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Ragazzini in piazza: non è vandalismo, è il cerchio che si chiude

di Daniela Contigiani

Le guerre, la crisi energetica, i miliardari che si spartiscono enormi profitti,la povertà crescente, il cambiamento climatico e l’incertezza del futuro. Le piazze d’Europa si stanno surriscaldando diventando teatro di crescenti scontri sociali. La paura figlia dell’incertezza, l’insoddisfazione e l’aumento delle disuguaglianze frutto della crisi economica costituiscono un mix micidiale che non poteva non sfociare in manifestazioni di violenza e farne da carburante. E proprio nelle grandi città dove è massimo il livello di confronto fra classi sociali che la violenza si insinua fra le proteste più che giustificate di cittadini e lavoratori fino a prendersi tutta la scena.

Allora assistiamo all’inutile sfilata di intere categorie di cittadini che chiedono risposte ad una politica prigioniera di interessi economici sovranazionali, ormai impotente non più in grado di garantire i diritti più elementari anche se fondamentali come lavoro casa, salute, istruzione e giustizia.Ecco allora che fra le pacifiche proteste e le composte manifestazioni si insinua la guerriglia urbana da sempre coprotagonista. Ma oggi c’è una novità, la presenza di un fenomeno nuovo. Tantissimi minorenni si danno appuntamento via social con un tam tam che sfugge ai controlli e all’insaputa di tutti invadono le piazze da più parti mettendo a ferro e fuoco quel che incontrano per le vie affrontando impavidi le forze dell’ordine del tutto impreparate ad un simile confronto. C’è un indizio fondamentale che può essere la chiave del perché di tale comportamento. Non è solo un atto vandalico gratuito e immotivato. Non si limitano a distruggere le vetrine dei negozi dando libero sfogo a tutta la loro rabbia: rubano. Si prendono le cose che desiderano e che non hanno chiedendosi perché non le possono avere.

In TV e nei talk politici e opinionisti di ogni genere si interrogano su come mai dei ragazzini anche di 12-13 anni si comportino così, “molti sono extracomunitari(?)” “è colpa dei genitori” ,”ci vuole una linea dura ,vanno puniti anche col carcere!” e allora via decreti anti maranza, più polizia, coprifuoco etc.etc. Eppure sembra tutto così semplice e lineare: il cerchio si sta chiudendo.

Abbiamo dato ai ragazzi l’immagine di una realtà distorta anche peggiore di quella virtuale dove alcuni si rifugiano per trovare una identità. Abbiamo fornito loro modelli di mondi privi di valori e modi di vivere futili e inconsistenti spesso per loro irraggiungibili frutto di uno sfrenato consumismo e una sfrontata ricchezza. E allora eccole le risposte. La frustrazione per i loro desideri indotti che non possono essere esauditi. Quei ragazzini hanno sicuramente famiglie che non possono offrire loro quel mondo dorato fatto di sogni tanto costosi quanto effimeri. Le ultime Nike, la minicar, l’ultimo Iphone. La realtà è nei loro genitori che non riescono a far quadrare i conti, nel padre disoccupato, i debiti coi soldi che non bastano mai, la discriminazione a scuola e allora forse per non sentire, estraniamoci, rinchiudiamoci a chattare con quelli come noi.

Se questa è l’aria che si respira in casa nelle scuole esplode il confronto, c’è sempre il compagno che ha di più col padre che gli regala la minicar, la compagna che ha avuto il ritocchino alle labbra per il 16°compleanno. E tu sei li bullizzata perché povera e grassa. Che fare tra l’impotenza, la noia e i desideri? Ma sì, c’è la manifestazione, andiamo in piazza anche noi e prendiamoci quello che è a portata di tutti e che non possiamo avere, ma dobbiamo averlo adesso, perché è adesso che lo vogliamo! Domani sarà già tardi. Voglio quindi posso.

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Manganelli e buone maniere: perché il dibattito morale ci distrae dal vero problema

di Simone Millimaggi

Ogni volta che le piazze tornano ad agitarsi, la scena pubblica italiana mette in moto una messa in scena dall’esito ampiamente prevedibile. Le immagini delle vetrine infrante e dei fumogeni saturano i palinsesti, il commentariato si divide istantaneamente tra custodi della legalità e apologeti della rivolta, e l’attenzione collettiva viene catturata da un interrogativo squisitamente morale. La violenza di piazza è giustificabile o va condannata senza appello?

È proprio in questo interrogativo che si consuma il vero cortocircuito della nostra sfera pubblica. La polarizzazione tra violenza e pacifismo non rappresenta un fallimento del dibattito, bensì il suo dispositivo più raffinato. Concentrare il giudizio sulle modalità della contestazione consente di operare una scientifica sostituzione del referente, traslando l’oggetto del contendere dal piano materiale, ovvero la svalutazione del lavoro, la precarietà e lo smantellamento dello Stato sociale, al piano estetico e deontologico del decoro e dell’ordine pubblico.

Per decodificare questo meccanismo occorre superare l’analfabetismo sociologico che riduce la politica a contenzioso etico e analizzare la funzione sistemica che la retorica della protesta assolve nelle democrazie di mercato. Contrariamente alla narrazione istituzionale, che dipinge l’antagonismo radicale come una minaccia eversiva estranea al corpo sociale, la sociologia critica insegna che la devianza visibile è altamente funzionale alla riproduzione dell’ordine vigente.

Il momento della devianza scenografica funge da acceleratore di delegittimazione preventiva. Consentendo al discorso pubblico di ripiegare sull’emergenza securitaria, il potere politico ottiene una duplice rendita. Da un lato opera una neutralizzazione semantica, riducendo le istanze sociali a problema di gestione dell’ordine pubblico. Dall’altro alimenta una coesione reazionaria, offrendo al ceto medio impoverito un nemico tangibile contro cui proiettare l’ansia sociale. Il perno del conflitto viene così spostato da una traiettoria verticale, tra classi subalterne ed élite, a una orizzontale tra cittadini perbene e presunti devianti.

Sul versante opposto, l’esaltazione aprioristica della protesta pacifica si traduce nell’imposizione di una semiotica dell’innocuità. Nelle democrazie post-politiche, il dissenso viene tollerato a patto che si configuri come performance puramente estetica, incapace di produrre alcuna reale frizione nei flussi della produzione o del consumo. Quando la mobilitazione rispetta integralmente le procedure amministrative, essa viene incorporata nel paesaggio urbano come mero rumore di fondo, appagando il bisogno di espressione democratica ma privando i manifestanti di reale potere contrattuale.

In questo quadro, l’intervento di opinionisti e figure dello spettacolo si riduce a operazione economica sul mercato identitario. Entro le coordinate del capitalismo cognitivo, l’indignazione e la condanna morale sono merci ad altissimo valore di scambio. La difesa della non-violenza o la romanticizzazione dello scontro diventano marchi ideologici con cui estrarre capitale simbolico e finanziario. La frammentazione del pubblico in tifoserie è la logica stessa degli algoritmi, strutturati per premiare la reattività emotiva a scapito della decodifica strutturale.

Rimanere intrappolati nell’esame etico della violenza di piazza significa cedere alla principale strategia di neutralizzazione del dissenso. La vera questione riguarda il modo in cui il sistema spettacolare converte la rabbia sociale in merce mediatica, riducendo le cause del disagio a un contenzioso d’immagine. Fino a quando la discussione rimarrà incardinata su questi binari, sia la risposta securitaria delle istituzioni sia la condanna dell’opinione pubblica continueranno a svolgere lo stesso compito, garantire cioè che l’infrastruttura economico-sociale rimanga perfettamente intatta al di sotto del rumore della polemica.

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Vali per quello che consumi. C’è da meravigliarsi se un 14enne si sente protagonista rubando da una vetrina?

di Franca Moroni (funzionario regione Emilia-Romagna)

“E quando è arrivata la polizia quei quattro ignoranti hanno urlato più forte, di sangue han coperto i cortili e le porte chissà quanto tempo ci vorrà per pulire”.
Dopo la guerra Russia-Ucraina lo stipendio mensile medio italiano, 1500-2000 € – quello di un insegnante, di un funzionario comunale, di un operaio dopo alcuni anni di lavoro – con cui si viveva benino nella provincia e nelle piccole città, un po’ me nelle grandi, oggi ti pone anche il problema di che pane comprare (un kg di pane 5 € al supermercato in Bologna: in un mese il 10% dello stipendio). Io, cittadino che ha sempre lavorato con uno stipendio medio, mai avrei immaginato, in quattro anni di dovere pormi il problema di comprare il pane fresco. Se non hai figli e abiti in provincia, puoi vivere decorosamente, ma se hai figli anche con una casa (e non parliamo di chi deve pagare l’affitto o il mutuo) vivi con la paura che ti accada qualcosa, un incidente all’auto che non puoi cambiare, una frattura per cui la AUSL non ti paga la riabilitazione o semplicemente il tetto da riparare.

Se questa è la realtà, pensiamo che minorenni che vivono anche nella più normale delle famiglie non leggano ogni giorno la preoccupazione sulla faccia dei propri genitori? E non parlo nemmeno della povertà assoluta. Si dice, con indignazione, che questi adolescenti saccheggiano per portare via un paio di scarpe o qualche vestito, che non c’è richiesta politica. Ma la nostra società con cosa bersaglia tutti i giorni questi ragazzi? Sei accolto solo se hai quelle marche addosso, una pubblicità su due è un automobile senza la quale, ti dicono, non sei felice, non sei libero, non sei nulla. Vali per quello che consumi, altro non c’è. C’è da meravigliarsi se un 14 enne si sente protagonista solo nell’impossessarsi di quelle scarpe o di quelle felpe?

Poi gli analisti dicono che non li capiscono? Ma se è dalla rivoluzione cristiana di duemila anni fa che almeno il Vangelo ci dice cosa vuol dire capire gli ultimi. Solo che oggi gli ultimi stanno diventando il 60% dei giovani perché in Italia basta essere figli per cadere in una realtà di disagio economico e culturale.

E non mi si dica che le jacqueries non portano a niente, anzi, inaspriscono la repressione. Ne sono perfettamente consapevole ma non posso moralmente condannare più questi adolescenti di quanto non condanni gli “svizzeri che governano la UE” , di quanto non condanni chi non si vergogna di esporre in vetrina borse che costano come tre stipendi di una famiglia normale, come ci ha ricordato uno di quei ragazzi. Poi sono i sedicenni senza senso di responsabilità, sono loro che non esprimono istanze politiche? E la stampa spinge gli studenti doc, quelli certificati “per bene e pacifici”, a prendere le distanze da quelli brutti, sporchi e cattivi?

Non si cada nell’abile mossa di dividere i penultimi dagli ultimi. Tutti esprimono istanze politiche.

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Le violenze? È colpa dei vandali! La strada comoda dei benpensanti

di Riccardo Bellardini

In questi giorni mi chiedo spesso quali ragioni, quali moti dell’animo spingano costoro che si scandalizzano ferocemente per i vandali delle grandi proteste giovanili (e non solo giovanili). Le grandi adunate dapprima sviluppatesi in Francia, con il sergente Macron tuonante contro il tentativo di rovesciamento della Repubblica, poi diffusesi anche nel belpaese, principalmente a Milano, dove ormai la guerriglia ha preso la scena, offuscando la protesta. Ed il virus benpensante si fomenta, comincia a replicarsi. Coloro che ne sono fieramente affetti guardano questo ignominioso mondo con espressione assorta, addirittura in certi frangenti compiacente.

Camminano a piedi nudi tra i brandelli umani e le polverose macerie della fu civiltà, quella che nacque dagli orrori novecenteschi (che si diceva: non dovranno più ripetersi). Quelle macerie generate dagli uomini d’onore del politichese, della poesia ripetuta al telegiornale, la promessa sempre riformulata e sempre più affabulante. Costoro magari mangiano di gusto durante i loro pranzi e le loro cene ascoltando tali parole, conferendogli illimitata credibilità, non perché le sposino, magari son d’accordo con chi le contrasta con altra poesia più convincente, ma insomma essi adorano internamente il meccanismo delle vuote poesie, per loro è più accettabile dei danni arrecati dai teppisti nelle strade, infiltrati nei cortei pacifici. Una società che parla solo di spari e bombe, guerra e fuoco, droni intelligenti che più uccidono meglio più sono da sponsorizzare, è per essi una società linda e pulita rispetto a questi malvagi che bruciano tutto e assaltano i corpi di polizia. Una società che normalizza gli abomini a livello internazionale, invertendo i significati come avveniva in 1984 di Orwell è più cullante e meno sovversiva. Questo davvero loro basta, per sentirsi a posto? Sì vuol credere davvero che siam felici di fronte al saccheggio di una vetrina di un negozio di gente che lavora? No, siamo inorriditi.

Ma questo non ci fa perder di vista il senso generale di un moto energico dal basso. Di una voce che comincia a levarsi dalle bocche degli studenti, cittadini del futuro, e dai loro genitori pronti a sostenere le battaglie dei figli. Tale senso invece i benpensanti lo sotterrano sotto la spocchia dell’anti vandalismo. Guardino piuttosto alla loro italietta senza tumulti, alleata con dei criminali di guerra conclamati. Ai loro governanti che ripuliscono la loro indegnità ignorando le istanze del popolo e scagliandosi solo contro le frange violente.

S’indignassero per questa Unione Europea che aspetta solo la scusa buona per avviare una guerra nucleare ripudiando ogni diplomazia. S’indignassero per lo spregio della vita umana portato avanti dai rappresentanti istituzionali dell’Occidente, i quali, a parte lodevoli eccezioni, hanno completamente accantonato la decenza in nome di una retorica guerrafondaia senza precedenti. È per me una strada troppo comoda quella che porta alla squalifica di proteste pacifiche per le azioni violente di alcune frange delinquenziali, decisamente troppo comoda.

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Perché il consenso per Giorgia Meloni non cala? Io ho un’ipotesi sulle idee degli italiani

di Massimo Santantonio

Alla luce del declino, registrato nei fatti da ogni italiano, osservabile in tutti gli aspetti della vita quotidiana ed in particolare nella clamorosa perdita del potere d’acquisto, può sembrare paradossale che il consenso per il partito della premier sia pressoché stabile negli anni. In realtà paradossale non è.

I voti per Fratelli d’Italia nascono, sotto l’aspetto ideologico, dal fatto che milioni di italiani hanno idee fasciste. Idee che sono state alimentate negli ultimi decenni col progressivo sdoganamento del fascismo iniziato da Berlusconi e continuato con l’incomprensibile indulgenza verso certi personaggi, simboli e manifestazioni. Le parole d’ordine pronunciate da Meloni nella scorsa campagna elettorale, e ribadite con furia nei comizi in giro per il mondo, davanti a inneggianti platee che si richiamano dichiaratamente a idee nazi-fasciste (Vox, Alba Dorata ecc.), sono esattamente le stesse utilizzate oggi da Vannacci, col sostegno del quale infatti lei vincerà in carrozza le prossime consultazioni elettorali. Una enorme fetta di italiani ha sempre amato, ed ama, quelle parole d’ordine, ed ha sempre cercato un duce che le tramutasse in realtà.

Come mai allora questa fedeltà ideologica non è erosa dall’oggettivo deterioramento delle condizioni di vita, trasformandosi in critica? Per un fatto molto semplice.

L’aumento dei prezzi lo vivono i lavoratori dipendenti e i pensionati. Tutti gli altri sono coloro che i prezzi li hanno alzati, quelli che al momento del passaggio all’Euro hanno fatto 1000 lire = 1 euro. Quelli che hanno a loro volta reagito, e reagiscono, all’aumento del costo della vita e dei servizi (cui contribuiscono) aumentando in tempo reale le loro parcelle, i prezzi dei pantaloni e delle scarpe, i loro personali compensi. Cioè, milioni italiani la crisi non la vivono perché possono modulare personalmente i loro ricavi e guadagni, mettendo in difficoltà gli altri. Inoltre, come certificato da anni, in gran parte (o in maggioranza) gli stessi possono incrementare gli introiti con l’evasione fiscale, determinando i paradossi numerici (impiegati che dichiarano più dei proprietari ecc.) sanciti dai report annuali della Guardia di Finanza.

Questa è un’enorme base di consenso, non a caso regolarmente vezzeggiata dai governanti di destra (il famoso “pizzo di stato” definito da Meloni). Se pure non è corretto asserire che tutti gli elettori di destra siano evasori, è verosimilmente certo che tutti gli evasori votino a destra.

E allora si capisce come questi, coloro che sono in sostanza immuni alla crisi economica, possano permettersi di essere orgogliosamente fedeli alla loro ideologia: il mare in cui navigano è assolutamente calmo.

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Quanto siamo dipendenti dall’intelligenza artificiale? Le derive sono già troppe

di Matteo Pagliuso

L’intelligenza artificiale (IA) è ormai ovunque, dopo gli Italian brain-rot che hanno invaso i social (in cui venivano generati video senza senso), il suo uso si è espanso nel resto della società. L’uso frenetico di questo mezzo è dovuto alla facilità d’utilizzo, dove, scrivendo una o due frasi, ci ritroviamo con un’immagine generata automaticamente o con la risposta ad un problema. Più si va in avanti, e più la corsa all’intelligenza artificiale migliora questo strumento. Le immagini generate artificialmente sono sempre più realistiche per non parlare dei video, ed ormai anche passeggiando per le strade incontriamo pubblicità create con l’IA. L’intelligenza artificiale si trova sempre di più facilmente, oltre a tutti i contenuti che ci sono sui social, ormai anche alcuni ristoranti ed eventi creano le loro pubblicità con l’IA; perciò, la sua presenza si è generalizzata nelle nostre vite.

C’è dunque un’onnipresenza dell’intelligenza artificiale nella nostra società, considerando che la vediamo sui social e nelle strade. Il suo uso si è democratizzato nelle nostre vite quotidiane. Secondo ItaliaOggi (AI, 16 mln di italiani usano almeno un’app. Fra i 15-24enni ChatGPT supera TikTok, dicembre 2025) circa il 35% della popolazione italiana usava l’IA. Al giorno d’oggi, anche con una semplice ricerca Google ci viene imposta una risposta fatta con l’IA. Anche nelle scuole sono in tanti a usarla obbligando gli istituti ad adattare i loro regolamenti.

Oltre ai problemi legati all’ambiente ed al consumo energetico dell’IA, dobbiamo chiederci come usarla senza diventarne dipendenti. Secondo uno studio della Fondazione Olitec (Ricerca sulla Dicotomia dell’Intelligenza Artificiale: Amplificatore del Genio Umano o Meccanismo di Dipendenza Cognitiva), che ha coinvolto 800 persone per capire se l’IA crea dipendenza o amplifica le capacità cognitive, solo 160 persone riuscivano a utilizzare l’IA per amplificare le loro capacità cognitive, una parte di loro sono anche riusciti a utilizzarla con senso critico per fare scoperte interdisciplinari. Per 640 persone invece il suo utilizzo ha creato dipendenza, diminuendo, per il 62% di questo gruppo, la capacità di risolvere problemi del 18%. Lo studio mette in evidenza che l’uso eccesivo dell’IA ha ridotto anche l’esercizio mentale, portando a considerare che ciò che dice l’IA sia considerato vero e conclude dicendo che, per la maggior parte delle persone, “l’IA rischia di generare dipendenza cronica, con potenziali effetti negativi sulla resilienza cognitiva, l’autostima e l’inclusione sociale”. Perciò possiamo vedere che occorre essere attenti al modo in cui lo usiamo perché può essere un pericolo per la nostra capacità di spirito critico.

Per concludere, l’IA è una tecnologia che cambia le nostre abitudini, come già abbiamo visto, ma occorre utilizzarla con cure. Le derive sono già troppe, come con la creazione degli Italian brain-rot, ed è necessario chiederci come utilizzare bene questa risorsa per evitare di diventarne dipendenti. È senza dubbio una risorsa che può facilitarci la vita, ma occorre prendere in considerazioni i limiti dell’IA e riflettere di più quando la usiamo, a rischio di perdere un po’ delle nostre abilità.

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La pace in Ucraina dipenderà dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti

di Gerardo Ongaro

Il terzo (penultimo) anno, l’Università di Edimburgo ci mandò un anno accademico presso un’università russa. Io scelsi l’Università Linguistica di Mosca. L’occidente era un miraggio per una parte della popolazione che credeva ancora nelle “nostre” bugie. Questa atmosfera di entusiasmo si respirava specialmente tra i giovani negli alloggi universitari, dove risiedevo.

Fare amicizie era facile. Il bisogno degli studenti russi di parlare altre lingue facilitava la cosa. Con una studentessa, di quelle della Russia profonda, ebbi una relazione. Studiava tedesco, non sapeva l’inglese, dunque con lei dovevo parlare russo per forza: situazione ideale. Altre ragazze che studiavano inglese mi cercavano spesso, per amicizia e per praticare la lingua. Si capiva che molte di loro sognavano un futuro diverso dai loro genitori.

Io ero povero, ma le poche sterline che avevo in tasca valevano una montagna di rubli. Tuttavia, per aggiungere qualcosina al mio misero bilancio, davo lezioni private di italiano. Così, attraversavo quotidianamente Mosca in lungo e in largo, imparando a conoscere la città in tutti i suoi aspetti. La visione era devastante.

Era il periodo del presidente Yeltsin, della “Shock Therapy” (terapia d’urto) di Gaidar, una politica economica adottata per rendere la rivoluzione liberista irreversibile. Il popolo russo era sprofondato nella miseria. File di disperati, giovani e vecchi, affollavano i quartieri. Davanti ai loro piedi c’erano piatti, bicchieri, posate, oggetti di vario genere appartenuti alla famiglia nei secoli. Una volta, da una vecchietta comprai due piatti per pochi rubli. Vedevo in lei mia nonna Maria Rosa, conosciuta come la Mamma dei Partigiani durante la Resistenza; avrei voluto colmarla di baci, e di rubli, ma temevo di offenderla: lei non stava chiedendo la carità, stava vendendo le sue cose con dignità.

Intanto, mentre il popolo soffriva, non era raro vedere in una via del centro una giovane rock star scendere da una splendida limousine per inaugurare una boutique. Il contrasto era devastante. Questo fu il primo impatto del popolo russo con la nostra “democrazia”.

All’esperienza economica devastante di quegli anni, va aggiunta quella della minaccia militare. Quando studiavo presso l’Università Linguistica di Mosca, si vociferava dell’allargamento della Nato ai paesi dell’ex Patto di Varsavia. Ricordo il professore di scienze politiche esprimere preoccupazione, ma anche certezza che questo non sarebbe avvenuto. Per lui, e per il popolo russo, non sembrava logico, visto che la Russia si era ritirata dall’Europa dell’est e che con il presidente Yeltin la Russia era diventata amica dell’Occidente.

Quando alla fine del primo anno l’Università di Edimburgo ci mandò a Pietroburgo per un mese, ci fece alloggiare presso famiglie russe. La mia era composta da genitori, nonna e figlia. Chiacchieravo spesso con Бабушка (la nonna). Mi raccontò di lei bambina durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’assediata Leningrado. Mi raccontò della paura, delle sofferenze…

Ancora vivida tra i russi è la memoria storica delle invasioni occidentali, l’ultima delle quali costò loro più di 20 milioni di morti, più della metà civili. Ancora vive sono alcune persone che hanno vissuto la tragedia. Nelle case russe, ci sono ancora le foto appese al muro dei loro parenti morti a causa dell’invasione nazista. L’avvicinamento ai loro confini della più grande potenza militare occidentale della storia, la Nato, richiama ricordi terrificanti. Vedere il governo ucraino costruire monumenti a ricordo di personaggi di quel paese che si unirono ai nazisti contro il popolo russo, vedere i resti di quei personaggi accolti come eroi, li fa rabbrividire.

La tragedia economica liberista della Shock Therapy e la minaccia militare occidentale hanno prodotto Putin. Per il popolo russo, lui ha ridato dignità al paese. Le trattative per la pace non possono prescindere dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti.

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Perché spostare i migranti con contratto regolare senza motivo? Succede al CPA di Monastir

di Roberta Mocci

È possibile prelevare delle persone da un centro di accoglienza e spostarle altrove nonostante un contratto di lavoro regolare? Il fatto che si tratta di migranti ci autorizza a calpestare completamente i loro diritti?

Questo è quello che sta accadendo al CPA di Monastir in provincia di Cagliari dove i richiedenti protezione internazionale vivono, come si sa da anni, in condizioni disumane a causa dell’assenza di spazi adeguati. La maggior parte di loro, dopo la richiesta di protezione internazionale, ha ottenuto un permesso provvisorio che dopo 60 giorni permette loro di lavorare. Queste domande spesso non vengono esaminate per anni, lasciando questi ragazzi in un limbo, sospesi tra la regolarità e l’irregolarità, con i comprensibili timori dei datori di lavoro. Inutile dire che di questa forza lavoro abbiamo enormemente bisogno e molti di loro trovano impiego nelle aziende agricole del Campidano. La loro disponibilità a lavorare senza badare troppo a orari e condizioni di lavoro li rende inoltre particolarmente “interessanti” agli occhi delle aziende. Nonostante questa giungla fatta di incertezze, alcuni di loro ottengono regolari contratti di lavoro, spesso stagionali, ma nel settore la stagionalità significa semplicemente cambiare raccolto e quindi spesso sono impegnati per la maggior parte dell’anno.

Ma arriviamo ai fatti.

Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all’interno e fuori dal CPA: vorrei ben vedere come si fa a vivere sereni, in condizioni di sovraffollamento, di scarsa igiene, ragazzi con un passato difficile, un presente complesso e un futuro ancora più incerto e non ci vuole molto a capire che alcuni di loro avrebbero bisogno di un aiuto psicologico. È assolutamente comprensibile la preoccupazione degli abitanti dei paesi vicini, ne hanno tutto il diritto, ma anche qua la percezione di pericolo è superiore alla realtà in seguito alla propaganda anti migranti del nostro lungimirante governo e portata avanti con convinzione da alcuni giornali locali. E siccome investire nell’integrazione non è considerata un’opzione, si è scelto di operare diversamente e di spostare i migranti verso altri centri, dove non si sa.

Bene direte voi, si alleggerisce il carico, saranno stati utilizzati dei criteri per lo spostamento di queste persone, l’obiettivo sarà il loro benessere. E invece pare proprio di no, perché molti di loro erano in possesso di regolare contratto di lavoro. Cioè, proprio coloro che avevano più diritto a restare e avevano iniziato un percorso di integrazione che, non ci vuole molto a capire, inizia proprio dal lavoro, vengono mandati via. E chi in tutto ciò non vede lesi i diritti fondamentali dei migranti pensi ai datori di lavoro agricoli che hanno visto scomparire da un giorno all’altro i loro lavoratori sui quali contavano.

Ma in fondo, a noi cosa cambia? Non lo so, forse nulla, le aziende troveranno un altro disperato disponibile a lavorare dall’alba al tramonto. Ma io mi sono sentita offesa come essere umano. Vedo il realizzarsi di quei sani principi anticostituzionali che tanto piacciono ultimamente ai nostri politici e non solo. Ho paura, che a poco a poco ci si spinga sempre oltre. Che qualcosa sfugga di mano. Perché la storia ci insegna, ma noi non abbiamo imparato.

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La Sardegna non tollererà altra speculazione sull’eolico: così deciderà il suo destino energetico

di Enza Plotino

Gli sciocchi crescono e fanno danno! Ma come si può demonizzare l’arrivo di un cargo cinese che trasporta pale eoliche e accusarlo di contribuire alla “distruzione” dell’isola? Sottintendendo la complicità della Regione?

Cavalcare le polemiche o creare informazioni parziali o completamente errate sulle pale eoliche in Sardegna è pura azione di disturbo e basta! Sui social è tutto un fiorire di foto di colline con turbine eoliche accompagnate da frasi indignate sulla “deturpazione del paesaggio”. Si accusa l’eolico di uccidere uccelli, di fare rumore, di costare troppo, di servire solo a “fare guadagnare i soliti noti”. Ma sono, a volte, gli stessi che negli anni passati hanno colpevolmente taciuto quando la deregulation, la speculazione energetica ha colpito anche l’isola e i governi regionali hanno fatto “affari d’oro”, lasciando alle imprese, per la maggior parte straniere, di fare scempio del territorio con progetti di grandi impianti speculativi localizzati in lungo e in largo su coste, aree interne, territori protetti e via dicendo.

Quando è arrivata Todde a governare una regione ormai preda di un vero e proprio “assalto eolico”, con oltre 800 richieste di autorizzazione alla realizzazione di impianti, on e off-shore, e ha introdotto come prima misura utile una moratoria per fermare la speculazione e il blocco di nuove autorizzazioni, gli stessi che avevano in passato “governato” colpevolmente la deregulation hanno tacciato di incoerenza la presidente, rappresentante di un Movimento che dell’ambiente e delle fonti rinnovabili aveva fatto la sua battaglia identitaria. A questi attacchi scomposti in casa, si è aggiunto il conflitto con il Governo nazionale che ha impugnato la moratoria di 18 mesi sul blocco della realizzazione di nuovi impianti eolici e fotovoltaici, aprendo un contenzioso davanti alla Corte Costituzionale che ancora va avanti.

Ma già durante la campagna elettorale, prima della sua elezione, la governatrice aveva promesso battaglia contro la speculazione energetica che stava colpendo la Regione. “Ci siamo presi la responsabilità di governare e sappiamo bene cosa dobbiamo fare per fermare la speculazione senza interrompere la transizione ecologica”, ha spiegato ad ogni piè sospinto, e “non sulla pelle dei sardi”. Oggi, finalmente, la Sardegna ha conquistato un ruolo attivo e confermato un cambio di registro rispetto al passato: “sulla Sardegna decidono i sardi” afferma Todde in ogni sua dichiarazione.

Non c’è pregiudizio alcuno sull’eolico offshore, si vuole promuovere il fotovoltaico flottante sui bacini, l’agrivoltaico e si vuole potenziare l’idroelettrico e favorire la nascita di impianti geotermici. Quello che la Regione non è più disposta ad accettare è il pericolo concreto che imprenditori e aziende non sardi, e spesso neanche italiani, approfittino ancora del contesto normativo fino a qualche tempo fa estremamente favorevole e delle caratteristiche di insolazione e ventosità della Sardegna, per installare i loro impianti, “senza che la popolazione sarda riceva da ciò un reale beneficio e imponendo delle modifiche al paesaggio che in tanti casi sono semplicemente inaccettabili”.

Il Decreto sulle aree idonee risponde proprio a questo pericolo, definendo le prerogative della Sardegna sulla dislocazione degli impianti eolici e fotovoltaici sul territorio per raggiungere entro il 2030 la quota di 6,2 GWp aggiuntivi rispetto agli impianti già entrati in esercizio prima del 2021. E’ un nuovo campo di gara in cui la Sardegna decide il suo destino energetico. Se ne facciano una ragione tutti coloro che speculano demagogicamente sulle difficoltà con cui la Regione si sta riprendendo il governo di se stessa!

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L’Italia irrilevante resta fuori dai negoziati sull’Ucraina: ora il dilemma interno al Pd va sciolto

di Roberto Celante

Giorgia Meloni ha dichiarato in Senato, il 14 ottobre, che l’impegno americano all’acquisto del gasolio russo è un errore, perché finanzia la guerra di Putin e allontana ogni speranza di negoziato. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato con un laconico “non sono affari suoi”.

Quindi, qual è la notizia? Che l’Italia è irrilevante sul piano internazionale? No: questo lo sapevamo già, almeno da quando, a fine febbraio, il Ministro Crosetto fu bloccato a Dubai, perché né l’alleato Usa, né il partner commerciale Israele si ricordarono di preavvisarci dell’imminente attacco all’Iran. Non è certo l’unico esempio della marginalità dell’Italia, né l’ultimo, dato che pare ci sia un dialogo tra Stati Uniti e Russia, con delegati ucraini, uditori ammessi Regno Unito, Francia e Germania, ma Italia esclusa, per trattare la fine della guerra.

Ebbene, qual è la notizia? Che Meloni, risentita, speri di far saltare indirettamente il banco con le sue dichiarazioni sul gasolio russo? No; solo Zelensky, che non sa più a che santo votarsi, finge a se stesso che sia un assist per lui: che Meloni sia la portavoce di un immutato ed immutabile impegno europeo a sostenerlo ad oltranza.

Allora, quale può essere la notizia? La notizia è che la premier Meloni, avendo già ottenuto il parere favorevole della Commissione europea allo scostamento del bilancio dello 0,6% del Pil (la cosiddetta “clausola di salvaguardia”) e l’ok del Parlamento al Dpfp sullo stesso tema, non intende presentarsi al Consiglio europeo, dichiarando che lo scenario internazionale sta cambiando rapidamente, al punto che non vi è più necessità per l’Italia di indebitarsi per 14,4 miliardi per il riarmo.

Questa è la notizia: di fronte alla crisi energetica, all’inflazione che erode il potere d’acquisto degli italiani, anche per i beni di prima necessità, di fronte alle necessità della scuola e della sanità, alla crisi climatica e al dissesto idrogeologico, la scelta politica strategica è, da un lato, esentare per un anno il bollo auto (recuperando chissà come dei fondi che alle Regioni servono come il pane, dato che gestiscono sanità e trasporti pubblici); dall’altro indebitarsi oltre il necessario, per un importo pari a mezza manovra finanziaria. Un surplus di deficit inutile, ma che farà crescere la spesa per gli interessi e che porrà sul governo che verrà la spada di Damocle di un dilemma: tagliare i servizi pubblici o inasprire la pressione fiscale?

In questo scenario, nel campo largo si è intanto raggiunta l’unanimità contro l’attivazione della clausola di salvaguardia per il riarmo. Trattasi, naturalmente, di una valutazione di principio, poiché la maggioranza non ha avuto necessità dei voti del Campo largo per l’ok al Dpfp, né l’avrà per la legge di bilancio. Ma è comunque un impegno significativo, nella prospettiva della stesura di un programma comune, in vista delle elezioni.

Coerenza vorrebbe che un analogo impegno venisse quanto prima esteso anche in tema di aiuti militari all’Ucraina. Considerando, infatti, l’attuale contesto di dialogo per porre fine al conflitto, se il Pd tergiversasse, o perseverasse nel sostenere la necessità di continuare ad appoggiare militarmente l’Ucraina, non farebbe l’interesse né del popolo ucraino, in guerra da quasi cinque anni senza nessuna prospettiva di vittoria, né di quello italiano, che sta pagando una quota parte molto salata delle conseguenze economiche del conflitto.

Per il Pd, riconoscere che lo scenario è cambiato e che va favorito il negoziato, interrompendo gli aiuti militari, significherebbe dimostrare la lucidità che in questo momento difetta in maggioranza, compattare stabilmente la coalizione e (serve proprio sottolinearlo?) sarebbe senz’altro più apprezzabile che attendere che sia la firma del trattato di pace a risolvere l’impasse. Schlein capisca che, su certi temi, le dinamiche interne non vanno gestite con equilibrismo: vanno indirizzate.

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Minicar nera, cosa spinge due giovani a compiere aggressioni così pericolose?

di Stefano Borioni

“L’abbiamo fatto per gioco, ci annoiavamo”. È forse questa la frase più inquietante dell’intera vicenda legata alla minicar che da giorni seminava il panico in zona Monteverde. Non soltanto per la gravità dei comportamenti, oggettivamente terribili, ma per il significato che sembra attribuire loro chi li ha compiuti: la sofferenza altrui trasformata in un diversivo, un passatempo per allontanare la noia, per colmare un vuoto.

In queste ore, la domanda di molte persone mi pare ruoti intorno al perché: perché due ragazzi arrivano a compiere gesti simili? Io, da psicoterapeuta, proporrei un passo ulteriore: come può accadere che il dolore di uno sconosciuto diventi un gioco? Cosa può essersi rotto se l’altro, da persona con un corpo, una storia, una vita, una famiglia, è diventato un bersaglio da colpire?

Colpisce noi, pur non sorprendendoci molto, che i ragazzi avrebbero dichiarato di essersi fermati dopo aver saputo che la persona ferita fosse un attore. Se confermata, questa circostanza ci pone un interrogativo ulteriore: la sofferenza altrui acquista rilevanza soltanto quando riguarda qualcuno di noto? È il reality che batte la realtà, lo status che batte lo stato delle cose e il valore di una vita – unisco un mio pensiero ai tantissimi che in questi giorni vengono dedicati a Davide Iacopini – sembrerebbe passare anche attraverso la sua visibilità sociale. La notorietà come discrimine del “mi dispiace” postumo alla presa di coscienza, non l’empatia come prima censura dell’impulso aggressivo a bordo della minicar.

Già, la minicar. L’abitacolo potrebbe creare una separazione fisica e psicologica: noi e loro, dentro e fuori. Siamo qui, nella nostra macchina con i led che abbiamo fatto modificare e l’adesivo del serpente, mentre l’altro rimane per strada, esposto alle conseguenze delle nostre azioni. Siamo forti. Il filtro dell’abitacolo, come una barriera, può depotenziare la percezione di ciò che accade fuori. Un colpo al malcapitato, un altro di acceleratore, sgommata, adrenalina, 500 metri e via: non è successo nulla. Mica è un essere umano, è un diversivo per gestire una noia che fa paura. Perché se mi annoio sento, mi guardo dentro e chissà cosa trovo se resto solo.

Meglio in due. Quello che da solo magari non farei, insieme diventa più facile, diventa complicità. La responsabilità personale non scompare, ma morde un po’ meno: il mio gesto è visto, approvato – o quantomeno non fermato, tollerato – dal mio amico. Che poi è pure la sua festa di compleanno: bisogna festeggiare.

Cosa accomuna una festa per i diciott’anni, una laurea, una comunione o un party in ufficio per il pensionamento di un collega? Sono festeggiamenti, certo, ma anche rituali di passaggio che segnano un prima e un dopo. Crescere significa cercare nuovi modi per sentirsi autonomi, capaci. Se questa ricerca non trova riconoscimento, se invece di avere intorno gente che mi festeggia sono qui, la trasgressione può diventare una scorciatoia per sentirmi figo.

Il fatto che uno dei ragazzi sia figlio di un appartenente alle forze dell’ordine non mi pare poi autorizzi tutte le interpretazioni che sto leggendo in queste ore, che ne sappiamo se la violenza è una sfida alla figura paterna? Allo stesso modo, la collaborazione delle famiglie con gli investigatori non consente di conoscere la qualità dei legami familiari, ma può rappresentare un punto di partenza per affrontare quanto accaduto, senza negarne la gravità.

Quando avvengono episodi così importanti – questi strappi nel tessuto di quel pezzo di reale che pensavamo di sapere – la condanna non basta più a comprendere il problema. Bisognerebbe a quel punto chiedersi come si costruisce il riconoscimento dell’altro in chi quel riconoscimento non lo sperimenta, come si impara a tollerare la frustrazione e quali relazioni possano aiutare un ragazzo a gestire la propria noia senza disumanizzare il mondo attorno a sé e colpirlo, ferirlo, mandarlo in coma, finché non sente qualcosa.

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