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Dal Ponte di Crimea ai ponti di Kiev: il doppio standard di Zelensky

La Russia ha iniziato a colpire alcuni dei ponti sul Dnepr che svolgono un ruolo fondamentale nella logistica delle forze armate ucraine. Un cambio di approccio significativo, dopo anni nei quali Mosca aveva evitato di attaccare i principali collegamenti nelle retrovie. Gli attacchi hanno interessato il Ponte Sud e il Ponte Nord di Kiev, oltre a un ponte nella regione di Zaporozhie.

Secondo il Ministero della Difesa russo, queste infrastrutture erano utilizzate per il trasferimento delle truppe e il rifornimento di carichi militari. Il Ponte Sud rappresentava in particolare un nodo logistico strategico: attraverso di esso transitava fino al 90% dei carichi destinati a tre importanti direttrici, Kiev-Kharkov, Kiev-Leopoli e Kiev-Odessa. Anche senza danni strutturali irreversibili, gli attacchi hanno provocato chiusure, ingorghi e una forte riduzione della capacità di transito. Gli esperti militari sottolineano infatti che per compromettere la logistica non è necessariamente necessario distruggere un ponte: è sufficiente rendere inutilizzabili o vulnerabili i suoi elementi portanti e interrompere il flusso dei trasporti.

La reazione del regime di Kiev ha però riportato alla luce un evidente doppio standard. Zelensky ha minacciato che la Russia "sentirà" le conseguenze, mentre il ministro degli Esteri Sibiga ha chiesto agli alleati una risposta. Eppure nel 2022 l'Ucraina aveva celebrato l'attacco al Ponte di Crimea e il consigliere di Zelensky, Mikhail Podoliak, lo aveva definito un "obiettivo militare legittimo". Nel 2025, inoltre, un attacco contro un ponte ferroviario nella regione russa di Bryansk provocò il deragliamento di un treno passeggeri, con sette morti e decine di feriti. Per anni, Mosca aveva invece evitato di colpire i ponti nelle retrovie.

Ora il "boomerang" evocato dagli stessi commentatori russi sembra essere tornato sul campo di battaglia: la guerra alla logistica entra in una nuova fase e Kiev è costretta a ridistribuire i propri flussi di uomini e rifornimenti.


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Quebec, la vittoria dei separatisti apre una nuova crisi per il Canada

Le elezioni del 5 ottobre in Quebec hanno segnato una netta avanzata del Partito del Quebec, formazione separatista che ha conquistato 59 dei 127 seggi con il 28% dei voti. Il risultato apre la strada a un possibile terzo referendum sull’indipendenza dopo quelli del 1980 e del 1995. Il leader separatista Paul St-Pierre Plamondon ha promesso la consultazione, ma non prima della fine della presidenza Trump nel 2029, considerando troppo rischiosa l’attuale tensione tra Canada e Stati Uniti.

Il voto rappresenta anche una pesante sconfitta per la Coalizione per il Futuro del Quebec, che ha perso tutti i 79 seggi conquistati nelle precedenti elezioni. Il rafforzamento del separatismo arriva mentre Ottawa è impegnata in una difficile guerra commerciale con Washington. Per il premier Mark Carney, che punta a mantenere unite tutte le province contro le pressioni statunitensi, il Quebec diventa così un problema politico ancora più delicato.

E Trump potrebbe sfruttare la situazione nei negoziati con Ottawa, facendo leva sulle aspirazioni indipendentiste della provincia francofona.

Il voto potrebbe inoltre influenzare l’Alberta, dove il 19 ottobre si terrà un referendum sul possibile avvio di un percorso verso l’indipendenza. La crisi dell’unità canadese, dunque, torna concretamente sul tavolo.



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UNSC Sudan-wide arms embargo would serve notice on both belligerents

 

It was poor old Greece who drew the short straw. It chairs the UN Security Council this month and it’s fallen to them to chair the Council’s extra-sticky deliberations this coming Thursday on whether—as the United States is proposing—to extend the arms embargo on Sudan to the whole of the country. 

If the current embargo, currently covering Darfur, is of any practical effect, that would be in favour the Sudanese Armed Forces (SAF); their supply lines are easier. That would change under a countrywide embargo, and the regime led by Abdel Fattah al-Burhan naturally argue that the proposed extension would deny a ‘sovereign government’ a right to defend its people, its borders, and its own existence. 

But the issue isn’t whether Sudan has a right to exist or to protect civilians. It is whether the combatants who have made Sudan ungovernable should continue to receive external military support without meaningful restraints. The answer, say the United States, the United Kingdom and France, must be no. However, fortunately for Burhan, it’s a da from Russia and a semi-da and a raised eyebrow from China, neither of whom are especially squeamish about aggressive population control measures. 

So if the pro-extensionists are to make any headway on a countrywide UN arms embargo, they are going to have to make, and carry the day on, some fine distinctions. 

To begin with, a countrywide embargo would not settle the question of who represents Sudan at the United Nations. But it would recognise that neither the SAF nor the Rapid Support Forces (RSF) should enjoy an unlimited licence to import the means to continue a ruinous civil war.

There is an important distinction between a state’s standing in the UN and the rights claimed by those who temporarily wield power within that state. Sudan remains a member state. It has a seat in the General Assembly. Burhan and his minions continue turning up and claiming to speak in Sudan’s name. 

None of that would necessarily change in the face of an arms embargo extending across the whole of Sudan. The Security Council would not be making a determination regarding Burhan’s or the SAF’s legitimacy. Recognition, credentials, representation—these are all distinct matters decided elsewhere and by other means. 

The Council’s job is something else. It’s not dealing with constitutional niceties; it’s dealing with the life and death issues of international peace and security. If weapons are feeding a conflict and threatening civilians in a territory or state, it can restrict the transfer of arms to that state or territory without stripping it of its international legal personality. Sanctions are not derecognition. What they do recognise is that in some circumstances, stopping the bloodshed take precedence over any right to buy arms. 

A nationwide embargo would establish at least this much: that the SAF and the RSF are both belligerents. The SAF may be commanded by General Burhan and presently in control of the state’s formal institutions; the RSF may be a paramilitary force with its own commercial interests, territorial ambitions and record of atrocities. But neither distinction entitles either side to decide Sudan’s future at gunpoint. According to the UN Charter we are not supposed to be living in a world where political legitimacy is determined by the military power at your disposal.

The SAF’s claim to sovereignty cannot mean an unconstrained right to acquire weapons while the country is being torn apart. The RSF’s local control, meanwhile, cannot be converted into international entitlement by force, atrocity or the occupation of territory. Both forces are armed parties to a conflict. Both draw sustenance from external supplies. Both have strong incentives to believe that, if they can secure the next shipment, the next drone or the next patron, a military decision remains possible.

It’s this kind of calculation that the Security Council has to disrupt.

All that said, an embargo alone can’t bring peace. Sudan needs a ceasefire now, with humanitarian access protected, credible monitoring of violations and a civilian-led political process that gives Sudanese people — not rival generals — the authority to determine their country’s future.

But if both sides believe more arms may tilt the balance then a ceasefire becomes harder to achieve. An embargo changes that calculation. It increases the cost and risk of resupply, makes foreign sponsors more visible, and tells commanders that time is no longer automatically on the side of whichever force can secure a fresh consignment.

That is why this measure matters. It’s nowhere near a magic bullet but it would at least narrow the military options of the SAF and RSF alike, improve the prospects for a ceasefire, and more create political space for civilians to reclaim their state. 

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Yemen, Ansarallah conquista il Monte Matran e punta su Taiz

 

Le Forze Armate Yemenite (YAF), guidate da Ansarallah, hanno conquistato l'area del Monte Matran nel distretto di Al-Selw, a sud della strategica città di Taiz, nel sud-ovest dello Yemen.

L'avanzata coincide con violenti scontri tra le truppe di Sana'a e le milizie sostenute dall'Arabia Saudita, che cercano di riprendere il controllo di Bab al-Mandab e di diverse zone della costa occidentale occupate dalla YAF il mese scorso. Secondo fonti militari, durante le operazioni sul Monte Matran l'esercito yemenita ha sequestrato un ingente quantitativo di equipaggiamento militare, inclusi veicoli corazzati e armi di vario calibro.

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Attraverso i propri canali ufficiali, la YAF ha diffuso filmati girati da droni che mostrano attacchi con missili balistici diretti contro le concentrazioni di truppe filosaudite. Tra le operazioni rivendicate figura anche un raid missilistico contro il campo di Al-Dagharir a Jizan, nel sud-ovest dell'Arabia Saudita, oltre ad attacchi mirati contro l'aeroporto di Abha. Secondo le forze di Sana'a, gli attacchi avrebbero causato decine di morti e feriti tra le fila nemiche.

Nelle ultime ore, le forze yemenite hanno inoltre lanciato un'ampia ondata di rappresaglie contro infrastrutture energetiche e militari in territorio saudita, prendendo di mira l'aeroporto King Khalid di Riyadh e una raffineria della Aramco a Rabigh, dove sono stati segnalati incendi.

Mentre gli scontri sul campo si intensificano, si registrano notizie contrastanti sul controllo del territorio. Le fazioni filogovernative sostenute da Riyadh affermano di essere avanzate nei pressi del distretto di Dhubab e nel settore orientale di Bab al-Mandab, penetrando in alcune aree come confermato anche dai corrispondenti locali. Al contrario, la YAF ha bollato questi annunci come "vittorie immaginarie", ribadendo di mantenere saldamente il controllo degli accessi alla fondamentale via navigabile del Mar Rosso e delle isole adiacenti.

Sul piano umanitario e militare, la coalizione a guida saudita ha intensificato i raid aerei con l'operazione denominata "L'alba dello Yemen", concepita per supportare le milizie alleate sul terreno. Gli attacchi hanno provocato vittime civili, tra cui una studentessa.

Nonostante la pressione aerea della coalizione, la YAF ha bloccato la strada principale che collega Aden a Taiz, stringendo ulteriormente la morsa sulla città. Taiz resta sotto il controllo del governo sostenuto dall'Arabia Saudita, ma è ormai da tempo quasi completamente accerchiata dalle forze di Ansarallah.

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Bolivia: il Procuratore Generale deposto teme per la propria vita

Roger Mariaca, l'ex procuratore boliviano al centro di un controverso caso di corruzione, ha espresso timore per la propria incolumità, essendo stato rinchiuso nella stessa prigione che ospita criminali da lui stesso fatti incarcerare.

"Ho condotto le indagini insieme al mio team di procuratori; abbiamo assicurato alla giustizia assassini che attualmente si trovano in custodia cautelare proprio nelle carceri in cui ci state mandando", ha dichiarato l'ex funzionario durante un'udienza, rivolgendosi al giudice che presiede il suo processo.

Mariaca ha fatto riferimento in particolare a un caso giudiziario in cui ha ottenuto l'arresto dei responsabili dell'omicidio di cittadini brasiliani a Santa Cruz de la Sierra; gli individui coinvolti sono stati trasferiti nel carcere di Cantumarca, situato nel dipartimento di Potosí.

Lunedì, Mariaca è stato trasferito nella stessa struttura per scontare la custodia cautelare in attesa dell'inizio del processo a suo carico per riciclaggio di denaro, associazione a delinquere e traffico di sostanze controllate.

"Ha disposto sei mesi di detenzione. Rispetto la decisione - motivo per cui presenteremo ricorso tramite il mio avvocato - ma voglio che sappia, Vostro Onore, che la mia vita è ormai nelle mani del sistema giudiziario e nelle Sue, in quanto autorità giudiziaria che sovrintende al caso: una situazione che Lei avrebbe potuto evitare", ha aggiunto.

El Fiscal General de Bolivia detenido por la DEA tras conocerse los vínculos de Cerimedo con el narcotráfico le pide al juez en su primera audiencia que no lo envíe a la cárcel donde están los asesinos que él encarceló, también que no tuvo posibilidad de defensa en su detención. https://t.co/C0oGY5AoIG

— Julián Macías Tovar (@JulianMaciasT) October 5, 2026

Ha inoltre affermato che, dal momento del suo arresto la scorsa settimana, il suo diritto alla difesa non è mai stato rispettato; è stato trasferito a Potosí nonostante la sua residenza legale fosse a Santa Cruz de la Sierra, dove vivono i suoi tre figli minori, economicamente a suo carico.

Mariaca è stato arrestato mercoledì scorso dopo che gli Stati Uniti lo avevano inserito in una lista di 29 funzionari di Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù ai quali era stato revocato il visto a causa di presunti legami con la criminalità organizzata.

L'arresto del procuratore ha suscitato notevoli polemiche, poiché stava conducendo l'indagine su Fernando Cerimedo, consulente di spicco per governi di destra della regione e figura vicina alla cerchia ristretta di Donald Trump negli Stati Uniti.

Cerimedo, che ha lavorato anche come consulente per l'attuale presidente boliviano Rodrigo Paz, è detenuto in Bolivia dall'agosto scorso con accuse che includono tentato femminicidio, arricchimento illecito, riciclaggio di denaro, traffico di droga e usurpazione di funzioni pubbliche.

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Il Partito Comunista del Cile denuncia "l'intervento aperto" degli USA nelle elezioni della regione


In merito alle elezioni presidenziali in Brasile, Lautaro Carmona, presidente del Partito Comunista del Cile (PCCh), ha accusato gli Stati Uniti di interferire nei processi elettorali della regione. Nella tornata elettorale, il neoliberista di estrema destra Flávio Bolsonaro ha ottenuto il 47,03% dei voti contro il 45,16% di Luiz Inácio Lula da Silva, candidato della sinistra progressista: un risultato che costringerà i due candidati al ballottaggio.

In un'intervista al programma Tolerancia Cero di CNN Cile - come riporta La Tercera - il leader comunista ha discusso il panorama elettorale brasiliano e ha analizzato l'ascesa della destra in diversi paesi dell'America Latina.

"Le battaglie elettorali coinvolgono sempre molteplici fattori; pertanto, si può scegliere una particolare spiegazione senza escludere l'influenza di altri elementi", ha affermato Carmona analizzando il risultato di Lula da Silva e la performance dei partiti di sinistra.

Tuttavia, il presidente del Partito Comunista (PCCh) ha sostenuto: "Ritengo che vi sia un intervento aperto ed evidente da parte degli Stati Uniti, risalente alla presidenza di Donald Trump".

"Giungono segnalazioni da più parti su come abbiano interferito - anche attraverso nuovi meccanismi di comunicazione - nei processi elettorali, favorendo una prospettiva e screditandone un'altra; sono in gioco tattiche molto sottili e precise", ha aggiunto.

Interpellato in merito alle accuse di interferenza elettorale rivolte anche a paesi come Cina e Russia, Carmona ha preferito non approfondire tale aspetto, riportando l'attenzione della sua analisi sugli Stati Uniti. Infatti, le circostanze stanno dimostrando che di interferenze in America Latina, con buona pace della propaganda, ci sono solamente quelle statunitensi.

"Questo è il quadro relativo al Brasile e alla posizione del Brasile in America Latina, regione recentemente definita 'cortile di casa' dai portavoce statunitensi e all'attenzione particolare rivolta a influenzarne i risultati elettorali", ha affermato.

Ha inoltre sostenuto che, qualora la candidatura del Partito dei Lavoratori (PT) non dovesse risollevarsi in vista del ballottaggio del 25 ottobre, il risultato avrebbe "conseguenze enormi e gravissime".

Analizzando le ragioni dell'avanzata elettorale della destra, Carmona ha osservato che "nel contesto dell'esaurimento di progetti che non hanno saputo rispondere alle reali esigenze e aspettative della popolazione - sia materiali che soggettive - ha preso piede qualcos'altro; forse il populismo. (Tuttavia) non intendo sminuire i successi elettorali di un'altra forza politica; preferisco studiarli e trarne conclusioni serie".

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Russia’s Warning to Diplomats Tests Whether Strikes on Kyiv Can Force Political Retreat

Moscow has again told foreign diplomats to leave Kyiv before further Russian strikes. The embassies have stayed. The episode exposes a broader Russian objective: turning military pressure on Ukraine’s capital into political and diplomatic retreat by its Western partners.

Russia’s Foreign Ministry renewed its warning to foreign diplomats and other foreign nationals on 3 October, urging them to leave Kyiv and saying Russian forces would continue large-scale strikes against targets in the Ukrainian capital and elsewhere. The warning said those who remained were exposing themselves to “mortal danger”, while Moscow sought to place responsibility for any consequences on the individuals and governments choosing to remain.

The military threat behind that warning is not theoretical. Russian missile and drone attacks on Kyiv have intensified, striking transport infrastructure, energy facilities and residential districts. EU Today has documented a succession of such attacks, including a September missile and drone barrage that killed three people and damaged residential and public buildings and a later jet-powered drone strike on the National Academy of Sciences in central Kyiv. Air alerts and attacks on the capital are now a routine part of the security environment in which foreign missions operate.

The significance of Moscow’s latest statement, however, goes beyond the question of physical safety. By telling foreign governments that their diplomats should leave and suggesting that those who stay must accept the consequences, Russia is attempting to change the political calculation surrounding Kyiv. If Western states began moving their embassies to Lviv or across the border into Poland, Moscow would have achieved something that continued military pressure has so far failed to deliver: a visible reduction in the international diplomatic presence in the Ukrainian capital.

That has not happened. Ukraine’s Foreign Ministry says it has received no request or notification from a foreign diplomatic mission indicating that it intends to relocate. Reports that some Western governments have considered contingency arrangements appear to concern emergency planning rather than decisions to withdraw, which is hardly surprising for embassies operating in a capital subjected to repeated missile and drone attacks. The distinction is important because preparing evacuation options is standard risk management; implementing them would be a political signal.

The European Union has gone further than simply denying evacuation plans. EU Ambassador Katarína Mathernová said that the EU Delegation, the EU Advisory Mission and all 25 EU member states maintaining embassies in Kyiv would remain in the capital. Her response was deliberately public, making clear that the Russian warning would not alter the diplomatic footprint of the EU or its member states in Ukraine.

Moscow has tried this before. In May, Russia issued a similar warning to diplomats and foreign nationals, prompting Brussels to summon the Russian chargé d’affaires. EU Today reported at the time that European officials viewed the warning as a threat against the foreign diplomatic community in Kyiv. Mathernová subsequently said that the EU would remain in Kyiv despite Russia’s renewed warnings, describing the pressure as an attempt to generate fear and isolate Ukraine.

The October warning has produced much the same result. One day later, Chancellor Friedrich Merz travelled to Kyiv, accompanied by Economy Minister Katherina Reiche and a German business delegation. His arrival was particularly difficult to reconcile with suggestions that European governments were preparing to abandon the capital. EU Today reported that the visit brought more than €1.3 billion in new German defence and energy commitments, while the German government presented the trip as a demonstration of continuing support for Ukraine.

Washington has taken a similar position. Secretary of State Marco Rubio said the United States would make its own assessment of whether it was safe for American diplomats to remain in Kyiv and noted that Russia had been issuing such warnings for months. The US embassy has continued operating, while the State Department has maintained its highest-level travel warning for American citizens because of the continuing war. That distinction — between advising private citizens not to travel and maintaining an official diplomatic presence — reflects the different responsibilities involved.

There is also a legal dimension to Moscow’s attempt to shift responsibility. Russian statements create the impression that once diplomats have been warned, the consequences of any subsequent attack fall on those who chose to stay. International law does not support such an interpretation. The Vienna Convention on Diplomatic Relations establishes the inviolability of diplomatic premises and personnel, although the immediate obligation to protect foreign missions rests principally with Ukraine as the receiving state.

Russia’s conduct of military operations is governed primarily by international humanitarian law. Diplomats remain civilians, while diplomatic buildings remain civilian objects unless they are being used in circumstances that would make them military objectives. Warnings can form part of an attacker’s obligation to take precautions, but they do not transfer legal responsibility to civilians who remain in place. The International Committee of the Red Cross makes clear that civilians who stay after an advance warning continue to enjoy protection, and an attacking force must still comply with the rules of distinction, proportionality and precautions.

That legal point is relevant because the wording used by Moscow appears designed to establish a different political narrative. Russia can warn foreign governments that further strikes are coming, but such warnings cannot provide advance immunity for the way those attacks are conducted. Nor do they relieve Russia of responsibility if attacks unlawfully damage civilian or diplomatic property.

The continued presence of embassies in Kyiv also has practical significance for Ukraine. Foreign missions give governments direct access to Ukrainian institutions and their own assessment of political, military and economic conditions on the ground. Their diplomats meet ministers, military officials, civil society representatives and businesses, reducing governments’ dependence on second-hand reporting and allowing them to judge developments for themselves.

Relocating those missions would therefore have consequences beyond symbolism. Diplomatic relations could continue from Lviv, Warsaw or elsewhere, but Moscow would inevitably portray any large-scale withdrawal from Kyiv as evidence that foreign governments no longer regarded the Ukrainian capital as sustainable as a diplomatic centre. That helps explain why European governments have answered the latest warning so publicly and why maintaining a visible presence has itself become part of the political response.

Russia has increasingly sought to combine physical attacks with wider political effects. Its missile and drone campaign places pressure on Ukraine’s electricity system, transport network, air defences and civilian population. The warnings to foreign missions extend the same logic to Ukraine’s international relationships: increase the perceived cost of remaining in Kyiv and encourage foreign governments to reduce their presence.

So far, that strategy has not produced the intended result. The EU says all of its embassies are staying, Germany’s Chancellor travelled to Kyiv immediately after the warning and Washington has made clear that it will take its own decisions about the security of its mission. Russia can make the Ukrainian capital more dangerous, but it has not persuaded Ukraine’s principal partners to treat Kyiv as a city they must leave.

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Pezeshkian smaschera Washington: "I negoziati con gli USA? Una trappola"

 

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato, durante un colloquio con il Ministro degli Esteri armeno, che il problema principale nei rapporti con gli Stati Uniti risiede nel fatto che, ad ogni tentativo di negoziazione, Washington risponde con la guerra.

Nel corso dell'incontro tenutosi a Teheran con il Ministro degli Esteri e del Commercio Internazionale dell'Armenia, Ararat Mirzoyan, Pezeshkian ha definito un "inganno" la prassi statunitense di alternare attacchi militari a proposte di dialogo. Il Presidente ha ribadito che Teheran non intende negoziare con un avversario che ricorre ad assassinii mirati, sanzioni, pressioni e minacce, violando sistematicamente gli impegni presi.

"Finora siamo stati attaccati tre volte proprio nel bel mezzo dei colloqui", ha denunciato il leader iraniano, evidenziando come Washington non cerchi un reale dialogo, bensì il rovesciamento della Repubblica Islamica. Un tentativo che, ha aggiunto Pezeshkian, ha finito unicamente per rafforzare l'unità nazionale.

Sulla stessa linea, il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha ribadito che l'Iran difenderà con fermezza i propri interessi e la sicurezza nazionale, escludendo qualsiasi riapertura dei negoziati finché non saranno soddisfatte le condizioni poste da Teheran e denunciando le continue contraddizioni della politica statunitense.

Nucleare, ispezioni AIEA e relazioni regionali

Pezeshkian ha inoltre difeso la natura pacifico del programma nucleare iraniano, ricordando come Teheran abbia continuamente dimostrato massima trasparenza e disponibilità alle verifiche, sottoponendosi a livelli di supervisione tra i più elevati mai imposti dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA).

Ciononostante, il Presidente ha evidenziato come alla disponibilità al dialogo e alle ispezioni abbiano fatto seguito attacchi alle infrastrutture nucleari e l'assassinio di scienziati iraniani: "Quale logica può mai giustificare il bombardamento dei nostri centri scientifici e universitari?", ha contestato.

Guardando allo scenario geopolitico regionale, Pezeshkian ha ribadito la volontà dell'Iran di rafforzare i legami con i Paesi vicini per neutralizzare le pressioni esterne, mettendo in guardia contro le ingerenze straniere che destabilizzano il Caucaso. In merito ai rapporti con Yerevan, il Presidente ha espresso profonda stima per l'Armenia e per la comunità armena residente in Iran, definendola un pilastro d'onestà e rispetto reciproco, richiamando anche il positivo incontro avuto a New York con il Primo Ministro Nikol Pashinyan.

Da parte sua, il ministro Mirzoyan ha confermato la volontà dell'Armenia di sviluppare ulteriormente la cooperazione bilaterale con l'Iran in ambito internazionale, superando il vincolo delle sanzioni unilaterali. Pur ribadendo la vocazione pacifista di Yerevan e la difficoltà del percorso di stabilizzazione regionale, Mirzoyan ha garantito il massimo impegno nell'ampliare la partnership strategica tra i due Paesi.

L'Iran motiva la propria profonda diffidenza nei confronti di Washington ricordando come, in ben tre occasioni distinte, gli Stati Uniti abbiano fatto deragliare accordi e trattative: attacchi congiunti condotti con Israele mentre erano in corso colloqui indiretti sul nucleare e la violazione dei memorandum d'intesa volti a porre fine alle ostilità. A fronte di questa condotta, Teheran ha risposto sul piano militare e strategico — inclusa la minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz —, stringendo l'amministrazione statunitense in un'impasse complessa da sbroglaire.

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"L'UE è complice di Israele": la dura lettera di 500 ex leader ed ex diplomatici europei

 

Un gruppo di 500 ex alti funzionari, ex diplomatici, ex ministri ed ex dipendenti pubblici europei ha denunciato apertamente l'inazione dell'Unione Europea di fronte ai piani di Israele volti a edificare nuovi insediamenti nei territori occupati della Cisgiordania.

In una dichiarazione congiunta pubblicata sul quotidiano francese Libération, i firmatari hanno sottolineato: «Nonostante le considerevoli conseguenze di questa nuova annessione territoriale, l'Unione Europea non ha adottato alcuna misura per dissuadere l'attuazione del progetto E1 né, più in generale, ha rispettato gli obblighi derivanti dai trattati europei di agire di fronte alle palesi violazioni del diritto internazionale».

Tra le personalità di spicco che hanno sottoscritto il documento figurano gli ex primi ministri e ministri degli Esteri francesi Dominique de Villepin e Alain Juppé, l'ex primo ministro italiano Massimo D'Alema, l'ex premier belga Yves Leterme, l'ex primo ministro svedese Stefan Löfven, l'ex Alto Rappresentante dell'UE Josep Borrell e l'ex Presidente del Parlamento Europeo Enrique Barón.

La richiesta di sanzioni e lo stop agli accordi commerciali

Di fronte al progetto israeliano di dividere di fatto in due la Cisgiordania occupata tramite l'area strategica "E1" — dove è prevista a breve l'assegnazione degli appalti per la costruzione di oltre 1.200 abitazioni —, i firmatari chiedono all'UE di agire "immediatamente". In vista del prossimo Consiglio Affari Esteri dell'UE, sollecitano la sospensione delle disposizioni commerciali dell'Accordo di Associazione UE-Israele del 2000, che garantisce il libero scambio bilaterale nei settori industriale e agricolo.

Inoltre, il gruppo chiede alla Commissione Europea di presentare con urgenza proposte legislative per sanzionare tutti gli istituti finanziari e i fornitori di servizi coinvolti nel progetto E1 o in altre attività legate agli insediamenti illegali, vietando qualsiasi scambio commerciale nell'UE correlato a tali accordi.

Le accuse a Germania e Italia e le tensioni sul campo

Mentre 12 Paesi europei hanno condannato il piano israeliano valutando restrizioni commerciali nazionali, i firmatari hanno criticato duramente la posizione di altri Stati membri — con particolare riferimento a Germania e Italia — accusati di "bloccare sistematicamente l'adozione di misure a livello europeo, diventando così di fatto complici dell'indebolimento dei valori dell'UE e del definitivo affossamento della soluzione a due Stati".

La presa di posizione arriva in un clima di forte escalation. Il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha recentemente dichiarato che l'intera Cisgiordania occupata "appartiene a Israele". Sul terreno, i dati della Commissione palestinese contro il Muro e gli Insediamenti registrano oltre 5.500 attacchi condotti dai coloni contro abitazioni e uliveti nei primi nove mesi del 2026, con il danneggiamento di oltre 14.000 alberi.

Nonostante Tel Aviv abbia rinviato l'apertura delle gare d'appalto per il progetto E1 per evitare interferenze con le imminenti elezioni legislative israeliane, la pressione sul campo resta altissima: ad oggi si stima che circa 750.000 coloni risiedano in Cisgiordania, ripartiti in 194 insediamenti e oltre 400 avamposti illegali.

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