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Mearsheimer: “US KILLED 38 Million of PEOPLE“. Carlson: “Nukes are not by Humans but Rejection of God”. Best 7 VIDEOS of the Week

by Gospa News Editorial Sfaff

Continuing the project we started in the beginning of “026.

Here is our selection of our 7 most astonishing, original or viewed videos released in this the week.

This reminder ccome back after many months of pause due to that the main important videos were published in the post WARS in Video with dauky updates on the ongoing international conflicts in Ukraine and in Middle East.

WARS in VIDEO. IRAN Threatens the Gulf Countries that Join TRUMP’s Economic “Terrorism”. Turkey- Israel Tensions after Mossad visit in Syria

But there are many videos that are extremely significant for their social or geopolitical content that sometimes take a back seat to the serious events that occur every day in wars, which is why we decided to start this periodic column.

Inside the Rumble description of each video there is a link to the detailed investigation it refers to or to a related topic.

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Prof. John Mearsheimer: Between 1971 and 2021, the US murdered 38 million people

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Verso il Terzo Tempio

Israele autorizza il culto ebraico alla Moschea di Al-Aqsa in una violazione senza precedenti dello status quo

Per la prima volta, ai fedeli ebrei è consentito portare libri di preghiera nel complesso sacro musulmano. Il Waqf islamico denuncia «uno smantellamento sistematico» dell’accordo storico

Israele autorizza il culto ebraico alla Moschea di Al-Aqsa in una violazione senza precedenti dello status quo Le autorità israeliane hanno formalmente consentito per la prima volta la preghiera ebraica all’interno della Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme Est occupata, in una violazione senza precedenti dello status quo che da decenni regola il luogo sacro musulmano. Lo riporta MEE.

Secondo una fonte palestinese del Waqf islamico di Gerusalemme, domenica la polizia israeliana ha permesso ai coloni che hanno fatto irruzione nel sito di portare con sé i siddurim, ovvero i libri di preghiera ebraici, e di recitare preghiere di gruppo. Sebbene tali pratiche si siano verificate in passato, sono state per lo più svolte senza approvazione ufficiale. La decisione di autorizzarle ufficialmente segna un cambiamento significativo.

La violazione dello status quo: una «pratica organizzata»

La fonte, che ha chiesto di rimanere anonima, ha affermato che questa mossa rappresenta l’ultima violazione dello status quo del sito. «C’è un’importante distinzione tra venire a visitare il sito e venire a pregare lì», ha detto la fonte. «Quando vengo a casa tua come ospite, sei tu a impormi le tue regole. Ma oggi arrivano con le loro regole. Quando la polizia lo permette ufficialmente, significa, in un modo o nell’altro, che stai consentendo loro di stabilire le proprie regole in quello spazio. Questa è una violazione ufficiale dello status quo».

Lo status quo è un accordo decennale, riconosciuto a livello internazionale, che disciplina l’accesso e la gestione della Moschea di Al-Aqsa. In base a tale accordo, l’intero complesso di 144 dunam (14,4 ettari) è riconosciuto come luogo sacro esclusivamente islamico. La responsabilità per l’accesso, l’organizzazione delle preghiere, la manutenzione e gli scavi spetta al Waqf islamico di Gerusalemme, l’ente religioso che amministra la moschea.

Tuttavia, dall’occupazione di Gerusalemme Est nel 1967, Israele ha progressivamente eroso lo status quo, e l’autorizzazione formale alla preghiera ebraica rappresenta l’ultimo passo in tal senso. Per anni, le forze israeliane hanno chiuso un occhio sugli israeliani che pregavano ad Al-Aqsa durante le incursioni quotidiane nel sito.

«La preghiera ebraica alla Moschea di Al-Aqsa sta diventando una pratica organizzata, piuttosto che un semplice atto individuale isolato», ha affermato la fonte.
Restrizioni più ampie e accelerazione della campagna

La fonte ha affermato che l’ultima mossa fa parte di una più ampia campagna di restrizioni all’accesso e alla gestione palestinese di Al-Aqsa, che ha subito un’accelerazione a partire dall’ottobre 2023. «Il ritmo degli sviluppi alla Moschea di Al-Aqsa dal 7 ottobre è sbalorditivo. Le cose stanno cambiando a una velocità incredibile, quasi quotidianamente. Abbiamo sostanzialmente perso il controllo».

Secondo Haaretz, la campagna volta a consentire ai fedeli ebrei di portare fogli di preghiera all’interno della Moschea di Al-Aqsa è iniziata a gennaio. La polizia ha inoltre autorizzato preghiere, danze e canti nel cortile della moschea. Il quotidiano ha aggiunto che la polizia ha dichiarato che le proprie politiche di applicazione della legge ad Al-Aqsa sono «conformi alle direttive della leadership politica».
Il ruolo di Ben Gvir e le reazioni palestinesi

Il mese scorso, ministri e parlamentari hanno guidato un raid di massa ad Al-Aqsa da parte di israeliani ultranazionalisti, con oltre 3.500 partecipanti. Tra loro c’era Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, che sovrintende alla polizia. Ben Gvir, un colono, chiede da tempo quella che definisce l’imposizione della «sovranità israeliana» sulla Moschea di Al-Aqsa. Durante l’incursione di luglio, ha dichiarato: «Guardate cosa sta succedendo qui: ebrei che pregano, sentendosi come se fossero i padroni di questo luogo».

Mustafa Abu Sway, membro del Consiglio islamico del Waqf di Gerusalemme, ha affermato che le violazioni fanno parte di un piano governativo piuttosto che di atti isolati. «Questa profanazione, compreso l’introduzione di libri di preghiera all’interno della moschea, fa parte dello smantellamento sistematico di ciò che resta dello storico status quo presso la benedetta moschea di Al-Aqsa, con Itamar Ben Gvir che determina ciò che accade sul campo, con l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu», ha dichiarato Abu Sway a MEE.

Ha aggiunto che, parallelamente alla crescente presenza ebraica sul sito, il governo continua a imporre pesanti restrizioni all’accesso dei palestinesi e all’operato del Waqf, che amministra il complesso. «Ai fedeli musulmani viene impedito l’ingresso in un modo che a prima vista sembra arbitrario, ma che in realtà riflette una politica sistematica», ha aggiunto.

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Il privilegio di lavorare la terra

🌾In questi giorni gli agricoltori stanno protestando Olanda. Due anni di trattori nelle capitali europee. Risultato: rinvii, deroghe, tagli confermati, firme sui trattati internazionali. La politica ha ascoltato la rabbia degli agricoltori quel tanto che basta per disinnescarla, senza toccare il meccanismo che schiaccia i redditi agricoli e impoverisce il cibo che finisce nei nostri piatti.  Partiamo da una constatazione e arriviama a una proposta: la salute passa da quello che mangiamo, quello che mangiamo dipende da chi controlla la filiera, e chi controlla la filiera non siede in Parlamento.

 🍅 Il cibo vero non è una spesa: è l’investimento più lungo che facciate nella vostra vita. Ma un mercato costruito per remunerare l’intermediazione e non chi lavora la terra rende quell’investimento un privilegio. Ne parliamo con Mario Apicella, agronomo, musicista. Intervista a cura di Jeff Hoffman

🔥 Di cosa parliamo:
🔹 Salute e alimentazione: il cibo è un importante investimento
🔹 Perché le proteste degli agricoltori hanno prodotto concessioni ma nessuna riforma
🔹 Chi si intasca il valore tra il campo e lo scaffale
🔹 Costruire alternative senza aspettare i governi: filiere dirette, mutualismo, semi liberi, comunità di acquisto

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Se l’Intelligenza artificiale distrugge i libri

È celebre la definizione di capitalismo di Joseph Schumpeter: distruzione creatrice.

L’ansia di fare tabula rasa, di ri-creare il mondo senza limiti a immagine e somiglianza del febbrile tipo umano del capitalista/imprenditore animato dal desiderio di innovare per guadagnare e dominare ha raggiunto il suo apice con lo sviluppo della tecnologia informatica ed elettronica.

L’ultima tendenza è rendere ogni cosa immateriale, una bolla tecnica controllata da chi ha scoperto i segreti dell’ordine naturale e li piega ai propri interessi. Di dominio ben più che di arricchimento.

Si può affermare che la nuova geopolitica ha per oggetto il controllo prima, il superamento poi della creatura umana. Lo strumento più raffinato, l’innovazione più disruptiva (ciò che spezza una continuità, interrompe un processo o produce un cambiamento improvviso e radicale) è l’Intelligenza Artificiale.

Siamo arrivati al punto che l’IA, ossia i suoi padroni, gli Altman, i Karp, i Thiel e pochi altri, stanno distruggendo a tappe forzate il patrimonio comune più alto dell’umanità, i libri, che custodiscono e trasmettono il sapere umano.

Anthropic, Open AI, Palantir e le altre aziende tese all’onnipotenza tecnologica, compresa Amazon, acquistano biblioteche intere, specie testi rari e antichi, si appropriano delle ultime copie di manuali tecnici, scientifici, storici, filosofici e di ogni altro testo utile ai loro fini; scansionano il contenuto e poi lo distruggono.

Immagazzinare fisicamente libri cartacei costa troppo, meglio cancellare la traccia di millenni di conoscenza umana dopo averla messa a disposizione dei modelli previsionali e predittivi – gli LLM, large linguistic model – dell’Intelligenza Artificiale.

Sapere non è più per tutti, ma oligopolio di un grumo di giganti privati. Forse l’ossessione di Peter Thiel per la figura biblica dell’Anticristo è un capitolo ulteriore del mondo al contrario.

Per il tecnocrate filosofo l’Anticristo contemporaneo è la resistenza all’accelerazione tecnologica e alle sue possibilità. Lucida follia rovesciata di geni ossessionati dal dominio e dalla propria personale caducità.

Non è certo la prima volta che i libri, il lascito ai posteri di ogni ambito della cultura, sono oggetto di distruzione. Sono noti il rogo di testi storici e filosofici ordinato dal primo imperatore cinese nel 213 a.C, la distruzione della biblioteca di Alessandria – summa della sapienza antica – da parte dell’invasore maomettano nel VII secolo, il falò delle vanità (arte, libri, abiti, gioielli) dell’allucinato Savonarola nella Firenze di fine secolo XV, l’incendio nazista nel 1933, la distruzione di libri imposta da Mao Tze Tung negli anni tragici della cosiddetta rivoluzione culturale.

In Fahrenheit 451, distopia letteraria di Ray Bradbury ambientata nell’America del XXI secolo, i libri sono vietati e un corpo specializzato ha il compito di rintracciare gli ultimi esemplari per distruggerli.

Ma ciò che viene compiuto dalla cupola tecnocratica e tecnolatrica padrone dell’IA è del tutto inusitato, non solo nelle modalità.

La cultura viene sottratta alla fruizione libera, acquisita per nutrire l’IA e poi distrutta per motivazioni economiche e ostentare il monopolio assoluto sulla conoscenza: padroni del passato per dominare il presente e ipotecare il futuro.

Tutto diviene semplice traccia elettronica, teoricamente indelebile, trasferita nei magazzini virtuali, i clouds, le nuvole elettroniche che uniscono la potenza di calcolo dei grandi data center agli algoritmi di apprendimento automatico.

Tutto viene sottratto all’umanità che ha prodotto per millenni conoscenza per accumulo di esperienze; tutto diventa “cosa loro”. Non si perde completamente, come nei roghi antichi, ma è privatizzata.

Sarà disponibile a discrezione, scegliendo con cura chi avrà accesso, perché, a che scopo e a quale prezzo.

Si chiama “progetto Panama”, sino a pochissimo tempo fa negato e secretato. L’intero scibile umano si trasforma in materiale disponibile, il Bestand di Heidegger, ma solo per la tecno oligarchia dominatrice del tempo presente.

Non si sfugge alla prigione tecnocratica, si diventa plastilina nelle mani di chi è in grado di nascondere o rendere fruibile il sapere secondo interesse o capriccio.

A noi resta un nichilismo smemorato, spensierato, colmato a richiesta e dietro pagamento attraverso lo schermo dello smartphone e la scatola magica dell’Intelligenza Artificiale, cornucopia postmoderna della dea Atalanta.

Forse chi scrive parla pro domo sua, in quanto autore di oltre dieci libri, ma vorrebbe che l’oblio di ciò che ha scritto e pensato avvenisse per scelta e per la legge del tempo, non per sottrazione deliberata da parte di pochi potenti che si appropriano di tutto, materiale e immateriale, lo immagazzinano nella dimensione virtuale e ne fanno oggetto di allenamento intensivo per il cervellone artificiale che oltrepassa tutte le intelligenze che una volta chiamavamo umane.

Non solo la cupola tecnocratica si impadronisce delle risorse del pianeta, acqua, fonti energetiche, porzioni sempre più ampie del territorio per dedicarle ai giganteschi apparati da alimentare continuamente, raffreddare, ingrandire a scapito dell’antiquata civiltà degli uomini e della persistenza dei viventi, ma la trasforma in trust privato della conoscenza e dell’intelligenza, destinata a decadere nel residuo homo (non più) sapiens. Schiavitù assoluta per de-umanizzazione.

È obsoleto anche lo studio di Howard Gardner sull’intelligenza umana. Le sue conclusioni verranno rinchiuse nel cloud, a disposizione esclusiva della tecnostruttura e dei suoi servi più eminenti?

Gardner identificò nove tipologie differenziate di intelligenza umana, più una decima, speculativa, ciascuna deputata a differenti settori del nostro agire.

Intelligenza logico-matematica; linguistica; spaziale; musicale; cinestetica o procedurale; interpersonale; intrapersonale; naturalistica; filosofico-esistenziale.

Dopo di lui, Antonio Battro e Percival J. Dunham identificarono una nuova tipologia, l’intelligenza digitale. Successivamente Gardner fece una sintesi delle abilità necessarie nell’età contemporanea proponendo una classificazione alternativa: intelligenza disciplinare, sintetica, creativa, rispettosa ed etica, dopo aver esaminato diverse attitudini, dall’intelligenza tecnologica a quella digitale, mercantile, emotiva e perfino spirituale.

Lo psicologo americano ha lavorato per il re Prussia? Probabilmente sì, se l’IA si appresta a sostituirci nelle decisioni, nelle iniziative, perfino in certi ambiti della creatività. Dunque, l’homo sapiens è una creatura fungibile, fastidiosa, perché ancora dotata di giudizio e raziocinio.

Perciò, dopo averla ridotta a puro impulso ed esecutrice immediata dei propri istinti con la cantilena dei “diritti”, i padroni universali hanno ogni interesse a ridurne il numero. Umanità inutile è un’espressione usata apertamente da Yuval Harari e Bill Gates.

Una volta incorporata nel magazzino universale dell’Intelligenza Artificiale l’intera produzione intellettuale e scientifica dell’uomo, messo da parte per inservibilità pratica il suo pensiero etico, morale, spirituale, bruciata o resettata ogni sua traccia, il mondo di Fahrenheit 451 sarà perfettamente realizzato.

La residuale futura umanità insipiens regredirà ad animale dalla scarsa dotazione istintuale, la nostra condizione primigenia. I più abili diventeranno cyber uomini al servizio della megamacchina.

E non ci sarà un Guy Montag ribelle a salvare i libri, accaparrati dai signori dell’Intelligenza Artificiale.

Aveva ragione Martin Heidegger: solo un Dio ci può salvare. Ma lo vorrà?

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Casa Bianca anima nera

La Casa Bianca parla apertamente di «prendere Cuba», e la stampa costruisce il fascicolo che dovrebbe giustificarlo. Mentre il Sud America viene scosso da un sisma devastante e la nuova Colombia riscrive in sette giorni la propria politica estera, l’America Latina entra in una fase senza precedenti, con lsraele che preme da una parte e gli USA che ripetono la solita vecchia strategia. Dal 9 gennaio a Cuba non arriva più petrolio. Metà del Paese resta al buio a intermittenza, gli ospedali razionano, gli aerei restano a terra. Dopo 60 anni di blocco, una vera e propria guerra economica e mediatica, non solo a Cuba ma in tutta l’America Latina. Ne parliamo con Gianmarco Pisa, analista geopolitico e ricercatore di pace dell’IPRI, Corpi Civili di Pace. Intervista a cura di Jeff Hoffman

Affrontiamo insieme:
⚡ L’embargo energetico e i blackout: l’arma che non lascia crateri
🎙 La fabbrica del consenso: come si prepara mediaticamente un’aggressione
🌎 La Colombia di De la Espriella: Golan, Sahara Occidentale, basi statunitensi
🏚 Il terremoto del Chocó e gli aiuti umanitari come strumento politico
🕊 Che cosa può ancora fare un movimento per la pace in questo quadro

📚 LIBRI DELL’OSPITE
Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento,
Multimage, Firenze, 2026
Le porte dell’arte. I musei come luoghi della cultura, Multimage, 2024
La pagina in comune, Ad Est dell’Equatore, Napoli, 2015
Corpi Civili di Pace in Azione, Ad Est dell’Equatore, Napoli, 2013

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Terremoto all’OMS: 2.400 posti di lavoro tagliati, dirigenti in fuga…

Autore: France-Soir Pubblicato il 20 agosto 2026 – 09:28

Possiamo ancora credere che si tratti di una semplice ristrutturazione? L’OMS, l’istituzione che per anni ha impartito lezioni al mondo, ora viene dissanguata.

Nei prossimi mesi sono stati eliminati 2.400 posti di lavoro, tra cui un quarto del personale, 900 dei quali solo a Ginevra. Questo rappresenta un vero fallimento: un fallimento di credibilità, un fallimento politico, un fallimento morale.

Jeremy Farrar, il direttore scientifico, lascerà l’incarico alla fine di settembre. Mentre l’OMS fa riferimento, con garbo, all’età pensionabile, il Telegraph e fonti interne raccontano una storia diversa, fatta di crescente frustrazione nei confronti della burocrazia e di lotte di potere. Nonostante abbiano cercato di etichettarlo come una “normale partenza”, non ha convinto nessuno.

Farrar non è nuovo alla scena; è la stessa persona che, insieme a Fauci, ha a lungo insistito sull’origine naturale del virus. Ma ora sappiamo ciò che alcuni stretti collaboratori di Fauci hanno finalmente ammesso: già nel gennaio 2020, il genoma “sembrava essere stato modificato geneticamente”. Farrar stesso ha esitato, ma ha comunque insistito sulla linea ufficiale. Oggi sta facendo le valigie, proprio mentre David Morens, ex consigliere senior di Fauci al NIAID, si dichiara colpevole di aver organizzato l’occultamento di documenti pubblici relativi ai finanziamenti per la ricerca, in cambio di tangenti e promesse di futuri finanziamenti. Sebbene Fauci non sia citato nell’atto d’accusa, il suo fidato consigliere ha ammesso di aver nascosto documenti all’amministrazione statunitense.

Quanto a Yukiko Nakatani, responsabile dei dati e dei sistemi sanitari, ha lasciato Ginevra il 13 agosto per il Giappone, ufficialmente per un nuovo incarico presso il Ministero della Salute giapponese. Health Policy Watch riporta che i dirigenti interni parlano di accese discussioni e dure critiche sulla gestione dei dati e sulla leadership di Tedros. Questa fuga di notizie è particolarmente rilevante, dato che i funzionari con sede a Ginevra hanno ricevuto le lettere di licenziamento con due mesi di tempo per fare le valigie e lasciare la Svizzera.

Dopo anni in cui si è ritenuta intoccabile, l’OMS è finalmente sotto accusa; il suo deficit di bilancio ha raggiunto un miliardo di dollari dal ritiro degli Stati Uniti. Tedros si riferisce a questo come a una “dolorosa riorganizzazione delle priorità”, scegliendo attentamente le parole. E Bill Gates, il grande filantropo, ma anche colui che impartisce gli ordini per GAVI, il suo altro progetto prediletto, la cui fondazione ha a lungo gestito i finanziamenti con gli Stati Uniti, starà sicuramente osservando questo spettacolo con un sorriso leggermente forzato.

L’organizzazione globale che ha esitato trasparenza e fiducia si trova ora a licenziare in massa il personale, a vedere i suoi migliori scienziati andarsene, lasciando un imbarazzante silenzio su ciò che è realmente accaduto dal 2020.

Il fetore che emana da questa vicenda, mentre Fauci è sotto pressione negli Stati Uniti, non è certo piacevole. Fonte: France Soir

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La Cina respinge fermamente la richiesta degli Stati Uniti di sostenere la loro “operazione economica più devastante” contro l’Iran

La Cina ha respinto con fermezza l’appello di Washington ad aderire all’attuazione delle sanzioni statunitensi per “schiacciare” l’economia iraniana, opponendosi alle pressioni dell’amministrazione Trump per partecipare alle “sanzioni più dure della storia”, che hanno segnato una nuova fase del conflitto incentrata su una guerra economica prolungata, poiché una soluzione militare è considerata sempre più irrealistica e improbabile.

“Per quanto riguarda la questione iraniana, le sanzioni e le pressioni non contribuiscono a risolvere il problema”, ha dichiarato un rappresentante dell’ambasciata cinese a Washington, secondo quanto riportato da Reuters. Il nuovo piano della Casa Bianca prevede un forte ricorso alla pressione internazionale sui paesi esterni per imporre un isolamento estremo alla Repubblica islamica.

Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha ribadito la stessa posizione ai giornalisti venerdì durante un consueto briefing. “La Cina invita tutte le parti interessate ad adottare misure responsabili e a risolvere il problema attraverso mezzi politici e diplomatici”, ha affermato.

Interrogato specificamente sulle recenti dichiarazioni del Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent, Lin ha sottolineato la necessità che tutte le parti adottino “misure responsabili” per risolvere la guerra. “La Cina si oppone alle sanzioni unilaterali illegali che non hanno fondamento nel diritto internazionale e non sono autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”, ha dichiarato Lin.

via EPA
Giovedì Bessent aveva dichiarato alla CNBC: “È un doppio colpo. Abbiamo il blocco (sull’Iran) e imporremo le sanzioni più dure della storia”. Ha poi promesso: “Funzionerà in Iran e faremo crollare questo regime”.

Ha inoltre citato alcune (famigerate) parole del Presidente George W. Bush rivolte agli alleati dopo gli attentati dell’11 settembre: “O siete con noi, o siete contro di noi”, ha detto Bessent nell’intervista. “Questo sarà il più grande isolamento economico coordinato della storia del mondo.”

Una retorica così intransigente difficilmente convincerà i cinesi, anche perché sanno benissimo cosa è successo dopo quella dichiarazione di Bush: le forze americane si sono impantanate in ben due pantagoni in Medio Oriente, Afghanistan e Iraq, in quelle che sono state cinicamente definite “guerre infinite”.

Inoltre, la reazione a Baghdad è stata pressoché immediata, poiché una delle principali conseguenze indesiderate della guerra di cambio di regime voluta dagli Stati Uniti è stata l’ascesa al potere di politici sciiti filo-iraniani in Iraq. Pechino è fin troppo consapevole del bilancio degli Stati Uniti nella regione, mentre i decisori politici di Washington continuano a ignorare le evidenti lezioni della storia recente.

Giovedì Bessent è apparso perplesso dalla reazione dei prezzi del petrolio, affermando inoltre che sarebbe stato meglio discutere con Pechino in privato:

“Credo che i mercati petroliferi stiano interpretando male il significato di questa pressione economica”, ha dichiarato Bessent giovedì. I prezzi del petrolio hanno raggiunto i massimi da oltre tre settimane.

“Abbiamo informazioni asimmetriche e non capisco perché il prezzo del petrolio sia schizzato alle stelle”, ha affermato Bessent. “Se stiamo esercitando la massima pressione economica, significa che probabilmente non ci sarà una ripresa cinetica su larga scala”.

Alla domanda se gli Stati Uniti potrebbero prendere di mira la Cina per i suoi rapporti commerciali con l’Iran, Bessent ha risposto che molte conversazioni è meglio svolgerle in privato.

“Siamo fiduciosi che tutti vogliano la riapertura dello Stretto (di Hormuz) e che i prezzi dell’energia tornino a scendere”, ha concluso. “Tenete presente che la Cina ricava il 50% della sua energia dal Golfo. Quindi, farebbe loro un grande favore adeguarsi.”

Tuttavia, Bessent si è dato da fare questa settimana per ribadire il cambio di strategia di Trump (optando per una “soluzione” di guerra d’assedio economica, dopo che la strategia militare non ha dato i risultati sperati)…

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La stretta di Trump rischia di trasformare Hormuz nel detonatore della prossima crisi energetica mondiale

Iran, la stretta di Trump rischia di trasformare Hormuz nel detonatore della prossima crisi energetica mondiale

Giornale d’Italia

Washington punta sull’isolamento economico per piegare Teheran, ma la chiusura di Hormuz rende la partita globale. Tra petrolio, sanzioni e tensioni nel Golfo, il rischio è che la pressione produca escalation anziché resa.

di Riccardo Renzi – 21 Agosto 2026

Iran, la stretta di Trump rischia di trasformare Hormuz nel detonatore della prossima crisi energetica mondiale

Mappa dello Stretto di Hormuz postata da Trump, fonte: Truth, @DonaldTrump

La nuova guerra economica di Washington

Donald Trump ha annunciato quella che definisce una nuova fase di “guerra economica” contro l’Iran, minacciando un isolamento senza precedenti per Teheran e per gli Stati, le banche e le imprese che continueranno a commerciare con la Repubblica islamica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato delle sanzioni più dure mai adottate dagli Stati Uniti. La logica è quella della massima pressione: ridurre le entrate petrolifere, strangolare i canali finanziari e rendere sempre più costoso per i Paesi terzi mantenere rapporti economici con Teheran. È una strategia già sperimentata per anni, non soltanto contro l’Iran ma anche contro la Russia. Il problema è che le sanzioni possono certamente impoverire un’economia, ma non necessariamente produrre la capitolazione politica desiderata da chi le impone. L’Iran, inoltre, vive da decenni sotto restrizioni americane e ha costruito una parte significativa della propria economia proprio attorno alla necessità di aggirarle. Ciò non significa che possa assorbire indefinitamente nuovi shock: l’inflazione, la perdita di investimenti e l’interruzione dei commerci rappresentano costi enormi. Significa però che il rapporto fra sofferenza economica e resa strategica è tutt’altro che automatico.

Hormuz, il vero punto critico

Il problema più grande, tuttavia, non riguarda soltanto l’Iran. Riguarda il mercato energetico mondiale. Lo Stretto di Hormuz è uno dei principali colli di bottiglia della circolazione globale di petrolio e gas. Prima della guerra vi transitava una quota enorme del commercio mondiale di greggio; oggi il traffico è precipitato. Secondo dati citati dall’Associated Press, nella settimana di metà agosto i passaggi confermati erano scesi drasticamente e, in una delle giornate osservate, soltanto tre navi avevano attraversato lo stretto. Trump sostiene che il blocco sia efficace e che le alternative infrastrutturali possano ridurre progressivamente l’importanza di Hormuz. Ma costruire oleodotti e aumentare la capacità di esportazione attraverso rotte alternative richiede anni, non settimane. Nel frattempo, ogni riduzione del traffico significa maggiore rischio, assicurazioni più costose, noli più elevati e soprattutto petrolio più caro. È qui che la strategia americana rischia di produrre un paradosso: per mettere in difficoltà l’Iran si finisce per trasferire una parte del costo sul resto del mondo.

L’errore delle sanzioni come soluzione universale

La tentazione di Washington è considerare la pressione economica come una leva quasi meccanica: meno petrolio, meno valuta, maggiore malcontento, quindi maggiore disponibilità del regime a trattare. La storia suggerisce maggiore prudenza. Le sanzioni possono funzionare quando accompagnano una trattativa credibile e lasciano all’avversario una via d’uscita. Quando invece vengono percepite come un tentativo di ottenere una resa incondizionata, possono rafforzare la convinzione della leadership colpita che non esista alcuna alternativa alla resistenza. Teheran, del resto, interpreta il conflitto come una questione di sopravvivenza nazionale. In questo quadro, l’inasprimento economico rischia di consolidare anziché dissolvere la volontà di combattere. È precisamente il punto sollevato da Alastair Crooke: attribuire alla pressione economica la capacità di produrre automaticamente un cambio di regime significa sottovalutare la resilienza accumulata dall’Iran dopo decenni di isolamento.

Il fronte emiratino cambia gli equilibri

A rendere ancora più difficile la situazione è arrivata la decisione degli Emirati Arabi Uniti di sospendere commercio e transazioni finanziarie con l’Iran, dopo aver accusato Teheran di avere lanciato due missili balistici verso le acque emiratine. L’Iran ha respinto l’accusa. Il provvedimento è particolarmente significativo perché Dubai rappresentava una delle principali porte economiche dell’Iran verso il mercato internazionale. Secondo Reuters, la Cina resta oggi il principale acquirente del petrolio iraniano, mentre gli Emirati costituiscono un importante canale commerciale e di riesportazione. La chiusura di questo canale non è dunque una semplice misura diplomatica. È una ferita economica concreta. Resta però una domanda che merita di essere posta senza trasformarla in una certezza: perché Teheran avrebbe dovuto deliberatamente colpire un vicino che costituisce uno dei suoi principali sbocchi commerciali? I due missili segnalati dagli Emirati sono finiti in mare e Abu Dhabi sostiene che fossero diretti contro la navigazione. L’Iran nega invece di averli lanciati. Non disponiamo di elementi pubblici sufficienti per stabilire che si sia trattato di un’operazione sotto falsa bandiera. L’ipotesi non può essere presentata come un fatto, ma le circostanze rendono legittimo chiedere un’indagine indipendente prima di trasformare l’episodio in una nuova certezza propagandistica.

Il rischio della spirale incontrollabile

È questo il punto geopolitico più delicato. Ogni attore possiede oggi una ragione per alzare la posta: Washington vuole riaprire Hormuz e imporre condizioni a Teheran; l’Iran vuole evitare una capitolazione; gli Emirati vogliono proteggere i propri traffici; Israele punta a neutralizzare definitivamente la minaccia iraniana; gli europei devono evitare una nuova crisi energetica. Ma gli obiettivi non coincidono. La guerra rischia così di trasformarsi in un conflitto “a pilota automatico”, nel quale ogni attacco produce una risposta e ogni risposta modifica gli equilibri abbastanza da rendere politicamente più difficile fermarsi. Reuters ha recentemente evidenziato proprio questo rischio, collegando la contrazione del traffico a Hormuz alle crescenti tensioni tra Iran, Stati Uniti e Paesi del Golfo.

La lezione di Mosca

Da una prospettiva strettamente geopolitica, Washington dovrebbe ricordare l’esperienza russa. Le sanzioni occidentali hanno imposto costi enormi a Mosca, ma non hanno prodotto il risultato politico inizialmente auspicato: la Russia ha riorientato parte dei propri commerci, approfondito i rapporti con Cina e India e sviluppato ulteriormente strumenti per aggirare le restrizioni. L’Iran potrebbe fare qualcosa di analogo, sebbene parta da condizioni economiche molto più fragili. Questo non significa che Teheran sia immune dalla pressione. Al contrario: il blocco dei traffici, la perdita del canale emiratino e l’inasprimento delle sanzioni possono aggravare seriamente una situazione già difficile. Ma trasformare questa sofferenza in una previsione di imminente collasso sarebbe analiticamente azzardato.

La partita è ormai globale

La questione iraniana non può più essere considerata una semplice disputa fra Washington e Teheran. Hormuz è una questione mondiale, perché attraverso quel corridoio passa una parte essenziale dell’energia destinata ai mercati asiatici ed europei. La domanda decisiva, quindi, non è soltanto se Trump riuscirà a mettere l’Iran in ginocchio. È se la pressione economica riuscirà a ottenere un accordo prima che il costo della guerra diventi superiore ai vantaggi che Washington spera di conseguire. Perché una cosa è certa: un Iran impoverito può essere un Iran più debole; un Iran messo alle strette può anche diventare un Iran più pericoloso. E se Hormuz resterà chiuso, il conto non arriverà soltanto a Teheran. Arriverà alle pompe di benzina, alle industrie e ai bilanci pubblici di mezzo mondo. È questo il paradosso della nuova escalation: nel tentativo di isolare l’Iran, si rischia di internazionalizzare ancora di più il costo della guerra.

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Manca un piano B per l’infrastruttura che regge l’euro

T2 è il sistema attraverso cui le banche dell’Eurozona regolano i pagamenti tra loro in tempo reale. Non ha sostituti: se si ferma, si fermano tutte le operazioni. Una situazione che diventa preoccupante di fronte alla possibilità di attacchi informatici.

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La fatica di capire

Mai così tante informazioni disponibili. Mai così poca capacità di leggerle. Oltre al problema della lucidità come bene non espropriabile, ci chiediamo quale sia la differenza tra chi ha accumulato nozioni e chi possiede una conoscenza costruita con lo studio, la disciplina e l’esperienza.

📚 Non è una questione accademica. È la differenza tra chi subisce gli eventi e chi li legge.

⚔ Mentre i fronti di guerra si moltiplicano e tendono a saldarsi in un unico scenario e lo Stretto di Hormuz resta chiuso, e il blocco navale statunitense e le condizioni poste da Teheran per una riapertura piena tengono in ostaggio le rotte del greggio e del gas naturale liquefatto. E mentre Banca Italia ci fa sapere quanto è cresciuto il debito, il conto dell’aggressione statunitense e israeliana arriva puntuale nelle bollette e nel carrello della spesa. Ne parliamo con Michele Putrino, scrittore e studioso di filosofia. Intervista a cura di Jeff Hoffman.

🔥 Di cosa parliamo: 🔹 Accumulo di nozioni e conoscenza vera: perché non sono la stessa cosa 🔹 La fatica dello studio come atto di libertà 🔹 I fronti si uniscono: leggere una crisi invece di commentarla 🔹 Impegno concreto e piedi piantati in terra

📖 LIBRI DI MICHELE PUTRINO Liberi dalla paura. Gli insegnamenti di un’antica dottrina per liberarsi dal controllo del sistema (Uno Editori, 2021) Manuale di resistenza al potere (Uno Editori, 2019, prefazione di Enrica Perrucchetti)

📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo)

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Alessandro Volpi: cambiamo rotta

Dalla concentrazione del risparmio gestito nelle mani dei Big Three (BlackRock, Vanguard, State Street) agli utili record delle banche italiane, con il credito all’economia reale che si assottiglia. E’ la mappa di un potere che non si vota, non si discute, e decide a prescindere dalla volontà dei cittadini-elettori. Cosa succede quando il

💰35,9% del debito è in mani estere. E circa un terzo di quella quota è nei portafogli dei grandi fondi statunitensi. Non è un dettaglio tecnico: è la misura esatta di quanto margine politico resta a un Paese che paga quasi cento miliardi di interessi l’anno. Ne parliamo con Alessandro Volpi, storico dell’economia all’Università di Pisa, saggista. Intervista a cura Jeff Hoffman

🔍 Parliamo di: ▪ Il record del debito pubblico: 3.207,2 miliardi, cosa dicono davvero i dati di Bankitalia ▪ Quantitative tightening: la BCE si ritira, i fondi americani avanzano ▪ Big Three: come tre gestori arrivano a pesare su una fetta enorme delle società quotate ▪ Le banche italiane e i profitti record: chi incassa, chi resta senza credito ▪ Risparmio previdenziale italiano: la materia prima più contesa d’Europa ▪ Cosa possono fare gli Stati: fiscalità sulla rendita, banca pubblica, controlli reali

📚 I LIBRI DI ALESSANDRO VOLPI ▫ La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Laterza, 2025 ▫ Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza, Altreconomia, 2024 ▫ I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza, 2024 ▫ Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione, Laterza, 2023 ▫ La mutazione italiana, Altreconomia, 2023 ▫ Storia del debito pubblico in Italia. Dall’Unità a oggi (con L. Tedoldi), Laterza, 2021

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Il vescovo Schneider paragona la Fraternità Sacerdotale San Pio X al rifiuto di Sant’Atanasio di avallare l’eresia

Il vescovo Schneider ha difeso le consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X come atti necessari per continuare la loro opera di preservazione della fede cattolica perenne in modo chiaro e completo, nella sua dottrina e nei suoi sacramenti.

Immagine in evidenza
Il vescovo Atanasio Schneider, durante una conferenza a Roma, ottobre 2023
Michael Haynes

Emily
Mangiaracina
22

(LifeSiteNews) — Il vescovo Atanasio Schneider ha paragonato la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ai vigili del fuoco che un capo dei pompieri punisce per aver utilizzato metodi “collaudati” per spegnere le fiamme che minacciavano una casa.

In una dichiarazione condivisa dalla giornalista Diane Montagna, Schneider ha ricordato la scomunica di Sant’Atanasio per fare luce sull’attuale censura della Fraternità Sacerdotale San Pio X da parte del Vaticano. Ha raccontato che Papa Liberio pronunciò questa scomunica contro Sant’Atanasio per essersi rifiutato di “entrare in comunione con i vescovi ariani e semi-ariani” che appoggiavano l’eresia o erano complici di essa.

“Oggi, Sant’Atanasio sarebbe considerato uno scismatico secondo la definizione di ‘scisma’ nell’attuale Codice di Diritto Canonico, poiché si rifiutò di essere in comunione con membri della Chiesa (vescovi eretici e semi-eretici) che erano canonicamente riconosciuti e quindi soggetti al Papa”, ha osservato Schneider.

— L’articolo continua sotto la Petizione —
Chiedete a Papa Leone XIV di abbandonare la Traditionis Custodes e di revocare tutte le soppressioni della Messa in latino
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Ha descritto le consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X come un esempio di un “raro dilemma” che si trova a dover scegliere tra preservare la fede cattolica perenne in modo chiaro e inequivocabile “o essere canonicamente riconosciuti dal Papa”. Ciò è dimostrato, ha osservato, dal fatto che una delle condizioni per il riconoscimento della Fraternità Sacerdotale San Pio X da parte del Vaticano è che essa accetti pienamente il Concilio Vaticano II, che contiene “ambiguità dottrinali”, e che “accetti non solo la validità ma anche la legittimità” della Nuova Messa “nonostante la sua vaghezza dottrinale e rituale, che segna una netta rottura con il Rito Romano tradizionale”.

Il vescovo ha puntato il dito contro “sviluppi malsani all’interno della Chiesa” che hanno contribuito a un atteggiamento di condanna nei confronti della Fraternità Sacerdotale San Pio X: il legalismo, che considera il diritto creato dall’uomo come assoluto, e il papalismo, che considera il papa come assoluto. Secondo questa “visione ristretta della realtà”, i cattolici sono giunti a dare priorità al legalismo e al papalismo rispetto alla chiara dottrina, ha affermato.

“Eppure, durante ogni grande crisi dottrinale nella storia della Chiesa, la regola ferrea è stata quella di evitare qualsiasi ambiguità dottrinale”, ha sottolineato Schneider. Ha evidenziato l’esempio di Papa Onorio I, che emanò lettere “dottrinalmente ambigue” che furono poi “fermamente condannate” da papi e tre concili ecumenici, nonostante il tentativo del suo successore di stabilire un’“ermeneutica della continuità”.

Ignorando questo esempio storico, oggi si “afferma diffusamente all’interno della Chiesa che non può sorgere alcun conflitto di coscienza tra l’obbedienza al Papa e la preservazione della purezza inequivocabile della fede”, ha osservato Schneider. «Questo significa, in definitiva, che l’obbedienza al Papa è così apprezzata che si ritiene preferibile accettare ambiguità in materia di fede e riti liturgici piuttosto che agire contro un comando papale, anche se tale comando è solo umano e può essere imperfetto», ha continuato Schneider.

Ha sottolineato che oggigiorno le persone hanno una comprensione errata e «ristretta» di cosa significhi essere in comunione con la Chiesa cattolica, riducendola alla sola «obbedienza al Papa».

«Questo rischia di elevare l’obbedienza al Papa allo stesso livello dell’obbedienza alla rivelazione divina di Dio», ha osservato Schneider.

Secondo San Roberto Bellarmino, l’unità con la Chiesa richiede la professione della stessa fede e la comunione dei sacramenti, nonché il rimanere «sotto la guida di pastori legittimi, e in particolare del Romano Pontefice». San Bellarmino ha anche sostenuto che è «lecito» «resistere» a un papa che «attacca il corpo», «opprime le anime» e soprattutto «cerca di distruggere la Chiesa». Schneider ha sottolineato analogamente che in circostanze “straordinarie” un cattolico “potrebbe essere tenuto in coscienza ad agire contro il diritto positivo (leggi disciplinari emanate dall’autorità umana della Chiesa) proprio per rimanere fedele senza compromessi alla Legge divina”.

Ha evidenziato che il requisito che le ordinazioni episcopali siano effettuate con l’approvazione del papa è un esempio di diritto positivo – e peraltro piuttosto recente. Inoltre, “anche dopo tale sviluppo, il diritto canonico non ha considerato le ordinazioni episcopali illecite… come offese all’unità della Chiesa, come atti intrinsecamente scismatici o come intrinsecamente malvagi”.

La Fraternità San Pio X ha un incentivo particolarmente forte a proseguire il suo lavoro.

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Cosa succede quando reciti il Rosario?

Quando preghi, Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori ora…., la Beata Madre viene istantaneamente al tuo fianco per pregare con te. E non viene da sola. Porta con sé gli Angeli. E non uno o due soltanto, poiché ella è la Regina degli Angeli, quindi cori di angeli vengono con lei.

E lei e Gesù sono uniti nel cuore e non possono essere separati, quindi ella porta Gesù con sé. E Gesù non può essere separato dalla Trinità, quindi Egli porta il Padre e lo Spirito Santo con Sé. E dove è la Santissima Trinità, lì è tutta la creazione, e tu sei circondato da una tale bellezza e luce che non puoi immaginare in questa vita.

Tua Madre viene come Nostra Signora delle Grazie con le mani distese. Raggi di luce emanano dalle sue mani, trafiggendo il tuo corpo, guarendoti e colmandoti di grazie. Questa è la tua eredità, che fu versata dal cuore di Gesù sulla Croce, quando il centurione trafisse il Suo Cuore con la lancia, nel solo vaso puro pronto a ricevere tali grazie in quel momento, tua Madre. Ora, mentre reciti il Rosario, o anche solo un’Ave Maria, ricevi la tua porzione di queste grazie. Egli disse anche in quel momento: «Chiunque si rivolge a Maria e recita il Rosario non può essere toccato da Satana». È un mistero che chiunque reciti il Rosario con il cuore sia così benedetto, protetto e potente nelle sue preghiere per gli altri?

Padre Gabriele Amorth, Capo Esorcista del Vaticano

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