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Scontri a Milano, Dell’Utri: “Chi parla di remigrazione non ha capito nulla. Solo un analfabeta politico non comprende: la sofferenza dei cittadini è reale”

Mentre il centrodestra ha preso parte lunedì un presidio a Milano dietro allo striscione “Vi remigreremo tutti“, a mettere in evidenza le contraddizioni interne alla coalizione ci pensa Marcello Dell’Utri. L’ex braccio destro di Silvio Berlusconi e co-fondatore di Forza Italia, interviene nel dibattito commentando gli scontri e le scene di guerriglia urbana nel capuologuo lombardo: “Le devastazioni che hanno colpito Milano e altri grandi centri del nostro Paese in questi giorni vanno condannate senza esitazioni. Ma chi pensa di fermare le proteste limitandosi a invocare la sicurezza, senza interrogarsi sulle ragioni profonde del malessere che le alimenta, commette un errore gravissimo”, dichiara Dell’Utri proprio mentre il Consiglio dei ministri si appresta a varare un nuovo decreto sicurezza.

Per l’ex senatore azzurro “solo un analfabeta politico può non comprendere la delicatezza della fase storica che stiamo attraversando. La sofferenza dei cittadini è reale, crescente e non può più essere ignorata”. E arriva anche la stoccata nei confronti della destra e di chi rincorre Vannacci: “Pensare di affrontarla agitando formule retoriche come quella della ‘remigrazione‘ significa non aver capito nulla della gravità del momento“.

Per quanto riguarda il partito che ha co-fondato, Dell’Utri spiega “sto senz’altro con Marina Berlusconi“, nel volere un partito come Forza Italia più presente sul tema dei diritti, “anche Silvio Berlusconi credo che la penserebbe così, ma purtroppo non possiamo chiederglielo”. “In Forza Italia c’è chi, come Amir Atrous, ha analizzato questo disagio con parole accorate e coraggiose, senza rifugiarsi nelle comode semplificazioni della propaganda. Un centrodestra serio e consapevole delle proprie responsabilità farebbe bene ad ascoltarlo”, rimarca Dell’Utri parlando del responsabile del Dipartimento Immigrazione di Forza Italia Milano che scatena spesso le polemiche interne al centrodestra con le sue posizioni.

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Proteste e violenze a Milano, il decreto sicurezza si sta smontando: pronti a saltare il fermo preventivo dei minori e i poteri di polizia giudiziaria ai militari. Il confronto con il Colle

Il fermo preventivo nei confronti di minorenni non dovrebbe entrare nel decreto Sicurezza che alle 17.30 sarà approvato dal Consiglio dei ministri dopo le violenze di Milano del fine settimana. La norma è in bilico e secondo fonti parlamentari al momento non sarebbe nel decreto. Non è chiaro quali siano i motivi per cui il fermo preventivo non dovrebbe entrare nel provvedimento. Secondo fonti parlamentari, però, la limatura sarebbe arrivata dopo il confronto con gli uffici della presidenza della Repubblica. Ma non sarebbe l’unica norma che rischia di saltare: se il fermo preventivo non ci sarà, in forse sono anche quella che trasforma i 500 militari in più per Milano in ufficiali di polizia giudiziaria con poteri di arresto e il controllo sui social network.

La norma sul fermo era stata inserita nel disegno di legge in discussione al Senato e tra quelle che entreranno nel decreto non dovrebbe esserci il fermo preventivo fino a 24 ore anche per i minorenni. La decisione sarebbe stata presa nella mattinata di martedì durante una riunione a Palazzo Chigi da parte degli uffici legislativi dei ministeri interessati.

Secondo una fonte di governo, questa non sarà l’unica limatura del decreto: alla fine ci saranno altre modifiche rispetto alle previsioni iniziali. La norma che trasforma i militari di Strade Sicure in ufficiali di polizia giudiziaria è a rischio perché vedrebbe la contrarietà del ministero dell’Interno secondo cui servirebbe personale formato per trattenimenti e arresti e anche quella del Quirinale. Inoltre, anche il controllo da parte dell’intelligence sul monitoraggio social sarebbe in forse.

Confermate invece tutte le altre misure: punibilità dei minori con misure cautelari, inasprimento delle pene per i reati di devastazione e saccheggiamento, i genitori dovranno pagare per i danni dei figli e procedibilità d’ufficio per i reati di lesioni ai poliziotti. Inoltre viene introdotto un nuovo reato: la partecipazione violenta a manifestazione pubblica.

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Salvini incontra i camionisti a Milano: “Pronti oltre un miliardo di fondi”. Ma con il decreto sicurezza chi ha bloccato le strade rischia la galera: “Chiedo di rimuoverli”

“Non pretendo di avere la bacchetta magica, ma sboccare oltre un miliardo di risorse è una prima risposta”. Il vicepremier Matteo Salvini commenta così l’esito dell’incontro con i sindacati degli autotrasportatori in prefettura a Milano. E lo fa a margine della cerimonia di posa della prima pietra del nuovo campus del Conservatorio di Milano. “Come si arriverà al 2027? Ci sarà un secondo tavolo dove verificheremo l’avvio dei pagamenti”. E sui blocchi stradali che si sono visti in diverse parti d’Italia nelle scorse settimane che con il decreto sicurezza potrebbero comportare anche il carcere, Salvini commenta così: “Un conto è protestare, un conto è togliere il diritto alla mobilità degli altri. Nel pomeriggio ascolterò anche alcuni sindacati autonomi e a tutti chiederò la rimozione di qualsiasi blocco ancora in corso”.

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La prossima campagna elettorale si giocherà anche sui chatbot

La prossima campagna di influenza elettorale potrebbe non avere come obiettivo principale gli elettori, ma i chatbot che usano per informarsi. Negli Stati Uniti, una rete di siti che si presentano come testate locali è stata costruita per orientare le risposte dell’intelligenza artificiale sui candidati alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Non è la prima volta che una campagna di disinformazione cerca di condizionare le informazioni utilizzate dai sistemi di IA. La novità è la precisione con cui questa operazione sembra puntare sulle competizioni elettorali locali.

A ricostruirla è stata VisionHeight, società israeliana specializzata in intelligence sulle minacce informatiche, in un’indagine ripresa e ampliata dal sito americano CyberScoop. I ricercatori avevano inizialmente individuato 37 siti distribuiti in sei Stati americani. Le verifiche successive hanno portato il totale ad almeno 460 pagine online in 14 Stati, dall’Arizona alla Pennsylvania, dal Texas al Wisconsin.

I siti hanno nomi che sembrano quelli di giornali regionali, come Wolverine State Report in Michigan e Peach State Bulletin in Georgia. Alcuni si presentano come testate di cronaca, altri come blog di opinione. Si citano reciprocamente, costruendo una rete nella quale contenuti coordinati possono sembrare confermati da fonti indipendenti. I testi, però, assomigliano poco a veri articoli giornalistici: ripetono giudizi espliciti sui candidati, con formulazioni leggermente diverse a seconda dell’argomento.

Una delle espressioni ricorrenti è «the stronger choice», la scelta migliore, riferita a un candidato per questioni come il costo delle abitazioni o le tasse. Le stesse valutazioni ricompaiono in numerose pagine e in risposte costruite per assomigliare a quelle che un elettore potrebbe rivolgere a un assistente IA.

La struttura dei siti è fondamentale. Quando un utente chiede a un chatbot quale candidato abbia le proposte migliori su un determinato tema, il sistema può cercare informazioni online e utilizzarle per formulare una risposta. Pubblicare pagine che rispondono direttamente a domande politiche aumenta la possibilità che quei contenuti vengano recuperati e citati. La rete individuata da VisionHeight sembra progettata proprio per questo: non tanto per attirare lettori umani, quanto per rendere i propri messaggi facilmente individuabili dai sistemi automatici.

I siti, inoltre, sono configurati per consentire ai principali operatori dell’intelligenza artificiale di raccogliere i loro contenuti attraverso i programmi automatici di esplorazione del web. È una scelta significativa in un contesto in cui molti editori cercano invece di limitare l’accesso dei sistemi IA ai propri materiali.

Un primo riscontro concreto è già emerso. Secondo Nitsan Daniel, cofondatrice e responsabile tecnologica di VisionHeight, Perplexity ha citato uno dei siti della rete, Tarheel State Report, come prima fonte in almeno una risposta. Il dato dimostra che quei contenuti possono entrare nelle risposte di un chatbot, ma non prova che abbiano modificato sistematicamente le sue valutazioni politiche o influenzato le intenzioni di voto.

Anche la scala dell’operazione suggerisce un processo automatizzato. I 37 domini individuati nella prima fase sono stati registrati nella stessa serata, 36 nell’arco di otto minuti. Il 30 settembre la rete ha pubblicato circa 100 mila parole dedicate ai candidati, utilizzando modelli e impaginazioni ricorrenti. Secondo i ricercatori, l’intelligenza artificiale potrebbe aver contribuito a produrre sia i testi sia l’infrastruttura dei siti.

Il metodo non nasce con questa operazione. Nel marzo 2025 NewsGuard aveva documentato come la rete russa Pravda, attraverso milioni di articoli di propaganda e contenuti falsi, cercasse di influenzare le risposte dei chatbot anziché raggiungere direttamente i lettori. In un test su dieci strumenti di intelligenza artificiale, i ricercatori avevano rilevato la ripetizione di affermazioni false provenienti dalla rete nel 33 per cento dei casi esaminati.

Il centro di monitoraggio di NewsGuard ha inoltre censito migliaia di siti che pubblicano contenuti generati dall’AI senza una supervisione editoriale significativa. Il caso americano si inserisce dunque in un fenomeno già osservato: l’inquinamento dell’ambiente informativo dal quale i chatbot attingono. La differenza è che la rete descritta da VisionHeight sembra costruita attorno a specifiche competizioni elettorali, con siti iperlocali, messaggi ripetuti e contenuti formulati per rispondere a domande precise sui candidati.

VisionHeight non ha attribuito l’operazione a uno Stato, a un gruppo politico o a un’organizzazione specifica. Non è quindi possibile stabilire chi ne sia responsabile né quale sia il suo obiettivo finale. Il metodo, tuttavia, potrebbe essere replicato da attori stranieri e nazionali interessati a condizionare le informazioni che i chatbot restituiscono durante una campagna elettorale.

La posta in gioco è il controllo delle fonti. Le operazioni tradizionali cercano di convincere le persone attraverso profili falsi, campagne sui social network e contenuti manipolati. Qui il bersaglio intermedio è il sistema che seleziona e riassume le informazioni per l’utente. Non occorre violare il chatbot: basta tentare di condizionare ciò che trova online.

Resta da dimostrare quanto questa tecnica riesca a modificare le risposte e, soprattutto, se produca effetti sul comportamento degli elettori. L’indagine non prova che la rete abbia cambiato intenzioni di voto. Mostra però come l’automazione possa rendere più economiche e accessibili campagne di influenza anche su collegi e competizioni locali: se le fonti vengono manipolate, anche una risposta apparentemente neutrale dell’intelligenza artificiale può restituire una rappresentazione distorta della realtà.

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La fabbrica cinese del futuro è una stampante 3D

La prossima grande conquista industriale cinese potrebbe stare su una scrivania. Non è un robot umanoide, né una batteria per auto elettriche: è una stampante 3D. Un dispositivo che fino a pochi anni fa sembrava destinato soprattutto agli appassionati di tecnologia e che oggi, grazie ai produttori cinesi, è diventato un prodotto di consumo accessibile. Ma dietro la produzione di giocattoli, utensili e piccoli oggetti si nasconde una tecnologia con implicazioni ben più importanti: la possibilità di trasformare un progetto digitale in un componente fisico, riducendo tempi, costi e dipendenza dalle catene produttive tradizionali.

Come ha raccontato l’Economist, nel primo semestre del 2026 le esportazioni cinesi di stampanti 3D sono cresciute del 90 per cento. Nell’arco di un decennio, la quota cinese del mercato globale delle macchine per uso personale sarebbe passata dal 19 al 96 per cento, ridimensionando il ruolo dei concorrenti occidentali. A dominare il settore sono quattro aziende di Shenzhen: Creality, Anycubic, Elegoo e Bambu Lab. Quest’ultima, fondata nel 2020 da ex dipendenti di DJI, il principale produttore mondiale di droni, è diventata il simbolo di una trasformazione che combina design curato, facilità d’uso e prezzi difficili da eguagliare.

Una stampante di questo tipo può costare poco più di 500 dollari, mentre modelli occidentali comparabili partono da prezzi più che doppi. Anche l’intelligenza artificiale promette di ampliare il mercato: anziché utilizzare software di progettazione complessi, gli utenti possono cominciare a creare oggetti descrivendoli in linguaggio naturale. La stampa 3D si avvicina così a un pubblico sempre più ampio, mentre le cosiddette printing farm, strutture con migliaia di stampanti da tavolo che lavorano contemporaneamente, cominciano a offrire un’alternativa alla produzione tradizionale di piccoli oggetti.

Il successo non nasce soltanto dalla capacità delle singole imprese. La produzione additiva è entrata da tempo nella strategia industriale cinese, a partire dal piano Made in China 2025, avviato nel 2015 per rafforzare l’autonomia tecnologica nazionale. Pechino ha sostenuto il settore attraverso programmi di ricerca, incentivi e acquisti pubblici, puntando a ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri. La concorrenza feroce tra produttori ha contribuito a migliorare le prestazioni e comprimere i prezzi. Una combinazione che rende sempre più difficile per le aziende occidentali competere sul mercato di massa.

È il quadro ricostruito da David Gardáš, Michal Thim e Filip Urban nel rapporto “Blueprinting the Future: Mitigating the Risks of Chinese Hegemony in Additive Manufacturing”, pubblicato da Sinopsis, progetto di ricerca sulla Cina realizzato in collaborazione con il Dipartimento di sinologia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori descrivono un settore sostenuto da piani nazionali, programmi dedicati alla produzione additiva e politiche che favoriscono le imprese locali, la sostituzione delle importazioni e l’integrazione delle filiere. Accanto ai produttori di stampanti consumer come Bambu Lab, citano aziende come Xi’an Bright Laser Technologies e Farsoon, attive nei sistemi industriali avanzati per metalli e polimeri.

La partita, però, non è ancora vinta in tutti i segmenti. Come osserva l’Economist, le aziende cinesi hanno conquistato le stampanti per hobbisti, ma faticano maggiormente a imporsi nel mercato industriale di fascia alta. Le macchine più sofisticate, capaci di lavorare metalli e polimeri per applicazioni aerospaziali e altri settori avanzati, sono ancora fornite soprattutto da imprese americane ed europee e possono costare milioni di dollari. Per chi le acquista, il prezzo non è l’unico criterio: affidare a un sistema connesso progetti riservati e dati di produzione significa anche valutare chi controlla la macchina e le informazioni che la attraversano. 

È qui che la questione industriale diventa un problema di sicurezza economica. Una stampante 3D non gestisce soltanto un modello da riprodurre: può trattare disegni tecnici, specifiche dei materiali, parametri di lavorazione e impostazioni software che condensano anni di ricerca e sviluppo. Se queste informazioni vengono esposte o sottratte, un concorrente può ridurre i tempi necessari per replicare un prodotto, risparmiando parte dei costi e degli errori che accompagnano l’innovazione. La connettività cloud, la telemetria, gli aggiornamenti del firmware e le funzioni di accesso remoto aprono quindi interrogativi che meritano verifiche concrete, soprattutto quando le macchine entrano in ambienti industriali o militari. È uno dei punti centrali del rapporto di Sinopsis: la concentrazione di capacità produttive e competenze nell’ecosistema cinese può aumentare i rischi per la proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico e la riservatezza dei dati.

Il rischio è amplificato dalla natura a duplice uso della tecnologia. Le stesse capacità impiegate per prototipi aerospaziali, dispositivi medici o componenti automobilistici possono trovare applicazione nella produzione di parti per droni, sistemi spaziali e apparati militari. Il rapporto segnala l’impiego di stampanti Bambu Lab nella produzione legata ai droni ucraini e da parte dell’esercito britannico. Sono esempi di come macchine commerciali possano entrare in contesti di difesa, nei quali la sicurezza dei sistemi e la protezione delle informazioni assumono un’importanza particolare. Non dimostrano, di per sé, che le stampanti trasferiscano dati sensibili a Pechino: indicano però perché cloud, accesso remoto e gestione dei progetti debbano essere valutati con attenzione.

La stessa Bambu Lab, intanto, deve affrontare anche controversie sulla proprietà intellettuale: secondo l’Economist, un tribunale statunitense le ha ordinato di pagare 27,6 milioni di dollari per la violazione di quattro brevetti di un’azienda americana. Un promemoria del fatto che la corsa cinese non riguarda solo i prezzi e la capacità produttiva, ma anche le regole che governano la competizione tecnologica.

La stampa 3D non sostituirà dall’oggi al domani le grandi fabbriche. Può però cambiare il modo in cui vengono progettati, testati e prodotti molti componenti, accorciando la distanza tra un’idea e la sua realizzazione. Per l’Occidente la sfida, dunque, non è soltanto difendere le quote di mercato. È evitare che la dipendenza da macchine, software e filiere controllate dall’estero si trasformi in una vulnerabilità industriale e strategica. La Cina ha già conquistato la scrivania degli hobbisti. La partita decisiva si giocherà nelle fabbriche, nei laboratori e nei dati che permettono di costruire ciò che ancora non esiste.

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Trump: “Anche in Italia le proteste hanno a che fare con l’immigrazione. Se l’Europa non chiude i confini è finita”

“Come in Francia anche in Italia le proteste hanno a che fare con l’immigrazione“. Anche Donald Trump ha detto la sua su quanto sta accadendo in Europa, con varie proteste tra Francia e Italia per il caro vita. Lo ha detto parlando con i giornalisti alla Casa Bianca. “Francia e Italia sono paesi peggiori di quello che erano”, ha aggiunto. “Se l’Europa non chiude i confini è finita”, ha detto ancora il tycoon, ponendo l’accento su quanto accaduto a Milano lo scorso weekend, con diversi negozi devastati e saccheggiati, con le violenze che hanno riguardato soprattutto la zona di Piazza Duomo e dintorni. “È una polveriera pronta a esplodere, è molto triste per me assistervi – ha detto ancora Trump – Noi abbiamo chiuso le frontiere, non entra nessuno e stiamo facendo uscire tutte queste persone. Tutti quelli che sono entrati illegalmente se ne stanno andando“.

I numeri degli interventi di polizia in Italia dell’ultimo fine settimana comprendono 32 arrestati, di cui 13 stranieri e 23 minorenni, e 28 denunciati, tra i quali 15 stranieri e 23 minorenni. Per 174 delle persone accompagnate in Questura è scattato invece il fermo di prevenzione di polizia, introdotto dal decreto sicurezza del 2026, all’articolo 11 bis. Un quadro che riporta al centro il tema della partecipazione di giovanissimi agli episodi di violenza e delle difficoltà nel contenere gruppi mobili e frammentati. La procura di Milano ha chiesto il carcere per sei maggiorenni devastazione e resistenza aggravata per le violenze di sabato, stessa richiesta per altri cinque maggiorenni per quanto avvenuto domenica.

In Francia, invece, sono 2.513 i fermi di polizia effettuati in Francia dall’inizio delle proteste degenerate in caos e devastazioni questo fine settimane, 67 le persone incarcerate: è quanto ha riferito in serata il ministro francese della Giustizia, Gérald Darmanin, intervistato da TF1. Il Guardasigilli ha inoltre annunciato di aver inviato “una direttiva a tutte le procure di Francia, chiedendo di procedere con una qualificazione giuridica legata alla criminalità organizzata”. Ciò consentirà, in particolare, di estendere la durata dei fermi da 48 a 72 ore e di ricorrere a strumenti quali la geolocalizzazione e le intercettazioni telefoniche: questo permetterà di stabilire “dove si trovavano le persone nel momento in cui venivano saccheggiati i negozi o attaccate le sedi municipali”.

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Sicurezza Milano, vertice d’urgenza a Palazzo Chigi. Il governo valuta anche l’uso dell’esercito in strada

Più agenti e più militari per presidiare Milano. Attraverso il programma Strade Sicure, come chiesto a più riprese dal vicepremier leghista Matteo Salvini. È questa una delle risposte a cui il governo sta pensando dopo il week end di proteste e violenze nelle strade del centro di Milano. Se ne discuterà lunedì mattina alle 12 a Palazzo Chigi in un vertice di governo a cui parteciperanno la premier Giorgia Meloni, i vice Antonio Tajani e Matteo Salvini (collegato) e i ministri interessati. Oltre a un decreto e a misure che rendano possibile fermare i minorenni, il governo sta pensando a un aumento del presidio delle forze armate nella città di Milano. Non è ancora chiaro quale sarà il numero di agenti in più che saranno inviati e in queste ore sono in corso riflessioni ai vertici dell’esecutivo.

L’invio di ulteriori uomini rappresenta comunque una scelta non senza rischi. In primis perché il ministro della Difesa Guido Crosetto ha più volte criticato la proposta del collega di governo Salvini di inviare i militari nelle strade delle grandi città perchè, in un contesto di guerre in giro per il mondo, le forze armate servono soprattutto per presidiare i nostri territori all’estero. In secondo luogo, inviare militari nella città di Milano sarebbe un riconoscimento delle ragioni del sindaco Beppe Sala che, nelle ultime ore, ha criticato il governo spiegando che nelle strade del centro c’erano pochi agenti delle forze dell’ordine. Una questione che si intreccia con le elezioni comunali del 2027 su cui la maggioranza non ha ancora trovato l’accordo per un candidato unitario.

Per il momento sembra accantonata l’idea, avanzata da Tajani, di un Consiglio dei ministri nella città di Milano per dare un segnale di vicinanza alla città. Prima il governo vuole intervenire con una risposta legislativa chiara e con un aumento di forze dell’ordine e militari impiegati nelle strade.

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La Germania cerca droni «stupidi» per testare i propri elicotteri

La Germania cerca sei droni-bersaglio per mettere alla prova i propri elicotteri contro una minaccia diventata centrale nei conflitti contemporanei: i velivoli d’attacco senza pilota, relativamente economici e difficili da intercettare, come gli Shahed-136 impiegati dalla Russia contro l’Ucraina.

Come rivelato dal giornalista investigativo Florian Flade, il Planungsamt der Bundeswehr, l’ufficio di pianificazione delle forze armate tedesche, ha pubblicato una gara per l’acquisto di sei bersagli volanti nell’ambito della procedura VA965. L’obiettivo è verificare l’efficacia degli armamenti installati sugli elicotteri da trasporto e da combattimento contro droni a lungo raggio.

I requisiti tecnici sono piuttosto specifici. I bersagli dovranno avere un’apertura alare compresa tra due e tre metri e mezzo, volare a una quota tra circa 90 e 610 metri e raggiungere una velocità compresa tra 167 e 222 chilometri orari. L’autonomia minima richiesta è di trenta minuti.

Non dovranno essere sofisticati sistemi autonomi da combattimento: dovranno soprattutto riprodurre le caratteristiche di volo di una minaccia credibile. Da qui l’idea dei droni «stupidi»: bersagli sacrificabili, progettati per essere inseguiti, colpiti e abbattuti durante le esercitazioni.

Il bando prevede almeno sei sessioni di tiro e la valutazione dei colpi, in tempo reale oppure dopo il recupero dei bersagli. Almeno una prova dovrà dimostrare che l’effetto delle armi sia sufficiente a provocare la caduta del velivolo senza che il sistema di valutazione attivi un paracadute.

La sicurezza è un requisito essenziale: anche se danneggiati dal fuoco, i bersagli non dovranno poter uscire dall’area di esercitazione. Un sistema di interruzione di emergenza dovrà garantirne la caduta entro i limiti fisici e tecnici.

La gara non dimostra che la Bundeswehr abbia già deciso di impiegare gli elicotteri come principale strumento di difesa contro gli Shahed. Indica però la volontà di verificare sul campo una possibile opzione per contrastare una minaccia che impone alle forze armate europee di trovare soluzioni efficaci anche sul piano dei costi.

Missili intercettori e sistemi di difesa aerea avanzati possono essere molto più costosi dei droni che devono neutralizzare. Testare gli armamenti già disponibili sugli elicotteri significa capire se possano offrire un’ulteriore possibilità d’intervento. La domanda, per la Germania, è semplice: quanto sono efficaci contro un bersaglio che vola come uno Shahed?

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Il governo non può usare la sicurezza come scudo per sé

Gli scontri a Milano in occasione della manifestazione contro il caro vita di sabato 17 ottobre (LaPresse)

Le devastazioni di Milano non ammettono ambiguità. Chi aggredisce gli agenti, saccheggia i negozi e distrugge la città non esercita un diritto: commette reati e ne deve rispondere. La solidarietà alle forze dell’ordine viene prima di qualsiasi calcolo politico.

Ma proprio qui comincia il problema di Matteo Piantedosi. Di fronte alle critiche di Beppe Sala sulla gestione dell’ordine pubblico, il ministro dell’Interno ha scelto di liquidare il sindaco come esponente della «sinistra radical chic», incapace di condannare i violenti senza cercare colpe nello Stato. Una risposta muscolare, utile alla polemica ma assai meno a chi ha il compito di garantire la sicurezza.

Il punto non è stabilire chi abbia vinto il duello verbale tra il Viminale e Palazzo Marino. È capire se il dispositivo predisposto per affrontare le manifestazioni fosse adeguato e che cosa si possa fare per evitare che episodi simili si ripetano. Sono domande legittime, alle quali un ministro dell’Interno dovrebbe rispondere nel merito. Non sono un atto d’accusa contro la polizia, né un’assoluzione per chi ha devastato Milano.

Piantedosi sostiene che l’operato delle forze dell’ordine sarà valutato a posteriori. Bene: è esattamente ciò che ci si aspetta. Ma se questa verifica è doverosa, non si comprende perché chi solleva il problema debba diventare bersaglio di attacchi personali. La fermezza non consiste nel respingere ogni obiezione; consiste nel dimostrare che le istituzioni sanno affrontarla senza perdere autorevolezza.

C’è una differenza sostanziale tra difendere le forze dell’ordine e usare le forze dell’ordine per difendere il governo. Nel primo caso si tutelano le istituzioni; nel secondo si rischia di trasformarle in un argomento di propaganda, come se discutere le scelte del ministero significasse schierarsi dalla parte dei teppisti. È una confusione che non giova né agli agenti né alla sicurezza dei cittadini.

Chi governa ha una responsabilità che va oltre la condanna, pur necessaria, dei disordini. Deve assicurare che le piazze siano gestite nel modo più efficace possibile, che gli agenti possano operare nelle condizioni migliori e che gli eventuali errori vengano riconosciuti. È per questo che esistono le responsabilità politiche: non per attribuire al ministro ogni gesto di un manifestante, ma per chiedergli conto delle decisioni prese sotto la sua autorità.

Sala, da parte sua, non è esente da critiche solo perché è stato attaccato da Piantedosi. Ma la replica del ministro non risolve le questioni sollevate: le copre con un’etichetta e le trascina sul terreno dello scontro tra maggioranza e opposizione.

La sicurezza non appartiene a una parte politica. E la credibilità di chi la governa non si misura dalla durezza delle dichiarazioni, ma dalla capacità di garantire risultati, rendere conto delle proprie scelte e correggere ciò che non funziona. A Milano servono responsabilità accertate, non bersagli politici.

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Il weekend di guerriglia dei giovanissimi a Milano spiazza il governo dei decreti Sicurezza, Meloni convoca una riunione d’urgenza sull’ordine pubblico

Giovani, anzi giovanissimi. Minorenni ma in molti casi anche ragazzini sotto i 14 anni. L’ordine pubblico a Milano torna sotto scacco. Sabato era stato utilizzato il “pretesto” della manifestazione di autoconvocati sui social contro il caro vita, oggi – domenica – centinaia di giovani si sono ritrovati in piazza Duomo: quasi tutti vestiti di nero, incappucciati, nascosti dietro a scaldacollo, passamontagna, perfino maschere vere e proprie. La tensione è andata salendo nonostante il servizio d’ordine rafforzato davanti alla cattedrale milanese: mentre turisti e passanti interessati allo shopping attraversavano la piazza, si moltiplicavano i gruppetti di giovanissimi travisati e pattuglie delle volanti e del reparto mobile. Alcuni ragazzini sono stati fermati e identificati qui ma alla fine la violenza è esplosa lo stesso, poco lontano: a partire da via Torino la strada che da piazza Duomo porta verso la zona di Porta Ticinese e delle Colonne di San Lorenzo: vetrine sfondate, cestini rovesciati, supermercati presi d’assalto. Col passare dei minuti si è capito che si muovevano gruppetti di 10-15-20 persone che entravano in azione in modo simultaneo in zone diverse: le traverse di via Torino, piazza Cordusio, piazza dei Mercanti. Bombe carta, fuochi d’artificio, sassi contro i mezzi della polizia, cartelli stradali divelti. La polizia risponde con gli scudi del reparto mobile, con gli idranti, con i lacrimogeni che sembrano avvolgere il Duomo in una scighèra in anticipo. Gli ultimi sfilano lungo via Dante, verso il Castello Sforzesco, passando per largo Cairoli dove l’azione distruttiva è diventata irruzione nel Decathlon. La pioggia anche battente non li ferma, gli ultimi tafferugli sono dopo le otto di sera a San Babila. Rabbia, vandalismo, devastazione che la politica e pure, evidentemente, anche la gestione dell’ordine pubblico fatica a capire, intercettare, prevedere, una furia mista forse a una qualche denuncia che nessuno esplicita (c’è chi regala la merce “espropriata” dai negozi ad alcuni senzatetto, ma c’è anche chi si fa immortalare davanti a un cestino in fiamme dai fotografi dei giornali). L’unico mezzo d’espressione è la violenza, contro gli oggetti e i luoghi. Non ci sono collettivi con cui confrontarsi, anzi oggi non c’era nemmeno un corteo da seguire: i fermati dopo tre ore di battaglia sono oltre 200, l’ottanta per cento di loro è minorenne.

Meloni convoca una riunione d’urgenza, il governo dei decreti Sicurezza deve correre di nuovo ai ripari

La politica condanna e si rinfaccia le responsabilità. Intanto il governo dei numerosi decreti Sicurezza si ritrova di nuovo correre ai ripari, con altre norme, altre strette. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni convoca una riunione sull’ordine pubblico, segno forse che non è andato tutto alla grande. Il suo vice Matteo Salvini ne approfitta per dire che ora non si può più parlare di ius scholae e tenta di agganciare quanto successo a Milano allo sciopero generale convocato dalla Cgil per il 20 novembre. Il leader leghista ripropone l’introduzione di una cauzione a carico degli organizzatori delle manifestazioni a rischio, “a copertura degli eventuali danni”, norma che peraltro non avrebbe niente a che fare con i fatti di domenica visto che non c’era alcuna manifestazione. L’altra proposta dei leghisti è trasformare in “decreto-legge urgente” alcune delle misure contenute nel disegno di legge cosiddetto “anti-maranza”, come il fermo preventivo anche per i minorenni, il divieto di aggregazione per chi si rende responsabile di violenze di gruppo e l’introduzione del reato di danneggiamento di gruppo. L’altro vicepremier, il leader di Forza Italia Antonio Tajani, ha riunito un vertice d’urgenza da cui sono uscite proposte come un cdm da tenere a Milano “come segno di vicinanza”, l’accelerazione dell’iter legislativo delle norme che rendono più facilmente imputabili i minori tra 14 e 17 anni ma anche “l’invio immediato di ulteriori unità delle forze dell’ordine e delle forze armate già dedicate al mantenimento della sicurezza, al fine di rafforzare anche i dispositivi di Strade Sicure”.

Il “caso” Piantedosi: la polemica con Sala poche ore prima del nuovo caos

Intanto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi manca l’appuntamento con il tempismo perché si mette a polemizzare con il sindaco di Milano Beppe Sala proprio qualche ora prima che il centro di Milano sprofondasse di nuovo nel caos. Il sindaco aveva detto che gli agenti previsti per il corteo di sabato – quando sono entrati in azione per la prima volta i giovani violenti – erano un po’ pochi, il capo del Viminale ha detto che era un’uscita un po’ snob: “È il solito riflesso naturale e istintivo di una certa sinistra radical chic che non riesce proprio a condannare i violenti senza qualche distinguo, sempre preferendo guardare a presunte responsabilità dello Stato e dei suoi rappresentanti. La colpa sarebbe della Questura, del presunto numero insufficiente di poliziotti schierati, anziché di chi ha scelto di devastare la città e aggredire le forze dell’ordine”. “Io non ce l’ho con il questore, e ci mancherebbe altro, con il quale lavoro ogni santo giorno – ha detto in mattinata Sala – ma l’impressione che si stia sottovalutando il momento e che le forze disponibili a Milano alla questura non fossero adeguate io ce l’ho”. Carenza “inesistente” assicura anche il presidente del Senato Ignazio La Russa che si è detto “senza parole” per l’uscita del sindaco. “Non siamo preparati, temo siano le prime prove di violenza” aveva detto ancora Sala e purtroppo è stata una frase profetica. Ventiquattro ore dopo si ritrova a commentare e condannare.

Dal centro di quello che dovrebbe essere il campo largo ci si sofferma sul capitolo sicurezza, che dovrebbe essere il mantra del centrodestra. “Quando la rabbia sociale incontra la criminalità comune – scrive in una nota Matteo Renzi le piazze vengono vergognosamente incendiate. Compito della politica è rispettare le Istituzioni, comprendere il disagio, garantire legge e ordine”. Continua l’ex premier: “Voglio dire al ministro dell’Interno che il suo compito non è quello di criticare la sinistra ma quello di garantire l’ordine pubblico. È chiara la differenza, prefetto Piantedosi? Lei è pagato per evitare la violenza dei maranza, non per pontificare contro la sinistra. Non ci servono le sue dotte analisi sociologiche: ci serve che il ministro garantisca la sicurezza”. Riccardo Magi (+Europa) definisce il capo del Viminale “un agente del caos” e chiede che riferisca in Aula: “Meloni dovrebbe ammettere che la montagna di decreti sicurezza non ha partorito nemmeno un topolino, fallendo miseramente proprio nella parte che interessa di più i cittadini, cioè quella di prevenire il rischio di manifestazioni violente e di città devastate”.

La Russa: “Le manifestazioni acqua per gli squali dell’aggressione alle forze dell’ordine”

Il governo contro l’opposizione. Da destra il concetto espresso da tutti i partiti è quello che lo stesso La Russa sintetizza così: “Stupisce (ma non troppo) lo scoperto tentativo di diversi esponenti politici di limitarsi, al massimo, a un generico ‘no a ogni violenza’ facendo finta di non sapere che le manifestazioni da loro volute o apprezzate, costituiscono l’acqua necessaria e consapevole dove far nuotare gli squali della aggressione alle Forze dell’ordine e i piranha della devastazione e dei vigliacchi saccheggi”. Da parte loro i leader di Verdi-Sinistra Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli rispondono: “Noi non c’entriamo niente con i delinquenti. Li abbiamo sempre condannati ma non possono usare i violenti per coprire la voce di migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia perché non riescono più a vivere”.

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Dopo il flop con Berlino, Parigi punta sul suo aereo del futuro

La Francia vuole costruire da sola il caccia che sostituirà il Rafale. Dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas/Scaf, destinato a sviluppare il futuro sistema di combattimento aereo europeo, Parigi ha deciso di proseguire su una strada nazionale. L’obiettivo è avere un nuovo velivolo operativo all’inizio degli anni Quaranta, senza escludere collaborazioni internazionali, ma senza renderle indispensabili per la sua realizzazione.

La scelta è stata ribadita mercoledì dal generale Jérôme Bellanger, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e dello spazio francese, durante un’audizione alla commissione Difesa dell’Assemblea nazionale. Il progetto si chiama ora Avion de Combat du Futur (Acf) e raccoglierà l’eredità tecnologica del programma Scaf, interrotto a giugno dopo anni di contrasti tra Parigi e Berlino, soprattutto sulla ripartizione delle responsabilità industriali e sul ruolo di Dassault Aviation e Airbus. «Procediamo con lavori che prepareranno e consentiranno la nascita dell’Acf come programma nazionale», ha spiegato Bellanger. La Francia non esclude di collaborare con altri Paesi, ma in forme diverse da quelle immaginate per lo Scaf: le partnership, ha precisato il generale, non saranno strutturali per la nascita del nuovo aereo.

Due programmi per la sesta generazione
La decisione segna una nuova divisione nella corsa europea ai caccia di sesta generazione, destinati a sostituire gli attuali velivoli da combattimento a partire dai prossimi decenni. Il Regno Unito, l’Italia e il Giappone stanno sviluppando il Global Combat Air Programme (Gcap), un progetto internazionale che punta a mettere in servizio un nuovo sistema di combattimento aereo nella metà degli anni Trenta.

Il Gcap e l’Acf rappresentano due approcci differenti alla stessa sfida.

Il primo nasce dalla condivisione di competenze, investimenti e responsabilità industriali tra tre Paesi. Il futuro del Gcap potrebbe inoltre allargarsi oltre i tre partner fondatori. L’Italia ha aperto alla partecipazione di altri Paesi, tra cui la Germania e l’Arabia Saudita, mentre il Canada è diventato a luglio il primo Paese osservatore del programma. Ottawa potrà approfondire gli aspetti tecnologici e industriali del progetto, senza avere per ora un ruolo decisionale né essere impegnata ad acquistare il futuro aereo. Berlino, dopo il fallimento dello Scaf, sta valutando possibili alternative per il successore dell’Eurofighter, compresa una partecipazione al Gcap, ma non ha ancora preso una decisione definitiva.

Il secondo punta invece a preservare il controllo francese sulle tecnologie e sulle capacità operative del futuro caccia. La scelta di Parigi non significa che la cooperazione europea sia destinata a scomparire, ma che sarà organizzata su basi diverse.

La crisi dello Scaf, del resto, non ha cancellato il lavoro svolto negli anni precedenti. Bellanger ha sottolineato che i progressi compiuti sul velivolo, sulla bassa osservabilità radar, sui droni e sui sistemi di connessione potranno essere recuperati. Anche la ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, aveva confermato in Parlamento che i lavori sul percorso tecnologico del nuovo aereo erano proseguiti a livello nazionale, con l’obiettivo di mantenere le scadenze originarie. 

La scadenza del 2040 e il nodo nucleare
La tabella di marcia è legata soprattutto alla deterrenza nucleare francese. L’Acf dovrà poter trasportare dal 2050 il missile nucleare aviolanciato ASN4G, destinato a sostituire l’attuale sistema di generazione precedente. Per rispettare questa scadenza, ha spiegato Bellanger, il nuovo aereo dovrà essere disponibile per le missioni convenzionali già dal 2040.

Prima arriverà il Rafale F5, la versione aggiornata del caccia francese attesa per il 2035. Questo standard dovrebbe introdurre alcune delle tecnologie che saranno poi trasferite sull’Acf, a partire da motore, sensori e armamenti. Tra questi figura lo Stratus RS, destinato a neutralizzare le difese aeree avversarie. Il Rafale F5 servirà quindi anche da ponte tecnologico verso la generazione successiva. 

La scelta nazionale dovrà però fare i conti con una questione concreta: sviluppare un caccia di nuova generazione richiede investimenti ingenti, competenze specialistiche e tempi lunghi. Il vertice di Dassault, Éric Trappier, ha sostenuto che l’industria francese dispone delle capacità necessarie per realizzare il progetto insieme a Safran, responsabile della motorizzazione, e Thales, specializzata nell’elettronica per la difesa. Resta da dimostrare che il programma possa rispettare tempi e costi previsti.

La cooperazione non è finita
Parigi vuole comunque mantenere aperto un canale di collaborazione con gli altri Paesi europei. Bellanger ha indicato in particolare il combat cloud, la rete digitale che dovrà collegare velivoli, droni, sensori e sistemi di comando. È uno dei pilastri dello Scaf che potrebbero proseguire anche dopo la fine del progetto comune sul caccia.

L’obiettivo è evitare che le forze aeree europee si limitino a combattere una accanto all’altra, senza riuscire a operare come un sistema integrato. La cooperazione, insomma, può sopravvivere al fallimento del programma industriale, ma non necessariamente nella forma immaginata da Francia e Germania nel 2017.

La partita della sesta generazione si giocherà così su due piani: da una parte, la capacità di costruire un aereo avanzato e mantenerne il controllo tecnologico; dall’altra, quella di farlo operare insieme ai sistemi dei partner. Per la Francia, l’autonomia sul caccia è una priorità. L’interoperabilità europea, invece, resta una necessità.

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Stress test, così il G7 mette alla prova l’AI per evitare una crisi finanziaria

Uno stress test per il settore finanziario. È quello che il G7 pensa di fare per verificare la pericolosità dell’intelligenza artificiale. A Bangkok, dove sono riuniti i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali, è emersa la volontà di mettete a punto esercitazioni “teoriche” per capire fino a che punto possono stare tranquilli di fronte alle minacce rappresentate dagli agenti di AI di frontiera. L’obiettivo è studiare la risposta più efficace per difendersi.

A scriverlo è il Financial Times, secondo cui l’esercitazione potrebbe coinvolgere le banche. Come sottolinea il ministro delle Finanze olandese, “stiamo tutti fissando la stessa scatola nera. Vediamo i rischi, ma come affrontarli?”, si chiede Eelco Heinen. “Se pochi Paesi possiedono la tecnologia, ma il mondo interno può esserne vittima, la cooperazione internazionale è fondamentale. È proprio qui che risiede la preoccupazione”. L’idea arriva d’altronde in un momento topico. L’AI viene continuamente descritta come uno strumento rivoluzionario, ma a due facce. Quella negativa potrebbe comportare delle conseguenze ancora poco quantificabili, ma sicuramente drammatiche. Una di queste è che gli agenti di AI possano autonomamente impossessarsi di altri sistemi, sdoppiandosi ed infiltrandosi. Ad esempio, in una banca.

Lo afferma anche il Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto, in cui si legge che “gravi incidenti informatici potrebbero minare la fiducia del mercato e interrompere le infrastrutture e le operazioni critiche dei mercati finanziari”.

Se e quando i test partiranno, si potrà capire meglio a che livello sono le difese. Nel tempo si sono prese delle precauzioni e ci sono dei manuali di risposta già stilati. Ma il pericolo è cambiato, si presenta sotto forme diverse. Per cui bisogna vedere se il sistema architettato possa reggere all’urto. “La situazione può diventare davvero molto difficile”, ammette Caio Ferreia, vice presidente del reparto global markets analysis dell’Fmi. Non è solo una questione operativa. “La perdita di fiducia potrebbe di per sé rappresentare un evento sistemico”.

Resta da capire quando e come si svolgeranno le esercitazioni. Sicuramente il messaggio che invia il G7 è chiaro: con l’AI tutti devono fare i conti, perché nessuno ne è immune. C’è però un dettaglio, neanche troppo piccolo, sottolineato anche dal ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti. I grandi assenti al tavolo di Bangkok erano gli americani. “Il punto di partenza, sinceramente va detto, è che qui non è venuto Scott Bessent“, dice riferendosi al segretario del Tesoro. Al suo posto c’era un sottosegretario. “Evidentemente questo mette in una luce diversa sia le riunioni del G20 sia del G7, sia in qualche modo l’Fmi. Una situazione di grande incertezza, instabilità geopolitica con conseguenze economiche e finanziarie evidenti, con gli Stati Uniti un po’ protagonisti di tutto, che qua sono presenti in tono minore”. In sintesi, conclude Giorgetti, ci troviamo in “un mondo in cerca di equilibrio in cui gli Usa giocano una partita d’isolamento”.

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Bruxelles apre alle piccole imprese per innovare più in fretta nella difesa

L’Unione europea vuole accelerare l’innovazione militare puntando sulle imprese più piccole. Lunedì il Consiglio Ue ha approvato definitivamente il Programma per un’innovazione agile e rapida nel settore della difesa (Agile), un piano da 115 milioni di euro pensato per portare più rapidamente le nuove tecnologie alle forze armate. I primi bandi sono attesi all’inizio dell’anno prossimo.

L’iniziativa nasce da un problema concreto: nel settore della difesa, sviluppare una tecnologia non significa necessariamente riuscire a impiegarla. Tra prototipi, test, finanziamenti e procedure di acquisto possono passare anni. Nel frattempo, le esigenze operative cambiano e le innovazioni diventano rapidamente obsolete. La guerra in Ucraina ha reso evidente quanto conti la velocità con cui si sperimentano e si aggiornano le capacità militari, dai droni ai software. Agile punta a ridurre questi tempi, sostenendo soprattutto startup, piccole e medie imprese e scale-up, anche provenienti da settori civili.

La principale novità riguarda le procedure. Il programma prevede che la valutazione delle domande si concluda entro quattro mesi dalla scadenza del bando. L’obiettivo è portare le tecnologie finanziate alle forze armate entro uno-tre anni. I contributi potranno coprire fino al 100 per cento dei costi ammissibili, secondo le condizioni stabilite dal regolamento. È previsto inoltre un accesso facilitato alle strutture di prova e sperimentazione, per consentire alle aziende di verificare le prestazioni dei propri prodotti e correggerne rapidamente i difetti. Le aree interessate comprendono le tecnologie emergenti e dirompenti applicabili alla difesa. Tra i possibili ambiti figurano intelligenza artificiale, robotica, sistemi senza equipaggio, sensori avanzati e altre soluzioni innovative. Le tecnologie effettivamente finanziabili e le priorità specifiche saranno definite attraverso i bandi: non esiste quindi, al momento, un elenco definitivo dei prodotti che riceveranno sostegno.

Un altro obiettivo è avvicinare le imprese innovative ai grandi gruppi industriali e agli utilizzatori militari. Le aziende più piccole possono sviluppare soluzioni promettenti, ma spesso non dispongono delle risorse necessarie per certificarle, integrarle in sistemi complessi e raggiungere il mercato della difesa. Il programma intende favorire questi collegamenti e orientare i finanziamenti verso esigenze operative individuate dagli Stati membri.

Agile si affianca agli strumenti europei già esistenti, a partire dal Fondo europeo per la difesa (Edf), che dispone di 7,3 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 e sostiene soprattutto progetti collaborativi di ricerca e sviluppo. La differenza è nell’approccio: mentre il Fondo finanzia anche programmi di ricerca complessi e di lungo periodo, Agile punta su procedure accelerate e sul passaggio più rapido allo sviluppo di capacità utilizzabili.

I 115 milioni di euro rappresentano una dotazione limitata rispetto alle esigenze dell’industria europea della difesa. Il programma va quindi considerato soprattutto come un tentativo di sperimentare un modello più Agile, non come uno strumento in grado da solo di colmare il divario tecnologico con gli altri grandi attori internazionali.

Il risultato dipenderà dalla capacità delle amministrazioni militari di individuare le proprie necessità, mettere le aziende nelle condizioni di testare i prodotti e acquistare le soluzioni che dimostrano di funzionare. Procedure più rapide possono ridurre gli ostacoli, ma non bastano se le forze armate non sono pronte a integrare tecnologie sviluppate al di fuori dei circuiti industriali tradizionali. I primi bandi, attesi nel 2027, mostreranno se Agile riuscirà a mantenere la promessa. La questione non è soltanto finanziare nuove idee, ma fare in modo che arrivino in tempo a chi deve utilizzarle.

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I cyber-attacchi ai supermercati, e i timori per la destabilizzazione dell’Europa

L’insicurezza può cominciare anche da un frigorifero. In Francia, un attacco informatico ha alterato i sistemi di refrigerazione di circa 700 supermercati, compromettendo le scorte di alimenti freschi e surgelati. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha escluso rischi per gli approvvigionamenti alimentari del Paese, ma ha definito l’episodio un campanello d’allarme per la sicurezza alimentare. Il bersaglio non è una rete militare o un ministero, ma un’infrastruttura ordinaria da cui dipende il funzionamento della vita quotidiana.

L’attacco è stato rilevato nella notte tra domenica e lunedì. Sono stati coinvolti punti vendita di Intermarché, Netto, Coopérative U, Carrefour e Monoprix. Secondo le ricostruzioni diffuse dai media francesi, gli hacker avrebbero forzato i sistemi a entrare in un ciclo continuo di sbrinamento e impostato temperature fino a 50 gradi, rendendo inutilizzabili parte delle scorte. La procura di Parigi ha aperto un’indagine per ricostruire la dinamica e quantificare i danni.

La pista tecnica conduce a sistemi di controllo vulnerabili. L’agenzia francese per la cybersicurezza ha segnalato numerose compromissioni di moduli per il controllo remoto prodotti da Danfoss e Copeland. Danfoss ha dichiarato che la maggior parte dei sistemi coinvolti apparteneva a generazioni più vecchie, che non ricevevano più aggiornamenti software o di sicurezza. Copeland ha fatto riferimento a una generazione di controllori fuori produzione e fuori supporto.

Il problema non era del tutto sconosciuto. In un rapporto pubblicato ad agosto, la società di cybersicurezza Claroty aveva individuato vulnerabilità in piattaforme impiegate per gestire impianti di refrigerazione di supermercati, magazzini e altre strutture. Alcuni controllori risultavano direttamente accessibili da Internet. Secondo un esperto citato dall’Associated Press, lasciare questi sistemi esposti alla rete rende relativamente semplice attaccarli. La possibilità tecnica, tuttavia, non identifica chi abbia condotto l’operazione né ne chiarisce il movente.

Nessun gruppo aveva rivendicato pubblicamente l’attacco e non era stata avanzata alcuna richiesta di riscatto. È un elemento insolito, ma non sufficiente per attribuire l’azione a uno Stato. L’operazione potrebbe essere criminale, dimostrativa o avere finalità ancora sconosciute. Non ci sono prove pubbliche che indichino una responsabilità russa, né che consentano di classificare l’episodio come un’operazione di destabilizzazione.

Nelle stesse ore, Ahold Delhaize, gruppo olandese presente in Europa e negli Stati Uniti, ha sospeso alcuni sistemi dopo un distinto incidente informatico. I siti dei suoi marchi, tra cui Albert Heijn, Delhaize e Stop & Shop, sono rimasti offline, mentre i negozi hanno continuato a operare. L’azienda ha dichiarato di non avere prove di furti di dati di clienti o dipendenti. Le autorità olandesi non hanno trovato elementi per collegare l’incidente a quello francese. Due episodi ravvicinati, dunque, ma non una campagna coordinata accertata.

Il caso francese resta comunque rilevante per la sicurezza europea. La grande distribuzione dipende da una rete di sistemi digitali che controllano processi fisici: refrigerazione, logistica, magazzini e trasporti. La loro compromissione può generare perdite economiche e disservizi senza bisogno di distruggere un impianto o interrompere un’intera rete nazionale. È questo uno dei tratti delle minacce ibride: lo sfruttamento delle vulnerabilità civili per ottenere effetti che possono andare oltre il danno immediato, quando esiste una strategia più ampia.

Il Parlamento europeo ha richiamato il rischio di operazioni capaci di sfruttare debolezze sistemiche, apparire come episodi isolati e restare sotto la soglia del conflitto armato. La Russia è indicata come il principale attore statale che minaccia l’Unione su questo fronte. Ma il contesto geopolitico non basta a dimostrare che l’attacco ai supermercati francesi rientri in una simile strategia.

È qui che si apre anche la questione della cognitive warfare. Non ogni attacco informatico che crea allarme è guerra cognitiva: occorre un tentativo di influenzare percezioni, fiducia e decisioni. Un sabotaggio può però essere sfruttato per diffondere l’idea che le istituzioni non siano in grado di proteggere i cittadini, soprattutto se accompagnato da disinformazione o inserito in una sequenza più ampia di incidenti.

La risposta, quindi, non consiste soltanto nell’individuare i responsabili. Occorre aggiornare i dispositivi, limitare l’esposizione dei sistemi connessi e controllare gli accessi remoti. La direttiva europea NIS2 rafforza gli obblighi di cybersicurezza per determinate imprese del settore alimentare, ma la resilienza dipende anche dall’attuazione concreta delle misure.

L’indagine dovrà chiarire se dietro l’attacco ci sia un movente economico, politico o altro. Nel frattempo, la vicenda mostra una vulnerabilità più immediata: sistemi essenziali possono restare esposti per anni, fino a quando qualcuno decide di sfruttarli. La sicurezza europea passa anche dalla capacità di proteggere ciò che, proprio perché ordinario, tende a essere dato per scontato.

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L’esercito americano vuole usare l’IA contro le minacce biologiche

L’esercitazione “Toxic Swell 25” presso l’area di addestramento del Corpo dei Marines di Bellows, alle Hawaii, il 20 agosto 2025 (Defense.gov)

L’esercito americano vuole usare l’intelligenza artificiale per individuare le minacce biologiche prima che si trasformino in un’emergenza. L’obiettivo è incrociare informazioni ambientali, cliniche, logistiche e d’intelligence per riconoscere segnali che, presi singolarmente, potrebbero passare inosservati. La nuova strategia di biodefense dell’Esercito degli Stati Uniti trasforma così una competenza tradizionalmente legata alla medicina militare e alla protezione dalle armi di distruzione di massa in una priorità operativa per l’intera forza armata.

I dettagli sono stati illustrati il 12 ottobre da alcuni dagli autori del documento durante un incontro con la stampa a margine della conferenza annuale dell’Association of the United States Army. «Stiamo guardando con grande attenzione a come sfruttare l’intelligenza artificiale per integrare e selezionare questi dati», ha spiegato a DefenseScoop Alison Tamasi, responsabile della divisione per l’analisi della sopravvivenza e degli effetti presso l’agenzia della forza armata che si occupa di armi nucleari e di distruzione di massa.

Il problema è soprattutto la velocità. I dati utili alla sorveglianza biologica arrivano da fonti diverse: monitoraggio ambientale, strutture sanitarie, analisi cliniche, rapporti d’intelligence e altri sistemi di rilevamento. Integrarli può aiutare a identificare un focolaio nelle sue fasi iniziali e a capire come potrebbe evolvere. «C’è uno sforzo per riunire i diversi flussi di dati e usare l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico per le analisi predittive, così da accelerare la valutazione iniziale, mantenendo sempre una persona nel processo decisionale», ha detto il tenente colonnello David Kingery, che ha guidato lo sviluppo della strategia.

L’intelligenza artificiale non è però soltanto una risorsa per la difesa. Secondo il documento, la convergenza tra biotecnologie avanzate, biologia sintetica e intelligenza artificiale potrebbe abbassare le barriere allo sviluppo di nuove armi biologiche. È un rischio che l’esercito considera parte di un quadro tecnologico in rapida evoluzione, nel quale strumenti capaci di accelerare la ricerca biomedica possono essere impiegati anche per scopi ostili. Questo non significa che siano già state dimostrate nuove armi biologiche progettate con l’intelligenza artificiale: la strategia individua una possibilità di rischio e la necessità di prepararsi.

La novità, tuttavia, non riguarda soltanto la tecnologia. Il piano vuole abituare le forze armate a operare anche quando un incidente biologico non può essere prevenuto o contenuto subito. «Possiamo proteggere ogni soldato da ogni possibile minaccia biologica? Probabilmente no», ha riconosciuto Tamasi citata da Fox News. «Non possiamo metterli in una bolla».

Per questo gli scenari biologici dovranno entrare nelle normali esercitazioni militari. Un esempio citato è quello di un focolaio di norovirus in un porto militare: mentre il personale sanitario lavora per contenere il contagio, chi si occupa della logistica deve trovare il modo di mantenere in movimento i rifornimenti essenziali. Il problema, in questo caso, non è soltanto curare i malati, ma impedire che l’emergenza paralizzi le operazioni.

La strategia individua cinque linee d’azione: ampliare le conoscenze sulle minacce, migliorare la consapevolezza della situazione, gestire informazioni e comunicazione, aumentare la preparazione e modernizzare le capacità di biodefense. Quest’ultimo obiettivo comprende anche il coordinamento tra le diverse componenti delle forze armate e l’interoperabilità dei sistemi di raccolta e condivisione dei dati.

C’è infine una dimensione informativa. Le autorità militari considerano la disinformazione un possibile fattore di aggravamento di una crisi biologica, soprattutto quando riguarda vaccini, misure protettive e comunicazioni ufficiali. Per questo la strategia prevede di integrare la gestione delle informazioni nella preparazione operativa.

Il traguardo dichiarato è il 2035: essere in grado di dispiegare le forze, operare e combattere anche in un ambiente segnato da minacce biologiche. La logica è rendere più difficile per un avversario ottenere un vantaggio militare provocando un’epidemia o sfruttando un incidente. Non ogni minaccia potrà essere fermata in anticipo. L’obiettivo è riconoscerla prima possibile e impedire che blocchi la capacità di combattere.

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La stretta europea sulla tecnologia cinese mette l’Italia tra i Paesi più esposti

L’Europa vuole ridurre la dipendenza dalle tecnologie cinesi nelle infrastrutture digitali più sensibili. Ma sostituire gli apparati già installati ha un costo, e non tutti i Paesi sono esposti allo stesso modo. Secondo un’analisi di Strand Consult, Germania, Italia e Spagna concentrano oltre il 55 per cento delle apparecchiature che dovranno essere sostituite nei prossimi cinque anni. In Italia, i principali operatori coinvolti sono Vodafone e Wind Tre.

Il nodo è la proposta di revisione del Cybersecurity Act europeo, nota come Cybersecurity Act 2 (Csa2), presentata dalla Commissione europea a inizio anno per rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento tecnologiche in 18 settori critici. Il provvedimento punta a limitare la presenza dei fornitori considerati ad alto rischio, tra cui Huawei, nelle infrastrutture strategiche. La società cinese ha sempre respinto le accuse secondo cui le sue tecnologie rappresenterebbero un rischio per la sicurezza.

Il 29 settembre Reuters ha riferito che i governi europei vogliono però rendere meno rigida la transizione. Una bozza negoziale elimina la scadenza fissa di 36 mesi prevista dalla Commissione per dismettere gli apparati interessati. I tempi dovrebbero invece dipendere dal livello di rischio, dal ciclo di vita delle infrastrutture, dalle esigenze di interoperabilità e dalla disponibilità di alternative adeguate. La proposta dovrà essere negoziata con il Parlamento europeo prima di diventare legge.

Il problema economico resta. La valutazione d’impatto della Commissione stima che la sostituzione degli apparati ad alto rischio costerebbe tra 3,4 e 4,3 miliardi di euro all’anno per tre anni, tenendo conto anche dei normali cicli di rinnovo delle reti. Le aziende del settore prospettano una cifra molto più alta: in una lettera congiunta di settembre, il ceo di Deutsche Telekom Timotheus Höttges e altri sedici dirigenti hanno avvertito che il conto potrebbe arrivare a 40 miliardi di euro, sottraendo risorse agli investimenti in fibra, 5G e 6G.

Le due cifre non sono direttamente sovrapponibili: la prima è una stima della Commissione, la seconda è la valutazione massima indicata dagli operatori. Il confronto riflette anche una diversa lettura del problema. Per Strand Consult, l’esposizione residua è concentrata in un numero limitato di reti e deriva dalle scelte di operatori che hanno continuato a usare fornitori ad alto rischio anche dopo gli avvertimenti europei e il 5G Toolbox del 2019. È una valutazione di parte, che contesta le stime dell’industria; ma mette in evidenza quanto il costo della transizione possa essere distribuito in modo diseguale tra Paesi e aziende.

La questione, però, non riguarda soltanto gli apparati da rimuovere. Bruxelles sta lavorando anche a un sistema europeo per le comunicazioni critiche, destinato a polizia, soccorritori, protezione delle frontiere e altri servizi pubblici. La proposta per l’EU Critical Communication System (Euccs) prevede di rendere interoperabili le reti nazionali, così che possano comunicare tra loro anche oltre i confini, mantenendo il controllo dei singoli Stati.

L’idea non è costruire una rete parallela riservata alle emergenze, ma utilizzare le infrastrutture commerciali già esistenti. Gli operatori potrebbero così ricavare nuove opportunità di business dagli investimenti effettuati per il 5G. In cambio, dovrebbero garantire requisiti più stringenti di sicurezza, resilienza e prestazioni, compresa la priorità del traffico critico nei momenti di congestione. Il piano prevede l’avvio del dispiegamento nel 2030 e la piena interconnessione entro il 2036.

È qui che i due dossier si incontrano. La proposta sull’Euccs prevede di escludere i fornitori ad alto rischio non soltanto dal nucleo delle comunicazioni critiche, ma anche da «qualsiasi altra risorsa ICT chiave». Una formulazione ampia, il cui perimetro dipenderà anche dall’esito dei negoziati sul Cybersecurity Act 2. Le restrizioni potrebbero riguardare componenti ulteriori rispetto alle apparecchiature di rete, fino a coinvolgere software, servizi cloud e altri elementi tecnologici necessari al funzionamento delle comunicazioni.

Anche questo progetto ha un conto da presentare. Secondo l’analisi di Strand Consult, la Commissione stima 3,571 miliardi di euro di costi diretti per l’Euccs e altri 12,667 miliardi per la più ampia transizione nazionale verso comunicazioni critiche a banda larga nell’arco di sette anni. Sono cifre riferite a un programma distinto dalla sostituzione degli apparati ad alto rischio: non vanno sommate alle stime sui costi del Csa2 come se riguardassero lo stesso intervento.

Resta soprattutto una domanda: chi pagherà per rendere le reti commerciali abbastanza sicure e robuste da sostenere anche le comunicazioni delle istituzioni? La proposta europea richiama una remunerazione degli operatori a condizioni «eque e ragionevoli», senza definire nel dettaglio come calcolarla. Tra nuovi obblighi, apparati da sostituire e investimenti da finanziare, il modo in cui Bruxelles risolverà questa questione sarà decisivo per il settore. L’obiettivo europeo è ridurre le dipendenze tecnologiche e rendere le infrastrutture più resilienti; la sfida sarà farlo senza frenare gli investimenti da cui dipende la prossima generazione di reti.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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Che cosa rischia l’Ucraina se Trump riduce la condivisione di intelligence

Donald Trump

La minaccia americana non riguarda soltanto le armi. Donald Trump potrebbe interrompere la condivisione d’intelligence con l’Ucraina se Volodymyr Zelensky non accettasse di fermare gli attacchi contro le raffinerie e le infrastrutture energetiche russe. Secondo il Financial Times, gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner hanno prospettato questa possibilità durante i colloqui con la delegazione ucraina a Miami. La pressione americana comprenderebbe anche una possibile sospensione del meccanismo Purl, attraverso il quale i Paesi europei finanziano l’acquisto di armamenti statunitensi destinati a Kyjiv. Per ora, però, si tratta di minacce riferite da fonti europee, non della conferma che la cooperazione d’intelligence sia stata nuovamente interrotta.

Per capire le conseguenze bisogna distinguere che cosa perderebbe concretamente l’Ucraina e quanto sarebbe difficile sostituire il contributo americano. Lo stop non renderebbe automaticamente impossibili gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ma potrebbe ridurne l’efficacia e aumentare i rischi per le forze di Kyjiv. Il problema riguarderebbe anche la difesa dagli attacchi russi, soprattutto quando si tratta di individuare tempestivamente le minacce missilistiche.

Dalle immagini satellitari alle coordinate dei bersagli
L’intelligence militare non consiste soltanto nello scoprire in anticipo che cosa sta preparando il nemico. Serve a individuare dove si trovano le sue forze, seguirne gli spostamenti, riconoscere i sistemi d’arma e trasformare una grande quantità di informazioni in indicazioni utilizzabili sul campo di battaglia.

Gli Stati Uniti contribuiscono a questo processo attraverso diverse capacità. I satelliti raccolgono immagini e altre informazioni sul territorio; l’intelligence dei segnali, o signals intelligence (Sigint), permette di ricavare informazioni da comunicazioni ed emissioni elettroniche. I sistemi di analisi integrano queste fonti per individuare e localizzare gli obiettivi. A ciò si aggiungono le informazioni necessarie per rilevare il lancio di missili e avvertire in tempo le forze ucraine.

Un’inchiesta del New York Times del marzo 2025 ha ricostruito il ruolo del centro di coordinamento americano di Wiesbaden, in Germania, dove ufficiali statunitensi e ucraini lavoravano insieme per definire le priorità operative. Gli analisti americani incrociavano immagini satellitari, intercettazioni e altre informazioni per individuare le posizioni russe e fornire coordinate utilizzabili per gli attacchi.

Un’interruzione della cooperazione non cancellerebbe le informazioni raccolte dagli ucraini, né le capacità sviluppate da Kyjiv in questi anni. Ridurrebbe però il flusso di dati provenienti da una rete di sorveglianza molto più estesa. La perdita potrebbe riguardare soprattutto la possibilità di integrare informazioni diverse, verificare rapidamente la posizione di un bersaglio e capire se sia ancora valida quando arriva il momento di colpire.

Le difese russe diventerebbero più difficili da aggirare
Il problema è particolarmente rilevante per gli attacchi a lungo raggio contro le raffinerie russe. L’Ucraina ha sviluppato droni e capacità autonome per raggiungere obiettivi situati anche molto lontano dal fronte. Ma conoscere la posizione di una raffineria non basta a pianificare un attacco: bisogna anche sapere quali difese la proteggono e come potrebbero cambiare.

Una delle informazioni più difficili da sostituire è la posizione dei sistemi di difesa aerea mobili russi. Questi possono essere trasferiti e riposizionati, rendendo meno affidabili le informazioni raccolte in precedenza. Per pianificare un’operazione, Kyjiv deve valutare le difese disponibili, i possibili corridoi di volo e il rischio che i droni vengano individuati e abbattuti.

L’Ucraina potrebbe continuare a condurre attacchi in profondità anche senza l’intelligence americana, a condizione che gli alleati europei mantengano il loro sostegno. La campagna contro le infrastrutture petrolifere russe si basa infatti anche su capacità sviluppate autonomamente, produzione nazionale di droni e informazioni provenienti da fonti diverse. Un’analisi del Washington Post descrive proprio l’integrazione tra produzione ucraina, tecnologie di puntamento e informazioni occidentali sulle difese russe.

Perdere il contributo di Washington, dunque, non significherebbe perdere ogni capacità autonoma. Ma senza informazioni tempestive sulle difese russe, alcuni attacchi potrebbero diventare più rischiosi, richiedere più risorse o avere minori probabilità di successo.

Il rischio più immediato: i missili balistici
L’altro fronte critico è la difesa del territorio ucraino. Le informazioni satellitari e i sistemi di allerta precoce contribuiscono a rilevare il lancio di missili e a fornire indicazioni sulla minaccia in arrivo. In questo caso il tempo è una risorsa decisiva: pochi minuti possono fare la differenza per attivare le difese, mettere al riparo la popolazione e proteggere le infrastrutture strategiche.

Una riduzione dell’assistenza americana potrebbe quindi avere conseguenze che vanno oltre la campagna contro le raffinerie. Non significherebbe che ogni missile diventerebbe impossibile da intercettare: l’Ucraina dispone di radar, sistemi di difesa aerea e informazioni proprie e alleate. Ma perdere una fonte importante di sorveglianza e allerta renderebbe più difficile compensare le lacune esistenti.

A questo si aggiunge il possibile stop agli acquisti di armi statunitensi attraverso il Purl. Per Kyjiv sarebbero due problemi distinti ma collegati: meno informazioni per anticipare gli attacchi e maggiori difficoltà nel rifornire alcuni dei sistemi necessari a contrastarli, soprattutto quelli per la difesa aerea a lungo raggio.

Ratcliffe e la continuità dei rapporti con Kyjiv
La pressione di Trump non va letta come il segnale di una posizione necessariamente uniforme all’interno dell’amministrazione americana. Un caso utile per capire questa distinzione è quello di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency.

Nel marzo 2025, quando la Casa Bianca sospese temporaneamente la condivisione d’intelligence con Kyjiv, fu Ratcliffe a confermare la decisione. Ma, in un’intervista a Fox Business riportata da Reuters, aggiunse di aspettarsi che la pausa sarebbe terminata e che gli Stati Uniti avrebbero continuato a lavorare fianco a fianco con gli ucraini.

Ratcliffe non si oppose pubblicamente alla decisione presidenziale. Il suo ruolo mostra piuttosto la tensione tra l’utilizzo dell’intelligence come strumento di pressione politica e l’interesse a preservare una cooperazione strategica costruita nel corso degli anni. È un elemento di contesto, non una garanzia che la collaborazione continuerà: la portata concreta di un’eventuale sospensione dipenderebbe dalle informazioni bloccate, dalla sua durata e dalle eventuali eccezioni.

Che cosa può fare l’Europa
Il contributo europeo non si limita alle immagini satellitari. Francia e Regno Unito hanno investito anche nella formazione degli ufficiali ucraini e nello sviluppo delle loro capacità clandestine e operative. È il quadro che emerge da un’inchiesta di L’Express di agosto, secondo cui il sostegno occidentale alle operazioni ucraine si è costruito nel corso di anni di collaborazione.

La rivista francese ricostruisce il ruolo della Central Intelligence Agency a partire dal 2014 e quello delle forze speciali britanniche e polacche nell’addestramento degli ufficiali ucraini. Nel novembre 2024, l’allora capo del Secret Intelligence Service (o MI6), Richard Moore, aveva indicato il patrimonio di competenze nelle operazioni clandestine come una componente fondamentale del sostegno britannico. Secondo un alto funzionario dell’intelligence francese citato da L’Express, i Paesi baltici e i Paesi Bassi hanno contribuito soprattutto sul piano tecnico, mentre MI6 e il servizio collegato francese Dgse hanno messo a disposizione competenze operative.

La Francia, inoltre, fornisce immagini satellitari e informazioni utili a individuare gli obiettivi e pianificare gli attacchi a lungo raggio. A gennaio il presidente Emmanuel Macron aveva dichiarato che Parigi forniva ormai due terzi dell’intelligence destinata all’Ucraina, dopo la riduzione del contributo americano nel marzo precedente. La dichiarazione non equivale però alla dimostrazione che la Francia possa sostituire tutte le capacità statunitensi. Anche il Regno Unito dispone di risorse importanti. Come ricorda l’International Institute for Strategic Studies, Londra possiede aerei RC-135 Rivet Joint per la raccolta di intelligence elettronica, una capacità che resta rara in Europa. Ma addestramento operativo, raccolta di segnali e immagini satellitari non sono intercambiabili: ogni contributo copre una parte diversa del sistema.

Il limite principale resta la scala delle capacità spaziali e la loro integrazione. Secondo l’EU Institute for Security Studies, nel 2025 gli Stati Uniti disponevano di 263 satelliti militari, contro i 44 europei. Il dato non misura da solo la qualità dell’intelligence disponibile, ma rende evidente il divario nella capacità di sorveglianza continuativa. Gli Stati Uniti possono integrare le informazioni provenienti da una rete estesa; quelle europee restano più frammentate tra governi e apparati nazionali.

Due implicazioni
La minaccia di Washington ha quindi una doppia implicazione. Nell’immediato potrebbe restringere il margine operativo dell’Ucraina proprio mentre Trump cerca di ottenere uno stop agli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. Nel medio periodo mostra quanto la sicurezza europea dipenda da capacità che i governi del continente non sono ancora in grado di garantire autonomamente.

L’Ucraina potrebbe continuare a colpire la Russia anche senza il sostegno americano. Ma farlo diventerebbe più difficile, mentre difendersi dai missili russi potrebbe diventare più rischioso. È la differenza tra perdere un alleato e perdere una parte del sistema che permette di combattere.

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La teoria della vittoria della Nato nell’era dell’incertezza americana

La Nato non considera imminente una guerra con la Russia, ma si prepara a combatterla. È questo il messaggio lanciato dal generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, intervenuto lunedì al Warsaw Security Forum per illustrare quella che ha chiamato la teoria della vittoria dell’Alleanza. Una visione strategica pensata per scoraggiare un attacco russo e, nel caso in cui la deterrenza fallisse, impedire a Mosca di conquistare e mantenere il controllo di territori alleati. «Non ritengo che un conflitto sia imminente o inevitabile. Non lo è», ha detto Grynkewich. Ma la pace, secondo il generale, non si conserva soltanto attraverso la comunicazione e la trasparenza. Richiede anche la capacità di combattere. «Essere pronti significa pianificare interventi non solo per gli scenari probabili, ma anche per quelli semplicemente possibili», ha spiegato.

Il discorso arriva mentre il Pentagono in particolare e l’amministrazione Trump in generale stanno riesaminando la presenza militare statunitense in Europa e gli alleati europei accelerano gli investimenti per rafforzare le proprie capacità di difesa. Grynkewich, ultimo americano a occupare un incarico Nato da sempre affidato a vertici militari a stelle e strisce, ha però respinto i dubbi sulla continuità dell’impegno degli Stati Uniti nella Nato. Rispondendo a una domanda sulla disponibilità degli Stati Uniti a inviare truppe in caso di attacco a un Paese europeo, ha ricordato la presenza di militari americani in Polonia e lungo il fianco orientale, sostenendo che nessuno dovrebbe mettere in discussione l’impegno di Washington nell’Alleanza. Ha anche precisato che decidere chi invia le truppe e dove è una scelta politica.

La teoria della vittoria non è un piano operativo dettagliato, ma una visione condivisa dai 32 alleati, basata sulla strategia di difesa dell’area euro-atlantica. Grynkewich ha spiegato che il quadro è stato elaborato per offrire alle forze armate una direzione comune e concentrarle sui compiti essenziali in caso di conflitto. Il messaggio è rivolto anche a Mosca, in una fase in cui i governi europei denunciano un’intensificazione di sabotaggi, incursioni di droni e attacchi informatici.

La strategia si articola in tre passaggi, riassunti da altrettanti verbi: block, blunt, break – bloccare, frenare, spezzare. Il primo obiettivo è fermare l’attacco sul punto di contatto, impedendo alle forze nemiche di conquistare territorio. Le forze terrestri dovranno contrastare l’avanzata, mentre aviazione e marina, coordinate con le componenti spaziali e informatiche, dovranno ottenere rapidamente la libertà di manovra necessaria a colpire l’avversario. Se l’offensiva dovesse proseguire, entrerebbe in gioco la seconda fase: frenarla, impedendo al nemico di guadagnare terreno e iniziativa. Sensori avanzati, sistemi autonomi e forze capaci di operare in più domini dovranno essere impiegati in modo coordinato, fino al livello tattico, per ostacolare la capacità dell’avversario di mantenere il ritmo dell’attacco. La terza fase punta a spezzare il sistema militare che sostiene l’offensiva. Non soltanto le unità impegnate in prima linea, ma anche le strutture e le capacità che consentono loro di ricevere rifornimenti, comunicare e mantenere il coordinamento. La Nato intende combinare munizioni di precisione ad alte prestazioni con sistemi più economici e producibili su larga scala, esercitando una pressione continua attraverso i domini terrestre, aereo, marittimo, spaziale e informatico.

L’obiettivo, ha precisato Grynkewich, non è infliggere alla Russia una sconfitta strategica complessiva, ma rendere impossibile la prosecuzione dell’attacco. È una distinzione che il generale collega anche al controllo dell’escalation: la Nato deve colpire quanto basta per fermare l’aggressione, senza perseguire obiettivi ulteriori. In questo modo, sostiene, la responsabilità di un’eventuale intensificazione del conflitto ricadrebbe sull’aggressore, che dovrebbe sapere che ogni ulteriore passo peggiorerebbe la propria posizione militare e politica.

La teoria dovrà ora tradursi in addestramento, esercitazioni e investimenti. Grynkewich ha citato le forze terrestri schierate sul fianco orientale, le capacità aeree e marittime, i sistemi di attacco di precisione a lungo raggio, le reti di sensori e le infrastrutture digitali necessarie a coordinare le operazioni. La preparazione militare, ha insistito, serve prima di tutto a evitare che la guerra cominci. «La Nato non cerca la guerra con nessuno», ha detto il comandante supremo, riconoscendo che l’attuazione della strategia potrebbe richiedergli di impartire ordini che spera di non dover mai dare. La deterrenza, però, deve essere credibile proprio perché poggia sulla capacità di agire. «Ci siamo addestrati, siamo pronti e lo saremo ancora di più domani e ogni giorno a venire», ha concluso. Il messaggio agli avversari è racchiuso nell’ultima frase del suo intervento: «Oggi non è il giorno giusto» per attaccare la Nato.

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Anduril sfida il Patriot nella guerra degli intercettori, e Lockheed rilancia

Il problema dei sistemi antimissile occidentali non è soltanto riuscire a intercettare un missile in arrivo. È anche quanto costa farlo, quante munizioni restano negli arsenali dopo settimane di combattimenti e quanto rapidamente l’industria riesce a rimpiazzarle. È attorno a questa equazione che si sta aprendo una nuova competizione negli Stati Uniti, con i grandi contractor tradizionali chiamati a confrontarsi con aziende più giovani e ambiziose.

Ieri Anduril ha presentato Steelfin, una famiglia di intercettori terra-aria progettata per affrontare minacce diverse utilizzando un’architettura comune. L’obiettivo è ridurre i costi e rendere più semplice aumentare la produzione, senza sviluppare un missile completamente nuovo per ogni missione. L’annuncio arriva mentre Lockheed Martin, il produttore del Patriot, sta lavorando a una nuova generazione di intercettori.

La soluzione di Anduril, l’azienda statunitense fondata da Palmer Luckey, si basa su un sistema modulare a due stadi. Il primo è un razzo propulsore, il secondo è l’intercettore vero e proprio. A seconda della missione, possono cambiare le dimensioni del propulsore, il sensore utilizzato per individuare il bersaglio e la configurazione della parte terminale. L’azienda prevede sia intercettori che distruggono il bersaglio con l’impatto diretto, sia varianti con testata a frammentazione.

La famiglia dovrebbe coprire un ampio spettro di missioni, dalla difesa ravvicinata contro minacce aeree fino all’intercettazione di missili balistici. Anduril sostiene che una variante destinata a missioni simili a quelle del PAC-3 possa offrire l’80 per cento delle capacità del sistema di Lockheed a meno della metà del costo. Per una configurazione più avanzata, l’azienda dichiara di poter coprire missioni oggi affidate al sistema THAAD a una frazione del prezzo.

Sono stime del produttore, non prestazioni già dimostrate in volo. Anduril non ha pubblicato un listino né dati sufficienti a confrontare in modo indipendente le diverse configurazioni. I test di volo sono previsti per il 2027. L’azienda punta a produrre migliaia di esemplari all’anno, ma non ha ancora indicato un calendario dettagliato che dimostri come raggiungerà quei volumi.

La scommessa è soprattutto industriale. Utilizzare componenti, software e processi produttivi comuni dovrebbe consentire di riconfigurare le linee in base alla domanda, evitando che ogni missile richieda una filiera separata. È un approccio che risponde a una lezione emersa in Ucraina e in Medio Oriente: impiegare intercettori sofisticati e costosi contro minacce relativamente economiche può consumare rapidamente le scorte, anche quando l’intercettazione è indispensabile.

La pressione sui costi, però, non significa rinunciare alle prestazioni. Lo dimostra la mossa di Lockheed Martin, che alla fine della scorsa settimana ha presentato PAC-3 Edge, un nuovo intercettore sviluppato per il programma Future Interceptor dell’esercito statunitense. L’azienda è stata ammessa alla fase successiva del programma e prevede di avviare i test nel 2027, con l’obiettivo di arrivare al dispiegamento entro il 2031.

PAC-3 Edge riprende la tecnologia del PAC-3 MSE, ma introduce un nuovo sensore di ricerca del bersaglio sviluppato da Lockheed e un motore a propellente solido a impulsi multipli realizzato da Northrop Grumman. Gli aggiornamenti ai sistemi di controllo dovrebbero aumentare velocità, manovrabilità e capacità d’intercettazione a distanze e quote maggiori. L’obiettivo dichiarato è affrontare minacce missilistiche più avanzate, comprese quelle ipersoniche.

Steelfin ed Edge rappresentano quindi due risposte differenti a una stessa esigenza. Anduril punta sulla modularità e sulla produzione di massa per rendere più sostenibile la difesa contro una gamma ampia di minacce. Lockheed vuole spingere più avanti le prestazioni di una famiglia di missili già utilizzata dalle forze armate statunitensi. Non sono necessariamente alternative dirette: la loro eventuale sovrapposizione dipenderà dalle configurazioni, dai requisiti militari e dai risultati dei test.

Per l’Europa, la competizione americana è un ulteriore elemento da considerare mentre cerca di sviluppare una capacità industriale autonoma nel settore della difesa antimissile. Un intercettore statunitense meno costoso potrebbe attenuare il problema del prezzo e delle scorte, ma non risolverebbe quello della dipendenza da fornitori esterni. La questione non è scegliere tra prestazioni e quantità: è riuscire a sostenere entrambe, con una filiera capace di produrre abbastanza armi da rendere credibile la difesa nel tempo.

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