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La cotización del gas natural en Europa rompe nuevos máximos desde finales de 2022

La cotización del gas natural en Europa rompe nuevos máximos desde finales de 2022

La principal referencia, el TTF holandés, supera los 91 euros/MWh por primera vez desde diciembre de 2022, tras llegar a subir un 4,8%; se dispara un 185% desde el estallido del conflicto en Oriente Medio

La escalada de petróleo y gas y el temor a una crisis de deuda aceleran las caídas de las bolsas y el Ibex se deja más de un 2%

El precio del megavatio hora (MWh) del gas natural europeo TTF en el mercado holandés ha superado este jueves los 91 euros, lo que supone un nuevo máximo desde diciembre de 2022.

A las 15:18 horas (13:18 GMT), la materia prima de referencia en Europa cotizaba en el mercado de Países Bajos a 91,416 euros el megavatio hora (MWh), lo que representaba un repunte del 4,8% respecto al cierre del miércoles.

Horas después de tocar ese máximo, a las 18:30 horas (16:30 GMT), el gas natural registraba una avance del 4,46%, en los 90,885 euros, informa EFE.

Todo ello, en una jornada en la que la escalada de esta materia prima y del gas y el temor a una crisis de deuda han acelerado las caídas de las bolsas, con el Ibex español dejándose más de un 2%.

Se trata de la cotización más elevada para esta materia prima desde el 23 de diciembre de 2022, en el contexto de la crisis energética derivada de la invasión rusa de Ucrania.

En el acumulado del año, el precio del gas natural en Europa se dispara más de un 220%, mientras que desde el estallido del conflicto en Oriente Medio su revalorización supera el 185%.

Fuentes de XTB señalan que esta subida se debe “al aumento de las tensiones geopolíticas en Oriente Medio y las preocupaciones sobre la disponibilidad de suministro durante el invierno”.

Los analistas de la firma exponen que los inventarios europeos se encuentran en torno al 75% de su capacidad, lo cual supone un nivel “excepcionalmente bajo” para esta época del año, más cuando ya está concluyendo el llenado de los almacenes de cara a la temporada invernal.

Esta situación de menores reservas incrementa la sensibilidad del mercado ante posibles interrupciones en los flujos de gas natural provenientes del Golfo Pérsico.

Los expertos apuntan a que, de continuar con esta subida, el precio de soporte se podría situar entre 90,96 y 94,52 euros.

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Prelievo di solidarietà temporaneo sugli extraprofitti del settore energetico: per l’Avvocatura Ue è legittimo

Secondo Athanasios Rantos, avvocato generale della Corte di Giustizia Ue, il prelievo di solidarietà temporaneo sugli extra-profitti del settore energetico è legittimo. Era stato introdotto nel 2022 in risposta alla crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina. Secondo l’Avvocatura della Corte di Giustizia Ue, il prelievo di solidarietà del 2022-2023 era “conforme al diritto dell’Unione“. Incideva sugli utili straordinari, ovvero eccedenti del 20% rispetto agli utili prodotti nei quattro esercizi precedenti, realizzati nei due anni interessati dalle imprese dei settori di petrolio, gas naturale, carbone e raffinazione.

Nelle sue conclusioni, Rantos sostiene che la misura economica era “urgente, temporanea e proporzionata“, oltre a sottolinearne il “carattere eccezionale e temporaneo“. Giustificata anche la restrizione ad alcuni operatori, in quanto “fondata su criteri oggettivi e riguardante le imprese più importanti in termini di quote di mercato”, che perciò non costituisce né una differenza di trattamento selettiva né un aiuto di Stato.

Di recente Italia, Germania, Portogallo, Spagna, Austria e Polonia hanno inviato una lettera al ministro delle Finanze irlandese che presiede l’Ecofin auspicando un nuovo quadro comune per la tassazione delle grandi aziende che traggono profitto dalla crisi causata dal conflitto in Medio Oriente. Alla richiesta era seguita la promessa di dar fondo a nuove analisi di fattibilità.

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Proteste di camionisti e agricoltori, il cdm stanzia sostegni per il caro gasolio. 105 milioni per l’autotrasporto, 60 per l’agricoltura e 10 per la pesca

Sessanta milioni di euro per gli agricoltori, 10 milioni per la pesca e 105,2 milioni di nuove risorse per l’autotrasporto. Il Consiglio dei ministri ha approvato l’annunciato decreto legge con misure di sostegno per i comparti in protesta a causa del caro gasolio determinato dalla guerra in Iran. Per i tir che nei giorni scorsi hanno bloccato mezza Italia, il provvedimento arriva a due giorni dal vertice con le associazioni di categoria in Prefettura a Milano, quando il ministro Matteo Salvini e il viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi avevano annunciato lo sblocco di oltre un miliardo di euro. Una cifra che comprendeva però anche risorse già stanziate e rimaste finora in attesa di essere erogate. Ora il governo garantisce di aver accelerato sulla messa a disposizione dei crediti d’imposta e di essere intervenuto anche per andare incontro alle imprese più piccole. Le associazioni nazionali dell’albo autotrasporto “apprezzano” l’approvazione immediata del decreto, dice Paolo Uggè, presidente Fai e Unatras. Ma le 11 grandi sigle non controllano la protesta e i provvedimenti non convincono tutti: in alcune zone della Campania restano i blocchi.

“Entro la prossima settimana i crediti sul cassetto fiscale”

Il Mit “da ieri ha iniziato a fare i pagamenti e oggi ce li certifica l’Agenzia delle Entrate, quindi entro la prossima settimana le prime 2.000 imprese mandate ieri avranno i crediti di imposta sul cassetto fiscale delle Entrate”, ha detto Rixi. Si tratta dei crediti a compensazione del 70% dei maggiori costi per il carburante sostenuti tra marzo e agosto rispetto a febbraio, prima dell’esplosione dei rincari. Si tratta di contributi attesi da mesi. Per il periodo marzo-agosto, per cui erano giù stati stanziati 480 milioni, sono arrivate oltre 30mila domande che ora vanno smaltite. “I controlli si faranno dopo perché chi lavora non può restare fermo ad aspettare la burocrazia”, ha chiosato Giorgia Meloni in un video diffuso dopo il Consiglio dei ministri, annunciando anche il rifinanziamento del credito d’imposta per settembre e ottobre con ulteriori 106 milioni di euro”. Si tratta di 45,2 milioni aggiuntivi per il credito d’imposta relativo alle spese di gasolio da marzo ad agosto 2026, che portano la dotazione complessiva da circa 430 a circa 480 milioni, e circa 60 milioni per le spese sostenute dal 1° settembre al 5 ottobre. In aggiunta “diamo più tempo, cioè fino al 31 marzo 2027, per utilizzare questi crediti”.

Meloni ha anche annunciato che da novembre saranno sbloccati i pagamenti arretrati per il trasporto via mare, attraverso le cosiddette Autostrade del mare. Anche in questo caso le imprese attendono contributi relativi alle annualità precedenti.

Le misure per i piccoli

Il decreto interviene anche, rivendica il governo, per le imprese di dimensioni ridotte, spesso con pochi mezzi e camion più vecchi, che restano escluse dal credito d’imposta riservato ai veicoli Euro 5 e superiori con massa oltre le 7,5 tonnellate. “Abbiamo dato la possibilità di sospendere per 7 mesi i leasing sugli automezzi in modo da conservare liquidità”, ha spiegato Rixi. Salvini ha parlato di 5 mesi. E ha confermato “la spalmatura del costo del carburante anche sui committenti” attraverso il meccanismo del fuel surcharge che entrerà obbligatoriamente nei contratti, stando agli annunci.

Il contributo per il gasolio agricolo e per la pesca

Per quanto riguarda agricoltori e pescatori, vengono stanziati 60 milioni di euro per un contributo a fondo perduto sul costo del gasolio agricolo, che “nei fatti si tradurrà in uno sconto fino a 0,45 centesimi al litro per oltre 120 milioni di litri”, ha detto Meloni, e 10 milioni di euro per la pesca. Il ministro degli Affari europei Tommaso Foti, e chi gli chiedeva se le risorse fossero sufficienti, ha risposto: “Per ora dovrebbero bastare, un po’ di ottimismo non guasta”. Per il presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, quei soldi “danno finalmente un pò di respiro a un comparto in totale apnea da crisi di liquidità”. Ma adesso “auspichiamo che tempi e metodo di erogazioni arrivino subito a compensare queste lunghe settimane di agonia” e “chiediamo subito la costruzione di un piano nazionale straordinario per l’agroalimentare che coinvolga tutta la filiera – produzione, trasformazione, Gdo – per affrontare in modo più organico tutte le difficoltà in campo”. Coldiretti parla di “segnale concreto di attenzione verso un settore strategico per il Paese” e Confagricoltura di “un segnale importante in un momento di grave difficoltà per il settore primario”.

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El abogado general de la UE avala el impuesto a las energéticas de 2022 en pleno debate para reinstaurarlo

El abogado general de la UE avala el impuesto a las energéticas de 2022 en pleno debate para reinstaurarlo

El letrado, cuya opinión suele avanzar el sentido final de las sentencias del TJUE, cree que la medida era "urgente, temporal y proporcionada" para "mitigar los efectos de la crisis energética"

Hacienda promete buscar la fórmula para gravar los beneficios “caídos del cielo” de las empresas energéticas

El impuesto temporal sobre las compañías energéticas que la Unión Europea adoptó durante la crisis energética de 2022, y que en España estuvo en vigor hasta 2024, es acorde con la legislación comunitaria, según las conclusiones presentadas este jueves por el abogado general de Tribunal de Justicia de la Unión (TJUE) Athanasios Rantos.

Aunque no se trata de una opinión vinculante de cara a la futura sentencia, sus dictámenes suelen coincidir con el fallo final. El abogado general respalda así dicho gravamen, que estuvo vigente sólo dos ejercicios (2022 y 2023) a escala europea frente a las dudas planteadas por los Tribunales Constitucionales de Italia y Bélgica, y por el Tribunal Superior de Irlanda, informa EFE.

Estas conclusiones llegan en un momento marcado por el incremento de los precios energéticos, especialmente del petróleo y el diésel, en el que países como España y Alemania han reclamado impulsar un impuesto similar sobre los beneficios extraordinarios de las petroleras, algo a lo que se niega la Comisión Europea.

La “contribución solidaria temporal” de 2022 gravaba a empresas de los sectores del petróleo, el gas natural, el carbón y la refinería, siempre que sus beneficios extraordinarios superasen en un 20% la media de los beneficios imponibles en los cuatro ejercicios anteriores.

Avala el instrumento por ser “urgente, temporal y proporcionado”

En primer lugar, el letrado avala la base legal del impuesto, un instrumento para situaciones de emergencia que permitió que fuera aprobado por mayoría cualificada y no por unanimidad, como se exige normalmente a todas las medidas fiscales que adopta la UE.

En concreto, considera que el gravamen era efectivamente una medida “urgente, temporal y proporcionada” que perseguía “mitigar los efectos de la crisis energética para las empresas y los consumidores, mediante un esfuerzo coordinado de los Estados miembros, de acuerdo con el principio de solidaridad”.

Este carácter “excepcional y temporal” excluye que el impuesto “pueda calificarse de medida retroactiva o contraria a los principios de seguridad jurídica y de confianza legítima”, según el abogado general, quien añade que tampoco “pone en tela de juicio el derecho de propiedad ni la libertad de emprendimiento”.

Por otro lado, señala que la medida no impedía a los países ampliar el gravamen a entidades que habían obtenido beneficios energéticos excepcionales debido a las particularidades de su mercado de la energía, siempre que “la carga global y los objetivos de las medidas nacionales sigan siendo equivalentes a los de la normativa europea”.

En este sentido, añade que el hecho de que algunas de estas entidades estuvieran también sujetas a un mecanismo que limita los ingresos no constituía “un obstáculo para la aplicación de la contribución solidaria temporal”.

Por último, descarta la existencia de una “diferencia de trato selectiva” porque la aplicación del impuesto estaba limitada a determinados operadores en función de “criterios objetivos” y estaba dirigida a las empresas “más importantes en términos de cuota de mercado”.

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I rendimenti dei titoli decennali francesi ai massimi dal 2002: il differenziale con i Bund vola a 170 punti. Si allarga anche lo spread italiano

La crisi del debito francese si aggrava e le tensioni si propagano di nuovo al mercato obbligazionario europeo. Il differenziale tra i titoli di Stato decennali francesi e tedeschi è arrivato giovedì a 170 punti base e il rendimento degli Oat a 10 anni ha superato il 5,1%, ai massimi dal 2002. Un nuovo campanello d’allarme per la seconda economia dell’Eurozona, alle prese con i conti pubblici in affanno, l’incertezza politica e le tensioni sociali a sei mesi dalle elezioni presidenziali. Anche i titoli italiani finiscono sotto pressione: lo spread tra Btp e Bund tedeschi sale a 124 punti base, sui livelli dell’aprile 2025, e il rendimento del decennale italiano si avvicina al 4,63%.

Quando lo spread si allarga, significa che gli investitori chiedono un premio maggiore per finanziare lo Stato percepito come più esposto a rischi politici e fiscali. Ieri, 20 ottobre, il differenziale tra Oat e Bund aveva già superato la soglia simbolica dei 150 punti base, attestandosi a 153 punti. Un livello che non si vedeva in chiusura di seduta dal 2012 ed è “associato alla crisi del debito nell’area euro”, ricordano gli analisti di Ubs Global Wealth Management. L’ulteriore allargamento a 170 punti segnala un nuovo deterioramento della fiducia del mercato. A pesare sul debito francese sono le preoccupazioni per la tenuta dei conti pubblici e la capacità del governo di trovare una maggioranza per le misure di bilancio. Il Parlamento sta discutendo la manovra finanziaria per il 2027 che prevede risparmi per 54 miliardi, ma visto il clima politico con le tensioni nelle piazze a margine delle manifestazioni contro il carovita e la prospettiva delle presidenziali della prossima primavera il timore dei mercati è che quei tagli necessari per contenere il disavanzo e stabilizzare il debito non si faranno.

In questo quadro anche l’Italia vede salire il costo del finanziamento: il rendimento del decennale italiano sale al 4,63%. Significa maggiori costi sulle nuove emissioni e sul debito da rifinanziare, con effetti che si trasferiscono progressivamente sulla spesa per interessi.

A rendere più complicato il quadro è la contemporanea fiammata dei prezzi energetici. Il Brent sale del 3,1% e supera i 112 dollari al barile, mentre il Wti guadagna il 2,9% e arriva a 99,9 dollari. Il gas resta sopra gli 89 euro al megawattora, sui massimi dal dicembre 2022. Il rincaro delle materie prime riaccende i timori sulle prospettive dell’inflazione e sulle conseguenze per la crescita. E un’inflazione più persistente preannuncia nuovi aumenti dei tassi da parte delle banche centrali contribuendo a tenere alta la pressione sui rendimenti obbligazionari.

Le vendite colpiscono anche i listini azionari, stretti tra il caro energia e la correzione del settore tecnologico. Gli investitori continuano a interrogarsi sulla redditività degli ingenti capitali investiti nell’intelligenza artificiale e sui tempi necessari perché la spesa delle grandi società tecnologiche si traduca in ricavi e profitti. Lo Stoxx 600, l’indice che riunisce le principali società europee, perde circa l’1%. Piazza Affari è tra le peggiori Borse del continente: il Ftse Mib cede l’1,87%.

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Musk punta a fondere SpaceX e Tesla: obiettivo un gruppo da 3.600 miliardi. E più potere nelle mani del multimiliardario

Un unico gruppo da 3.600 miliardi di dollari di capitalizzazione e circa 155mila dipendenti con attività che spaziano dalle auto elettriche ai razzi spaziali, dai satelliti all’intelligenza artificiale. E con un fabbisogno finanziario altrettanto imponente. Il progetto di fusione tra Tesla e SpaceX, i due gioielli dell’impero del multimiliardario Elon Musk, potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’industria tecnologica e finanziaria. Per chi possiede direttamente azioni delle due società, ma pure per i risparmiatori esposti indirettamente attraverso fondi comuni, Etf e fondi pensione.

L’uomo più ricco del mondo ha definito l’unione una “buona idea” e ha annunciato la creazione di comitati ad hoc nelle due società per valutarla: lui non ne fa parte essendo in conflitto di interessi. L’obiettivo sarebbe riunire sotto un’unica struttura Tesla, impegnata nelle auto elettriche, nella robotica e nella guida autonoma, e SpaceX, protagonista dei lanci spaziali e dei servizi satellitari, con importanti contratti pubblici negli Stati Uniti. Quotata a giugno, quest’ultima ha archiviato il terzo trimestre in grande spolvero, con ricavi in crescita del 161% a 14,6 miliardi di dollari e utile in salita a 4,4 miliardi, più del doppio dei due miliardi attesi dagli analisti e in forte accelerazione rispetto al rosso di 1,1 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. Ma anche le spese in conto capitale per sostenere i progetti spaziali e quelli legati all’intelligenza artificiale sono salite a 19,6 miliardi dai 18,4 miliardi del secondo trimestre.

Secondo il Financial Times, che cita le stime degli analisti raccolte da Visible Alpha, il nuovo gruppo avrebbe ricavi per 153 miliardi di dollari ma un flusso di cassa negativo per almeno 54 miliardi. Vuol dire che gli investimenti e le altre uscite di cassa potrebbero superare le risorse generate dalla gestione, rendendo necessario finanziare il buco con liquidità disponibile, debito o nuovi capitali.

Il primo nodo per gli investitori sarà il prezzo attribuito alle due società e il rapporto di cambio con cui le azioni verrebbero convertite. Se il mercato giudicasse SpaceX sopravvalutata o temesse che Tesla si accolli rischi e investimenti eccessivi, l’operazione potrebbe penalizzarli. C’è poi la questione del controllo. Musk dispone di circa l’84% dei diritti di voto di SpaceX grazie alle azioni con supervoto, mentre in Tesla la sua influenza è inferiore. La fusione rafforzerebbe ulteriormente il suo potere. Questo mentre già da tempo, nota il Ft, “gli investitori si interrogano sulla capacità di Musk di concentrarsi su tutti i suoi progetti” e “gli azionisti non riescono a capire dove stia investendo la maggior parte delle sue energie o del suo denaro”.

L’operazione dovrebbe inoltre superare l’esame delle autorità regolatorie e ottenere il consenso degli azionisti. Oltre agli Stati Uniti, servirà il via libera di giurisdizioni come Unione europea, Regno Unito e Cina. Pechino è un ostacolo particolarmente delicato: secondo il Ft Tesla ha generato nel Paese 21 miliardi di dollari di ricavi nel 2025, circa il 22% del totale, mentre SpaceX è un importante contraente della difesa americana.

Le conseguenze della fusione potrebbero toccare anche chi non ha mai comprato un’azione Tesla. Il titolo è presente in numerosi indici azionari e può quindi entrare nei portafogli di fondi comuni, Etf e gestioni patrimoniali. Raggiungendo anche chi investe per la pensione integrativa. I possibili caveat, al netto dell’eventuale oscillazione del titolo, comprendono anche la concentrazione del rischio in un gruppo sempre più legato alle scelte di Musk, alle aspettative sull’intelligenza artificiale e alle politiche industriali e militari statunitensi.

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Anthropic perde 80 miliardi nel primo semestre. “Investiremo 518 miliardi in un decennio per servizi cloud, calcolo e infrastrutture”

La società Usa dell’intelligenza artificiale Anthropic ha chiuso il primo semestre 2026 con una perdita netta di 80,7 miliardi di dollari, in forte aumento rispetto ai 13 miliardi dello stesso periodo del 2025. A pesare, però, è soprattutto una posta contabile: 72 miliardi derivano dall’aumento del valore stimato dei titoli convertibili in azioni della società, legato alla crescita del suo valore di mercato. Si tratta di passività finanziarie ma non di costi operativi sostenuti in contanti. Resta comunque enorme il fabbisogno legato alla corsa all’intelligenza artificiale: nei primi sei mesi l’azienda ha speso quasi 9 miliardi per capacità di calcolo e infrastrutture, contro i 2,3 miliardi di un anno prima, e si è impegnata a investire almeno 518 miliardi nell’arco di dieci anni in servizi cloud, calcolo e infrastrutture.

Sul fronte dei ricavi, nel terzo trimestre la società che sviluppa il chatbot Claude secondo i media Usa è arrivata a quota 16,8 miliardi di dollari, in crescita del 45% sul trimestre precedente. Il rallentamento della crescita congiunturale, tuttavia, ha deluso alcuni investitori in vista della prevista quotazione a novembre, sulla quale si concentrano le aspettative dell’intero comparto dell’IA.

Nei giorni scorsi la startup di Dario Amodei ha organizzato nei giorni scorsi una giornata per gli investitori nella sua sede a San Francisco in vista dell’Ipo affrontando anche l’approccio ai rischi di sicurezza, l’aspetto che ha portato Amodei allo scontro prima con il Pentagono e poi con la Casa Bianca. Una crisi che al momento appare rientrata ma che è destinata probabilmente a condizionare i rapporti di lungo periodo fra l’amministrazione e Anthropic.

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Assegni più bassi (e un mese in più al lavoro) per chi va in pensione nel 2027: che cosa cambia

Dal primo gennaio 2027 si andrà in pensione un mese più tardi rispetto a quest’anno e gli assegni a parità di età di uscita saranno più bassi. L’anno prossimo infatti entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione del montante contributivo, aggiornati su base biennale per tenere conto tra il resto dell’evoluzione dell’aspettativa di vita. I coefficienti determinano l’importo della pensione annua in rapporto al montante contributivo accumulato e all’età del lavoratore al momento del pensionamento. In pratica con lo stesso montante contributivo e la stessa età di pensionamento la pensione che si riceverà sarà più magra. La nuova tabella dei coefficienti pubblicata dal ministero del Lavoro mostra che a 67 anni il coefficiente di trasformazione scenderà da 5,608 a 5,514 mentre per chi ha 68 anni passerà da 5,808 a 5,707. Più tardi si esce più il coefficiente sarà alto, ma comunque in calo rispetto a quest’anno.

La revisione dei coefficienti, spiega il decreto del ministero del Lavoro di concerto con quello dell’Economia anticipato dal Corriere della Sera, avviene “sulla base delle rilevazioni demografiche e dell’andamento effettivo del tasso di variazione del Pil di lungo periodo rispetto alle dinamiche dei redditi soggetti a contribuzione previdenziale, rilevati dall’Istat”. Nel 2027 chi andrà in pensione a 64 anni grazie ad un’uscita anticipata avrà un coefficiente di trasformazione del proprio montante contributivo del 5,009 a fronte del 5,086 del biennio 2025-2026.

L’anno prossimo l’incremento di un mese dell’età pensionabile è previsto per tutte le uscite, sia per il pensionamento di vecchiaia (a 67 anni e un mese) sia per quello anticipato (con 42 anni e 1 mese di contributi per gli uomini, 41 anni e 11 mesi per le donne). Nel 2028 i requisiti crescono di ulteriori due mesi portando l’età per la vecchiaia a 67 anni e tre mesi e i contributi necessari alla pensione anticipata a 43 anni e un mese per gli uomini e a 42 anni e 1 mese per le donne. A questi per l’anticipata si aggiunge l’attesa per avere la pensione: la cosiddetta finestra mobile di tre mesi per il settore privato e cinque mesi per il pubblico.

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L’Ue apre un’indagine su Booking su rischi di falsi annunci, phishing e visibilità degli annunci sponsorizzati

Un’indagine per accertare se Booking.com non abbia valutato con la dovuta diligenza né mitigato con efficacia i rischi legati agli annunci fraudolenti e alle truffe di phishing. È la mossa decisa dalla Commissione Europea che ha aperto un’indagine sulla possibile violazione del Digital Services Act, anche in materia di trasparenza in relazione a una segnalazione non chiara di annunci in cui gli inserzionisti pagano per ottenere un posizionamento più elevato nei risultati di ricerca mostrati agli utenti.

In particolare, la Commissione esaminerà se il gestore del noto sito per le prenotazione online, la Booking Holdings che è quotata al Nasdaq, abbia valutato correttamente i rischi connessi alla diffusione di contenuti illeciti come quelli relativi a strutture inesistenti, casi di furto d’identità e offerte di alloggio non conformi alle regole. L’indagine valuterà anche se la piattaforma abbia adottato misure efficaci per mitigare questi rischi, anche attraverso la rimozione di annunci fraudolenti o non in regola.

L’indagine si concentrerà anche sui rischi legati alle modalità di condivisione dei dati sulle prenotazioni e sugli ospiti con le strutture ricettive, nonché sulla progettazione e sul funzionamento del servizio di messaggistica di Booking.com. La Commissione verificherà inoltre se l’azienda offra garanzie sufficienti a impedire che i dati vengano utilizzati in modo improprio, per compiere operazioni di phishing o sollecitare pagamenti fraudolenti.

“Booking.com ha segnalato un aumento del 500% delle truffe a livello globale sulla propria piattaforma”, ha riferito un alto funzionario dell’Ue in merito all’indagine sulla piattaforma di prenotazione online. Il funzionario ha citato anche i dati dell’organizzazione Fraudehelpdesk che riguardano i Paesi Bassi: “Nella prima parte del 2026 sono state registrate 1.072 segnalazioni di frode, per danni pari a 82.000 euro”, ha spiegato la fonte, specificando che si è trattato di un numero di casi “dieci volte” superiore “rispetto all’anno precedente”. “È un vero problema”, ha sottolineato, specificando che “segnalazioni di questo tipo provengono da quasi tutti gli Stati membri”.

Infine, la Commissione deciderà se su Booking.com le strutture ricettive possono aumentare la visibilità dei propri annunci nei risultati di ricerca, pagando una commissione più elevata: gli utenti, sottolinea l’esecutivo Ue, devono essere in grado di riconoscere chiaramente che questi annunci sponsorizzati sono, a tutti gli effetti, pubblicità. Verrà inoltre esaminato se, per ogni annuncio visualizzato su Booking.com, gli utenti siano in grado di comprendere facilmente chi vi sia dietro, chi abbia pagato, perché lo stiano visualizzando e come possano modificare le impostazioni che determinano quali annunci vengono loro mostrati. Il Dsa prevede infatti che gli utenti hanno il diritto di sapere quando un annuncio pubblicitario viene loro presentato e per conto di chi: senza queste informazioni, non sono in grado di distinguere se un annuncio appaia in una posizione di rilievo perché è pertinente alla loro ricerca o perché la struttura ricettiva ha pagato per ottenere maggiore visibilità.

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Las empresas del gran consumo piden atajar el "absentismo": "No es un problema de salud sino de gestión"

Las empresas del gran consumo piden atajar el "absentismo": "No es un problema de salud sino de gestión"

El presidente de Aecoc, que reúne a gigantes como Mercadona, Dia o Danone, ha reclamado una bajada de impuestos, una política migratoria "sensata y ordenada" y que el próximo Gobierno apruebe unos Presupuestos

Los datos del aumento de bajas que desmienten el “fraude” masivo del “absentismo” del que habla Feijóo

El sector del gran consumo ha reclamado atajar el “absentismo”, un asunto que “no es un problema de salud, sino de gestión”, y donde hay que atacar “la ineficiencia y el fraude”, para lo cual presentarán una serie de medidas con el objetivo de frenarlo.

“El absentismo no es un problema de salud sino de gestión. La única buena noticia es que hemos logrado que el tema está en la opinión pública. Necesitamos hacer diagnóstico sereno no atacamos la enfermedad o el derecho del trabajadores, atacamos la ineficiencia y el fraude”, ha asegurado el presidente de Aecoc, Ignacio González, durante la inauguración del 41º Congreso Aecoc de Gran Consumo, que se celebra en Sevilla.

El presidente de la patronal ha insistido en la necesidad de una bajada de impuestos general. “Reclamamos una bajada de impuestos, invertir en el estado de bienestar con una política de gobernanza ordenada, un Gobierno que no sea polarizante, no normalizar la corrupción, unos presupuestos que intenten la integración y una renovación sensata”, ha dicho González, según recoge Europa Press.

González ha instado en la necesidad de una “bajada de impuestos para mejorar la vida de la ciudadanía”. “Se puede bajar el IVA y los impuestos energéticos. Así que hagámoslo, porque vemos cuál es la recaudación y se puede hacer”, ha indicado.

Respecto a las próximas elecciones, que se celebrarán el 29 de noviembre, el sector del gran consumo ha reclamado que el Gobierno que “salga de las urnas apruebe unos presupuestos, desbloquee el Parlamento, alcance consensos en temas urgentes y tenga sentido de Estado” y no fomente la polarización.

“Necesitamos que esta polarización, que nos debilita, desaparezca de nuestras vidas. Por eso, pensar y actuar en global, sentirnos y actuar como sector, aunque compitamos en singular, es lo más importante ahora”, ha asegurado a los directivos del sector del gran consumo.

En este contexto, González ha reiterado que “no” se puede normalizar la corrupción. “La corrupción traiciona la confianza del ciudadano porque piensa que lo que está viendo está bien, mancha nuestro país, frena la inversión exterior y la atracción de talento e incluso pone el riesgo en el turismo”, ha alertado.

Por otro lado, el presidente de la patronal también ha advertido de la crisis de la vivienda, que también afecta al sector del gran consumo. “Nos resta poder adquisitivo al gran consumo, además de que está generando una tensión y brecha generacional preocupante y peligrosa porque el joven acusa al mayor de tener una casa y además dificulta la cobertura de las rentas en las zonas tensionadas”, ha subrayado.

Otro de los temas que afecta al sector es la “hiperregulación”, González ha recordado que la regulación se ha triplicado desde 2019, que se une a la fragmentación de la regulación, la falta de armonización y la ruptura de la unidad de mercado, así como la oscilación normativa cambios sobre normas ya aprobadas y una regulación sobre asuntos emergentes. “Una vez más apelamos a eliminar las barreras a la competitividad de la normativa existente”, ha señalado.

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Ceuta sufre un apagón de cerca de una hora en toda la ciudad

Ceuta sufre un apagón de cerca de una hora en toda la ciudad

El Gobierno autonómico indica que se "ha caído" el grupo 11, que distribuye en el centro, produciendo el "cero de tensión"; según Endesa, el origen está en una subestación de REE en Algeciras

La Ciudad Autónoma de Ceuta ha sufrido este miércoles un “cero energético” al quedarse toda la ciudad sin luz como consecuencia de la caída del grupo de distribución de la zona centro que ha afectado al resto.

Según han informado a EFE fuentes del Gobierno ceutí, el “cero energético” se ha producido alrededor de las 09.45 horas de esta mañana y se ha comenzado a recuperar sobre las 10.15 horas, aunque por zonas.

No obstante, la luz ha vuelto de forma progresiva y por fases, principalmente en la zona centro, que ha sido la más perjudicada por esta situación, por lo que en algunos lugares el apagón se ha prolongado cerca de una hora después.

Los datos aportados por el Gobierno autonómico indican que se “ha caído” el grupo 11, que es el que distribuye en el centro, y esto ha afectado al resto produciendo el “cero de tensión”. Según Endesa, el origen es “un cero en el parque de 220/132 kV de la subestación Algeciras”, de Red Eléctrica de España (REE).

Esta situación ha motivado la inactividad de la mayoría de los negocios, que no han podido abrir sus establecimientos ante la falta de luz.

Tanto Endesa como Red Eléctrica han abierto una investigación para esclarecer la situación.

Fuentes de Endesa indican que “un cero en el parque de 220/132 kV de la subestación Algeciras” de REE “ha provocado una oscilación en la red de distribución en la Península y en la interconexión entre la Península y Ceuta a través del cable de REE de 132 kV” que se inauguró el pasado verano.

Según explica Endesa, “esta oscilación ha originado que actuaran las protecciones tanto de la red de distribución, como de la Central Diesel de Ceuta, provocando el deslastre del Grupo 11, y la desconexión de siete líneas de media tensión de suministro energético a la ciudad”.

Por su parte, fuentes de REE señalan que “a las 9:39 se ha producido un incidente en la provincia de Cádiz que ha ocasionado la desconexión de los cables de la interconexión a Ceuta. En el momento del incidente, los grupos de generación de la central de Ceuta estaban alimentando la totalidad del consumo de la ciudad autónoma”.

“Durante la incidencia se ha producido una pérdida de producción de los grupos de la central y la pérdida del suministro de casi la totalidad del mercado. Se están analizando las causas, ya que la incidencia en Cadiz, no explica las consecuencias en el suministro de la ciudad autónoma”, asegura REE, que añade que a las 10:34 ha quedado conectado todo el sistema de alta tensión de Ceuta. En su cuenta en X (antes Twitter), el operador del sistema indicó que “a las 10.45h se ha repuesto más del 90% del suministro eléctrico en Ceuta, lo que supone la recuperación de 25 MW de los 27 previstos”.

Fuentes del Ministerio para la Transición Ecológica señalan que “a las 9.39h como consecuencia de una incidencia técnica se ha producido una interrupción temporal del suministro en la gran parte de la ciudad. Desde Red Eléctrica, nos comunican que la restitución del suministro ha sido rápida. En torno a las 10.30 el suministro ya estaba prácticamente repuesto”.

La Vicepresidenta y ministra para la Transición Ecológica, Sara Aagesen, “ha estado en contacto tanto con las autoridades ceutíes como con los responsables de Endesa y de Red Eléctrica para monitorizar el proceso de reposición”, señala Transición Ecológica.

“La rápida actuación de los técnicos de Endesa activando el protocolo de reposición ha permitido recuperar en 55 minutos el suministro eléctrico a la totalidad de los clientes afectados”, ha explicado la eléctrica.

“Gracias a la pronta labor de los técnicos, la reposición del suministro ha sido progresiva desde las 09:39 que se registró la incidencia, hasta las 10:34 que finalizó, actuando en el mínimo tiempo posible siguiendo los protocolos de seguridad establecidos”.

En la Península no se ha registrado afectación de clientes “debido a la configuración de la red de distribución de Endesa, que ha conseguido absorber estas oscilaciones, lo que ha permitido mantener el suministro estable”.

“Desde Endesa trasladamos a todos los clientes afectados nuestro pesar por este inconveniente. La compañía seguirá trabajando para asegurar el suministro de calidad a todos los clientes”, indica la compañía.

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Ryanair suprime vuelos de Bruselas a Madrid, Barcelona, Málaga, Valencia y Asturias

Ryanair suprime vuelos de Bruselas a Madrid, Barcelona, Málaga, Valencia y Asturias

La aerolínea justifica la medida por la "estúpida" decisión del Gobierno belga de incrementar las tasas aereas

Ryanair vuelve a la carga contra las tasas de Aena: recortará plazas en aeropuertos pequeños, pero crecerá en los grandes

La aerolínea irlandesa de bajo coste Ryanair ha anunciado la supresión de cinco rutas entre Bélgica y España para la temporada de invierno de 2026-2027, dentro de un recorte de veinte conexiones y más de un millón de asientos que la compañía atribuye a la subida de tasas en Bélgica, según recoge la agencia EFE.

Las rutas afectadas son las que conectan el aeropuerto de Bruselas-Zaventem con Madrid, Barcelona, Málaga y Valencia, así como la que une Bruselas-Charleroi con Asturias (Oviedo).

En total, la compañía eliminará 1,1 millones de plazas de su programación de invierno en Bélgica y trasladará seis aviones, que representan una inversión de unos 600 millones de dólares, a otros mercados.

Ryanair justificó la medida en un comunicado por la “estúpida” decisión del Gobierno belga de incrementar el 250% de las tasas aéreas, que pasarán de 2 euros en enero de 2025 a 7 euros en enero de 2027, una medida que, según la compañía, resta competitividad a los aeropuertos belgas frente a otros países europeos.

La aerolínea aseguró que había advertido reiteradamente al Gobierno del primer ministro belga, Bart De Wever, de que el aumento de la fiscalidad provocaría una reducción de vuelos, pasajeros y actividad turística, además de la pérdida de puestos de trabajo. “Gravar el tráfico aéreo no genera crecimiento; simplemente lo desplaza a otros lugares”, ha asegurado el consejero delegado de Ryanair, Michael O'Leary.

La compañía comparó la política fiscal belga con la de países como Suecia, Eslovaquia, Hungría e Italia, donde valora positivamente la reducción de tasas. Se trata de una situación similar a la de España, donde Ryanair también ha criticado el aumento de tasas aéreas.

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Caro gasolio, perché la rivolta dei camionisti si concentra al Sud. Tra ritardi della politica e fragilità strutturali

Il governo si impegna per 480 milioni di euro complessivi destinati a compensare il caro gasolio, più ulteriori risorse per altri interventi, anche per i collegamenti marittimi e per adeguare automaticamente le tariffe ai rincari. È la risposta alle proteste degli autotrasportatori, che si aspettano di vedere i fatti entro il prossimo incontro del 27 ottobre. Anche perché i ristori non risolvono i problemi strutturali che il caro carburante ha fatto esplodere, soprattutto nel Mezzogiorno, dove i rincari sono gli stessi ma hanno un peso differente. Piccole imprese, scarso potere contrattuale, costi logistici elevati e mercati lontani sono problemi comuni all’intero settore, ma che in alcune aree del Sud si sommano l’uno all’altro riducendo o azzerando i margini per assorbire i rincari.

“Quella che era una difficoltà è diventata per molte imprese, soprattutto quelle più piccole che hanno un potere contrattuale minore, disperazione”, ha spiegato il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, alla Adnkronos. Due i problemi: quanto costa riempire il serbatoio, e quanto resta in tasca all’autotrasportatore. Se la ditta è piccola e ha pochi committenti, i margini per imporre aumenti tariffari sono ridotti. E se il prezzo del gasolio sale, si rischia di dover scegliere tra lavorare in perdita e perdere il cliente. La geografia, poi, non aiuta. Secondo l’Istat, nel 2024 il 68,2% delle merci trasportate su strada aveva origine nelle regioni settentrionali, dove si concentra anche il 56,4% del Pil nazionale. Fotografia di un mercato molto più ricco, con grandi poli industriali e logistica che alimentano l’autotrasporto e dovrebbero garantire maggiore continuità nelle commesse.

Al Sud le cose cambiano e per la Sicilia lo svantaggio è stato persino quantificato. Uno studio del 2023 della Regione Sicilia, realizzato col supporto di Prometeia, ha stimato un indice dei costi di trasporto superiore del 58,8% alla media nazionale, dando maggiore peso ai collegamenti con le regioni coi mercati economicamente più grandi. Non è una misura delle tariffe pagate, ma quella di uno svantaggio strutturale che spiega perché la distanza dai mercati precede e si somma con i rincari del carburante. A incidere sui collegamenti marittimi c’è anche l’Ets europeo, il sistema per incentivare la decarbonizzazione che impone alle compagnie di navigazione di acquistare quote per le emissioni inquinanti. Dal 2026 il meccanismo è entrato a pieno regime, con costi che possono far aumentare le tariffe dei traghetti. Un ulteriore aggravio per chi deve attraversare il mare che, ha detto il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi, ricade “soprattutto sulle isole”.

Poi c’è la questione decisiva di chi paga davvero gli aumenti. La legge prevede meccanismi di adeguamento dei corrispettivi al prezzo del carburante, il cosiddetto fuel surcharge. Il problema è che non è sempre facile farli valere, soprattutto quando il trasportatore è piccolo e dipende da pochi committenti, dunque con scarsa forza contrattuale. “Il mercato dell’autotrasporto è un mercato che non ha una tariffa di legge”, ricorda Russo. Anche un aumento richiesto del 15% resta quindi affidato alla negoziazione con il committente. E non sempre quest’ultimo se lo può permettere o più semplicemente lo accetta. Come non bastasse, ha denunciato lo stesso Russo, gli sconti sul gasolio ottenuti dal governo dopo aver fatto pressione sulle compagnie petrolifere, sarebbe finito soprattutto nei distributori stradali e non sulla cosiddetta extrarete, dove molti camionisti acquistano il carburante all’ingrosso. E secondo Conftrasporto, proprio lì ci sarebbero stati i maggiori aumenti dei prezzi.

Problemi che si incrociano con quelli dell’agricoltura che in molte regioni alimenta la domanda di trasporto. Se i produttori non riescono a incassare abbastanza per le proprie merci, come lamenta il settore, è ben difficile riconoscere tariffe maggiori ai camionisti. E i blocchi dei tir rischiano di aggravare ulteriormente la situazione della filiera. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, avverte che l’ortofrutta rischia di restare nei campi, mentre il latte incontra difficoltà nel raggiungere trasformazione e commercializzazione. Una situazione che il governo dovrebbe conoscere, almeno da maggio. Da quando a Palazzo Chigi fu sottoscritto un protocollo con le associazioni per le compensazioni economiche. “Se si fossero portati avanti nei tempi concordati, forse non si sarebbe arrivati alle proteste di oggi”, osserva Russo. Ora che sono stati presi nuovi impegni, si chiede almeno che i provvedimenti arrivino in fretta e così i soldi.

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Revolut in down: un guasto a Google Cloud manda in tilt pagamenti e prelievi

Pagare con la carta e ritirare denaro agli sportelli, per gli utenti Revolut, martedì 20 ottobre non è stato possibile. I servizi in rete della banca non sono operativi e fin dal mattino si sono registrati problemi di autenticazione sulla app e sul sito online. All’origine dei problemi ci sono interruzioni di servizi di Google Cloud nella regione di Londra. “Stiamo attualmente riscontrando un’interruzione che interessa diversi servizi. Possiamo confermare che il denaro e i dati di tutti i nostri clienti sono al sicuro. Ci scusiamo con tutti coloro che ne sono stati colpiti per gli eventuali disagi causati”, ha comunicato Revolut sul proprio account X.

Il problema a Google Cloud ha interessato il data center Europe-west2 di Londra: il colosso di Mountain View parla di “elevati tassi di errore” e “interruzioni intermittenti della rete”, spiegando che gli ingegneri sono al lavoro per risolvere il guasto, di cui al momento non si conoscono le cause. Oltre a quelli Revolut, il problema ha mandato in tilt i servizi online di altre aziende: il sito Downdetector riporta centinaia di segnalazioni di disservizi rispetto alle banche britanniche Lloyds e Hsbc, al sito immobiliare Rightmove, alle poste Royal Mail, al gruppo telefonico Bt al corriere Dpd.

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Competencia exige a Renfe dar acceso a Ouigo a sus talleres en Madrid y Barcelona

Competencia exige a Renfe dar acceso a Ouigo a sus talleres en Madrid y Barcelona

La CNMC ya abrió un expediente al operador público por no dar acceso a Iryo, la compañía ferroviaria propiedad del Estado italiano que también compite en la alta velocidad

Competencia incoa a Renfe un expediente sancionador por no permitir a Iryo el acceso a sus talleres

La Comisión Nacional de los Mercados y la Competencia (CNMC) ha instado a Renfe a permitir que Ouigo use sus talleres de Cerro Negro/Santa Catalina y Fuencarral (en Madrid) y de Can Tunis (en Barcelona), al considerar que se trata de compromisos acordados entre ambas empresas.

Competencia explica en su última resolución al respecto que, en enero de 2025, el acuerdo de reserva de capacidad de Ouigo pasó a ser plurianual (2025-2030), después de que Renfe Mantenimiento ofreciera, a todas las empresas ferroviarias, descuentos en el precio por extender la duración de sus compromisos, según informa Europa Press.

Meses después, Renfe Mantenimiento redujo la capacidad concedida a Ouigo al considerar que algunas de las operaciones previstas debían calificarse como de mantenimiento pesado y no podían realizarse en talleres de mantenimiento ligero.

Sin embargo, la CNMC ha concluido que estas operaciones, consistentes en el desmontaje y montaje de componentes cuya reparación se efectúa fuera de los talleres, constituyen servicios básicos de mantenimiento y, por tanto, todas las empresas ferroviarias deben poder realizarlas en los talleres existentes, según la Ley del Sector Ferroviario.

La CNMC también ha constatado que Renfe Mantenimiento adjudicó capacidad a Renfe Viajeros, la empresa del grupo que presta el servicio ferroviario, para intervenciones técnicamente equivalentes. Por ello, considera que la denegación de acceso a Ouigo y el trato dispensado a este operador son contrarios a la normativa vigente.

La resolución destaca la importancia de que Renfe Mantenimiento disponga de información detallada sobre las necesidades de mantenimiento de los operadores para gestionar la capacidad de los talleres y priorizar las operaciones más frecuentes y esenciales para la prestación diaria de los servicios ferroviarios. Asimismo, requiere a Ouigo que facilite esa información en el marco de su acuerdo de adjudicación de capacidad.

El caso de Iryo

Competencia ya llegó a abrir un expediente sancionador a Renfe por no abrir a Iryo sus talleres de reparación y mantenimiento, pese a que una resolución le había instado a hacerlo. Renfe calificó de “desproporcionada” esa obligación impuesta por el regulador, aunque el motivo que explicaba la denegación del acceso a Iryo era que este operador no había facilitado a Renfe sus necesidades de mantenimiento, según defendió la empresa pública.

El ministro del ramo, Óscar Puente, ya se ha pronunciado varias veces sobre este asunto, culpando a la CNMC de permitir que estas dos empresas extranjeras (Iryo y Ouigo) “parasiten” la infraestructura industrial de Renfe.

“¿Usted tiene infraestructura para mantener sus trenes en España? Si no la tiene, hay dos opciones: invierte y genera su infraestructura o se lleva usted los trenes a su país como hace Renfe con sus trenes de Francia, que los trae a España para mantenerlos. Lo que no se puede pretender es que su competidor sea el que le mantenga sus trenes”, llegó a decir en una entrevista con Europa Press.

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