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Bastoni scuote l’Inter: “Dobbiamo guardare la realtà, la Champions è sempre stata un sogno ma non un obiettivo”

Per una volta, all’Inter serviva qualcuno che dicesse le cose come stanno. E Alessandro Bastoni lo ha fatto, alla vigilia della partita di Champions League contro lo Shakhtar Donetsk. “Dobbiamo guardare la realtà, gli ultimi risultati e le ultime partite devono farci rimanere con i piedi per terra. La Champions è sempre stata un sogno, ma non un obiettivo“. Parole semplici, ma necessarie. Perché dopo due sconfitte nelle prime due giornate, e soprattutto dopo aver perso sette delle ultime otto partite europee, continuare a parlare dell’Inter come di una candidata alla vittoria della Champions significherebbe ignorare la realtà. Non si tratta di ridimensionare la squadra, ma di ridimensionare le aspettative costruite attorno a una rosa fortissima in Italia, che però in Europa ha dimostrato di avere limiti evidenti.

“Il passato è passato, le finali fatte, dobbiamo tornare con i piedi per terra. La Champions è un sogno e se ci sarà la possibilità la coglieremo. Da domani dobbiamo dare una risposta importante“, ha aggiunto Bastoni. Le finali, lo scudetto, il dominio in campionato non garantiscono nulla quando si affrontano avversari di livello internazionale. Bastoni ha riconosciuto le difficoltà senza cercare alibi. E soprattutto ha chiamato in causa le responsabilità dei giocatori: la situazione “non dipende da moduli o fattori esterni, ma da un aspetto mentale. Serve anche tanta onestà intellettuale da ognuno di noi per prenderci le responsabilità di queste sconfitte, in cui ci sono stati tanti errori individuali. Migliorare in questa cosa è già un grande passo avanti”.

E ancora: “Il 90% dei gol che abbiamo preso arrivano da errori nostri, ne abbiamo parlato ed è una cosa da correggere. Serve un’Inter più concentrata“. Bastoni ha ragione a chiedere un cambio di atteggiamento. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Quindici gol subiti in nove partite stagionali non possono essere soltanto una questione di concentrazione. Come dimostrato contro il Brugge, il calcio iper-aggressivo voluto da Chivu espone continuamente la squadra a situazioni difficili, che richiedono qualità tecniche e fisiche non sempre presenti nella rosa. In Italia il gap con le rivali concede la possibilità di rimediare, in Champions League ogni errore viene punito molto più duramente.

Proprio per questo le parole di Bastoni sono importanti:”Lo Shakhtar lo conosciamo poco ma hanno grandi qualità, hanno tanti brasiliani quindi sono molto tecnici. Dovremo stare attenti, difendere compatti, perché non esistono più squadre con cui vincere facile. Dobbiamo pensare a noi”. Anche qui Bastoni indica una strada precisa: difendere compatti, prima ancora di pensare ad attaccare a ogni costo. Chivu dovrà decidere se adattare il proprio calcio alle caratteristiche dei giocatori che ha a disposizione. Ma intanto il suo difensore ha fatto un primo passo fondamentale. Ha riportato l’Inter con i piedi per terra: per tornare a vincere anche in Europa, forse, bisognava cominciare proprio da qui.

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Il giudice sportivo multa Thuram per simulazione in Bologna-Inter: cosa era successo

Marcus Thuram è stato multato per 2mila euro per “avere simulato di essere stato sottoposto ad intervento falloso in area di rigore avversaria“. Questo il responso del giudice sportivo dopo Bologna–Inter. Il riferimento è al contatto con Matteo Darmian in area di rigore al 61esimo del secondo tempo nella sfida di sabato, vinta dall’Inter per 1-3 dopo il vantaggio iniziale del club bolognese. In quella circostanza l’arbitro Doveri ha punito Thuram con un cartellino giallo per simulazione.

Dall’Haier Cam dell’arbitro è stato possibile capire lo scambio che c’è stato con l’attaccante dell’Inter. “Niente, niente“, dice subito Doveri. “Te lo giuro, te lo giuro”, controbatte Thuram. Il fischietto romano la chiude così: “Non t’ha fatto niente”. Andando a rivedere nel dettaglio l’episodio sembra evidente che un tocco ci sia e almeno il cartellino per simulazione è sicuramente un grande errore. A confermarlo anche Luca Marelli prima e Gianpaolo Calvarese dopo.

Marelli aveva dichiarato: “Un episodio che fortunatamente non ha avuto nessuna conseguenza sul risultato perché poi l’Inter ha vinto lo stesso per 3 a 1, però dalle prime immagini sembrava un contatto molto marginale e molto accentuato. È apparso subito esagerato, eccessivo, il cartellino giallo per simulazione perché un contatto pareva esserci. Poi da questa immagine si nota che invece c’è stato proprio un chiaro aggancio sulla gamba di Thuram, la gamba di appoggio perché la gamba sinistra era in appoggio per la sterzata. In questa circostanza bisogna considerare l’intensità“, aveva premesso Marelli.

E ancora: “Detto ciò, considerando anche il fatto che il giocatore è stato ammonito per simulazione, pertanto è evidente che Doveri ha visto qualcosa che in realtà non è accaduto, a mio parere c’è molto di chiaro e evidente errore e c’è molto margine per un intervento del VAR con un on field review. Poi a limite poteva decidere che il contatto fosse leggero, ma per quanto mi riguarda questo era un calciatore di rigore da assegnare”.

Ai microfoni de La Gazzetta dello Sport, invece, Calvarese aveva detto: “Niente rigore ma neanche simulazione: sarebbe questo il verdetto di Orsato e della commissione sul contatto Darmian-Thuram in Bologna–Inter. Il tocco del difensore c’è, ma non è sufficiente per l’assegnazione del rigore: al tempo stesso Doveri sbaglia ad estrarre il giallo al francese“. Insomma, sul rigore o non rigore si può discutere, ma la simulazione è sicuramente da considerare eccessiva, visto il contatto.

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“Pensa come son messi. Sono qui perché non avevo nulla da fare. Non si vive di aria, al supermercato servono i soldi”: l’intervista show del nuovo allenatore

La prima volta nel 2005/06 con la vittoria del campionato di Eccellenza, la seconda nel 2010/11 con un buon settimo posto in Serie D, la terza nella seconda metà della stagione 2025/26 con la promozione in Serie D. Ora – dopo l’esonero di Andrea Censori – Roberto Cappellacci è tornato alla Santegidiese, squadra di Sant’Egidio alla Vibrata (Teramo) che gioca nel girone F di Serie D. “Pensa come son messi“, ha commentato Cappellacci a Super J a proposito della decisione della società di richiamarlo dopo 7 partite e un tredicesimo posto in classifica, frutto di due vittorie, due pareggi e tre sconfitte. L’esordio non è stato positivo: la Santegidiese ha perso in casa per 0-2 contro la Vigor Senigallia e non è riuscita a invertire il trend. A prendersi la scena però è stato proprio Cappellacci nel post gara.

“Mi dai del lei eh? Che uomo“, ha esordito scherzando con il giornalista che lo stava intervistando. “Non avevo nulla da fare, mi piace allenare, non vivo solo di aria e siccome quando vai a fare la spesa servono i soldi, anche se non avrei mai voluto che la Santegidiese mettesse in discussione Andrea Censori, ci son venuto”, ha detto Cappellacci in un’intervista surreale. “Penso che la società sia una società sana, di brave persone, che ha bisogno di gente che gli dica come fare per sbagliare meno. E dovrei essere io quello, pensa come son messi“, ha concluso ridendo e scatenando anche le risate del giornalista. La Santegidiese è reduce da tre sconfitte consecutive e nella prossima giornata giocherà in trasferta contro il Trestina: tocca a Cappellacci invertire il trend.

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Caso Basoccu, il poliziotto indagato può tornare al lavoro: revocata la sospensione

Potrà tornare al lavoro il poliziotto indagato per lesioni aggravate per il ferimento di Marco Basoccu, ultras della Juventus secondo la procura colpito da un lacrimogeno durante gli scontri prima del derby con il Torino del 24 maggio scorso. Lo ha deciso il tribunale del Riesame di Torino, che ha revocato la misura cautelare della sospensione dal servizio per un anno. I giudici hanno accolto parzialmente la richiesta dei difensori dell’agente, gli avvocati Paolo Chicco e Lucetta Gai, respingendo invece quella della Procura, che aveva chiesto un aggravamento della misura cautelare con gli arresti domiciliari.

Secondo quanto emerso, il poliziotto potrà riprendere servizio negli uffici, con mansioni amministrative, come aveva lui stesso richiesto. L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Paolo Scafi, intanto prosegue: nelle scorse settimane è stato disposto un incidente probatorio per analizzare il cappello sequestrato a Basoccu e verificare l’eventuale presenza di tracce di gas. La difesa del poliziotto ha inoltre chiesto nuovi accertamenti sulla ferita alla testa dell’ultras, per stabilire se sia compatibile con l’impatto di un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, e l’esame del proiettile recuperato vicino al tifoso. Gli esiti sono attesi nelle prossime settimane. Lo scorso 6 ottobre per gli scontri di maggio la Digos aveva eseguito ventidue misure cautelari con divieto di dimora e l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Una quarantina invece i provvedimenti Daspo per ultras granata e bianconeri.

”Siamo estremamente contenti, perché per la seconda volta il tribunale ha respinto le richieste della procura di misura cautelare agli arresti domiciliari per un poliziotto che al momento non è ancora colpito da prove della sua responsabilità, perché è in corso l’incidente probatorio proprio per accertare cosa abbia colpito il tifoso se dalla pietra o da altre cose, quindi siamo in una fase in cui la sua innocenza è ancor più da sostenere perché non vi è nessuna prova contraria – commentano all’Adnkronos i legali Paolo Chicco e Lucietta Gai – e siamo altrettanto contenti perché il tribunale ha accolto la nostra richiesta di consentire al poliziotto riprendere l’attività lavorativa, secondo quanto lo stesso aveva richiesto all’amministrazione, cioè di svolgere un’attività lavorativa interna e quindi non di ordine pubblico”.

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Beppe Signori torna in nazionale: la chiamata dell’Under 20. “Aiuterò i giovani a fare il passo verso il grande sogno”

Giuseppe Signori torna in Nazionale. L’ex attaccante è il nuovo capo delegazione dell’U20, guidata dal tecnico Carmine Nunziata. Un ritorno in azzurro in una veste diversa, dopo una carriera da protagonista sul campo: 28 presenze, 7 gol e una medaglia d’argento al Mondiale del ‘94. Ora Signori metterà la propria esperienza al servizio delle nuove generazioni, con l’obiettivo di accompagnare i giovani nel loro percorso di crescita e rafforzare il legame con la maglia azzurra. “Tornare in azzurro è un’emozione speciale e un grande motivo d’orgoglio. Metterò la mia esperienza a disposizione dei ragazzi dell’Under 20, accompagnandoli in questo percorso di maturazione e aiutandoli a fare l’ultimo passo verso il loro grande sogno per essere in grado di affrontare il salto sui palcoscenici di primario interesse“, ha dichiarato Beppe Signori dopo la nomina.

La nomina arriva da parte di Giovanni Malagò, commissario della Figc, in accordo con Claudio Ranieri, direttore tecnico federale e presidente del Club Italia, che ha evidenziato il valore sportivo e umano dell’ex bomber: “Siamo molto felici di accogliere Giuseppe Signori in FIGC, come capo delegazione della Nazionale Under 20. Beppe è stato uno dei più grandi attaccanti del nostro calcio, protagonista in Serie A e con la maglia azzurra, unendo talento, senso del gol e grande professionalità. Una storia umana e sportiva verso cui la Federazione è particolarmente sensibile. La sua esperienza, le sue competenze e l’entusiasmo con cui ha accettato questa nuova sfida saranno un valore importante per la crescita dei nostri giovani e per rafforzare il loro senso di appartenenza alla Nazionale”.

La carriera di Beppe Signori è stata segnata in passato anche da una lunga vicenda giudiziaria legata all’inchiesta sul calcioscommesse. L’1 giugno 2011 l’ex attaccante venne arrestato e posto ai domiciliari nell’ambito dell’indagine della Procura di Cremona. Dopo quasi dieci anni, nel febbraio 2021, fu assolto dal Tribunale di Piacenza dall’accusa di aver contribuito ad alterare il risultato della partita Piacenza–Padova del 2010, con la formula “perché il fatto non sussiste”. Un mese dopo arrivò un’altra assoluzione, in primo grado, dal Tribunale di Modena, per le presunte combine relative alle gare Modena–Sassuolo e Modena–Siena del 2011, anche in questo caso perché il fatto non sussiste.

Nel filone principale dell’inchiesta di Cremona, invece, il procedimento si era concluso con la prescrizione. La vicenda ebbe conseguenze anche sul piano sportivo: nel 2011 Signori era stato squalificato per cinque anni con preclusione definitiva e, nel giugno 2021, ricevette la grazia dal presidente della FIGC, Gabriele Gravina, ottenendo la riabilitazione sportiva. Nel 2022 l’ex calciatore poi raccontò la sua versione dei fatti nel documentario “Fuorigioco – Beppe Signori. Una storia di vita e di sport di Pier Paolo Paganelli”, dopo aver scritto il libro nello stesso anno “Fuorigioco – perde solo chi si arrende“: erano stati i suoi commercialisti a invitarlo a un incontro dove gli fu proposto di investire in delle gare truccate, ma lui rifiutò. Nonostante ciò venne coinvolto nello scandalo poiché, durante la perquisizione dell’1 giugno 2011, la polizia trovò nella sua abitazione un pizzino sospetto scritto da lui, con le richieste di uno dei partecipanti di quella riunione.

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Assurdo a Londra: la polizia dà la caccia a un uomo che ha calciato un pallone da rugby nello stadio del Brentford | Video

La polizia londinese sta dando la caccia a un uomo, colpevole di aver calciato un pallone da rugby da un tetto dentro lo stadio del Brentford, durante la partita di Premier League contro il Liverpool di sabato scorso. È stata proprio la società a denunciare l’ignoto alla polizia.

Durante il match, un pallone da rugby è piovuto a ridosso del terreno di gioco, prima di essere raccolto da un membro dello staff senza che in campo i calciatori si accorgessero di nulla. Poi però è apparso un video diventato presto virale sui social: mostra un uomo in piedi sul tetto di un edificio vicino al Gtech Community Stadium mentre calcia il pallone da rugby verso il campo, tra le risate e le urla dei presenti.

Il Brentford ha dichiarato che “un simile comportamento è pericoloso e potenzialmente molto dannoso“. E ha aggiunto: “La vicenda è stata segnalata alla polizia e il club sta collaborando con le autorità competenti alle indagini, al fine di identificare i responsabili e adottare i provvedimenti del caso, che potrebbero includere un’azione penale“. La nota poi conclude: “La sicurezza di tifosi, personale, giocatori e ufficiali di gara durante le partite è di fondamentale importanza; il club sosterrà ogni iniziativa volta a garantire che vengano presi i dovuti provvedimenti“.

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Cassano contro tutti: “Allegri è presuntuoso, Mourinho bollito. Dybala va a un cilindro e cade, Malen capocannoniere dopo 8 anni in panchina”

“Giocherei in infradito“, “Sono stato un fenomeno“, “Ho giocato al Real Madrid, al Milan e all’Inter“. Nuova puntata di “Viva El Futbol”, vecchia narrazione. Anche nel secondo episodio della nuova stagione della trasmissione condotta insieme a Lele Adani e Nicola Ventola, Antonio Cassano è partito dal livello basso nel campionato italiano e ha finito criticando diversi calciatori e allenatori di Serie A. “Con questa Serie A, se perdo due chili e gioco in infradito faccio la differenza. E se io e Nicola Ventola giocassimo insieme in attacco, faremmo meglio di tutti gli altri”, ha esordito l’attaccante barese.

Poi ha rincarato la dose, attaccando la coppia della Roma: “Dybala va a un cilindro e cade, Malen dopo otto anni di panchine tra Dortmund e Aston Villa fa il capocannoniere”, ha proseguito Cassano che è poi passato agli allenatori. I bersagli principali sono sempre gli stessi: Massimiliano Allegri e Luciano Spalletti. “Allegri non allena. Quando ha preso la Juventus, quella squadra poteva allenarla anche Orio, andava da sola”. Poi il discorso si è spostato sul Napoli: “Sono convinto, anche se non lo so, che Manna gli abbia fatto un favore. Ha convinto De Laurentiis a prendere l’allenatore peggiore che si potesse scegliere”.

Secondo l’ex attaccante, il tecnico livornese non si è adeguato ai tempi, tenendo sempre lo stesso modo di allenare le proprie squadre: “Lui deve capire che ormai il suo calcio è andato. Dovrebbe crearsi uno staff competente che possa aiutarlo, dargli idee, suggerirgli come fare. Ma è complicato, perché ha la presunzione di voler fare sempre come dice lui: uno a zero, tutti in posizione e convincere con la chiacchiera. Ma la chiacchiera è finita“, prima di definirla “presuntuoso e sbruffone“. Infine, per chiudere sul tecnico livornese fa una previsione su un possibile esonero e sul prossimo piazzamento del Napoli in campionato: “Con questo allenatore non arriva nemmeno tra le prime sei. Non parliamo neanche del panettone, mi sa che arriva prima dei morti, prima del 2 novembre“.

Cassano è poi passato a José Mourinho. “È bollito, è finito. Deve smettere di allenare. Sono più di dieci anni che è così”, attacca Cassano, andando più nel dettaglio e parlando del Real Madrid: “Una squadra di fenomeni la fa giocare in maniera indegna, fuori da ogni logica. Io mi vergognerei al posto suo. Ha un calcio antico, vecchio, senza idee. Gli è rimasta soltanto la chiacchiera”, prima della bordata finale: “Ha la fortuna di avere il miglior procuratore del mondo, che se vuole gli trova posto anche sulla Luna”.

Infine Cassano ha parlato anche di Inter, rivelando un retroscena su Cristian Chivu, allenatore con cui ha un contatto diretto: “L’ho sentito in estate. Appena gli mando un messaggio mi chiama, abbiamo parlato un pochettino. Gli ho detto che voglio vedere la difesa a quattro e lui mi ha spiegato alcune cose che rimangono tra me e lui. Ma il vero Cristian lo vedrò quando giocherà a quattro”.

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Cristiano Ronaldo paga la multa con 39 secondi di lavoro: la sanzione del Portogallo è ridicola. E c’è il grave precedente di Carvalho

Una sanzione ridicola per chiudere il caso. Così la Federcalcio del Portogallo ha deciso di non punire veramente Cristiano Ronaldo per la fuga dal ritiro della Nazionale di Jorge Jesus il 30 settembre scorso, alla vigilia del match contro la Danimarca. CR7 infatti è stato formalmente condannato dal Consiglio disciplinare, ma la pena è risibile: appena 255 euro di multa e una sospensione di soli 30 giorni, che scadrà già il prossimo 30 ottobre, visto che 19 giorni Ronaldo li ha già “scontati” dal giorno della sua sospensione cautelare. In altre parole, il ct Jorge Jesus potrà già convocare l’attaccante 41enne per le prossime sfide di Nations League in programma a metà novembre. Ora la patata bollente passa nelle sue mani.

La sanzione nei confronti di Cristiano Ronaldo è appunto ridicola su entrambi i piani. Innanzitutto, quello economico. Una multa da 255 euro per un miliardario è meno di un solletico. Il quotidiano portoghese A Bola ha calcolato che a CR7 basteranno 38,6 secondi di lavoro per guadagnare i soldi necessari a pagare la sanzione, visto l’ingaggio faraonico che gli garantisce l’Al Nassr in Arabia Saudita. L’anno scorso ha firmato un rinnovo fino al 2027 da circa 200 milioni di euro, oltre a vari bonus legati a gol, assist e prestazioni della squadra. La multa rappresenta lo 0,00012% del suo stipendio annuo.

Nel mirino però c’è anche la sospensione di 30 giorni, comminata per aver commesso “l’infrazione disciplinare prevista e sanzionata dal n. 1 dell’articolo 160 del RDFPF”. Ovvero, aver saltato le attività della Nazionale portoghese dall’allenamento del 30 settembre fino alla partita contro la Norvegia del 4 ottobre. Qui infatti entra un gioco un precedente, legato a un ex pilastro del Portogallo: Ricardo Carvalho. Nell’agosto 2011 l’allora difensore del Real Madrid abbandonò il ritiro quando capì che non sarebbe stata titolare nelle partite di qualificazione a Euro 2012. All’epoca la sanzione però fu severissima: inizialmente 24 mesi di stop, poi ridotti a un anno di sospensione dalla Nazionale.

Perché per Carvalho fu scelto il pugno duro e Cristiano Ronaldo invece ha ricevuto un buffetto? All’epoca l’ex difensore era un giocatore importante della Nazionale portoghese ed era ancora all’apice della carriera. Con il Portogallo riuscirà quattro anni dopo a laurearsi campione d’Europa (era il 2016)i. Oggi CR7 è anche teoricamente il capitano del Portogallo, condizione che dovrebbe rappresentare un’aggravante per il suo comportamento. Invece potrebbe essere già nuovamente in campo il 14 novembre proprio contro la Danimarca o il 17 novembre contro il Galles. Sempre che – sospensione a parte – sia il ct Jorge Jesus a decidere di mettere fine alla carriera di Ronaldo in Nazionale.

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Totti racconta la prima visita alla prostata: “Entra il dottore, aveva un pollice enorme. Lo guardo e gli dico: ‘E tu che vuoi fare con questo arnese?'”

Francesco Totti ha raccontato a tutti i presenti del teatro “Brancaccio” a Roma, arrivati per la presentazione del suo libro “Oltre”, la sua prima visita alla prostata. E ne è venuto fuori un momento esilarante. “Vado a trovare il figlio di Vito Scala e siccome Vito per me è un fratello maggiore, è stato tutto per me e lo è ancora, abbiamo questo bellissimo rapporto, lui mi dice qualunque cosa davanti a tutti, non si vergogna”, ha esordito l’ex capitano giallorosso, continuando poi per 3 minuti tra le risate dei tantissimi presenti.

“Vito siccome è uno pesante, fa tremila battute. E fa: ‘Controlla Francesco che ha 50 anni e deve fare un controllo alla prostata‘. Lui sa che per questo cose impazzisco, tra controlli, punture, devi stare almeno a due metri di distanza. ‘Allora chiamo l’altro dottore‘, dice. Io me ne vado ma lui mi viene a prendere. Arriva questo, due metri, aveva un pollice enorme“, ha spiegato Totti mostrando il microfono per indicarne metaforicamente le dimensioni. “E io gli ho detto: ‘Che cosa vuoi fare tu, con questo arnese?'”, ha detto Totti con grande ironia.

A quel punto il pubblico ha cominciato a ridere, con Totti che ha proseguito il suo racconto: “Non ti azzardare che ti uccido, non lo conoscevo, ma già lo odiavo, solo il pensiero che lui arrivava da giù, avevo la pelle d’oca“. E poi rivolgendosi alla gente presente: “Vabbè qui tutti avete fatto la visita alla prostata, no? Vabbè, andate a farla che è bellissima…”. L’ex capitano della Roma ha poi proseguito il suo racconto: “Lui prende la crema – continua il racconto di Totti – se la mette in questo metro e mezzo di dito. ‘Non indurire’ mi diceva, ma come non indurisco. Alla fine piano piano entra e mi usciva dalla bocca“, ha spiegato con ironia. “Sono morto. Non mi sono mosso dieci minuti. Poi mi ha messo un po’ di ghiaccio e me ne sono andato, ma camminavo tipo i pinguini“.

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Champions, per Napoli, Roma e Inter è già l’ultima spiaggia: Gasp e Allegri oggi non possono sbagliare | Partite e classifica

Siamo già a questo punto: terza giornata di Champions, ultima – o penultima a essere ottimisti – spiaggia per le squadre italiane. I numeri sono catastrofici: quattro punti su ventiquattro conquistati, sei sconfitte in otto gare, solo il Como 12esimo in zona playoff (a quota 3), le altre (Roma 25esima, 1), Inter (29esima, 0) e Napoli (32esima, 0) in questo momento sono eliminate. Tra i cinque campionati maggiori, siamo quelli messi peggio: Inghilterra (24 punti, cinque club), Spagna (24, pure in questo caso 5 formazioni), Germania (16) e Francia (9) ci guardano dall’alto in basso. Anche il Portogallo (6, 2 rappresentanti) ha fatto meglio. Siamo ai livelli di Olanda (4), Ucraina (4) e Norvegia (4) che schierano però un numero di club inferiore. Le italiane giocano tutte in casa: occasione da sfruttare.

ROMA – Bruciata dall’incredibile sconfitta in casa con il Real Madrid (3-1 all’81’ e 3-4 al 90’), la banda di Gasperini ospita l’ultima in classifica, lo Slovan Bratislava guidato da Yaya Touré e sostenuto da duemila tifosi. L’allenatore ivoriano ha detto di avere “sensazioni positive” e ha parlato benissimo del tecnico giallorosso: “Ha grande esperienza, la Roma è un avversario di valore e sono curioso di vedere come si comporterà la mia squadra, noi dovremo dare tutto quello che abbiamo”. Incassata la notizia che il recupero di Dybala per la lesione al polpaccio richiederà venti giorni di stop, Gasp dovrà fare i conti con le assenze di Svilar, Koné e Cristante, ma torna Malen e a gara in corso potrebbe varare la doppia coppia d’attacco: l’olandese e Castro, protagonista del 2-0 sul Genoa. La Champions è una magnifica avventura, ma Gasp ha nel mirino per ovvie ragioni il campionato, dove i giallorossi sono terzi, a – 2 dal duo Inter e Lazio. Sabato, la Roma andrà a giocare a Napoli: uno snodo importante per il cammino in Serie A.

NAPOLI – I due ko contro Villarreal e Venezia hanno lasciato il segno. Il Napoli non è solo conciato male in Europa, ma anche in campionato va male (nono posto). Max Allegri è in difficoltà, la questione-De Bruyne è esplosiva – il belga, sempre più capriccioso, è ai ferri corti con l’allenatore -, la squadra è su con gli anni, i giovani (vedi Lucca) stanno deludendo e il proprietario Aurelio De Laurentiis sta seguendo in silenzio la situazione. Al Maradona sbarcano i norvegesi del Bodo Glimt, che non sono fenomeni, ma hanno già fatto piangere l’Inter e la scorsa edizione hanno raggiungo gli ottavi. Urge sterzata, altrimenti si mette male per tutti, a cominciare da Allegri. Il tecnico livornese si affida ai big, De Bruyne compreso.

COMO – Il Manchester United è uno dei mostri sacri del calcio mondiale. Dopo Real Madrid e Barcellona, è il club con il maggior seguito di tifosi nel pianeta. Ha vinto 68 trofei, è quotato alla Borsa di New York, il suo stadio è meta turistica – anche perché a Manchester c’è poco da vedere -, lo stadio è il “teatro dei sogni”, nel suo passato c’è una galleria di fenomeni tra gli ex campioni – George Best, Bobby Charlton, Eric Cantona tanto per citarne alcuni -, il santone Alex Ferguson è l’allenatore più vincente di tutti i tempi (49 trofei). Eppure il Como, alla terza esibizione in Champions, può giocarsela. I Red Devils sono partiti male in campionato. La spinta emotiva di Michael Carrick – altro ex eccellente -, approdato a metà della scorsa stagione e sulla forza dell’entusiasmo capace di riportare lo United nell’Europa più importante, si è esaurita. Nel Como, a Firenze è stato celebrato finalmente un italiano: Mattia Liberali, classe 2007, cresciuto nelle giovanili del Milan, lanciato in Serie A da Fonseca, ma poi ceduto al Catanzaro in Serie B, dove ha trovato in Alberto Aquilani un tecnico che ha creduto nelle sue capacità. Il Como lo ha arruolato pagando la clausola rescissoria da 6 milioni di euro: un bel colpo. Liberali potrebbe essere confermato contro i Red Devils: storia da seguire.

INTER – Shakhtar o mai più: dopo i ko con Real Madrid e Bruges, per l’Inter non ci sono mezze misure. Urge la vittoria contro la squadra ucraina, simbolo della guerra nel Donbass, guidata dal turco Arda Turan, soprannominato il Mago. Chivu recupera Calhanoglu, potrebbe schierare dall’inizio Bonny – determinante contro il Bologna –, sta sfogliano la margherita Martinez-Provedel per decidere il portiere titolare e si augura che non sia necessario, come sta accadendo troppo spesso, di ritrovarsi in svantaggio per svegliarsi. In Italia si può rimediare, in Europa la leggerezza non è consentita. I numeri inquietano. L’Inter viene da quattro ko di fila al Meazza in Champions (Liverpool, Arsenal, Bodo Glimt e Bruges), nelle ultime otto partite europee ha perso sette volte, ma stavolta non può proprio sbagliare.

P.S. Stasera partitone a Parigi, devastata dagli scontri dei giorni scorsi, Psg-Barcellona: Doué, Vitinha, Kvaratskhelia, Hakimi, Yamal, Rodri, Pedri, Gordon, Cubarsì. Un gruppo di attori straordinari, una finale anticipata.

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“Sono stato l’ultimo a sapere del mio ritiro. Quel 28 maggio sono morto: è stato un addio forzato, che io non volevo”: così Francesco Totti

“Il 28 maggio sono morto sotto un certo punto di vista perché è stato un addio forzato, che io non volevo e non sentivo. Sapevo che ci sarebbe dovuta essere una fine, ma in quel caso è stato doloroso e diverso da come l’avevo pensato io”. A parlare è Francesco Totti, ex capitano della Roma, nel corso della presentazione del suo nuovo libro “Oltre” al Teatro Brancaccio davanti a circa 1600 persone, sull’addio alla Roma nel 2017. “Alla fine penso che sia la normalità del calcio perché quando servi servi sempre, mentre quando non servi non servi più. Sono stato l’ultimo a sapere del mio ritiro, ma ho accettato la decisione della dirigenza e avevo paura di voltare pagina perché non sapevo cosa avrei voluto e trovato. Di cosa ho paura? Della morte, anche se ho tutto e spero di continuare con la stessa passione che ho dentro“, aggiunge Totti.

Tra i temi sempre ricorrenti c’è un suo eventuale ingresso nella Roma da dirigente. Un tema che ogni anno torna ciclicamente. A oggi l’unico impegno sportivo di Totti, però, è quello con la Maxima Roma, neonata società di basket. “Ho altre idee di vita e di lavoro. O le cose si fanno insieme o non si fanno. Se dall’altra parte non c’è il mio stesso pensiero non ha senso andare oltre. Però sono contento che la Roma vada il più lontano possibile, io sto dietro le quinte, ma per la Roma ci sarò sempre“, ha ribadito Totti, come già fatto in altre occasioni, parlando di un eventuale ingresso nella società dei Friedkin.

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Rocchi deve scegliere: o l’AIA o Dazn. La presenza in tv dell’ex designatore è un caso

Doveva essere – è già andato in onda nelle ultime due giornate – il “nuovo opinionista per la stagione 2026/2027”, “protagonista fisso” di “Fuoriclasse”, lo show della domenica sera dopo il posticipo. Lo hanno inserito persino nella locandina del programma, accanto a Diletta Leotta. Eppure la presenza dell’ex designatore Gianluca Rocchi negli studi di Dazn è un caso.

Rocchi è stato uno dei migliori arbitri italiani fino al 2020, e poi il capo dei fischietti della Serie A negli ultimi quattro campionati, prima di essere travolto anche immeritatamente dall’inchiesta sui presunti favoritismi, finita in una bolla di sapone senza alcun addebito né penale, né tantomeno sportivo. Rimane, invece, il giudizio negativo sulla sua gestione, ma quella è un’altra storia. Il suo nome evoca ricordi ancora molto freschi, la sua presenza nel salotto televisivo della Serie A non poteva passare inosservata. L’annuncio a sorpresa da parte della pay-tv ha suscitato immediati malumori all’interno della categoria, e anche di quella che fino a ieri è stata la sua squadra. Ma soprattutto ha posto un problema regolamentare: Rocchi per andare a Dazn deve essere autorizzato dall’AIA: e lo è stato solo temporaneamente.

Siamo abituati ai moviolisti in tv, ma quello di Rocchi è un caso senza precedenti. Innanzitutto perché lui non è un ex arbitro qualunque, è stato designatore, e non qualche anno fa ma fino a ieri: è ancora viva l’eco degli episodi controversi che hanno attraversato il suo mandato; tanti tifosi, calciatori, dirigenti non lo sopportano, qualcuno magari invece lo rimpiange. E poi perché a differenza dei vari Cesari, Calvarese, Bergonzi, lo stesso Marelli per rimanere in casa Dazn, giusto per citare i volti più noti, non si tratta di un ex fischietto, che ha lasciato quel mondo: Rocchi è tutt’ora un tesserato AIA, di cui si sente parte e che non ha mai voluto abbandonare. E l’art. 41 del regolamento parla chiarissimo: “Ogni associato individualmente può disporre della propria immagine di arbitro e sfruttarla ai fini commerciali stipulando contratti privatistici, previa autorizzazione scritta del Presidente dell’AIA che ne valuta la compatibilità tra le prestazioni richieste all’associato e l’esercizio indisturbato, imparziale e trasparente della funzione arbitrale. Ciascun associato si obbliga a versare all’AIA un contributo straordinario pari al 10% dei compensi percepiti per attività promo-pubblicitarie, da destinare ad un fondo speciale di solidarietà”.

Al Fatto risulta che il diretto interessato si sia mosso per tempo, coinvolgendo nelle interlocuzioni anche la FederCalcio (l’ormai ex segretario generale Brunelli, lo stesso presidente Malagò), e abbia effettivamente chiesto e ottenuto il via libera dall’AIA dal vecchio reggente e nuovo presidente Massini. Ma soltanto domenica per domenica, con il proposito di “rivalutare” complessivamente la questione. Altro che “protagonista fisso”. Non è difficile immaginare il perché: nell’associazione temono che questa vetrina si trasformi in un pulpito da cui l’ex designatore desideroso di rivalsa, cominci a picconare in diretta tv il nuovo corso, nei cui confronti ci sono ancora resistenze, interne ed esterne. Paura magari infondata ma comunque comprensibile, in un movimento completamente spaccato, attraversato continuamente da faide e veleni. C’è anche un tema di percezione, perché i tifosi fino all’anno scorso erano abituati a vedere un responsabile dell’AIA (spesso lo stesso Rocchi) discutere gli episodi salienti ad Open Var. Al momento quello spazio è stato sopresso (presto dovrebbe tornare con un nuovo format), e c’è il rischio di scambiare la presenza di Rocchi per un suo surrogato. Invece lì rappresenta solo se stesso, se l’AIA dovesse mai mandare qualcuno in tv, non sarebbe certo lui, per ovvie ragioni.

Per Rocchi, l’offerta di Dazn è stata un’opportunità importante, in un momento personale difficile, che lui ha voluto anche legittimamente provare a cogliere. Ma le controindicazioni erano evidenti e andavano valutate in maniera definitiva, per tempo. Il pasticcio è sotto gli occhi di tutti. Se ora la collaborazione venisse improvvisamente interrotta dopo soltanto due domeniche si parlerebbe di censura, nell’universo dei social dove proliferano fake news e teorie di complotto, specie a proposito di calcio, e di arbitri.

Queste due domeniche “in deroga” dovevano servire a fare una prova, e anche a cercare una soluzione che conciliasse le due posizioni. Internamente Rocchi ha offerto ampie garanzie, ed in effetti i suoi interventi fin qui sono stati sempre molto “alti”: ha parlato di filosofia arbitrale, protocolli, persino di doppio tesseramento, svicolando le domande più specifiche da moviolista (compito affidato a Marelli), senza mai alcun tipo di critiche nei confronti di Orsato o dei suoi colleghi. Ma non è bastato a sciogliere le riserve. E del resto, ribaltando la prospettiva, è anche lecito chiedersi quanto abbia senso un’opinionista che non può esprimere completamente la sua opinione, per gli spettatori e per la stessa Dazn: per l’emittente oggi riportare in tv l’ex designatore è stato un colpo giornalistico, ma alla lunga la presenza andrà riempita di contenuti. Molto probabilmente Rocchi dovrà scegliere: o l’AIA o Dazn. Che vuol dire che per continuare a fare il “talent” in tv, dovrà dimettersi dall’associazione.

X: @lVendemiale

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Rubén Giacobetti, l’uomo che 50 anni fa uscì per far debuttare Maradona: “Tutti aspettavano quel ragazzo, era come avere avere accanto un futuro Premio Nobel”

Per fare esordire a nemmeno 16 anni quello che sarebbe diventato il calciatore più rilevante di sempre, serviva un compagno che si fermasse negli spogliatoi dopo aver giocato i primi 45 minuti di Argentinos Juniors–Talleres de Córdoba. L’allenatore Juan Carlos Montes mise dentro Diego Armando Maradona per Rubén Anibal Giacobetti. Successe il 20 ottobre 1976, un mercoledì pomeriggio di cinquant’anni fa. Giacobetti allora aveva 20 anni, era anche lui un prodotto del settore giovanile dell’Argentinos Juniors e uscendo dal campo entrò involontariamente nella storia del calcio. Giocò ancora qualche stagione in Argentina, prima di un passaggio nel campionato americano e di una stagione non memorabile in Italia, dove disputò un torneo nella Serie D sarda. Tornato a Buenos Aires, aprì un’agenzia immobiliare, dove tuttora lavora.

Giacobetti, che ricordi ha di quella giornata?
Per me il ricordo si è trasformato nel tempo. Quel giorno in cui debuttò Diego io uscii nell’intervallo e ovviamente non ero felice, a nessuno piace essere sostituito. Ma con il tempo è diventato un pensiero meraviglioso che il calcio ha dato a un appassionato come me.

Lei aveva debuttato qualche mese prima a 19 anni, ma Maradona ne aveva quattro anni in meno.
La gente già conosceva Diego e andava a vederlo negli allenamenti settimanali sapendo che da un momento all’altro avrebbe debuttato, ed è toccato proprio quel giorno. La mia rabbia non era per lui, ma per il fatto di dover uscire. Poi sono andato in tribuna e mi sono visto quel debutto.

Si arrabbiò con l’allenatore?
Tieni conto che quando c’è un cambio del genere, a rimetterci è sempre il più giovane, e in quel momento in campo il più giovane ero io. Credo di sì, che quella fosse la decisione che doveva prendere. Nessuno si sarebbe preoccupato perché avevo giocato poche partite, non ero una figura chiave della squadra e tutti stavano aspettando che debuttasse quel ragazzo di 15 anni.

Giocavate nello stesso ruolo?
Io e Diego non giocavamo nello stesso ruolo. Io sono sempre stato un “numero cinque”, un centrocampista centrale. Ma quel giorno giocai come centrocampista di sinistra, proprio il ruolo di Diego, per coprire un po’ il centrocampo visto che quello del Talleres de Cordoba che era forte. L’idea era di essere più difensivi e non avere in campo un altro centrocampista d’attacco. Il tecnico fece una formazione abbastanza difensiva e così io mi spostai a sinistra. Quindi quel giorno sarebbe toccato comunque a me uscire per via della posizione. Nel secondo tempo l’Argentinos Juniors, giocando in casa, doveva vincere e nel primo tempo non avevamo creato molto, l’ingresso di Diego era logico.

Ha avuto la fortuna di giocare ancora con Diego?
Ho giocato circa 30 partite in prima squadra con l’Argentinos Juniors e circa 20 al fianco di Diego, spesso io con il numero cinque e lui con il dieci.

Qual è stata la primissima volta che ha visto Maradona e cosa ha pensato?
Quando giocavo nelle giovanili, il nostro allenatore ci raccomandò di andare a vedere “Los Cebollitas”, la squadra dei ragazzi di 13 anni dove giocava Diego. Noi pensavamo che tutti quei ragazzini sarebbero arrivati in prima squadra perché erano dei fenomeni, ma Diego spiccava su tutti. Vinsero il campionato ed erano famosi in quella categoria. Ma di quella formazione praticamente solo Diego è arrivato in prima squadra. Quella fu la prima volta che vedemmo quel piccoletto scuro di pelle distinguersi così: sembrava andasse sui pattini e ubriacava tutti. Diego non ha mai perso quelle abilità fino al debutto in prima squadra. Quando lo aggregarono agli allenamenti, i giocatori più anziani rimanevano sorpresi e chiedevano al tecnico di farlo giocare. Si allenò pochissimo con noi, due o tre settimane, e alla fine debuttò. Era chiaro che sarebbe diventato il più forte di tutti: io dicevo a mio padre che c’era un ragazzo che era un fenomeno meraviglioso.

E lui cosa rispondeva?
Che di giocatori così poi non ne arriva nessuno, ricordando al contrario i veri fenomeni come Di Stefano o Sívori. Invece giocò bene, lo comprò il Boca, poi andò al Barcellona e iniziò quella straordinaria carriera. Noi già negli allenamenti ci rendevamo conto che era diverso. Faceva cose che noi avremmo potuto provare mattina, pomeriggio e sera senza mai riuscirci. Faceva cose impossibili, aveva un guanto al posto del piede. A meno di un grave infortunio, le sue qualità erano quelle di un fuoriclasse.

Ve lo siete goduto, insomma.
Certo. Ci sfidava a calciare i calci d’angoli sul secondo palo e a colpirne l’incrocio. Lui andava e colpiva l’incrocio, mentre noi la mandavamo alta o di lato. Lì capivi che era diverso, come quando a scuola hai seduto vicino a te un futuro Premio Nobel. Vedevi che era un genio che sapeva tutto, anche se poi non puoi essere mai sicuro di quello che sarebbe diventato nel mondo.

Com’era la vostra squadra?
All’Argentinos Juniors era tutto molto povero. Era una squadra da metà classifica in giù. All’epoca si sentiva molto il divario con i grandi club come River, Boca, Racing o Independiente. Era una buona squadra per i suoi standard, ma cercava soprattutto di non retrocedere. Ciò che ottenne Diego da quel momento in poi fu non solo far lottare la squadra per i primi posti, ma dare vera importanza alle giovanili. Prima i giocatori uscivano per necessità e non per un lavoro strutturato. Dopo che Diego se ne andò, il club iniziò a generare tantissimi giocatori, ed è per questo che oggi l’Argentinos Juniors è chiamato “il vivaio del mondo”. Un altro Diego non è stato possibile tirarlo fuori, ma comunque sono usciti fuori giocatori da Nazionale come Batista, Sorín, Redondo. Si resero conto che bisognava puntare sul settore giovanile. La genetica fa sì che un giocatore del genere nasca ogni tanto, non è semplice. L’Argentina c’è riuscita poi con Messi, è una bacchetta magica che fa uscire un talento ogni tanto.

Quale è stato il contatto per il trasferimento in Italia?
Nel 1980 sono andato negli Stati Uniti, a Rochester, nel 1981 sono tornato nella provincia de La Pampa. E nel 1982 con Oscar Nichiarelli in Belgio, portati dall’intermediario José Rubulotta. Non siamo rimasti, lì ci hanno chiamato dalla Sicilia e siamo andati a fare un provino. Durante il Mondiale dell’82 abbiamo conosciuto una persona che ci ha portato a Trapani, ma poi ci hanno fatto il contratto per la Sardegna. A Sennori ho giocato una stagione. A 28 anni ho lasciato il calcio, sono tornato qui e ho aperto l’agenzia immobiliare.

Le è piaciuto giocare in Italia o no?
Non mi è piaciuto granché. Avevo già un’età, bisognava aspettare per poter passare di categoria. Quindi ho giocato una stagione, sempre da centrocampista centrale, e sono tornato. Ricordo che come allenatore di una squadra avversaria c’era uno famoso, il brasiliano Amarildo.

Si è ritirato giovane dal calcio, ha qualche rimpianto? Sente che avrebbe potuto ottenere di più con il pallone?
Probabilmente sì, ma questi sono i destini di ciascuno. Era un’epoca più difficile senza procuratori che ti costruissero la carriera. Mi sarebbe piaciuto giocare fino a 34 o 35 anni e vivere di calcio, ma la passione di aver giocato e la fortuna di essere stato al fianco di Diego è stato un sogno.

Chi era il suo idolo quando era piccolo?
Da piccolo ero tifoso del River Plate. Mi piacevano Amadeo Carrizo, Beto Alonso e Bochini, ma Diego è stato superiore a tutti. Nel mio ruolo mi è sempre piaciuto Fernando Redondo, un volante squisito.

Quante volte vi siete rivisti e parlati con Diego dopo quel 20 ottobre?
Nel 1978 me ne andai dall’Argentinos Juniors e nel 1982 è stata l’ultima volta che l’ho visto. Io ero in Spagna per il Mondiale ’82 a cercare squadra e siamo andati con l’altro ragazzo argentino nel ritiro della Nazionale argentina a Villajoyosa. Diego ci fece entrare.

Cosa le disse Diego?
Diego si ricordava perfettamente di tutto. Chiedemmo se c’era possibilità di entrare per salutarlo e Diego ci fece subito passare.

Quando Diego è morto, per lei è stato un duro colpo?
Sì, ho provato molta tristezza vedendo come lo esponevano quando allenava il Gimnasia. Si stavano approfittando di una persona malata, il finale è stato molto triste.

Ha una foto con lui?
Qui in ufficio no, ma a casa mia ne ho una con Diego nel ritiro di Ezeiza.

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Clamoroso Pisa: l’ex Juve Comolli è il nuovo presidente e ad del club. Silurati i Corrado dopo 10 anni

Senza nessun sentore, senza nessuna anticipazione, totalmente a sorpresa. L’ex Juventus Damien Comolli è il nuovo presidente e amministratore delegato del Pisa, società che gioca nel campionato di Serie B dopo la retrocessione dello scorso anno. Ad annunciarlo è stato lo stesso club nerazzurro con una nota ufficiale: “Il Pisa Sporting Club è lieto di annunciare la nomina di Damien Comolli a Presidente e Amministratore Delegato del Club. Contestualmente Damien Comolli entrerà a far parte del Consiglio di Amministrazione”. A sorpresa, quindi, via anche Giuseppe e Giovanni Corrado, rispettivamente presidente e direttore generale del club, ma non più patron dal 2021, da quando la maggioranza è stata rilevata dal magnate Alexander Knaster.

“Dieci anni rappresentano un’era. Il Pisa Sporting Club rimarrà sempre una parte fondamentale delle nostre vite. Desideriamo quindi ringraziare tutti i collaboratori e la gente di Pisa per la disponibilità dimostrata e per l’affetto che ci hanno riservato”, scrivono i Corrado nel comunicato. “Un ringraziamento speciale ad Alex Knaster per il sostegno e l’amicizia dimostrati dopo la fase iniziale del progetto, avviata insieme a Enzo Ricci. Auguriamo al Pisa di proseguire con successo lo straordinario percorso di crescita intrapreso nel corso di questi dieci anni”.

Queste invece le prime parole di Damien Comolli, che fino a giugno 2026 era un tesserato della Juventus: “Sono molto felice di entrare a far parte del Pisa SC come Presidente e Amministratore Delegato. Sotto la proprietà di Alexander Knaster, il Club ha compiuto progressi davvero significativi. Questo dimostra che il Pisa SC è un Club stimolante in cui entrare, con un potenziale di crescita decisamente importante, a partire dalla propria organizzazione e dalla realizzazione di un nuovo centro sportivo all’avanguardia. Non vedo l’ora di contribuire, sotto ogni aspetto, al prossimo capitolo del percorso di sviluppo del Club. Forza Pisa!”.

Una mossa totalmente a sorpresa, commentata anche dal patron Alexander Knaster: “Dopo diverse stagioni durante le quali abbiamo assistito a significativi miglioramenti in tutte le aree del Club, ritengo che sia arrivato il momento per il Pisa SC di entrare in una nuova fase di crescita e sviluppo. Sono convinto che questo possa avvenire sotto la guida di Damien, che porta con sé una grande esperienza e una profonda conoscenza del calcio, sia dentro che fuori dal campo. Damien entra a far parte del Pisa SC con un contratto iniziale di tre anni.”, prima dei ringraziamenti alla famiglia Corrado.

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Psg-Barcellona a rischio rinvio, il ministro rassicura Nuñez: “Si gioca”. Cresce la paura per scontri e violenze a Parigi

A Parigi dovevano essere ore di attesa per il big match tra Psg e Barcellona (le due squadre oggi più forti in Europa), invece negli ultimi giorni a prendersi la scena sono state le forti proteste nella capitale francese e nel resto del Paese (tra cui anche Marsiglia, Bordeaux e Lione), per il carovita. Città devastate, violenze in diverse città, migliaia di persone fermate. Il 17 e il 18 ottobre in Francia sono state giornate complicate e nella capitale i disordini si sono protratti fino a notte fonda del 18, con negozi saccheggiati e attacchi alle varie strutture. Motivo per cui è anche circolata la voce che la sfida di Champions League tra Psg e Barcellona potrebbe non giocarsi. O meglio, la logica porta a pensare ciò ma il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha affermato che “non c’è alcun problema per la partita di martedì sera tra Paris Saint–Germain e Barcellona” a Parigi “e per altre partite che potrebbero svolgersi nelle competizioni europee”, in particolare “a Lille“. “Le partite non sono in dubbio“, ha insistito il ministro.

Intanto il primo ministro francese, Sébastien Lecornu, ha annunciato di aver chiesto ai prefetti di “decretare alcuni coprifuoco“. Sul tema è intervenuto anche l’allenatore del Psg Luis Enrique, che ha ribadito: “Ho le mie convinzioni. Non sono io la persona adatta a parlare di questo argomento; sono qui per parlare di calcio. Certamente non ci piace questo tipo di violenza, ma questa è la società. Per quanto riguarda le manifestazioni, è una battaglia, e nel nostro caso dobbiamo rimanere concentrati sulla partita. Non ho paura, ma spero che la partita possa svolgersi in condizioni normali“, ha spiegato l’allenatore parigino, mostrando qualche preoccupazione per la situazione.

Martedì sera sono attesi 2mila e 200 tifosi del Barcellona nel settore ospiti del Parco dei Principi e nonostante la partita non sia classificata come “ad alto rischio“, l’attenzione sarà inevitabilmente concentrata sull’area esterna allo stadio, che dovrebbe ospitare oltre 40mila tifosi. Motivo per cui – dopo un fine settimana di tanta violenza nelle strade di Parigi – crescono timori per quello che potrebbe succedere. Anche in Spagna, la stampa catalana ha mostrato preoccupazione alla vigilia. “Una Parigi in fiamme attende il Barça”, titolava ad esempio Mundo Deportivo. “La Francia e la sua capitale sono attualmente teatro di gravi disordini”, insisteva il quotidiano.

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L’Arsenal vuole licenziare 60 dipendenti e rinnova Arteta per 25 milioni all’anno. Il tecnico: “Bisogna prendere decisioni per raggiungere il successo”

Quasi venticinque milioni di euro all’anno fino al 2030 per l’allenatore e sessanta posti di lavoro a rischio per i dipendenti. Da una parte il rinnovo milionario di Mikel Arteta fino al 2030, dall’altra un piano di ristrutturazione che rischia di lasciare a casa decine di lavoratori. Il paradosso in casa Arsenal ha acceso più di qualche critica in Inghilterra. E le dichiarazioni di Arteta sulla questione di certo non aiutano. Si considera la persona meno adatta per parlarne – “Questa non è una domanda da fare a me” – ma quando c’è da difendere la scelta del club non si tira di certo indietro: “Bisogna prendere delle decisioni per mettere le persone giuste nei posti giusti e continuare a investire per raggiungere i nostri obiettivi e il successo che vogliamo costruire. Questo mi è stato spiegato in seguito a un’analisi condotta in tutto il club, sempre con l’intento di evolvere e migliorare”. Facile dire così quando per i prossimi anni puoi diventare l’allenatore più pagato della Premier League.

Annunciata mercoledì dalla dirigenza al personale, la ristrutturazione riguarda principalmente i dipartimenti amministrativi e commerciali. Il tempismo non è di certo dei migliori. “Questo è quello che mi è stato detto. Non sono la persona giusta per dare risposte su questi argomenti”, ha aggiunto lo spagnolo. Ma il contrasto resta evidente. E per certi versi inspiegabile, considerati i ricavi del club inglese negli ultimi anni.

Quasi un miliardo di ricavi

Ricavi record e fatturato in crescita. I numeri raccolti negli ultimi anni raccontano un Arsenal in piena espansione. Nella stagione 2024/25, i Gunners hanno registrato ricavi per 903 milioni di euro, contro i 788 milioni dell’annata precedente: di fatto un incremento del 14,5%, influenzato dai diritti tv e dal business legato allo stadio. Ma è soprattutto sul fronte commerciale che l’Arsenal ha accelerato, raggiungendo quota 307,6 milioni di euro. Un risultato favorito anche da accordi di sponsorizzazione come quello con Sobha Realty (multinazionale di sviluppo immobiliare di lusso), che nel febbraio 2024 ha acquisito i diritti sul nome del centro di allenamento del club. E con la finale di Champions League raggiunta nella passata stagione, le entrate sono destinate a crescere ulteriormente.

A crescere, fino a poco tempo fa, era anche il numero dei dipendenti. Per fare un esempio, al 31 maggio 2025 l’Arsenal contava 564 lavoratori nei settori commerciale e amministrativo, contro i 513 dell’anno precedente. Oggi la tendenza è un’altra. Il fatturato sale, ma per una parte dei dipendenti il futuro diventa sempre più incerto. E nessuno sembrerebbe preoccuparsi. L’obiettivo della ristrutturazione, infatti, sarebbe quello di risparmiare tra i 5 e i 7 milioni di sterline all’anno (circa 8 milioni di euro). Praticamente un terzo di quanto guadagnerà Mikel Arteta ogni stagione.

Il precedente in casa Gunners

Per l’Arsenal, però, non si tratta di una novità. Già nell’agosto del 2020, in piena pandemia di Covid–19, il club londinese aveva annunciato un piano di riduzione del personale che prevedeva il licenziamento di 55 dipendenti, principalmente nei settori sportivo, commerciale e amministrativo. Una scelta che aveva scatenato numerose polemiche e provocato la reazione negativa dei tifosi, anche perché arrivata dopo che i calciatori avevano accettato una riduzione dei propri stipendi proprio per contribuire alla tenuta economica della società in un periodo di difficoltà.

Anche in quell’occasione Arteta si era schierato a sostegno delle decisioni del club. Sei anni dopo la storia si ripete. Nel mese di settembre i Gunners si erano infatti affidati al Boston Consulting Group (BCG), società leader a livello internazionale nel campo della consulenza aziendale, con il compito di analizzare alcune aree del club nell’ottica di un miglioramento operativo e organizzativo. Risultato? La decisione di licenziare 60 dipendenti, ritenuti di troppo. Intanto Arteta ringrazia per il rinnovo faraonico.

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“Quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità”: l’appello di Pep Guardiola per la Palestina

“Non sono morti, sono persone assassinate. Non sono statistiche, sono vite con nomi, volti, famiglie, sogni e ricordi”. Comincia così il video–appello per la Palestina pubblicato sui social da Pep Guardiola. Il più influente allenatore di calcio del nuovo millennio ha infatti scelto di sposare la causa dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi. Il video è stato rilanciato dal canale spagnolo dell’UNRWA, che chiede di continuare a “parlare di Palestina”.

È il messaggio di fondo dell’appello di Guardiola, che dice: “Quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome, quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità“. Il tecnico catalano invita quindi a continuare a denunciare ciò che accade a Gaza e al popolo palestinese: “Le loro vite contano quanto le nostre; il loro dolore non ci è estraneo. Non dimentichiamolo”. Quindi l’appello a sostenere all’Agenzie delle Nazioni Uniti: “Da oltre 75 anni, l’UNRWA sostiene i rifugiati palestinesi fornendo assistenza sanitaria, protezione e aiuti umanitari. Ma l’UNRWA è molto più che aiuti. È anche memoria“.

Il discorso integrale di Pep Guardiola

Non sono morti, sono persone assassinate. Non sono statistiche, sono vite con nomi, volti, famiglie, sogni e ricordi. Non sono danni collaterali, sono bambini. E quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome, quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità. Stiamo vivendo un momento molto buio della nostra storia.

Vediamo bambini a Gaza che cercano i loro genitori tra le macerie, che implorano aiuto, che soffrono la fame, che vengono lasciati soli. Li vediamo perdere tutto prima ancora di aver avuto la possibilità di crescere, e l’inferno continua, insieme alla disumanizzazione del popolo palestinese. Le loro vite contano quanto le nostre, il loro dolore non ci è estraneo. Non dimentichiamolo. La solidarietà con la Palestina non può fermarsi.
Né può fermarsi la nostra responsabilità. Oggi, proprio oggi, il governo israeliano ha ucciso più di 74.000 persone a Gaza e continua a ostacolare l’ingresso degli aiuti umanitari. E mentre Gaza continua a essere devastata, la demolizione delle case palestinesi e gli sfollamenti forzati in Cisgiordania continuano. In questo contesto, è importante ricordare una cosa.

Per milioni di rifugiati palestinesi, la sofferenza non è appena iniziata. Hanno sopportato decenni di sfollamento, violenza, perdite, dolore, traumi, incertezza e ingiustizia. Eppure, perseverano. Quanto ammiriamo la resilienza del popolo palestinese. Ma non dovrebbero essere costretti a essere resilienti. Nessun popolo dovrebbe dover trascorrere generazioni a dimostrare la propria capacità di sopportare la sofferenza.

Nessun bambino dovrebbe crescere imparando a sopravvivere anziché a vivere. E in questo terribile contesto, c’è un’organizzazione che non li ha mai abbandonati, nemmeno per un solo giorno. Si chiama UNRWA. Da oltre 75 anni, l’UNRWA sostiene i rifugiati palestinesi fornendo assistenza sanitaria, protezione e aiuti umanitari. Ma l’UNRWA è molto più che aiuti. È anche memoria.

Ed è l’istituzione che ha preservato la storia, l’identità e i diritti di generazioni di rifugiati palestinesi. È la prova che la loro esistenza non può essere cancellata. Oggi, sostenere l’UNRWA è più necessario che mai. Sostenere l’UNRWA significa sostenere coloro che continuano a resistere alla fame, alla violenza, alla paura e all’abbandono. Perché per continuare a distruggere, bisogna imporre il silenzio. E noi non ci faremo mettere a tacere.

Oggi il silenzio è una forma di schieramento, ma non possiamo voltarci dall’altra parte. La Palestina conta, e la Palestina ha bisogno di giustizia e pace. Ora, per favore, continuate a parlare della Palestina. Continuate a difendere l’umanità di fronte all’indifferenza. Per favore, se potete, sostenete l’UNRWA affinché possa continuare a fornire aiuti a chi ne ha più bisogno. Grazie di cuore.

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“I dirigenti seguono le logiche del guadagno. Per loro i giovani sono un problema, i vecchi una garanzia”: l’accusa di Baldini

“Il problema non sono i giocatori giovani, ma i dirigenti. Non c’è un problema di materia prima, ma di dirigenti che hanno il loro modo di organizzare il calcio e fare le loro cose“. Così Silvio Baldini, ct dell’under 21, dopo aver ricevuto a Roma il premio ‘Scopigno-Pulici’ per l’immagine italiana nel mondo. “Il mondo del calcio è in mano a persone che mettono la coscienza in secondo piano, mentre prevalgono il guadagno e la visibilità. Ci sono dei valori che non possono cambiare – ha aggiunto – quando i nostri dirigenti non si assumono le loro responsabilità in coscienza ci sarà sempre questo problema”, ha detto Baldini puntando il dito appunto contro i dirigenti. “Non vanno a vedere se un ragazzo vale e può essere una risorsa importante. Vedono i giovani come un problema e i vecchi come una garanzia“, ha dichiarato l’attuale commissario tecnico dell’Under 21 che a giugno ha guidato la nazionale maggiore per due partite, lanciando diversi giovani e dando il via a un cambio di mentalità anche per il futuro.

“Non voglio passare per quello che ha fatto scoccare la scintilla, ma dopo le due partite che abbiamo fatto a giugno con la Nazionale ho visto nel calcio italiano molte società che hanno cominciato a far giocare più giovani, più ragazzi. È una cosa che in futuro sicuramente aiuterà il nostro calcio a venir fuori anche da queste posizioni di ranking che non rispettano i nostri valori”, ha poi proseguito Baldini, parlando appunto delle differenze tra questa prima parte di campionato e le scorse annate. Per risollevare il calcio italiano, secondo Baldini, “dobbiamo partire da fuori il calcio e poi andare dentro. Cosa significa? Non sono le idee a fare la differenza, ma le persone. Se non sono valide non combinano niente, a prescindere da come la pensano. Quindi al di là delle idee servono persone che sappiano portare avanti i principi“, ha concluso il ct.

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Gattuso, l’ombra di Zenica e la svolta con i giovani: “Questa generazione mi faceva imbestialire, poi ho capito che dovevo cambiare io”

Le dichiarazioni ai media nei dopo-partita sono quasi sempre di una banalità sconcertante, ma la coda di Juventus-Lazio ha rappresentato la classica eccezione. Protagonista, Gennaro Gattuso. Si è lasciato andare, come se invece di parlare di fronte alle telecamere, stesse confrontandosi con il suo strizzacervelli. L’analisi delle sue parole, per forza di cose, parte da lontano: esattamente da sette mesi fa. La sera del 31 marzo, dopo il successo ai rigori della Bosnia sull’Italia, Rino – e con lui milioni di persone che amano il calcio – era un uomo a pezzi, sprofondato nel momento più buio della sua carriera. La terza eliminazione di fila della nazionale al mondiale lo aveva travolto. Annichilito. Umiliato. La faccia della vergogna del nostro calcio era la sua: quella di una persona onesta, di indubbi valori morali, ma incapace. Sappiamo tutti che dietro alla sconfitta di uno sport di squadra non esiste un unico colpevole, ma per il ruolo che ricopre un allenatore, è lui il vero responsabile. Gattuso è sparito dal radar, poi, improvvisa e inattesa, la chiamata della Lazio. Lotito gli ha offerto una seconda chance. La sera del 16 agosto, alla prima partita ufficiale, un flop colossale: Lazio superata 2-0 in casa dal Mantova, in Coppa Italia. Gattuso già sulla graticola e voci di un possibile esonero, condite da parole impietose: “Non si è ripreso dalla vergogna di Zenica e chissà se mai ci riuscirà”.

Due mesi dopo, Gattuso è in testa al campionato, in tandem con l’Inter. La sua Lazio gioca un bel calcio: non ha la rosa vasta di altre candidate al titolo, ma non partecipare alle coppe europee rappresenta paradossalmente un vantaggio. La Lazio può fare una cosa che nel calcio moderno è spesso e colpevolmente secondaria: allenarsi bene. Il 3-0 in casa della Juve ha liberato le acque. Gattuso, per la prima volta dopo i giorni oscuri di Zenica, ha parlato non solo della sua Lazio, ma ha allargato gli orizzonti, aprendo una finestra sulla complessità dei rapporti di un allenatore con i giocatori.

Il contrasto generazionale appartiene alla cronaca dell’umanità. Non è storia di oggi. All’alba del terzo millennio, i normali temi che contrappongono i giovani con gli adulti sono stati però amplificati, nel calcio, da due elementi dirompenti: la figura del procuratore che piomba nelle vite dei giocatori quando sono ancora bambini e la comparsa dei social. Le linee guida sono offerte spesso non dalle famiglie – sulle quali bisognerebbe poi aprire un dibattito -, ma dai loro manager – ovvero gente che si preoccupa quasi sempre dei propri interessi – e dalle piattaforme web. La gioventù tende a isolarsi e, in diversi casi, questa realtà distopica annebbia il cervello dei più fragili, con il risultato di sfuggire al controllo e alla comprensione degli adulti (ma anche gli “over”, a proposito di social, non scherzano ). Fare gruppo e comunicare, lontani dalla tecnologia, rappresenta spesso un problema. Immaginare questo scenario trapiantato in una squadra di calcio, dove un allenatore deve gestire non più quindici-sedici giocatori come un tempo, ma venticinque.

“Fino a qualche anno fa – le parole di Gattuso – faticavo a interagire con la squadra. Vedevo cose che mi facevano imbestialire. Questa generazione ha un approccio completamente diverso da quello che avevamo io e miei compagni di allora. Piano piano ho capito che dovevo cambiare atteggiamento. Ho cercato di andare incontro a questo mondo nuovo. Lascio più libertà, purché siano rispettati quei concetti di base sui quali non transigo”. Gattuso ha 48 anni. Non è molto più avanti con l’età rispetto a giocatori over 35, eppure oggi bastano due generazioni di differenza per scavare un solco talvolta incolmabile.

L’inaspettato exploit della Lazio ha però ragioni più profonde: “Gestisco un gruppo che ha voglia di affermarsi, rispetta le regole fondamentali e in settimana lavora duro, senza lamentarsi. Il nostro mercato non è stato facile. C’erano pochi soldi a disposizione, ma abbiamo preso i giocatori giusti. Ora ci godiamo questa bella vittoria a Torino, ma da domani, si volta pagina e si pensa alla gara con al Parma. La strada è questa: non guardare lontano e concentrarsi sull’obiettivo immediato”.

La terza bocciatura dell’Italia resta una ferita aperta: “Me la porterò dietro per il resto della vita. Non la supererò mai. Avevamo svolto un buon lavoro, poi quella maledetta serata di Zenica. Sono tornato in pista perché non riesco a stare a casa senza lavorare. Ho commesso qualche errore in passato accettando situazioni rischiose anche per questa ragione. Il mio mondo, la mia vita è il calcio: lo spogliatoio, gli allenamenti, le partite”.

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Di Canio elogia l’Inter: “Maestra sul mercato”, Bergomi non ci sta: “Quello degli ultimi due anni non ha reso, stiamo aspettando”

L’Inter domina in Italia e fatica in Europa. È una squadra dai due volti quella vista in questa prima parte di stagione: solo vittorie e un pareggio contro la Roma in Serie A, solo sconfitte in Champions League. A proposito di ciò, domenica sera a Sky Calcio Club, si è aperto un dibattito sui nerazzurri e se l’inizio di stagione sia positivo o meno: “Tu non puoi fare la Champions con Diouf in quel ruolo. Sto parlando di un giocatore che è stato tra i migliori nelle due partite, ma è un gioco di squadra e lì devi avere un difensore che attacca”, ha esordito Giancarlo Marocchi, che ha posto l’accento tra l’altro su uno dei migliori dell’Inter in questi primi mesi.

A quel punto è intervenuto anche Paolo Di Canio, che ha specificato: “Volevano Palestra infatti, stanno mettendo delle toppe per il prezzo, ma l’investimento era quello. L’Inter ha consolidato la sua forza in Italia. Loro sanno operare sul mercato e sanno anche cosa possono andare a fare le avversarie. L’Inter è stata maestra in questo”, ha precisato Di Canio. Pronta però la risposta di Beppe Bergomi, che ha risposto a Di Canio con un punto di vista differente: “Gli ultimi due anni però non stanno rendendo come mercato dico. Stiamo aspettando”, ha detto facendo riferimento agli arrivi degli ultimi due anni. In casa Inter infatti Luis Henrique – tra gli acquisti più onerosi dell’anno scorso – non ha mai reso. Quest’anno tra i tre inglesi nessuno ha ancora dato qualcosa: Jones nella fase iniziale (poi infortunato), Spence è appena rientrato ma già contro il Brugge ha commesso un errore grave, mentre Stones si è infortunato e tornerà dopo la sosta. Stankovic sembra tra quelli pronti a dare qualcosa, ma ha fin qui trovato poco spazio. Di Canio ha poi precisato: “L’impianto comunque è solido per centrare l’obiettivo in Serie A. Per questo dico nel campionato italiano”.

Poi l’ex attaccante della Lazio ha continuato, difendendo l’operato del club nerazzurro: “Quando arrivò io lo dissi che Akanji era un lusso per l’uscita palla, scuola Guardiola. Ma già dal Dortmund non era difensore. Qui da centrale deve fare il leader difensivo ora. Bisseck non è bravissimo come tattica difensiva individuale in campo aperto. Ma la differenza netta è che l’Inter è forte, forte, forte, forte, forte”, ha spiegato Di Canio, parlando sempre di Serie A. “In Europa non è obbligata a vincere, è un’opportunità: è forte, ma se cala di poco ci sono squadre che fanno male, più organizzate anche. Il Club Brugge ha consolidato questo modo di giocare negli anni, tra Champions ed Europa League. Hanno la mentalità, nel loro giorno giusto è così”, ha concluso.

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