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Giorgia Meloni “non contraria” al divieto social per i minori. Opposizioni: “Stupiti, lo blocca da un anno. Teme Trump e Big Tech?”

Giorgia Meloni non dice di essere favorevole al divieto social per i minori di 14 anni. Però “non è contraria e ostile”, mentre esplodono proteste in piazza e il governo teme interferenze straniere, grazie ad internet e alle piattaforme tecnologiche. Avrebbe potuto approvare un decreto legge, lascia trapelare su Repubblica, ma preferisce lasciare mano libera al Parlamento sul ban per giovanissimi. Eppure, da circa un anno il governo non consegna i pareri ministeriali alla Commissione del Senato. Senza quei documenti, il disegno di legge 1.136 incardinato a Palazzo Madama, non può essere approvato dal Parlamento. Infatti è bloccato da un anno, malgrado sia firmato da Fratelli d’Italia e sostenuto da anche dalle opposizioni. Da mesi il Movimento 5 stelle indizia Giorgia Meloni di congelare il divieto social per non irritare Donald Trump e i colossi tecnologici statunitensi. La senatrice pentastellata Barbara Floridia ricorda la misura ferma da circa un anno e pone la domanda alla premier: “Forse teme di pestare i piedi alle Big Tech e quindi a Trump?”. Un sospetto espresso dalla collega di palazzo Madama Marianna Madia (Italia Viva) sulle pagine di Repubblica il 28 aprile scorso.

Il timore: interferenze straniere, grazie alle piattaforme, per alimentare le contestazioni

Ora, secondo il quotidiano diretto da Stefano Cappellini, i massimi vertici del governo discutono sul ban tecnologico per i minori, anche perché “è sempre più chiaro che una qualche forma di regia esterna potrebbe aver mosso i giovani in piazza”. Ieri anche il ministro Guido Crosetto ha sostenuto la teoria della disinformazione russa sui social come fattore delle contestazioni violente. Oggi, secondo il Financial Times, le autorità europea hanno aperto un’indagine sul ruolo della propaganda straniera nel fomentare manifestazioni in Francia e in Italia. A Bruxelles e Roma sospettano interferenze dall’estero, una guerra ibrida per manipolare le giovani menti europee. Dunque palazzo Chigi auspica un emendamento parlamentare al Decreto sicurezza approvato dal governo, durante la procedura di conversione in legge, per difendere i minori dalla propaganda online.

La senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni, interpellata da ilfattoquotidiano.it, rilancia verso le opposizioni l’invito di Meloni: il ddl “può essere votato o inserito con un emendamento nel Decreto sicurezza che andrà in Aula”, dichiara la parlamentare. La proposta include l’abbassamento della soglia d’età per l’ingresso nei social network. Il provvedimento n. 1136 incardinato al Senato prevede 15 anni, l’asticella “più appropriata”, secondo la senatrice. Ma considerando “l’ampio consenso delle forze parlamentari sulla soglia dei 14 anni, procediamo pure in questa direzione”. Alla modifica parlamentare è favorevole Casa Riformista con Marianna Madia, co-firmataria del divieto social fermo a Palazzo Madama: presenteremo “subito un emendamento all’ultimo Decreto sicurezza, e chiederemo di firmarlo a tutti gli altri gruppi parlamentari. Capiremo allora quale sarà la vera disponibilità della presidente Meloni”, annuncia la deputata. Che si dice “sbalordita dalle parole della presidente Meloni”, giudicato come uno “smaccato tentativo di rimediare a un ritardo di cui porta tutta la responsabilità”.

Mennuni (FdI) rilancia la proposta di Meloni: “Votare il ddl o un emendamento”. Malpezzi: “Pd l’ha proposto a marzo, richiesta respinta”

Ora Meloni e Fratelli d’Italia aprono all’emendamento con il divieto social a tutela dei minori. Ma “il partito democratico ha più volte presentato la modifica in Parlamento per dare via libera al ban, e ci è sempre stato detto che è inammissibile”, dice a ilfattoquotidiano.it Simone Malpezzi. Il testo della senatrice Pd è giunto a fine marzo per correggere un altro pacchetto sicurezza presentato dal governo, dopo l’esortazione del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ad approvare lo stop per l’accesso alle piattaforme da parte dei giovanissimi. La prof accoltellata da un tredicenne in una scuola di Trescore, in provincia di Bergamo, aveva scosso l’opinione pubblica occupando le cronache dei quotidiani e dei talk show. “L’emendamento è stata anche mossa per provocare Meloni”, scoprendo il suo bluff sul divieto social, aggiunge l’esponente dem. Ora il Pd voterebbe l’emendamento al nuovo Decreto sicurezza? “Non so cosa farà il partito”, dice Malpezzi rilanciando la palla nel campo di palazzo Chigi. “Piuttosto, Meloni per l’ennesima volta si dice ‘non contraria’. Ma allora, chi è contrario nel suo governo? Ci dica cosa vuole fare l’esecutivo”, conclude la senatrice.

Floridia (M5s): “Prima il governo finanzi l’educazione digitale nel Decreto scuola”

“Stiamo lavorando al Decreto scuola e abbiamo proposto un emendamento per finanziare l’educazione digitale nelle scuole”, dice Barbara Floridia a ilfattoquotidiano.it. “Noi l’abbiamo introdotta, ora vediamo cosa farà il governo la prossima settimana”, prosegue la senatrice. Il Movimento 5 stelle sarebbe favorevole a votare il divieto social come emendamento al ddl sicurezza, come chiesto da Meloni e rilanciato da Lavinia Mennuni? “Dipende dall’emendamento – risponde Floridia – Sostenerlo o astenersi, per votare contro il Decreto sarebbe la strada da percorrere”, avvisa la pentastellata. “Ma non ha senso votare nulla se non finanzieranno l’educazione digitale a scuola per i più giovani”, prosegue la senatrice. Che lancia la stoccata sull’agenda di Meloni: “Ci stiamo occupando del burqa, nel decreto Scuola, mentre ragazzini di 11 o 12 anni manifestano in modo violento. Quali sono le priorità del governo?”.

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Devastazioni Milano, anche un undicenne “casseur”. Identificato a scuola era stato ripreso durante i saccheggi

Due minorenni – di cui uno poco più di un bambino visto che ha 11 anni – sono stati identificati dai carabinieri nell’ambito degli accertamenti sui disordini dello scorso fine settimana a Milano con devastazioni e saccheggi in particolare in piazza Duomo. L’11enne casseur è rintracciato nella sua scuola alla Barona, nella periferia sud-occidentale della città. Mentre l’altro è un 16enne individuato a Desio, in Brianza. Entrambi erano comparsi in alcuni video diventati virali sui social network durante i saccheggi e gli episodi di violenza nel capoluogo lombardo.

Il più giovane, che frequenta la seconda media, sarebbe entrato domenica nel negozio di abbigliamento Fusaro, in centro, durante i saccheggi. In un filmato pubblicato su Instagram lo si vede uscire dall’esercizio commerciale con diverse cinture. La sua identificazione è avvenuta dopo il riconoscimento delle immagini e il successivo rintracciamento all’interno dell’istituto scolastico frequentato dal bambino.

Il sedicenne, invece, era stato ripreso sabato mentre indossava un cappello dell’Arma dei carabinieri. Nei suoi confronti vengono contestati i reati di devastazione, saccheggio, furto e vilipendio delle Forze armate. La vicenda è stata richiamata anche dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, al termine del Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, convocato dal prefetto Claudio Sgaraglia dopo gli scontri del fine settimana.

Per il ministro dell’interno Matteo Piantedosi quanto accaduto a Milano può essere stato mutuato dalle devastazioni in Francia, “perché gli appelli” a partecipare ai disordini sono stati molti, “ma non c’è a ora nessuna evidenza che dietro ci siano le stesse menti”.

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“Abbiamo sbagliato. L’abbiamo visto fare su TikTok”, i ragazzi della minicar piangono davanti ai pm minorili di Roma

“Chiediamo scusa per quello che abbiamo fatto”. Davanti al pm della Procura per i minorenni di Roma, le parole dei due ragazzi indagati per le aggressioni con una minicar arrivano tra le lacrime, dopo quasi quattro ore di interrogatorio. I due adolescenti, di 16 e 17 anni, hanno risposto alle domande e ripercorso gli episodi avvenuti tra il 4 e il 5 ottobre nel quartiere Monteverde, fornendo versioni che, secondo quanto riferito, confermano in parte quanto già raccontato agli investigatori.

I giovani sono accusati, a vario titolo, di tentato omicidio, lesioni personali aggravate e percosse in concorso. La loro posizione è ora al vaglio della Procura, che dovrà valutare anche la relazione dei servizi sociali prima di decidere quale misura cautelare chiedere al giudice per le indagini preliminari. Le ipotesi comprendono gli arresti domiciliari, il collocamento in comunità e altre misure, come l’obbligo di firma o di dimora.

Il primo a essere ascoltato è stato il diciassettenne, che si trovava alla guida della minicar nera utilizzata durante le uscite. Accompagnato dal padre, un carabiniere, il ragazzo ha negato la propria responsabilità in due degli episodi contestati e ha raccontato di essere ormai sopraffatto dalla vicenda, tanto da non riuscire più a mantenere il segreto. Anche il sedicenne, arrivato in Procura con la madre, ha risposto alle domande del magistrato. I due sono stati interrogati separatamente e assistiti dagli avvocati Pasquale Connatelli e Lavinia Felisso.

È stato soprattutto il più giovane a ricostruire le serate trascorse per le strade della capitale, spiegando che le aggressioni sarebbero state ispirate da alcuni video pubblicati sui social. “L’abbiamo visto fare su TikTok. È pieno di video dove ci sono persone che danno spintoni a passanti scelti a caso. Nessuno si faceva niente. Credevamo che avrebbe funzionato così anche per noi”, avrebbe dichiarato al pm.

Una spiegazione che, secondo il racconto riportato, non sarebbe legata a un piano preciso né alla scelta preventiva delle vittime. “Abbiamo fatto e deciso tutto insieme. Lui guidava e io agivo. Le persone aggredite le abbiamo scelte a caso. Non c’era uno schema preciso”, ha riferito il sedicenne, aggiungendo che le uscite erano inizialmente pensate per stare insieme e parlare. Il ragazzo ha inoltre sostenuto che gli episodi di cui i due sarebbero responsabili sono quattro, una ricostruzione che dovrà essere confrontata con gli elementi raccolti dagli investigatori.

Tra le aggressioni contestate c’è quella ai danni dell’attore Davide Iacopini, ancora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo. Secondo quanto raccontato dal sedicenne, mentre l’attore procedeva in monopattino, lui avrebbe allungato un braccio dal finestrino della minicar, facendogli perdere l’equilibrio. Iacopini è caduto contro un’automobile in sosta, riportando un grave trauma cranico.

“Non ho capito di aver fatto male all’attore. Quando sono risalito sull’auto ero tranquillo, ero certo che stesse bene”, avrebbe spiegato il ragazzo. Una convinzione che, stando alla sua versione, sarebbe rimasta tale anche dopo la caduta. “Se io o il mio amico ci fossimo accorti che stava male dopo la caduta non avremmo proseguito a girare per Monteverde”, ha aggiunto, raccontando di aver appreso solo successivamente la gravità delle condizioni dell’uomo. Dopo l’aggressione a Iacopini, resa pubblica il 6 ottobre, sono avvenuti altri due episodi: uno ai danni di una studentessa francese e un altro contro un giovane in monopattino su ponte Testaccio. Il sedicenne ha ammesso di aver cercato di nascondere quanto accaduto, raccontando di aver vissuto giorni di forte agitazione. “Ho provato a nascondere tutto. Ma piangevo in continuazione e stavo per esplodere”, avrebbe detto durante l’interrogatorio.

Al termine delle audizioni, entrambi i ragazzi avrebbero espresso rimorso per quanto accaduto. “Non finiremo mai di scontare questa pena. Abbiamo sbagliato”, avrebbero dichiarato, secondo quanto riporta il Corriere della Sera. Intanto, gli investigatori sono arrivati alla loro identificazione incrociando le testimonianze delle vittime e dei presenti con le immagini delle telecamere di sorveglianza. Un ruolo decisivo sarebbe stato svolto dalla ricerca della minicar nera, descritta da alcuni testimoni e seguita attraverso i filmati per ricostruirne gli spostamenti. Anche la segnalazione di un residente del quartiere Testaccio avrebbe contribuito a restringere il campo fino ai due adolescenti. La decisione sulle eventuali misure cautelari spetta ora al giudice, sulla base delle richieste della Procura e degli elementi raccolti.

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Castel Volturno, 14enne accoltella un coetaneo a scuola. I medici: “Ferita addominale potenzialmente grave”

Una lite tra due ragazzi nei corridoi della scuola, ieri mattina 19 ottobre, è finita con l’accoltellamento di un quattordicenne da parte di un coetaneo. Nell’istituto scolastico superiore “Vincenzo Corrado” di Castel Volturno in provincia di Caserta, i due avrebbero iniziato a discutere per futili motivi e poi il 14enne avrebbe tirato fuori un coltello a serramanico e colpito all’addome l’altro ragazzino. Il giovane ferito è stato soccorso dal personale sanitario del 118 e trasportato in ospedale, dove è stato ricoverato in prognosi riservata.

La Polizia ha arrestato l’aggressore, che è stato condotto al Centro di Prima Accoglienza dei Colli Aminei, a Napoli. Il ragazzo, secondo quanto ricostruito finora, è scappato subito dopo con il coltello in tasca. I docenti e il personale scolastico hanno soccorso il minore ferito e hanno avvisato le forze dell’ordine. Per i medici, la ferita addominale è potenzialmente grave, mentre non desta alcuna preoccupazione una seconda ferita a una mano. I poliziotti hanno trovato e sequestrato il coltello, ritenuto compatibile con quello utilizzato nell’aggressione. Le testimonianze raccolte e gli ulteriori accertamenti hanno consentito agli investigatori di ricostruire le circostanze dell’episodio. Il 14enne arrestato è ora a disposizione dell’autorità giudiziaria.

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“Violenze dei minori in piazza? Rabbia repressa e noia, fallimento educativo di famiglia e scuola”: parla il prof Enrico Galiano

Tra gli ottanta manifestanti fermati dalle forze dell’ordine, sabato a Torino, Milano e Bologna, c’erano molti minori. Ragazzini con bombe carta, fumogeni, pietre nello zaino. Dietro gli scontri con la Polizia c’erano 13-14enni che probabilmente non hanno per nulla a che fare con i black bloc e che nemmeno erano nati al G7 di Genova nel 2001. Ma perché tutta questa rabbia? Contro chi? Per mandare quale messaggio? O forse è solo per sfogarsi? Lo abbiamo chiesto al professore e scrittore Enrico Galiano che tutti i giorni entra in classe con studenti che hanno più o meno l’età di questi giovanissimi.

Professore, colpisce leggere nella cronaca di queste ore che tra le anime più violente della protesta messa in scena dagli studenti ci siano dei pre-adolescenti. Che sta accadendo? Sono manifestazioni d’odio ma contro chi?
È una domanda che mi mette in difficoltà. Pensando a quanto è accaduto mi sembra di vedere un’assemblea di classe convocata dalla maggior parte degli studenti per recriminare giuste rimostranze e dover fare i conti con l’unico compagno che vuol creare caos buttando per aria il banco. C’è una rabbia giovanile repressa che se viene sfogata attraverso forme distruttive è da condannare. Ma dobbiamo farci una domanda: cosa ci stanno dicendo? Mi riferisco, soprattutto, alla maggior parte che è scesa in piazza senza creare problemi. Ci sono ragioni che vanno comprese: perché in qualche scuola si inizia a fare matematica a novembre dal momento che non si trovano professori per questa disciplina? Perché il disabile non ha il suo insegnante di sostegno?

Qualcuno parla di un “vuoto educativo”.
È probabile che il sistema educativo abbia in parte fallito. Ma pensiamo anche alle loro famiglie: spesso i figli sono percepiti come un disturbo, come qualcuno da parcheggiare a scuola. E così ci si accorge di loro solo quando fanno “rumore”. Per loro è l’unico modo di farsi sentire.

Torniamo a parlare di quei ragazzini minori violenti. Si sfogano lanciando oggetti, spaccando tutto ciò che trovano sulla strada. Un modo come un altro per sfogarsi?
Dovrei conoscere ciascuno di loro per poter dare un giudizio ma attenzione: dietro tutto ciò potrebbe esserci anche la noia. Faccio io una domanda a lei: perché questo odio non è stato visto prima? Nessuno si è accorto di loro? Non mi si dica che la responsabilità è della scuola perché noi non siamo psicologi, psichiatri. Certo se avessimo qualche risorsa umana in più forse riusciremmo a fare qualcosa.

Non si rendono conto che ci sono leggi da rispettare?
Non hanno la percezione del reato. Si sentono immuni. Lo abbiamo già visto in altri fatti criminali. E poi c’è anche chi, ben informato, sa che prima dei 14anni non può essere arrestato.

Avrà visto anche lei le scene delle cariche delle forze dell’ordine: che ne pensa?
Certo, ho visto immagini che non mi hanno lasciato indifferente ma dovrei sapere cos’è accaduto prima. Allo stesso tempo mi ha colpito in positivo quel cordone di professori che proteggevano gli studenti. È accaduto come in Francia dove oltre agli insegnanti anche i sindaci si sono schierati con i manifestanti. Qualche adulto che sta dalla loro parte c’è ancora.

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Il weekend di guerriglia dei giovanissimi a Milano spiazza il governo dei decreti Sicurezza, Meloni convoca una riunione d’urgenza sull’ordine pubblico

Giovani, anzi giovanissimi. Minorenni ma in molti casi anche ragazzini sotto i 14 anni. L’ordine pubblico a Milano torna sotto scacco. Sabato era stato utilizzato il “pretesto” della manifestazione di autoconvocati sui social contro il caro vita, oggi – domenica – centinaia di giovani si sono ritrovati in piazza Duomo: quasi tutti vestiti di nero, incappucciati, nascosti dietro a scaldacollo, passamontagna, perfino maschere vere e proprie. La tensione è andata salendo nonostante il servizio d’ordine rafforzato davanti alla cattedrale milanese: mentre turisti e passanti interessati allo shopping attraversavano la piazza, si moltiplicavano i gruppetti di giovanissimi travisati e pattuglie delle volanti e del reparto mobile. Alcuni ragazzini sono stati fermati e identificati qui ma alla fine la violenza è esplosa lo stesso, poco lontano: a partire da via Torino la strada che da piazza Duomo porta verso la zona di Porta Ticinese e delle Colonne di San Lorenzo: vetrine sfondate, cestini rovesciati, supermercati presi d’assalto. Col passare dei minuti si è capito che si muovevano gruppetti di 10-15-20 persone che entravano in azione in modo simultaneo in zone diverse: le traverse di via Torino, piazza Cordusio, piazza dei Mercanti. Bombe carta, fuochi d’artificio, sassi contro i mezzi della polizia, cartelli stradali divelti. La polizia risponde con gli scudi del reparto mobile, con gli idranti, con i lacrimogeni che sembrano avvolgere il Duomo in una scighèra in anticipo. Gli ultimi sfilano lungo via Dante, verso il Castello Sforzesco, passando per largo Cairoli dove l’azione distruttiva è diventata irruzione nel Decathlon. La pioggia anche battente non li ferma, gli ultimi tafferugli sono dopo le otto di sera a San Babila. Rabbia, vandalismo, devastazione che la politica e pure, evidentemente, anche la gestione dell’ordine pubblico fatica a capire, intercettare, prevedere, una furia mista forse a una qualche denuncia che nessuno esplicita (c’è chi regala la merce “espropriata” dai negozi ad alcuni senzatetto, ma c’è anche chi si fa immortalare davanti a un cestino in fiamme dai fotografi dei giornali). L’unico mezzo d’espressione è la violenza, contro gli oggetti e i luoghi. Non ci sono collettivi con cui confrontarsi, anzi oggi non c’era nemmeno un corteo da seguire: i fermati dopo tre ore di battaglia sono oltre 200, l’ottanta per cento di loro è minorenne.

Meloni convoca una riunione d’urgenza, il governo dei decreti Sicurezza deve correre di nuovo ai ripari

La politica condanna e si rinfaccia le responsabilità. Intanto il governo dei numerosi decreti Sicurezza si ritrova di nuovo correre ai ripari, con altre norme, altre strette. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni convoca una riunione sull’ordine pubblico, segno forse che non è andato tutto alla grande. Il suo vice Matteo Salvini ne approfitta per dire che ora non si può più parlare di ius scholae e tenta di agganciare quanto successo a Milano allo sciopero generale convocato dalla Cgil per il 20 novembre. Il leader leghista ripropone l’introduzione di una cauzione a carico degli organizzatori delle manifestazioni a rischio, “a copertura degli eventuali danni”, norma che peraltro non avrebbe niente a che fare con i fatti di domenica visto che non c’era alcuna manifestazione. L’altra proposta dei leghisti è trasformare in “decreto-legge urgente” alcune delle misure contenute nel disegno di legge cosiddetto “anti-maranza”, come il fermo preventivo anche per i minorenni, il divieto di aggregazione per chi si rende responsabile di violenze di gruppo e l’introduzione del reato di danneggiamento di gruppo. L’altro vicepremier, il leader di Forza Italia Antonio Tajani, ha riunito un vertice d’urgenza da cui sono uscite proposte come un cdm da tenere a Milano “come segno di vicinanza”, l’accelerazione dell’iter legislativo delle norme che rendono più facilmente imputabili i minori tra 14 e 17 anni ma anche “l’invio immediato di ulteriori unità delle forze dell’ordine e delle forze armate già dedicate al mantenimento della sicurezza, al fine di rafforzare anche i dispositivi di Strade Sicure”.

Il “caso” Piantedosi: la polemica con Sala poche ore prima del nuovo caos

Intanto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi manca l’appuntamento con il tempismo perché si mette a polemizzare con il sindaco di Milano Beppe Sala proprio qualche ora prima che il centro di Milano sprofondasse di nuovo nel caos. Il sindaco aveva detto che gli agenti previsti per il corteo di sabato – quando sono entrati in azione per la prima volta i giovani violenti – erano un po’ pochi, il capo del Viminale ha detto che era un’uscita un po’ snob: “È il solito riflesso naturale e istintivo di una certa sinistra radical chic che non riesce proprio a condannare i violenti senza qualche distinguo, sempre preferendo guardare a presunte responsabilità dello Stato e dei suoi rappresentanti. La colpa sarebbe della Questura, del presunto numero insufficiente di poliziotti schierati, anziché di chi ha scelto di devastare la città e aggredire le forze dell’ordine”. “Io non ce l’ho con il questore, e ci mancherebbe altro, con il quale lavoro ogni santo giorno – ha detto in mattinata Sala – ma l’impressione che si stia sottovalutando il momento e che le forze disponibili a Milano alla questura non fossero adeguate io ce l’ho”. Carenza “inesistente” assicura anche il presidente del Senato Ignazio La Russa che si è detto “senza parole” per l’uscita del sindaco. “Non siamo preparati, temo siano le prime prove di violenza” aveva detto ancora Sala e purtroppo è stata una frase profetica. Ventiquattro ore dopo si ritrova a commentare e condannare.

Dal centro di quello che dovrebbe essere il campo largo ci si sofferma sul capitolo sicurezza, che dovrebbe essere il mantra del centrodestra. “Quando la rabbia sociale incontra la criminalità comune – scrive in una nota Matteo Renzi le piazze vengono vergognosamente incendiate. Compito della politica è rispettare le Istituzioni, comprendere il disagio, garantire legge e ordine”. Continua l’ex premier: “Voglio dire al ministro dell’Interno che il suo compito non è quello di criticare la sinistra ma quello di garantire l’ordine pubblico. È chiara la differenza, prefetto Piantedosi? Lei è pagato per evitare la violenza dei maranza, non per pontificare contro la sinistra. Non ci servono le sue dotte analisi sociologiche: ci serve che il ministro garantisca la sicurezza”. Riccardo Magi (+Europa) definisce il capo del Viminale “un agente del caos” e chiede che riferisca in Aula: “Meloni dovrebbe ammettere che la montagna di decreti sicurezza non ha partorito nemmeno un topolino, fallendo miseramente proprio nella parte che interessa di più i cittadini, cioè quella di prevenire il rischio di manifestazioni violente e di città devastate”.

La Russa: “Le manifestazioni acqua per gli squali dell’aggressione alle forze dell’ordine”

Il governo contro l’opposizione. Da destra il concetto espresso da tutti i partiti è quello che lo stesso La Russa sintetizza così: “Stupisce (ma non troppo) lo scoperto tentativo di diversi esponenti politici di limitarsi, al massimo, a un generico ‘no a ogni violenza’ facendo finta di non sapere che le manifestazioni da loro volute o apprezzate, costituiscono l’acqua necessaria e consapevole dove far nuotare gli squali della aggressione alle Forze dell’ordine e i piranha della devastazione e dei vigliacchi saccheggi”. Da parte loro i leader di Verdi-Sinistra Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli rispondono: “Noi non c’entriamo niente con i delinquenti. Li abbiamo sempre condannati ma non possono usare i violenti per coprire la voce di migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia perché non riescono più a vivere”.

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Sale sul trattore per gioco davanti agli amici, il mezzo si ribalta: 15enne morto

Un ragazzo di 15 anni è morto dopo essere rimasto schiacciato da un trattore che si è ribaltato, nella notte tra sabato e domenica a Terontola Alta, in provincia di Arezzo.

Il giovane, insieme a un gruppo di amici, ha raggiunto un casale di famiglia per cenare in compagnia. Leonardo Accioli, studente classe 2010, sarebbe salito sul trattore per gioco, forse per far vedere agli amici di essere capace di manovrarlo, per poi dirigersi verso un sentiero buio della campagna. Secondo quanto ricostruito finora, il mezzo agricolo di proprietà della famiglia si sarebbe ribaltato mentre percorreva un tratto scosceso, schiacciando l’adolescente. La pendenza potrebbe aver tradito il giovanissimo.

Poco prima della mezzanotte, gli amici del ragazzo, non vedendolo tornare, hanno lanciato l’allarme. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco del distaccamento di Cortona, i carabinieri e il personale sanitario del 118, che non poteva fare più nulla per salvare il ragazzo e ne ha constatato il decesso. “Una notizia che ci ha sconvolto”, ha commentato il sindaco di Cortona Luciano Meoni. Gli accertamenti sono ancora in corso, anche se la dinamica dell’incidente sembra già ben definita.

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“Cure per mesi e stress post traumatico per le mie figlie, ma sono miracolata”. Le parole della madre di due ragazze sopravvissute a Crans-Montana

La vita dopo una tragedia come quella di Crans-Montana non torna semplicemente alla normalità. Per i genitori dei ragazzi coinvolti, all’angoscia delle prime ore si aggiunge un percorso lungo e complesso, fatto di cure, ferite da affrontare e assenze con cui imparare a convivere. C’è chi accompagna le figlie sopravvissute nel difficile recupero dopo l’incendio e chi, invece, deve trovare la forza di andare avanti senza un figlio. Esperienze diverse, accomunate da un dolore che cambia per sempre il modo di guardare al futuro.

La madre di due ragazze sopravvissute ha raccontato al Corriere della Sera il momento in cui ha saputo dell’accaduto e la paura vissuta nelle ore successive. Per le figlie, il ritorno alla vita quotidiana passa attraverso conseguenze fisiche e psicologiche differenti. Le lesioni riportate e i traumi legati a quella notte impongono tempi e modalità di recupero che non possono essere uguali per entrambe. Anche per i familiari, stare accanto a chi è sopravvissuto significa misurarsi con una realtà nuova, nella quale la fine dell’emergenza non coincide con la fine della sofferenza.

“Francesca ha dovuto sottoporsi a cure per mesi, cure che ho preferito somministrarle a casa avendo tanti amici medici, e potendo evitare il rischio di infezioni ospedaliere. È tornata a scuola in primavera. Elisabetta purtroppo avendo invece vissuto e ricordando perfettamente tutta l’angoscia fuori al locale in fiamme, è ancora in preda a uno stress post traumatico, per molte notti urlava durante il sonno, prende farmaci per riuscire a dormire, ed è ancora molto scossa. Paradossalmente mi preoccupa di più – ha raccontato la donna – Sto bene, mi sento anche io miracolata, soprattutto quando sento gli altri genitori, però è difficile razionalizzare, nonostante io sia un medico”

Per chi ha perso un figlio, invece, il dolore si accompagna alla ricerca di un modo per conservarne la presenza. Alcuni genitori hanno scelto di sostenere iniziative capaci di lasciare qualcosa alle generazioni future. Tra queste ci sono borse di studio dedicate alla memoria di una ragazza morta nella tragedia, pensate per far proseguire nel tempo il suo ricordo attraverso opportunità offerte ad altri giovani. Andrea Costanzo, il padre di Chiara, le ha definite Borse di Sogno. Sono le borse di studio che la Fondazione a lei intitolata e costituita dai suoi genitori, metterà a disposizione di giovani, tra i 14 e i 23 anni, “che hanno talento, passione e determinazione, ma che rischiano di non poter realizzare i propri sogni per mancanza di mezzi o di occasioni. Le abbiamo chiamate così perché vogliamo aiutare questi ragazzi non soltanto a coltivare ciò che amano, ma a costruire il proprio futuro. Chiara – ha detto il padre – aveva soltanto 16 anni. Era una ragazza solare, ironica, piena di vita, di interessi e di passioni. Amava lo studio, lo sport, le sfide. Aveva tanti sogni, come è giusto che sia per una ragazza della sua età. La strage di Crans-Montana ha interrotto la sua vita e ha segnato profondamente tante famiglie. Ma noi abbiamo sentito che il modo più concreto per continuare a dare valore alla sua memoria fosse trasformare il dolore in un impegno verso gli altri”.

Ai 60 anni del liceo Cannizzaro di Roma con studenti, ex alunni, professori dell’istituto ha partecipato Massimo Minghetti, papà di Riccardo: “Vorrei rivolgermi ai ragazzi: continuate a sorridere come faceva Riccardo, continuate a sognare, continuate a coltivare le vostre passioni perché siete il futuro del mondo. Questa è la via. Riceviamo continuamente attestazioni, messaggi, che ci aiutano a guardare avanti. Mi viene da pensare che, dopo questo evento, a casa siamo diventati come Ulisse e abbiamo cominciato tutti i giorni a dover superare ostacoli e prove, a rimetterci in discussione”, ha continuato. Il padre del ragazzo ha ricordato che c’è stata “tantissima solidarietà, fin d’all’inizio quando stavamo a Crans, a partire dallo Stato italiano e da tutte le autorità. Nessuno è preparato per affrontare la perdita di un figlio. Per noi – ha detto in un passaggio della sua testimonianza – Riccardo ancora c’è, c’è in un altro modo”.

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Famiglia nel bosco, i tre figli tornano a Palmoli per il primo fine settimana con i genitori dopo 11 mesi

Dopo quasi un anno di separazione, i tre bambini della cosiddetta famiglia nel bosco hanno lasciato sabato mattina la casa famiglia di Vasto per trascorrere il fine settimana con i genitori. Un passaggio atteso dalla coppia, che ha potuto riabbracciare i figli e accompagnarli a Palmoli, nel Chietino, dove la famiglia viveva prima dell’allontanamento dei minori. Il casolare un anno fa casolare era senza acqua, senza luce e senza servizi igienici.

A riferire dell’incontro è l’avvocato, Simone Pillon, che assiste i genitori nella causa per il ricongiungimento familiare. Secondo il legale, l’incontro è avvenuto pochi minuti prima delle 10. I bambini, racconta, sono corsi incontro alla madre e al padre, per poi salire in macchina con i loro piccoli trolley e partire insieme a loro. Il programma prevede alcune ore nella casa nel bosco, in compagnia degli animali della famiglia. Nel pomeriggio i genitori e i figli si trasferiranno nella casa messa a disposizione dal Comune di Palmoli, dove trascorreranno la notte. Domani pomeriggio è previsto il rientro a Vasto, sempre accompagnati dai genitori.

“È il giorno più bello da un anno a questa parte”, avrebbe detto il padre, secondo quanto riferito dal legale. L’avvocato ha descritto la gioia dei bambini e la ritrovata serenità della coppia, definendo il fine settimana un ulteriore passo verso il possibile rientro definitivo dei figli in famiglia. I tre minori si trovano in una casa famiglia dal 10 novembre 2025. La possibilità di trascorrere del tempo con entrambi i genitori rappresenta una nuova tappa di una vicenda che resta aperta sul piano giudiziario e che ha coinvolto, nel corso dei mesi, diverse istituzioni.

Il legale ha ringraziato il sindaco di Palmoli per aver garantito le misure previste e ha sottolineato l’importanza del dialogo tra le istituzioni coinvolte. Il percorso verso una possibile riunificazione resta legato ai prossimi passaggi giudiziari: il 30 ottobre è prevista un’udienza al Tribunale per i minorenni, mentre il 3 novembre la vicenda sarà esaminata dalla Corte d’appello.

La coppia dal 2021 viveva con tre figli piccoli nel casolare. I fratellini non frequentavano la scuola (i genitori sostenevano l’educazione parentale), non avevano assistenza pediatrica, né completato il ciclo di vaccinazioni e non parlavano italiano. Nel settembre 2024 la famiglia si era intossicata con funghi raccolti dal padre ed è stata soccorsa casualmente da un vicino. In ospedale i genitori avevano rifiutato alcune cure per i figli che rifiutavano il sondino nasogastrico, episodio che aveva fatto partire le segnalazioni alle autorità.

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Aggressioni in minicar a Roma, per i due minorenni si aggravano le accuse: contestate anche le percosse. Rischiano una misura cautelare

Da quella che avrebbero definito una bravata a un’inchiesta per tentato omicidio, lesioni personali aggravate e percosse in concorso. Si aggrava il quadro accusatorio nei confronti dei due ragazzi di 16 e 17 anni coinvolti nella serie di aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. I due, che hanno confessato, saranno interrogati martedì 20 ottobre dalla Procura dei minorenni, che ha assunto la titolarità dell’indagine. La nuova contestazione potrebbe incidere anche sulla valutazione delle eventuali misure cautelari.

Al centro degli accertamenti c’è soprattutto l’aggressione del 5 ottobre a Monteverde, quando Davide Iacopini, attore di 42 anni, è stato colpito con un calcio mentre viaggiava in monopattino in via Anton Giulio Barrilli. L’uomo ha perso il controllo del mezzo ed è finito contro un’auto in sosta, perdendo conoscenza. Operato due volte alla testa, è ancora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo, con prognosi riservata anche se le sue condizioni sembrano in miglioramento.

Quell’episodio rappresenta il momento più grave di un’escalation di violenza concentrata nell’arco di 48 ore, durante le quali si sono verificate altre cinque aggressioni ai danni di passanti, con conseguenze meno gravi. Quando sono stati identificati, i due avrebbero ricondotto quei gesti alla noia e al desiderio di divertirsi. “Ci siamo divertiti così”, avrebbero detto agli investigatori, spiegando di essersi fermati dopo aver appreso delle condizioni dell’attore.

Le indagini dovranno ora chiarire se dietro gli episodi ci fosse soltanto l’iniziativa dei due ragazzi o se le aggressioni fossero legate a una sfida condivisa con altre persone, eventualmente anche online. I carabinieri hanno sequestrato i cellulari dei minorenni e dei loro genitori, oltre a una dashcam, che potranno essere esaminati su delega della Procura.

Mentre tra i compagni di scuola prevale l’incredulità, il fratello del sedicenne, che si trovava sul lato passeggero della minicar e sarebbe colui che materialmente ha colpito le vittime, ha raccontato ai giornali che i due amici, quando sono insieme, diventano “esplosivi”. Secondo il suo racconto, qualche mese fa le famiglie avevano già deciso di limitarne la frequentazione.

Adesso saranno gli interrogatori e gli accertamenti sui dispositivi sequestrati a contribuire alla ricostruzione dei fatti e delle responsabilità individuali. Per i due minorenni, intanto, l’inchiesta entra in una fase decisiva, mentre restano da chiarire le circostanze e le ragioni di una sequenza di aggressioni che ha avuto il suo esito più drammatico nelle gravi condizioni di Iacopini.

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Violenta un tredicenne nel bar dei genitori, arrestato 40enne a Padova

Un 40enne è stato arrestato giovedì sera a Padova per violenza sessuale aggravata ai danni di un 13enne. Un cliente del bar aveva notato il ragazzino parlare con l’uomo, pakistano, nella sala e, dopo aver perso di vista il minore, ha segnalato la situazione alle forze dell’ordine. I genitori, di origine cinese, stavano lavorando dietro al bancone del bar, quando hanno deciso insieme di andare a controllare in bagno. La porta era chiusa dall’interno e, una volta sfondata, i genitori hanno scoperto l’abuso sul figlio.

I poliziotti della Squadra Mobile e delle Volanti della Questura di Padova hanno ricostruito quanto accaduto, anche attraverso la visione delle immagini del sistema di videosorveglianza all’interno del locale. Sul posto è intervenuto anche il personale del 118 per il 13enne che era in evidente stato di shock. Sul pavimento del bagno è stata trovata anche della cocaina per la quale sono in corso ulteriori accertamenti. Dalle ricostruzioni è emerso che pakistano avrebbe trattenuto in bagno la vittima, chiudendo a chiave la porta, costringendola ad atti sessuali e per questo è stato arrestato.

Il 40enne, regolare in Italia e residente in Emilia-Romagna, ha vari precedenti anche per atti contrari alla pubblica decenza, per minacce e per essersi rifiutato di fornire le proprie generalità. Su disposizione della procura, l’uomo è stato portato nella Casa Circondariale “Due Palazzi” di Padova. Il Questore di Padova, Marco Odorisio, ha attivato l’Ufficio Immigrazione per l’avvio della procedura di revoca del permesso di soggiorno.

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Pestato dal branco dopo aver difeso la figlia: identificati otto giovanissimi, ci sono anche i figli di due poliziotti

Una lite tra ragazzine, l’intervento di un giovane in scooter e poi la violenta reazione di un gruppo di amici. È la sequenza che, secondo quanto ricostruito finora, avrebbe portato al pestaggio di un uomo di 50 anni nel quartiere Vomero, a Napoli, durante la serata di sabato 10 ottobre. L’uomo era intervenuto dopo aver saputo che sua figlia era stata aggredita. Circondato da una decina di giovanissimi, sarebbe stato colpito ripetutamente anche quando era già a terra. Le indagini dei carabinieri, coordinate dalla procuratrice per i minorenni Patrizia Imperato, hanno portato finora all’identificazione di otto ragazzi, quasi tutti minorenni. Gli accertamenti proseguono per chiarire il ruolo di ciascuno e individuare tutti i partecipanti. Tra gli identificati ci sarebbero anche i figli di due appartenenti alla Polizia.

La vicenda avrebbe avuto inizio con una lite tra tre ragazzine, nata per un ragazzo conteso. Durante lo scontro, una delle giovani sarebbe stata colpita e spinta contro il parabrezza di un’auto, finendo poi a terra. Nella ricostruzione degli investigatori compare anche un giovane arrivato in scooter, che avrebbe aggredito la ragazza. Il padre, informato di quanto accaduto alla figlia, avrebbe rintracciato il ragazzo e lo avrebbe schiaffeggiato. A quel punto, il giovane avrebbe chiamato alcuni amici, dando origine al pestaggio dell’uomo.

Durante la colluttazione è intervenuto anche un camion per la raccolta dei rifiuti, che avrebbe investito accidentalmente il cinquantenne. L’impatto gli ha provocato gravi lesioni a una gamba. Trasportato all’ospedale Cardarelli, è stato sottoposto alle cure necessarie per scongiurare il rischio di amputazione. Le sue condizioni sono in miglioramento, ma resta lo choc per l’aggressione. La moglie ha riferito che anche le figlie sarebbero state minacciate.

Le immagini del pestaggio, circolate sui social, hanno suscitato reazioni e richieste di intervento. Il prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha annunciato un rafforzamento dei controlli nella zona. Il sindaco Gaetano Manfredi e l’azienda comunale Asia hanno espresso solidarietà alla vittima. Sull’episodio è intervenuto anche il nuovo questore di Napoli, Fausto Lamparelli, che ha definito le immagini dolorose e una sconfitta per gli adulti, richiamando l’importanza della prevenzione e dell’educazione alla legalità. Il cardinale Domenico Battaglia ha chiesto di affiancare alla risposta giudiziaria un impegno concreto per le famiglie, le scuole e i luoghi di aggregazione: “L’emergenza educativa è soprattutto un problema degli adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono”.

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