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Il grande bluff di Trump sarebbe un grande assist all’Europa (se lo volesse)

Il disimpegno degli Usa sull’Ucraina e la svolta obbligata per l’Europa

Era già tutto previsto. Perché era abbastanza facile immaginare che il guascone arrivato alla Casa Bianca avrebbe trasformato la politica internazionale in una gigantesca partita a poker, con il mondo come posta. La parabola è ormai compiuta, gli Stati Uniti hanno scelto infatti di arretrare, forse definitivamente, sull’Ucraina, lasciandola sempre più sola e facendo, nei fatti, un regalo enorme a Putin (diesel russo, meno sanzioni, ecc.). È una pessima notizia per gli ucraini.

Ma potrebbe, paradossalmente, essere una buona notizia per l’Europa che adesso è davanti al bivio che per troppo tempo ha evitato. Può vilmente mollare l’Ucraina, come chiedono Salvini, Conte e una curiosa compagnia nella quale destra e sinistra radicale, almeno sulla guerra, finiscono spesso per incontrarsi. Oppure può finalmente capire che la propria sicurezza non può essere delegata per sempre a qualcun altro. Come? Innanzitutto finanziando l’Ucraina quanto serve, sostenendola militarmente, economicamente e politicamente in una sorta di “Whatever it takes” draghiano e mettere così la Russia nella condizione di dover trattare.

Non perché la guerra piaccia all’Europa, ma esattamente per il motivo opposto, perché una pace ottenuta premiando l’aggressore non è pace, ma una tregua in attesa della prossima aggressione. Il paradosso è che Trump, nel tentativo di ridisegnare l’Occidente a propria immagine, potrebbe aver finalmente costretto l’Europa a scoprire di averne una. Restano però molti dubbi.

Perché mentre in Ucraina continuano a cadere bombe su case, scuole, ospedali e luoghi civili, in casa nostra (ma non solo) il mantra sempre più vigliacco sembra essere soltanto: «basta armi». Come se bastasse pronunciarlo per far sparire la guerra. Ogni volta viene da chiedersi: ma quelli che lo ripetono, guardandosi allo specchio, non provano un po’ di vergogna? Si ricordano almeno di guardare cosa succede dall’altra parte? La storia, purtroppo, non si ferma perché noi abbiamo deciso di non volerla vedere.

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Ucraina, Zelensky attacca Trump: “Lo stop alle sanzioni incoraggia Putin a continuare la guerra”

Zelensky contro gli Usa: “Allentare le sanzioni incoraggia Putin a continuare ad attaccare”

“In un momento in cui i russi hanno condotto un attacco tanto massiccio contro il nostro settore dell’energia, è stata purtroppo presa in America la decisione di ignorare completamente il Lindsey Graham Act, che avrebbe dovuto esercitare una pressione davvero efficace sulla Russia per porre fine a questa guerra. Avrebbe potuto aiutare enormemente, e può ancora farlo!”. Così in un post su X il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che accusa i russi per aver sferrato ieri “uno dei più grandi attacchi al settore dell’energia” in Ucraina e denuncia come la Russia stia “cercando di provocare un blackout in Ucraina, proprio prima dell’inverno”, come stia “cercando di lasciare milioni di nostri cittadini senza elettricità e senza riscaldamento”.

Servono pressioni, insiste. “Un blackout delle sanzioni Usa, allentare il pressing sull’aggressore, ricompense finanziarie per Putin, tutto questo lo incoraggia solo a continuare ad attaccare – afferma Zelensky – Dobbiamo continuare a cercare di porre fine alla guerra. Di porre fine al conflitto, non di dare a Putin ogni motivo per continuarla senza fine“.

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70 miliardi e scorte di Patriot. Cosa chiede Zelensky all’Ue per l’inverno

Chiede i Patriot all’Ue, prevede un’invasione di profughi in caso di sconfitta, fa i conti della serva sulle risorse che gli occorrono per il prossimo anno, incassa il supporto di alcuni senatori americani critici sul depotenziamento di Starlink per le difese ucraine. Volodymyr Zelensky, ospite del Consiglio Europeo, fa il punto sullo stato della guerra e delle relazioni politiche a supporto della sua parte, con una consapevolezza di base: se Washington sta mollando Kyiv, Bruxelles no.

“Per Putin non è mai abbastanza, ci vuole distruggere – parte in quarta – e poi vorrà di più e ancora di più. Ora sta mettendo alla prova i Paesi Nato con questi droni. Siamo di fronte a un’escalation”. Il tema è allo stesso tempo bellico, economico, geopolitico e militare. Perché se è vero come è vero che dagli europei ha ricevuto solo sostegno (“comprendono che la nostra posizione è totalmente giustificata”), mette l’accento sul ruolo americano. Quando dice che Putin darà ascolto all’America se eserciterà pressione fa riferimento alle tante persone presenti negli Stati Uniti “dal cuore nobile che desiderano sinceramente la sconfitta del male e che l’Ucraina rimanga salda. Sono proprio queste le persone che hanno aiutato l’Europa a difendere la propria libertà, che hanno combattuto durante lo sbarco in Normandia, che hanno vinto la Guerra Fredda e che vogliono il meglio per l’Europa. Persone che desiderano essere alleate, non dividere o umiliare l’Europa. Credo che la maggior parte degli americani la pensi ancora così. E, in ultima analisi, sarà il popolo americano a dire la sua”.

Una stoccata a quella minoranza che invece vorrebbe togliergli gli aiuti. In questo senso va letto il suo riferimento all’accordo Russia-Usa sul diesel che è stato “una sorpresa per tutti”, mentre per quanto riguarda il rapporto con Trump annuncia che “ci sarà nei prossimi giorni un incontro tra i negoziatori, col presidente abbiamo sempre temi da discutere”.

Ma oltre agli auspici ci sono previsioni e richieste. Sulle prime spicca lo scenario che si potrebbe abbattere sull’Europa in caso di caduta di Kyiv, ovvero 20 milioni di profughi ucraini, “perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. La parte del leone in questo senso la sta facendo il nuovo strumento di guerra che risponde al nome di drone. Putin “sta già testando i droni sui Paesi europei, sull’Ucraina sono arrivati migliaia di droni. Migliaia. E gli americani dicono che è difficile parlare con Zelensky, che è più facile parlare con Putin”, come a voler rimarcare il passaggio iniziale. Sulle seconde, ecco la lista della spesa: altri 70 miliardi per i 2027, “per tenere a bada la Russia”, oltre agli intercettori per i sistemi Patriot (Pac-2 e Pac-3). Quelli disponibili in Europa permetteranno all’Ucraina di superare l’inverno e tutti i leader sono a conoscenza di questo pacchetto. La questione è sul tavolo dei paesi Ue, che stanno riflettendo sul da farsi.

Quel che è certo è che arriveranno presto nuovi F-16, verosimilmente entro la fine dell’anno. Infine una considerazione sull’accordo Trump-Putin sul gasolio: “ci ha sorpresi, non possiamo accettarlo”. Il timore di Zelensky è che il passo successivo verta un altro accordo simile sul gas, oppure l’esenzione da nuove sanzioni legate ai sistemi bancari, ad alcuni individui o all’industria chimica.

Tutto finito? Per nulla. Alcuni senatori americani hanno richiesto un’indagine urgente sulle interruzioni della rete Starlink in Ucraina, lo strumento che Musk aveva offerto a Kyiv per indirizzare i droni verso gli obiettivi russi. E in una missiva indirizzata all’ispettore generale del dipartimento della Difesa i senatori esprimono “grave preoccupazione” in merito al depotenziamento della rete, perché queste restrizioni “avrebbero compromesso la capacità dell’Ucraina di condurre operazioni difensive contro gli attacchi russi, effettuati tramite droni e missili, diretti verso le infrastrutture civili”.

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Guerra in Ucraina, Trump durissimo: “Zelensky? Meglio non averci niente a che fare. Non sono un suo fan”

Donald Trump ha dichiarato a Newsmax di “non essere un grande fan” del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e di considerarlo più difficile con cui negoziare rispetto al presidente russo Vladimir Putin, criticando la decisione dell’Ucraina di riprendere gli attacchi contro le raffinerie petrolifere russe nel contesto degli sforzi per porre fine alla guerra. “Zelensky non è una persona con cui è consigliabile avere a che fare“, ha dichiarato Trump in un’intervista esclusiva a “Finnerty” dalla Casa Bianca. “Non vuole trovare un accordo. Dice di volerlo, ma non lo vuole. No, non sono un grande fan di Zelensky”.

Intervistato da Newsmax sui nuovi attacchi dell’Ucraina, Trump ha affermato che stavano facendo aumentare i prezzi globali dell’energia. “Ora, se mi dite che Zelenskyy sta di nuovo sparando alle raffinerie, tutto ciò che sta facendo è far aumentare il prezzo mondiale del petrolio”, ha affermato. “Beh, penso che sia una vergogna. Ci sono molti altri obiettivi… Ci sono molti obiettivi che si possono colpire”, ha continuato Trump.

Nella notte del 16 ottobre, le forze ucraine hanno apparentemente colpito diversi obiettivi nelle regioni russe di Mosca, Rostov e Vladimir, nel corso di un’ampia operazione condotta con droni. Secondo i canali di monitoraggio ExileNova+ e SuperNova+, nell’operazione notturna è stato preso di mira il data center del colosso tecnologico russo Yandex, situato nell’oblast di Vladimir, a circa 500 chilometri dal confine ucraino.

Nella città di Sepetivka (regione di Khmelnytskyi, nell’Ucraina occidentale) è scoppiato un incendio nei pressi di un deposito di petrolio a colpito con i droni dalle forze armate russe. Lo scrive il capo dell’amministrazione statale di Khmelnytskyi, Serhiy Tyurin su Telegram: “A seguito dell’attacco, è scoppiato un incendio nell’area di un deposito di petrolio”.

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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Quelli che non criticano Trump sull’Ucraina non sono pacifisti, ma guerrafondai che tifano per gli avversari

La dimostrazione eclatante che la posizione cosiddetta pacifista sulla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è, quando va bene, ipocrita si è avuta in queste ore di ennesimo e vile attacco di Donald Trump e Elon Musk all’Ucraina, al suo presidente e al suo popolo.

Trump ha stretto un grottesco, inutile, e inapplicabile accordo con Vladimir Putin sul gasolio russo, in violazione delle leggi del suo Congresso e al solo fine propagandistico interno per scaricare sull’Ucraina, e non sulla guerra in Iran, le responsabilità del prezzo alto della benzina a poche settimane dal voto di metà mandato. Inoltre, da Mar-a-Lago, Trump ha ripreso a insultare e a minacciare Volodymyr Zelensky, dopo qualche mese di pausa, e ha smesso di passare agli ucraini parte delle informazioni di intelligence che servono ad anticipare la difesa della contraerea missilistica. Musk, invece, ha rallentato la connessione di Starlink in Ucraina e ha minacciato di staccare del tutto la spina, costringendo gli ucraini a rinunciare alle azioni belliche con i droni che così tanti danni hanno fatto alle infrastrutture offensive, energetiche e di approvvigionamento russe.

Il risultato della bravata del duo Trump-Musk è che i missili russi ora entrano nello spazio aereo ucraino indisturbati e poi colpiscono i civili ucraini come mai prima d’ora.

In linea generale, se le parole avessero un senso, un pacifista dovrebbe chiedere all’aggressore di fermare gli attacchi e non all’aggredito di smettere di difendersi, invece mai in quasi quattro anni abbondanti di guerra russa all’Ucraina ci sono state iniziative dei leader progressisti italiani o manifestazioni del fronte pacifista per chiedere alla Russia di fermare la guerra.

Ormai è diventato normale, malgrado sia un atteggiamento controintuitivo e moralmente osceno, che il sedicente pacifista italiano chieda all’Europa di non sostenere più l’aggredito, di non fornirgli le batterie antimissili che difendono la popolazione civile dall’attacco russo, e di inviare in Ucraina, anziché missili, un inviato di pace, come se fosse l’Ucraina a volere le guerra, al fine poi di intavolare una trattativa che la Russia non ha nessuna intenzione di intraprendere e che ogni giorno rigetta in tutte le lingue, a meno che la soluzione diplomatica sia la completa resa degli ucraini.

Questo è il teatrino dell’orrore cui assistiamo da oltre quattro anni, inscenato soprattutto da una parte della sinistra che si riempie la bocca della parola pace mentre con i fatti lavora per la continuazione della guerra russa.

Le ultimissime intemerate di Trump e Musk contro Zelensky e l’Ucraina scoperchiano però l’ipocrisia politica di quello che a buon diritto viene chiamato Campo Lavrov.

Qui non si tratta di cambiare linea politica sul “no alle armi” o sulla necessità di far terminare la guerra, né di mettere in difficoltà i leader dei partiti che provano a mantenere unita la coalizione elettorale. Qui ci sono i due più spudorati esponenti della destra nazionalista globale che, prendendosi una pausa dal gettare nel caos il mondo e dal sostenere tutti i movimenti neonazi del pianeta, minacciano l’aggredito, accarezzano l’aggressore cercando anche di fare affari personali, e mettono in pratica un piano di disimpegno per massimizzare le vittime civili ucraine.

Per i capi della sinistra “pacifista” non potrebbe esserci un’occasione più facile e doverosa di questa per criticare Trump e Musk e difendere le vittime innocenti della guerra, anche senza cambiare la linea politica sullo stop all’invio delle armi difensive.

Eppure non c’è stato nessun leader del Campo Largo o del fronte intellettuale pacifista che in queste ore abbia criticato Trump e Musk, dimostrando così in modo plastico l’impostura della posizione “pacifista”, ma anche la fine della gloriosa sinistra anti totalitaria, e la trasformazione del Campo Largo non solo in Campo Lavrov ma anche in Campo Mar-a-Largo.

Un fronte progressista che rifiuta di difendere l’aggredito, che non disturba mai l’aggressore, e che non riesce nemmeno a criticare i due più grandi fascistoni del pianeta impegnati a facilitare l’imperialismo russo può essere definito in qualsiasi modo, tranne che con l’aggettivo progressista.

Il più grande intellettuale della sinistra anti totalitaria, il compianto Christopher Hitchens, aveva svelato la vera natura dei pacifisti pro Saddam Hussein. Una lezione valida anche nel 2026. Oggi i pacifisti italiani non solo pretendono la resa degli aggrediti ucraini e non fanno niente per fermare l’aggressore russo, ma non trovano nemmeno il modo di censurare le mascalzonate di Trump e Musk contro l’Ucraina e l’Europa. Come scriveva Hitchens, questi non sono pacifisti, «non vogliono la pace, sono a favore della guerra, e tifano per gli avversari».

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L’eccellente discorso di Meloni sull’Ucraina, e le parole che il campo largo non sa dire

Il Presidente Giorgia Meloni in occasione delle comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista della riunione del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Senato Roma, Mercoledì 14 Ottobre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) PM Giorgia Meloni on the occasion of the statements by the President of the Council of Ministers ahead of the European Council meeting of 15 and 16 October. Senate, Rome, Wednesday, 14 October 2026.(Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

La Russia ha avviato la sua nuova campagna d’autunno contro l’Ucraina. Incapace di avanzare sul fronte, Mosca ha iniziato a colpire sempre più duramente la popolazione civile. Centrali elettriche, ospedali, persino autobus che portano le persone al lavoro come nell’orrenda strage di Kramatorsk. È una strategia con la quale la Russia prova a piegare l’Ucraina con il freddo, il terrore, il buio, semplicemente perché non è riuscito a piegarla sul campo di battaglia. I fatti smentiscono la propaganda del Cremlino e anche quella di chi la porta qui in Italia. Dall’inizio dell’anno Mosca ha guadagnato pochissimo terreno e nel solo mese di settembre ha perso buona parte di quanto aveva conquistato negli ultimi mesi.

Questo stallo non è caduto dal cielo, lo hanno costruito il coraggio degli ucraini e il sostegno dell’Occidente, Italia compresa. E continuo a ritenere che questo stallo sia l’unico strumento efficace che abbiamo per portare la Russia a un tavolo negoziale serio. So che il dibattito è acceso, anche in quest’aula, e lo rispetto, perfino lo comprendo, perché nessuno in quest’aula vogliamo la guerra, tutti vogliamo che si arrivi alla pace. La differenza è su come pensiamo che ci si arrivi. Per come la vedo io il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile. Perché se l’aggressore può puntare la resa dell’avversario che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista. Se l’Ucraina domani smettesse di difendersi come in molti auspicano e propongono, noi non avremmo la pace, noi discuteremmo dell’occupazione di una nazione europea e del ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico che l’Europa ha conosciuto per mezzo secolo.

Personalmente non rimpiango quegli anni, non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, e non rimpiango il muro di Berlino.

Nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace. La pace che vogliamo e che lavoriamo per costruire, anche pagando un prezzo in termini di consenso, è una pace giusta. Perché solo una pace giusta può durare. Solo una pace giusta mette al sicuro l’Europa e i nostri interessi. Dunque la posizione del governo non cambia. Sostegno a Kyjiv, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica rimagono i pilastri della nostra azione.

In questo contesto dobbiamo considerare anche l’intesa sul gasolio russo. Chiaramente tutti comprendiamo e condividiamo l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. E quindi il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraina, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria sono elementi che non possiamo ignorare e che contraddicono quanto finora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative.

Discorso diverso è una tregua tra le parti sulle centrali energetiche che l’Italia chiaramente sostiene. Ringraziamo il presidente Zelensky per aver immediatamente dichiarato disponibiità ucraina in questo senso. Ci aspettiamo ora che la Russia faccia altrettanto e interrompa l’attacco alle centrali elettriche ucraine.

Dopodiché, in un momento così compresso, in cui tante variabili sfuggono al nostro controllo, c’è almeno una cosa che dipende da noi. Fare in modo che l’Europa non resti a guardare. Perché le condizioni di una pace che riguarda il nostro continente, e quindi la nostra sicurezza, non possono essere scritte senza di noi, per questo continuo a chiedere che i Ventisette individuino una figura autorevole con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. E se su un nome non si trova convergenza siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna nel famoso formato E3 ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Perché, sarò onesta, considero secondario che siede a quale tavolo, mi interessa a nome di chi si siede al tavolo e poter chiedere cosa. Mi interessa che l’Europa non proceda in ordine sparso e parli con una voce sola. Perché unEuropa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca di questi tempi ne abbiamo fatti abbastanza.

Il Consiglio europeo discuterà in modo specifico dell’escalation delgi attacchi ibridi russi. Ed è giusto così perché la minaccia ibrida russa è diventata il nuovo normale di questa guerra travagliata. Sono i droni che violano lo spazio aereo dei nostri partner, e che sorvolano aeroporti e basi in diverse nazioni europee, sono i cavi sottomarini nel Baltico, sono gli attacchi informatici a ospedali, porti e amministrazioni pubbliche, sono le campagne di disinformazione costruire per dividere le nostre opinioni pubbliche e per screditare esponenti politici considerati nemici, condizionare le elezioni fino a vere e proprie forme di manipolazione dello spazio cognitivo, la strumentalizzazione dei migranti spinti alle frontiere come armi di pressione. UN quadro di questo tipo richiede una risposta coordinata, e l’Italia porterà a Bruxelles alcune priorità che considera fondamentali: proteggere le nostre infrastrutture critiche, reti energetiche, dominio subacqueo, porti, aeroporti, sostenere l’industria italiana nel dare un contributo decisivo ai sistemi antidrone e antimissile, e ribadire che la sicurezza ai confini dell’Unione è indivisibile. E questo significa che nel sostenere il fianco est non possiamo perdere di vista il fianco sud. Perché difendersi oggi significa un ospedale che continua a curare sotto un attacco informatico, una centrale che nons i spegne, un aeroporto che non si ferma per un drone. Difendersi non è proteggere un’idea astratat di potenza, è proteggere la vita quotidiana dei cittadini.

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L’Ucraina è un po’ più vicina all’ingresso nell’Unione europea

Ukraine's President Volodymyr Zelenskyy, left, walks with European Commission President Ursula von der Leyen after participating in a media conference at EU headquarters in Brussels, Belgium, Sunday, Aug. 17, 2025. (AP Photo)

L’Ucraina compie un altro passo avanti nel percorso verso l’adesione all’Unione europea. Ieri in Lussemburgo, Kyjiv ha ottenuto l’apertura di altri due cluster negoziali, portando a quattro su sei quelli finora sbloccati. Si tratta di gruppi di riforme che i Paesi candidati devono completare per entrare nell’Ue. Il traguardo non equivale all’ingresso nell’Unione, ma permette di avanzare nel processo di integrazione, dopo una lunga fase di stallo. Con l’Ucraina, anche la Moldova è allo stesso punto del percorso.

I due cluster appena aperti riguardano il mercato interno e la competitività, e sono anche i più ampi per numero di ambiti normativi interessati. «Dietro questi nomi tecnici ci saranno benefici concreti per gli ucraini», ha detto la commissaria europea all’Allargamento, Marta Kos, citando maggiori opportunità per le imprese, migliori condizioni di lavoro, più tutele per i consumatori, investimenti e posti di lavoro. «L’Ucraina è pienamente impegnata nelle riforme necessarie per l’adesione e intende portare avanti questo lavoro il più rapidamente possibile», ha aggiunto il viceministro ucraino per l’Integrazione europea, Vsevolod Chentsov.

Come scrive Reuters, l’apertura dei due nuovi cluster è stata possibile dopo che l’Ungheria ha ritirato le proprie obiezioni. Il governo di Budapest ha dato il via libera dopo che lunedì il Parlamento ucraino ha approvato una legge che amplia i diritti della minoranza ungherese e degli altri gruppi minoritari a ricevere un’istruzione nella propria lingua. Era una delle condizioni poste dall’Ungheria per consentire ulteriori progressi nel percorso europeo di Kyjiv. Nei mesi scorsi erano già stati aperti il primo cluster, relativo allo Stato di diritto e al funzionamento delle istituzioni democratiche, a giugno, e quello sulle relazioni esterne, a luglio.

Restano ora da sbloccare gli ultimi due gruppi di riforme. La Commissione europea e la presidenza irlandese del Consiglio dell’Ue puntano ad aprirli entro la fine del 2026. Il percorso, però, potrebbe diventare più complicato: tra i settori coinvolti ci sono l’agricoltura e i trasporti, nei quali l’Ucraina è competitiva e potrebbe rappresentare un concorrente per alcuni Paesi membri. Il timore è che le differenze economiche e regolamentari diventino un ostacolo politico all’allargamento.

Martedì anche Francia e Polonia hanno ribadito il loro sostegno all’apertura dei sei cluster. E la Commissione europea ha già indicato una possibile strada per affrontare il nodo agricolo. In una serie di proposte presentate il 6 ottobre sul futuro dell’allargamento, Bruxelles ha suggerito di prevedere un trattamento specifico per l’agricoltura ucraina durante il negoziato, invece di utilizzarla come motivo per bloccare l’avanzamento del processo.

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Art Wins the War è stato presentato a Milano presso l’Ufficio del Parlamento Europeo

L’incontro si è svolto presso l’Ufficio del Parlamento europeo a Milano, a Palazzo delle Stelline, ed è stato il momento riepilogo di una serie di iniziative dedicate all’arte, alla moda, all’educazione e alla diplomazia culturale. Tra i partecipanti figurano Maurizio Molinari, direttore dell’Ufficio del Parlamento Europeo a Milano, rappresentanti di comuni italiani, organizzazioni culturali, licei artistici e università.

Hanno partecipato anche rappresentanti di istituzioni educative ucraine di Lviv, Odesa, Kharkiv e Zaporizhzhya. Alcuni studenti, docenti e partner ucraini sono intervenuti online. Durante l’incontro Maurizio Molinari ha sottolineato l’importanza delle iniziative culturali ed educative per rafforzare il dialogo tra le istituzioni europee, le nuove generazioni e la società civile.

L’obiettivo principale di Art Wins the War è rendere visibili in Europa le voci ucraine e utilizzare l’arte e l’educazione come strumenti di dialogo, conservazione della memoria e costruzione della pace. Il progetto è nato a Lviv nel 2023 e si è successivamente trasformato in una piattaforma internazionale che riunisce arte contemporanea, moda, poesia, cinema, tecnologie digitali ed educazione. Complessivamente presenta le opere di quasi ottanta artisti provenienti da diversi Paesi. «Quando persone, organizzazioni e realtà culturali diverse si uniscono, creiamo uno spazio senza guerra, uno spazio di vera pace», ha dichiarato Natalia Siasina, fondatrice delle organizzazioni VitaUkr e VITAWORLD.

Courtesy of VitaUKR

Il programma artistico e dedicato alla moda si è svolto nel periodo della Milan Fashion Week, riunendo mostre, sfilate, poesia, performance e progetti digitali. L’incontro tra arte e moda è diventato un linguaggio di dialogo e un messaggio rivolto alle istituzioni europee. Il progetto dimostra come le relazioni tra persone e comunità possano trasformarsi in collaborazioni concrete tra artisti, scuole, università, comuni, organizzazioni civiche e rappresentanze ucraine all’estero.

Uno degli elementi centrali della presentazione è stato il dialogo educativo tra Italia e Ucraina. Durante l’incontro è stato presentato il docu film Occhi dell’Umanità, realizzato dagli studenti dell’Università Nazionale di Kharkiv “V. N. Karazin”, sotto la curatela di Iryna Fedorenko, in collaborazione con gli studenti del Liceo Artistico di Brera, coordinati dalla professoressa Stefania Donno.

Si sta inoltre sviluppando una collaborazione tra licei italiani e un istituto scolastico di Lviv. Gli studenti e i docenti coinvolti stanno già lavorando alla pubblicazione congiunta di un libro. Un ulteriore ambito riguarda la cooperazione con istituti universitari di Zaporizhzhya.

La collaborazione tra arte, educazione e moda è stata presentata anche da Oksana Hodan, vice preside Fashion College Lviv, fondatrice del concorso internazionale Fashion Battle, un’iniziativa che sostiene giovani designer e studenti, offrendo loro la possibilità di sviluppare e presentare i propri progetti a un pubblico internazionale.

Courtesy of VitaUKR

Presso l’Ufficio del Parlamento europeo a Milano hanno presentato le proprie collezioni anche le designer ucraine Olga Nikitenko, che vive e lavora a Kharkiv, città vicina alla linea del fronte, e Oksana Unytska, fondatrice del marchio Gorsset, attualmente residente nei Paesi Bassi. «L’arte non può fermare la guerra, ma aiuta le persone a rimanere umane. In questo progetto siamo riusciti a unire design, arti visive e poesia», ha affermato Olga Nikitenko.

«Per me la moda è un modo per preservare l’identità ucraina e raccontare l’Ucraina attraverso un linguaggio comprensibile in tutto il mondo», ha dichiarato Oksana Unytska.

La presentazione è stata preceduta da iniziative culturali nei comuni di Pieve Emanuele e Buccinasco, che hanno riunito mostre, performance, poesia, video e sfilate di designer ucraini. Presso la sede del Parlamento europeo a Milano sono intervenuti gli artisti del progetto: Doriam Battaglia, Alfredo Mazzotta, Ivanna Kitliaruk e altri. 

All’evento ha partecipato anche Valentyna Bilan, curatrice d’arte britannica, giornalista e diplomatica culturale. Insieme agli organizzatori ha presentato sei artisti residenti in Ucraina, nel Regno Unito e in Canada: Alyona Kushnirenko, Yuliia Heneralova, Alina Burkovska, Stanislav Topolskyi, David Sharashidze e Iryna Kuts.

«L’arte è un linguaggio universale che non ha bisogno di traduzione. Ci aiuta a costruire ponti culturali, unire le comunità e creare collaborazioni internazionali durature», ha concluso Valentyna Bilan.

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Che cosa rischia l’Ucraina se Trump riduce la condivisione di intelligence

Donald Trump

La minaccia americana non riguarda soltanto le armi. Donald Trump potrebbe interrompere la condivisione d’intelligence con l’Ucraina se Volodymyr Zelensky non accettasse di fermare gli attacchi contro le raffinerie e le infrastrutture energetiche russe. Secondo il Financial Times, gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner hanno prospettato questa possibilità durante i colloqui con la delegazione ucraina a Miami. La pressione americana comprenderebbe anche una possibile sospensione del meccanismo Purl, attraverso il quale i Paesi europei finanziano l’acquisto di armamenti statunitensi destinati a Kyjiv. Per ora, però, si tratta di minacce riferite da fonti europee, non della conferma che la cooperazione d’intelligence sia stata nuovamente interrotta.

Per capire le conseguenze bisogna distinguere che cosa perderebbe concretamente l’Ucraina e quanto sarebbe difficile sostituire il contributo americano. Lo stop non renderebbe automaticamente impossibili gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ma potrebbe ridurne l’efficacia e aumentare i rischi per le forze di Kyjiv. Il problema riguarderebbe anche la difesa dagli attacchi russi, soprattutto quando si tratta di individuare tempestivamente le minacce missilistiche.

Dalle immagini satellitari alle coordinate dei bersagli
L’intelligence militare non consiste soltanto nello scoprire in anticipo che cosa sta preparando il nemico. Serve a individuare dove si trovano le sue forze, seguirne gli spostamenti, riconoscere i sistemi d’arma e trasformare una grande quantità di informazioni in indicazioni utilizzabili sul campo di battaglia.

Gli Stati Uniti contribuiscono a questo processo attraverso diverse capacità. I satelliti raccolgono immagini e altre informazioni sul territorio; l’intelligence dei segnali, o signals intelligence (Sigint), permette di ricavare informazioni da comunicazioni ed emissioni elettroniche. I sistemi di analisi integrano queste fonti per individuare e localizzare gli obiettivi. A ciò si aggiungono le informazioni necessarie per rilevare il lancio di missili e avvertire in tempo le forze ucraine.

Un’inchiesta del New York Times del marzo 2025 ha ricostruito il ruolo del centro di coordinamento americano di Wiesbaden, in Germania, dove ufficiali statunitensi e ucraini lavoravano insieme per definire le priorità operative. Gli analisti americani incrociavano immagini satellitari, intercettazioni e altre informazioni per individuare le posizioni russe e fornire coordinate utilizzabili per gli attacchi.

Un’interruzione della cooperazione non cancellerebbe le informazioni raccolte dagli ucraini, né le capacità sviluppate da Kyjiv in questi anni. Ridurrebbe però il flusso di dati provenienti da una rete di sorveglianza molto più estesa. La perdita potrebbe riguardare soprattutto la possibilità di integrare informazioni diverse, verificare rapidamente la posizione di un bersaglio e capire se sia ancora valida quando arriva il momento di colpire.

Le difese russe diventerebbero più difficili da aggirare
Il problema è particolarmente rilevante per gli attacchi a lungo raggio contro le raffinerie russe. L’Ucraina ha sviluppato droni e capacità autonome per raggiungere obiettivi situati anche molto lontano dal fronte. Ma conoscere la posizione di una raffineria non basta a pianificare un attacco: bisogna anche sapere quali difese la proteggono e come potrebbero cambiare.

Una delle informazioni più difficili da sostituire è la posizione dei sistemi di difesa aerea mobili russi. Questi possono essere trasferiti e riposizionati, rendendo meno affidabili le informazioni raccolte in precedenza. Per pianificare un’operazione, Kyjiv deve valutare le difese disponibili, i possibili corridoi di volo e il rischio che i droni vengano individuati e abbattuti.

L’Ucraina potrebbe continuare a condurre attacchi in profondità anche senza l’intelligence americana, a condizione che gli alleati europei mantengano il loro sostegno. La campagna contro le infrastrutture petrolifere russe si basa infatti anche su capacità sviluppate autonomamente, produzione nazionale di droni e informazioni provenienti da fonti diverse. Un’analisi del Washington Post descrive proprio l’integrazione tra produzione ucraina, tecnologie di puntamento e informazioni occidentali sulle difese russe.

Perdere il contributo di Washington, dunque, non significherebbe perdere ogni capacità autonoma. Ma senza informazioni tempestive sulle difese russe, alcuni attacchi potrebbero diventare più rischiosi, richiedere più risorse o avere minori probabilità di successo.

Il rischio più immediato: i missili balistici
L’altro fronte critico è la difesa del territorio ucraino. Le informazioni satellitari e i sistemi di allerta precoce contribuiscono a rilevare il lancio di missili e a fornire indicazioni sulla minaccia in arrivo. In questo caso il tempo è una risorsa decisiva: pochi minuti possono fare la differenza per attivare le difese, mettere al riparo la popolazione e proteggere le infrastrutture strategiche.

Una riduzione dell’assistenza americana potrebbe quindi avere conseguenze che vanno oltre la campagna contro le raffinerie. Non significherebbe che ogni missile diventerebbe impossibile da intercettare: l’Ucraina dispone di radar, sistemi di difesa aerea e informazioni proprie e alleate. Ma perdere una fonte importante di sorveglianza e allerta renderebbe più difficile compensare le lacune esistenti.

A questo si aggiunge il possibile stop agli acquisti di armi statunitensi attraverso il Purl. Per Kyjiv sarebbero due problemi distinti ma collegati: meno informazioni per anticipare gli attacchi e maggiori difficoltà nel rifornire alcuni dei sistemi necessari a contrastarli, soprattutto quelli per la difesa aerea a lungo raggio.

Ratcliffe e la continuità dei rapporti con Kyjiv
La pressione di Trump non va letta come il segnale di una posizione necessariamente uniforme all’interno dell’amministrazione americana. Un caso utile per capire questa distinzione è quello di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency.

Nel marzo 2025, quando la Casa Bianca sospese temporaneamente la condivisione d’intelligence con Kyjiv, fu Ratcliffe a confermare la decisione. Ma, in un’intervista a Fox Business riportata da Reuters, aggiunse di aspettarsi che la pausa sarebbe terminata e che gli Stati Uniti avrebbero continuato a lavorare fianco a fianco con gli ucraini.

Ratcliffe non si oppose pubblicamente alla decisione presidenziale. Il suo ruolo mostra piuttosto la tensione tra l’utilizzo dell’intelligence come strumento di pressione politica e l’interesse a preservare una cooperazione strategica costruita nel corso degli anni. È un elemento di contesto, non una garanzia che la collaborazione continuerà: la portata concreta di un’eventuale sospensione dipenderebbe dalle informazioni bloccate, dalla sua durata e dalle eventuali eccezioni.

Che cosa può fare l’Europa
Il contributo europeo non si limita alle immagini satellitari. Francia e Regno Unito hanno investito anche nella formazione degli ufficiali ucraini e nello sviluppo delle loro capacità clandestine e operative. È il quadro che emerge da un’inchiesta di L’Express di agosto, secondo cui il sostegno occidentale alle operazioni ucraine si è costruito nel corso di anni di collaborazione.

La rivista francese ricostruisce il ruolo della Central Intelligence Agency a partire dal 2014 e quello delle forze speciali britanniche e polacche nell’addestramento degli ufficiali ucraini. Nel novembre 2024, l’allora capo del Secret Intelligence Service (o MI6), Richard Moore, aveva indicato il patrimonio di competenze nelle operazioni clandestine come una componente fondamentale del sostegno britannico. Secondo un alto funzionario dell’intelligence francese citato da L’Express, i Paesi baltici e i Paesi Bassi hanno contribuito soprattutto sul piano tecnico, mentre MI6 e il servizio collegato francese Dgse hanno messo a disposizione competenze operative.

La Francia, inoltre, fornisce immagini satellitari e informazioni utili a individuare gli obiettivi e pianificare gli attacchi a lungo raggio. A gennaio il presidente Emmanuel Macron aveva dichiarato che Parigi forniva ormai due terzi dell’intelligence destinata all’Ucraina, dopo la riduzione del contributo americano nel marzo precedente. La dichiarazione non equivale però alla dimostrazione che la Francia possa sostituire tutte le capacità statunitensi. Anche il Regno Unito dispone di risorse importanti. Come ricorda l’International Institute for Strategic Studies, Londra possiede aerei RC-135 Rivet Joint per la raccolta di intelligence elettronica, una capacità che resta rara in Europa. Ma addestramento operativo, raccolta di segnali e immagini satellitari non sono intercambiabili: ogni contributo copre una parte diversa del sistema.

Il limite principale resta la scala delle capacità spaziali e la loro integrazione. Secondo l’EU Institute for Security Studies, nel 2025 gli Stati Uniti disponevano di 263 satelliti militari, contro i 44 europei. Il dato non misura da solo la qualità dell’intelligence disponibile, ma rende evidente il divario nella capacità di sorveglianza continuativa. Gli Stati Uniti possono integrare le informazioni provenienti da una rete estesa; quelle europee restano più frammentate tra governi e apparati nazionali.

Due implicazioni
La minaccia di Washington ha quindi una doppia implicazione. Nell’immediato potrebbe restringere il margine operativo dell’Ucraina proprio mentre Trump cerca di ottenere uno stop agli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. Nel medio periodo mostra quanto la sicurezza europea dipenda da capacità che i governi del continente non sono ancora in grado di garantire autonomamente.

L’Ucraina potrebbe continuare a colpire la Russia anche senza il sostegno americano. Ma farlo diventerebbe più difficile, mentre difendersi dai missili russi potrebbe diventare più rischioso. È la differenza tra perdere un alleato e perdere una parte del sistema che permette di combattere.

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La pianista filo Putin a Cagliari, e il necessario esame di coscienza delle istituzioni

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Le note sono quelle Chopin, le mani della pianista Valentina Lisitsa, star della musica classica con oltre un milione di ascoltatori mensili su Spotify e centinaia di milioni di visualizzazioni su YouTube. Lisitsa si è esibita domenica a Cagliari, nell’Auditorium del Conservatorio, per la rassegna “Itinerari Musicali dell’Identità”. Ma i “Notturni” e “Fantaisie-Impromptu” sono passati in secondo piano. Lisitsa è nata in Ucrana, a Kyjiv, eppure si è schierata pubblicamente la Russia nella guerra contro il suo Paese. Nel 2021 ha ricevuto da Denis Pushilin, leader della cosiddetta Repubblica popolare di Donetsk, il passaporto di quel territorio che appartiene all’Ucraina e su cui il Cremlino vuole allungare la sua sovranità – un documento riconosciuto solo da Russia e Corea del Nord, appunto. Da quel momento, parole sue, avrebbe rappresentato la Repubblica del Donetsk sulla scena internazionale. A maggio 2022 si è esibita a Mariupol dopo la conquista della città da parte dell’invasore russo, in una performance letta come un gesto di sostegno alla narrazione del Cremlino sulla «liberazione» del Donbas.

Giulio Biddau, pianista e docente al Conservatorio di Cagliari, ha contestato l’invito con una lettera alle istituzioni locali. «Qui non si parla di censura. Si parla di una scelta e di un atto politico», dice a Linkiesta. Biddau non mette in discussione il valore musicale di Lisitsa. Contesta però la decisione di ospitarla senza discutere le sue posizioni sulla guerra, tanto più quando sono coinvolte istituzioni pubbliche. «Il problema è invitare un’artista che ha una posizione così forte sull’Ucraina e farlo passare come se niente fosse», aggiunge.

Nell’intervista pubblicata dall’Unione Sarda, Lisitsa si è lamentata del fatto che alcuni suoi concerti siano stati annullati a causa delle sue posizioni politiche. Ha detto che chi entra in sala dovrebbe lasciare fuori «le proprie opinioni, i propri pregiudizi e le proprie fobie». La musica, dice la pianista, è un patrimonio comune che unisce gli esseri umani. Ma le dichiarazioni pubbliche di un’artista non si cancellano quando sale sul palco. Le figure pubbliche contribuiscono a dare visibilità alle cause che sostengono: in questo caso, a un regime autoritario. Da qui la contraddizione che Biddau vede nella richiesta di Lisitsa di separare la musica dalla politica dopo aver usato la sua notorietà per sostenere una causa politica: «Non capisco come un’artista che ha usato la sua visibilità per fare una rivendicazione possa cancellare tutto perché rivuole i concerti».

La rassegna di Cagliari è organizzata dall’associazione culturale “La Casa Rosa”, che ha ricevuto finanziamenti dal Comune e dalla Regione Sardegna. Il pianista dice di non avere elementi per definire l’invito un’operazione di propaganda di regime. Devono essere le istituzioni a valutarne il rischio: «Io non ho nessun tipo di competenza per fare un’affermazione del genere, però mi aspetto che chi ha una responsabilità politica, anche per il solo fatto di aver distribuito il denaro dei contribuenti, faccia una riflessione e un’analisi sul tema», dice Biddau, sottolineando l’amarezza per la superficialità del Conservatorio, che pure nei primi mesi della guerra si era mobilitato con concerti e iniziative di raccolta fondi per l’Ucraina. Biddau non accusa l’istituzione di simpatie filorusse o cose del genere: teme che la scelta di ospitare Lisitsa venga lasciata cadere senza discussione.

L’Italia riconosce un aggressore e un aggredito e sostiene l’Ucraina. Lo ha fatto fin dall’inizio dell’invasione, con il governo Draghi, e ha proseguito con il governo Meloni. È difficile conciliare questa linea con una presenza pubblica che sembra ignorare le posizioni della pianista. Posizioni che peraltro seguono senza profondità d’analisi la propaganda imperialista russa, annullando storia e attualità del territorio.

L’immagine di un Donbas naturalmente filorusso è una semplificazione alimentata nel tempo dalle politiche di russificazione e dalle narrazioni sovietiche e russe. All’inizio del Novecento circa il sessantacinque per cento della popolazione della regione parlava ucraino; all’inizio del Duemila la quota era scesa a circa il dieci per cento. Al referendum del 1991, inoltre, oltre l’ottanta per cento degli elettori nelle regioni di Donetsk e Luhansk votò per l’indipendenza dell’Ucraina. Prima del 2014, essere favorevoli a rapporti economici più stretti con Mosca non significava necessariamente essere contrari allo Stato ucraino. La storia del Donbas è più complessa di una contrapposizione tra una regione russa e un’Ucraina estranea – per approfondire, si può leggere il libro di Kateryna Zarembo, “Il Donbas è Ucraina” (edito da Linkiesta Books).

Biddau ha mosso la sua critica a partire dalla necessità che la vicenda non passi senza una discussione pubblica. La protesta, dice, deve partire dall’interno delle istituzioni. «Se ci giriamo tutti dall’altra parte, il rischio è che si apra un’autostrada per cose che nessuno di noi vuole. Bisogna che delle voci ci siano sempre per tenere sveglia la coscienza».

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Se Trump sgancia gli Usa dalla sicurezza europea. Il monito di Camporini

Degli Stati Uniti bisogna fidarsi, ma con prudenza. Ne è convinto il generale Vincenzo Camporini, alla luce delle parole di Trump su Zelensky, dell’accordo sul diesel Casa Bianca-Mosca e dell’attacco all’Arabia Saudita portato dagli Houthi. “Se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini”, dice a proposito della Nato.

Trump ha accusato Zelensky di non voler raggiungere un accordo per porre fine alla guerra e di creare problemi al mondo con gli attacchi alle raffinerie russe suggerendo a Kiev di trovare un nuovo leader in grado di raggiungerlo. Queste parole come cambiano lo scenario nell’immediato e soprattutto in un eventuale ormai difficile tavolo diplomatico?

Diciamo che è un distacco ormai formale della politica estera americana da quello che accade in Europa e in Ucraina, quindi dobbiamo prendere atto che a questo punto l’interesse di Trump per la politica europea e per la sicurezza in Europa non è più rilevante. C’è un fatto che io credo sia abbastanza significativo, ovvero le imminenti elezioni di midterm che secondo me stanno scatenando il panico alla Casa Bianca.

In che senso?

Indubbiamente i risultati che si possono prevedere sono molto negativi per i repubblicani e a questo punto bisogna incolpare qualcuno di quello che dispiace all’elettorato americano, come l’aumento del costo dei carburanti. Per cui l’ideale è scaricare la colpa non su chi ha creato il conflitto con l’Iran, ma su chi neutralizza le capacità di raffinazione da parte russa che, come tutto il mondo sa, non essere assolutamente determinante per questo aspetto, ma che lui può far passare come la causa di tutti i mali. Quindi a questo punto lascia Ucraina ed Europa al loro destino.

Per quanto tempo ancora la Nato potrà far finta di nulla?

Abbiamo qualche motivo di seria preoccupazione. C’è in generale una volontà di salvaguardare il principio della solidarietà transatlantica: io stesso faccio parte di un gruppo di lavoro con altri colleghi di altri Paesi per cercare di trovare il modo di attenuare l’attuale situazione. Ma è chiaro che in questo momento se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini.

L’accordo sul diesel tra Trump e Putin che scenari apre anche in seno all’Europa?

Premetto che l’accordo dal punto di vista quantitativo è irrisorio, visto che stiamo parlando del fabbisogno di un paio di giorni del mercato americano quindi nulla che possa significativamente influire sul prezzo del gasolio. Ma dal punto di vista dello scenario europeo, è chiaro che ci sarà qualcuno che avrà la tentazione di usarlo: purtroppo vi sono ambienti che apertamente nutrono simpatie per la posizione di Mosca e che cercheranno di sollecitare un allineamento con il governo americano. In alcuni Paesi questo non ha nessuna possibilità di riuscire ma in altri, come l’Italia, temo di sì perché è particolarmente permeabile alla propaganda di Mosca e certamente qualche voce si leverà in tal senso.

In generale oggi l’Europa è autosufficiente dal punto di vista della difesa?

No, oggi l’Europa non è autosufficiente per una serie di capacità specifiche e non certo dal punto di vista delle forze perché le forze europee sono abbastanza adeguatamente numerose e con equipaggiamenti di ottima qualità. Ma ci sono alcune capacità nel campo delle intelligence, della sorveglianza del territorio, delle comunicazioni, della trasmissione dati, della sorveglianza satellitare e della difesa antimissile che oggettivamente gli europei non hanno mai sviluppato. Se vorranno essere autonomi e avere voce in capitolo sulla scena internazionale dovranno sviluppare nell’immediato futuro, anche se sono cose che non si costruiscono dall’oggi al domani ma richiedono anni.

Secondo la sua opinione l’attacco degli Houthi all’Arabia Saudita ci dice anche che l’ombrello americano non è così esteso come immaginavamo?

Mah, è un ombrello molto randomico, nel senso che gli Stati Uniti hanno un accordo di collaborazione militare con l’Arabia Saudita. Evidentemente la cosa è considerata irrilevante dal punto di vista dell’azione quindi l’attacco è un’ulteriore dimostrazione che degli Stati Uniti bisogna fidarsi ma con molta prudenza.

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L’ennesima buffonata di Trump, e l’indifferenza complice della politica italiana

President Donald Trump arrives to speak at a campaign rally at F&M Bank Arena, Saturday, Oct. 10, 2026, in Clarksville, Tenn. (AP Photo/Alex Brandon) Associated Press / Lapresse Only italy and spain

Donald Trump non può aver tradito Volodymyr Zelensky, come scrivono tutti quanti in queste ore, per la semplice ragione che non lo ha mai sostenuto e semmai ha sempre cercato, fin dal primo mandato, di depotenziare e abbattere il presidente ucraino a maggior gloria di Vladimir Putin.

Trump si è già augurato più volte la fine politica di Zelensky, del resto questa è la linea del Cremlino, e quindi anche la sua.

La prima volta che Trump ha minacciato Zelensky è stata nel 2019, quando al telefono gli ha intimato di trovare le prove di un coinvolgimento del figlio di Joe Biden in un fantomatico complotto internazionale ordito in Ucraina per indebolire la Casa Bianca, accusandola di complicità con il Cremlino nelle interferenze russe alle elezioni presidenziali americane del 2016.

Il complotto ucraino ovviamente era una bufala orchestrata dall’intelligence di Mosca per sviare le indagini americane sulle sue responsabilità, e per insinuare che dietro il Russiagate ci fosse l’Ucraina, non la Russia. Un assist che Trump non si è fatto sfuggire, e che ha utilizzato in modo maldestro per difendersi dalle accuse di essere stato eletto nel 2016 con l’aiutino di Putin.

Era un’operazione di disinformazione costruita ad arte al Cremlino, cui non ha creduto nessuno tranne certi sedicenti campioni del progressismo italiano e i soliti sbandati giornali della destra, a cominciare dal Fatto.

Giuseppe Conte, quando guidava il governo e prima di aver fatto sfilare per le strade italiane l’esercito russo, ha dato talmente credito alla bufala russa sbandierata da Trump da aver messo, in modo irrituale, la nostra intelligence a disposizione dell’allora ministro della giustizia trumpiano William Barr. Trump, poco prima, aveva minacciato Zelensky al telefono di ritirare un finanziamento da quattrocento milioni di dollari se Kyjiv non gli avesse consegnato le prove inesistenti contro il figlio di Biden.

Tutto questo è alla base del primo procedimento di incriminazione costituzionale subito da Trump dalla Camera dei deputati di Washington, da cui è uscito indenne soltanto perché i suoi senatori repubblicani lo hanno salvato con un margine di soli quattro voti.

Stupirsi adesso del “tradimento” di Trump è stravagante. Trump detesta l’Ucraina da tre anni prima dell’invasione russa su larga scala, esattamente da quando Zelensky non gli ha fornito le prove contro Biden che i russi gli avevano detto che aveva, e la conseguenza è stata l’impeachment.

Per Trump, quindi, l’Ucraina è il Paese che ha costruito un complotto contro la sua presidenza, e Zelensky è il presidente, allora appena eletto, che non ha voluto collaborare a sventarlo (al contrario dell’aiuto fornito dall’amico «Giuseppi» Conte, oggi punto di riferimento fortissimo del progressismo italiano).

Più che stupirsi, semmai c’è da chiedersi perché Trump è tornato proprio in questo momento a prendersela con Zelensky, dopo qualche mese di pausa a causa delle complicazioni della guerra in Iran.

Il motivo è semplice, come tutto quello che riguarda un uomo ottuso e prevedibile come Trump: tra un mese in America ci saranno le elezioni di metà mandato che lo vedono sfavorito anche a causa del prezzo della benzina, un’evidente conseguenza del fallimentare intervento armato in Iran che ha consegnato agli ayatollah e ai pasdaran il controllo dello stretto di Hormuz, dove passa buona parte del commercio del petrolio. L’intervento in Iran ha pure indebolito i paesi arabi produttori, che ora sono costretti a difendersi da iraniani e dai fondamentalisti houthi dello Yemen senza più l’ausilio degli americani, perché Trump ha scaricato anche loro.

Per avere un quadro più preciso sulle prospettive negative per Trump a poche settimane dalle elezioni, al prezzo record della benzina va aggiunta anche l’inflazione, mai domata e anzi peggiorata dalla grottesca politica dei dazi che ha danneggiato l’economia americana e non solo quella americana.

In questa situazione di grande difficoltà, Putin ha fornito ancora una volta conforto a Trump, offrendogli una parte insignificante delle sue riserve di diesel e ottenendo in cambio la possibilità di esportarle all’estero con un allentamento delle sanzioni energetiche che ora la Russia si giocherà per creare altro consenso politico in Europa per i partiti fiancheggiatori. Come ulteriore omaggio per il suo compleanno, Putin ha ricevuto da Trump un’ulteriore strigliata contro Zelensky.

I soliti trombettieri italiani di geopolitica, gli stessi che prima assicuravano che Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina e poi che l’avrebbe conquistata in tre giorni, sono già al lavoro per decretare ancora una volta la fine di Zelensky e dell’Ucraina.

Trump, insomma, sta provando di nuovo ad imputare all’Ucraina l’origine dei suoi guai politici, com’era successo nel 2019c, e questa volta anche a spiegare agli elettori americani che si apprestano a votare alle elezioni del 3 novembre che non è vero che il prezzo della benzina è così alto a causa della sua sconclusionata guerra in Iran, ma che lo è per colpa di Zelensky che colpisce le raffinerie russe e non vuole la pace.

Nell’impostura che Trump offre all’America, Putin invece è quello buono, addirittura il leader che vuole la pace al punto da essere disponibile a mettere a disposizione del consumatore americano una quantità di diesel, e nella narrazione farlocca di Trump poco importa che il diesel offerto da Putin copra il fabbisogno americano soltanto per quattro giorni.

Ieri sera Trump ha annunciato anche una tregua energetica tra Mosca e Kyjiv, malgrado i rappresentanti di Zelensky, che si trovavano a Miami proprio per cercare una posizione comune con gli americani da offrire alla Russia, non ne sapessero nulla. È molto probabile che non ne sapessero niente nemmeno i membri della delegazione americana, perché gli annunci di Trump sono nati in seguito alla solita telefonata con cui Putin ha fatto fesso il mansueto collega della Casa Bianca.

Naturalmente non c’è nessuna tregua energetica, come non ci sono mai state le tregue con l’Iran annunciate da Trump sui social ogni due per tre, anche perché l’unico che ha offerto formalmente una tregua energetica è stato Zelensky, ma l’offerta è stata rifiutata pubblicamente dai russi, i quali indisturbatamente continuano a colpire infrastrutture civili in Ucraina e a uccidere cittadini innocenti.

Gli ucraini hanno smesso di fidarsi degli americani dal 20 gennaio 2025, da quando Trump è rientrato alla Casa Bianca e ha accolto tutte le oscene posizioni di Putin che, ricordiamolo, sono la fine della indipendenza ucraina, l’annessione di parti di territorio che in quattro anni di guerra la Russia non è riuscita a conquistare, e l’insediamento di un governo fantoccio a Kyjiv.

Da quando c’è Trump, l’America non finanzia più la resistenza ucraina, già un paio di volte ha sospeso la condivisione delle informazioni di intelligence con Kyjiv (cosa che minaccia di rifare adesso), ha ritardato e in alcuni casi bloccato la fornitura di armi deliberate in precedenza da Biden e non ancora consegnate, ha provato a cacciare in malo modo Zelensky dalla Casa Bianca in diretta televisiva, e continua a incassare soldi dagli europei per le forniture militari che i paesi dell’Unione comprano per difendere gli ucraini.

Contro tutte le previsioni, gli ucraini hanno fatto a meno dell’America, sono riusciti a organizzarsi autonomamente, hanno sviluppato una propria industria bellica e tecnologica, hanno cambiato la natura del conflitto con i droni, e non solo hanno resistito all’invasore, ma hanno anche fatto passi in avanti sia sul terreno di battaglia sia nella capacità di colpire le infrastrutture strategiche russe senza l’aiuto di Washington.

Un risultato straordinario che andrà studiato sui libri di storia e che definisce un popolo fiero, libero e democratico che merita ammirazione e sostegno.

In tutto questo, la politica italiana si gira dall’altra parte, perché impegnata in questioni grottesche come la legge elettorale, le primarie, le gonne delle ragazze.

Nessuno dei leader dei due schieramenti ha espresso solidarietà a Zelensky né ha criticato l’ennesima mossa pro Putin di Trump. Ed è curioso che l’indifferenza del campo largo, che non a caso Pina Picierno ha chiamato “Campo Lavrov”, si manifesti nello stesso giorno in cui Matteo Renzi ha proposto di definire la cornice della coalizione di centrosinistra, che come è noto è in difficoltà a trovare un consenso sull’Ucraina, intorno all’opposizione a Donald Trump.

Invece niente, nemmeno l’opposizione a Trump riesce a scuotere Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, se di mezzo c’è la Russia imperialista di Putin e la difesa dell’Europa.

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