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“Gli studi sugli alimenti? Fatti apposta per manipolare le convinzioni delle persone su cosa fa bene e cosa fa male, chi paga la ricerca ne decide l’esito”: Diete corrotte, il nuovo libro di Peter D’Angelo

Diete corrette? Macché, corrotte! L’ultimo lavoro del giornalista e autore televisivo Peter D’Angelo, Diete corrotte (Garzanti 2026), è un libro-denuncia rigoroso e documentato, ben leggibile, che racconta come riesce l’industria alimentare a convincere consumatori e autorità della bontà dei suoi prodotti. Ma per fortuna, non mancano le armi per difendersi. Ce ne parla l’autore nell’intervista al Fatto Quotidiano.it.

L’industria alimentare ci inganna, denuncia il sottotitolo del libro, e non senza conseguenze per la nostra salute. Lo fa fin dal 1967, quando uno studio di Harvard addossò con “apparente rigore metodologico” la responsabilità delle cardiopatie ai grassi saturi, assolvendo lo zucchero da ogni colpa. Così, per decenni, nonostante studi contrari, “l’innocente” zucchero è entrato nella nostra quotidianità, mettendo al palo i “rei saturi” a colpi di sostituzioni e cibi light. Eppure, le malattie cardiovascolari non hanno mollato la presa, anzi, sono cresciute, divenendo la prima causa di morte nel mondo.

“Mentre nei primi anni ’50, il professor Rodolfo Bergami dell’Università di Napoli sosteneva che gli infarti fossero quasi assenti in città, oggi sono il killer principale”. L’obesità, poi, interessa ormai il 12-15% della popolazione mondiale (dati OMS). “Negli States, è passata dal 15% degli anni 70 al 42% di oggi” e continuano a diffondersi tumori, diabete ecc. “Non è che le persone hanno ignorato i consigli della scienza. Al contrario. Li hanno seguiti con buona fede, con la fiducia di chi si affida a chi ne sa di più”.

Il fatto è che, come spiegato molto bene nel libro, negli anni il “modello Harvard” ha fatto scuola. “Kelly Brownell (allora a Yale, oggi alla Duke University) e Kenneth Warner (University of Michigan) lo hanno descritto: l’industria alimentare e delle bevande usa gli stessi strumenti del tabacco, dal finanziamento della ricerca all’influenza sulle istituzioni, fino alla retorica della ‘scelta personale’”. Il colpevole è chi si ammala, non chi ci riempie il piatto di cibi assolti da studi orientati ad arte.

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Allerta Listeria, richiamati 59 lotti di vitello tonnato, tacchino e lonza: coinvolti anche prodotti Eurospin

Si allarga il richiamo alimentare per possibile presenza di Listeria monocytogenes. Sono 59 i lotti coinvolti tra vitello tonnato, tacchino e lonza di maiale, commercializzati anche con il marchio Portami Via di Eurospin. Il provvedimento, pubblicato dal Ministero della Salute, riguarda prodotti realizzati da A.M.M.53 Srl nello stabilimento di Spresiano, in provincia di Treviso. La raccomandazione per chi dovesse avere in casa una delle confezioni interessate è di non consumarla e restituirla al punto vendita.

Per Portami Via di Eurospin sono coinvolti due prodotti. Il primo è il tacchino arrosto al limone in vaschette da 170 grammi, con i lotti L265/26, L266/26, L268/26, L271/26, L272/26, L273/26, L274/26, L275/26, L278/26, L280/26 e L281/26 e date di scadenza comprese tra il 18 ottobre e il 3 novembre 2026. Il secondo è il vitello tonnato in confezioni da 180 grammi: i lotti richiamati sono L264/26, L265/26, L266/26, L267/26, L268/26, L271/26, L272/26, L273/26, L274/26, L275/26, L278/26, L279/26 e L280/26, con scadenze tra il 17 ottobre e il 2 novembre.

Il richiamo riguarda però anche diversi prodotti venduti con il marchio A.M.M.53 Pasticceria-Gastronomia. Tra questi c’è il tacchino al forno in confezioni da 2 chili, lotti L260/26, L264/26, L266/26, L267/26, L272/26, L274/26, L280/26 e L281/26, con scadenze dal 17 ottobre al 7 novembre. Coinvolto anche l’arrosto di tacchino ai funghi, sempre in confezioni da 2 chili: i lotti sono L260/26, L261/26, L264/26, L266/26, L267/26, L271/26, L272/26, L274/26, L278/26 e L282/26, con scadenze comprese tra il 17 ottobre e il 7 novembre.

Nel provvedimento figura inoltre la lonza di maiale in confezioni da 1,5 chili, lotti L267/26, L268/26, L272/26, L273/26, L274/26, L278/26, L279/26 e L280/26, con date di scadenza dal 19 ottobre al 1° novembre.

Per quanto riguarda il vitello tonnato A.M.M.53, il richiamo interessa sia le confezioni da 1,5 chili sia quelle da 300 grammi. Nel primo caso i lotti coinvolti sono L259/26, L264/26, L272/26 e L273/26, con scadenze tra il 16 ottobre e il 7 novembre. Nelle vaschette da 300 grammi, invece, i lotti sono L259/26, L264/26, L267/26, L271/26 e L275/26, con scadenze dal 16 ottobre al 1° novembre.

Tutti i prodotti interessati sono stati realizzati da A.M.M.53 Srl, nello stabilimento di via Gioberti 36 a Spresiano, in provincia di Treviso. Il motivo indicato negli avvisi è la possibile presenza di Listeria monocytogenes, batterio responsabile della listeriosi. Il nuovo provvedimento arriva dopo un primo richiamo, segnalato la settimana precedente, che aveva già interessato un lotto di vitello tonnato Portami Via prodotto dalla stessa azienda. Adesso l’allerta è stata estesa a numerosi altri lotti e ad altre preparazioni a base di carne. Per chi avesse acquistato uno dei prodotti elencati, l’indicazione resta semplice: non consumarlo. Le confezioni possono essere riconsegnate al punto vendita in cui sono state acquistate

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“Se fossimo stati informati sul prezzo prima di ordinare, non lo avremmo preso”: turisti denunciano di aver pagato 156 euro per un rombo in un ristorante di Venezia. La replica: “Menù chiaro, sono andati via contenti”

È giusto o no? Davanti allo scontrino da 188 euro pagato da due turisti canadesi per una cena a Venezia, la vera questione non ruota tanto attorno al prezzo in sé, quanto alle modalità con cui la spesa è maturata. Il fulcro del dibattito, infatti, non è il costo del pesce, ma la trasparenza della comunicazione al tavolo: era chiaro o meno, soprattutto per dei visitatori stranieri, il sistema di tariffazione a peso indicato sul menù, che prevedeva un costo calcolato all’etto?

L’episodio, riportato dal Corriere della Sera, si è consumato alla Trattoria Ali D’oro, in fondamenta dell’Osmarin, a pochi passi da San Zaccaria. Una coppia di turisti canadesi tra i 50 e i 60 anni ha ordinato una pizza, delle bevande e un rombo al forno. Il pesce, un esemplare eviscerato di un chilo e 250 grammi servito intero (con testa, lisca e coda), è costato da solo 156 euro, sulla base di una tariffa a listino di 13 euro all’etto, ovvero ogni cento grammi. I due clienti hanno saldato il conto senza protestare nel locale, ma il giorno successivo hanno presentato una segnalazione formale all’associazione dei consumatori Adico di Mestre e al Comune.

“Abbiamo chiesto al cameriere di consigliarci un piatto e lui ci ha mostrato una fotografia sul telefono di un pesce intero (un rombo al forno) servito con patate e una piccola quantità di peperone verde”, hanno scritto i due turisti all’Adico, precisando che le altre portate del menù oscillavano tra i 21 e i 34,50 euro. “Tuttavia, non ci ha detto il prezzo e non ci ha spiegato che andava in base al peso, né ci ha detto che sarebbe costato molto più dei piatti elencati nel menù. Se fossimo stati informati sul prezzo prima di ordinare, non lo avremmo preso. Abbiamo pagato perché non volevamo avere un confronto pubblico, ma non capiamo perché il costo di quel piatto non fosse indicato”.

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La dieta di un pugile prima di salire sul ring

Foto di Gabriele Ferraresi

Alle undici e venticinque di sabato mattina, in una palestra di Monza, Mohamed «Momo» Elmaghraby mangia bresaola e pane integrale. «Stamattina ho fatto già colazione e mi sono allenato», racconta. Più tardi lo aspetta una seconda seduta. Lo spuntino serve a recuperare e a prepararsi alla fatica successiva: il pane porta carboidrati, la bresaola proteine. Eppure, in questa preparazione, c’è più libertà del solito: «A ‘sto giro non è che devo perdere peso: devo metterne!». Il 21 novembre infatti affronterà Clemente Russo a Milano, nella quattordicesima edizione di The Art of Fighting (TAF). L’incontro prevede otto riprese e un limite concordato di novantatré chili: è un catchweight, cioè un peso pattuito per quella specifica sfida. Elmaghraby, che combatte abitualmente nei mediomassimi, deve quindi prepararsi a una taglia superiore.

«Quando sono in top forma sono un peso sugli ottantasei e ottantasette chili», per affrontare Russo racconta di doverne aggiungere sette, anche otto. Quindi può mangiare «senza dover dare troppo peso alla bilancia», con più calorie a disposizione per allenarsi.

Foto di Gabriele Ferraresi
Foto di Gabriele Ferraresi

Alla domanda sulle rinunce risponde: «Non sto rinunciando a niente», e fin lì, benissimo, ma la parte meno comoda è trasformare le rinunce a niente in peso utile: sette chili di muscoli in tre mesi sono ben altra impresa rispetto a sette chili di pancia, quelli saremmo capaci anche noi di metterli. Di solito le restrizioni alimentari per Momo riguardano dolci, bibite gassate, succhi e cibi salati: «Devo mangiare molto clean, per forza», dice, usando il lessico delle palestre per descrivere un’alimentazione più controllata e sull’alcol taglia corto: «Non apriamo quella porta, figurati!». Zero.

Nato in Egitto e arrivato a vivere in Italia a dodici anni, ha incontrato la boxe alla fine del 2015, dopo un’adolescenza difficile. Dal 2016 ha cominciato ad allenarsi seriamente e anche a tavola ha dovuto imparare. «Prima non guardavo cosa mangiavo e tantomeno capivo il valore nutrizionale» racconta, «non davo peso alle proteine», né agli altri nutrienti. Con lo sport ha iniziato «a informarmi sempre di più su cosa serve al corpo» e così mangiare abbastanza per sostenere gli allenamenti, recuperare e conservare forza è diventato parte del mestiere. Il repertorio dei desideri, intanto, resta ampio. Della cucina egiziana Elmaghraby cita l’anatra con il riso e il brodo, le zucchine e i peperoni ripieni. Poi «una cosa che mi piace tanto, l’hawawshi» una prelibatezza da provare una volta nella vita, difficile – ma non impossibile – da trovare anche a Milano: è in sostanza un panino ripieno di carne – molto, e squisitamente – speziata. La conversazione si sposta sul piacere di mangiarlo e sull’alito che lascia, sul quale concordiamo: piuttosto importante.

Foto di Gabriele Ferraresi
Foto di Gabriele Ferraresi

La carne occupa da tempo un posto centrale nell’immaginario del pugilato. Nel manuale “Athletics and Manly Sport” di John Boyle O’Reilly, nell’edizione del 1890, la colazione di chi si allena può comprendere costolette di montone, bistecca, pollo o pesce alla griglia. Seguono il riposo per digerire, il sacco e lo sparring, il combattimento di allenamento. Più di un secolo dopo, Laila Ali ricordava a Bon Appétit le bistecche e le patate del padre Muhammad Ali, peso massimo, mentre raccontava per sé avena, albumi e restrizioni per rientrare nel peso. La categoria cambia anche il menu.

Nella boxe, il peso registrato alla pesata può essere diverso da quello con cui si sale sul ring. È qui che entra in gioco il taglio del peso: perdere rapidamente alcuni chili per rientrare nel limite previsto, cercando poi di recuperarli prima dell’incontro. Quando il controllo si svolge il giorno precedente, fra la bilancia e il primo gong resta tempo per bere e mangiare. L’obiettivo è combattere in una categoria inferiore a quella corrispondente al proprio peso abituale, cercando un vantaggio fisico, ma non è un vantaggio garantito. A far scendere rapidamente la bilancia è soprattutto la perdita di acqua, non di grasso.

Contro Russo, Elmaghraby sta affrontando il problema opposto: aumentare di peso per prepararsi a un incontro con un limite superiore a quello abituale, di conseguenza le rinunce sono meno severe, gli allenamenti restano impegnativi: e fra una risposta e l’altra, della bresaola è rimasta ancora una fettina.

Si ringrazia la palestra Ironfit di Monza

Foto di Gabriele Ferraresi
Foto di Gabriele Ferraresi

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“Senza glutine non significa più digeribile, meno calorico o meno infiammatorio”: la dietologa smonta il mito del gluten free e spiega perché eliminarlo senza necessità non fa bene automaticamente

In Italia il mercato degli alimenti senza glutine vale oggi circa 400 milioni di euro ed è in crescita del 6% l’anno e secondo i dati riportati dall’Associazione Italiana Celiachia, potrebbe arrivare a 1,6 miliardi di euro entro il 2030. Solo nel 2024 gli italiani hanno acquistato 48 milioni di chili di prodotti gluten free.

Ma questa crescita non è dovuta all’aumento del numero di celiaci. In realtà sono sempre più persone che acquistano prodotti senza glutine pur non avendone bisogno. Il motivo? li considerano più sani, leggeri o digeribili. Ma per chi non è celiaco, eliminare il glutine offre qualche vantaggio? E soprattutto, un prodotto “senza glutine” è davvero più salutare di quello tradizionale? Ne parliamo con la dottoressa Francesca Dominici, medico dietologo.

Partiamo dal punto centrale: per una persona che non è celiaca, eliminare il glutine dalla dieta produce qualche beneficio dimostrato, oppure no?

“Per una persona sana, che non abbia celiachia o altre condizioni specifiche, non abbiamo evidenze che eliminare il glutine porti benefici. Il glutine è un complesso di proteine presente principalmente in frumento, segale e orzo. Nella celiachia, una malattia autoimmune, l’esposizione al glutine provoca una risposta immunitaria che danneggia la mucosa intestinale, in questo caso eliminarlo è una vera terapia. La diagnosi richiede esami specifici, da eseguire mentre si assume ancora glutine. Per tutti gli altri, non abbiamo dimostrato che eliminarlo faccia dimagrire, ‘disinfiammi’ o renda la dieta più salutare”.

“Senza” non significa per forza “più sano”

In effetti molte persone scelgono spontaneamente prodotti gluten free perché li ritengono più leggeri e digeribili. Da dove nasce questa convinzione?

“Credo che nasca in buona parte dalla diet culture, che ci ha abituati ad associare l’efficacia di una dieta alla restrizione: se elimino qualcosa, probabilmente funzionerà meglio. Un’idea che ha influenzato anche parte della comunicazione nutrizionale, premiando talvolta ciò che è più facile da vendere come ‘regola’ rispetto a ciò che è sostenuto dalle evidenze. Poi c’è un altro equivoco: se un alimento è formulato per una patologia, deve essere più sano per tutti. Ma ‘senza glutine’ non significa più digeribile, meno calorico o meno infiammatorio”.

Gli ingredienti più critici

Che cosa dobbiamo guardare davvero nell’etichetta dei prodotti senza glutine per capire se stiamo facendo una buona scelta alimentare?

“Direi di fare una cosa molto semplice, nella lista degli ingredienti e nella tabella nutrizionale osserviamo quali farine sono state utilizzate, quante fibre contiene, la quantità di zuccheri, grassi saturi e sale. Un biscotto resta un biscotto anche se è senza glutine, allo stesso modo, un buon alimento gluten free può avere una composizione nutrizionale assolutamente adeguata”.

Entrando nello specifico, visto che nei prodotti sostitutivi – pane, biscotti, cracker, pasta – l’assenza del glutine può richiedere l’impiego di altri ingredienti per ottenere consistenza e palatabilità, quali criticità dobbiamo considerare?

“Il glutine ha importanti proprietà tecnologiche, dà struttura ed elasticità, soprattutto negli impasti. Quando viene eliminato, queste caratteristiche devono essere ottenute attraverso farine, amidi, fibre, idrocolloidi o altri ingredienti. Alcuni prodotti gluten free possono quindi essere più ricchi di amidi raffinati e più poveri di fibre o proteine rispetto agli equivalenti tradizionali. Non è una regola universale, le formulazioni oggi sono molto diverse tra loro, ma occorre prestare particolare attenzione a questi elementi”.

Un velato desiderio di eliminare tutti i carboidrati

Per concludere, se una persona sana le dicesse “Dottoressa, voglio eliminare il glutine perché penso che faccia bene”, lei che cosa le risponderebbe?

“Le chiederei innanzitutto: perché vuole farlo? Cercherei di capire se dietro il desiderio di eliminare il glutine non ci sia una forma di carbofobia, perché spesso diventa un modo indiretto per eliminare pane, pasta e altri carboidrati. In assenza di un’indicazione clinica non abbiamo benefici dimostrati che giustifichino questa esclusione, rischiamo invece di costruire un’alimentazione inutilmente rigida e restrittiva. Soprattutto, eviterei di trasformare un alimento perfettamente tollerato in qualcosa da temere: se non c’è una ragione clinica per escluderlo, non c’è una ragione scientifica per farlo”.

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“Ho perso 8 chili in sei mesi. All’inizio ho fatto il percorso detox C9, ora sono ancora a dieta, mi manca un solo chilo per il peso che mi ero prefissata”: la rivelazione di Karina Cascella

Un calo ponderale di quasi otto chili in sei mesi, ottenuto attraverso un percorso a tappe che ha combinato un deficit calorico controllato e una costante attività fisica. Karina Cascella ha documentato sui propri profili social i dettagli della sua recente trasformazione corporea, svelando ai follower i passaggi chiave di un programma iniziato lo scorso aprile e giunto ormai a un solo chilo dal traguardo definitivo.

Di fronte all’insistenza dei follower che ipotizzavano il ricorso a un regime chetogenico, l’ex volto di “Uomini e Donne” ha chiarito la reale natura del suo percorso, strutturato in due fasi distinte. Il punto di partenza è consistito nel “C9”, un protocollo nutrizionale e detox di nove giorni suggeritole dalla sorella, ideato per favorire un calo ponderale iniziale (risultato che varia su base individuale e per il quale gli esperti sconsigliano sempre il “fai da te”). “La prima parte del peso è andata giù con mia sorella, che mi ha fatto fare il C9”, ha spiegato Cascella. “È un programma di dimagrimento che ti fa perdere in nove giorni peso e lì parliamo dei primi 2-3 kg. Poi ho proseguito con il piano alimentare del mio nutrizionista e le schede di allenamento. Sono ancora a dieta, mi manca un solo kg al peso che mi ero prefissata”.

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Sette chili in tre settimane pagando 2.500 dollari ogni sette giorni: Wanda Nara mostra i risultati sul suo corpo della “dieta dei ricchi” lanciata da Kim Kardashian

Un top bianco, uno slip nero molto sgambato e uno specchio per certificare davanti a 17 milioni di follower una trasformazione fisica lampo: sette chili persi in sole tre settimane. Wanda Nara, 39 anni e reduce dal burrascoso divorzio da Mauro Icardi (conclusosi di recente con la bocciatura giudiziaria della sua richiesta di un assegno di mantenimento da 100mila euro al mese), ha deciso di documentare sui social il suo repentino ritorno al peso forma. Una necessità nata dopo aver dovuto prendere 10 chili per esigenze di copione, al fine di interpretare il personaggio di Lucía nel film “Quién quiere ser mi hijo?” al fianco dell’attore Agustín Bernasconi.

Per smaltire l’aumento di peso, l’influencer sudamericana ha optato per un regime d’urto noto nello star system come “dieta dei ricchi” o “dieta Kardashian”. A svelarne i retroscena in patria è stato Mariano de la Canal, noto alla televisione argentina per essere “il fan di Wanda”: “Ha fatto un sacrificio enorme per questo ruolo. Non soltanto dal punto di vista dell’interpretazione, ma anche perché ha dovuto prendere 10 chili”.

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L’aumento di spese e bollette spinge la povertà alimentare: “Quattro milioni di italiani sopra la soglia hanno ridotto la spesa per prodotti da mettere in tavola”

Si spende di più, ma nel carrello della spesa finisce meno cibo. E di minor qualità. Un paradosso nella patria del made in Italy e di quel cibo che sempre più spesso gli italiani non possono permettersi. A pagare di più le conseguenze del caro vita e delle rinunce delle famiglie sono soprattutto i più giovani, bambini e ragazzi. I dati dell’Istat sulla spesa alimentare pubblicati nei giorni scorsi, contribuiscono a delineare la situazione in Italia, dove oltre 2,1 milioni di famiglie sono in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di persone. In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione, ActionAid pubblica però un report sulla povertà alimentare in Italia che esamina le difficoltà legate all’acquisto di cibo, le forme più gravi di insicurezza alimentare e la spesa delle famiglie. La povertà alimentare, in Italia, continua a crescere: nel 2024 ha riguardato il 12,7% della popolazione, oltre 6,4 milioni di persone. Il fenomeno riguarda sempre più persone sopra la soglia di povertà: nel 2024 sono 4,2 milioni, il doppio di quelle classificate a rischio. L’aumento delle spese essenziali, dagli affitti alle bollette influenza le scelte delle famiglie: quando una parte maggiore del bilancio serve a coprire questi costi, resta meno margine per il cibo. “Il paradosso è evidente: mentre l’Italia si interroga sul calo delle nascite, crescere dei figli e diventare adulti è sempre più difficile” commenta Roberto Sensi, responsabile del programma povertà alimentare ActionAid Italia. Nell’analisi, ActionAid fa riferimento ai dati Istat ma, per raccontare la complessità del problema, si prendono in considerazione l’indice Dams sulle difficoltà materiali e sociali legate al cibo, la scala Fies della Fao e l’indice di Povertà alimentare relativa. Perché la povertà alimentare è un fenomeno multidimensionale: riguarda quantità e qualità del cibo, ma anche l’esperienza di accesso e di consumo, la possibilità di scegliere cosa mangiare, di condividere i pasti e di vivere l’alimentazione nelle sue dimensioni psicologiche ed emotive.

Un terzo delle famiglie limita la spesa alimentare che, però, costa di più

Come rilevato dall’Istat, nel 2025 sono cresciute le spese delle famiglie per l’acquisto di prodotti alimentari e bevande analcoliche, che passano da 533 a 552 euro mensili. Si tratta del 3,6 per cento in più, dovuto anche all’effetto dell’aumento dei prezzi (+3% la variazione su base annua dell’Indice dei prezzi al consumo armonizzato e che era stata +2,5% nel 2024). La quota di spesa totale destinata a questi prodotti sale dal 19,3% al 19,8%: crescono significativamente le spese destinate a caffè (+14,6%), acqua (+8,3%), pesce (+7,8%), oli e grassi (+6,7%), tè e infusi (+6,7%), carne (+5,4%), latte, altri prodotti lattiero-caseari e uova (+4,2%). Eppure, il 29,4% delle famiglie italiane dichiara di aver limitato la spesa per il cibo nel 2025, riducendo quantità o qualità dei prodotti acquistati. La quota è sì in calo rispetto al 31,1% del 2024 (lo è anche quella per le bevande, che passa dal 35,3% al 33,8%), ma l’inflazione ha remato contro. Sintesi perfetta quella di Assoutenti: “Il carrello della spesa degli italiani è sempre più vuoto, ma sempre più costoso”.

La quota di spesa per il cibo è maggiore al Sud (ma aumenta più al Nord)

Rispetto al Centro-Nord, la spesa delle famiglie residenti nel Sud e nelle Isole, che generalmente hanno minori disponibilità economiche, si concentra maggiormente su beni e servizi destinati al soddisfacimento dei bisogni primari, come i beni alimentari. La quota di spesa totale destinata a prodotti alimentari e bevande analcoliche, che in media nazionale si attesta al 19,8%, nel Sud raggiunge il 25,4% (24,1% nelle Isole), mentre nel Nord-ovest si ferma al 17,7%. Eppure, rispetto al 2024, è nel Centro e nel Nord-est che aumenta significativamente la spesa per prodotti alimentari e bevande analcoliche (rispettivamente del 5,9% e del 4,9%), mentre nel Sud quella cresce soprattutto quella per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (+3,6%).

La deprivazione alimentare riguarda oltre 6,4 milioni di persone

A partire da due domande dell’indagine europea EU-SILC sulle condizioni di vita e sul reddito, ActionAid ha elaborato il Dams, l’indice di Deprivazione Alimentare Materiale e/o Sociale, che considera la possibilità economica di permettersi un pasto con carne, pollo o pesce, o un equivalente vegetariano, almeno una volta ogni due giorni, e quella di incontrarsi con amici o familiari per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese. Negli anni segnati dalla pandemia, dall’inflazione e dai conflitti internazionali, il Dams è passato dal 14,1% nel 2019 al 10,5% nel 2022, per salire all’11,8% nel 2023 e al 12,7% nel 2024, anno in cui la deprivazione riguarda oltre 6,4 milioni di persone (quasi 470mila in più rispetto al 2023 e 407mila in più rispetto al 2021). Nel 2025, l’incidenza è del 9,3% per la deprivazione materiale e del 5,9% per quella sociale. Frutto dell’aumento dei prezzi e del rientro delle misure straordinarie, ma è anche il segno che “l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità incide su una quota più ampia di famiglie, non soltanto su quelle già in condizioni di vulnerabilità socioeconomica”. Essere sopra la soglia di rischio di povertà, dunque, non mette al riparo. Le persone in condizione di deprivazione ma non a rischio di povertà assoluta o relativa sono state oltre 4,2 milioni (su 6,4 milioni), quasi il doppio delle persone a rischio povertà(2,2 milioni). In questo gruppo l’incidenza è aumentata dell’1,6 per cento rispetto al 2023 (67.726 persone in più). Tra le persone a rischio di povertà, invece, la deprivazione è diminuita (dal 26,1% al 23,9%). “L’aumento dei prezzi di cibo, casa ed energia riduce le risorse disponibili anche per le famiglie sopra la soglia. Per quelle in condizioni economiche più fragili – spiega ActionAid – le misure straordinarie introdotte durante la pandemia hanno contribuito a contenere la deprivazione”. Significativa anche l’analisi geografica. Nel 2024, infatti, la deprivazione alimentare è cresciuta anche in diverse regioni del Nord, mentre il Sud e le Isole restano l’area con l’incidenza più alta e la Calabria registra il valore regionale massimo. Nel Nord l’incidenza è passata dal 7,6% all’11,2% (da 1,7 milioni a 2,6 milioni di persone). In Lombardia da 714mila a 1,2 milioni di persone. In Friuli-Venezia Giulia, da oltre 65mila a 213mila. In Veneto, la quota sale dal 9,5% al 13,5% e le persone coinvolte da 396mila a quasi 566mila (+169.824).

Sempre più rinunce per i giovani

Gli impatti della povertà alimentare si riscontrano sempre di più sui giovani. Nel 2024, circa 430mila bambini e ragazzi sotto i 16 anni risultano in condizione di deprivazione alimentare materiale o sociale, o entrambe. L’aumento riguarda specialmente i bambini e le bambine dai 6 agli 11 anni. In questa fascia, la deprivazione materiale è passata dal 2% del 2021 al 2,8% del 2024 mentre quella sociale, che comprende anche la possibilità di invitare amici a casa per giocare o mangiare insieme, è salita dal 3,8% al 6,8%. Si parla di circa 220mila bambini, quasi 90mila in più rispetto a tre anni prima. La rinuncia non riguarda solamente il cibo ma, quindi, occasioni di relazione importanti per la crescita. La deprivazione alimentare resta più alta tra i gruppi economicamente vulnerabili, ma aumenta anche in diverse fasce finora considerate più protette: tra gli occupati, i diplomati e i laureati, alcune famiglie e i proprietari di casa. I dati indicano quindi un’estensione della vulnerabilità, non la sostituzione dei gruppi più esposti. Il titolo di studio protegge sempre meno. La deprivazione è più alta tra le famiglie numerose, ma cresce anche tra single e genitori soli

La casa assorbe il bilancio e il cibo diventa la voce da ridurre

La povertà alimentare relativa emerge come il risultato di una tensione persistente tra le risorse familiari e le spese essenziali, soprattutto quelle abitative. La deprivazione alimentare è più alta tra gli affittuari: raggiunge il 22,6% tra chi ha un affitto agevolato, pur diminuendo di 2,3 punti, e il 20,9% tra chi paga un affitto a prezzo di mercato. Tra i proprietari, sale dall’8,9% al 10,8% (+1,9 punti), mentre diminuisce tra i proprietari con mutuo, dal 12,3% all’8,6%. Aumenta anche tra chi vive in un’abitazione a titolo gratuito, dal 16,6% al 17,3%. Poi ci sono le spese. Nel 2024, infatti, l’abitazione assorbe il 54% della spesa delle famiglie in povertà alimentare relativa, contro il 38,8% delle altre. E questo ha un peso. A causa delle spese abitative, spesso difficili da ridurre nel breve periodo, rimane infatti meno spazio nel bilancio per le altre necessità. La quota destinata all’alimentazione, di conseguenza, è molto più bassa tra le famiglie in povertà alimentare relativa: l’11,3%, contro il 22,8% delle altre. “Questa differenza non significa necessariamente che consumino meno cibo. La spesa alimentare – spiega il rapporto – può essere ridotta più facilmente di quella per la casa, per esempio acquistando prodotti meno costosi e rinunciando alla qualità”.

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