Dieci minuti. È bastato questo tempo a una task force cinese per arrestare alcuni esponenti delle cosiddette “quattro grandi famiglie” del nord del Myanmar, dopo il loro ingresso in territorio cinese nell’ottobre 2023. È uno degli episodi raccontati dal documentario ‘The Demise of Myanmar-Based Telecom Fraud’, dedicato alla vasta operazione con cui Pechino ha smantellato le organizzazioni criminali responsabili di truffe ai danni di cittadini cinesi. La campagna era partita nell’estate del 2023 contro quattro principali centri delle frodi nel nord del Myanmar. Di fronte al rifiuto di alcuni gruppi di collaborare, le autorità cinesi decisero di abbandonare i negoziati e passare all’azione. Dopo una sparatoria che coinvolse cittadini cinesi nell’ottobre 2023, Cina e Myanmar istituirono una squadra investigativa congiunta.
Per la prima volta la polizia cinese entrò nei complessi utilizzati dalle organizzazioni criminali a Kokang per raccogliere prove, operando anche mentre infuriavano i combattimenti e cadevano bombe nelle vicinanze. Il documentario mostra anche la dimensione violenta del sistema: in un complesso controllato dalla famiglia Ming è stato scoperto un poligono sotterraneo dove sarebbero stati uccisi lavoratori coinvolti nelle truffe. Le organizzazioni criminali avevano trasformato frodi, gioco d’azzardo, droga e prostituzione in un vero sistema economico, protetto da gruppi armati e da importanti famiglie locali.
Il gruppo guidato da She Zhijiang, ad esempio, aveva creato oltre 200 piattaforme di gioco online, coinvolgendo 330.000 cittadini cinesi e movimentando più di 2,7 miliardi di yuan. La risposta cinese ha portato all’arresto di oltre 57.000 cittadini cinesi sospettati di coinvolgimento nelle frodi attraverso operazioni coordinate tra Cina e Myanmar. I principali esponenti delle organizzazioni sono stati perseguiti, condannati e, in diversi casi, giustiziati. Il risultato della campagna si riflette anche nei dati più recenti: in Cina i casi di frode telefonica sono diminuiti per undici mesi consecutivi rispetto all’anno precedente e, nella prima metà del 2026, le denunce sono calate del 15,6%.
La vicenda mostra così la dimensione di un'operazione che Pechino ha condotto attraverso pressione diplomatica, cooperazione transfrontaliera e azione diretta contro le strutture criminali. Il messaggio lanciato ai gruppi del Myanmar è stato inequivocabile: la protezione offerta da confini e reti criminali non sarebbe più stata sufficiente a sottrarsi alla repressione cinese.
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I paesi frugali ricattano l'UE sui bilanci per smantellare l'agricoltura e finanziare il riarmo, usando la finta minaccia russa per arricchire le lobby.
Il primo turno delle elezioni brasiliane ha prodotto un risultato destinato a pesare molto più del semplice vantaggio con cui Flávio Bolsonaro ha superato Lula. Il candidato del Partido Liberal ha ottenuto il 47,03% dei voti contro il 45,16% del presidente uscente, ribaltando le indicazioni della maggior parte dei sondaggi della vigilia. Il direttore di Quaest Felipe Nunes ha individuato nel risultato un forte movimento di “voto utile” a destra. Le candidature minori avrebbero funzionato, durante la campagna, come una sorta di “cassa d'acqua”, un serbatoio di consensi pronto a spostarsi verso Flávio quando la sua candidatura è apparsa realmente competitiva.
Marco Fernandes, membro del Consiglio Civile dei BRICS e analista geopolitico, invita invece a riconsiderare il ruolo degli stessi sondaggi. Una parte significativa dell'elettorato, sostiene, decide il proprio voto addirittura la mattina delle elezioni, rendendo molto più difficile fotografare con precisione un quadro in rapido movimento. Il sociologo Gabriel Puricelli sottolinea però che il risultato rientrava nelle oscillazioni indicate dalle rilevazioni e che la tendenza più evidente era il progressivo “stagnamento” del voto di Lula accompagnato dalla crescita di Bolsonaro. Per il ballottaggio, secondo Puricelli, il fattore sorpresa è ora dalla parte di Flávio, mentre i voti delle altre candidature di destra costituiscono il bacino più difficile da conquistare per il presidente uscente. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto la presidenza. Il Partido Liberal ha conquistato 121 deputati e 28 senatori, raggiungendo la maggiore rappresentanza della propria storia. Per Marco Fernandes si tratta della prima volta dagli anni Ottanta in cui un partito raggiunge una simile forza parlamentare. Anche nell'eventualità di una vittoria di Lula, avverte l'analista, il rapporto con il Congresso sarebbe “più complicato” rispetto al precedente mandato.
Il politologo José Henrique Artigas parla di una vera e propria “valanga” di voti verso l'estrema destra, sottolineando come il PL sia diventato il partito più forte del Brasile anche grazie alla conquista di parlamentari e governi statali. A suo giudizio, non si tratta più semplicemente dell'avanzata di un'opposizione liberal-conservatrice, ma di una destra che ha acquisito una capacità di presenza territoriale mai raggiunta prima. Artigas interpreta inoltre la trasformazione della comunicazione politica come uno degli elementi decisivi. Il campo conservatore, sostiene, ha saputo sfruttare meglio la nuova centralità degli algoritmi, attraverso una comunicazione costruita per colpire direttamente singoli gruppi di elettori. Una dinamica che avrebbe favorito la crescente capillarità del PL. Lula dovrà ora affrontare anche il problema di una parte dell'elettorato che, pur in presenza di indicatori economici positivi, continua a percepire una distanza tra i dati macroeconomici e la propria vita quotidiana. Criminalità, trasporti, lavori usuranti e indebitamento alimentano quella “frustrazione molto grande della popolazione” evidenziata da Fernandes.
Il ballottaggio del 25 ottobre si giocherà dunque su margini strettissimi. Puricelli avverte che sarebbe irresponsabile attribuire oggi un vantaggio a uno dei due candidati: la differenza è troppo ridotta e anche la partecipazione degli elettori che non hanno votato al primo turno potrebbe incidere. Il primo turno ha però già consegnato una certezza politica: qualunque sia il risultato presidenziale, il Brasile si avvia verso una nuova fase, nella quale il PL e il bolsonarismo dispongono di una forza parlamentare e territoriale senza precedenti nella storia recente del Paese.
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A cura di Margherita Furlan
Con la collaborazione di Gionata Chatillard, Ivan Bodyan e Jeff Hoffman
Editing di Mia Tarulli e Isabelle Tonussi
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We are approaching the anniversary of one of Mossad’s most meticulously organized plots: the October 7, 2023 attack on Israelis along the Gaza Strip border, carried out with the complicity of Hamas mercenary terrorists directed by Israel. We wrote about many investigations that we summarizez below…
According to intelligence experts, there is an intensifying risk of new false-flag operations such that terrorist operation aimed at legitimizing plans to depopulate the Gaza Strip; these plans have now extended to the West Bank and Lebanon, in line with the insane “Greater Israel” project of Israeli Zionist regime Prime Minister Benjamin Netanyahu.
That is why serious consideration should be given to the CIA analysts and Iranian politicians who suggest that two suspected terrorist attacks—the one at the Royal Air Force base at Fairford and the incident involving the FlyDubai flight—were FALSE-FLAGE actions.
Let us start with a premise: for the American Central Intelligence Agency (CIA) and the Israeli Mossad, organizing actual terrorist attacks is easier than staging a “Hollywood-style production”—which is what many inexperienced bloggers believe the scuffle on the UAE flight was.
In fact, planning a terrorist plot requires only a few skilled secret agents and a handful of expendable victims, whereas a video production requires dozens of extras who are difficult to blackmail and control.
Spokesman Calls Attempts to Link Flydubai Incident to Iran a ‘False Flag’
«Reacting to claims by Britain and others against Iran over the incident involving the Emirati aircraft, as well as Iran’s warnings about hostile actions, Baqaei said Iran remains fully prepared to defend itself» Iranian Tasnim News agency reported.
“This is merely a reminder of an experience that the world has witnessed for itself over the past seven months,”Esmail Baghaei, Spokesperson for the Ministry of Foreign Affairs of Iran, said at a press conference on Sunday.
The remarks came after a Flydubai flight from Dubai to Tel Aviv was diverted to Saudi Arabia on September 30 after its co-pilot allegedly attacked the captain and attempted to take control of the aircraft. Passengers and crew subdued the co-pilot, allowing a reserve crew to land the plane safely. Investigations into the incident remain ongoing.
Gospa News, in the Daily Wars Diary have suggested the FALSE-FLAG hypothesis already on the same day of the incident (link updates here).
Baqaei said the latest claims should be viewed in light of the Zionist regime’s and some European countries’ history of using false-flag operations. Iran is being accused “solely on the basis of fabricated evidence,”he stated.
The spokesman cited Britain’s allegations concerning RAF Fairford and the Emirati aircraft as an example, saying even children could see how clumsily such anti-Iranian claims have been constructed.
Baqaei said the Israeli regime and its European supporters appear to be seeking to divert attention from the situation in Gaza as well as their own aggression against Iran, while creating the impression that Iran poses a threat to the world. “This is a worn-out tactic,”he said.
«US President Donald Trump has suggested, without providing evidence, that the co-pilot may have been linked to Iran, saying he was responding to what he had been hearing. Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu initially said it was too early to determine whether Iran was involved, while Israeli officials later said the co-pilot appeared to have been acting alone» Tansim added.
«Media reports have identified the co-pilot as an Omani national, with reports alleging that he had previously been barred from flying in Oman over concerns about extremist views» Iranian agency concluded.
Former CIA Official Larry Johnson: “FlyDubai Attack like a FALSE-FLAG”
Excerpt of a long interview published by The Trends Journal YT channel held by Edmund DeMarche with Johnson.
Larry Johnson, the former CIA analyst from Sonar21.com, says there seems to be more questions than answers after the FlyDubai cockpit attack that nearly crashed a plane en route from the UAE to Israel.
He also talks about the reactions from Trump and Netanyahu.
Iran Rejects FlyDubai Incident Link As ‘False Flag’ Operation. Interview to Indian Wounded Pilot
Iran has rejected attempts to link Tehran to a recent incident aboard a Flydubai passenger jet, calling the allegations a “false flag” operation. Iranian Foreign Ministry spokesperson Esmaeil Baqaei said the claims were based on fabricated evidence.
Below is an excerpt from a news report by Firstpost, an Indian news and media website.
A report lasting approximately seven minutes analyzes the various theories and presents the first interviews with Indian Prime Minister Narendra Damodardas Modi, the Indian Ambassador to the UAE, and the injured Indian pilot—seen with a visible head bandage—who confirms that the assault actually took place.
These details address the doubts raised by former CIA analyst Larry Johnson regarding the authenticity of the fight in the cockpit—unless, of course, the Israeli Mossad conspired with Indian intelligence as well…
Former CIA Officer: “RAF Fairford suspected Terrorist Plot: Was it a FALSE FLAG?”
On RAF Fairford suspected terrorist plot ex-CIA Operations Officer Charles Finfrock said:: ‘There’s some aspects of this that remind me of a really successful internal security operation, where they’ve penetrated the cell, where they’re following the investigation, following the operation very closely, and they stop it before it can become dangerous”.
“The FBI has done this wonderfully several times in the US where they’re able to put somebody inside and stop something like this before it even gets close to being active. And so I don’t see it as a false flag. I wouldn’t see what the benefit of a false flag there would be”.
But we have to recall that there certainly would have been an advantage…
In fact, UK military intelligence has provided—and continues to provide—support to the US, and thus indirectly to Israel, regarding military tensions in the Middle East.
Moreover, it is the only European country so far to have begun providing support to the Houthi separatists in Yemen—who, being Shia Muslims, are backed by the theocracy in Tehran.
Therefore, a “false-flag” attack in England could have—and still could—increase the likelihood of UK military intervention in support of Israel and against Iran.
Ex-CIA Operations Officer Charles Finfrock added:
“But this to me strikes me as a real operation that had been covered well on both sides of the Atlantic and now we’re trying to get our story straight about explaining how much we knew about it and when and where and why”.
“And sometimes these things that you’ve seen, they come off looking very ham-handed because we’ve been so involved in the investigation, so we don’t let it evolve to the point of actually having a working bomb”. Afshin Rattansi: ‘And they all get released on bail anyway.’
The Awful “Masterpieces” of False-Flag: from JFK Assasination to WTC Attacks
A “false flag” operation is one carefully premeditated over a long period by a foreign intelligence entity to implicate an enemy nation and discredit it in the eyes of global public opinion.
It is planned down to the finest detail, carrying the risk of causing actual casualties.
In fact, if unforeseen “collateral damage”—such as unexpected deaths beyond the planned injuries or killings—occurs during the operation, the orchestrators are even more pleased, as the resulting bloodshed lends greater credibility to the terrorist attack.
Historically, the CIA (US counter-intelligence) and Mossad (Israeli counter-intelligence) have been recognized masters of such plots, occasionally utilizing partners such as the secret services of other nations or terrorist groups.
In many of these false flag operations, the recruited and trained perpetrators may be suicide attackers, as was the case with the September 11, 2001 attacks.
In other instances, they may be secret agents unaware that they have been marked for death—as happened to Lee Harvey Oswald regarding his involvement in the fatal assassination of President John Fitzgerald Kennedy in Dallas on November 22, 1963,where other snipers fired the lethal shots.
Now, we are approaching the anniversary of one of Mossad’s most meticulously organized plots: the October 7, 2023 attack on Israelis along the Gaza Strip border, carried out with the complicity of Hamas mercenary terrorists directed by Israel.
“The revelation by the daily newspaper *Haaretz* regarding the October 7 massacre is making headlines worldwide and shaking Israel, which is caught between the war in the Gulf and the challenge of next month’s elections”—this is the report from RAI’s mainstream news service, which overlooks the investigations into the matter that were suppressed immediately after the 2023 attack…
“UAE leader Mohammed bin Zayed warned Benjamin Netanyahu in a phone call that Hamas was preparing a major military operation in Gaza, but the Prime Minister did not inform intelligence or military officials.”
In a single day, 859 Israeli civilians, 278 soldiers, and 57 law enforcement officers were killed in towns, kibbutzim, and military bases surrounding the Gaza Strip. Hamas militants also attacked a music festival—the Nova festival—attended by approximately 3,000 young people, killing 364 participants and abducting 44. By the end of the attack, 251 people, including about 30 children, had been abducted and taken as hostages into the Strip.
Subsequent investigations—which were never adequately pursued by the Israeli judiciary due to opposition from the Zionist regime of Benjamin Netanyahu (who is on trial for corruption and other offenses)—have highlighted three pieces of unequivocal evidence regarding the plot:
the Israeli government delayed for months by refusing to negotiate with Hamas for the release of hostages, indirectly causing the deaths of 85 of them, while 168 were eventually released after a long and traumatic captivity.
In the eyes of many Israelis, all of this legitimized Netanyahu’s plan for the depopulation of Gaza—a plan devised many months prior to the Hamas attack.
Dopo la bocciatura sul piano casa, il premier socialista convoca le elezioni cavalcando le proteste di piazza: «Serve una maggioranza progressista per nuovi progressi sociali»
Dopo la bocciatura sul piano casa, il premier socialista convoca le elezioni cavalcando le proteste di piazza: «Serve una maggioranza progressista per nuovi progressi sociali»
La finanza è colpevole: la guerra si combatte sui ponti di Kiev e si paga con il debito di Roma. A Levante, lunedì 5 ottobre 2026, alla vigilia del terzo anniversario del 7 ottobre, Margherita Furlan dialoga con Moni Ovadia, Francesco Dall’Aglio e Alessandro Volpi. Tre forme della forza che riducono la persona a cosa: la legge che vuole fissare i confini del dicibile, le armi che paralizzano una capitale senza abbatterne i ponti, il denaro che finanzia il riarmo mentre il debito costa ogni mese di più. AFFRONTIAMO INSIEME Il ddl antisemitismo alla Camera, la definizione IHRA, l’appello di Liliana Segre e il dissenso dentro la memoria Tre anni dal 7 ottobre: Gaza in una tregua che continua a uccidere e Milano che discute il gemellaggio con Tel Aviv Perché Mosca non abbatte i ponti sul Dnepr ma ne colpisce i cavi, e che cosa cambia per la logistica ucraina lungo la E40 Merz a Kiev tra le sirene, l’avviso russo ai diplomatici e la nuova soglia dello scontro Treasury oltre il 5,3%, Francia ai massimi dal 2002, spread fino a 131 punti: come il debito americano contagia l’Europa Interessi verso 117 miliardi l’anno, manovra e spese militari: chi paga e chi incassa «La terza guerra mondiale sarà quella della povertà sociale»: il nuovo libro di Alessandro Volpi GLI OSPITI Moni Ovadia, attore, scrittore, uomo di teatro Francesco Dall’Aglio, storico e analista militare Alessandro Volpi, Università di Pisa, autore di «La finanza è colpevole» LIBRI DEGLI OSPITI Alessandro Volpi, La finanza è colpevole Alessandro Volpi, La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Laterza, 2025 Alessandro Volpi, I padroni del mondo, Laterza, 2024 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Per donazioni: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV Membership YouTube: https://www.youtube.com/@CasadelSoleT… Analista Multipolare €5/mese Inviato della Verità €15/mese Architetto del Futuro €25/mese I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) SEGUI CASA DEL SOLE TV YouTube: @CasadelSoleTVChannel #Levante#CasadelSoleTV#MargheritaFurlan#Geopolitica#Multipolarismo#LaFinanzaÈColpevole#AlessandroVolpi#MoniOvadia#FrancescoDallAglio#Kiev#Ucraina#Spread#DebitoPubblico#Riarmo#DdlAntisemitismo#7ottobre
“Anossia” ovvero mancanza di ossigeno e sarebbero rimasti in acqua oltre il limite si sicurezza che le bombole avrebbero loro garantito. È stata l’assenza totale di ossigeno a uccidere i...
Se la Francia non adotta un piano di bilancio in grado di ridurre la spesa e il deficit rischia di vedersi “progressivamente strangolare dal rialzo dei tassi di interesse”.
Se la Francia non adotta un piano di bilancio in grado di ridurre la spesa e il deficit rischia di vedersi “progressivamente strangolare dal rialzo dei tassi di interesse”.
Da tre settimane i licei francesi sono in blocco. Oggi, lunedì 5 ottobre gli istituti in protesta sono almeno 413, e per martedì 6 è prevista una mobilitazione intersindacale di grosse dimensioni. Ma quello che sta facendo discutere non è solo la protesta. È come lo Stato ci sta rispondendo.
Il ministro dell'Interno Laurent Nuñez non ha fatto mistero di come la pensa. Ha detto che non darà "nessuna istruzione di moderazione e nessuna istruzione di non utilizzare tutto l'armamento intermedio a disposizione delle forze di sicurezza interne". Tradotto: mano libera. La Ligue des Droits de l'Homme ha parlato di una "deriva complessiva rispetto allo Stato di diritto" negli interventi contro gli adolescenti, e ha aggiunto che il diritto internazionale "viene completamente calpestato".
I numeri, del resto, sono pesanti. Giovedì 1 ottobre il ministro dell'Educazione nazionale Edouard Geffray ha riferito che dall'inizio del movimento 170 studenti erano rimasti feriti. Poi ci sono i casi singoli, che uno per uno raccontano qualcosa di più grande.
A Lens un ragazzo di 15 anni ha subito una grave ferita alla mano. La dinamica è ancora confusa. Una fonte sindacale della polizia sostiene che il liceale avrebbe voluto raccogliere la granata per rilanciarla, e che questa gli sarebbe esplosa in mano. Il procuratore di Béthune e il prefetto del Pas-de-Calais non hanno confermato questa versione. Il procuratore Etienne Thieffry è stato prudente: ha detto di non essere "in grado di rispondere [sulla questione di sapere] se questo adolescente avesse formalmente raccolto una granata esplosa nella sua mano, o se la granata gli fosse atterrata addosso". E ha aggiunto di non essere "in grado" nemmeno di "indicare quali granate siano state utilizzate". Una ragazza che era vicina al liceale al momento dell'esplosione ha raccontato una cosa diversa: "Stavamo correndo, hanno lanciato questa palla, non so cosa fosse esattamente. L'ha ricevuta nella mano e all'improvviso è esploso". Afferma che un altro ragazzo è stato colpito a una gamba.
A Tours, il 30 settembre, un altro studente ha perso l'uso dell'occhio destro dopo un colpo di LBD (Lanceur de balle de défense). La procura ha confermato che i colpi erano "compatibili" con le "lesioni all'occhio". La famiglia ha sporto denuncia per "violenze da parte di persona che esercita pubblica autorità".
A Saint-Ouen-l'Aumône, nel Val-d'Oise, un ragazzo di 14 anni ha riportato una doppia frattura della mascella, tutti i denti superiori rotti e molti denti inferiori rotti. La sua avvocata, Elsa Marcel, ha detto che il ragazzo se ne stava "isolato" ed è stato "preso di mira dai poliziotti, che lo colpiscono", prima che un agente "spari in testa a un metro di distanza" con un LBD. Il minore, secondo l'avvocata, "ha creduto di morire".
Sempre nel Val-d'Oise, il 1 ottobre, un sedicenne è stato ferito all'occhio dopo un colpo di LBD sulla dalle di Argenteuil. Il parquet ha aperto un'inchiesta dell'IGPN. Secondo la prefettura, i poliziotti avrebbero dovuto affrontare "due giovani situati a una ventina di metri che avevano sparato mortai in loro direzione". "In risposta, due poliziotti portatori di LBD ne facevano uso. I proiettili raggiungevano i due giovani che poi fuggivano".
Poi c'è il caso di Aina, 14 anni, ad Alençon. Un video girato da una giornalista locale la mostra trascinata da un poliziotto che la stringe con il braccio al collo. Siamo al 29 settembre, a margine del blocco del liceo Leclerc-Navarre. Aina ha raccontato il suo trauma: "Ho molto male al collo, ho dolori muscolari, ho male alla mascella. È un po' complicato perché ci ripenso molto". Dice che ha creduto di "rimanerci". I genitori hanno sporto denuncia. Le forze dell'ordine hanno parlato di un intervento "proporzionato", che ha "rispettato il quadro regolamentare". Il delegato sindacale Unité SG Police dell'Orne, Laurent Barreteau, ha detto che "per me non c'è violenza o, in ogni caso, sproporzione", aggiungendo che "abbiamo solo una parte del video" e che si vede un poliziotto che "blocca la ragazza e la sposta".
La LDH ha chiesto "la messa in atto prioritaria di un dialogo con i giovani", "il trattamento sistematico dei bambini per quello che sono, persone da proteggere come stipula la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia", "l'applicazione di una politica di de-escalation delle tensioni" e "l'abolizione definitiva delle pratiche di mantenimento dell'ordine liberticide".
Il punto però non è solo la repressione in sé, per quanto grave. Il punto è che neoliberismo e repressione vanno sempre a braccetto. Le politiche di austerità hanno svuotato la scuola pubblica, tagliato i servizi, arricchito i più ricchi e impoverito tutti gli altri. Quando la gente scende in piazza per rivendicare quello che le è stato tolto, la risposta non è mai politica. È sempre poliziesca. E non è un caso isolato, non è un eccesso di zelo di qualche agente. È il modello. Il neoliberismo produce disuguaglianza, la disuguaglianza produce rabbia, la rabbia viene repressa. E la repressione serve a proteggere l'ordine che ha prodotto quella rabbia. Un regime che si dice liberale e democratico ma che per imporre un regime che la maggioranza dei cittadini rifiuta come ingiusto e inegualitario deve ricorrere all'autoritarismo. L'autoritarismo non è un incidente di percorso. È la condizione necessaria perché il neoliberismo sopravviva.
Il presidente brasiliano e candidato alla rielezione Luiz Inácio Lula da Silva ha lanciato un avvertimento al suo rivale politico Flávio Bolsonaro, in seguito ai risultati del primo turno elettorale, che hanno visto prevalere l'esponente della destra.
"Sono molto bravo negli scontri diretti. Bolsonaristi, preparatevi, perché vi sconfiggeremo", ha scritto il presidente sul suo account X.
Eu sou muito bom no mata-mata. No tête-à-tête. Os bolsonaristas se preparem, porque nós vamos derrotá-los. https://t.co/x7ILCy5gYD
Lo storico leader brasiliano ha rilasciato queste dichiarazioni dopo l'annuncio dei risultati del primo turno delle elezioni, in cui Lula ha ottenuto il 45,16% dei voti totali, mentre Bolsonaro lo ha superato di quasi due punti percentuali, attestandosi al 47,03%.
Il leader del Partito dei Lavoratori (PT), che era in testa ai sondaggi, ha definito il risultato "inaspettato", poiché contava di vincere senza ricorrere al ballottaggio.
Lula ha dichiarato che questo lunedì inizia una "nuova campagna" per "mostrare la vera immagine del Brasile di oggi e del Brasile che vogliamo".
Pedro Sánchez ha sciolto le Camere. La mossa dell’esponente socialista ha ribaltato la scena politica spagnola: elezioni anticipate il 29 novembre, con un anno di anticipo sulla scadenza naturale della legislatura. La decisione non è arrivata dal nulla, ma è la conseguenza diretta di un voto che ha fatto tremare le fondamenta del governo. Venerdì scorso, il Congresso ha affossato i due decreti legge sulla casa, quelli che dovevano fermare gli sfratti e mettere un freno alla speculazione immobiliare. A votare contro, un fronte trasversale che ha unito il Partido Popular, Vox, i conservatori catalani di Junts e l'Unión del Pueblo Navarro.
Per Sánchez, quella bocciatura è stata molto più di una sconfitta parlamentare. È stato il segnale che il suo esecutivo, già in minoranza, non ha più la forza di portare avanti le riforme sociali promesse. Nel discorso con cui ha annunciato lo scioglimento delle Cortes, il premier ha ammesso “errori” e “insufficienze”, parlando di una società indignata perché gli interessi della gente comune vengono calpestati in Parlamento a vantaggio di pochi. Ha parlato di un mondo che si affaccia a un'epoca complessa, di transizione, e ha chiesto agli spagnoli di decidere il proprio futuro. Ma dietro le parole, c'è la consapevolezza che la strada per riconquistare una maggioranza progressista passa attraverso le urne, non attraverso i corridoi del potere.
Vamos a dejarnos la piel, vamos a trabajar para ilusionar y para volver a ganar???? @sanchezcastejon https://t.co/bjc9RgeQC1
La decisione arriva nel mezzo di una mobilitazione sociale senza precedenti contro il neoliberismo e la turistificazione di massa delle principali città iberiche. Da settimane, le piazze spagnole sono occupate da chi chiede il diritto alla casa. Il caso di Maricarmen, l'ottantasettenne sfrattata dopo settant'anni di affitto, ha acceso la miccia. A Madrid, ventimila persone hanno sfilato e cinquecento hanno piantato le tende in Puerta del Sol, trasformando la piazza in un accampamento permanente. La rabbia per gli sfratti si è mescolata a quella per i prezzi degli affitti, schizzati in alto del dodici per cento in un solo anno, e per una città che sembra sempre più costruita per i turisti e non per chi ci vive.
Di fronte all'annuncio elettorale, il Sindicato de Inquilinas non ha esitato. Alicia del Río, portavoce del movimento, ha detto chiaro che la lotta per la casa non aspetterà nessun calendario elettorale. La risposta è la costruzione di uno sciopero generale, a partire da questa sera, con assemblee nei quartieri e mobilitazioni territoriali. Il messaggio è che il diritto all'abitare si conquista nelle piazze, non si aspetta che qualcuno lo conceda dall'alto. Anche Unai Sordo, segretario generale di CCOO, ha spinto per mantenere alta la tensione, parlando di uno “sciopero generale” come unica garanzia che le richieste della gente vengano ascoltate, qualunque sia il risultato delle urne. Allo stesso tempo, ha invitato a partecipare al voto, definendolo un diritto democratico fondamentale per rafforzare maggioranze che guardino ai diritti dei più vulnerabili.
Il paradosso è evidente. Sánchez va alle elezioni dopo aver fallito nel far passare le misure sulla casa, ma lo fa presentandosi come l'unico in grado di difendere i diritti sociali contro le élites.
Dall'altra parte, i movimenti sociali non si fidano più delle promesse elettorali e scelgono la strada dello sciopero, sapendo che il voto da solo non basta a cambiare le cose. Anzi, spesso è lo strumento utilizzato per spegnere le lotte. In mezzo, c'è un paese dove il diritto alla casa è diventato un campo di battaglia, dove gli affitti sono fuori controllo e dove le città si svuotano dei loro abitanti per riempirsi di visitatori occasionali.
Le elezioni del 29 novembre non saranno solo una questione di maggioranza politica. Saranno un referendum su chi ha il diritto di abitare le città spagnole, su chi può permettersi di invecchiare nella casa dove ha vissuto per tutta la vita, su chi decide il futuro dei quartieri e delle periferie. E mentre i partiti si preparano alla campagna elettorale, in piazza c'è chi ha già deciso che non aspetterà il risultato delle urne per continuare a lottare.
Il Ministero degli Esteri russo ha confermato che la ripresa dei voli diretti verso Cuba rimane una priorità nell'agenda bilaterale. La conferma è giunta da Alexander Shchetinin, Direttore del Dipartimento per l'America Latina del Ministero degli Esteri russo.
Il funzionario ha sottolineato che la riattivazione dei collegamenti aerei dipende dal ripristino delle condizioni tecniche e logistiche sull'isola; senza questo prerequisito, non è possibile riaprire le tratte.
Queste capacità sono state fortemente influenzate dall’intensificazione delle misure coercitive unilaterali promosse da Washington. L'interruzione temporanea delle rotte dirette risponde alla grave carenza di carburante per l'aviazione del Jet A-1, l'input da cui dipende ogni decollo.
?? Rusia mantiene en agenda la reanudación de los vuelos directos con Cuba, según la Cancillería rusa. El diplomático Alexandr Schetinin confirmó que evalúan las condiciones para retomar las conexiones aéreas. #teleSUR #Rusia #Cuba https://t.co/BsLn5xIEfZ
La carenza è stata causata dalle sanzioni finanziarie ed energetiche coercitive firmate dall’amministrazione statunitense. Queste azioni mirano a ostacolare l’approvvigionamento di idrocarburi all’isola e colpiscono l’intero apparato di approvvigionamento.
L'Ufficio Nazionale di Statistica e Informazione (ONEI) ha registrato un calo del 48% negli arrivi di visitatori internazionali. Il totale si è attestato a sole 298.057 unità rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente: una flessione che ha più che dimezzato l'afflusso di viaggiatori nel Paese.
La crisi dell'approvvigionamento energetico si è aggravata dopo che la Casa Bianca ha imposto dazi e attuato misure intimidatorie nei confronti delle compagnie di navigazione e delle aziende energetiche che forniscono petrolio all'isola. L'impatto si estende ai trasporti, alla sanità, alla produzione alimentare e all'aviazione civile.
Il blocco economico ha trasformato la carenza di carburante in un problema strutturale. L'isola dipende dalle importazioni di greggio per alimentare aeromobili, ospedali e sistemi di trasporto. Per Mosca, la ripresa dei voli richiede condizioni operative specifiche; le operazioni sono subordinate a concrete garanzie logistiche.
Il ripristino dei voli diretti tra le due capitali richiede l'implementazione di procedure sicure per il rifornimento degli aerei russi presso gli aeroporti cubani o in scali intermedi. Questa sfida operativa è al centro della cooperazione strategica bilaterale.
La possibilità di effettuare rifornimenti durante scali intermedi è tra le alternative al vaglio di entrambe le parti. L'obiettivo è garantire che gli aeromobili non dipendano da un unico punto di rifornimento.
Lo sviluppo più importante di questa settimana in Europa potrebbe non essere avvenuto sul campo di battaglia. La Russia ha lanciato un avvertimento particolarmente esplicito sulla questione di Kaliningrad, chiarendo che qualsiasi tentativo di bloccare o minacciare l’exclave potrebbe provocare una risposta con l’intero arsenale militare a disposizione di Mosca, comprese le armi nucleari. Allo stesso tempo, esponenti del governo lituano hanno ammesso di non disporre di alcuna informazione di intelligence che faccia pensare a preparativi per un imminente attacco russo contro la NATO.
Questo accostamento non è casuale. I governi occidentali continuano a discutere scenari sempre più ambiziosi lungo i confini della Russia, pur sostenendo di voler evitare uno scontro diretto. Con il suo messaggio, Mosca vuole eliminare ogni possibile ambiguità: Kaliningrad, dal punto di vista russo, non è un semplice punto di pressione nell’ambito del conflitto ucraino. È territorio sovrano della Federazione Russa e qualsiasi interferenza verrebbe considerata e affrontata come tale.
Siamo di fronte a un ulteriore inasprimento delle tensioni. Per gran parte della guerra, i Paesi della NATO hanno ampliato gradualmente il proprio coinvolgimento: condivisione di informazioni di intelligence, forniture di armi, addestramento, sanzioni e capacità di colpire obiettivi a distanze sempre maggiori. Ogni nuovo passo è stato presentato come compatibile con il quadro di intervento esistente. Kaliningrad rappresenta però un caso diverso: Mosca sta facendo capire che esistono limiti oltre i quali questa logica di progressiva escalation potrebbe non valere più.
Il fronte finanziario
L'avvertimento russo arriva mentre l'Ucraina deve fare i conti con un problema meno appariscente, ma altrettanto grave: quanto costa continuare la guerra. Le necessità di Kiev vanno ormai ben oltre il semplice mantenimento delle truppe al fronte. Lo Stato deve garantire il pagamento di stipendi e pensioni, finanziare gli acquisti militari, riparare le infrastrutture, importare energia e programmare le forniture di armi per l'anno successivo. Il materiale esaminato indica un fabbisogno aggiuntivo di decine di miliardi e sottolinea, in particolare, la necessità di prenotare con largo anticipo munizioni e droni a lunga gittata.
È proprio questo il problema di fondo. Un nuovo pacchetto di aiuti può colmare una carenza immediata di liquidità, ma non risolve il problema strutturale. La guerra genera continuamente nuove spese: le attrezzature si consumano, le infrastrutture vengono danneggiate, i costi di manutenzione aumentano e bisogna finanziare nuovi acquisti prima ancora che le scorte esistenti siano esaurite.
La questione, dunque, non è più soltanto se l'Occidente riuscirà a trovare altri fondi, ma se sarà in grado di mettere in piedi un sistema stabile e duraturo che consenta di sostenere l'Ucraina anno dopo anno. Finora gli aiuti sono stati garantiti soprattutto attraverso una successione di interventi e decisioni politiche, piuttosto che attraverso un meccanismo strutturato e adeguato alle dimensioni del conflitto.
Una differenza che diventa sempre più rilevante con il prolungarsi della guerra.
I soldi non bastano: servono capacità industriali
Il caso degli F-16 ucraini mostra chiaramente la differenza tra gli impegni finanziari e la reale capacità industriale di sostenere una guerra.
Secondo il materiale di partenza, i ritardi nelle operazioni di manutenzione in Belgio hanno lasciato a terra una parte consistente della flotta di F-16 ucraini. Interventi che normalmente richiederebbero poche settimane finiscono per protrarsi per molti mesi. Gli aerei possono essere riparati: il problema è disporre del tempo, delle infrastrutture e delle competenze specialistiche necessarie per farlo.
Si tratta di una debolezza più generale dell'Occidente, emersa più volte nel corso del conflitto. I governi possono stanziare miliardi in tempi relativamente brevi, ma i sistemi industriali non possono essere potenziati da un giorno all'altro. Gli aerei hanno bisogno di tecnici e strutture per la manutenzione. I sistemi di difesa aerea richiedono intercettori. L'artiglieria ha bisogno di proiettili. Le reti elettriche necessitano di trasformatori e componenti specializzati.
Il vero collo di bottiglia, quindi, non è sempre il denaro. Sempre più spesso è la capacità di produrre, riparare e sostituire ciò che viene consumato.
L'arretrato nella manutenzione degli F-16 viene indicato dall'analisi come un ulteriore esempio dell'insufficiente capacità industriale occidentale di fronte a una guerra di logoramento prolungata. Ed è proprio questo il nodo centrale: il sistema di sostegno militare occidentale era stato concepito per fare affidamento sulle scorte disponibili e per affrontare operazioni di durata limitata, non necessariamente per sostenere una guerra potenzialmente senza fine, che richiede un continuo rifornimento di mezzi e materiali.
La pressione sulla rete elettrica
Nel frattempo, la Russia sembra aver esteso la propria strategia di pressione alle infrastrutture economiche ucraine.
Gli attacchi si stanno concentrando sempre più sulle reti di trasmissione dell'energia elettrica, e non soltanto sugli impianti di produzione. È una distinzione importante: un Paese può anche disporre di una capacità sufficiente a produrre elettricità, ma andare comunque incontro a gravi carenze se non riesce a distribuirla in modo efficiente attraverso sottostazioni, linee ad alta tensione e reti regionali.
Il materiale esaminato descrive attacchi mirati proprio a interrompere il funzionamento di questa rete, con conseguenti blackout.
La logica militare è quella di un logoramento progressivo, più che di un singolo colpo spettacolare. Le infrastrutture danneggiate possono essere riparate, ma ogni intervento richiede denaro, attrezzature e manodopera. Ogni nuovo attacco aumenta quindi la dipendenza dell'Ucraina dai finanziamenti esteri e dalle forniture di componenti e materiali dall'estero.
La pressione sul sistema energetico ha conseguenze dirette anche sui conti pubblici. La produzione industriale rallenta, le attività economiche si contraggono e i costi della ricostruzione aumentano. Il gettito fiscale diminuisce proprio mentre le spese dello Stato continuano a crescere.
È qui che il fronte militare e quello finanziario finiscono per intrecciarsi.
Il dilemma dell'Occidente
L'Occidente si trova oggi a dover gestire contemporaneamente diversi problemi.
L'Ucraina ha bisogno di armi subito, ma per produrle o ripararle possono essere necessari mesi, se non anni. Kiev ha bisogno oggi dei finanziamenti per acquistare i sistemi militari che le serviranno l'anno prossimo. I governi europei devono continuare a sostenere l'Ucraina mentre aumentano contemporaneamente le proprie spese per la difesa. E, nel frattempo, qualsiasi peggioramento della situazione sul campo di battaglia alimenta le pressioni per un coinvolgimento ancora maggiore dell'Occidente.
La questione di Kaliningrad è importante proprio perché Mosca sta cercando di fissare una linea rossa: il limite oltre il quale il coinvolgimento occidentale non verrebbe più considerato un semplice sostegno indiretto all'Ucraina, ma sarebbe interpretato come un intervento diretto nel conflitto.
Il pericolo non sta necessariamente nel fatto che una delle due parti voglia davvero allargare la guerra. Il rischio è che il progressivo deterioramento della situazione finisca per spingere tutti verso decisioni sempre più azzardate. Pressione militare, difficoltà finanziarie e impazienza politica tendono infatti ad alimentarsi a vicenda.
Ecco perché l'avvertimento di Mosca merita attenzione, al di là delle dichiarazioni di facciata. L'obiettivo è restringere il margine di manovra dell'Occidente proprio mentre, su altri fronti, le possibilità di intervento diventano sempre più difficili da gestire.
Una guerra di capacità
La guerra si sta trasformando sempre più in una prova di tenuta dei sistemi, piuttosto che in una semplice competizione tra singoli armamenti.
L'Ucraina può ricevere nuovi finanziamenti, ma il fabbisogno continua a ripresentarsi. Gli F-16 possono essere riparati, ma le capacità di manutenzione sono limitate. Le reti elettriche possono essere ripristinate, ma possono essere nuovamente colpite. Le armi possono essere ordinate, ma le linee di produzione non sono in grado di aumentare immediatamente la propria capacità.
La vera sfida, quindi, non riguarda tanto un singolo pacchetto di aiuti o un particolare sviluppo sul campo di battaglia, quanto la capacità di sostenere lo sforzo bellico nel tempo. Per l'Occidente, questo significa trasformare gli impegni finanziari in produzione industriale concreta, a un ritmo sufficiente per sostenere l'Ucraina senza esaurire le proprie scorte e senza superare il limite della propria disponibilità politica a continuare a finanziare il conflitto.
Per la Russia, invece, significa mantenere la pressione militare e, allo stesso tempo, dimostrare che qualsiasi tentativo di allargare il confronto comporterebbe rischi che vanno ben oltre i confini dell'Ucraina.
La questione di Kaliningrad e la crisi finanziaria ucraina possono sembrare due vicende separate. In realtà, sono strettamente collegate.
Entrambe pongono la stessa domanda: per quanto tempo ciascuna delle due parti sarà in grado di sostenere i costi materiali, finanziari e politici di questa guerra, prima che emergano i limiti della propria strategia?
5 ottobre. «Putin bombarda anche Merz», gridano a La Stampa, aggiungendo che il cancelliere tedesco sarebbe arrivato a Kiev, con una «visita a sorpresa», proprio mentre la capitale è sotto tiro costante dei droni russi. E, quasi ci fosse ancora bisogno di testimoniare come i fogli italici più bellicisti rispondano ai medesimi datori di lavoro e attingano alle medesime veline, ecco che, scopiazzandosi l'un l'altro il componimento, Stampa e Corriere della Sera si esaltano al rimando reaganiano di Merz che, sceso dal treno, omelia gesuiticamente «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata. Siamo pronti a colloqui. Siamo pronti a parlare insieme della fine di questa guerra. Ma questi attacchi barbari contro la popolazione civile devono cessare». Un sermone che, ci dicono da Torino e da Milano, fa rivivere il «Mister Gorbachev, tear down this wall», «butti giù questo muro», di Ronald Reagan a Berlino nel 1987. Beh: la Russia non è l'URSS e nemmeno Putin è Gorbacëv.
Ora, il viaggio apostolico e l'orazione papale sulla “pacem in terris” ucraina, da parte di quello che gli stessi tedeschi considerano il loro peggior cancelliere, dice in realtà altre cose, rispetto a quelle raccontate dai media guerrafondai: a partire dalla constatazione che la visita a Kiev di Merz, che negli ambienti politici tedeschi è soprannominato il "Cancelliere ucraino",
esattamente nel giorno della festa dell'unità germanica, proprio “a sorpresa” non è stata, anche se viene presentata come tale. Non foss'altro che per la semplice constatazione che tali viaggi vengono preparati nei dettagli, come testimonia la presenza, accanto a Merz, di esponenti delle maggiori industrie belliche tedesche. Quanto al titolo a sensazione de La Stampa su Vladimir Putin che «bombarda anche Merz»: di questo più avanti.
Intanto, i risultati dell'incontro, come sintetizzati per la russa Vzgljad dal politologo tedesco Alexander Rahr, secondo il quale la visita di Merz a Kiev ha permesso a Vladimir Zelenskij di compiere un ulteriore passo verso l'obiettivo di trascinare l'Europa in un conflitto diretto con la Russia. Nel contesto della politica estera, la visita a Kiev del cancelliere è stata «accolta piuttosto positivamente da alcuni media e dall'opinione pubblica tedesca. Tuttavia, è improbabile che ciò influisca sul suo indice di gradimento nazionale, che si attesta ai minimi storici. Non si può certo affermare che il viaggio in Ucraina abbia migliorato la sua posizione agli occhi degli elettori», osserva Rahr. Secondo un sondaggio del gruppo “Wahlen”, la percentuale di coloro che sono favorevoli a un maggiore sostegno a Kiev è scesa dal 43% di febbraio al 32% di giugno. Altro fatto, che la visita ha avuto implicazioni commerciali positive per le aziende militari tedesche e per altre imprese che si affidano a contratti governativi legati alla crisi ucraina. «Nel complesso, i sostenitori della visita di Merz a Kiev vedono questo gesto come una manifestazione di solidarietà europea con l'Ucraina e una risposta decisa all'"aggressione russa”», anche se un altro segmento della società tedesca ha un'opinione opposta: i critici ritengono che «Merz non abbia fatto abbastanza per la diplomazia e per una soluzione pacifica e ritengono che il Cancelliere stia contribuendo al protrarsi del conflitto e all'aumento delle pericolose tensioni nei rapporti con la Russia», altro che quell'ipocrita «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata», incensato da Stampa e Corriere!
Nella sostanza, il politologo tedesco vede, come principale risultato della visita di Merz, un ulteriore passo di Zelenskij verso il suo sogno di trascinare l'Occidente in un conflitto militare diretto con la Russia: «Solo in questo scenario il capo del regime di Kiev vede la sua ultima possibilità di resistere sul campo di battaglia», dice Rahr, osservando che la maggior parte dei paesi occidentali si sta gradualmente ritirando dalla partecipazione al conflitto.
Dunque, al di là dell'episcopale strappalacrime «Siamo pronti a colloqui. Siamo pronti a parlare insieme della fine di questa guerra», a uso e consumo di una parte dell'elettorato tedesco, il succo della visita “pacifista” a Kiev era rappresentato dalla presenza, insieme a Merz, della ministra dell'economia Katherine Reiche e dai vertici di Siemens Energy, Hensoldt, Diehl Defence, Quantum Systems, cooperative sociali e società di beneficienza con cristiane finalità d'amore e di pace. Merz ha annunciato lo stanziamento di 1 miliardo di euro in aiuti militari, il finanziamento della produzione congiunta di droni e oltre 350 milioni di euro per il ripristino del settore energetico ucraino. Le aziende tedesche hanno firmato 14 accordi per circa 6,6 miliardi di euro, tra cui un contratto con Diehl Defence per la fornitura di missili antiaerei IRIS-T e un accordo per apparecchiature radar con Hensoldt. Si parla anche dell'incremento della produzione di droni anticarro, che la tedesca Quantum ha già testato con successo. Alla vigilia della visita a Kiev, ricorda Vzgljad, Merz aveva annunciato l'intenzione di espandere la produzione congiunta di missili e droni e in cambio Zelenskij aveva promesso un aumento degli attacchi contro le raffinerie russe. Già in precedenza, era stata annunciata la creazione di Quantum WIY Industries, una joint venture per la produzione del drone intercettore Strila e delle relative tecnologie di difesa aerea. L'accordo prevede anche lo sviluppo e la produzione congiunta di armi con una gittata superiore a 1.000 km, tra cui il FirePoint-9. Ma il Verbo è «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata».
A parere dell'osservatore militare Jurij Knutov, lo sviluppo del FirePoint dovrebbe includere un sistema di guida tedesco, mentre il propellente potrebbe essere prodotto in Danimarca. In questa situazione, afferma Knutov, Moskva ha due opzioni di risposta. La prima, attaccare le infrastrutture militari e industriali tedesche che operano nell'interesse dell'Ucraina: «questo, per così dire, è il modo più diretto per influenzare la situazione. Tuttavia, rischia di provocare un conflitto su vasta scala tra Russia e NATO... La seconda opzione, più accettabile, è il completo isolamento logistico dell'Ucraina.... La questione di tagliare fuori il nemico dal mar Nero può considerarsi provvisoriamente risolta per ora. Ora è necessario privare la parte ucraina dei collegamenti di trasporto con Polonia e Romania. Per raggiungere questo obiettivo, le forze russe stanno colpendo i ponti di Kiev e conducendo attacchi mirati sulle autostrade che collegano la capitale ucraina con L'vov, Khar'kov e Odessa». Knutov ha anche evidenziato il cambiamento di tattica russo: «la Russia ha smesso di astenersi dagli attacchi contro la capitale ucraina mentre in città si trovano “ospiti” di alto rango. Credo che ciò sia stato fatto deliberatamente, per dimostrar loro chiaramente il reale pericolo dei loro piani di militarizzazione dell'Ucraina e di coinvolgimento dei loro paesi nel conflitto». Moskva, dice Knutov, avrebbe potuto teoricamente «colpire la locomotiva che trainava il treno con a bordo la delegazione tedesca. Credo che la visita di Merz si sarebbe conclusa lì: il Cancelliere sarebbe tornato a Berlino il più rapidamente possibile. E non sono sicuro che la società tedesca avrebbe condannato incondizionatamente l'accaduto, visto il crescente malcontento per il sostegno all'Ucraina a scapito della spesa interna».
Mertz, aggiunge il politologo Vladimir Kornilov, può essere definito un cadavere politico: «ha seri problemi elettorali e politici. Sarebbe già stato rimosso dal suo incarico se alcuni Länder occidentali – Saarland, Schweswig-Holstein, Nord Reno-Westfalia – non avessero le elezioni in primavera... i politici europei sono particolarmente attivi nel visitare Kiev proprio durante l'aggravarsi dei problemi elettorali nei loro paesi». E quasi a rispondere indirettamente alle urla de La Stampa su Vladimir Putin che «bombarda anche Merz», Kornilov tiene a smentire le falsità di Merz che, a Kiev, ha affermato che la Russia attacca obiettivi civili: i filmati mostrano che «questi “obiettivi pacifici” sono, ad esempio, gli uffici di Ukrtelecom, che fornisce servizi di comunicazione alle Forze armate ucraine».
D'altra parte, già nei giorni precedenti, quasi in contemporanea col discorso di Vladimir Putin al Valdai Club, Friedrich Merz, intervenendo a Münster in occasione della cerimonia di premiazione della Pace di Vestfalia, che aveva posto fine alla Guerra dei Trent'anni nel XVII secolo, aveva chiesto a Moskva di «porre fine alla guerra e cessare i suoi attacchi ibridi contro l'Europa... Se non riusciamo a tenere a freno Mosca, la macchina da guerra russa prima o poi si rivolterà contro di noi e contro la NATO. Non dobbiamo chiudere un occhio su questo pericolo... Gli Stati baltici diventeranno un campo di battaglia per la guerra con i droni, come ora il Donbass? Quali grandi città europee diventeranno bersaglio dei missili balistici che la Russia sta lanciando contro le popolazioni di Kiev e Khar'kov? Anche noi tedeschi finiremo per diventare bersagli?» e via di questo passo. La sua ricetta contro questa “previsione”, ricorda Pëtr Akopov su RIA Novosti, è dunque quella di mantenere il sostegno all'Ucraina: «se falliamo in Germania, fallirà anche l'Europa. Se restiamo saldi, anche l'Europa resterà salda».
Ma, osserva Elena Karaeva ancora su RIA, il "patrimonio ucraino" è diventato tossico, trasformandosi da leva politica e arma militaristica con cui l'Europa sognava di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, in un peso totale. Non solo non genera profitti, ma consuma anche tutte le risorse a ritmi forsennati. Così, l'Europa si sta sbarazzando del "patrimonio ucraino", proprio come gli astuti agenti di borsa si sbarazzano di titoli non garantiti, un tempo redditizi e ora senza valore.
Sono trascorsi poco più di tre mesi da quando Kiev (ovvero l'Europa) ha dichiarato una campagna di terrore contro i civili, contro l'aviazione civile e persino contro i mercati dell'Europa collettiva. Ecco che ora, invece, «Kiev è diventata una città di prima linea!» urlano i media occidentali, gemendo che «le difese ucraine non tengono il passo con i progressi tecnologici della Russia». E allora gli occidentali sono sbalorditi dal fatto che la Russia abbia iniziato a comportarsi come un popolo i cui cari, le cui case e persino le cui vite stesse non sono semplicemente minacciate, ma vengono sistematicamente e metodicamente distrutte; si colpiscono obiettivi civili che non hanno alcun legame militare. È il caso di ribadire che questa "Kiev in prima linea" ha obbedito agli ordini, quando ha lanciato massicci attacchi con droni contro il convitto studentesco a Starobelsk, uccidendo oltre venti persone, molti minori di diciotto anni, oppure quando quella stessa "Kiev in prima linea" ha lanciato droni Storm Shadow franco-britannico-tedeschi sulle spiagge di Sebastopoli e Gelendžik, uccidendo bambini e adulti.
E ora la "città in prima linea di Kiev", aggiunge Karaeva, ha subito un duro colpo dalla Russia, portato «non ancora con tutta la sua forza. Ma per chiarire a coloro che hanno sottomesso la popolazione ucraina per oltre 12 anni che i giochi, gli inganni, le bugie, l'indifferenza verso le richieste di chiunque, sono finiti. E l'Europa e il suo protetto, la "città in prima linea di Kiev", ne sono stati avvertiti».
Giovanissimi e adulti massacrati nei dormitori e sulle spiagge; ma è Putin che «bombarda anche Merz». Farabutti tagliagole a libro-paga dell'industria di guerra.