doppio della mediana nazionale. Un indicatore più specifico individua circa 643mila famiglie vulnerabili alla spesa per carburante: nuclei appartenenti al trenta per cento delle famiglie con i redditi più bassi, per i quali la spesa mensile in benzina e gasolio supera il doppio del valore mediano nazionale. Le due stime misurano fenomeni diversi, perché la prima riguarda la sostenibilità economica della mobilità nel suo complesso, la seconda individua le famiglie a basso reddito particolarmente esposte ai costi del carburante.
Sempre nel 2024, le famiglie italiane hanno speso in media 297 euro al mese per i trasporti, pari al 10,78 per cento della spesa complessiva. È una media riferita a tutte le famiglie, non soltanto a quelle in difficoltà, che dà un’idea del peso economico degli spostamenti.
A fare la differenza è anche la possibilità di rinunciare all’auto. Tra il dieci per cento delle famiglie con i redditi più bassi, il numero medio di automobili è di 0,50 nelle città metropolitane e sale a 0,90 nei comuni con meno di cinquantamila abitanti. Il dato suggerisce che, dove i collegamenti sono meno frequenti, anche chi ha poche risorse può essere costretto a sostenere i costi di un’auto privata.
La ricerca dell’Università della Tuscia individua 766 comuni, il 9,7 per cento del totale, in cui raggiungere il lavoro e i servizi essenziali è particolarmente difficile. Sono soprattutto aree montane, insulari e interne (chi vive o frequenta questi luoghi, che coprono una fetta grossa del territorio italiano, sa bene che le alternative all’automobile sono spesso insufficienti).
La vulnerabilità non segue quindi solo il divario tra Nord e Sud, e le linee di faglia sono diverse. Conta anche la differenza tra città e piccoli comuni, ad esempio. La quota di famiglie vulnerabili alla spesa per carburante è del tre per cento nei comuni con meno di cinquantamila abitanti, contro il 2,1 per cento nelle periferie e nei comuni più grandi non metropolitani e l’1,4 per cento nelle città metropolitane. Tra le regioni maggiormente esposte ci sono Calabria, Basilicata, Sicilia e Puglia. Nei piccoli comuni, inoltre, il carburante assorbe il 6,5 per cento della spesa complessiva delle famiglie vulnerabili. Nelle periferie e nei comuni con più di cinquantamila abitanti la quota è del 6,4 per cento, mentre nelle città metropolitane scende al 3,8 per cento.
La ricerca simula anche gli effetti di diversi rincari sui bilanci familiari, sulla base dell’andamento storico dei prezzi. Con un aumento del 26,82 per cento in sei mesi, la spesa media per carburante crescerebbe di 27,43 euro al mese e altre 1,62 milioni di famiglie supererebbero la soglia di vulnerabilità. Con un rincaro del 34,77 per cento in dodici mesi, l’aumento medio sarebbe di 35,57 euro mensili e le famiglie in più oltre la soglia salirebbero a circa 2,07 milioni. Nello scenario estremo, basato sulla differenza tra il picco e il minimo dei prezzi nel periodo storico analizzato, un aumento del 96,1 per cento farebbe crescere la spesa media di 98,30 euro al mese e porterebbe circa 4,9 milioni di famiglie in più oltre la soglia. Certo, sono simulazioni, non previsioni sui prezzi futuri. Ma servono a mostrare come rincari più o meno intensi possano allargare la fascia delle famiglie vulnerabili.
La disuguaglianza emerge anche nell’accesso alla mobilità elettrica. Nei comuni con i redditi medi più bassi si contano 1,47 veicoli elettrici ogni mille abitanti, contro i 7,76 dei comuni più ricchi – oltre cinque volte tanto. La mobilità elettrica può essere una risposta, ma solo in parte, almeno per il momento: l’accesso ai veicoli e alle infrastrutture di ricarica resta diseguale, e chi dispone di meno risorse rischia di rimanere più a lungo esposto alle oscillazioni dei prezzi dei carburanti.
È una delle direzioni indicate dal report, che affianca a questo obiettivo interventi immediati a sostegno delle famiglie più esposte. Nel breve periodo, i ricercatori suggeriscono aiuti economici temporanei e mirati, anziché sussidi generalizzati ai carburanti o tagli indiscriminati delle accise. Nel medio-lungo periodo, propongono di facilitare l’accesso ai veicoli a zero emissioni e di rafforzare le infrastrutture, insieme al trasporto pubblico, alle tariffe agevolate e ai servizi a chiamata nelle aree meno servite.
Il caro carburanti ci ricorda ogni giorno quanto costa fare rifornimento oggi, ma è anche una spia su quanto famiglie e territori avrebbero bisogno di alternative. Ovviamente non si può chiedere a tutti di rinunciare all’automobile: serve fare in modo che muoversi non significhi necessariamente dipendere da benzina e gasolio. Per riuscirci, la transizione elettrica deve diventare accessibile anche a chi oggi è più esposto ai rincari, mentre dove l’auto può essere sostituita servono trasporti pubblici capaci di rispondere alle esigenze quotidiane.
L’Europa non intende lasciare sola l’Ucraina. È il messaggio arrivato da Bruxelles, dove il presidente Volodymyr Zelensky ha incontrato i leader europei nel secondo giorno del Consiglio europeo, mentre il rapporto con Donald Trump attraversa una nuova fase di tensione. Energia, difesa aerea e finanziamenti per il 2026 e il 2027 sono le priorità immediate di Kyjiv. Ma sullo sfondo c’è una questione più grande: quanto può ancora contare l’Ucraina sugli Stati Uniti e quanto l’Europa è pronta a fare per sostenerla.
«Percepisco il pieno sostegno dell’Europa, soprattutto nell’ultimo mese», ha detto Zelensky al termine degli incontri. Il presidente ucraino ha ringraziato il Consiglio europeo, la Commissione e i leader che sono rimasti al fianco di Kyjiv dall’inizio dell’invasione russa. Un messaggio che assume un significato particolare mentre Washington sembra allontanarsi dalle posizioni ucraine e la Russia continua a colpire le infrastrutture del Paese.
Il primo banco di prova è l’inverno. Mosca non mostra segnali di voler porre fine alla guerra e gli attacchi contro la rete energetica ucraina rendono urgente rafforzare le difese e garantire le forniture necessarie a mantenere in funzione il Paese. Il pacchetto invernale chiesto da Zelensky non riguarda soltanto l’energia, ma anche la difesa aerea e le risorse finanziarie per sostenere lo Stato. La prospettiva di una pace rapida, ha spiegato il presidente, non trova al momento riscontri nelle intenzioni russe.
Sul fronte militare, la questione più urgente è la disponibilità di missili intercettori. Zelensky ha assicurato che, sulla base dei fabbisogni minimi comunicati da Kyjiv, i Paesi europei dispongono di quantità sufficienti di Patriot Pac-2 e Pac-3 per aiutare l’Ucraina a superare l’inverno. Ma il presidente ha anche riconosciuto che non è ancora chiaro quanti missili arriveranno effettivamente. Una parte consistente delle forniture viene oggi dirottata verso il Medio Oriente: «È un segreto di Pulcinella che oggi non siamo una destinazione prioritaria per questi missili», ha detto.
Kyjiv deve quindi mettere insieme contributi provenienti da più Paesi, mentre cerca di accelerare lo sviluppo di una capacità europea autonoma. In questo quadro rientra FREYJA, il progetto di difesa antibalistica sul quale l’Ucraina sta lavorando con i partner europei. Zelensky punta a trasformarlo in un sistema più rapido ed economico da produrre, da condividere anche con gli alleati. Dopo l’incontro con Emmanuel Macron, ha inoltre annunciato nuovi pacchetti destinati a rafforzare l’aviazione da combattimento e ha ringraziato Parigi per le licenze di produzione di armamenti già concesse.
La solidarietà europea si misura però anche in una dimensione meno visibile, ma ormai essenziale per la guerra: quella delle comunicazioni satellitari. I recenti problemi di Starlink hanno rappresentato una sorpresa «pericolosa e spiacevole» per Kyjiv. Zelensky ha precisato che il servizio non è stato completamente disattivato, ma che sono stati abbassati i limiti di velocità, con conseguenze sulle capacità operative ucraine.
La connessione satellitare è utilizzata anche per coordinare i droni intercettori impegnati contro gli attacchi russi. Non soltanto per le operazioni in profondità sul territorio nemico, ha chiarito il presidente, ma per proteggere la popolazione dagli aerei e dai droni che prendono di mira le città e le infrastrutture. Kyjiv sta discutendo con alcuni Paesi, tra cui la Francia, per ottenere capacità aggiuntive. È un segnale della necessità di ridurre una dipendenza tecnologica che, nel momento in cui i rapporti politici si deteriorano, può trasformarsi in una vulnerabilità militare.
Come abbiamo raccontato su Linkiesta, il problema non riguarda soltanto le armi che Washington decide di fornire. Le capacità statunitensi di intelligence, allerta e comunicazione sono parte integrante della difesa ucraina. L’Europa può offrire sostegno politico e finanziario, ma sostituire rapidamente queste infrastrutture è molto più difficile. La crisi di Starlink rende questa contraddizione evidente.
Zelensky, tuttavia, non è tornato da Bruxelles – e da Londra, dove giovedì aveva incontrato il premier Andy Burham che ha autorizzato l’invio di altri missili a lungo raggio Storm Shadow per colpire le operazioni militari russe e frenare gli attacchi di Mosca contro le infrastrutture civili ucraine – soltanto con promesse militari. Ha rivendicato anche i progressi del percorso di adesione all’Unione europea, ringraziando il governo e il Parlamento ucraini per le riforme approvate nonostante gli attacchi russi. Kyjiv punta ad aprire gli ultimi due gruppi negoziali entro la fine dell’anno.
Il messaggio europeo è dunque duplice: l’Ucraina resta una priorità strategica e il suo futuro è legato a quello dell’Unione. António Costa ha ribadito che non è il momento di ridurre il sostegno a Kyjiv né di alleggerire le sanzioni contro Mosca. Ursula von der Leyen ha escluso concessioni finché la Russia non fermerà la guerra.
È una presa di posizione importante mentre la Casa Bianca alimenta nuove incertezze. Ma la prova decisiva sarà trasformare l’unità mostrata a Bruxelles in forniture, finanziamenti e capacità operative. Per Zelensky, l’abbraccio europeo è un segnale politico prezioso. Per l’Europa, è anche una responsabilità sempre più difficile da rinviare.