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Al via la raccolta di castagne, ma quest’anno costeranno il doppio: i prezzi aggiornati

La raccolta delle castagne italiane entra nel vivo, ma il 2026 si preannuncia come un’annata complicata per la produzione, con quantità in calo e prezzi più alti. Secondo le prime stime di Coldiretti, il raccolto dovrebbe registrare una flessione di circa il 25% rispetto al 2025, soprattutto a causa delle temperature elevate e della siccità che hanno caratterizzato i mesi estivi. Una situazione che ha rallentato lo sviluppo dei ricci e ridotto le rese, senza compromettere, almeno secondo le prime valutazioni dei produttori, la qualità del prodotto.

Anche per questi motivi, i dati di mercato confermano una crescita delle quotazioni rispetto allo scorso anno.

Prezzi delle castagne 2026, quanto costano al chilo

Come riportano le rilevazioni di Ismea, a ottobre 2026 il prezzo medio delle castagne è di 3,50 euro al chilo, in aumento del 46,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Anche se si tratta di una cifra indicativa – che può variare in base alla provenienza e al canale di vendita – questa ci permette comunque oggi di comprendere l’andamento del mercato. A conferma del fatto che non esiste un prezzo unico per tutti i territori e per ogni tipologia di prodotto, nell’Aretino produttori e operatori commerciali segnalano quotazioni che possono raggiungere i 6 euro al chilo.

Infatti, le quotazioni all’ingrosso non coincidono necessariamente con quelle applicate ai consumatori, mentre i marroni, generalmente più grandi e destinati anche a preparazioni gastronomiche specifiche, possono raggiungere valori superiori rispetto alle castagne comuni.

Secondo le testimonianze raccolte sul territorio:

  • le castagne di dimensioni più piccole vengono acquistate dai commercianti a circa 4-4,50 euro al chilo;
  • i marroni possono raggiungere i 5-5,50 euro al chilo;
  • nella successiva rivendita all’ingrosso, i prezzi salgono indicativamente a 5 euro al chilo per le castagne più piccole e a 5,50-6 euro per quelle di dimensioni maggiori.

Anche i produttori che vendono direttamente al pubblico indicano prezzi intorno ai 6 euro al chilo per i marroni. Non si tratta, però, di un aumento generalizzato e identico in tutta Italia. In alcune aree, gli operatori riferiscono che le quotazioni sono rimaste sostanzialmente stabili rispetto alle precedenti annate, nonostante il calo della produzione.

Cosa minaccia la raccolta delle castagne

Il principale fattore che condiziona il mercato nel 2026 è la riduzione della produzione a causa delle temperature elevate. La mancanza di precipitazioni durante l’estate ha infatti inciso sullo sviluppo dei frutti. Il caldo eccessivo può compromettere la crescita delle castagne all’interno dei ricci, riducendone il numero e, in alcuni casi, le dimensioni. Il risultato è una minore disponibilità di prodotto da destinare ai mercati, proprio nel periodo in cui riparte la domanda legata ai consumi autunnali.

Inoltre, anche la presenza dei ricci non garantisce automaticamente un raccolto abbondante, perché occorre verificare quanti frutti si siano sviluppati correttamente e quale sia la loro qualità commerciale.

Le prime indicazioni sono comunque positive sotto il profilo qualitativo. Nonostante la riduzione delle quantità, i produttori si aspettano castagne e marroni di buona qualità, anche se in alcune zone la pezzatura potrebbe essere mediamente più piccola.

Tuttavia, per il mercato la combinazione tra minore offerta e qualità elevata potrebbe spingere al rialzo le quotazioni, soprattutto per le varietà più pregiate.

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Migliaia di voli cancellati a causa del caro carburanti, chi non parte quest’inverno  

Voli cancellati, sospesi e centinaia di migliaia di posti in meno nei programmi invernali delle compagnie aeree. Il caro carburanti torna a pesare sul trasporto aereo europeo e costringe i principali vettori low cost a rivedere le proprie strategie per la stagione invernale 2026 2027. Lo scopo è quello di contenere i costi e limitare le perdite sulle tratte che rischiano di diventare meno redditizie.

Quali compagnie stanno già cancellando i voli

Tra le compagnie che stanno rivedendo la propria capacità figura easyJet. L’amministratore delegato Kenton Jarvis ha annunciato un’ulteriore riduzione di 700.000 posti nella programmazione invernale. Considerando un precedente e simile intervento della compagnia, , di dimensioni analoghe, il taglio complessivo arriva a circa 1,4 milioni di posti.

In questo caso, la capacità programmata viene eliminata dall’offerta, quindi questo non vuol dire necessariamente che milioni di passeggeri già in possesso di un biglietto dovranno cambiare i loro piani. L’azienda sembra voler puntare sulle rotte che dispongono di numerosi collegamenti nella stessa giornata (dove eliminare una partenza può risultare meno problematico rispetto a una tratta servita una sola volta al giorno).

Ryanair invece, che rientra tra le compagnie che hanno annunciato la riduzione dei voli nella stagione invernale per via del caro carburanti, ridurrà la capacità nei periodi in cui la domanda è tradizionalmente più debole. Dopo la cessazione delle attività di volo in 13 aeroporti, i prossimi interventi interesseranno anche i voli infrasettimanali e le partenze di gennaio. Per esempio, i voli da Londra Stansted e Palma di Maiorca in partenza il martedì e il mercoledì saranno eliminati a partire dalla seconda settimana di novembre e fino alla settimana precedente il Natale.

Come è stato spiegato, le destinazioni balneari possono registrare un forte interesse nei mesi estivi e una flessione nei mesi più freddi. Quindi impiegare aeromobili per collegamenti come questo, in presenza di costi del carburante più elevati, rischia di non generare ricavi sufficienti.

Di quanto sono aumentati i prezzi per le compagnie aeree

Il prezzo del carburante per l’aviazione ha raggiunto i 196 dollari al barile. Rispetto all’inizio del 2026, quando la quotazione si manteneva sotto i 100 dollari, il costo di mercato risulta approssimativamente raddoppiato, secondo i dati dell’International air transport association (Iata).

Anche se le compagnie ricorrono ai cosiddetti fuel hedging – accordi che consentono di bloccare il prezzo di una parte degli acquisti futuri di carburante – la protezione non è illimitata. Perché con questo tipo di contratti si possono fissare i costi di una quota del fabbisogno annuale, mentre la parte restante rimane esposta alle condizioni di mercato la parte restante. Inoltre, la copertura può riguardare periodi differenti e perdere progressivamente efficacia quando i contratti arrivano a scadenza.

È proprio questo uno degli aspetti che preoccupa i vettori in vista dell’inverno. Anche se una parte del carburante è stata acquistata a prezzi precedentemente concordati, la quota esposta ai rincari può rendere meno convenienti le rotte caratterizzate da una domanda debole.

Quali sono i diritti dei passeggeri

In base alle tutele previste dal regolamento europeo 261/2004 – applicabile in situazioni come la cancellazione improvvisa di un volo o l’imbarco negato per overbooking – la compagnia aerea è tenuta a garantire al passeggero il rimborso totale del biglietto o un trasporto alternativo per raggiungere la destinazione.

In base alla normativa Ue, inoltre:

  • il rimborso deve essere effettuato entro sette giorni;
  • se la prenotazione comprende un viaggio di andata e ritorno e la cancellazione dell’andata rende inutile il viaggio di ritorno, in determinate circostanze il passeggero può chiedere il rimborso anche della parte non utilizzata del viaggio.
  • scegliere il rimborso significa rinunciare al trasporto alternativo.

Nei casi di cancellazione del volo con meno di 14 giorni di preavviso spetta poi il diritto alla compensazione pecuniaria, un indennizzo economico fisso che la compagnia aerea deve versare al passeggero per il disagio subito, indipendentemente dal rimborso del biglietto o dall’assistenza ricevuta.

L’ammontare della compensazione è stabilito per legge, varia in base alla lunghezza della tratta ed è pari a:

  • 250 euro per le tratte inferiori o pari a 1.500 km;
  • 400 euro per le tratte intracomunitarie superiori a 1.500 km e per tutte le altre tratte comprese tra 1.500 e 3.500 km;
  • 600 euro per le tratte extracomunitarie superiori a 3.500 km.

Non è dovuta se la cancellazione dipende da circostanze eccezionali che non avrebbero potuto essere evitate anche adottando tutte le misure ragionevoli.

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Perché gli Stati Uniti hanno chiesto di inviare uova dall’Italia

Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Italia di fornire uova per far fronte all’aumento dei prezzi che, dopo la crisi nel 2025, hanno registrato un’impennata senza precedenti. Alla base dell’emergenza americana soprattutto i focolai di influenza aviaria, che avevano provocato la perdita di milioni di galline ovaiole, riducendo l’offerta proprio mentre le famiglie continuavano ad acquistare un alimento fondamentale nella loro dieta.

A chi si sono rivolti gli Usa in Italia per superare la crisi delle uova (e perché l’hanno fatto)

Nel marzo 2025, l’amministrazione statunitense ha contattato diversi Paesi per aumentare le forniture di uova e contenere l’aumento dei prezzi sul mercato interno. Tra i territori interpellati figuravano il Veneto e la Danimarca, mentre altri accordi o iniziative di importazione hanno coinvolto Paesi come la Turchia e la Corea del Sud.

La richiesta rivolta al Veneto non è stata casuale, poiché si tratta della prima regione in Italia per produzione di uova, con circa 2 miliardi di esemplari all’anno, pari al 26% del totale nazionale. La richiesta americana è arrivata in un momento politicamente delicato. Donald Trump era tornato alla Casa Bianca da meno di due mesi, dopo aver promesso durante la campagna elettorale di ridurre il costo della vita e dei generi alimentari, e proprio le uova, diventate progressivamente più care, erano state utilizzate anche come argomento di scontro politico con la precedente amministrazione di Joe Biden.

Quando i prezzi hanno continuato a salire, quindi, il tema si è trasformato in un problema anche per il nuovo governo.
La crisi aveva raggiunto dimensioni tali che alcuni supermercati americani avevano introdotto limiti agli acquisti, mentre la catena di ristoranti Waffle House aveva applicato un supplemento di 50 centesimi per ogni uovo servito. La ricerca di fornitori esteri risponde quindi all’esigenza di aumentare la disponibilità di prodotto per provare a ridurre la pressione sui prezzi.

Cosa è successo negli Stati Uniti

La causa principale della crisi americana è stata l’influenza aviaria, un’infezione virale che ha colpito duramente gli allevamenti, imponendo l’abbattimento di milioni di galline ovaiole. Dal 2022, l’epidemia ha provocato perdite enormi nel patrimonio avicolo statunitense e ha ridotto la capacità produttiva proprio in un mercato caratterizzato da consumi elevati.

E come in ogni altro mercato, quello che succede è che quando un bene diminuisce drasticamente, se la domanda rimane elevata, il prezzo tende a salire, soprattutto quando non esistono scorte sufficienti per compensare rapidamente il calo dell’offerta.

La reperibilità è stata fin da subito un problema, ma il fenomeno è diventato particolarmente evidente nei primi mesi del 2025. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, il prezzo medio di una dozzina di uova è passato da 4,25 dollari nel dicembre 2022 a 4,82 dollari nel gennaio 2023, fino a raggiungere il picco di 6,23 dollari nel marzo 2025. In alcune situazioni, una confezione da dodici è arrivata a costare circa 8 dollari.

Considerando anche la centralità che le uova hanno nella dieta americana, l’impatto sui consumatori è stato evidente, tanto che a risentirne è stato prima di tutto il budget delle famiglie destinato alla spesa alimentare. L’impossibilità di riportare rapidamente i prezzi a livelli più bassi ha quindi reso necessario cercare soluzioni alternative, comprese le importazioni.

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Nuove imprese a tasso zero, rifinanziato il bando On-Oltre del Mimit: come partecipare

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha disposto il rifinanziamento del bando On-Oltre, la misura gestita da Invitalia che con finanziamenti a tasso zero sostiene la nascita e lo sviluppo di micro e piccole imprese prevalentemente costituite da giovani e donne. Lo stanziamento aggiuntivo ammonta a 59 milioni di euro e punta a rispondere alla crescita delle richieste registrata nel corso del 2026.

Il provvedimento, annunciato il 12 ottobre 2026, rappresenta un’opportunità sia per chi vuole avviare un’attività imprenditoriale sia per consolidare un’impresa costituita da pochi anni.

Cosa prevede il bando On-Oltre del Mimit

Il bando riguarda diversi comparti dell’economia, dalla produzione di beni ai servizi, dal commercio al turismo. Per accedere al sostegno occorre però rispettare specifici requisiti societari, predisporre un piano d’impresa credibile e presentare la domanda attraverso la piattaforma telematica di Invitalia.

Il finanziamento agevolato ha una durata massima di dieci anni e mira a rafforzare la capacità della misura di sostenere nuove iniziative imprenditoriali, favorendo l’ingresso dei giovani e delle donne nel tessuto produttivo nazionale.

Le domande invece vengono esaminate attraverso una procedura valutativa a sportello. Questo significa che la presentazione dell’istanza non determina automaticamente il diritto al finanziamento, perché il progetto deve essere valutato e deve rispettare le condizioni richieste.

La misura riconosce in alcuni casi anche contributi a fondo perduto. Tuttavia, il 30 giugno 2026 il Mimit ha comunicato l’esaurimento delle risorse destinate a questi aiuti. Di conseguenza, per le domande presentate successivamente alla pubblicazione di quell’avviso, le agevolazioni sono concesse esclusivamente sotto forma di finanziamento a tasso zero.

Chi può richiedere il finanziamento a tasso zero

L’agevolazione si rivolge alle micro e piccole imprese dove sia i soci che le quote di partecipazione, alla data di presentazione della domanda, risultino appartenere a giovani di età compresa tra 18 e 35 anni oppure a donne. Tale condizione riguarda contemporaneamente la componente numerica dei soci e la distribuzione delle quote societarie. Non è sufficiente, per esempio, che una donna detenga una partecipazione minoritaria se non sono rispettate anche le altre condizioni previste.

Possono fare richiesta sia le attività nate da poco sia quelle già avviate. Tuttavia, il bando distingue le imprese costituite da non più di 36 mesi da quelle costituite da oltre 36 mesi e fino a un massimo di 60 mesi. La categoria alla quale si appartiene determina l’importo massimo delle spese finanziabili.

L’incentivo è accessibile anche alle persone fisiche che intendono costituire una nuova impresa. In questo caso, però, i promotori devono impegnarsi a completare la costituzione della società e a trasmettere la documentazione richiesta entro i termini indicati nella comunicazione di ammissione alle agevolazioni. Se la domanda viene accolta favorevolmente, chi ha presentato il progetto riceve una comunicazione ufficiale. Da quel momento scatta un termine di tempo definito (solitamente qualche mese).

Quali attività e progetti possono essere finanziati

On-Oltre sostiene iniziative imprenditoriali realizzabili su tutto il territorio nazionale. I progetti devono però appartenere a uno dei settori ammessi dalla misura. Rientrano:

  • la produzione di beni nell’industria e nell’artigianato;
  • la trasformazione dei prodotti agricoli;
  • la fornitura di servizi alle imprese e alle persone;
  • il commercio;
  • il turismo, compresi i servizi legati all’innovazione sociale e le attività turistico-culturali orientate alla valorizzazione del patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico. Possono rientrare nell’ambito dell’incentivo anche iniziative finalizzate a migliorare la ricettività e l’accoglienza turistica.

Il progetto deve inoltre essere coerente con il piano d’impresa presentato e con le spese che la normativa considera finanziabili.

Quanto spetta

I programmi devono essere realizzati entro 24 mesi dalla data di stipula del contratto di finanziamento, che può arrivare a:

  • 1,5 milioni di euro per le società costituite da non più di 36 mesi;
  • 3 milioni di euro per le imprese costituite da oltre 36 mesi e fino a 60 mesi.

Per le imprese più giovani, entro il limite complessivo previsto, può essere riconosciuta anche una quota destinata al capitale circolante. Questa componente deve essere adeguatamente motivata nel piano d’impresa e può essere utilizzata per sostenere spese come:

  • l’acquisto di materie prime;
  • i servizi necessari allo svolgimento dell’attività;
  • il godimento di beni di terzi.

L’importo destinato a tali esigenze non può comunque superare il 20% delle spese di investimento ammissibili.

Come presentare la domanda

Le domande per accedere a On-Oltre devono essere presentate esclusivamente attraverso la procedura informatica disponibile sul sito di Invitalia. Le istanze vengono esaminate fino all’esaurimento delle risorse disponibili.

L’erogazione delle agevolazioni avviene normalmente per stati di avanzamento lavori (Sal), in un massimo di cinque quote, compresa quella finale a saldo. Per questo motivo, la disciplina prevede anche la possibilità di presentare, entro determinati limiti, titoli di spesa non ancora quietanzati, cioè fatture che non risultano ancora pagate:

  • per il primo stato di avanzamento, questa possibilità è ammessa entro il limite del 20% delle agevolazioni concesse;
  • per gli stati di avanzamento successivi al primo, il limite è del 30%.

Resta fermo l’obbligo di dimostrare, per le erogazioni successive alla prima, l’effettivo pagamento dei titoli di spesa presentati per ottenere la quota precedente, attraverso le relative quietanze.

È prevista anche la possibilità di richiedere un’anticipazione, previa presentazione di una fideiussione bancaria, ma l’importo anticipato non può superare il 40% del totale delle agevolazioni concesse.

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Quali sono le regioni con più scorte di vino in Italia, la classifica: chi vince tra Nord e Sud

Nelle cantine italiane risultano a oggi presenti oltre 41 milioni di ettolitri di vino, il 14,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Lo confermano i dati del report Cantina Italia, pubblicati dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) il 9 ottobre 2026.

Tuttavia, dall’analisi emerge una distribuzione delle giacenze tutt’altro che equilibrata. Nonostante i circa 23.600 operatori sparsi in tutta la penisola, infatti, oltre il 57% delle scorte di vino si concentra solo in alcune regioni.

La classifica delle regioni italiane con più scorte di vino

Al 30 settembre 2026, il Veneto è la regione italiana con il maggior quantitativo di vino in giacenza. Con oltre 10,2 milioni di ettolitri, questo territorio beneficia del peso delle produzioni legate al Prosecco e di altre importanti denominazioni. Le cantine qui primeggiano in quanto a scorte soprattutto se si considera la distanza rispetto alle altre regioni. Basti pensare che la Toscana, seconda in classifica, si ferma a circa 5,1 milioni di ettolitri. Le sue scorte sono per la maggior parte dei casi produzioni a denominazione di origine protetta. I vini Dop nelle cantine – tra cui Chianti e Chianti Classico – raggiungono infatti i 3.228.140 ettolitri, mentre quelli a indicazione geografica protetta (Igp) risultano essere in quantità pari a 1.498.107 ettolitri.

A seguire, in graduatoria, si posizionano:

  • Emilia-Romagna, con 3.914.062 ettolitri;
  • Puglia, con 3.913.879 ettolitri;
  • Piemonte, con 3.731.848 ettolitri;
  • Sicilia, con 2.717.353 ettolitri;
  • Abruzzo, con 2.137.462 ettolitri;
  • Lombardia, con 2.076.504 ettolitri;
  • Trentino Alto Adige, con 2.056.085 ettolitri;
  • Friuli Venezia Giulia, con 1.609.827 ettolitri;
  • Campania, con 907.804 ettolitri;
  • Marche, con 756.033 ettolitri;
  • Lazio, con 610.229 ettolitri.

Chiudono la classifica:

  • Sardegna, con 443.844 ettolitri;
  • Umbria, con 428.210 ettolitri;
  • Calabria, con 138.369 ettolitri;
  • Basilicata, con 125.935 ettolitri;
  • Molise, con 103.111 ettolitri;
  • Liguria, con 43.036 ettolitri;
  • Valle d’Aosta, con 26.797 ettolitri.

Nord vs Sud: dove si concentra il vino italiano?

Nel complesso:

  • il Nord detiene 23.669.334 ettolitri di vino, pari al 57,7% delle giacenze nazionali;
  • il Sud Italia custodisce invece 7.326.560 ettolitri, pari al 17,9% del totale (una quota sostenuta soprattutto dalla Puglia, dalla Sicilia e dall’Abruzzo);
  • il Centro raggiunge 6.883.017 ettolitri, equivalenti al 16,8%, grazie soprattutto alla Toscana;
  • le Isole, considerate separatamente, totalizzano 3.161.198 ettolitri, pari al 7,7%, con la Sicilia davanti alla Sardegna.

Le province con più giacenze

Il primato del Veneto è confermato anche dall’analisi provinciale. Infatti:

  • Treviso è la provincia con le maggiori scorte, con 4.603.697 ettolitri (l’11,2% delle giacenze nazionali);
  • segue Verona, con 3.498.991 ettolitri (l’8,5% delle giacenze nazionali).

Le due province, da sole, superano gli 8,1 milioni di ettolitri, una parte determinante delle giacenze regionali. Treviso è particolarmente rilevante per la filiera del Prosecco, mentre Verona ospita importanti produzioni, tra cui quelle della Valpolicella.

A completare la top 10 delle province con più vino in cantina troviamo:

  • Cuneo, con 2.049.103 ettolitri (5,0%);
  • Siena, con 2.006.479 ettolitri (4,9%);
  • Chieti, con 1.692.443 ettolitri (4,1%);
  • Trento, con 1.573.382 ettolitri (3,8%);
  • Firenze, con 1.446.390 ettolitri (3,5%);
  • Trapani, con 1.287.099 ettolitri (3,1%);
  • Ravenna, con 1.066.414 ettolitri (2,6%);
  • Brescia, con 967.984 ettolitri (2,4%).

Quali vini sono più presenti nelle cantine italiane

Oltre alla distribuzione geografica, il report permette di comprendere quali tipologie di vino costituiscono la maggior parte delle giacenze nazionali. E in questo caso:

  • la componente più consistente è rappresentata dai vini Dop, con 23.292.160 ettolitri, pari al 56,8% del totale;
  • seguono i vini Igp, con 10.384.623 ettolitri, equivalenti al 25,3%;
  • i vini da tavola e gli altri vini raggiungono 6.665.192 ettolitri, ossia il 16,2%, mentre i vini varietali rappresentano una quota marginale, pari all’1,7%, con 698.135 ettolitri.

Anche all’interno delle singole categorie:

  • tra i vini Dop, i rossi raggiungono 12.133.807 ettolitri, i bianchi 10.435.195 ettolitri e i rosati 723.158 ettolitri;
  • per i vini Igp, i rossi ammontano a 5.872.466 ettolitri, i bianchi a 4.098.514 ettolitri e i rosati a 413.642 ettolitri.

Cosa succede se il vino in cantina non viene venduto?

Un accumulo di vino nelle cantine non è necessariamente una cattiva notizia in assoluto, ma rappresenta un campanello d’allarme. Numeri a confronto, se si tiene conto del fatto che al 30 settembre 2025 le giacenze di vino in Italia ammontavano a 35.952.457 ettolitri, rispetto ai 41.040.109 ettolitri di quest’anno l’incremento delle scorte è stato oltre 5 milioni di ettolitri (+14,2%) nel 2026.

Per il settore vitivinicolo, un aumento delle giacenze richiede attenzione perché può influire sull’equilibrio tra disponibilità di prodotto, domanda e prezzi. Questi dati, da soli, non sono però sufficienti per concludere che esista un eccesso strutturale di offerta. Tutto dipende infatti anche dalle vendite, le esportazioni, i prezzi medi, i volumi della nuova produzione e le prospettive dei diversi segmenti di mercato.

Quando il vino non riesce a trovare sbocchi commerciali e le bottiglie o i grandi contenitori restano pieni, la filiera si trova a fronteggiare criticità come costi di gestione e una conseguente erosione dei margini di guadagno che spesso costringe i produttori a svendere il prodotto per fare cassa, con il rischio di svalutare l’intera denominazione.

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Matrimoni social, fino a 3.500 euro per foto e video da condividere su Instagram e TikTok

Non basta più avere un fotografo che immortali il giorno del sì e un videomaker che realizzi il filmato delle nozze. Sempre più coppie vogliono anche foto, stories e reel pronti da pubblicare su Instagram e TikTok mentre il matrimonio è ancora in corso. È così che si sta facendo spazio il wedding content creator, una figura specializzata nella produzione di contenuti social durante questi eventi.

A volte il servizio si affianca al fotografo tradizionale, altre è proposto direttamente dagli studi fotografici. Nella maggior parte dei casi ha comunque un costo aggiuntivo rispetto al reportage classico e può richiedere un investimento che va da poche centinaia di euro per una copertura essenziale a oltre 3.500 euro per le formule più articolate.

Che cos’è il wedding content creator e come funziona il servizio

Il wedding content creator si occupa di raccontare il matrimonio attraverso contenuti pensati per i social network. La produzione di foto e video, a differenza di un tradizionale fotografo o videomaker, è immediata, breve e adatta alla fruizione da smartphone.

Può riprendere i preparativi degli sposi, il momento dell’ingresso in chiesa o in municipio, gli abbracci con gli invitati, il taglio della torta e i momenti più divertenti della festa. A seconda del pacchetto, immagini e video possono essere:

  • montati rapidamente per essere pubblicati sui profili degli sposi il giorno stesso (quindi praticamente in tempo reale) o entro 24 ore;
  • consegnati in file grezzi, ma pronti per essere poi montati e pubblicati in un secondo momento;
  • editati, in sequenze verticali e stories organizzate secondo le esigenze delle piattaforme.

La differenza incide direttamente sul prezzo.

Quanto costa il servizio: il listino prezzi

Consultando i siti delle principali agenzie specializzate nella produzione video e content creation per eventi (compresi platform e marketplace per eventi, intrattenimento e professionisti del wedding), il costo di un wedding content creator dipende da:

  • durata della copertura social legata all’evento;
  • complessità del servizio richiesto;
  • velocità nella post-produzione.

Indicativamente, i prezzi delle diverse proposte osservate sono i seguenti:

  • il pacchetto base solitamente va da 200 a 1.200 euro ed è pensato per chi desidera documentare soltanto una parte della giornata, con un singolo operatore e una selezione di contenuti brevi per immortalare i momenti clou (per esempio ingresso, momento del sì, il primo ballo e il taglio della torta). Il servizio può prevedere una copertura parziale di circa quattro-otto ore e la consegna può comprendere file originali, Stories o brevi video, con tempi che, a seconda dell’accordo, possono arrivare a 24-48 ore;
  • il pacchetto intermedio va invece da 1.200 a 2.500 euro e comprende una copertura più lunga, la produzione di reel e stories e la consegna rapida di foto e video pronti da condividere. La copertura può estendersi a dieci-dodici ore, accompagnando gli sposi dai preparativi fino alla festa e al taglio della torta. In questo caso, il servizio può comprendere fotografie e video verticali, reel montati, stories pronte per Instagram e TikTok e una galleria digitale di foto. A distinguere questa opzione dal pacchetto base è però soprattutto la velocità, poiché alcuni contenuti possono essere preparati e postati durante l’evento;
  • il pacchetto premium, infine, va da 2.500 a oltre 3.500 euro ed è destinato alle coppie che richiedono una copertura estesa, più operatori, montaggio in tempo reale. Possono essere inclusi contenuti con montaggio avanzato, riprese aggiuntive e supporto alla pubblicazione sui profili degli sposi.

Spese extra

Tra gli extra indicati nelle stime di mercato figurano invece i costi per:

  • un secondo operatore per il montaggio live, che può comportare un aumento di circa il 40% rispetto al pacchetto di partenza, secondo le stime considerate;
  • riprese con drone o Fpv, che possono aggiungere circa 200-400 euro, quando consentite e compatibili con le condizioni operative e le regole applicabili;
  • foto selezionate e corrette nel colore entro 24 ore, ovvero un servizio di post-produzione accelerata che può comportare un costo aggiuntivo indicativo di 600-1.000 euro.

Infine, in qualsiasi proposta valutata, il prezzo può aumentare ulteriormente quando il servizio riguarda un destination wedding, cioè un matrimonio organizzato in una località diversa da quella di residenza degli sposi, oppure un evento distribuito su più giorni.

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Bonus assunzione donne al Sud, quanto si può risparmiare col cumulo degli incentivi

Assumere una donna a tempo indeterminato nel Mezzogiorno può consentire alle imprese di ridurre il costo del personale grazie ai bonus previsti per le nuove assunzioni. Si tratta di diverse misure, cumulabili tra loro, nel rispetto dei requisiti previsti e delle condizioni imposte dalla normativa.

Non è possibile sommare automaticamente più esoneri contributivi sulla stessa assunzione, mentre un incentivo sui contributi a carico dell’azienda può affiancarsi a un’agevolazione fiscale. Il risparmio, però, dipende dalla combinazione scelta e dai requisiti della lavoratrice.

Quali bonus si possono richiedere per l’assunzione di donne al Sud

Le imprese che intendono assumere una lavoratrice nel Mezzogiorno possono ricorrere a:

  • gli incentivi contributivi Inps che riducono, entro determinati limiti, i contributi previdenziali che il datore di lavoro deve versare. Rientrano in questa categoria il bonus donne e le agevolazioni previste per l’assunzione di giovani o per determinate imprese che operano nella Zes Unica. Questi tuttavia non sono cumulabili, pertanto l’azienda deve individuare quello applicabile e valutare quale garantisca il beneficio economico più conveniente;
  • la superdeduzione fiscale del costo del lavoro, che opera sul reddito imponibile dell’impresa, consentendo di dedurre un importo maggiorato rispetto al costo del personale ammesso al beneficio. Non riduce direttamente i contributi previdenziali, ma può determinare un risparmio sulle imposte sui redditi ed è cumulabile con gli sgravi contributivi.

Di conseguenza, le imprese possono valutare due combinazioni principali, ovvero:

  • bonus donne Mezzogiorno e superdeduzione fiscale, per le assunzioni che rispettano i requisiti di entrambe le misure;
  • bonus giovani Zes e superdeduzione fiscale, quando la lavoratrice rientra nelle condizioni previste per l’incentivo destinato ai giovani.

Ovviamente, queste opzioni non sono alternative equivalenti per tutte le imprese. La scelta dipende dall’età della lavoratrice, dalla sua storia occupazionale, dalla sede di lavoro, dalle dimensioni dell’azienda e dalla normativa applicabile al momento dell’assunzione.

Bonus donne Mezzogiorno e superdeduzione al 130%: quanto si risparmia

Possono ricorrere al bonus donne e alla superdeduzione fiscale le imprese che intendono assumere a tempo indeterminato una lavoratrice in possesso dei seguenti requisiti:

  • residente nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia);
  • priva di un impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi.

In questi casi:

  • l’esonero contributivo è pari al 100% dei contributi previdenziali datoriali (esclusi i premi e contributi INAIL) fino a un massimo di 800 euro mensili (pari a 9.600 euro annui) per una durata massima di 24 mesi, nel rispetto della normativa sugli aiuti di Stato;
  • la superdeduzione Ires/Irpef del costo del lavoro è pari al 120%, che sale al 130% in caso di assunzione di lavoratrici meritevoli di maggiore tutela (quali donne svantaggiate o molto svantaggiate, donne con due o più figli minori, o donne vittime di violenza).

Tuttavia, l’impresa (o datore di lavoro autonomo) che intende beneficiare di entrambe le agevolazioni deve soddisfare le seguenti condizioni operative e normative:

  • per ottenere il bonus donne Inps, l’assunzione deve determinare un effettivo incremento della forza lavoro in termini di U.L.A. (Unità di Lavoro Annuo) rispetto alla media dei 12 mesi precedenti;
  • per ottenere il superbonus fino al 130%, il numero totale di dipendenti a tempo indeterminato e il totale complessivo della forza lavoro al termine del periodo d’imposta devono risultare superiori alla media dell’anno precedente.

Inoltre:

  • le agevolazioni spettano se risulta un’assunzione effettuata con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato (full-time o part-time) o una trasformazione di un contratto da tempo determinato a indeterminato;
  • l’impresa deve essere in possesso di un Durc (Documento unico di regolarità contributiva) in corso di validità, rispettare i contratti collettivi nazionali (territoriali e aziendali) e la normativa in materia di sicurezza sul lavoro e diritti fondamentali dei lavoratori.

Sono esclusi:

  • il lavoro domestico;
  • l’apprendistato;
  • il lavoro intermittente a chiamata;
  • le prestazioni occasionali.

Bonus giovani Zes e superdeduzione per assumere donne under 35

Un’altra possibilità riguarda le imprese che intendono assumere una donna under 35 che non sia mai stata occupata a tempo indeterminato. Se si verifica questa eventualità, è possibile verificare l’accesso al bonus giovani. L’incentivo consiste in un esonero contributivo totale (100% dei contributi a carico del datore di lavoro) fino a un massimo di 650 euro mensili per una durata massima di 24 mesi se l’assunzione avviene in sedi di lavoro ubicate nelle regioni del Mezzogiorno rientranti nella Zes Unica.

Se una giovane candidata ha lavorato di recente con un contratto a tempo determinato o una collaborazione conclusa, ad esempio, 2 o 3 mesi prima, non possiede il requisito per il bonus donne. Di conseguenza il datore di lavoro può ricorrere al bonus giovani, per il quale non è richiesta la disoccupazione da 6 mesi. L’unico requisito legato alla carriera è non essere mai stato occupato con un contratto a tempo indeterminato.

Inoltre, anche in questo caso può aggiungersi la superdeduzione fiscale del costo del lavoro. Se l’assunzione dà diritto all’agevolazione e sono rispettati i requisiti fiscali, l’impresa può beneficiare della deduzione maggiorata al 120% o al 130%, secondo la categoria di appartenenza della lavoratrice e le regole applicabili.

Quanto si può risparmiare assumendo una donna al Sud

Per comprendere il possibile vantaggio economico, si può considerare un’assunzione a tempo indeterminato per la quale l’impresa abbia diritto al bonus donne Mezzogiorno, ottenendo l’esonero contributivo totale massimo di 800 euro al mese. Ipotizzando che l’azienda possa utilizzare l’intero massimale per 24 mesi, il risparmio contributivo teorico sarebbe di 19.200 euro in due anni.

Inoltre, se a questa agevolazione si affianca l’impatto della superdeduzione fiscale al 130%, considerando ipoteticamente un costo annuo del lavoro riconosciuto pari a 30.000 euro, l’importo deducibile dal reddito d’impresa ai fini delle imposte sale a 39.000 euro all’anno, riducendo in modo significativo la base imponibile e, di conseguenza, l’Ires o l’Irpef dovuta.

Per chi invece ricorre al bonus giovani, per l’assunzione di una lavoratrice under 35 mai occupata, per il datore di lavoro al quale spetta l’esonero contributivo totale massimo (650 euro per 24 mesi), il risparmio genera un abbattimento sui contributi datoriali pari a 15.600 euro complessivi.

Considerando però che le assunzioni giovanili standard non rientrano automaticamente tra le categorie potenziate si applica, per la superdeduzione, la maggiorazione ordinaria del 120%. Quindi, sulla stessa base di costo annuo del lavoro pari a 30.000 euro, l’importo deducibile dal reddito d’impresa ai fini delle imposte sale a 36.000 euro all’anno. Solo se la lavoratrice è una madre di due o più figli minori o rientra nelle cosiddette categorie svantaggiate lo sconto Irpef/Ires sale al 130%, traducendosi in una deduzione pari a 39.000 euro all’anno come nell’esempio precedente.

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L’apertura dei data center in Italia sblocca nuovi posti di lavoro: le figure più richieste

Secondo i dati di Indeed, ad agosto 2026 l’indice degli annunci legati ai data center in Italia ha raggiunto quota 237. Si tratta di un aumento del 137% rispetto ai livelli precedenti alla pandemia, che colloca il nostro Paese tra i mercati europei con la crescita più significativa.

La crescita delle opportunità occupazionali è legata sia alla costruzione di nuove infrastrutture sia alla necessità di assumere professionisti in grado di gestirle e mantenerle operative.

L’Italia tra i Paesi europei con la maggiore crescita delle offerte di lavoro nei data center

L’Italia figura tra le nazioni europee in cui le imprese cercano con maggiore velocità nuovo personale specializzato per supportare la realizzazione e la gestione dell’infrastruttura di rete e server. L’indice fornito da Indeed misura infatti il volume di annunci di lavoro attivi rispetto a un livello base (di norma fissato pari a 100). Un valore di 237 indica che, ad agosto 2026, la quantità di posizioni aperte nel settore specifico è più che raddoppiata rispetto alla quota base.

A livello europeo:

  • a guidare la crescita è la Spagna, con un indice di 260;
  • a seguire si posiziona l’Italia, a quota 237 appunto;
  • e infine l’Irlanda, con un indice pari a 210.

Tra le dinamiche più interessanti emerse, mentre le offerte di lavoro per le altre professioni tech rimangono al di sotto dei livelli pre-pandemia in nove dei dieci Paesi esaminati, le posizioni collegate ai data center mostrano un andamento decisamente più favorevole. Per esempio:

  • in Italia la distanza tra l’indice degli annunci per i data center e quello relativo alle altre professioni tecnologiche raggiunge 173 punti;
  • nei Paesi Bassi l’indice è arrivato a 138;
  • in Polonia a 134;
  • in Svizzera a 133.

Germania e Regno Unito hanno invece registrato incrementi più contenuti, rispettivamente del 25% e del 24% rispetto al periodo di riferimento.

Quanti data center ci sono in Italia

Per comprendere le prospettive occupazionali è utile osservare anche la distribuzione delle infrastrutture già presenti in Europa. Secondo l’ultima mappatura, nel 2025, l’Italia disponeva di 168 data center, contro i 144 registrati sia in Spagna sia in Polonia. In Svizzera, invece, le strutture erano 121.

Il numero maggiore di strutture si trova però in Germania (529 data center) e nel Regno Unito (523). A seguire, prima del nostro Paese, la Francia (322) e i Paesi Bassi (298).

Nel mercato italiano c’è dunque ancora spazio per crescere, soprattutto se gli investimenti nel digitale continueranno ad aumentare. L’apertura di nuovi impianti richiede infatti personale già durante le fasi di progettazione e realizzazione, oltre a tecnici e specialisti destinati a occuparsi del funzionamento quotidiano delle strutture.

Le figure professionali più ricercate

Secondo l’analisi di Indeed, cinque grandi categorie professionali concentrano tra il 50% e il 60% degli annunci europei collegati ai data center. Tenendo conto della distribuzione delle offerte, le opportunità non riguardano soltanto i profili altamente specializzati nell’intelligenza artificiale. Accanto alle competenze digitali più avanzate, le aziende hanno bisogno di:

  • professionisti delle infrastrutture It, operations e supporto, che si occupano del funzionamento dei sistemi informatici, della gestione dei server, del monitoraggio delle prestazioni e della risoluzione dei problemi tecnici. Possono essere coinvolti anche nella gestione delle reti, nell’amministrazione dei sistemi e nel supporto agli utenti o ai clienti aziendali. Sono competenze fondamentali per evitare interruzioni e garantire la disponibilità dei servizi;
  • sviluppatori software per la realizzazione e la manutenzione dei software che utilizzano queste infrastrutture, mentre le competenze di automazione e gestione dei sistemi possono diventare particolarmente utili nei contesti tecnologici più complessi;
  • manager e responsabili delle infrastrutture, per coordinare risorse, personale, sicurezza, budget e attività operative. I profili manageriali hanno quindi il compito di supervisionare il funzionamento delle strutture, gestire i team e assicurare il rispetto degli standard aziendali. In questo ambito possono essere richieste esperienza nella gestione di infrastrutture tecnologiche, capacità organizzative e conoscenze dei processi operativi;
  • tecnici di installazione e manutenzione che intervengono sugli impianti e sulle apparecchiature che permettono al data center di funzionare. Le attività possono comprendere l’installazione dei sistemi, la manutenzione preventiva, la diagnosi dei guasti e il controllo delle apparecchiature elettriche e di raffreddamento. La continuità del servizio rende queste competenze particolarmente importanti;
  • project manager, poiché la realizzazione di un nuovo data center coinvolge numerosi soggetti e richiede il coordinamento di attività differenti. Questi responsabili di progetto devono pianificare tempi e risorse, monitorare l’avanzamento dei lavori, gestire fornitori e professionisti e affrontare eventuali criticità.

Le competenze più richieste

La domanda di personale interessa sia le attività di costruzione sia quelle successive di gestione. Tuttavia, nell’analisi di Indeed gli annunci del settore indicano mediamente un numero maggiore di competenze rispetto alle altre offerte appartenenti alla stessa categoria professionale. Tra i requisiti ricorrenti figurano:

  • le conoscenze informatiche e software;
  • la cybersecurity;
  • una buona padronanza della lingua inglese.

Anche le capacità organizzative hanno un peso significativo. Per le posizioni di coordinamento e gestione dei progetti, le aziende tendono a cercare candidati con esperienza nella pianificazione delle attività, nella gestione dei fornitori, nel controllo dei costi e nel rispetto delle scadenze.

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Ryanair lascia 13 aeroporti, quali le destinazioni coinvolte (e cosa cambia per l’Italia)

Ryanair lascia 13 aeroporti europei tra il 2026 e il 2027, interrompendo progressivamente i collegamenti con diverse delle sue destinazioni più popolari. Alla base di questa decisione ci sono soprattutto i costi aeroportuali, le tasse e le condizioni economiche considerate poco vantaggiose dalla compagnia low cost irlandese.

Perché Ryanair cancella i voli

La principale ragione economica alla base delle cancellazioni è la necessità di contenere i costi. Il modello delle compagnie low cost si fonda sulla capacità di mantenere tariffe competitive attraverso un’elevata produttività degli aeromobili, una gestione efficiente delle operazioni e accordi economici favorevoli con gli aeroporti.

Le tasse sui passeggeri, i diritti aeroportuali e gli altri oneri legati all’utilizzo degli scali possono però incidere sulla convenienza di una rotta. E se a questi costi si aggiungono quelli relativi alla sicurezza, ai servizi aeroportuali e al controllo del traffico aereo in determinati scali o tratte, la conseguenze sono due, ovvero:

  • la riduzione dei voli;
  • il posizionamento degli aeromobili su basi più convenienti, fino alla completa cancellazione dei collegamenti.

La scelta, quindi, non dipende soltanto dalla domanda turistica o dal numero di persone interessate a una destinazione, ma dalle condizioni contrattuali con gli aeroporti e il margine economico ottenibile da ciascun volo.

L’elenco delle destinazioni coinvolte

Alcune delle uscite dalla rete Ryanair sono già avvenute, mentre altre sono programmate per i prossimi mesi o per la fine della stagione invernale 2026 2027.

Ecco l‘elenco degli aeroporti dai quali la compagnia ha interrotto o prevede di interrompere tutti i collegamenti. Dopo Vigo, in Spagna, a gennaio 2026, hanno chiuso a marzo 2026:

  • Amman, in Giordania;
  • Asturie, in Spagna;
  • Clermont Ferrand, in Francia;
  • Ponta Delgada e Terceira, nelle Azzorre, in Portogallo.

Ad agosto 2026 ha chiuso invece a Rodez, in Francia, mentre questo ottobre è prevista la chiusura a:

  • Bodrum, in Turchia;
  • Dalaman, in Turchia;
  • Kalamata, in Grecia;
  • Niš, in Serbia;
  • Volos, in Grecia.

L’ultimo stop sarà invece a marzo 2027, a Brema, in Germania.

Le date si riferiscono al periodo di interruzione dei collegamenti o alla cessazione prevista delle operazioni. Chi intende partire da o per gli aeroporti interessati dagli stop di ottobre e marzo dovrebbe quindi prima verificare la disponibilità effettiva dei voli.

Che cosa cambia per l’Italia

Tra i collegamenti interessati dalla chiusura dell’aeroporto tedesco figura anche quello con Lamezia Terme, in Calabria. Se l’interruzione prevista per il 27 marzo 2027 sarà confermata nei termini annunciati, chi utilizza questo collegamento per raggiungere Brema dovrà organizzarsi diversamente.

Tuttavia, la compagnia ha specificato che ad essere cancellati saranno i collegamenti diretti. Quindi, rimarranno comunque accessibili le tratte con scalo intermedio, permettendo ai passeggeri di raggiungere la destinazione attraverso coincidenze operative presso altri hub della rete Ryanair.

Tuttavia, nonostante l’uscita dai 13 aeroporti, Ryanair ha programmato per il 2026 una media di 3.272 movimenti giornalieri, il 4% in più rispetto al 2025. L’idea è quella di ridurre la presenza in alcuni scali ma non ridimensionare l’intera attività. Il vettore trasferirà infatti la capacità liberata verso aeroporti che offrono tariffe inferiori, incentivi più vantaggiosi o prospettive di crescita della domanda.

Il meccanismo è quello di un’allocazione selettiva delle risorse. Gli aeromobili vengono destinati ai collegamenti che, secondo le valutazioni della compagnia, possono garantire i risultati migliori.

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Rivalutazione pensioni da gennaio 2027, di quanto aumentano gli assegni? La simulazione

Da gennaio 2027 è previsto un nuovo aumento delle pensioni per effetto della rivalutazione annuale legata all’inflazione. L’adeguamento, chiamato anche perequazione automatica, serve a proteggere il potere d’acquisto dei pensionati compensando, almeno in parte, l’incremento dei prezzi dei beni e dei servizi.

Gli incrementi, però, non saranno uguali per tutti, perché la rivalutazione varia in base all’importo dell’assegno e alle diverse fasce previste dalla legge.

Perequazione 2027, la stima dell’indice e i tempi del decreto

Le prime stime indicano una possibile rivalutazione del 2,9%, ma la percentuale dovrà essere confermata ufficialmente. Se questa percentuale fosse confermata, gli assegni interessati dalla rivalutazione piena aumenterebbero di 29 euro lordi al mese ogni 1.000 euro di pensione. Tuttavia, bisogna considerare la possibilità che la legge di bilancio 2027 introduca nuove limitazioni per gli assegni medio-alti.

L’adeguamento viene calcolato sulla base della variazione dell’indice dei prezzi al consumo rilevato dall’Istat e recepito attraverso gli appositi provvedimenti ministeriali. A oggi, la percentuale di riferimento è stata determinata tenendo conto dell’andamento dell’inflazione, ma può essere soggetta a un successivo conguaglio e modificata se e quando i dati definitivi a fine anno si discostano dalle stime iniziali.

Per il 2027, la percentuale di rivalutazione dovrà essere stabilita con un decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze, atteso nel mese di novembre 2026. Fino alla pubblicazione del provvedimento, quindi, qualsiasi calcolo relativo agli aumenti del prossimo anno deve essere considerato indicativo.

Come funziona la rivalutazione degli assegni

Il meccanismo di perequazione interessa le pensioni soggette all’adeguamento annuale, ma la percentuale riconosciuta varia in base all’importo complessivo del trattamento e secondo tre fasce, ovvero la rivalutazione è pari al:

  • 100% (di 2,9%) per le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo Inps;
  • 90% per la quota di pensione compresa tra quattro e cinque volte il trattamento minimo;
  • 75% per la quota che supera cinque volte il trattamento minimo.

Simulazione calcolo

Prima di passare al calcolo degli aumenti, bisogna avere chiari alcuni punti. Prima di tutto, facendo riferimento al trattamento minimo Inps nel 2026, il cui importo è pari a 611,85 euro, a oggi:

  • un importo fino a quattro volte l’assegno minimo corrisponde a 2.447,40 euro mensili;
  • un importo pari a cinque volte il minimo corrisponde invece a 3.059,25 euro mensili.

Prendendo poi come riferimento l’indice ipotetico del 2,9%, le percentuali di rivalutazione sono:

  • 2,9% (ovvero il 100%);
  • 2,61% (il 90% di 2,9%);
  • 2,18% (il 75% di 2,9%).

Ora, procedendo con una simulazione che tenga conto di questi valori, quello che emerge è che:

  • per le pensioni fino a quattro volte il minimo, l’aumento sarebbe proporzionale all’importo dell’assegno. Chi percepisce una pensione lorda di 900 euro potrebbe ricevere circa 26 euro in più al mese, mentre per un trattamento da 1.200 euro l’incremento sarebbe di quasi 35 euro;
  • per un assegno da 1.500 euro, invece, l’aumento teorico arriverebbe a 43,50 euro mensili. Su una pensione da 2.000 euro, la rivalutazione produrrebbe un incremento di circa 58 euro al mese.

Il calcolo diventa più articolato quando si superano le soglie previste. Per una pensione da 2.500 euro, la rivalutazione piena si applicherebbe fino a 2.447,40 euro, mentre sulla quota restante verrebbe riconosciuta la percentuale ridotta del 90% dell’indice. L’aumento complessivo sarebbe quindi inferiore a quello che si otterrebbe applicando il 2,9% all’intero assegno.

Lo stesso principio vale per le pensioni superiori a cinque volte il minimo. Un trattamento da 3.500 euro beneficerebbe della rivalutazione piena sulla prima fascia, del 90% sulla quota compresa tra quattro e cinque volte il minimo e del 75% sulla parte eccedente. L’incremento complessivo sarebbe di circa 96,53 euro lordi al mese.

Di seguito, una tabella riassuntiva con tutti i possibili aumenti mensili e i nuovi importi stimati.

Pensione lorda mensile nel 2026 Aumento mensile stimato Nuovo importo mensile stimato
611,85 euro 17,74 euro 629,59 euro
800 euro 23,20 euro 823,20 euro
900 euro 26,10 euro 926,10 euro
1.000 euro 29,00 euro 1.029,00 euro
1.200 euro 34,80 euro 1.234,80 euro
1.500 euro 43,50 euro 1.543,50 euro
2.000 euro 58,00 euro 2.058,00 euro
2.500 euro circa 72,35 euro circa 2.572,35 euro
3.000 euro circa 85,40 euro circa 3.085,40 euro
3.500 euro circa 96,53 euro circa 3.596,53 euro

Nota: i valori sono simulazioni basate su una rivalutazione ipotetica del 2,9%, con applicazione delle percentuali ordinarie per fasce. Gli importi effettivi dipenderanno dal decreto ministeriale e dalle eventuali modifiche introdotte dalla manovra 2027. Gli arrotondamenti, invece, possono determinare lievi differenze.

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Un nuovo bonus per i lavoratori dipendenti under 35, come funzionerebbe la flat tax giovani

Tra le misure allo studio del governo guidato da Giorgia Meloni, già al lavoro sulla manovra 2027, c’è un nuovo bonus per i lavoratori dipendenti, una flat tax sugli aumenti di stipendio riconosciuti agli under 35. L’agevolazione è stata pensata per alleggerire il peso delle imposte sui redditi e rendere più conveniente la crescita professionale delle nuove generazioni, favorendo al tempo stesso il potere d’acquisto delle famiglie.

Come funzionerebbe il bonus per i lavoratori dipendenti under 35

La flat tax giovani si inserisce in un quadro più ampio di interventi fiscali che l’esecutivo sta valutando per il 2027. L’intervento prevede un’aliquota ridotta al 5% applicata esclusivamente agli aumenti di stipendio, permettendo così al lavoratore di trattenere una quota di retribuzione netta più alta rispetto a quella che otterrebbe applicando l’Irpef ordinaria.

La proposta è stata anticipata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha indicato un possibile costo di circa 350 milioni di euro. Trattandosi di misura ancora allo studio, dovrà essere definita nei dettagli per trovare spazio nella prossima manovra finanziaria. Quello che sappiamo ad oggi, però, è che il meccanismo si differenzierebbe da un bonus erogato direttamente in busta paga o da un contributo economico riconosciuto una tantum.

Esempio di calcolo

Per comprendere il meccanismo, ipotizziamo un incremento di stipendio pari a 1.000 euro lordi annui interamente ammesso alla tassazione agevolata. Applicando un’imposta sostitutiva del 5%, a prescindere dal reddito del lavoratore, il prelievo sarebbe pari a 50 euro e resterebbero 950 euro dopo l’applicazione dell’imposta, prima di considerare eventuali contributi previdenziali e gli altri elementi che incidono sul netto.

Al contrario, considerando che l’Irpef si basa su un sistema progressivo, l’imposta da pagare sugli aumenti aumenterebbe con l’aumentare del reddito del lavoratore e, di conseguenza, anche il netto spettante varierebbe. Nel dettaglio, considerando le varie fasce reddituali:

  • per i redditi fino a 28.000 euro, soggetti all’aliquota del 23%, la tassazione ordinaria sull’aumento è pari a 230 euro, per un netto di 770 euro. Con la flat tax, che prevede un’imposta di 50 euro, il risparmio è di 180 euro;
  • per i redditi compresi tra 28.001 e 50.000 euro, soggetti all’aliquota del 33%, l’imposta ordinaria sull’aumento sale a 330 euro, lasciando un netto di 670 euro. In questo caso il vantaggio della flat tax raggiunge i 280 euro;
  • per i redditi superiori a 50.000 euro, soggetti all’aliquota del 43%, il prelievo ordinario è di 430 euro e il netto scende a 570 euro. Qui il risparmio garantito dalla flat tax è il più alto, pari a 380 euro.

In ogni caso, una riduzione dell’imposta sul reddito – qualora dovesse ottenere l’approvazione del Parlamento ed essere inserita nella legge di bilancio 2027 – comunque non comporterebbe automaticamente una riduzione dei contributi previdenziali dovuti. Se la disciplina non prevedesse deroghe specifiche, infatti, questi continueranno a essere calcolati secondo le regole ordinarie.

Quali aumenti di stipendio potrebbero beneficiare della nuova agevolazione

Uno dei principali nodi da sciogliere riguarda la tipologia di aumento retributivo che potrebbe beneficiare della flat tax giovani. L’ipotesi annunciata dal ministro dell’Economia si riferisce agli aumenti di stipendio in generale, ma non è ancora disponibile una disciplina definitiva che individui tutte le voci interessate.

Resta da chiarire se la misura riguarderà esclusivamente gli incrementi derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi, gli aumenti individuali concordati con il datore di lavoro (per esempio in seguito a una promozione, all’assunzione di nuove responsabilità o a una progressione professionale) oppure anche altre forme di incremento della retribuzione.

Queste forme di retribuzione hanno caratteristiche differenti e potrebbero essere disciplinate da regole specifiche. Non è quindi possibile presumere che tutte siano automaticamente comprese nella flat tax giovani o che le diverse agevolazioni siano cumulabili.

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Confermato accredito arretrati dipendenti pubblici, si parte il 14 ottobre: chi li riceverà

NoiPA ha confermato che è stata avviata una procedura straordinaria destinata al riconoscimento degli arretrati spettanti al personale della pubblica amministrazione. La lavorazione, tuttavia, non riguarda indistintamente tutti i dipendenti pubblici.

Le indicazioni operative sono contenute nel messaggio n. 87 del 6 ottobre 2026, che stabilisce anche le tempistiche entro le quali devono essere completate le attività necessarie per consentire la liquidazione delle somme spettanti.

Come funziona l’accredito arretrati per i dipendenti pubblici

L’emissione urgente è una procedura utilizzata da NoiPA per liquidare specifiche somme a credito ai dipendenti pubblici, senza dover attendere necessariamente la normale elaborazione mensile della retribuzione. Può riguardare, per esempio:

  • arretrati stipendiali;
  • conguagli che risultano ancora da pagare al lavoratore;
  • importi che possono derivare da operazioni di aggiornamento o correzione delle competenze economiche, la cui liquidazione non è confluita nella normale rata dello stipendio.

La procedura consente quindi di gestire separatamente queste somme, accelerandone la lavorazione quando ricorrono le condizioni previste. Non significa, però, che ogni arretrato registrato nei sistemi venga pagato automaticamente nella prima emissione disponibile.

Poiché, come è stato spiegato, in questo caso gli uffici competenti erano tenuti a completare le operazioni richieste entro le ore 14:00 del 13 ottobre 2026, la liquidazione delle somme verrà effettuata a seguire, a partire dal 14 ottobre 2026.

Chi riceverà gli arretrati

I destinatari dell’emissione sono i dipendenti pubblici che vantano somme a credito. Ma non è sufficiente sapere che si ha diritto a determinate somme, ancora da ricevere. Occorre infatti che gli importi siano stati registrati con la corretta tipologia di lavorazione e che la posizione amministrativa del dipendente consenta di procedere al pagamento. In particolare, possono rientrare nell’emissione i lavoratori per i quali gli uffici hanno predisposto e revisionato entro le ore 14 del 13 ottobre i lotti identificati come “Conguaglio a cedolino urgente”. nel rispetto delle condizioni stabilite da NoiPA.

Per i dipendenti pubblici interessati, è importante distinguere tra il diritto a ricevere una somma e l’effettivo inserimento della stessa in una determinata emissione. Anche quando esiste un credito a favore del lavoratore, infatti, possono esserci condizioni amministrative che impediscono il pagamento attraverso la procedura urgente.

Inoltre:

  • chi non è stato inserito nella lavorazione non perde automaticamente il diritto alle somme spettanti, ma potrebbe semplicemente dover attendere una successiva emissione utile, una volta completati gli adempimenti necessari;
  • i dipendenti pubblici che presentano arretrati a debito non ancora recuperati nei dodici mesi precedenti possono non essere considerati in questa emissione urgente, e sono esclusi dalla procedura anche i dipendenti cessati per decesso.

Come verificare la propria posizione su NoiPA

Il lavoratore che attende arretrati può rivolgersi all’ufficio del personale o all’amministrazione di riferimento per chiedere informazioni sullo stato della lavorazione e sull’eventuale presenza di importi a debito. È opportuno, tuttavia, non confondere la presenza di un arretrato nei sistemi con la conferma del pagamento in una data precisa. Per conoscere l’esito della procedura occorre verificare che la lavorazione sia stata effettivamente completata e che la somma sia stata inserita nel flusso di pagamento previsto.

Quando arrivano i soldi sul conto corrente: la data di accredito

La conferma dell’emissione urgente per il 13 ottobre non equivale alla conferma della data in cui gli arretrati saranno disponibili sul conto corrente. Occorre infatti distinguere tra la giornata in cui NoiPA elabora le somme e quella in cui il pagamento diventa esigibile per il dipendente. Si tratta di due momenti differenti.

Non è quindi possibile affermare che tutti i dipendenti inclusi nell’emissione riceveranno materialmente il denaro dal 14 ottobre. La disponibilità delle somme dipende dal successivo processo di pagamento e dalle comunicazioni ufficiali relative all’esigibilità. È necessario attendere gli aggiornamenti sullo stato del pagamento, verificando lo stato della lavorazione con l’ufficio competente.

Gli arretrati che non rientrano nella lavorazione del 13 ottobre, invece, dovranno essere liquidati con la successiva emissione urgente utile, una volta completati gli adempimenti necessari.

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Ccnl bancari, chiesti aumento stipendi e orario ridotto: cosa cambia

Il rinnovo del Ccnl applicato ai bancari torna al centro delle trattative tra l’Abi e i sindacati di categoria. Il negoziato, relativo al contratto scaduto, riparte con un confronto dedicato al welfare e al benessere organizzativo,  riportando sul tavolo l’aumento degli stipendi e la riduzione dell’orario di lavoro alla parità di retribuzione.

Ccnl bancari 2026, la trattativa per il rinnovo

Il contratto collettivo nazionale dei bancari è scaduto il 31 marzo 2026 e adesso le rappresentanze sindacali dei lavoratori chiedono che i guadagni di produttività ottenuti attraverso le nuove tecnologie siano utilizzati anche per migliorare le condizioni dei dipendenti, anziché tradursi esclusivamente in tagli dei costi e riduzioni degli organici.

Questa specifica richiesta non è un caso, ma rappresenta una conseguenza delle trasformazioni che stanno investendo il settore. Il rinnovo arriva in una fase in cui l’impiego dell’intelligenza artificiale, l’automazione delle attività e le operazioni di aggregazione tra istituti stanno modificando l’organizzazione del lavoro e le competenze richieste al personale. Tenendo conto di questo contesto, l’obiettivo è costruire un modello nel quale l’innovazione tecnologica possa:

  • favorire una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro;
  • garantire maggiore sicurezza occupazionale;
  • rafforzare il sistema delle tutele collettive.

Accanto alla questione degli stipendi, infatti, le organizzazioni sindacali vogliono affrontare anche la qualità dell’ambiente lavorativo, la previdenza complementare e le prestazioni assistenziali riconosciute ai dipendenti.

A quanto corrisponde l’aumento degli stipendi

Le organizzazioni sindacali hanno chiesto un intervento di modifica della parte economica, confermando che la loro richiesta è che venga riconosciuto un aumento medio mensile di 518 euro a regime ai lavoratori, al netto degli incrementi già riconosciuti in busta paga. Quindi, l’importo effettivo, le eventuali tranche di erogazione e i criteri di applicazione dovranno essere definiti nell’accordo conclusivo tra le parti.

Bisogna inoltre considerare che la stessa distribuzione degli incrementi dipenderà non solo dalle regole stabilite nel rinnovo, ma anche dai livelli di inquadramento e dalle eventuali modalità di ripartizione previste dall’accordo sulla retribuzione diretta e sulla cosiddetta differita. Quest’ultima comprende forme di tutela economica che maturano o producono i loro effetti nel tempo, come la previdenza complementare e determinate prestazioni di welfare. La richiesta è finalizzata in questo caso a garantire livelli minimi di contribuzione datoriale e a rendere queste tutele più stabili e omogenee nel settore.

Il rinnovo potrebbe di conseguenza incidere non soltanto sullo stipendio mensile, ma anche sulla sicurezza economica futura dei lavoratori e sul maggiore potere d’acquisto, in rapporto al costo della vita. Il tema assume particolare rilevanza anche alla luce delle aggregazioni bancarie. Quando gli istituti si fondono o vengono riorganizzati, infatti, possono emergere differenze tra i trattamenti economici e assistenziali riconosciuti ai dipendenti delle diverse realtà coinvolte.

Orario di lavoro ridotto, cosa chiedono i sindacati

Accanto agli aumenti salariali, un’altra richiesta riguarda la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione:

  • con il precedente rinnovo contrattuale, l’orario settimanale era già stato ridotto da 37,5 a 37 ore;
  • ora, le organizzazioni sindacali chiedono un ulteriore passaggio, ovvero arrivare a 35 ore settimanali senza una diminuzione dello stipendio tabellare.

Questo sarebbe possibile proprio usando strumenti automatizzati per alcune attività amministrative e l’impiego di nuovi strumenti informatici per aumentare la produttività e ridurre il tempo necessario per svolgere determinate mansioni.

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Scadenze fiscali dal 12 ottobre al 18 ottobre 2026, pioggia di pagamenti in arrivo: tutte le date

Il calendario degli adempimenti fiscali, nella settimana che va dal 12 al 18 ottobre, concentra nella giornata di venerdì 16 ottobre una serie di versamenti che interessano categorie diverse di contribuenti. Si tratta di una serie di appuntamenti che riguardano il pagamento di imposte, ritenute, rateizzazioni e altri tributi che coinvolgono titolari di partita Iva, sostituti d’imposta, enti pubblici e intermediari finanziari.

Imposte da dichiarazione e versamenti: chi deve pagare il 16 ottobre

Il 16 ottobre scade il termine per il versamento della quinta rata delle imposte derivanti dalla dichiarazione dei redditi 2026. La scadenza riguarda chi ha scelto il pagamento rateale e ha effettuato il primo versamento entro il 1° luglio 2026, ovvero le persone fisiche, le società di persone e le attività equiparate.

La scadenza di ottobre rappresenta dunque una tappa intermedia di un percorso iniziato nei mesi estivi. Infatti, i contribuenti coinvolti dovranno versare l’importo della rata, ma anche gli eventuali interessi collegati alla rateizzazione.

Partite Iva e Isa: il 16 ottobre la terza rata per chi si è adeguato

Sempre il 16 ottobre è prevista una scadenza specifica per i soggetti che si sono adeguati alle risultanze degli Indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa). In particolare, devono provvedere al versamento della terza rata dell’Iva relativa ai maggiori ricavi o compensi derivanti dall’adeguamento alle risultanze degli Isa nella dichiarazione dei redditi, nella dichiarazione Irap e nella dichiarazione Iva.

La scadenza va però distinta da quella dell’Iva annuale ordinaria, che invece segue le tempistiche e le regole standard di saldo o rateizzazione stabilite per la dichiarazione annuale (con saldo entro il 16 marzo o rateizzato a partire da quella data).

Il 16 ottobre 2026 in pagamento l’ottava rata Iva 2025

Il 16 ottobre è previsto anche il versamento della ottava rata dell’Iva relativa al 2025, risultante dalla dichiarazione annuale presentata dai contribuenti soggetti all’imposta. Il pagamento deve essere effettuato con la maggiorazione prevista a titolo di interesse corrispettivo, indicata nello scadenzario dell’Agenzia delle Entrate nella misura del +2,31% mensile.

Il mancato pagamento di una rata può trasformare questo ordinario appuntamento fiscale in una posizione da regolarizzare.

Sostituti d’imposta, ritenute e conguagli il 16 ottobre

Il 16 ottobre 2026:

  • i sostituti d’imposta sono tenuti a versare le ritenute operate nel mese di settembre sui redditi di lavoro dipendente e assimilati, sui redditi di lavoro autonomo, sulle provvigioni, sui redditi di capitale e sui redditi diversi. In questa categoria rientrano i datori di lavoro o i committenti che hanno operato trattenute sui compensi e sugli stipendi pagati a dipendenti, collaboratori, professionisti o risparmiatori nel mese di settembre (es. la classica Irpef sullo stipendio mensile o la ritenuta d’acconto sulla fattura di un lavoratore autonomo);
  • i datori di lavoro ed enti pensionistici che hanno gestito i risultati del modello 730 per dipendenti e pensionati devono versare le somme trattenute nel mese di settembre. Si tratta dei conguagli (a saldo o in acconto) dovuti all’Irpef emersa dalle dichiarazioni dei redditi, recuperati direttamente dalla busta paga o dal cedolino della pensione.

Il pagamento avviene tramite modello F24 con modalità telematiche.

Premi di produttività, entro il 16 ottobre l’imposta sostitutiva sulle somme pagate a settembre

I sostituti d’imposta, entro il 16 ottobre 2026, sono tenuti a versare anche l’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali sulle somme corrisposte:

  • nel mese di settembre ai dipendenti del settore privato;
  • in relazione a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione.

Enti pubblici e amministrazioni: ritenute, Irap e altri versamenti del 16 ottobre

Il calendario del 16 ottobre coinvolge poi il settore pubblico. Infatti, le amministrazioni centrali dello Stato, gli enti e gli organismi pubblici devono effettuare diversi versamenti, tra cui:

  • le ritenute alla fonte sui redditi di lavoro dipendente e assimilati e sui redditi di lavoro autonomo, oltre a quelle relative ai pignoramenti presso terzi;
  • l’acconto mensile Irap e le addizionali, secondo quanto previsto per questa categoria di soggetti.

Sempre gli enti e gli organismi pubblici, insieme alle amministrazioni centrali dello Stato che effettuano le operazioni di conguaglio dell’assistenza fiscale, devono versare le somme dovute tramite modello F24EP, con modalità telematiche.

Split payment il 16 ottobre 2026

Tra gli appuntamenti del 16 ottobre 2026 rientra anche il versamento legato allo split payment, la scissione dei pagamenti dell’Iva. L’obbligo riguarda le pubbliche amministrazioni e gli enti pubblici che acquistano beni o servizi.

Con questo sistema, quando un fornitore emette fattura alla pubblica amministrazione, l’Iva non viene pagata al fornitore stesso, ma viene trattenuta dall’ente e versata direttamente allo Stato. La data del 16 ottobre rappresenta quindi la scadenza entro cui trasferire all’Erario l’imposta incassata.

Entro il 16 ottobre il versamento per le locazioni brevi

Nella giornata del 16 ottobre devono versare allo Stato le ritenute operate sui canoni per le locazioni brevi, incassati per conto dei proprietari degli immobili i soggetti che mettono in contatto chi offre e chi cerca case, ovvero:

  • gli intermediari immobiliari;
  • i portali online.

Le piattaforme (come Airbnb o Booking) e le agenzie immobiliari applicano e versano una ritenuta a titolo di cedolare secca sull’importo dell’affitto incassato per conto del proprietario, che poi sono tenuti a trasferire all’Erario.

Tobin tax il 16 ottobre

Tra le scadenze del 16 ottobre c’è inoltre quella relativa all’imposta sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin tax.

Il versamento interessa:

  • banche;
  • società fiduciarie;
  • imprese di investimento abilitate all’esercizio professionale nei confronti degli utenti dei servizi e delle attività di investimento;
  • altri soggetti che intervengono nell’esecuzione di transazioni finanziarie, compresi gli intermediari non residenti nel territorio dello Stato.

Attività di intrattenimento svolte a settembre, il 16 ottobre si paga

Il 16 ottobre devono versare l’imposta relativa alle attività di intrattenimento svolte con carattere di continuità nel mese di settembre i soggetti che esercitano attività di intrattenimento. Il pagamento deve essere effettuato tramite modello F24 con modalità telematiche, direttamente oppure attraverso un intermediario abilitato.

L’imposta dovuta viene determinata in relazione alle attività realizzate nel mese precedente.

Versamento delle imposte per conto dei pensionati

Infine, il calendario del 16 ottobre comprende un appuntamento specifico per gli enti pensionistici. In particolare, devono versare la rata delle imposte dovute in sede di assistenza fiscale i soggetti che corrispondono redditi di pensione di importo non superiore a 18.000 euro annui, compresi gli enti e gli organismi pubblici e le Amministrazioni centrali dello Stato.

Anche in questo caso, si tratta di un ulteriore passaggio con cui l’ente pensionistico trasferisce allo Stato le somme già recuperate sui cedolini, completando la gestione delle imposte per questa fascia di reddito.

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Aumentano stipendi e congedi per poliziotti e militari, cosa cambia con il nuovo Ccnl

Aumentano gli stipendi e arrivano nuove tutele per la genitorialità per poliziotti e militari. Il Consiglio dei ministri ha infatti approvato le ipotesi di accordo sindacale relative al rinnovo contrattuale 2025-2027 del personale appartenente alle Forze di polizia e alle Forze armate. Una pre-intesa che interessa complessivamente circa 430mila lavoratori e che introduce novità sia sul piano economico sia su quello dei congedi.

Cosa cambia con il nuovo Ccnl per poliziotti e militari

Il rinnovo prevede:

  • un incremento medio mensile dello stipendio per il personale interessato, al quale si aggiungono gli arretrati maturati per il 2025 e il 2026;
  • l’aumento dei giorni di congedo o di licenza straordinaria in occasione della nascita di un figlio.

Le nuove ipotesi di contratto intervengono anche sulla conciliazione tra attività professionale e vita familiare, mentre sullo sfondo resta aperto il tema della previdenza dedicata al personale in divisa.

Gli aumenti previsti

Il nuovo accordo, approvato dal Cdm il 2 ottobre, riconosce un beneficio medio mensile a regime di circa 189 euro. La cifra comprende diverse componenti della retribuzione. In particolare, circa 173,50 euro mensili sono riconducibili all’aumento dello stipendio e delle indennità fisse e continuative.

Trattandosi di un importo lordo, l’effettivo beneficio in busta paga dipenderà però dalla qualifica, dal ruolo, dall’anzianità e dalle diverse componenti che concorrono alla retribuzione del personale interessato.

Per quanto riguarda invece le specificità economiche del personale delle Forze di polizia e delle Forze armate, è previsto anche:

  • l’incremento dell’indennità mensile pensionabile per le Forze di polizia e dell’importo aggiuntivo pensionabile per le Forze armate;
  • la rideterminazione dei compensi relativi al lavoro straordinario.

In arrivo anche gli arretrati per il 2025 e il 2026

Poiché il nuovo contratto riguarda il periodo 2025-2027, una volta completato l’iter di approvazione dovranno essere riconosciute anche le somme arretrate relative alle annualità già trascorse, quantificate complessivamente in circa 2.448 euro lordi. Tuttavia, anche in questo caso si tratta di una cifra media e l’importo effettivamente spettante ai singoli lavoratori potrà variare in base alla posizione ricoperta e alla situazione retributiva individuale.

A chi spettano aumenti e arretrati

Le ipotesi di accordo approvate dal governo riguardano il triennio contrattuale 2025-2027 e interessano il personale non dirigente delle Forze di polizia a ordinamento civile, delle Forze di polizia a ordinamento militare e delle Forze armate. Il rinnovo coinvolge una platea molto ampia, composta da circa 430mila lavoratori.

Come cambia il congedo per le Forze di polizia e militari

La novità più interessante sul piano delle tutele familiari riguarda invece i lavoratori che diventano genitori. Il nuovo accordo prevede infatti:

  • tre ulteriori giorni di congedo o di licenza straordinaria in occasione della nascita di un figlio;
  • l’estensione fino al quattordicesimo anno di età del figlio degli istituti di congedo parentale.

Resta il nodo pensioni

Accanto agli aumenti e alle nuove tutele resta però aperta la questione della previdenza dedicata.

Il problema riguarda soprattutto i lavoratori arruolati dopo il 31 dicembre 1995, che sono soggetti integralmente al sistema contributivo. Per questi, infatti, la pensione futura sarà strettamente collegata alla contribuzione effettivamente versata nel corso della carriera e, secondo le previsioni, dal 2036 potrebbe verificarsi una significativa riduzione del trattamento pensionistico rispetto alle aspettative.

Per questo motivo si parla di previdenza dedicata, cioè di un sistema di misure in grado di compensare almeno in parte gli effetti derivanti dall’applicazione del sistema contributivo e dalle peculiarità delle carriere del personale in divisa.

La legge di bilancio per il 2022 aveva già istituito un Fondo destinato alla progressiva perequazione del regime previdenziale del personale delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco. E con la legge di bilancio 2026 sono arrivate nuove risorse destinate alle misure compensative, ovvero:

  • 20 milioni di euro per il 2026;
  • 40 milioni annui per il periodo 2027-2029;
  • 30 milioni di euro annui a partire dal 2030.

Nonostante ciò, il tema non può ancora considerarsi definitivamente risolto. Proprio per questo il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo ha avviato un confronto con gli altri ministri interessati.

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