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Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea

Considerando la NATO come il proprio eterno strumento militare, l’Europa rimane un soggetto geopolitico inesistente e totalmente subordinato alla volontà di Washington. Ciò spiega anche i risultati del recente referendum in Islanda: la scarsa attrattività dell’Unione Europea è stata certificata dai cittadini dell’isola vicina.

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“Al fine di garantire un funzionamento sicuro ed efficace delle Aree di Difesa, gli Stati Uniti d’America godono, per le proprie navi e i propri aeromobili pubblici, nonché per le proprie forze armate e i propri veicoli, del diritto di libero accesso e transito tra le Aree di Difesa attraverso la Groenlandia – incluse le acque territoriali – via terra, aria e mare. Tale diritto può applicarsi anche a installazioni militari prive di personale, previo accordo tra le Parti sulle relative modalità al momento della loro istituzione;

gli aeromobili degli Stati Uniti possono sorvolare e atterrare in qualsiasi parte del territorio della Groenlandia, incluse le acque territoriali, e le navi pubbliche degli Stati Uniti possono accedere e navigare in immersione all’interno delle acque territoriali senza restrizioni, salvo quanto reciprocamente concordato dalle Parti;

alle navi pubbliche degli Stati Uniti sarà concesso ulteriore accesso e libertà di movimento all’interno delle acque territoriali, secondo quanto concordato dalle Parti di volta in volta in base alle esigenze della situazione militare per la difesa dell’area del Trattato del Nord Atlantico, della Groenlandia e del continente americano, o per altre finalità concordate dalle Parti”.

Così recita il paragrafo 6 dell’ACCORDO TRA IL GOVERNO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA E IL GOVERNO DEL REGNO DI DANIMARCA, UNITAMENTE AL GOVERNO DELLA GROENLANDIA del 22 settembre 2026.

È vero, non si tratta dell’annessione o dell’acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, né della rinuncia formale della Danimarca alla propria sovranità o della Groenlandia al proprio diritto all’autodeterminazione. Tuttavia, si tratta di qualcosa che, nei fatti, sarà altrettanto fondamentale e probabilmente peggiore: la cessione del potere decisionale danese e groenlandese, accompagnata da una significativa riduzione della libertà d’azione di entrambe le parti in materia di sicurezza e politica estera.

È evidente che nulla potrà essere fatto in questi ambiti senza il consenso degli Stati Uniti, in caso di una relazione asimmetrica, o di una situazione di conflitto. Proprio in un simile rapporto, gli Stati Uniti acquisiscono di fatto un diritto di veto. Se la Danimarca e/o la Groenlandia dovessero desiderare, ora o in futuro, di collaborare con un altro Paese su risorse, basi o altre questioni di sicurezza non gradite agli Stati Uniti nella regione, ciò risulterebbe semplicemente impossibile.

Di contro, è difficile immaginare come le due parti potrebbero impedire agli Stati Uniti di agire a proprio piacimento: stabilire più delle due nuove basi menzionate nell’accordo, controllare e utilizzare le acque circostanti come ritengono opportuno e — come accennato in precedenza — non fare alcuna menzione delle armi nucleari. Non vi è inoltre alcuna tutela per le peculiari condizioni ambientali della Groenlandia; in passato, gli Stati Uniti hanno abbandonato aree adibite a basi lasciandole ingombre di rifiuti.

E non sono solo gli Stati Uniti; c’è anche la NATO. Naturalmente, la NATO ha già operato di fatto nella regione, ma in futuro l’Alleanza Atlantica potrà svolgere tale ruolo in modo ben più incisivo. Ecco perché tutte le parti adottano lo stesso linguaggio di propaganda. Questo solo fatto dovrebbe bastare a destare il sospetto che qualcosa venga celato al di fuori del testo dell’accordo. Un perfetto allineamento di interessi all’interno di relazioni asimmetriche è frutto di inganno o di autoinganno.

Peraltro, l’accordo è perenne. Ciò significa che non sono previste clausole di rinnovo, proroga o recesso. È vincolante a tempo indeterminato e, in pratica, tale vincolo grava sulle due parti più deboli. Gli Stati Uniti potranno imporre qualsiasi decisione a loro piacimento, mentre le altre due parti non potranno nemmeno minacciare – qualora le circostanze lo richiedessero – di ritirarsi dall’accordo. Si tratta di una condizione estremamente insolita per gli accordi internazionali.

Altrettanto incomprensibile è il fatto che la Danimarca e la Groenlandia abbiano accettato non solo la natura permanente dell’accordo, ma anche l’adesione definitiva della Groenlandia alla NATO. Tale disposizione resterebbe valida anche nell’eventualità in cui la Groenlandia dovesse un giorno diventare uno Stato indipendente. In tal caso, i futuri leader e cittadini di una Groenlandia indipendente sarebbero costretti ad accettare e attuare l’adesione all’Alleanza Atlantica. Difficilmente una Groenlandia indipendente potrebbe essere definita uno Stato sovrano in un simile assetto, pur mantenendo il proprio territorio. Già solo questo aspetto solleva interrogativi sulla reale sostanza del concetto di autodeterminazione.

La scelta di svendersi, compiuta da Danimarca e Groenlandia, viene legittimata sostenendo che esse ottengono una maggiore protezione – e forse persino una certa influenza sulla politica statunitense – e che, dopo le dichiarazioni estremamente aggressive di Trump sulla necessità assoluta di acquisire la Groenlandia (anche con mezzi militari, se ‘necessario’), tale accordo rappresenti un brillante esempio di diplomazia da parte di piccoli Stati.

È quindi sorprendente, oltre che pericolosamente imprudente, che in questo accordo a tempo indeterminato non sia previsto alcun meccanismo di risoluzione delle controversie. Chi, se non gli Stati Uniti, riuscirebbe a imporre la propria volontà in caso di disaccordo tra le parti?

Trump ha scritto che gli Stati Uniti hanno ottenuto questo “accordo fantastico” a costo zero. Potrebbe anche essere vero, dato che l’intesa non specifica chi pagherà per tutte le nuove attività e per l’accesso che gli Stati Uniti acquisiscono in Groenlandia.

Il giornalista e storico Eric Zuesse ha chiesto a ChatGPT se, sulla base di accordi analoghi, fosse possibile stimare approssimativamente il valore dei diritti acquisiti dagli Stati Uniti con questo accordo. La risposta è stata: circa 45 miliardi di dollari. Drew Horn, un ex funzionario dell’Amministrazione Trump, ha affermato di stare sviluppando in Groenlandia un progetto sulle terre rare e un data center per l’intelligenza artificiale alimentato dall’energia idroelettrica. Si tratta di un territorio ricco di elementi fondamentali per transizione ecologica, transizione digitale-tecnologica e settore della difesa. Critical Metals, società statunitense quotata, ha ottenuto dal Governo di Nuuk il controllo sul giacimento di Tanbreez, che comprende 4,7 miliardi di tonnellate di terre rare, un quarto delle quali (27%) ‘pesanti’, vale a dire essenziali per il settore della difesa.

Aspetto ancora più significativo, e problematico, è che l’accordo pubblicato non dice nulla su come debbano essere ripartite l’estrazione delle risorse e i relativi profitti previsti. Questo accordo perpetuo non dice assolutamente nulla su come le tre parti debbano spartirsi i ricavi, né su quale debba essere la quota di spettanza della Groenlandia. In altre parole, non c’è una sola parola su come Danimarca e Groenlandia intendano evitare una situazione in cui ‘chi vince prende tutto’.

Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia – così come la NATO – per ragioni di sicurezza, senza però spiegare esattamente in che modo l’accesso alle risorse groenlandesi rafforzi la sicurezza statunitense, né contro chi o contro cosa. In termini di realpolitik, a lui e ai futuri presidenti basterà dire semplicemente: ‘È necessario per la nostra sicurezza’. A quel punto, Copenaghen e Nuuk saranno costrette ad allinearsi. L’accordo è eterno nella durata e onnicomprensivo nella portata. Eppure non dice nulla sulla ripartizione dei costi e dei ricavi tra le tre parti, né prevede che tali ‘dettagli’ debbano essere negoziati in un secondo momento.

È anche per questo che si profondono tanti sforzi diplomatici e di comunicazione nel ribadire che la Danimarca mantiene la propria sovranità e la Groenlandia il proprio diritto all’autodeterminazione: Trump ha ottenuto esattamente ciò che voleva, ora e per ogni evenienza futura.

Commentatori dei media europei con scarsa o nulla competenza in materia di sicurezza stanno diffondendo la tesi senza condurre alcuna analisi sostanziale dei contenuti dell’accordo. Esso, piuttosto, va definito come una svendita da parte di Danimarca e Groenlandia. Sebbene formalmente preservi il diritto all’autodeterminazione della Groenlandia e la sovranità della Danimarca, l’accordo comporta una decisiva rinuncia alla libertà d’azione, sia nell’immediato che in un futuro incerto.[1]

Ciò è stato reso possibile da decenni di sottomissione danese agli Stati Uniti – una sottomissione sempre più totale, al punto che non è più possibile parlare di una politica estera e di sicurezza indipendente e sovrana da parte di Copenaghen.

Dell’accordo verrà pubblicata solo la versione ufficiale, infarcita di belle parole, senza scendere nei dettagli; questi ultimi, infatti, riguardano questioni di sicurezza che non possono essere divulgate. Alcuni analisti considerano questo accordo una sorta di naturale estensione di quello del 1951 e dell’Accordo di Igaliku. Se così fosse, basterebbe prorogarli legalmente. In realtà, è evidente che questo nuovo trattato conferisce agli USA qualcosa che attualmente non possiedono. I cosiddetti ‘rivali’ degli Stati Uniti saranno esclusi dalla Groenlandia: non potranno effettuare investimenti né costruire basi. Ciò implica, di fatto, la mancata cooperazione con Paesi come Russia e Cina – e altri ancora – che nutrono interessi economici e di sicurezza altrettanto legittimi nella regione (“nessuno Stato non membro della NATO sarà autorizzato a stabilire in Groenlandia propri impianti militari, presidiati o non presidiati, né sarà consentita la presenza permanente di forze militari in Groenlandia, salvo diverso accordo tra le Parti”).

Significa adottare un atteggiamento conflittuale. È esclusa a priori qualsiasi forma di cooperazione razionale a vantaggio di tutti e di sicurezza condivisa. La regione passerà da un contesto di bassa tensione e scarsa militarizzazione a un’area ad alta tensione: d’altronde, ovunque siano presenti gli Stati Uniti, si generano tensioni e dinamiche di ‘deterrenza’ nei confronti di altri attori che si sentono minacciati.

Infine, al paragrafo 7 si chiarisce che: “Le Parti convengono che il territorio adiacente a un’Area di Difesa non debba essere utilizzato in alcun modo che comprometta la sicurezza di tale Area. Al fine di dare attuazione a tale disposizione, le Parti intendono cooperare per garantire la sicurezza delle Aree di Difesa. Gli Stati Uniti avranno il diritto di sollevare obiezioni in merito alla costruzione, o alla modifica di destinazione d’uso — qualora tale modifica comporti una minaccia per un’Area di Difesa — di qualsiasi edificio, struttura o impianto situato nelle vicinanze di detta Area. A seguito di tale notifica, le Parti determineranno di comune accordo le misure necessarie per far fronte a qualsiasi minaccia. Le Parti collaboreranno per contrastare lo spionaggio in Groenlandia. Le autorità competenti del Regno di Danimarca manterranno stretti contatti con le autorità statunitensi competenti e con altri partner, nella misura necessaria all’attuazione del presente Articolo”.

Per l’Unione europea l’accordo economico è un duro colpo, perché i giacimenti di terre rare di cui l’UE ha bisogno per attuare le proprie agende – Green Deal, libro bianco per la difesa e strategia di competitività – le sono stati sottratti da sotto il naso.

Eppure all’inizio del 2026, sul dossier Groenlandia, Von der Leyen aveva spiegato che l’Unione si è mossa seguendo “quattro principi fondamentali: fermezza, apertura, preparazione e unità, e questo approccio si è rivelato efficace”. Nei giorni precedenti al vertice, la posizione europea si era già delineata attraverso una serie di prese di posizione unanimi dei leader, improntate “alla calma e al dialogo” con l’Amministrazione statunitense, senza escludere però il ricorso agli strumenti commerciali, il cosiddetto “bazooka”, qualora necessario.

Alla fine, nulla di tutto ciò si è verificato, perché considerando la NATO come il proprio eterno strumento militare, l’Europa rimane un soggetto geopolitico inesistente e totalmente subordinato alla volontà di Washington. Ciò spiega anche i risultati del recente referendum in Islanda: la scarsa attrattività dell’Unione Europea è stata certificata dai cittadini dell’isola vicina.

In Groenlandia non poteva che andare così.

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[1] Le Parti faranno il miglior uso possibile delle procedure stabilite negli Accordi di Difesa, inclusi l’Accordo di Difesa del 1951 e l’Accordo di Igaliku del 2004, come qui modificati e integrati, per consentire quanto segue:

  1. Agli Stati Uniti sarà consentito modernizzare ed espandere le proprie attività presso la Base Spaziale di Pituffik;
  2. Agli Stati Uniti sarà consentito istituire un’ulteriore Area di Difesa a Narsarsuaq e Mestersvig, secondo modalità e dettagli tecnici da concordare reciprocamente tra le Parti;

iii. Gli Stati Uniti potranno istituire ulteriori aree di difesa in Groenlandia e potenziare le proprie operazioni o strutture militari. Ciascuna delle Parti potrà individuare la necessità di una nuova Area di Difesa per la difesa dell’area del Trattato del Nord Atlantico, della Groenlandia e del continente americano. Tale Parte presenterà una proposta descrivente l’ubicazione, la finalità, le dimensioni e le tipologie di attività della proposta Area di Difesa, nonché altre modalità quali le misure di mitigazione, incluse quelle necessarie per tenere conto del Memorandum d’Intesa del 1991 e della Dichiarazione Congiunta del 2004. Le Parti si riuniranno immediatamente per avviare consultazioni tramite il Comitato Permanente al fine di definire i dettagli attuativi sulla base di un accordo reciproco. Qualora non si raggiunga un accordo entro 90 giorni in sede di Comitato Permanente, le consultazioni saranno elevate al livello di vice-ministro e, successivamente, a quello di ministro;

  1. Gli Stati Uniti affideranno a imprese groenlandesi, nella massima misura possibile, tutti i contratti per beni e servizi relativi all’istituzione, alla manutenzione e all’assistenza – inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, i progetti di costruzione e smantellamento – delle Aree di Difesa in Groenlandia, tenendo conto delle capacità e della fattibilità di tali fonti nell’esecuzione dei contratti. Al fine di garantire l’assegnazione dei contratti a fonti groenlandesi, le Parti concordano di aggiornare di conseguenza le Note Diplomatiche del 2020.

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Il gatto che si morde la coda: quando per salvare il Paese ti dicono si sacrificare il Paese

Tra vincoli di bilancio, riarmo, debito elevato e crescita debole, l’Italia si trova intrappolata in un circolo vizioso: per finanziare nuove priorità bisogna trovare risorse che sembrano non esserci. E mentre tutti chiedono di proteggere il proprio settore, il conto rischia di ricadere sui servizi pubblici e sul welfare.

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C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui ci apprestiamo ad affrontare la prossima legge di bilancio: per risolvere i problemi creati dalla mancanza di risorse pubbliche si cercano nuove risorse pubbliche, per trovarle si invoca la prudenza, per essere prudenti si cerca di contenere la spesa, poi ci si accorge che i servizi pubblici funzionano male e allora si annunciano riforme per renderli più efficienti, salvo scoprire immediatamente dopo che anche le riforme, per funzionare, avrebbero bisogno di risorse. È un meccanismo quasi perfetto nella sua circolarità, una sorta di perpetuum mobile della finanza pubblica italiana, con l’unica differenza che il perpetuum mobile dovrebbe produrre energia mentre questo produce soprattutto comunicati stampa, tavoli tecnici e nuovi acronimi.

L’ultimo capitolo di questa commedia è rappresentato dal Documento programmatico di finanza pubblica approvato dal governo il 2 ottobre. Il quadro è quello di un Paese chiamato contemporaneamente a rispettare i vincoli europei, sostenere il costo dell’energia, aumentare gli investimenti nella difesa, contenere il deficit, ridurre progressivamente il rapporto tra debito e PIL, evitare di aumentare ulteriormente la pressione fiscale e, possibilmente, finanziare anche quelle sanità, scuola, previdenza e politiche sociali che da anni vengono indicate come priorità nazionali. Il tutto mentre la crescita prevista rimane relativamente modesta e il debito pubblico continua a collocarsi su livelli molto elevati. Insomma, un programma economico nel quale le priorità aumentano con una velocità decisamente superiore alle risorse disponibili.

Il governo ha annunciato uno scostamento complessivo di circa 29 miliardi nel biennio 2027-2028, destinato in parti sostanzialmente equivalenti all’energia e alla difesa, ridimensionando tuttavia rispetto alle ipotesi precedenti la quota dedicata alle spese militari. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha infatti spiegato che lo spazio per la difesa è stato ridotto di circa 7 miliardi rispetto alle previsioni iniziali, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato di comprendere le ragioni della decisione, lasciando tuttavia aperta la possibilità di un successivo aumento qualora le condizioni lo consentissero. La prudenza, dunque, entra ufficialmente in scena, anche se non è ancora chiarissimo come possa essere prudente un sistema nel quale praticamente ogni attore istituzionale sostiene di avere bisogno di spendere di più.

La questione diventa ancora più interessante se si osserva il contesto internazionale nel quale questa manovra viene costruita. Gli alleati NATO hanno assunto al vertice dell’Aia del 2025 l’impegno ad arrivare entro il 2035 al 5% del PIL destinato complessivamente alla difesa e alla sicurezza, con almeno il 3,5% destinato alle esigenze militari fondamentali e un ulteriore 1,5% a investimenti connessi alla sicurezza. Parallelamente, l’Unione Europea ha introdotto maggiore flessibilità nelle proprie regole di bilancio proprio per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa. Il messaggio complessivo, quindi, è piuttosto chiaro: l’Europa deve spendere di più per la sicurezza e gli Stati membri devono contribuire a questo sforzo.

Il problema è che l’Italia deve farlo partendo da una situazione finanziaria nella quale i margini di manovra non sono esattamente sconfinati. Secondo il quadro presentato dal governo, il rapporto debito/PIL dovrebbe raggiungere il 138,6% nel 2027, mentre il deficit dovrebbe salire al 3,4% del PIL nello stesso anno, per poi scendere negli anni successivi. La crescita prevista, inoltre, rimane contenuta, con un PIL stimato in aumento dell’1% nel 2026 e dello 0,8% nel 2027. Sono numeri che rendono perfettamente comprensibile la prudenza evocata da Giorgetti, ma che rendono altrettanto comprensibile una domanda molto meno elegante e molto più concreta: se le risorse sono limitate e le priorità aumentano, chi sarà chiamato a rinunciare a qualcosa?

Perché questa è la parte dell’equazione che normalmente tende a scomparire dal dibattito pubblico. Si parla molto di quanto bisogna spendere per la difesa, di quanto si debba spendere per l’energia, di quanto si dovrebbe ridurre la pressione fiscale e di quali incentivi sarebbe opportuno introdurre per i giovani, ma si parla molto meno della conseguenza inevitabile che deriva dalla somma di tutte queste richieste. Se le entrate non crescono abbastanza e non si vuole aumentare ulteriormente il debito, ogni nuova priorità deve necessariamente sottrarre spazio a un’altra. Non esiste, nella contabilità pubblica, una voce chiamata “desideri della maggioranza” dalla quale prelevare i miliardi necessari.

Ed è qui che entra in scena il grande protagonista silenzioso della vicenda: il welfare.

Naturalmente nessuno, o quasi nessuno, dirà mai che bisogna sacrificare il welfare. La parola è diventata troppo impopolare e troppo politicamente costosa. Si preferiscono espressioni decisamente più rassicuranti, come “efficientamento”, “razionalizzazione della spesa”, “riorganizzazione dei servizi”, “ottimizzazione delle risorse” e altre formule linguistiche che hanno il grande pregio di non specificare immediatamente chi dovrà rinunciare a cosa. Il problema è che, al di là delle parole utilizzate, i numeri rimangono numeri.

La Commissione Europea ha evidenziato, nel suo quadro sull’Italia, come una parte consistente della spesa pubblica sia assorbita dalla protezione sociale e dal servizio del debito, rilevando al tempo stesso una diminuzione, rispetto al 2019, della quota della spesa complessiva destinata a sanità ed educazione. Nel 2024, secondo la Commissione, la sanità rappresentava il 13,2% della spesa pubblica complessiva, contro il 13,8% del 2019, mentre l’istruzione si collocava all’8%, contro l’8,2% del 2019.

A questo punto si manifesta il paradosso italiano in tutta la sua eleganza. La sanità non funziona abbastanza bene? Bisogna riformarla. Le liste d’attesa sono troppo lunghe? Bisogna efficientare il sistema. La scuola presenta problemi strutturali? Occorre modernizzarla. I giovani guadagnano poco? Bisogna incentivare le assunzioni. Le famiglie fanno sempre più fatica? Occorrono nuove misure di sostegno. Perfetto. Il problema è che tutte queste riforme, incentivi e misure costano denaro, mentre contemporaneamente il bilancio dello Stato viene sottoposto alla necessità di trovare spazio per nuove priorità, comprese quelle militari.

È come chiedere a un’automobile con il serbatoio quasi vuoto perché non riesca a percorrere altri cinquecento chilometri e concludere che il vero problema sia la scarsa efficienza del motore. Naturalmente un motore può essere migliorato, e naturalmente la pubblica amministrazione può essere resa più efficiente. Ma esiste una differenza piuttosto importante tra migliorare l’efficienza di un sistema e pretendere che un sistema produca continuamente più servizi con meno risorse.

Questa differenza rischia di diventare decisiva proprio nel caso del welfare. Una sanità sotto pressione può certamente avere problemi organizzativi, ma non è ragionevole pensare che ogni inefficienza sia riconducibile a un eccesso di spesa o a una cattiva gestione. Una scuola che deve formare generazioni di studenti con risorse limitate può essere riformata quanto si vuole, ma non può trasformare il personale, gli edifici e le ore di insegnamento in una variabile puramente astratta. Lo stesso vale per la previdenza, per le politiche familiari e per tutti quei servizi pubblici che vengono continuamente chiamati a fare di più proprio mentre il loro spazio finanziario viene sottoposto a nuove pressioni.

Il problema, dunque, non è semplicemente che l’Italia spenda poco o tanto in un determinato settore. Il problema è che il Paese sta cercando di perseguire contemporaneamente un numero crescente di obiettivi strategici con una base economica che cresce molto lentamente. Ed è qui che il gatto comincia realmente a mordersi la coda.

Per aumentare la spesa militare occorre trovare spazio di bilancio. Per trovare spazio di bilancio occorre aumentare le entrate, aumentare il deficit oppure ridurre altre voci di spesa. Aumentare il deficit, tuttavia, incontra i limiti della governance economica europea e si scontra con un debito pubblico già molto elevato. Aumentare le tasse significa agire su una pressione fiscale che politicamente si vorrebbe invece ridurre. Ridurre la spesa significa inevitabilmente intervenire su qualche settore che qualcuno considera prioritario. E così si torna al punto di partenza: tutti chiedono che il proprio settore sia protetto, ma non esiste alcuna possibilità matematica di proteggere tutto allo stesso modo.

Nel frattempo, la maggioranza continua naturalmente a fare il proprio mestiere. Forza Italia insiste sulla riduzione della pressione fiscale e auspica una manovra non restrittiva; la Lega propone misure come la tassazione agevolata degli aumenti salariali dei giovani e l’anticipo pensionistico; Noi Moderati guarda agli under 30 e propone l’azzeramento delle tasse per i neoassunti. Sono proposte politiche legittime e perfettamente comprensibili, ma la loro somma racconta qualcosa di interessante: nel dibattito italiano praticamente ogni categoria viene considerata una priorità.

Il problema è che uno Stato può avere molte priorità politiche, ma non può avere un numero infinito di priorità finanziarie.

E così arriviamo al vero cortocircuito. Da una parte si chiede allo Stato di ridurre la pressione fiscale, sostenere i giovani, aiutare le famiglie, migliorare la sanità, finanziare la scuola, sostenere la crescita e proteggere le pensioni; dall’altra parte si chiede allo stesso Stato di aumentare rapidamente gli investimenti nella difesa, rispettando gli impegni internazionali assunti nell’ambito NATO e sfruttando gli spazi concessi dalle nuove regole europee. Nel frattempo il debito rimane elevato, la crescita è modesta e il margine di manovra fiscale non è infinito.

È qui che la discussione dovrebbe diventare finalmente adulta: non chiedendosi soltanto quali siano le priorità, ma stabilendo quali priorità debbano essere finanziate, con quali risorse e a quale costo per le altre.

Perché ogni euro destinato a un nuovo obiettivo pubblico deve arrivare da qualche parte. Può arrivare da una maggiore crescita, che però richiede tempo e non può essere ordinata con decreto; può arrivare da maggiori entrate fiscali, che però contraddicono almeno in parte la volontà di ridurre la pressione fiscale; può arrivare dal debito, che però significa trasferire il costo nel futuro; oppure può arrivare dalla riduzione di altre spese. La quinta possibilità, quella che consiste nel finanziare tutto contemporaneamente senza che nessuno paghi il conto, rimane per ora confinata al territorio dei miracoli.

È proprio qui che si trova il paradosso più grande dell’attuale situazione italiana. Se si comprimono gli investimenti in sanità, istruzione, servizi e politiche sociali, poi si rischia di dover spendere di più per compensare le conseguenze di quella stessa compressione. Una popolazione che rinuncia alle cure perché il sistema pubblico non riesce a garantire tempi adeguati non diventa automaticamente più produttiva; un giovane che riceve una formazione peggiore non diventa automaticamente più competitivo; una famiglia che riduce consumi e investimenti perché il proprio reddito disponibile è insufficiente non alimenta automaticamente la domanda interna. E un’economia che cresce lentamente non genera magicamente le maggiori entrate fiscali necessarie a finanziare nuove politiche.

Il circuito, quindi, può diventare perverso: meno crescita significa meno entrate, meno entrate significano meno spazio di bilancio, meno spazio significa maggiore pressione sulle spese, la pressione sulle spese può tradursi in servizi peggiori e servizi peggiori possono produrre maggiori costi privati per cittadini e imprese. Quei maggiori costi, a loro volta, possono deprimere ulteriormente consumi, investimenti e produttività. A quel punto si torna nuovamente alla crescita debole dalla quale si era partiti.

Il gatto ha completato il giro.

La questione non è, naturalmente, stabilire se la sicurezza nazionale sia importante. Lo è, e l’Italia ha assunto impegni internazionali precisi che devono essere discussi e valutati anche alla luce delle trasformazioni dell’ordine strategico europeo. La questione è molto più semplice e, proprio per questo, molto più scomoda: quale modello di Stato l’Italia può realisticamente permettersi?

Perché gli impegni internazionali possono aumentare, le esigenze di sicurezza possono aumentare, i costi dell’energia possono aumentare e gli interessi sul debito possono aumentare. Quello che non aumenta automaticamente, però, è il PIL. Il PIL non riceve una telefonata dalla NATO, non legge le comunicazioni della Commissione Europea e non si commuove davanti alle richieste dei partiti di maggioranza. Cresce soltanto quando esistono condizioni economiche, produttive e finanziarie che consentono di farlo.

Ed è forse questo il punto che il dibattito politico tende più spesso a evitare. Si può chiedere alla sanità di funzionare meglio, alla scuola di formare meglio, ai giovani di lavorare di più, alle imprese di investire, alle famiglie di fare più figli, alla pubblica amministrazione di diventare più efficiente e allo Stato di spendere maggiormente per la sicurezza. Ma se contemporaneamente si chiede al bilancio pubblico di spendere meno, al contribuente di pagare meno tasse e al debito di diminuire, prima o poi qualcuno dovrà spiegare quale sia la variabile destinata a fare il miracolo.

Probabilmente verrà convocato un tavolo tecnico.

Seguirà una spending review.

Poi un credito d’imposta.

Successivamente un bonus.

Infine nascerà un nuovo acronimo, possibilmente incomprensibile – ed ovviamente in inglese –, che permetterà di annunciare che il problema è stato finalmente affrontato.

E nel frattempo il gatto continuerà a mordersi la coda.

Il rischio è che, dopo qualche anno di questo esercizio, non rimanga più molto gatto.

E nemmeno molta coda.

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