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Guerra in Ucraina, Putin apre ai negoziati: “Accordo possibile”. Ma intanto i raid continuano

Raggiungere un accordo sulla situazione in Ucraina è possibile. Almeno a sentire le ultime dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin: “Siamo concordi su questo”, ha detto il leader russo riferendosi alla fattibilità di un’intesa di lungo termine che chiuda l’invasione iniziata il 24 febbraio 2022. Al centro della disputa restano sempre le porzioni di territorio ucraino, attualmente occupate dalle forze di Mosca, che il capo del Cremlino ha definito “storicamente russe”, alzando la posta in gioco nei negoziati per risolvere il conflitto.

Putin ha definito “inappropriata” la dichiarazione del leader ucraino Vladimir Zelensky, secondo cui sarebbe disposto ad accettare la perdita di alcuni territori pur di raggiungere la pace, aggiungendo che i territori in questione sono storicamente russi: “Innanzitutto, la mia opinione su questa questione è che non si tratta di territorio russo, ma di territorio storicamente russo”, ha dichiarato Putin in un’intervista al conduttore Pavel Zarubin. “Le persone che vivono in questi territori hanno votato, in primo luogo, per l’indipendenza dello Stato e, in secondo luogo, per la riunificazione con la Federazione Russa”, ha affermato. “Pertanto, parlare di eventuali perdite territoriali mi sembra inappropriato”, ha concluso.

Un eventuale vertice tra Putin, Zelensky e Donald Trump potrebbe essere il formato con il quale finalizzare la possibile intesa? “La discussione è in corso”, ha rimarcato il vice ministro degli Esteri russo, Serghei Ryabkov, il giorno dopo il faccia a faccia tra Putin e l’inviato statunitense Steve Witkoff. “L’argomento è stato sollevato” mercoledì durante le tre ore di confronto tra i due a San Pietroburgo, ma “al momento non c’è ancora una chiara comprensione in merito”, poiché “non c’è un accordo completo, ma la discussione è in corso”. È ancora presto per parlare di una vera e propria apertura, anche se Trump – che ha intanto chiesto a Elon Musk di riattivare totalmente l’uso di Starlink in Ucraina – si è lasciato andare nelle ultime ore all’ottimismo affermando che “ci stiamo avvicinando alla risoluzione della guerra” e forse – ha aggiunto – “è il punto in cui siamo stati più vicini finora”.

L’unica novità ufficialmente resa nota dopo l’incontro di San Pietroburgo – oltre al rilascio dell’americano Stephen Hubbard dalle carceri russe – è stata la probabile ripresa il mese prossimo dei contatti trilaterali tra Mosca, Kiev e Washington, ma a livello di tecnici, non ancora certo di leader. Tuttavia, anche il consigliere di Putin per la cooperazione e gli investimenti stranieri, Kirill Dmitriev, che ha partecipato al colloquio, si è detto convinto che ci si stia muovendo “verso una pace a lungo termine che garantirà la sicurezza di Russia, Ucraina ed Europa”. Proprio l’Unione Europea, nelle scorse ore, ha rimarcato che in qualsiasi formato dovesse svolgersi dei nuovi colloqui ritiene di doversi sedere al tavolo.

Di tono opposto i commenti all’incontro di San Pietroburgo da parte di Zelensky, che il giorno prima aveva avuto un colloquio con Witkoff a Oslo insieme a rappresentanti di Paesi europei, compresa l’Italia. Il leader ucraino ha denunciato bombardamenti russi nella notte tra mercoledì e giovedì con l’impiego di 21 missili e oltre 200 droni e un bilancio di almeno due morti e 34 feriti. “Tre ondate di missili balistici sono state lanciate contro Kiev dai ‘compassionevoli’ russi“, ha rincarato Zelensky, ironizzando su quella definizione di ‘compassionevole’ usata da Witkoff per Putin quando l’ha ringraziato per il rilascio di Hubbard.

Zelensky ha affermato che nei raid è stato colpito “persino un monastero”. Il ministero della Difesa si Mosca ha invece rivendicato attacchi solo su obiettivi militari, tra cui uno stabilimento dell’industria aeronautica Antonov dove si assemblano droni e missili da crociera Flamingo, oltre che sul ponte ferroviario e stradale Sud. Mentre sull’altro fronte nel corso della notte 600 droni sono stati lanciati verso Mosca, con la maggior parte neutralizzata dalle forze di difesa aerea nelle zone periferiche, secondo il sindaco, Serghei Sobjanin. Nell’est dell’Ucraina, invece, a causa dei continui bombardamenti russi, è stata decisa l’evacuazione forzata delle famiglie con bambini da tutti gli insediamenti delle comunità di Kramatorsk e Slavyansk, le due cittadine che sono l’obiettivo più ambito delle truppe di Mosca per completare la conquista della regione di Donetsk.

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Virus Shamonda, morto un paziente in Francia: è il primo caso di infezione umana documentato. L’Ue: “Monitoriamo la situazione”

Un paziente infettato da Shamonda è deceduto in ospedale a Lione. È il primo caso documentato documentato: fino a ora, questo virus era considerato non trasmissibile all’uomo. A darne notizia sono le autorità francesi. Il ministero della Salute ha reso noto che il paziente presentava una “grave immunodepressione” ed è deceduto all’inizio di ottobre. Sulla base delle attuali conoscenze su questo virus, proseguono, ad oggi non è stato identificato alcun rischio per la popolazione generale. L’ipotesi è quella di una contaminazione vettoriale del caso, tramite la puntura di un moscerino del genere Culicoides nella Francia orientale, territorio in cui è stata segnalata la circolazione del virus negli animali nella primavera ed estate del 2026.

La Commissione Europea sta “monitorando attentamente la situazione”, ha dichiarato la portavoce dell’esecutivo Ue per la Salute Eva Hrncirova. “Siamo in stretto contatto – continua – con l’Ecdc, l’Efsa e le autorità nazionali competenti per comprendere le potenziali implicazioni per la salute umana e animale. Il Laboratorio di riferimento dell’Ue (Eurl) per la salute pubblica è stato attivato ed è pronto a supportare gli Stati membri con analisi di laboratorio, qualora necessario”. “Le autorità francesi stanno indagando sulla questione in via prioritaria, con il supporto delle agenzie dell’Ue”, conclude. Anche l’infettivologo Matteo Bassetti ha commentato la notizia su X: “La scoperta apre una nuova fase delle indagini su un virus conosciuto da decenni negli animali. Shamonda, abbreviato in Shav. Nessun allarme, ma dovrà essere cercato questo virus quando ci si imbatte in sintomi compatibili”, ha commentato su X l’infettivologo Matteo Bassetti.

Il virus Shamonda è un orthobunyavirus trasmesso agli animali da moscerini ematofagi del genere Culicoides. È stato individuato per la prima volta in Nigeria a metà degli anni ’60 ed è stato segnalato sporadicamente nei bovini in Africa occidentale, orientale e meridionale, nonché in Giappone. Nell’estate del 2026 è stato identificato per la prima volta in Europa in allevamenti bovini. I bovini sono considerati l’ospite primario tra le specie animali che possono essere infettate. Casi sporadici di infezione in piccoli ruminanti ed equini sono stati identificati anche quest’estate in Francia. Le autorità sanitarie francesi hanno inoltre informato gli organismi sanitari internazionali, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie.

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Cisgiordania, 5 italiane tra gli attivisti fermati. Farnesina chiede chiarimenti. Israele annuncia l’espulsione: “Promozione del terrorismo”

Gli attivisti internazionali fermati in Cisgiordania, tra cui cinque italiane, stanno per essere espulsi da Israele. Lo annuncia la polizia israeliana, secondo cui alcuni dei fermati sarebbero coinvolti nella “promozione del terrorismo” e nell'”esaltazione di attentatori”. L’annuncio arriva dopo che la Farnesina ha chiesto chiarimenti urgenti alle autorità israeliane sul fermo delle connazionali, avvenuto mentre accompagnavano agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive.

Secondo la polizia israeliana, gli attivisti “hanno violato la legge e si sono nascosti dietro la raccolta delle olive”. Sarebbero entrati “senza coordinamento in una zona militare chiusa”, rifiutando gli ordini delle Forze di difesa israeliane (Idf). Il comunicato riferisce del fermo di undici attivisti stranieri e un palestinese a Hebron, sostenendo che alcuni sarebbero coinvolti anche in “attività di organizzazioni ostili a Israele”. Non viene precisato a chi siano rivolte le accuse.

Le cinque italiane erano state fermate nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron, insieme ad altri attivisti internazionali. Il ministero degli Esteri aveva ottenuto conferma della loro presenza in una stazione di polizia israeliana. L’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme avevano quindi preso contatto con le autorità locali per ottenere informazioni sulle circostanze del fermo e favorire una rapida risoluzione della vicenda.

Il caso arriva dopo il fermo di altri due italiani, Manuel Tartarotti e suo padre Alberto, originari di Bolzano, trattenuti per oltre un giorno e poi espulsi, con un divieto di ingresso in Israele per dieci anni. Mercoledì 21 ottobre, inoltre, circa 80 attivisti internazionali erano stati fermati dai militari israeliani mentre partecipavano alla raccolta delle olive nei pressi di Nahalin.

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A Ferrara nasce il “Nucleo anti maranza”: la proposta del sindaco leghista per rispondere ai disordini delle proteste

Il sindaco leghista di Ferrara, Alan Fabbri, questa volta non si è limitato al solito messaggio di condanna sui disordini che hanno colpito Milano e Bologna durante le manifestazioni, ma è andato oltre. A Ferrara nasce “il Nam, il Nucleo Anti Maranza, una task force voluta dal Comune della città emiliana per contrastare il fenomeno, che sarà al contempo anche un primo esperimento a livello nazionale”, ha annunciato il primo cittadino. Le funzioni del Nam saranno di “prevenzione, controllo e repressione” e per questo il Comune di Ferrara coinvolgerà avvocati, psicologi, assistenti sociali, polizia locale ed esperti di sicurezza.

Il nucleo sarà attivo già dalle prossime settimane e il leader della Lega Matteo Salvini ha commentato con entusiasmo l’iniziativa del sindaco ferrarese. “Ferrara risponde, con i fatti, alle richieste di aiuto e sostegno di tanti genitori, famiglie e commercianti, impauriti dalla situazione di insicurezza crescente”, ha spiegato Fabbri. Fabio Anselmo, lo sfidante di centrosinistra alle scorse elezioni, ha parlato di “mera propaganda” e di “spreco di denaro pubblico”.

“Approcciare così il tema, oltretutto con questa terminologia ghettizzante, stigmatizzante, e anche direi razzista, è indice di questi tempi bui. I giovani sono altra cosa, i problemi dei giovani sono altri”, ha affermato il consigliere d’opposizione. “Gli psicologi, certo, servono: servono occasioni di lavoro, di realizzazione, spazi per fare comunità”, ma “la task force anti maranza, con a capo Nicola Lodi (l’arcinoto Naomo, ex vicesindaco e assessore), si commenta da sé”, prosegue Anselmo, riferendosi all’ipotesi, al momento non confermata ufficialmente dal Comune, che alla guida della struttura venga chiamato l’ex vicesindaco leghista, in precedenza sospeso per la legge Severino. Il richiamo alle parole del Presidente della Repubblica è inevitabile, e per questo Anselmo sottolinea che per i giovani di Ferrara sia necessario investire in qualcosa di più che una task force, che altro non fa che “generare odio“.

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Scontro tra Sommi e Friedman su La7. “Attento a dare del filoputiniano, poi le querele si pagano”. “Mi minacci, signor avvocatino cafone?”

Scintille in diretta a Omnibus, su La7, tra Luca Sommi, giornalista del Fatto Quotidiano e conduttore di Accordi & Disaccordi, e il giornalista economico Alan Friedman. Casus belli: le proteste giovanili di Milano e il ruolo delle presunte interferenze russe nell’alimentare le tensioni sociali in Europa.
Tutto comincia dall’analisi di Sommi sugli scontri di Milano. Il giornalista del Fatto respinge l’idea che dietro la rabbia dei ragazzi ci sia la regia di Mosca e richiama invece le disuguaglianze economiche, l’inflazione e la perdita del potere d’acquisto delle famiglie. Sommi insiste soprattutto su un punto: attribuire il disagio giovanile alle infiltrazioni russe significa distogliere lo sguardo dalle condizioni materiali in cui vivono milioni di persone.
“Mi viene da sorridere al pensiero che il disagio giovanile in Italia e in Europa sia colpa delle infiltrazioni di Putin – osserva – Non riesco a rimanere serio su questa cosa, perché in realtà parliamo di un problema strutturale”.
Poi richiama la condizione sociale di tanti manifestanti, spesso figli di immigrati di seconda generazione o delle fasce più povere della popolazione italiana: “Qui ci sono dei ragazzi che non ce la fanno più. A 11 anni vai in piazza a manifestare. Questo è un termometro di una sperequazione sociale esasperata. Se tu togli 300 euro di reddito di cittadinanza magari al papà, che temporaneamente era in difficoltà, e non hai il coraggio di tassare le multinazionali e i super ricchi, allora accadono queste cose”.

A intervenire successivamente è Antonio Di Bella, ex direttore del Tg3, che introduce una distinzione tra le origini delle proteste e il loro sfruttamento politico da parte del Cremlino: “È chiaro che il fuoco degli scontri non viene acceso dalla Russia o da qualche misterioso manovratore. Ma apertamente gli esponenti del governo Putin usano le tensioni europee come prova della crisi dell’Occidente“.
Di Bella cita anche Aleksandr Dugin, ideologo nazionalista russo e rbadisce che non c’è nessuna “manina misteriosa” ma una strumentalizzazione alla luce del sole: “È evidente che chi manifesta e gli scontri non sono creati da fuori, ma sono alimentati e sfruttati da fuori”.
Dal collegamento Friedman applaude e mostra il gesto dell’ok con la mano. E commenta: “Antonio Di Bella ha detto perfettamente. Poi che qualche filoputiniano difenda Putin non è una sorpresa, che sia un giornalista per un giornale di propaganda del Cremlino, che sia un politico di destra…”.
Sommi interviene: “Friedman, attenzione a dare dei filoputiniani perché si beccano le querele e poi le si pagano”.
Il giornalista americano ribatte immediatamente: “Mi stai minacciando?”..
“No – replica Sommi – Ti invito alla cautela a usare certi termini perché li hanno già usati a lungo anche sul Corriere della Sera e poi hanno pagato copiosamente per aver dato dei filoputiniani a chi si interroga sulle questioni invece di chi liscia da una parte. Te lo dico così, per rinfrescarti le idee”.

Il riferimento è alla vicenda giudiziaria di Alessandro Orsini, sociologo e professore associato alla Luiss Guido Carli di Roma. Il 5 giugno 2022 il Corriere della Sera pubblicò un articolo firmato da Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini, intitolato “Influencer e opinionisti. Ecco i putiniani d’Italia” e dedicato a una presunta rete di opinionisti e influencer che rilanciavano la propaganda del Cremlino, con riferimenti alle attività del Copasir e dei servizi di intelligence. Tra i nomi compariva quello di Orsini, accompagnato dalla sua fotografia. Il professore ha promosso una causa civile contro Rcs, il direttore Luciano Fontana e le due giornaliste. Il Tribunale di Milano, in primo grado, ha condannato i convenuti a risarcirlo con 27.500 euro per danni e circa 5mila euro per spese processuali.

Friedman sbotta: “Questo è talmente da cafone che neanche ti rispondo. Io non sono qui per litigare e non credo di aver nominato nessun giornale. Attenzione, signor avvocatino“.
Sommi non arretra e gli fa notare la sequenza degli interventi: “Hai parlato di “giornalisti filoputiniani” subito dopo che ho detto che un conto è esultare perché l’Europa va male, visto che c’è una guerra, un conto è avere l’intromissione di Putin nei social»”.
Friedman rivendica di non aver indicato alcuna testata né alcuna persona specifica: “Ho fatto il nome di qualche giornale? Mi querela per non aver fatto nessun nome e aver parlato genericamente? Ma va’! Io volo alto e non scendo a questi livelli bassi, ok?”.
Sommi ride e ribadisce: “Hai appena detto dei giornalisti filoputiniani”.
“Ho parlato genericamente dei putiniani in Italia senza nominare nessuno, signorino“, rilancia Friedman.
Greco, visibilmente spazientito, cerca di chiudere il battibecco: “No, no, non ha nominato nessuno, benissimo”.
Ma Friedman continua a interrompere, ripetendo “Signorino!” e poi “Piccolo signore!“, mentre Sommi reagisce divertito e il conduttore è costretto ad arrendersi con una battuta: “Siamo alla frutta, come dicono in Calabria“.

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La minaccia che non esplode. Le mail alle scuole e la nuova frontiera dell’intelligence cognitiva

Il 19 ottobre decine di scuole italiane hanno ricevuto un messaggio di posta elettronica che annunciava la presenza di un ordigno esplosivo negli edifici e prospettava una serie di attacchi terroristici sul territorio nazionale. Nel testo comparivano riferimenti ad Allah, alla Sharia e all’utilizzo di nitrato d’ammonio. Secondo l’Ansa, la comunicazione ha raggiunto almeno cinquanta istituti da Nord a Sud; soltanto nel Veronese le procedure precauzionali hanno interessato 27 plessi scolastici. I controlli effettuati non hanno portato al ritrovamento di ordigni. Considerare quindi l’episodio soltanto come l’ennesimo falso allarme rischia però di coglierne soltanto una parte.

Il punto non è soltanto chiedersi se una bomba esista realmente. Bisogna interrogarsi anche sulla capacità di una comunicazione digitale, inviata a costi estremamente bassi, di attivare procedure di emergenza, mobilitare forze dell’ordine, interrompere l’attività scolastica, coinvolgere migliaia di famiglie e conquistare rapidamente lo spazio mediatico. In altre parole: la minaccia può essere falsa, ma i suoi effetti sono reali.

Prima della matrice viene l’attribuzione

Il primo rischio analitico è quello di attribuire automaticamente l’azione all’attore che il messaggio dichiara, suggerisce o imita. “Allah”, “Sharia”, “attacco terroristico” costituiscono elementi di una narrazione. Non costituiscono, da soli, una prova dell’identità di chi l’ha prodotta.

È una distinzione essenziale nell’analisi di intelligence contemporanea. Nell’ambiente digitale l’identità dichiarata dall’autore di un messaggio può essere autentica, falsificata, clonata o deliberatamente costruita per orientare la lettura dell’evento. Anche il mittente apparente di un’e-mail può essere manipolato. Per questo l’attribuzione richiede l’analisi congiunta di elementi tecnici, infrastrutturali, comportamentali e contestuali.

La domanda, dunque, non può essere semplicemente: chi usa questo linguaggio? Deve diventare: chi ha prodotto il messaggio, attraverso quale infrastruttura, con quali modalità e soprattutto con quale obiettivo? Il problema assume ancora più rilevanza osservando ciò che contemporaneamente è avvenuto fuori dall’Italia.

Nello stesso 19 ottobre fino a 300 scuole dell’Irlanda del Nord hanno segnalato alla polizia la ricezione di una medesima minaccia generalizzata. La Police Service of Northern Ireland ha successivamente comunicato di considerare l’episodio un hoax, precisando che le verifiche non avevano individuato elementi anomali e che l’e-mail proveniva dall’esterno del Regno Unito. Messaggi analoghi sono stati segnalati anche in altre aree britanniche; scuole in Ungheria e Serbia sono state interessate nello stesso arco temporale, anche se le autorità non hanno finora stabilito pubblicamente che tutti gli episodi appartengano a un’unica operazione.

La formulazione della minaccia riportata in Irlanda del Nord presenta inoltre evidenti somiglianze con quella circolata in Italia: riferimento a un ordigno contenente ANFO, prospettiva di ulteriori attentati e instaurazione della Sharia. È un elemento investigativo rilevante. Non è ancora un’attribuzione. Ed è precisamente in questa distanza che deve operare l’intelligence.

Quando il bersaglio è la decisione

L’aspetto più interessante dell’episodio emerge infatti se si abbandona per un momento la ricerca dell’ordigno e si osserva la sequenza delle conseguenze. Un’e-mail entra nella casella di posta di un istituto. La scuola segnala la minaccia. Vengono attivate le autorità. Gli edifici vengono controllati o evacuati. Le famiglie modificano i propri comportamenti. La notizia entra nei media e nei social network. Altri istituti aumentano il livello di attenzione.

Tutto questo può verificarsi senza che l’autore disponga di un solo grammo di esplosivo.

Il rapporto tra costo dell’azione ed effetto prodotto diventa così fortemente asimmetrico. È sufficiente introdurre nell’ambiente informativo un segnale abbastanza credibile da non poter essere ignorato. Qui entra in gioco la dimensione cognitiva della sicurezza.

La Nato definisce la cognitive warfare come un insieme di attività capaci di influenzare percezioni, atteggiamenti, comportamenti e processi decisionali attraverso lo sfruttamento delle vulnerabilità cognitive. L’Allied Command Transformation sottolinea come il dominio cognitivo riguardi non soltanto ciò che un individuo pensa, ma anche il modo in cui interpreta l’ambiente e decide di agire.

Sarebbe prematuro e metodologicamente scorretto classificare automaticamente gli allarmi alle scuole come un’operazione di cognitive warfare: manca innanzitutto un’attribuzione e non conosciamo ancora l’intenzione dell’autore. L’episodio, tuttavia, mostra perfettamente una vulnerabilità cognitiva che un attore ostile potrebbe sfruttare.

Paura, incertezza e urgenza alterano infatti il processo decisionale. E quando il possibile bersaglio è una scuola, la soglia di tolleranza del rischio è inevitabilmente bassissima. Le istituzioni non possono permettersi di ignorare il messaggio soltanto perché potrebbe essere falso. È proprio questa asimmetria a rendere efficace la minaccia.

Il rischio della falsa attribuzione

C’è poi un secondo effetto. L’autore non influenza soltanto ciò che facciamo, ma potenzialmente anche chi riteniamo responsabile di ciò che sta accadendo. L’impiego di simboli jihadisti attiva immediatamente nell’opinione pubblica un preciso sistema di associazioni: terrorismo islamista, radicalizzazione, attentati, sicurezza interna. È una scorciatoia cognitiva comprensibile, ma pericolosa se precede l’analisi. Il contesto politico europeo rende questa cautela ancora più necessaria.

L’8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione sulla necessità di una strategia europea contro l’“entrisme islamiste” e sull’influenza delle reti legate ai Fratelli Musulmani. Lo stesso Parlamento, però, ha esplicitamente sottolineato la necessità di distinguere l’Islam come religione dall’islamismo politico come fenomeno politico.

La prossimità temporale tra quel dibattito e le minacce alle scuole può naturalmente alimentare ipotesi investigative o interpretazioni politiche. Ma la successione temporale non costituisce un nesso causale. Allo stato delle informazioni pubbliche non vi sono elementi sufficienti per attribuire le e-mail ai Fratelli Musulmani, allo Stato Islamico o ad altra organizzazione jihadista. Completare autonomamente questa attribuzione significherebbe, paradossalmente, fare parte del lavoro dell’autore della minaccia: accettare l’identità che egli ha scelto di rappresentare.

Dall’intelligence della fonte all’intelligence dell’effetto

L’episodio suggerisce allora una riflessione più ampia. Per lungo tempo il processo analitico ha privilegiato una sequenza apparentemente lineare: identificare l’attore, comprenderne capacità e intenzioni, valutare la minaccia. Nell’infosfera contemporanea occorre affiancare a questa prospettiva un secondo livello di analisi: valutare l’effetto indipendentemente dall’attribuzione.

Chi ha inviato il messaggio? È la prima domanda. Ma non può essere l’unica. Bisogna anche chiedersi: quali comportamenti ha generato? Quali processi decisionali ha attivato? Quanto personale e quante risorse ha mobilitato? Quali narrazioni ha rafforzato? Quale livello di amplificazione mediatica ha ottenuto? Quali divisioni sociali potrebbe alimentare?

La Nato osserva ormai apertamente come le minacce informative possano avere conseguenze sulla sicurezza nazionale e come attività manipolative coordinate possano alterare percezioni, generare confusione e incidere sulla fiducia pubblica.

Per questo la superiorità informativa non coincide più semplicemente con il possesso di una maggiore quantità di dati. Significa anche riuscire a preservare la qualità del processo decisionale quando l’ambiente viene intenzionalmente saturato da segnali ambigui.

È qui che l’intelligence assume una funzione anche cognitiva ed epistemica: non soltanto raccogliere informazioni, ma proteggere la capacità dello Stato di distinguere ciò che sa, ciò che presume e ciò che ancora non può attribuire.

La resilienza comincia dalla gestione dell’incertezza

Naturalmente nessuna riflessione sulla dimensione cognitiva può sostituire le procedure di sicurezza. Davanti a una minaccia indirizzata a una scuola, verifiche ed eventuali evacuazioni rappresentano misure necessarie. Resilienza non significa sottovalutare il rischio. Significa evitare che alla corretta risposta operativa si accompagni automaticamente una risposta cognitiva scelta dall’autore della minaccia.

Serve quindi una capacità integrata: indagine tecnica, condivisione internazionale delle informazioni, analisi dei modelli ricorrenti, comunicazione istituzionale coordinata e valutazione degli effetti prodotti nell’ambiente informativo.

Europol rileva da tempo come l’ecosistema della minaccia terroristica europea si intrecci sempre più con comunità digitali, nuove tecnologie e forme ibride di propaganda e mobilitazione. Il rapporto TE-SAT evidenzia inoltre una crescente sovrapposizione tra narrative e ambienti estremisti differenti, rendendo sempre meno efficace un’interpretazione basata esclusivamente sulle etichette ideologiche tradizionali.

Le e-mail del 19 ottobre potrebbero rivelarsi un gesto dimostrativo, una provocazione, un’azione criminale, una campagna coordinata o qualcosa di ancora diverso. Saranno le indagini a stabilirlo. Ma hanno già indicato qualcosa di importante.

Nell’ambiente strategico contemporaneo non è sempre necessario colpire fisicamente un bersaglio per condizionarne il comportamento. A volte è sufficiente convincerlo, anche soltanto per pochi minuti, che il colpo stia per arrivare. Ed è proprio in quei minuti, tra la ricezione del segnale e la sua corretta comprensione, che si gioca una parte crescente della sicurezza nazionale.

La minaccia può essere falsa. L’effetto prodotto, invece, è già reale.

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Trump pensa a un nuovo attacco all’Iran. E i pasdaran, finite le scorte di petrolio, minacciano di colpire le basi Usa

Secondo il New York Times, Usa e Israele stanno pianificando una nuova escalation dopo le elezioni di midterm. A Hormuz le navi hanno ripreso a circolare con la scorta americana, mentre Teheran ha visto crollare l’export per il blocco imposto da Washington

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Terre rare, il riciclo europeo cerca capacità industriale. Il progetto Inspiree

A Ceccano, in provincia di Frosinone, Itelyum sta sviluppando un impianto per recuperare terre rare dai magneti permanenti contenuti nei motori elettrici e nelle apparecchiature elettroniche dismesse. Il progetto Inspiree, autorizzato nel giugno scorso, prevede il trattamento di 2.000 tonnellate annue di magneti, da cui ottenere circa 700 tonnellate di ossalati di terre rare. Sono capacità previste, ancora da realizzare. Quegli ossalati, inoltre, dovranno attraversare altre lavorazioni prima di diventare nuovi magneti destinati alla manifattura.

La distinzione tra recuperare una materia prima e riportarla in una produzione industriale riguarda direttamente il voto con cui il Parlamento europeo, il 20 ottobre, ha approvato la propria posizione sulla revisione del Critical Raw Materials Act: 470 favorevoli, 83 contrari e 108 astensioni. Fra le modifiche figura la possibilità di limitare, a determinate condizioni, le esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti. Si tratta di una proposta negoziale, che dovrà essere concordata con il Consiglio; oggi non esiste un divieto già operativo derivante da quel voto.

La posta economica emerge dalla geografia della produzione mondiale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 la Cina controllava il 91% della raffinazione delle terre rare destinate ai magneti e il 94% della produzione di magneti permanenti sinterizzati. Le difficoltà registrate nel 2025 a seguito delle restrizioni cinesi alle esportazioni hanno mostrato quanto l’industria automobilistica europea sia esposta alla disponibilità di questi componenti. La dipendenza riguarda soprattutto le lavorazioni nelle quali i materiali vengono separati, raffinati e trasformati in prodotti utilizzabili.

Il piano RESourceEU della Commissione, presentato nel dicembre 2025, rileva che nell’Unione viene riciclato meno dell’1% delle terre rare. Una parte dei magneti a fine vita esce dal territorio europeo, rimane inutilizzata o non viene recuperata. Bruxelles stima che iniziative come Inspiree in Italia e alcuni progetti francesi possano contribuire, con materiali e incentivi adeguati, alla futura produzione di 3.800 tonnellate di magneti permanenti: circa un quinto della domanda attuale. La stima descrive un potenziale da sviluppare, lontano da una capacità già disponibile.

Un’impresa che raccoglie magneti dismessi deve trovare acquirenti per il materiale recuperato. Chi lo acquista per trasformarlo deve invece sostenere i costi degli impianti e assicurarsi forniture sufficienti a mantenerli in esercizio. La proposta parlamentare interviene sulla circolazione commerciale dei rottami, mentre l’ampliamento della capacità di trattamento richiede investimenti, autorizzazioni e tempi industriali. Il progetto di Ceccano, passato attraverso un’autorizzazione prima dell’avvio della produzione su scala prevista, rende concreta questa differenza. I volumi trattenuti in Europa andranno considerati insieme a quelli che gli impianti europei sono effettivamente in grado di lavorare.

Gli investimenti devono poi coprire l’intera sequenza produttiva. Dopo il trattamento chimico sono necessarie la conversione dei composti in metalli, la preparazione delle leghe e la fabbricazione dei magneti. Ogni fase comporta tecnologie e rischi differenti. Un aumento delle quantità recuperate può alimentare la filiera soltanto quando le lavorazioni successive trovano capacità adeguata e clienti disposti ad acquistare il prodotto.

Le difficoltà della fase finale sono documentate anche dal caso Gkn Powder Metallurgy. Nel febbraio 2026 Reuters ha ricostruito la rinuncia del gruppo al progetto di una fabbrica europea di magneti permanenti, dopo circa 20 milioni di euro investiti e l’avvio di un impianto pilota in Germania. L’obiettivo era raggiungere 4.000 tonnellate annue entro il 2030. Secondo le fonti citate dall’agenzia, l’attività era stata giudicata estranea al perimetro centrale del gruppo e caratterizzata da prospettive economiche incerte, in un contesto di concorrenza cinese sui costi. Il passaggio dal pilota alla produzione commerciale non è arrivato a compimento.

Per attenuare l’incertezza degli investimenti, il Parlamento propone meccanismi di stabilizzazione dei prezzi e un Centro europeo per le materie prime critiche, con funzioni di coordinamento degli approvvigionamenti, delle scorte e degli acquisti congiunti. L’Eurocamera chiede anche una dotazione di 2 miliardi di euro nel prossimo bilancio pluriennale, ancora da approvare. Strumenti finanziari e coordinamento acquistano utilità quando accompagnano progetti industriali sostenuti da forniture e sbocchi commerciali verificabili. Il solo riconoscimento di un impianto come strategico non ne garantisce la redditività.

La domanda dei produttori finali può contribuire a dare stabilità alla filiera. L’Agenzia internazionale dell’energia calcola che le terre rare incidano per circa il 40% sul costo di un magnete permanente, ma per meno dell’1% sul valore di un’automobile. I costruttori devono dunque confrontare l’eventuale maggior costo di una fornitura diversificata con quello derivante dall’interruzione della produzione. Contratti pluriennali e impegni di acquisto offrirebbero ai produttori europei una base più solida sulla quale programmare i nuovi stabilimenti.

L’Italia dispone di competenze nel trattamento dei rifiuti industriali, nella chimica e nella componentistica destinata all’automotive e all’aerospazio. Inspiree mostra una capacità tecnologica in sviluppo nel recupero, mentre i componenti finali richiedono ulteriori lavorazioni e rapporti industriali con chi li utilizza. La sicurezza degli approvvigionamenti interessa anche l’elettronica e la difesa, settori nei quali qualità, continuità e tracciabilità delle forniture hanno un peso particolare.

Il negoziato tra Parlamento e Consiglio dovrà definire le condizioni delle eventuali restrizioni, tenendo conto della capacità di trasformazione disponibile e degli obblighi commerciali internazionali. Per valutare gli effetti sui mercati serviranno dati più precisi sui flussi dei magneti recuperabili, distinti dalle statistiche aggregate sui rottami. La quantità di metalli, leghe e magneti prodotti nell’Unione con quei materiali, e successivamente acquistati dalla manifattura, offrirà una misura concreta dei risultati raggiunti. Anche la continuità delle forniture dovrà entrare in questa valutazione.

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