Il movimento Houthi ha rivendicato un'ampia offensiva contro diversi obiettivi strategici in Arabia Saudita, colpendo la sede del Ministero della Difesa a Riyadh, due aeroporti internazionali e alcuni impianti petroliferi della compagnia Aramco.
L'annuncio è giunto tramite il portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, che ha presentato le azioni come una ritorsione diretta per i recenti cento giorni di campagna militare condotta dalle forze saudite nello Yemen, accusate di aver causato centinaia di vittime tra i civili attraverso oltre duemila e novecento attacchi aerei e missilistici.
L'operazione, condotta nell'arco di quarantotto ore mediante l'impiego coordinato di droni e missili balistici, si è articolata in quattro attacchi principali. Oltre al raid contro il quartier generale della Difesa nella capitale, le forze Houthi sostengono di aver colpito l'aeroporto internazionale King Fahd a Dammam, provocando il blocco del traffico aereo, e lo scalo di Abha nel sud-ovest del Paese.
Un ulteriore raid ha interessato il complesso energetico di Aramco a Yanbu, sulla costa occidentale, dove l'impatto avrebbe innescato un incendio.
Oltre a confermare la prosecuzione delle azioni militari in territorio saudita, i vertici del gruppo ribelle hanno lanciato un fermo avvertimento a Riyadh contro eventuali ritorsioni rivolte alle tribù yemenite, prospettando conseguenze di vasta portata per la stabilità dell'intera regione. La leadership Houthi ha ribadito la volontà di mantenere una linea di massima pressione fino al completo arresto delle operazioni ostili e alla rimozione del blocco imposto allo Yemen.
Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbero tenere un incontro trilaterale “storico” in occasione del vertice APEC in Cina. Lo ha affermato il consigliere del Cremlino Yury Ushakov.
Il vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) è in programma a Shenzhen, in Cina, il 18 e 19 novembre. Intervistato mercoledì dal canale russo Vesti, Ushakov ha affermato che Pechino ha già avviato i preparativi per i potenziali colloqui. «Tutti sono pronti per questo, ma molto, se non tutto, dipende dai padroni di casa cinesi del vertice», ha detto. La possibilità di colloqui trilaterali è stata discussa anche durante l’incontro di Putin con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff a San Pietroburgo mercoledì, secondo quanto riferito dal Cremlino.
Ushakov ha descritto l’incontro proposto come potenzialmente «storico», sottolineando che si tratterebbe del primo incontro dei tre leader in questa configurazione. Putin e Trump si sono incontrati di persona l’ultima volta in occasione di un vertice ad Anchorage, in Alaska, nell’agosto 2025, e sono rimasti in contatto telefonico, l’ultima volta il 9 ottobre.
Alla domanda se i colloqui potrebbero contribuire anche agli sforzi di pace nel conflitto ucraino, Ushakov ha affermato che un singolo incontro non sarebbe sufficiente. «Anche se l’incontro durasse una, due o cinque ore, non sarebbe comunque possibile risolvere tutti i problemi», ha detto. Commentando la possibilità che il vertice possa equivalere a una «nuova Yalta», Ushakov ha dichiarato: «Penso che, se l’incontro avrà luogo, ci sarà una valanga di commenti e valutazioni».
La Conferenza di Yalta del 1945 riunì il leader sovietico Joseph Stalin, il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e il primo ministro britannico Winston Churchill per discutere delle fasi finali della Seconda guerra mondiale e dell’ordine internazionale del dopoguerra.
As violent riots grip France, British political leader Nigel Farage warned Americans against repeating what he described as Europe's mass immigration failures, arguing that years of unchecked migration have transformed European cities and fueled unrest that could eventually spread elsewhere.
"People like me who were warning about this years ago have sadly been proven right, but the problems are gonna be here for a very, very long time," Farage told Fox News Digital in an interview. "Please, please don't make the same level of mistakes that we have," he said in his message to Americans.
Violent riots have erupted across parts of Europe in recent weeks, particularly in France, with Farage pointing to years of mass migration and failed political leadership as key factors fueling the unrest. The Reform UK leader singled out Emmanuel Macron, arguing that the French president should have mobilized the military to confront the violence, after education protests spiraled into riots, destruction and theft.
"Macron was asleep at the wheel, and it isn't just that he was at a concert," Farage said. "And whilst the French do have effective police forces, the scale of the uprising, I mean the mass looting, the mass looting and violence that took place in Paris was genuinely horrendous."
"Meloni's reaction was swifter and a better sign of leadership," Farage said, referring to the Italian leader deploying 500 military troops to Milan in response to recent riots. "But the problem is, for people like Macron, who have always said, any criticism of immigration, whether legal or illegal, makes you racist, they psychologically find it hard to face up to their own failures of policy."
Farage warned that the unrest he described in France and elsewhere in Europe could eventually erupt in Britain, pointing to demonstrations in London and questioning whether British leaders would respond more forcefully than Macron.
"You know, my real worry is they can happen in this country too," Farage said. "We've got the same hard left here. We've the same hate mobs that march, chanting in the streets of London, from the river to the sea."
"I'm concerned that these things could happen here. And I wonder whether a British prime minister has got any more courage than President Macron in France," he added.
Farage contrasted Europe's failure to control its borders with President Donald Trump's immigration crackdown in the United States.
"Look, whatever you think of President Trump's current policies, one thing he has done, and he promised he'd do. He's closed the southern border," Farage said.
Trump vowed Tuesday to treat potential rioters in the U.S. "very rough," pointing to the unrest in France, he said at a rally in Greenville, North Carolina, before being interrupted by a protestor in the crowd.
"They're crazy, these people. Look at that guy. He's a nutjob," Trump said, in reference to the protester.
He warned that he would crack down on potential threats, saying he would not allow similar unrest to take hold in the U.S.
"That's what you witness over the last three or four days. You watch nutjobs like him in France ruining their country," Trump said. "We're not going to put up with it by the way."
"If a possible threat, which could happen, I hope you won't get angry if I treat them very, very rough, because that's what's going to happen. They're not going to destroy our country," he said.
On Tuesday, British counterterrorism police rearrested two men suspected of assisting Iranian intelligence in an alleged plot targeting RAF Fairford, a U.K. base used by U.S. bombers.
"I've called again and again for this to be declared a national security emergency. I have been ignored. If the Americans removing their bombers from RAF Fairford isn't enough warning. I don't know what is," he said.
"We've just become so caught up over here in Europe and Britain with this human rights culture, which puts the interests, frankly, of the bad guys above the interests of the majority."
The Makkah Joint Defence Agreement between Saudi Arabia, Türkiye, and Pakistan could expand Pakistan’s strategic role in West Asia and strengthen its military ties with Türkiye, complicating India’s regional interests.
Il 21 ottobre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il confronto con Teheran troverà presto una soluzione "in un modo o nell'altro", senza tuttavia fornire dettagli sullo stato delle trattative.
Rispondendo alla corrispondente di NewsNation, Libbey Dean, che gli chiedeva se il dialogo con l'Iran fosse ancora aperto, Trump ha inizialmente risposto che c'era "un po'" di dialogo, aggiungendo che si vedrà cosa succederà. Quando però gli è stato domandato di nuovo se ritenesse ormai conclusi i colloqui, ha precisato di non credere che ci siano negoziati in corso e che qualcosa accadrà molto presto. Ha poi aggiunto che molti pensano che ciò avverrà dopo le elezioni, ma che si vedrà.
Nel corso delle sue dichiarazioni, ha descritto la tensione con la Repubblica islamica come un "piccolo conflitto", affermando che gli Stati Uniti stanno ottenendo "ottimi risultati sia sul piano militare che finanziario" e definendo "incredibile" ciò che è stato fatto nei confronti dell'Iran. Il presidente ha rilasciato queste battute sulla pista della base aerea di Andrews, nel Maryland, di ritorno da un evento elettorale in Carolina del Sud.
Secondo quanto riportato dal New York Times, funzionari statunitensi e fonti informate confermano che gli Stati Uniti e Israele hanno elaborato piani specifici per riprendere gli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni americane di metà mandato.
Mentre prende sempre più piede l'ipotesi di un'operazione rapida ma intensa, le forze armate di entrambi i paesi hanno intensificato le esercitazioni e condotto sorvoli sull'Iraq per simulare manovre d'attacco. A conferma del passaggio della pianificazione alla fase operativa, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha incontrato questa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per discutere di nuove opzioni offensive.
La testata ha tuttavia evidenziato diversi motivi di scetticismo sulla riuscita di un nuovo conflitto rispetto alla prima fase dell'aggressione israelo-americana tra febbraio e aprile, la quale aveva già causato il rialzo dei prezzi dell'energia e dell'inflazione globale, compromesso la stabilità regionale e messo a dura prova le difese aeree del Pentagono. Inoltre, il giornale sottolinea come l'approvazione finale da parte del presidente Donald Trump non sia affatto scontata. Trump ha infatti posto ripetutamente il veto su vari piani di attacco su larga scala, compreso quello di questo mese, stoppando le operazioni quando gli eserciti erano ormai pronti all'azione.
L'Iran ha sottolineato come il mancato rispetto degli impegni da parte degli Stati Uniti e i loro continui tentativi di imporre diktat unilaterali rappresentino il principale ostacolo alla diplomazia e al raggiungimento di un intesa duratura.
Rispondendo alle recenti affermazioni del segretario di Stato americano Marco Rubio — che aveva indicato nelle convinzioni religiose degli iraniani la causa dello stallo nei negoziati —, il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baqai, ha dichiarato che non si possono pretendere concessioni rifiutando la reciprocità o imponendo condizioni senza considerare i legittimi interessi dell'altra parte.
Nel suo intervento, Baqai ha contestato apertamente la ricostruzione americana, chiedendosi cosa c'entrino il mancato rispetto degli impegni diplomatici e il ricorso alla forza da parte di Washington con la fede degli iraniani. Ha poi osservato come la religione non escluda affatto la razionalità, così come il secolarismo non sia di per sé garanzia di saggezza, ribadendo che a rendere impossibili le trattative non sono le credenze religiose dell'Iran, bensì l'atteggiamento degli Stati Uniti, incline all'imposizione anziché al vero confronto diplomatico.
In un momento storico particolarmente delicato per il paese, impegnato in uno dei passaggi diplomatici più complessi dai tempi dell'accordo sul nucleare del 2015, Teheran ribadisce dunque che il dialogo resta inutile a fronte di continue sanzioni e minacce. Rivolgendosi direttamente a Rubio e ai vertici americani, il portavoce iraniano ha infine sollecitato le autorità statunitensi ad abbandonare i pregiudizi ideologici per iniziare a comprendere le reali esigenze di sicurezza dell'Iran, assumendosi la piena responsabilità delle promesse finora disattese.
Un incontro tra Vladimir Putin, Xi Jinping e Donald Trump potrebbe diventare uno degli appuntamenti diplomatici più importanti dell’anno. Secondo Yuri Ushakov, consigliere presidenziale russo, i leader di Russia, Cina e Stati Uniti hanno confermato la propria disponibilità a incontrarsi in occasione del prossimo vertice APEC, previsto a Shenzhen, in Cina. I preparativi sarebbero già in corso da parte degli organizzatori cinesi, mentre gli esperti avrebbero iniziato a lavorare sui possibili contenuti del colloquio.
Resta tuttavia da garantire la presenza simultanea dei tre presidenti. Ushakov ha precisato che, in uno scenario favorevole, l’incontro potrebbe entrare nell’agenda del vertice. La cautela diplomatica non nasconde la portata dell’iniziativa. Un confronto diretto tra i leader delle tre maggiori potenze avrebbe inevitabilmente ripercussioni sugli equilibri internazionali, dalla sicurezza globale ai conflitti in corso, fino alle relazioni economiche e commerciali. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha respinto i paragoni con una nuova Conferenza di Yalta, il vertice del 1945 nel quale Unione Sovietica, Stati Uniti e Regno Unito discussero l’assetto dell’Europa e dell’ordine internazionale dopo la Seconda guerra mondiale. Peskov ha tuttavia riconosciuto che un simile incontro avrebbe una rilevanza mondiale.
La differenza rispetto al passato è sostanziale: oggi il sistema internazionale è attraversato dall’ascesa della Cina, dal consolidamento della partnership strategica russo-cinese e dalla crescente difficoltà degli Stati Uniti di gestire unilateralmente le crisi globali. Un eventuale vertice a tre non significherebbe necessariamente un accordo su tutte le questioni, né la nascita di un nuovo direttorio mondiale. Potrebbe però aprire uno spazio di confronto diretto tra potenze i cui rapporti, tra competizione e cooperazione, condizionano sempre più il futuro del pianeta.
In un contesto segnato dalle tensioni geopolitiche e dalla crisi delle istituzioni internazionali, la disponibilità al dialogo rappresenterebbe già un segnale significativo. La vera posta in gioco sarà capire se le tre capitali riusciranno a trasformare questa apertura in iniziative concrete per la sicurezza e la stabilità globale.
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La Cina celebra i 90 anni dalla vittoria della Lunga Marcia, trasformando la memoria della storica impresa dell’Armata Rossa in un simbolo dello sviluppo militare nazionale. Dai sottomarini nucleari Changzheng ai cacciatorpediniere Zunyi, i nomi legati all’epopea rivoluzionaria richiamano oggi la determinazione di Pechino a superare gli ostacoli attraverso l’autonomia tecnologica.
Come evidenziano i media cinesi, i sottomarini nucleari Changzheng sono arrivati alla terza generazione e hanno effettuato con successo test di missili strategici lanciati in immersione. Anche le navi da guerra di ultima generazione riflettono i progressi dell’industria militare nazionale.
Il richiamo alla Lunga Marcia non è soltanto commemorativo: Pechino lo presenta come un’eredità di forza, autosufficienza e coesione nazionale, da tradurre in capacità tecnologiche e militari sempre più avanzate. Un messaggio che lega la memoria rivoluzionaria alle ambizioni della Cina di rafforzare la propria autonomia strategica.
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Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha denunciato le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sui governi stranieri per indurli a votare contro la risoluzione dell’ONU che chiede la fine del bloqueo contro Cuba, il cui esame è previsto per il 27 e 28 ottobre. Secondo L’Avana, Washington ricorre a minacce e ricatti diplomatici per contrastare il sostegno internazionale alla revoca delle sanzioni.
Rodríguez ha inoltre condannato l’inasprimento del ‘bloqueo’, compreso il blocco energetico che ostacola l’approvvigionamento di carburante, definendolo una forma di punizione collettiva con gravi conseguenze umanitarie. Il ministro ha ricordato che la politica statunitense mira a provocare carenze e malcontento nella popolazione, richiamando il Memorandum Mallory del 1960.
Secondo i dati presentati da Cuba alle Nazioni Unite, i danni accumulati in oltre sei decenni di blocco ammontano a circa 178,7 miliardi di dollari, mentre quelli registrati tra marzo 2025 e febbraio 2026 hanno raggiunto la cifra record di 8,08 miliardi di dollari.
Rodríguez ha infine invitato i governi a resistere alle pressioni di Washington e a sostenere la fine delle sanzioni.
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On a Tuesday morning in February 2025, federal agents descended upon Ayala's Mini Market, a convenience store in Glendale, Arizona, that offered check cashing, money transfer, shipping, and cellphone repair services along with standard items such as groceries, snacks, sodas, and cigarettes. The agents, who worked for the Internal Revenue Service (IRS) and the Department of Homeland Security (DHS), seized three computers, five cellphones, and business records, plus about $460,000 in cash and checks. They did not say why.
Twenty months later, the store's owner, Mario Ayala, still has not received a definitive answer to that question. Nor has the government told him what it plans to do with his property or how he can try to get it back. That Kafkaesque situation is unconstitutional, Ayala's lawyers at the Institute for Justice argue in a motion and memorandum they filed on Tuesday in the U.S. District Court for the District of Arizona. The motion seeks the return of the property seized from Ayala's business, saying there is no legitimate reason for the government to keep it.
"The government can't take your stuff, disappear, and then never explain itself," says Institute for Justice attorney Betsy Sanz. "For over a year and a half, the government has been holding Mario's money and property. This prolonged seizure violates the Fourth Amendment and federal law. The government cannot hold onto your property indefinitely without explanation so it can eventually take it permanently using civil forfeiture."
The raid on Ayala's store happened while he was visiting his ailing father in Mexico, who died a couple of months later. After Ayala's wife and son called to tell him what had happened, he rushed back to Arizona, where he tried to figure out why his business had been targeted by the IRS and the DHS. That was harder than you might think.
Ayala "has heard nothing from the government since they raided his business and seized his property," Sanz and her colleagues note in their memorandum. When the agents left, they told Ayala's son that "the business would receive a letter within thirty days," the memorandum says, but "no letter came," and the government "has not told Mario why it took his property or why it refuses to return it."
The agents left a one-page inventory of the property they took, including the computers, cellphones (two of which belonged to Ayala's customers), documents, and currency, although it did not specify the amount of money. They also left the first page of a warrant signed by a federal magistrate judge, which contained no information about the crime they were investigating or the property they were authorized to seize. It referred to attachments that might have clarified those points, but the attachments were missing.
Ayala still has not seen those attachments. But on the same day the agents raided his store, they also searched 18 other businesses in the Phoenix area, all of which offered money services. Judging from the warrants served on three of those other businesses, which were signed by the same magistrate judge at the same time on the same day as the warrant for Ayala's Mini Market, the legal justification for the searches was suspected violations of 31 USC 5324, which makes it a felony to "structure" a financial transaction with the intent of "evading" federal reporting requirements.
The Bank Secrecy Act requires that financial institutions report cash transactions involving more than $10,000 to the Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN). Although that mandate is aimed at money laundering, someone can be guilty of structuring even without evidence of any other crime if he deliberately tries to avoid triggering a FinCEN report by breaking up a transaction into amounts below the threshold. As far as Ayala can tell, the search of his store was based on nothing more than suspicion of structuring.
If so, Ayala's lawyers argue, the IRS agents who participated in the raid violated a 2019 federal law that bars the agency from seizing money when structuring is the only suspected crime. Congress passed that law in response to IRS forfeiture abuses highlighted by the Institute for Justice. "For the IRS to legally seize property based on a structuring offense, it must also have an added suspicion of some other criminal act," Sanz et al. note. "Yet the IRS seized Mario's property, apparently on the sole suspicion of a structuring violation."
That is not the only legal problem with the seizure. Assuming the government plans to seek forfeiture of Ayala's money based on an alleged connection to criminal activity, it missed a crucial deadline. The Civil Asset Forfeiture Reform Act (CAFRA) requires the federal government to notify property owners of attempted forfeitures within 60 days of the seizure. That deadline passed a year and a half ago, and Ayala still has received no such notice.
"This notice is crucial because it informs a property owner that the government intends to forfeit his property and triggers his ability to respond by filing a claim or administrative petition," Ayala's lawyers note. If the government fails to meet that requirement, CAFRA says, it "shall return the property."
The government can seek extensions of the CAFRA deadline "only if there is reason to believe that notice may have an adverse result," such as "endangering the life or physical safety of an individual," "flight from prosecution," "destruction of or tampering with evidence," "intimidation of potential witnesses," or "otherwise seriously jeopardizing an investigation or unduly delaying a trial." None of those conditions applies in this case, Sanz et al. say, and their client "is unaware of the government seeking any such extension here."
Another possible rationale for keeping Ayala's property is that the government needs it as evidence in a criminal investigation. But his lawyers argue that the seized items "have no independent evidentiary value."
The government "cannot claim that it is holding the cash as evidence of the suspected structuring offense, because the government—in the usual course—does not continue to hold the physical cash it seizes but rather promptly deposits it," the memorandum says. "To prove the suspected offense here, the government would present evidence documenting the amounts and frequency of transactions and evidence that the defendant intentionally evaded reporting requirements. No fact the government must prove to establish a structuring offense becomes more or less provable by the government's continued possession of Mario's money."
Although "the checks and business documents that the government seized from Mario may at first have had some evidentiary value," Sanz et al. say, it could have long since returned the originals and kept copies. As for the computers and cellphones, "the government has had ample time to extract and copy" any relevant information.
While the benefits of keeping Ayala's property seem highly dubious, the cost to him has been severe. The seizure of the checks and currency wreaked havoc with his business model, which relies on money received for transfers to cash checks, which in turn are scanned and used to pay the companies that handle the transfers.
"The search and seizure of Mario's property upended his business," the memorandum says. "He had to keep his business closed until March 1, 2025, to replace the seized computers and to figure out how they could keep the business open. He took $50,000 of his own money out of the bank so that he could keep cashing customers' checks. When that ran out, the business had to stop cashing checks for a long time, losing customers."
Ayala "also had to come up with $112,097.20 to pay the money transmitters to cover the balance that had accrued while he was away," his lawyers add. "Since all the cash and cashed-but-unscanned checks had been seized, Mario needed to pay this money to the transmitters on his own. Though he did ultimately pay back all the money transmitters over the following month, the consequences of the raid damaged Mario's business relationship with one of the money transmitters he had formerly worked with, InterMex. Today, the business can no longer offer InterMex as an option for money transfers."
Ayala's business "is now finally stable, but it is still not doing as well as it was before the raid," Sanz et al. say. "Mario has changed the way he runs his business because of the raid. He now scans every customer's cashed check to send it to the money transmitters as soon as it is cashed, rather than collecting [checks] and scanning them together as they previously did. He constantly worries that his business will be targeted again."
In the 20 months since the raid, the government has not filed a forfeiture action or even notified Ayala that it intends to do so. Nor has it filed any criminal charges related to the seizure, as far as Ayala knows. "The government has no lawful reason to retain
Mario's property," his lawyers say, "and this Court should exercise its equitable jurisdiction to order its return."
The motion relies on Federal Rule of Criminal Procedure 41(g), which says "a person aggrieved by an unlawful search and seizure of property or by the deprivation of property may move for the property's return." The U.S. Court of Appeals for the 9th Circuit, which includes Arizona, has adopted four criteria for granting such a motion: whether the government "displayed a callous disregard for the constitutional rights of the movant," whether "the movant has an individual interest in and need for the property he wants returned," whether "the movant would be irreparably injured by denying return of the property," and whether "the movant has an adequate remedy at law for the redress of his grievance."
All of those factors count in Ayala's favor, Sanz et al. argue. Ayala's interest in the property and the injury he is suffering are clear, as is the absence of any other remedy. As for the first criterion, "the government can neither forfeit Mario's property nor justify holding it as evidence, so its continued retention is unreasonable under the Fourth Amendment," the memorandum says. "And its nearly 20 months of silence, without any notice or any forum in which to contest the seizure, offends due process. At every turn, the government has 'callous[ly] disregarded' Mario's constitutional rights."
Ayala immigrated to the United States from Mexico in 1991 and struggled for years to make a go of his business, which was successful enough at the time of the raid that he planned to open a new location devoted to cellphone repair. That plan is now on hold because of the financial difficulties caused by the seizure.
"This business is my American Dream, and the government took years of my hard work without telling me what I did," Ayala says. "This raid hurt me and my family. I hope this lawsuit gets my money back and helps make sure this doesn't happen to anyone else."
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha denunciato che l’Unione Europea (UE) ha letteralmente inondato la propria popolazione di disinformazione riguardo alla crisi in Ucraina; una tattica volta a prevenire domande scomode sul massiccio trasferimento di fondi al "regime satanico" di Volodymyr Zelenskyy, la cui corruzione ha trasformato il Paese in un "buco nero dell'Europa", dove miliardi di euro provenienti dai contribuenti europei svaniscono senza lasciare traccia.
Nel corso di una conferenza stampa, la portavoce ha osservato che la burocrazia dell'UE cerca di impedire ai cittadini europei di porsi "domande ovvie" nel contesto della sua "guerra ibrida" contro Mosca: "Perché Bruxelles non destina quei miliardi di euro all'istruzione, alla sanità, alle infrastrutture, alle strade, agli aeroporti, ai porti o allo sviluppo del settore energetico, invece di usarli per sostenere il regime brutale, satanico e terroristico di via Bankova?", ha chiesto retoricamente, riferendosi all'ufficio di Zelensky a Kiev.
Allo stesso tempo, Zakharova ha fatto notare che, durante il vertice del Consiglio europeo tenutosi il 15-16 ottobre a Bruxelles – al quale ha partecipato Zelensky –, l'agenda ucraina è passata in secondo piano. "Evidentemente, all'interno dell'Unione Europea sono emerse questioni più importanti rispetto alla discussione sulle infinite richieste del regime di Kiev", ha osservato la portavoce, con un pizzico di ironia.
Secondo Zakharova, questo risvolto ha ferito l'«ego malato» di Zelensky - da lei descritto come un «mostro insaziabile» - il quale «non si è preoccupato di osservare le più elementari buone maniere e, con notevole arroganza, ha preteso che i suoi sostenitori dell'UE aumentassero i finanziamenti per le esigenze militari»: altri 70 miliardi di euro per un «futuro che semplicemente non esiste».
In questo contesto, Zakharova ha fatto notare che il Ministero delle Finanze ucraino ha recentemente calcolato che, entro il 2037, il Paese dovrà rimborsare oltre 160 miliardi di dollari nell'ambito di un debito nazionale che attualmente ammonta a 215,5 miliardi di dollari. Solo nel 2027, l'Ucraina dovrà versare 6,6 miliardi di dollari ai creditori esteri.
Secondo la portavoce russa, Zelensky e i suoi collaboratori «intascano» i fondi degli aiuti occidentali e li trasferiscono sui propri conti all'estero, ben sapendo che ripagheranno i debiti contratti con l'Occidente «con le vite dei propri cittadini».
Saudi Arabia is turning to foreign allies to fend off Houthi missiles and drones, exposing a military vulnerability that could soon become President Donald Trump's problem.
Britain announced Tuesday it would send Typhoon fighter jets to defend Saudi cities and critical infrastructure. Egypt is already assisting the kingdom and Israel has offered to step in to help.
Riyadh, meanwhile, is asking Washington for more interceptors, and Trump is weighing whether the U.S. should intervene and strike the Iran-backed Houthis directly.
The reinforcements could help shield Saudi cities and critical infrastructure. They do little, however, to eliminate the Houthi launchers and weapons threatening them from Yemen.
"The theme right now, I think, is defensive or defensive-minded," Jason Campbell, a senior fellow at the Middle East Institute, told Fox News Digital.
The question, he said, is whether that evolves into something "more offensive or kinetic."
The Houthis have already demonstrated their ability to punch through Saudi defenses. Their strikes and attempted strikes on the kingdom more than doubled in a single week this month, according to the Armed Conflict Location & Event Data Project, with airports in Riyadh, Jizan, Najran, Dammam and Abha targeted since Oct. 5.
The most devastating barrage struck King Khalid International Airport in Riyadh, killing at least 13 people and wounding more than 300.
Other attacks have targeted Saudi energy infrastructure, turning the Houthi campaign into a threat not only to the kingdom's security but also to the economic stability Riyadh has spent years trying to project.
Saudi Arabia has spent decades building one of the region's most sophisticated militaries. Riyadh spent an estimated $83.2 billion on defense last year, making it the eighth-largest military spender in the world, according to the Stockholm International Peace Research Institute. Its arsenal includes U.S.-made F-15 fighter jets, Patriot missile defenses and advanced radar systems.
Yet the Houthis are exploiting a mismatch between the defenses Saudi Arabia and its partners spent years building and the weapons now coming at them.
Campbell said the U.S. and its regional partners had been comparatively well-prepared to confront the higher end of Iran's arsenal, including ballistic missiles and other advanced weapons.
"What the region was decidedly less prepared for was an array of lower end of the spectrum ... threats posed by Iran and now the Houthis," Campbell said.
The volume is part of the problem. Campbell said Saudi Arabia and other U.S. partners have burned through significant numbers of high-end interceptors against ballistic missiles and other threats, while lower-flying weapons can also challenge radar and early-warning systems that were not necessarily designed or calibrated to detect them.
Secretary of State Marco Rubio said Tuesday that Riyadh is competing with allies around the world — and the U.S. military itself — for a limited supply of the interceptors needed to defend against missile attacks.
"I also talked to Saudi Arabia today; they’d like interceptors. Israel would like interceptors. We would like interceptors. Every country in the world would like interceptors," Rubio said, calling them "probably the most in-demand product right now in the defense field."
The U.S. cannot meet every request, Rubio acknowledged. American forces must maintain minimum air-defense requirements at bases around the world, while the sophisticated interceptors are expensive and take time to manufacture even as production increases.
"We have our own needs too," Rubio said.
Saudi Arabia's sheer size compounds the challenge. The kingdom stretches across more than 800,000 square miles, leaving cities, airports, oil facilities and military installations spread across a vast territory.
"Saudi Arabia is a huge geography to protect, and this speaks to a larger threat we’re facing globally: a relatively small nonstate actor can pose a serious challenge to even a sophisticated and extremely expensive military," Farea Al-Muslimi, a research fellow at Chatham House, told Fox News Digital. "The Houthis can impose enormous costs without having to spend very much themselves."
That imbalance helps explain why Saudi Arabia is increasingly looking beyond its own military for protection. But outside assistance may have limits.
"Many years later, everyone is realizing that the Houthis are not just Saudi Arabia’s problem, but everyone’s problem — whether that’s Turkey, Egypt, France, the UK or others," Al-Muslimi said. "But I don’t think this outside support will make a significant military difference unless the U.S. is directly involved."
That leaves Trump facing a potentially consequential decision: whether to continue helping Saudi Arabia defend against incoming attacks or go further and target the Houthis directly.
Trump has kept direct U.S. military action on the table. Asked earlier this month whether the U.S. could join Saudi strikes against the Houthis, he said, "We may. We’re gonna look at it."
"We’ll make a decision," Trump said. "We move very quickly."
But direct U.S. intervention would not be without precedent — or questions about what another bombing campaign could accomplish.
Operation Rough Rider targeted Houthi positions across Yemen for roughly two months in 2025 before Trump halted the operation after Oman brokered an agreement with the group.
"We’ve already seen the U.S. conduct a 60-day bombing campaign of Houthi strongholds in Yemen with limited, if any, real strategic benefits," Campbell said.
A new campaign would also compete for U.S. military resources amid the war with Iran. Campbell said taking on the Houthis would require clearer objectives and likely contributions from a broader coalition.
Israel has also offered to help defend Saudi Arabia, an offer Trump has publicly encouraged Riyadh to accept. But bringing Israel openly into the fight could create a different problem for the kingdom.
"If I were Saudi, I would never accept help like that," Al-Muslimi said. "The optics are enormously difficult. Saudi Arabia is the custodian of the two holiest mosques in Islam, and appearing alongside Netanyahu to fight another Yemeni group would be a nonstarter for much of Saudi society."
For now, the U.S. continues to provide intelligence and targeting support to Saudi Arabia as its allies focus on defending the kingdom.
"The collective effort seems to be at stemming the threat to the Saudi kingdom itself," Campbell said.
But as Al-Muslimi cautioned, even a stronger defensive coalition may not eliminate the danger.
"It can make Saudi Arabia safer, but it doesn’t solve the larger problem of dismantling the Houthi threat."
The latest fighting is another chapter in a war that has torn through Yemen for more than a decade. The Houthis seized the capital, Sanaa, in 2014, prompting Saudi Arabia to lead a military intervention the following year against the Iran-backed group and in support of Yemen's internationally recognized government.
Years of Saudi airstrikes failed to dislodge the Houthis, while the group steadily expanded its missile and drone capabilities with support from Tehran. The conflict eventually settled into an uneasy truce before erupting again this year, with Saudi-backed forces fighting Houthi advances on the ground and the Houthis increasingly taking the war across the border into Saudi Arabia.
Yemeni civilians are again bearing much of the cost. More than 250,000 people have fled the renewed fighting, according to the United Nations. WHO recorded at least 674 deaths and nearly 3,000 injuries in just six weeks of fighting between August and September, while millions were already facing severe hunger and displacement after more than a decade of war.
La Francia schiererà personale militare della propria forza antiterrorismo a sostegno della polizia durante una nuova ondata di proteste a livello nazionale, mentre il governo prepara un’operazione di sicurezza “massiccia” a seguito di alcune delle peggiori rivolte degli ultimi anni. Il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha annunciato la misura martedì, confermando che i soldati dell’Operazione Sentinelle, istituita per proteggere la Francia dagli attacchi terroristici, saranno mobilitati in vista delle manifestazioni previste per sabato.
Le truppe si occuperanno principalmente della sorveglianza di luoghi sensibili, consentendo a polizia e gendarmeria di affrontare i rivoltosi e di impedire il ripetersi delle violenze e dei saccheggi diffusi dello scorso fine settimana. Secondo il quotidiano francese Le Journal du Dimanche, il 24 ottobre a Parigi saranno disponibili 1.000 militari, di cui 500 in pattuglia, rispetto ai consueti 300.
L’operazione Sentinelle è stata avviata in seguito ai mortali attacchi terroristici contro Charlie Hebdo nel gennaio 2015. La missione militare prevede fino a 10.000 soldati incaricati di proteggere siti sensibili in tutta la Francia, tra cui stazioni ferroviarie, aeroporti, edifici religiosi e attrazioni turistiche.
Il primo ministro Sébastien Lecornu ha promesso una risposta di sicurezza senza precedenti dopo aver riconosciuto che sabato le autorità non sono riuscite a contenere la violenza. «Lo schieramento per sabato prossimo sarà massiccio», ha dichiarato Lecornu ai parlamentari, accusando i gruppi di estrema sinistra di orchestrare un «piano insurrezionale» durante le manifestazioni contro l’impennata del costo della vita.
Nunez ha inoltre annunciato l’intenzione di mobilitare unità di polizia d’élite, tra cui RAID, GIGN e BRI, insieme a elicotteri, veicoli blindati Centaure e idranti. Le autorità stanno valutando la possibilità di vietare le manifestazioni ritenute potenzialmente pericolose per l’ordine pubblico.
L’annuncio fa seguito ai disordini che hanno interessato tutto il Paese il 17 ottobre, quando circa 550.000 persone sono scese in piazza per protestare contro l’aumento dei prezzi e il deterioramento delle condizioni scolastiche. Sono state arrestate più di 2.400 persone, mentre oltre 800 sono state deferite alla magistratura. Le autorità hanno inoltre imposto coprifuochi localizzati a Parigi e in diverse altre città.
Gli Stati Uniti stanno inviando in Medio Oriente il gruppo d'attacco della portaerei USS Theodore Roosevelt e la 13ª Unità di Spedizione dei Marines. La notizia è stata riportata il 20 ottobre da Jennifer Griffin, corrispondente capo di Fox News per la sicurezza nazionale, che su X ha citato due funzionari statunitensi.
Secondo la giornalista, le navi giungeranno nella regione entro la fine di novembre, portando un rinforzo di circa 10.000 tra marinai e fanti di marina. Una volta arrivata a destinazione, la USS Roosevelt diventerà la terza portaerei statunitense nell'area, affiancando la USS George H.W. Bush, giunta ad aprile, e la USS George Washington, arrivata a metà agosto per sostituire la USS Abraham Lincoln. Griffin ha evidenziato che questo schieramento offrirà a Washington maggiori opzioni operative, in un momento in cui il presidente statunitense Donald Trump starebbe valutando un'intensificazione degli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni di medio termine.
Attualmente, i gruppi d'attacco della USS George H.W. Bush e della USS George Washington si trovano nel Mar Arabico. L'Unità di Spedizione dei Marines e il Gruppo Anfibio comprendono solitamente circa 4.200 elementi, mentre il gruppo d'attacco della portaerei Roosevelt conta all'incirca 6.000 marinai. Sebbene la USS Roosevelt sia in grado di raggiungere il Medio Oriente già entro la fine della prossima settimana, un alto funzionario statunitense consultatosi con Fox News ha precisato che l'arrivo della nave avverrà più probabilmente entro la fine di novembre.
Donald Trump Jr., figlio maggiore dell'attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, si è espresso privatamente in disaccordo con il padre riguardo alla guerra di aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. A rivelarlo è The Atlantic, che cita due fonti vicine alla vicenda.
Secondo le indiscrezioni, Trump Jr. si è opposto apertamente al conflitto, ribadendo la propria posizione direttamente al padre. Da sempre critico verso gli interventi militari di Washington all'estero, ha più volte dichiarato pubblicamente che gli Stati Uniti non dovrebbero farsi coinvolgere in un nuovo scontro in Medio Oriente.
"Don preferisce mantenere riservate le proprie posizioni, poiché non si dissocerebbe mai pubblicamente dal padre su un tema simile. Tuttavia, chiunque lo conosca non rimarrà sorpreso dalle sue idee", ha riferito un'altra fonte vicina al primogenito del presidente.
Secondo The Atlantic, Donald Trump Jr. era inoltre molto legato a Charlie Kirk, attivista di estrema destra assassinato che si era allontanato dall'amministrazione per la sua contrarietà al conflitto con Teheran, dopo aver già espresso su X forte contrarietà al coinvolgimento statunitense negli scontri tra Iran e Israele del 2024.
La vicenda evidenzia come la guerra contro l'Iran stia spaccando l'ala MAGA del Partito Repubblicano: da un lato la corrente nazionalista, convinta che gli interventi militari esterni danneggino gli interessi interni del Paese; dall'altro i sostenitori di una linea dura, persuasi che la forza e l'aggressività siano indispensabili per riaffermare la potenza americana contro gli avversari geopolitici.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che la principale divergenza tra Teheran e Washington non riguarda il programma nucleare, bensì il rifiuto americano dell'indipendenza politica della Repubblica islamica. A riportarlo è l'agenzia di stampa Tasnim.
Secondo il capo della diplomazia iraniana, gli Stati Uniti non accettano il sistema politico del Paese né la sua opposizione all'influenza di Washington nella regione, legata anche all'ascesa dei movimenti di resistenza locali. La questione nucleare sarebbe quindi soltanto un pretesto per esercitare pressioni su Teheran. "Ciò che rifiutano e non possono tollerare è la visione e l'ideologia alla base del sistema iraniano", ha affermato Araghchi, ricordando che l'accordo sul nucleare siglato nel 2015 con le potenze mondiali — pur avendo ottenuto un ampio sostegno internazionale — è stato abbandonato dagli Stati Uniti nel 2018 durante il primo mandato di Donald Trump.
Araghchi ha sostenuto che la medesima dinamica si è ripetuta con gli intese raggiunte a Islamabad: nonostante gli impegni condivisi, Washington sarebbe venuta meno ai patti. Ciononostante, il ministro ha ribadito l'importanza di proseguire lungo la via diplomatica per ricomporre le divergenze, precisando che la piena riapertura dello Stretto di Hormuz resta subordinata al raggiungimento di un accordo con gli Stati Uniti e al rispetto dei reciproci impegni.
Al momento la Repubblica islamica sta valutando la posizione americana. "Il processo negoziale prosegue e lo scambio di messaggi avviene attraverso mediatori", ha concluso l'alto diplomatico.
Un ufficiale ucraino addetto alla coscrizione, già condannato in precedenza per corruzione, è stato accusato di aver picchiato a morte una recluta nella città occidentale di Leopoli, secondo quanto riferito martedì dall’Ufficio statale di investigazione (DBR) dell’Ucraina.
A settembre, il sospettato, insieme ad altri ufficiali del Centro territoriale di reclutamento e sostegno sociale (TCC), l’ente che sovrintende alla mobilitazione, ha brutalmente picchiato una potenziale recluta, che non ha potuto difendersi poiché aveva le mani ammanettate dietro la schiena. «In ospedale, il personale medico ha riscontrato che l’uomo aveva riportato fratture multiple alle costole, gravi lesioni polmonari e altre lesioni potenzialmente letali», ha dichiarato il DBR in un comunicato. «Nonostante gli sforzi dell’équipe medica, non è stato possibile salvarlo».
L’ufficiale, che ad agosto era stato condannato a una pena non detentiva per corruzione, è ora formalmente indagato per aver causato intenzionalmente, in concorso con altri, lesioni personali gravi con esito letale. Rischia fino a dieci anni di carcere ed è stato posto in custodia cautelare senza possibilità di libertà provvisoria, secondo quanto riferito dal DBR. L’Ucraina è stata oggetto di crescenti critiche per gli abusi commessi dagli ufficiali del TCC, poiché sui social media sono circolati numerosi video che mostrano pattuglie di reclutamento che prelevano uomini per strada e spesso li picchiano. Diversi episodi hanno anche provocato decessi.
La mobilitazione forzata in Ucraina
Ad aprile, il DBR ha incriminato un ufficiale addetto alla coscrizione in relazione alla morte di un’altra potenziale recluta, che avrebbe picchiato e colpito con un taser durante il trasporto. È stato incriminato anche il suo comandante, che presumibilmente non è intervenuto.
La corruzione all’interno del sistema di mobilitazione ha provocato una forte reazione negativa. Secondo il parlamentare ucraino Aleksandr Kachura, per un uomo corrompere qualcuno e riuscire a uscire da un edificio del TCC una volta arruolato costa dai 10.000 ai 15.000 dollari, a seconda della regione. Questo lucroso giro d’affari ha reso molto ambite le posizioni di vertice nei centri di reclutamento, con funzionari disposti a pagare 50.000 dollari per diventare capi distrettuali del reclutamento e 150.000 dollari per dirigere i centri regionali, ha affermato in un’intervista ad agosto.
Mosca si aspetta che l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, incontri il presidente russo Vladimir Putin nel prossimo futuro. Lo ha affermato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Martedì i mediatori statunitensi hanno tenuto colloqui con il leader ucraino Vladimir Zelensky a Oslo, capitale norvegese.
La Russia apprezza molto gli sforzi di mediazione degli Stati Uniti, ha dichiarato Peskov nel corso di una conferenza stampa martedì, aggiungendo che Mosca considera ogni incontro tra Putin e gli inviati di Trump «molto importante e tempestivo». Non ha fornito alcun dettaglio sulla data o sul luogo di un potenziale incontro, ma ha affermato che il Cremlino si aspetta che Witkoff informi Mosca sui risultati dei colloqui di martedì con Zelensky e i suoi sostenitori europei.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha dichiarato martedì che la Russia è disposta a discutere qualsiasi iniziativa economica e finanziaria proposta da Washington, a condizione che sia “vantaggiosa per noi”. Dopo aver ricordato come Mosca non farà concessioni politiche unilaterali, Lavrov ha sottolineato che eventuali accordi con gli Stati Uniti potrebbero non durare oltre il mandato di Trump. «La storia della presidenza americana è caratterizzata da una tradizione politica ben consolidata… secondo la quale un nuovo presidente non è vincolato da alcuna decisione presa dal proprio predecessore», ha affermato Lavrov, aggiungendo che ciò conferisce agli Stati Uniti un vantaggio nei negoziati e che Mosca è ben consapevole che Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, potrebbero cercare di «organizzare qualcosa» tenendo conto di questo aspetto. La Russia non dovrebbe aspettarsi «qualche favore politico che ci aiuti a superare tutte le questioni globali», ha proseguito Lavrov. «Dobbiamo contare esclusivamente su noi stessi».
Martedì mattina, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store, che ha ospitato l’incontro tra Zelensky e i negoziatori statunitensi, ha dichiarato che Witkoff si recherà mercoledì a San Pietroburgo per un incontro con la leadership russa. Secondo Store, le proposte che l’inviato speciale di Trump potrebbe avanzare potrebbero includere un vertice a tre tra Trump, Putin e Zelensky. I media ucraini hanno inoltre riferito che, tra le altre potenziali proposte, figurava una tregua energetica.
La scorsa settimana, il Financial Times ha riportato che Washington ha proposto di sbloccare miliardi di euro di beni russi detenuti nell’UE per dare slancio ai colloqui di pace sull’Ucraina nel corso dei negoziati a Miami con funzionari provenienti da Ucraina, Francia, Germania, Gran Bretagna, UE e NATO. L’idea è stata osteggiata con veemenza dai sostenitori europei di Kiev, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz.