
Donald Trump non può aver tradito Volodymyr Zelensky, come scrivono tutti quanti in queste ore, per la semplice ragione che non lo ha mai sostenuto e semmai ha sempre cercato, fin dal primo mandato, di depotenziare e abbattere il presidente ucraino a maggior gloria di Vladimir Putin.
Trump si è già augurato più volte la fine politica di Zelensky, del resto questa è la linea del Cremlino, e quindi anche la sua.
La prima volta che Trump ha minacciato Zelensky è stata nel 2019, quando al telefono gli ha intimato di trovare le prove di un coinvolgimento del figlio di Joe Biden in un fantomatico complotto internazionale ordito in Ucraina per indebolire la Casa Bianca, accusandola di complicità con il Cremlino nelle interferenze russe alle elezioni presidenziali americane del 2016.
Il complotto ucraino ovviamente era una bufala orchestrata dall’intelligence di Mosca per sviare le indagini americane sulle sue responsabilità, e per insinuare che dietro il Russiagate ci fosse l’Ucraina, non la Russia. Un assist che Trump non si è fatto sfuggire, e che ha utilizzato in modo maldestro per difendersi dalle accuse di essere stato eletto nel 2016 con l’aiutino di Putin.
Era un’operazione di disinformazione costruita ad arte al Cremlino, cui non ha creduto nessuno tranne certi sedicenti campioni del progressismo italiano e i soliti sbandati giornali della destra, a cominciare dal Fatto.
Giuseppe Conte, quando guidava il governo e prima di aver fatto sfilare per le strade italiane l’esercito russo, ha dato talmente credito alla bufala russa sbandierata da Trump da aver messo, in modo irrituale, la nostra intelligence a disposizione dell’allora ministro della giustizia trumpiano William Barr. Trump, poco prima, aveva minacciato Zelensky al telefono di ritirare un finanziamento da quattrocento milioni di dollari se Kyjiv non gli avesse consegnato le prove inesistenti contro il figlio di Biden.
Tutto questo è alla base del primo procedimento di incriminazione costituzionale subito da Trump dalla Camera dei deputati di Washington, da cui è uscito indenne soltanto perché i suoi senatori repubblicani lo hanno salvato con un margine di soli quattro voti.
Stupirsi adesso del “tradimento” di Trump è stravagante. Trump detesta l’Ucraina da tre anni prima dell’invasione russa su larga scala, esattamente da quando Zelensky non gli ha fornito le prove contro Biden che i russi gli avevano detto che aveva, e la conseguenza è stata l’impeachment.
Per Trump, quindi, l’Ucraina è il Paese che ha costruito un complotto contro la sua presidenza, e Zelensky è il presidente, allora appena eletto, che non ha voluto collaborare a sventarlo (al contrario dell’aiuto fornito dall’amico «Giuseppi» Conte, oggi punto di riferimento fortissimo del progressismo italiano).
Più che stupirsi, semmai c’è da chiedersi perché Trump è tornato proprio in questo momento a prendersela con Zelensky, dopo qualche mese di pausa a causa delle complicazioni della guerra in Iran.
Il motivo è semplice, come tutto quello che riguarda un uomo ottuso e prevedibile come Trump: tra un mese in America ci saranno le elezioni di metà mandato che lo vedono sfavorito anche a causa del prezzo della benzina, un’evidente conseguenza del fallimentare intervento armato in Iran che ha consegnato agli ayatollah e ai pasdaran il controllo dello stretto di Hormuz, dove passa buona parte del commercio del petrolio. L’intervento in Iran ha pure indebolito i paesi arabi produttori, che ora sono costretti a difendersi da iraniani e dai fondamentalisti houthi dello Yemen senza più l’ausilio degli americani, perché Trump ha scaricato anche loro.
Per avere un quadro più preciso sulle prospettive negative per Trump a poche settimane dalle elezioni, al prezzo record della benzina va aggiunta anche l’inflazione, mai domata e anzi peggiorata dalla grottesca politica dei dazi che ha danneggiato l’economia americana e non solo quella americana.
In questa situazione di grande difficoltà, Putin ha fornito ancora una volta conforto a Trump, offrendogli una parte insignificante delle sue riserve di diesel e ottenendo in cambio la possibilità di esportarle all’estero con un allentamento delle sanzioni energetiche che ora la Russia si giocherà per creare altro consenso politico in Europa per i partiti fiancheggiatori. Come ulteriore omaggio per il suo compleanno, Putin ha ricevuto da Trump un’ulteriore strigliata contro Zelensky.
I soliti trombettieri italiani di geopolitica, gli stessi che prima assicuravano che Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina e poi che l’avrebbe conquistata in tre giorni, sono già al lavoro per decretare ancora una volta la fine di Zelensky e dell’Ucraina.
Trump, insomma, sta provando di nuovo ad imputare all’Ucraina l’origine dei suoi guai politici, com’era successo nel 2019c, e questa volta anche a spiegare agli elettori americani che si apprestano a votare alle elezioni del 3 novembre che non è vero che il prezzo della benzina è così alto a causa della sua sconclusionata guerra in Iran, ma che lo è per colpa di Zelensky che colpisce le raffinerie russe e non vuole la pace.
Nell’impostura che Trump offre all’America, Putin invece è quello buono, addirittura il leader che vuole la pace al punto da essere disponibile a mettere a disposizione del consumatore americano una quantità di diesel, e nella narrazione farlocca di Trump poco importa che il diesel offerto da Putin copra il fabbisogno americano soltanto per quattro giorni.
Ieri sera Trump ha annunciato anche una tregua energetica tra Mosca e Kyjiv, malgrado i rappresentanti di Zelensky, che si trovavano a Miami proprio per cercare una posizione comune con gli americani da offrire alla Russia, non ne sapessero nulla. È molto probabile che non ne sapessero niente nemmeno i membri della delegazione americana, perché gli annunci di Trump sono nati in seguito alla solita telefonata con cui Putin ha fatto fesso il mansueto collega della Casa Bianca.
Naturalmente non c’è nessuna tregua energetica, come non ci sono mai state le tregue con l’Iran annunciate da Trump sui social ogni due per tre, anche perché l’unico che ha offerto formalmente una tregua energetica è stato Zelensky, ma l’offerta è stata rifiutata pubblicamente dai russi, i quali indisturbatamente continuano a colpire infrastrutture civili in Ucraina e a uccidere cittadini innocenti.
Gli ucraini hanno smesso di fidarsi degli americani dal 20 gennaio 2025, da quando Trump è rientrato alla Casa Bianca e ha accolto tutte le oscene posizioni di Putin che, ricordiamolo, sono la fine della indipendenza ucraina, l’annessione di parti di territorio che in quattro anni di guerra la Russia non è riuscita a conquistare, e l’insediamento di un governo fantoccio a Kyjiv.
Da quando c’è Trump, l’America non finanzia più la resistenza ucraina, già un paio di volte ha sospeso la condivisione delle informazioni di intelligence con Kyjiv (cosa che minaccia di rifare adesso), ha ritardato e in alcuni casi bloccato la fornitura di armi deliberate in precedenza da Biden e non ancora consegnate, ha provato a cacciare in malo modo Zelensky dalla Casa Bianca in diretta televisiva, e continua a incassare soldi dagli europei per le forniture militari che i paesi dell’Unione comprano per difendere gli ucraini.
Contro tutte le previsioni, gli ucraini hanno fatto a meno dell’America, sono riusciti a organizzarsi autonomamente, hanno sviluppato una propria industria bellica e tecnologica, hanno cambiato la natura del conflitto con i droni, e non solo hanno resistito all’invasore, ma hanno anche fatto passi in avanti sia sul terreno di battaglia sia nella capacità di colpire le infrastrutture strategiche russe senza l’aiuto di Washington.
Un risultato straordinario che andrà studiato sui libri di storia e che definisce un popolo fiero, libero e democratico che merita ammirazione e sostegno.
In tutto questo, la politica italiana si gira dall’altra parte, perché impegnata in questioni grottesche come la legge elettorale, le primarie, le gonne delle ragazze.
Nessuno dei leader dei due schieramenti ha espresso solidarietà a Zelensky né ha criticato l’ennesima mossa pro Putin di Trump. Ed è curioso che l’indifferenza del campo largo, che non a caso Pina Picierno ha chiamato “Campo Lavrov”, si manifesti nello stesso giorno in cui Matteo Renzi ha proposto di definire la cornice della coalizione di centrosinistra, che come è noto è in difficoltà a trovare un consenso sull’Ucraina, intorno all’opposizione a Donald Trump.
Invece niente, nemmeno l’opposizione a Trump riesce a scuotere Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, se di mezzo c’è la Russia imperialista di Putin e la difesa dell’Europa.
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