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Dalle vetrine infrante alla guerra ibrida, la risposta del governo alle proteste. Parla Gardini

I teppisti delle piazze italiane sono sfuggiti a una rete educativa che non ha funzionato, anche per colpa di una sinistra giustificazionista, che non boccia, che non punisce, che non indirizza. Il governo con il nuovo provvedimento varato in Consiglio dei ministri prova a cambiare registro. Lo dice a Formiche.net Elisabetta Gardini, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera che, partendo dalle devastazioni di Milano, analizza le cause politiche e gli effetti sociali di tali fenomeni. “Cosa è cambiato rispetto ai miei tempi? Ieri c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto per tutti, docenti e istituzioni scolastiche”.

Scontri, manovra, elezioni: dove finisce il disagio e dove inizia l’infiltrazione?

Dinanzi a queste situazioni, prima ancora di capire se è un attacco ibrido o solo violenza, ci dovrebbe essere una condanna unanime, a maggior ragione perché gli autori sono minorenni. Occorre capire che esiste un limite che non può essere oltrepassato. Purtroppo la sinistra non riesce proprio a condannare senza poi dire “ma”. Per cui penso che alla base dei rapporti umani, delle relazioni familiari e anche dei rapporti tra amici ci devono essere delle linee che non si possono superare. I tumulti ci raccontano che purtroppo sono state superate abbondantemente. Bisogna essere inflessibili, occorre un’alleanza della politica con chi ha un ruolo educativo e un ruolo dirigente nel Paese. Non riusciamo ad uscire da questa palude nella quale la sinistra sembra sguazzare bene. Più c’è caos e più le opposizioni sono contente: ciò lo considero gravissimo. In Aula abbiamo anche chiesto alla sinistra di sottoscrivere la proposta di legge di Fratelli d’Italia in discussione generale sulla cittadinanza, ovvero che in presenza di atteggiamenti del genere bisognerebbe fermare il processo per la cittadinanza italiana e intraprendere un percorso di ripensamento e di rieducazione, in attesa di una seconda possibilità.

Il Cdm ha dato il via libera al nuovo decreto sicurezza e criminalità minorile, oltre a 500 agenti in più a Milano. Come rispondere a chi vi accusa di suonare il solito ritornello di “regole e disciplina”?

Finalmente c’è anche per i minorenni il fermo preventivo. Significa che questo governo non insegue l’emergenza, ma interviene quando è necessario affrontare un problema che purtroppo si è manifestato in tutta la sua drammaticità. Confesso che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere bambini di undici anni che vanno a sfasciare vetrine per prendersi l’ultimo paio di scarpe alla moda. Bisogna prendere dei provvedimenti ed è chiaro, come osservato dalla ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, che anche per i minorenni si lavora su due binari, la prevenzione e la repressione. Noi abbiamo con i nostri provvedimenti diminuito la dispersione scolastica: mi sembra un grandissimo risultato di cui andiamo fieri. Però non bisogna neanche fare l’errore di identificare questi violenti, che sono una minoranza, con tutti gli altri giovani: quattro scalmanati non rappresentano la totalità degli studenti. Non è così oggi e non era così anche ai miei tempi.

Cosa è cambiato rispetto a 40 anni fa?

Ricordo che mio padre mi accompagnò a sporgere una denuncia contro ignoti perché un picchetto mi impedì di entrare in classe. Io volevo entrare in classe, ma qualcuno non era d’accordo. Anche ieri, erano sempre i pochi a piantonare l’ingresso della scuola, al liceo classico Tito Livio, che frequentavo. Ma a differenza di oggi c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto, per tutti, docenti e istituzioni scolastiche. Ci approcciavamo a qualsiasi lavoro, pur di andare avanti nella vita. Sicuramente era un’altra epoca la mia, ma assieme alle mie amiche non potevamo permetterci boutique di alta moda e compravamo i giornali con cartamodelli. I vestiti ce li cucivamo da sole, nessuna di noi rubava, non spaccavamo le vetrine perché qualcuno voleva il modellino che aveva magari la compagna di banco. E siamo sopravvissute bene a quell’epoca. Oggi vedo persino qualche rapper fare sfoggio di tutto il lusso più sfrenato, per poi stigmatizzare la società dei consumi. Inoltre mi chiedo come sia stato possibile che ragazzini di 11 o 12 anni fossero in giro da soli per strada a sfasciare vetrine. Dov’erano i genitori?

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha detto che i fatti di Milano “sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”. Che ne pensa?

Evidentemente lui da ministro ha strumenti molto più tecnici, però è chiaro che di questa guerra ibrida stiamo parlando da molto tempo, così come si era notato anche durante il referendum sulla giustizia un certo movimentismo dei social, che aveva mandato a votare una massa consistente di giovani che non lo avevano mai fatto prima. La guerra ibrida è un qualcosa con cui ci si confronta e su cui si dibatte a livello internazionale. Il tema, quindi, abbraccia il concetto stesso di difesa ampia, ovvero non più intesa come spese per cannoni o carri armati: oggi la difesa ha tutto un altro approccio. Difesa, ad esempio, è analisi, scienza, indagini così come l’Italia sta egregiamente facendo sull’Artico. Giorni fa in commissione esteri è stata in audizione la sottosegretaria Isabella Rauti che ci ha illustrato cosa vuol dire oggi difesa, come portare il Paese nella modernità, come far sì che l’Italia non sia tagliata fuori dalle rotte commerciali, dalle materie prime, delle materie critiche e dalle strategie internazionali. Per cui occorrono giovani che si impegnano, che imparino con il nostro aiuto a costruire il futuro e non che aiutiamo invece a deprimere come ama fare la sinistra, che foraggia un clima distruttivo. Per la sinistra l’Italia dovrebbe sempre indossare la maglia nera ed essere sempre l’ultima della fila. Oggi vedo in Italia delinearsi una sinistra talmente estrema che l’intero campo largo potrebbe configurarsi con Melenchon.

Proviamo a andare oltre le vetrine infrante: quale il danno sociale per ragazzi irresponsabili e genitori giustificazionisti?

Premetto che oggi non è facile essere genitori, ma se un figlio di 11 anni circola da solo per tumulti, forse è lecito pensare che qualcosa ti sia sfuggito dalle mani. Come madre mi sento a disagio, anche se è vero che oggi è molto più difficile. Ma sarebbe utile capire come sia possibile che dei bambini così piccoli sfuggano ad una rete educativa, perché dovrebbero stare in una rete di protezione che, evidentemente, non ha funzionato. Quando ero al Parlamento europeo ricordo che i britannici mi dicevano che il minore è considerato tale fino a 14 anni, dopo occorre che risponda delle proprie azioni. Così come ricordo bene che in Belgio bocciavano tranquillamente anche alle elementari. In Italia invece no, la cultura di certa sinistra ha iniziato a convincere tutti che non bisogna bocciare, che bisogna capire, che non bisogna punire. Ed ecco i risultati nelle nostre piazze.

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Dieci proposte per un programma progressista: salari, tetto al contante e vecchio reddito di cittadinanza

Ho cercato in rete il testo della mozione unitaria del Campo Largo (o forse dei Miracoli), ma non l’ho trovata. Anche se fosse, penso che non sarei stato molto contento perché dalle cronache giornalsitiche si intuisce che è un preambolo astratto, tanto fumo e poco arrosto. Poiché da veneto amo il pragmatismo, mi sono chieso quali potessero essere delle indicazioni più concrete e immediatamente attuabili, sempre in nome di alcuni valori fondamentali di una visione progressista come favorire i salari contro le rendite e i profitti, cercare di difendere lo stato sociale sotto assedio, applicare il principio costituzionale della progressività delle imposte per un fisco sostenibile ed equo e altri ancora. Essendo poi di formazione cattolica, mi è uscito una specie di decalogo preliminare.

Ecco alcune proposte economicamente sostenibili e nello stesso tempo eque, almeno secondo il mio personale e professionale punto dei vista:
1. Aumento automatico annuale dei salari, almeno dell’80%, rispetto al tasso di inflazione. In questo modo viene tutelato il reddito individuale e anche la spesa aggregata per far crescere l’economia. Sparirebbero magicamente gli extraprofitti delle imprese senza bisogno di nuove tasse. Il sistema attuale è troppo favorevole alle imprese e discrima tra i lavoratori dei vari comparti.
2. Salario minimo lordo a dieci euro in modo da liberare tre milioni di persone dallo sfruttamento schavista della società dei servizi che si allarga sempre di più. Abolizione dei titocini o stage gratuiti per i giovani, compensandoli con un sussidio statale minimo.
3. Riportare la flat tax degli autonomi alla soglia dei 30.000 auro di reddito, livello al quale la loro tassazione è pari a quella dei lavoratori dipendenti che godono delle detrazioni. Oltre, procura solo un ingiusto guadagno fiscale del tutto ingiusto. Oppure, in alternativa, flat tax per tutti, così poi vedremo dei bei fuochi di artificio.
4. Eliminazione della normativa amministrativa e penale a favore degli evasori fiscali approvata copiosamente dal governo Meloni in questa legislatura. Niente più condoni fiscali o sanatarie di vario tipo.
5. Portare il tetto del contante a 500 euro per ridurre l’economia sommersa, e conseguentemente l’evazione fiscale.
6. Eliminare la riduzione delle aliquote dell’Irpef approvata dal governo Meloni e con i soldi incamerati portare la detrazione sulle spese mediche al 40%, così da dare sollievo agli utenti per i servizi sanitari privatizzati a causa delle liste di attesa nel pubblico.
7. Prevedere per legge un interesse attivo sui depositi bancari per i risparmiatori pari alla metà del tasso ufficiale della Bce, sul modello delle banche on line. Così scomparirebbero anche gli extraprofitti bancari, senza tanto clamore.
8. Aumentare la Tobin tax dallo 0,2% all’1%, così da portare la tassazione delle rendite finanziarie dal 26 al 27%. Non un grande sacrificio.
9. Rispristinare il vecchio reddito di cittadinanza al posto dell’assegno di inclusione per far rientrare nei sussidi provvisori il milione di persone malamente sfrattato dalla Meloni.
10. Adeguamento annuale pieno delle pensioni contributive per non penalizzare chi ha versato onestamente i suoi contributi.

E la lista si potrebbe un poco allungare, senza andare però troppo lontano. Come si può notare, non sono proposte propriamente rivoluzionarie, ma semplicemente suggerimenti concreti per cominciare a correggere alcune storture morali ed economiche che affliggono l’economia italiana. Menti più brillanti possono fare di sicuro molto meglio.

In realtà questi punti, potrebbero essere guardati con simpatia, e forse condivisi, anche dallo schieramento conservatore, se solo fosse minimamente illuminato. Il liberismo tradizionale, quello di La Malfa, Visentini o Spadolini, tanto per fare alcuni nomi, era molto diverso da quello oscurantista, individualista e antistatalista che è emerso in questa Seconda Repubblica. Onestamente, un polo intellettuale conservatore di qualità manca, oppure non emerge. Forse la sinsitra negli ultimi decenni è cambiata in peggio, ma di sicuro è la destra che ha perso i suoi valori fondanti.

Partendo da pochi punti, ma con il coraggio della radicalità, la partita può essere riaperta perché ci sono dei buoni motivi per i quali milioni di elettori desertano le urne, ma non devono, se ritornano, ingrossare le fila della destra dei camerati come è accaduto nelle ultime elezioni regionali in Germania. La responsabilità, per conservatori e progressisti democratici insieme, oggi è enorme. Come minimo, servirebbe un nuovo Bersani con altre lenzuolate primaverili.

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Conte: “Sulla politica estera non ci divideremo come Meloni e Salvini. Noi siamo seri”

“Noi abbiamo ancora dei passaggi che ci vedono su sensibilità diverse, ma è la prima volta che facciamo una coalizione del genere, e la stiamo costruendo però da tempo, da inizio legislatura. C’è una base programmatica già pronta. E visto che adesso tocca a noi, visto che andremo al governo, non ci ritroveremo mai in una situazione così surreale per cui l’altro giorno Meloni parlava in Parlamento nelle comunicazioni in vista del Consiglio europeo ed esponeva una politica estera, e nelle stesse ore Salvini da Bruxelles esponeva una politica estera completamente opposta. Non succederà mai, siamo persone serie“. Lo ha detto il leader del M5s Giuseppe Conte, all’assemblea nazionale di Terra comune, a Roma, parlando del campo progressista.

Conte lo ha ribadito parlando ai giornalisti all’uscita dell’evento. “È un fatto oggettivo, dall’inizio della legislatura abbiamo lavorato con le altre forze di opposizione e per progetti di forma condivisi, risoluzioni unitarie. Certo ci sono ancora alcuni punti che richiedono un confronto, perché su alcuni punti abbiamo delle sensibilità differenti, ma è anche normale tra forze che per la prima volta vanno in coalizione. Pensate invece a destra, dove dopo quattro anni di governo sulla giustizia, sulla politica estera, su tanti dossier importanti c’è ancora tanta differenza e non c’è reale concretezza su quelli che sono i problemi dei cittadini. Giorgia Meloni ha detto per quattro anni che le cose andavano benissimo, adesso è difficile per lei cambiare narrativa, ma la presa di contatto con la realtà viene adesso con le proteste di studenti, agricoltori, allevatori e pescatori”, ha aggiunto il leader del Movimento 5 stelle.

Ha parlato anche dei di costi energetici che “sono alle stelle”, la spesa alimentare che “è diventata complicata” e il caro inflazione che “sta erodendo il potere d’acquisto dei salari che sono anche spesso molto bassi. Di fronte a tutto questo – ha aggiunto – il governo si ritrova completamente incapace e impreparato, dobbiamo voltare pagina e mandarlo a casa. La risposta del governo è criminalizzare la protesta poi ma questo governo non può assolutamente permettersi di fronte a delle proteste, a qualche episodio anche di violenza, che va fermamente condannato, di negare invece quella che è la radice, il disagio, l’impossibilità per adulti, giovani e famiglie imprese di arrivare a fine mese, o di vedere garantite i diritti essenziali. Pensiamo al diritto alla sanità, pensiamo al diritto allo studio per gli studenti, pensiamo al diritto a un salario dignitoso per chi ha famiglia”, ha concluso Conte.

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Travaglio a La7: “Questo è il primo centrosinistra che fa opposizione, ma per certi circoletti ne fa troppa. Vogliono rifilargli Renzi e Gentiloni”

“Il problema di questo centrosinistra è che per certi circoletti fa troppa opposizione. Quelli che vogliono rifilargli Renzi, Gentiloni e tutte queste amebe puntano semplicemente a sostituire Meloni con un centrosinistra che sia una brutta copia sbiadita del centrodestra e che sulle questioni importanti faccia la stessa cosa”. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che affonda il colpo contro chi, a suo giudizio, lavora per ricondurre l’opposizione nell’alveo delle politiche del centrodestra.
L’occasione è il dibattito sulle comunicazioni di Giorgia Meloni in Parlamento in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre a Bruxelles, dedicato, tra gli altri temi, all’Ucraina, alla competitività, al Medio Oriente, alla difesa e alla sicurezza europea.
Gruber ricorda che Travaglio ha definito l’intervento della presidente del Consiglio un “comiziaccio” e gli chiede se Meloni faccia bene a sottolineare le divergenze del campo progressista, in particolare quelle sulla politica estera e sulle posizioni del leader del M5s Giuseppe Conte.

La replica del direttore del Fatto Quotidiano parte dalle contraddizioni interne al governo: “Intanto la Meloni non è d’accordo su niente a proposito dell’Ucraina e del riarmo con Salvini, che poi vota tutto perché ha un partito ormai in declino e rischia di essere sfiduciato dai suoi se rinuncia alle poltrone che ha. Il punto è che le divisioni del centrosinistra esistono anche nella maggioranza di governo”.
Travaglio sottolinea che la presidente del Consiglio utilizza le difficoltà degli avversari per nascondere quelle della propria coalizione: “A casa mia l’opposizione non ha nessun dovere di essere coesa. È la maggioranza che deve esserlo. Quindi, Meloni parla degli altri per non parlare di casa sua”.
Circa il ruolo della leader di Fratelli d’Italia negli equilibri europei, il direttore osserva un’altra palese contraddizione: “Continuiamo a ripetere che lei è antieuropeista e sovranista, ma forse dimentichiamo che la Meloni governa nella Commissione von der Leyen non solo dall’esterno, perché ha un vicepresidente importante che si chiama Raffaele Fitto. Lei, quando parla di Europa, sta parlando di se stessa. Se fosse fuori da quella maggioranza, potrebbe parlare. Ma dato che sta dentro a quella maggioranza, tra l’altro insieme a Forza Italia e al Pd, di che stiamo parlando?”.

Sulla guerra in Ucraina, Travaglio non nasconde che le differenze tra le forze di opposizione siano destinate a restare, ma contesta che vengano presentate come una peculiarità del centrosinistra: “Le divisioni nel centrosinistra sono destinate ad andare avanti fino a quando durerà la guerra in Ucraina, perché non c’è niente da fare: riflettono le divisioni che ci sono nel Paese”.
E ricorda che esiste una distanza profonda tra le posizioni rappresentate in Parlamento e quelle dell’opinione pubblica: “In Parlamento la maggioranza dei partiti è a favore di continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina finché non morirà l’ultimo ucraino, mentre la stragrande maggioranza degli italiani è per farla finita, in modo da costringere le due parti a mettersi intorno a un tavolo.

Il direttore del Fatto, poi, rivendica una discontinuità rispetto alla storia recente delle opposizioni italiane e chiama in causa gli anni del berlusconismo: “Io fino a sei-sette anni fa non ho mai visto fare opposizione alla destra, questo è il primo centrosinistra che fa opposizione. Io il centrosinistra l’ho sempre visto fare i governi con Berlusconi, i patti del Nazareno con Berlusconi, le bicamerali con Berlusconi, le leggi sulla giustizia con Berlusconi. Di tutte le leggi vergogna che faceva Berlusconi non ne hanno cancellata una sola”.

E aggiunge: “Questa è la prima volta che c’è un centrosinistra che fa opposizione e sento incredibilmente che viene accusato di tutto. L’attacco che c’è ogni giorno alle primarie è perché rischia di vincerle qualcuno che magari, quando va al governo, fa qualcosa di radicalmente diverso. Io credo che l’unico modo per portare a votare i giovani e gli astensionisti che sono andati a votare al referendum – conclude – sia proprio quello di proporre qualcosa di radicalmente diverso perché la brutta copia del governo non funziona, non porta la gente a votare”.

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Travaglio a La7: “Renzi è come lo scorpione che punge la rana e fa affondare tutto, compreso se stesso”. Botta e risposta con Giannini

“Renzi ha fatto cadere tutti i governi amici: Letta, il suo e il Conte Due. Vi pare normale che adesso tutti debbano fidarsi di lui, come se non fosse lo scorpione che ogni volta che la rana se lo carica la punge e fa affondare tutto, compreso se stesso?”. Così il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, interviene a Otto e mezzo (La7), mettendo in discussione l’ipotesi di un’alleanza di Pd, M5s e Avs con Matteo Renzi. Il confronto si accende con Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, che sostiene invece la necessità di una coalizione più ampia possibile per battere Giorgia Meloni.
A innescare la discussione sono i dati dell’ultima rilevazione YouTrend citati da Lilli Gruber: il centrodestra senza Roberto Vannacci è al 42,9%, mentre il campo largo con Renzi raggiunge il 43,1%. Per la conduttrice, i numeri indicano che senza le formazioni minori il centrosinistra rischia di perdere le elezioni.

Travaglio contesta questa lettura e parte da quanto accaduto in Parlamento durante le comunicazioni della presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo: “Intanto Renzi, insieme alla destra del Pd, era lì ad applaudire la Meloni sull’Ucraina e sul resto. La Meloni, peraltro, aveva appena insultato i leader dei principali partiti del centrosinistra, naturalmente elogiando Calenda. Sarà un problema questo o no? Renzi ha riportato al potere le destre che erano rase al suolo durante la pandemia, facendo cadere il Conte Due e facendo nascere il governo Draghi”.
E insiste sulla questione della fiducia: “I primi a non fidarsi sono gli elettori, i veti li stanno mettendo loro. Non c’è un sondaggio in cui Renzi non sia ultimo, tranne quello in cui si chiede chi ti sta più sulle palle. Lì vince lui”.

Ma il problema, secondo Travaglio, non si risolve sommando le percentuali dei partiti: “Quei numerini dei sondaggi sono bellissimi, ma tengono conto sempre e solo di coloro che votano. Il centrosinistra deve portare alle urne quelli che non votano, come si è riusciti a fare al referendum. Quel popolo, assieme a quello che scende in piazza per Gaza, per la pace e contro il riarmo, con Renzi lo lasci a casa. Ti tieni sempre gli stessi numeretti, facendo finta che Renzi sia un valore aggiunto”.
Il direttore del Fatto propone quindi di rovesciare la prospettiva dei sondaggi: “Prova a fare una rilevazione chiedendo quanti voterebbero il centrosinistra senza Renzi. Avresti la stessa sorpresa del sondaggio in cui hanno chiesto quanto vale Vannacci nel centrodestra e quanto vale da solo. Vannacci da solo vale il doppio, perché nel centrodestra non è un valore aggiunto”.

Massimo Giannini rivendica una posizione, a suo dire, più pragmatica, pur ricordando i suoi problemi passati con Renzi. L’ex direttore de La Stampa spiega di considerare prioritaria la necessità di costruire una coalizione capace di vincere, aggiungendo: “Se guardo retrospettivamente quest’ultimo anno, non possiamo non vedere che uno dei più efficaci oppositori al governo Meloni, anche dal punto di vista della comunicazione, è stato Matteo Renzi”.
Travaglio insorge: “Ma ieri applaudiva la Meloni”.
Giannini e Gruber obiettano quasi all’unisono che Renzi ha applaudito soltanto il passaggio sull’Ucraina. L’editorialista insiste: “Anche quattro del Pd hanno applaudito quel passaggio, quindi che facciamo? Non facciamo l’accordo col Pd? Pure io ho elogiato Meloni perché per la prima volta nella sua vita ha criticato Trump”.
Il direttore del Fatto ironizza: “Sì, l’ha criticato per l’unica roba giusta che ha fatto”.
Il riferimento è alle comunicazioni rese da Giorgia Meloni al Senato, dove ha definito “molto rischiosa” la decisione di Donald Trump, annunciata il venerdì precedente, di raggiungere un accordo con la Russia per immettere sul mercato maggiori quantità di gasolio russo.
Giannini però fraintende il senso dell’osservazione di Travaglio, interpretandola come un riconoscimento della posizione di Meloni.

Il confronto torna poi sul futuro del centrosinistra. Giannini sostiene che la posta in gioco delle prossime elezioni sia troppo alta per permettersi esclusioni preventive e propone una coalizione costruita anche con forze politiche molto distanti tra loro. Poi l’appello: “Turiamoci il naso, smettiamola di dire che Renzi è un delinquente e imbarchiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.
La replica di Travaglio è immediata: “Sì, così il governo durerà un giorno”.

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La podcaster americana che sogna una sinistra uguale e contraria al trumpismo

Jennifer Welch

All’inizio Jennifer Welch parlava solo di seccature quotidiane e di tutte quelle piccinerie da dare in pasto al pubblico annoiato sul divano. Un giorno era un gender reveal party, un altro il galateo su Instagram, altre volte i bambini maleducati. Si era ritagliata un ruolo in quel frammento di rumore mediatico che pretende di dire alla gente da che parte sta il buon senso. Poi Trump è tornato alla Casa Bianca e le ha offerto un bersaglio più grosso. Anzi due: Welch insulta il presidente un giorno sì e l’altro pure, poi si gira dall’altra parte e tratta allo stesso modo i democratici che non lo combattono come vorrebbe.

Durante una puntata del suo podcast “I’ve Had It” reagisce a una dichiarazione del Segretario di Stato Marco Rubio sulle sanzioni contro la Corte penale internazionale cominciando dall’aspetto fisico. «Sembra invecchiato di venticinque anni, ecco che effetto deve fare essere Maga e commettere crimini di guerra». Poi aggiunge che Trump ha la maturità di una cheerleader dodicenne che non è riuscita a entrare nella squadra della scuola.

In un’intervista con Don Lemon definisce il vicepresidente J.D. Vance «la miglior prostituta del Paese», accusandolo di essersi lasciato trasformare in un prodotto politico dal miliardario Peter Thiel. È la sua cifra stilistica. Welch attacca da sinistra repubblicani e democratici, ma lo fa con i metodi del trumpismo. Cioè vocabolario da spogliatoio del calcetto e attacchi sul personale, attingendo a piene mani al torbido della conversazione pubblica. Una miscela di populismo e trivialità. È la versione più esasperata del woke estremo – quello che perfino Alexandria Ocasio-Cortez ha cercato di mettersi alle spalle.

“I’ve Had It” va in onda dal 2022, co-condotto da Welch con l’amica Angie Sullivan. Le due hanno raccolto milioni di follower sulle piattaforme e più di un milione di iscritti su YouTube. Gli ascoltatori sono cresciuti talmente tanto da diventare una tappa quasi obbligata per i personaggi della sinistra americana. Negli anni sono passati al microfono Barack Obama, Kamala Harris, Bernie Sanders, Zohran Mamdani.

A gennaio, intervistata da David Remnick del New Yorker, Welch ha definito la sua filosofia «dark woke», una specie di magia nera applicata alla sinistra radicale – o il contrario. La giustizia sociale come stella polare, la volgarità becera come vascello. Tutto è pensato per diventare un pezzettino virale sui social. Persino i titoli dei contenuti che posta su YouTube – principalmente spezzoni di “I’ve Had It” – sono portati all’estremo, con aggettivi roboanti in caps lock e anteprime appariscenti. «Devi sapere contro chi ti stai battendo, e devi essere spregiudicato», ha detto.

L’idea è di combattere il trumpismo con le sue stesse armi, una ricetta semplice e spietata. Se il woke tradizionale è diventato un sistema di sorveglianza morale, una disciplina dell’eloquio, il dark woke vuole conservare gli obiettivi progressisti liberandosi di ogni riguardo formale.

È un declivio pericoloso da intraprendere. E Welch ci si è tuffata di testa. Con Trump dice di non condividere nulla, ma considera il suo modo di parlare un modello di comunicazione che la politica democratica dovrebbe avere il coraggio di adottare.

Nelle biografia di Welch ci sono tutti gli elementi che l’hanno portata fin qui. È nata a Dallas, ma è cresciuta a Oklahoma City, con due genitori atei e progressisti nel cuore della Bible Belt. Intorno a lei una cultura evangelica in cui religione e identità politica spesso si sovrappongono. La distanza fra la famiglia e il mondo che la circondava ha alimentato il suo antagonismo.

Prima faceva l’interior designer e aveva successo. In tv è arrivata alla ribalta con “Sweet Home Oklahoma”, un reality dell’emittente Bravo che seguiva la sua attività e la vita di un gruppo di amiche benestanti. Il programma è stato cancellato nel 2018, dopo due stagioni.

“I’ve Had It” è nato poco dopo, senza troppe ambizioni. Welch e Sullivan hanno un’amicizia ventennale e volevano solo parlare alle persone che avevano seguito il reality, soprattutto donne della loro generazione. Già il titolo è una specie di manifesto: ne ho abbastanza. Conteneva il germe della protesta.

La virata sulla politica ha avuto diversi ostacoli, soprattutto da parte del network (PodcastOne ha acquistato i diritti del programma nel 2023) che avrebbe preferito contenuti meno divisivi. Ma il dibattito pubblico americano era incendiato da anni, il trumpismo aveva avvelenato i pozzi: più Welch e Sullivan alzavano il livello dello scontro, più gli ascolti crescevano.

Sul Washington Post, la giornalista Rachel Monroe ha descritto le due conduttrici come una coppia che difficilmente i democratici avrebbero immaginato di reclutare per trovare nuovi messaggeri: due cinquantenni dell’Oklahoma, con accento del Sud, modi bruschi e un aspetto che Welch definisce «Fox News-coded», cioè codificato sui parametri di Fox News, la tv più vicina a Trump. Monroe ricostruisce anche un momento in cui le due si sono accorte di essere arrivate molto più lontano di quanto immaginassero: il figlio di Welch le segnalò che Hasan Piker, lo streamer di sinistra seguito soprattutto da un pubblico giovane e maschile, aveva elogiato il loro programma definendolo «il podcast progressista più radicale del Nord America, il quartier generale della vera resistenza». Poi Piker è diventato un ospite ricorrente, nel più prevedibile dei crossover.

Nel 2016 Welch aveva votato Hillary Clinton contro Bernie Sanders, una scelta che in seguito avrebbe considerato un errore. Nel 2024 aveva sostenuto Kamala Harris, ma già dubitava della scelta di spostarsi verso il centro. La sconfitta elettorale ha accelerato la sua rottura con le posizioni maggioritarie del partito.

Trump resta il nemico principale, ma Welch attacca anche Chuck Schumer, che chiama «Chuckles», Hakeem Jeffries, Rahm Emanuel e tutti i democratici non estremisti. Un anno fa il senatore democratico Cory Booker si era fatto intervistare da Welch e Sullivan, che lo hanno incalzato perché definisse Benjamin Netanyahu un criminale di guerra. Booker ha contestato la formulazione della domanda; Welch ha giudicato evasiva la risposta, leggendola come l’emblema di un partito che sacrifica i propri principi alle alleanze e agli interessi politici.

James Kirchick sull’Atlantic le contesta proprio questo modo di argomentare, con accuse gravissime senza un adeguato approfondimento, in cui alla fine il suo avversario del momento emerge sempre come quello mosso da intenzioni maligne.

Il 6 ottobre Welch ha pubblicato il libro “Not Today, Fascists”, in cui ha riversato tutta la sua insofferenza. Le prime recensioni insistono sul linguaggio aggressivo, ma gli obiettivi che elenca sono concreti, come se fosse un programma politico: salari più alti, assistenza sanitaria accessibile, infrastrutture migliori, un sistema di protezione sociale più robusto e meno influenza delle aziende sulla politica. Vorrebbe una rivolta interna al Partito Democratico, con la sostituzione dei suoi vertici parlamentari e una profonda ristrutturazione della Corte Suprema a colpi di impeachment contro i giudici più conservatori. «L’unico modo per uscirne è la rivoluzione», dice. Non è un appello alla violenza, è più un rifiuto del gradualismo e della deferenza verso le istituzioni; rigetta anche l’idea che, una volta sconfitto Trump, si debba semplicemente tornare allo status quo ante. Sa che questo approccio può allontanare gli elettori, ma in fondo non è candidata per un seggio (almeno non ancora) e non ha intenzione di comportarsi come se dovesse piacere a tutti.

Il dark woke è tutto qui. Una sinistra che vuole combattere l’autoritarismo senza preoccuparsi di apparire gentile, che rivendica la giustizia sociale ma considera l’umiliazione dell’avversario un’arma legittima. Jennifer Welch ha capito che la rabbia può cementare una comunità, può diventare perfino un programma politico. Resta da vedere se possa diventare anche una strategia per governare, dal momento che Trump non sta andando granché bene. Per ora, quella che aveva cominciato dicendo di averne abbastanza delle piccole seccature quotidiane sembra averne abbastanza anche dell’obbligo di essere educata e composta mentre distribuisce patenti di democraticità. Con milioni di persone disposte ad ascoltarla mentre manda tutti al diavolo.

L'articolo La podcaster americana che sogna una sinistra uguale e contraria al trumpismo proviene da Linkiesta.it.

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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“Sensi del Pd vuole più armi per Ucraina con un governo di centrosinistra? Gliele porti lui personalmente”. La risposta di Silvestri (M5S) alle parole del senatore dem

“Con governo progressista invieremo armi per davvero”. “A patto che gliele porti lui personalmente, se le carica e gliele porta”. Alle parole del senatore del partito Democratico, Filippo Sensi, sull’invio di armi con un governo di centrosinistra, “Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo: con il governo progressista invieremo armi per davvero”, replica Francesco Silvestri del Movimento 5 Stelle.

“C’è già un governo che invia armi, può unirsi a loro se vuole, non c’è nessun problema, io credo invece che un governo progressista debba fare l’esatto contrario di quello che ha fatto la meloni, Salvini e Tajani fino a questo momento – ovvero – smettere di inviare armi per aiutare gli ex colleghi di Crosetto e invece credo che dobbiamo aiutare quella parte di Europa che vuole dialogare con Putin per cessare una guerra che sta massacrando le nostre economie. Se lui (Sensi, ndr) si diverte tanto ad inviare armi lo può fare in forma personale o può aiutare questo governo a farlo. E’ legittimo”.

Con il Partito Democratico continueranno le differenze sul come sostenere l’Ucraina, se sotenererla anche militarmente? “O come danneggiare l’Ucraina – ribatte Silvestri – perché per me non è un diverso modi di aiutare l’Ucraina. Dopo quattro anni se continui a mandare armi e non gli dai sostegno stia peggiorando quelle che sono le condizioni degli ucraini e che gli ucraini stessi vogliono cambiare”.

“Parliamo di cose serie, noi siamo felicissimi come 5 Stelle di aver fatto un lavoro diplomatico importante all’interno della coalizione di centrosinistra per essere arrivata ad una mozione (quella sul Documento Programmatico di Finanza Pubblica, ndr) che dice basta riarmo, come coalizione, quindi Pd, riformisti, non riformisti, tutte le correnti del mondo e anche Italia Viva, sul no al 5% del Pil in spese militari, siamo contenti. Ma io – prosegue l’ex capogruppo dei deputati pentastellati – se riuscissi a portare su questa nostra posizione anche la Meloni sarei contento. Qui non faccio differenze Renzi, Meloni, Salvini. Se io riesco a portare tutte le forze politiche a dire il patto che ha firmato la Meloni del 5% è una boiata e ci massacrerà, non lo facciamo e no alle spese del riarmo, se il 5 Stelle è riuscito a farlo con la coalizione progressista, se riuscisse a farlo in tutto il Parlamento probabilmente sarebbe probabilmente il più grande atto della storia del Movimento perché stiamo andando verso un muro economico e sociale e stiamo anche accelerando”.

Il tema Ucraina è la spia che bisogna accelerare sul programma condiviso all’interno della coalizione progressista? “No. Il danno vero di questa storia dell’Ucraina sta facendo sembrare che 5 Stelle, Pd e Avs non abbiano un programma condiviso. Visto che c’è un problema, una divisione sembra che noi non abbiamo niente in comune, questo è il più grande danno. In realtà non è così. Noi abbiamo lavorato in questi quattro anni in maniera forte insieme, abbiamo trovate tante soluzioni sulla casa, sul diritto all’abitare, sul salario minimo e trovato anche tante altre soluzioni che vorremmo mettere in pratica, c’è questa decisione, è vero che è abbastanza netta”.

Come risolverla? “Con le primarie. Se c’è una divisione, visto che l’asse progressista non è solo dei suoi segretari, ma è anche degli elettori e se gli elettori possono darci un’indicazione, magari anche contro quello che dice il Movimento 5 Stelle ma perché non sfruttare la democrazia anche per capire l’indirizzo politico, cioè perché limitarsi a considerare la democrazia un esercizio che elegge un capo piuttosto che un altro, molte volte – conclude Silvestri – la democrazia può essere uno strumento per capire in che direzione andare. Quindi credo che le primarie saranno un buono strumento per questo”.

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“Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo, con il governo progressista invieremo armi per davvero”. Così il senatore Pd Filippo Sensi

“Ha ragione Giuseppe Conte a volere discontinuità sull’Ucraina. Siccome l’attuale governo non dà armi da più di un anno, come ha detto peraltro in una trasmissione televisiva, vantandosene, Claudio Borghi, quindi certo che c’è bisogno di una discontinuità e un governo di centrosinistra che voglia dirsi tale, che non è il governo della Le Pen, di Vannacci e di tutti quelli che hanno posizioni filorusse, dovrà dare le armi all’Ucraina”. A parlare così è il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi.

Dichiarazione che allontana Pd e Movimento 5 Stelle? “Non c’è alcuna divisione. Le armi all’Ucraina continueranno ad essere date. Uno può dire tutto quello che vuole, opinioni tutte rispettabili, quindi Conte può dire quello che gli pare sulle armi all’Ucraina, sicuramente le armi all’Ucraina continueranno ad essere date”.

Sensi è uno dei parlamentari dem che ieri mentre Meloni parlava di Ucraina ha applaudito il presidente del Consiglio. “Ho applaudito le sue parole, non trovo condivisibile che alle parole non seguano i fatti. I decreti armi e di sostegno all’Ucraina ancora latitano. Oggi ho sentito Tajani dire ‘presto il decreto armi’, presto siamo ad ottobre, questo vuol dire che da inizio anno non abbiamo dato nulla se non dei generatori, importanti, ma con i generatori non ci si protegge dalle bombe e dai missili che sparano i russi – e conclude – io dico che il partito Democratico è stato e starà sempre per il sostegno all’Ucraina, sostegno politico, civile, economico e militare”.

Ma le divisioni sul come sostenere l’Ucraina ci sono anche all’interno della maggioranza e del governo guidato da Giorgia Meloni. Proprio ieri mentre il presidente del Consiglio, in Parlamento, ribadiva il sostegno all’Ucraina; il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini affermava che non si può continuare ad inviare miliardi all’infinito e che serve una svolta diplomatica. Segnale di queste diverse vedute all’interno dei partiti di maggioranza è il decreto armi che, annunciato per lo scorso luglio, ad oggi, ancora non è stato varato. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto, alle domande dei cronisti, uscendo da Palazzo Madama affida un laconico: “lo vedrete quando arriverà”.

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Sondaggi, il campo largo è ancora avanti rispetto al centrodestra: entrambi potrebbero conquistare il premio di maggioranza. Cala Vannacci

È ancora avanti il campo largo, seppur di poco. È quanto emerge dalla nuova Supermedia dei sondaggi dell’ultima settimana, realizzata da YouTrend per l’agenzia di stampa Agi. Al 15 ottobre, la coalizione di centrosinistra (includendo Italia Viva) si attesta al 43,1%, appena 0,2 punti percentuali sopra il centrodestra, che raggiunge il 42,9% grazie anche all’ingresso di Sud chiama Nord, il partito di Cateno De Luca accreditato dell’1,1%. Il campo largo perde lo 0,3% rispetto alla precedente rilevazione, mentre la coalizione di governo guadagna 1,8 punti. Entrambi gli schieramenti supererebbero così la soglia del 42% prevista dal nuovo sistema elettorale, il cosiddetto Melonellum, per accedere al premio di maggioranza, assegnato alla coalizione più votata che raggiunga questa percentuale sia alla Camera sia al Senato.

Tra i singoli partiti, Fratelli d’Italia si conferma prima forza politica con il 27,2% (+0,4), seguita dal Partito democratico al 20,1% (-0,3) e dal Movimento 5 stelle al 12,4% (-0,4). Forza Italia, stabile al 7,4%, torna davanti a Futuro Nazionale, che scende al 7,2% (-0,5). Seguono Alleanza Verdi e Sinistra al 6,4% (+0,1) e la Lega al 6% (+0,3).

Più indietro Azione, stabile al 3,2%, e Italia Viva, che sale al 2,4% (+0,2). Chiudono +Europa all’1,7% (stabile), il Partito Liberaldemocratico all’1,4% (+0,1), Noi Moderati all’1,2% (+0,1) e Sud chiama Nord all’1,1%, al suo ingresso nella rilevazione.

???? #Supermedia Youtrend per @Agenzia_Italia (e variazione rispetto al 1° ottobre):
FdI 27,2% (+0,4)
PD 20,1% (-0,3)
M5S 12,4% (-0,4)
FI 7,4% (0)
FN 7,2% (-0,5)
AVS 6,4% (+0,1)
Lega 6,0% (+0,3)
Az 3,2% (0)
IV 2,4% (+0,2)
+E 1,7% (0)
PLD 1,4% (+0,1)
NM 1,2% (+0,1)
SCN 1,1% (N.A.) https://t.co/Accb8BD6Df

— Youtrend (@you_trend) October 15, 2026

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