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La Russia sta raggiungendo gli obiettivi strategici dell’Operazione Militare Speciale?

Nel dicembre 2021, la Russia presentò agli Stati Uniti e alla NATO due bozze di accordi formali per ottenere garanzie di sicurezza legalmente vincolanti, facendo intendere che se non fossero state accolte ci sarebbero state delle conseguenze.

Segue nostro Telegram.

In effetti, dopo il rifiuto di Washington di prenderle in considerazione, il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa intraprese l’Operazione Militare Speciale in Ucraina, ancora in corso.

Tra le richieste avanzate allora da Mosca sottolineiamo:

  • Blocco dell’allargamento della NATO: l’impegno formale a impedire ulteriori espansioni dell’Alleanza Atlantica, escludendo esplicitamente l’adesione dell’Ucraina.
  • Limitazioni alle Forze Militari: il divieto per la NATO di dispiegare truppe o armamenti nei Paesi entrati a far parte dell’Alleanza Atlantica dopo il maggio 1997.
  • Basi negli ex Stati sovietici: il divieto per gli Stati Uniti di stabilire basi militari o sviluppare cooperazione bilaterale nei Paesi dell’ex URSS che non fanno parte della NATO.
  • Missili a raggio intermedio e corto: il divieto reciproco di dispiegare missili a raggio intermedio e corto in aree da cui possano colpire il territorio dell’altra parte.
  • Attività militari: la limitazione delle esercitazioni e delle attività militari della NATO in Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale.

Stati Uniti e NATO nel 2021 rifiutarono le richieste principali (in particolare il veto sull’allargamento della NATO e il ritiro delle infrastrutture militari ai confini del 1997), offrendo invece di negoziare su temi specifici come il controllo degli armamenti e la trasparenza delle esercitazioni.

Perciò, il 17 febbraio 2022 Mosca consegnò una contro-risposta formale agli Stati Uniti, lamentando la mancanza di disponibilità a fornire garanzie vincolanti e preannunciando la necessità di adottare misure ‘tecnico-militari’: pochi giorni dopo ci fu l’invasione dell’Ucraina.

La Russia aveva fondati motivi per ritenere che Kiev stesse per entrare nella NATO e uno dei bersagli inziali dei suoi missili balistici (13 marzo e 17 maggio 2022) furono proprio i centri di addestramento ucraini di Yavoriv (nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco ma all’interno dei confini ucraini), a tutti gli effetti infrastrutture della NATO, come visibile nelle mappe della stessa Alleanza Atlantica (1).

Tralasciando le questioni diplomatiche e l’auspicata volontà comune di riaffermare i principi delle Nazioni Unite che venivano espressi nel documento presentato da Mosca e sui quali l’Amministrazione Trump ha tirato oggi una riga definitiva, è interessante capire se siano stati compiuti dei passi da parte dell’attuale presidenza statunitense per venire incontro alle richieste russe (2).

All’art. 1: Russia e U.S.A. non intraprenderanno azioni né parteciperanno o sosterranno attività che pregiudichino la sicurezza dell’altra Parte; non attueranno misure di sicurezza – adottate da ciascuna Parte individualmente o nell’ambito di un’organizzazione internazionale, di un’alleanza militare o di una coalizione – che possano compromettere gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Sul supporto decisivo dell’intelligence USA e dei grandi gruppi tecnologici statunitensi (da Starlink a Palantir, entrambi vicini all’Amministrazione Trump) all’Ucraina al fine di colpire il territorio della Federazione Russa ho già ampiamente scritto in precedenza e perciò non mi soffermo (3).

Articolo 2

Le Parti si adopereranno affinché tutte le organizzazioni internazionali, le alleanze militari e le coalizioni a cui partecipa almeno una delle Parti si attengano ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Abbiamo assistito recentemente alla doppia aggressione condotta dalla “Coalizione Epstein” all’Iran, senza alcun fondamento nel diritto internazionale e senza alcuna considerazione dei “principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite”. Per non parlare del supporto statunitense ai bombardamenti israeliani su Siria, Libano e Yemen (aggressione alla quale contribuisce in gran parte l’Arabia Saudita) o del rapimento illegittimo del Presidente venezuelano Maduro.

Articolo 3

Le Parti non utilizzeranno i territori di altri Stati allo scopo di preparare o compiere un attacco armato contro l’altra Parte o altre azioni che pregiudichino gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Naturalmente, la violazione di questo articolo non avviene solo utilizzando il territorio ucraino per colpire la Russia; recentemente, sul sito del Ministero della Difesa di Mosca è comparso un elenco di venti aziende europee accusate di essere parte integrante dell’apparato militare-industriale ucraino. Quattro hanno sede in Italia, tre in Germania, due in Gran Bretagna, due in Polonia, due in Turchia, due in Repubblica Ceca, poi sono rappresentate anche imprese con basi in Israele, Spagna, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia. Tutto ciò avviene con il consenso implicito degli Stati Uniti. Anche le infrastrutture della NATO e le basi militari statunitensi in Europa (Sigonella ad esempio in Italia nel 2022) contribuiscono così ad alimentare questo conflitto (4).

Articolo 4

Gli Stati Uniti d’America si impegneranno a impedire un’ulteriore espansione verso Est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a negare l’adesione all’Alleanza agli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Gli Stati Uniti d’America non stabiliranno basi militari nel territorio degli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che non siano membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, né utilizzeranno le loro infrastrutture per attività militari di alcun tipo, né svilupperanno con essi una cooperazione militare bilaterale.

Senza trascurare l’immediato ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO all’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’attuale Amministrazione a Washington ha annunciato l’invio di ulteriori 5.000 soldati statunitensi in Polonia e l’istituzione di una nuova base militare permanente nel Paese (ridenominata “Fort Trump”). Ma gli U.S.A. non si sono fermati qui; in Armenia, nazione che fa ancora formalmente parte dell’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Eurasiatica, lo scorso settembre Washington e Erevan hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni bilaterali sulla difesa e firmato un verbale congiunto d’intesa (jointly agreed minutes) per dare seguito alla Charter on Comprehensive Strategic Partnership sottoscritta nel maggio 2026. Gli accordi discussi riguardano:

Supporto alla trasformazione e riforma delle Forze Armate armene.

Addestramento di sottufficiali (NCO), istruttori, comandanti junior e personale per il mantenimento della pace (peacekeeping).

Istruzione militare ed esercitazioni congiunte.

Sviluppo delle capacità industriali della difesa e potenziale fornitura di equipaggiamenti tramite il programma Foreign Military Sales (FMS) e programmi educativi come l’IMET, orientando l’Armenia verso una progressiva modernizzazione degli standard militari occidentali.

Articolo 5

Le Parti si asterranno dallo schierare le proprie Forze Armate e i propri armamenti – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree in cui tale schieramento potrebbe essere percepito dall’altra Parte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, fatta eccezione per lo schieramento all’interno dei territori nazionali delle Parti stesse. Le Parti si asterranno dal far volare bombardieri pesanti equipaggiati con armamenti nucleari o non nucleari, o dallo schierare navi da guerra di superficie di qualsiasi tipo – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree situate rispettivamente al di fuori dello spazio aereo nazionale e delle acque territoriali nazionali, dalle quali sia possibile colpire obiettivi nel territorio dell’altra Parte.

Poco più di un mese fa, si è tenuta un’esercitazione aerea della NATO nel nord-est della Polonia, nelle vicinanze di Kaliningrad con alcune decine di velivoli. All’esercitazione hanno partecipato caccia statunitensi e norvegesi, un aereo di sorveglianza NATO E-3A Sentry AWACS, velivoli per il rifornimento in volo e un aereo statunitense EA-37B per la guerra elettronica: Mosca teme che si tratti di manovre preparatorie all’isolamento dell’enclave russa dal resto della Federazione e ha risposto duramente ma soltanto sul piano diplomatico.  Inoltre, la NATO Ballistic Missile Defence (BMD), la difesa antimissile balistica dell’Alleanza Atlantica, è una rete costituita da sensori e da sistemi missilistici che i Paesi Membri offrono quale contributo nazionale alla struttura, i cui punti di riferimento in Europa sono lo European Phased Adaptive Approach (EPAA), statunitense, con il sistema americano Aegis Ashore schierato in Romania e Polonia e le navi Aegis per la BMD, stazionate nelle acque spagnole. Il sistema radar della IAMD si trova in Turchia, mentre l’infrastruttura di comando e controllo in Germania (5). Nel 2016 (grazie all’annullamento del Trattato ABM deciso da Trump) gli Stati Uniti hanno prima messo in funzione una base ABM in Romania, un sistema che utilizza lanciamissili Aegis potenzialmente in grado di lanciare Tomahawk con testata nucleare ad oltre 2400 chilometri di distanza, successivamente nel 2022 hanno costruito un sito Aegis in Polonia, ancora più vicino ai confini russi. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto che i siti ABM hanno lo scopo di fermare le testate puntate sull’Europa dall’Iran o dalla Corea del Nord. Mosca ovviamente non la pensa così; François Geleznikoff, direttore delle applicazioni militari presso la Commissione per l’energia atomica e le energie alternative, intervenne nel marzo 2019 in audizione presso l’Assemblea Nazionale francese sull’argomento contraddicendo Washington: “Negli Stati Uniti, la Nuclear Posture Review (NPR) non si rivolge realmente alla Corea del Nord (gli americani hanno armi che permetterebbero loro di vetrificare il Paese più volte) ma piuttosto alla Russia, in risposta alle dichiarazioni del presidente Putin” (6).

Articolo 6

Le Parti si impegnano a non dislocare missili a raggio intermedio e a corto raggio lanciabili da terra al di fuori dei propri territori nazionali, né in aree dei propri territori nazionali dalle quali tali armi possano colpire obiettivi situati nel territorio nazionale dell’altra Parte.

Il 22 settembre 2026, Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato a New York un accordo di sicurezza trilaterale che prevede l’apertura e la gestione di due nuove basi militari americane e la modernizzazione di quella esistente. Gli Stati Uniti ottengono ampie libertà di movimento (aria, terra e mare) per collegare le basi e la possibilità di utilizzare l’isola per il sistema di difesa missilistica (la Pituffik Space Base – ex Thule Air Base – nel nord-ovest dell’isola, ospita sistemi radar d’allerta precoce per i missili balistici). Il sistema difensivo pensato dagli Stati Uniti si evolverà da una presenza concentrata in un unico punto a una rete di strutture distribuite su tutta l’isola. Anche perché le due nuove basi non saranno le uniche installazioni militari che si insedieranno sull’isola (7).

Articolo 7

Le Parti si asterranno dal dislocare armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali e riporteranno nei propri territori nazionali le armi già dislocate all’estero al momento dell’entrata in vigore del Trattato. Le Parti elimineranno tutte le infrastrutture esistenti per il dislocamento di armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali. Le Parti non addestreranno personale militare o civile proveniente da Paesi non dotati di armi nucleari all’uso di tali armi. Le Parti non condurranno esercitazioni o attività di addestramento per forze convenzionali che prevedano scenari di impiego di armi nucleari.

A partire dal 13 ottobre 2026, si svolgerà in Italia Steadfast Noon, ‘Mezzogiorno risoluto’, l’esercitazione che l’Alleanza atlantica svolge ogni anno e che coinvolgerà le basi aeree di Aviano, in provincia di Pordenone, e Ghedi, nel Bresciano, oltre a diverse località in tutta l’area di responsabilità ben oltre il Nord del Paese. “È necessario il contributo congiunto di tutti gli Alleati: si tratta di un’iniziativa che non può limitarsi a un singolo Paese”, ha riferito il colonnello David Bull, capo delle operazioni nucleari della Nato, facendo riferimento al fatto che anche lo spazio aereo dei Paesi limitrofi potrebbe essere coinvolto. Vi parteciperanno velivoli in grado di svolgere missioni convenzionali e nucleari, anche se l’esercitazione non prevede l’impiego di armi atomiche. “Ma siamo in sintonia con Roma sul fatto che si tratti di un’esercitazione nucleare”, ha poi precisato Barrows. Gli Stati Uniti saranno presenti con equipaggi di volo e personale addetto alla manutenzione. Secondo gli stessi documenti del Pentagono, in Italia sarebbero dislocate circa 80 ordigni nucleari sotto controllo statunitense nelle basi militare italiane a Ghedi e Aviano (8).

Conclusioni

Il sintetico panorama offerto da questo articolo vuole dimostrare che la Russia non potrà cantare vittoria nemmeno dopo aver completato la conquista del Donbass, perché l’inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina è legato a considerazioni di sicurezza geopolitica tuttora irrisolte se non addirittura aggravatesi rispetto al 2022.

Se qualcuno al Cremlino crede che dopo un eventuale accordo con l’attuale Amministrazione U.S.A., la Russia verrà lasciata stare si sbaglia di grosso, perché l’Occidente collettivo si sta già preparando non solo al dopo Putin ma anche al dopo Trump.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è altro che prendere tempo in attesa del verificarsi di almeno una delle due condizioni: l’allontanamento di Mosca dalla partnership strategica con Pechino e il conseguente rallentamento della dedollarizzazione – gli Stati Uniti non pagheranno di certo il diesel russo in rubli – e la fine della preparazione da parte della NATO ad un conflitto diretto contro la Russia – termine individuato nel 2030, quando sicuramente Trump non sarà più alla Casa Bianca.

Dal punto di vista occidentale la considerazione della Russia non è cambiata molto da quando il direttore della rivista “Foreign Policy”, l’israelo-statunitense John Feffer, la definì una “Nigeria con le armi nucleari”; secondo questa visione, Mosca deve tornare ad essere una sorta di ‘colonia estrattiva’ o ‘appendice di materie prime’ a esclusivo vantaggio delle industrie euro-statunitensi. A maggior ragione nel momento in cui la competizione tecnologica con la Cina necessita da parte degli Stati Uniti di quelle risorse strategiche di cui la Federazione Russa è ricca.

Pochi giorni fa, i 32 membri del Comitato Militare della NATO (quello statunitense in primis), erano a Kiev per ribadire il loro sostegno incondizionato all’Ucraina “rimasta costantemente al centro delle valutazioni, delle decisioni e della pianificazione futura dell’Alleanza”. Prima di fare qualsiasi altra concessione a Washington, Vladimir Putin dovrebbe pensarci bene: passare da una vittoria tattica ad una sconfitta strategica potrebbe essere più semplice di quanto sembra.

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(1) https://www.nato.int/structur/nmlo/links/yavoriv-training-centre.pdf. Il sito internet è oggi irraggiungibile (forse per mascherare le prove?), ma la sua presenza come infrastruttura dell’Alleanza Atlantica era rintracciabile ancora nel giugno 2024. Come ammise anche il “Corriere della Sera”, i morti furono più di 300 e tra di essi numerosi soldati e addestratori della NATO: Giulia Fasano, Nella base militare di Yavoriv i morti sono stati trecento, 26 marzo 2022. Anche secondo il quotidiano “Repubblica”: “Il ‘Centro internazionale per la pace e la sicurezza’ di Yavoriv ospitava istruttori occidentali, come conferma il Ministro della Difesa di Kiev”.

(2) Il documento completo è stato pubblicato sul sito internet del Ministero degli Esteri della Federazione Russa: Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees, 17 dicembre 2021.

(3) Ad esempio, cfr. Le basi della CIA in Ucraina: chiave del contenimento anti-russo in Europa, “Strategic Culture Foundation”, 11 aprile 2026.

(4) Nel contesto del conflitto in Ucraina e della postura di deterrenza della NATO, le basi militari presenti sul territorio italiano (gestite sia dalle Forze Armate italiane che dagli Stati Uniti) svolgono funzioni chiave di sorveglianza aerea, intelligence, logistica e comando, cfr. ad esempio Federico Petrangeli, Supporting Kyiv: Italy’s Military Assistance between Strategic Continuity and Political Division, IAI, 11 giugno 2026.

(5) Senato della Repubblica italiana, Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale di A/R n. SMD 32/2025, relativo all’ammodernamento, al rinnovamento e al potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza Atlantica, alla protezione di teatro delle forze schierate in aree di operazione, inclusa la componente navale (n. 377), Resoconto sommario del 4 febbraio 2026.

(6) Stefano Vernole, La forza di dissuasione nucleare francese, Focus CeSEM, 3 maggio 2022.

(7) Stefano Vernole, Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea, “Strategic Culture Foundation”, 5 ottobre 2026.

(8) Redazione Peacelink, L’esercitazione nucleare della NATO Steadfast Noon 2026 comincerà sui cieli italiani il 13 ottobre.

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BRICS Pay, non è ancora giunto il momento?

BRICS Pay non è una valuta né una rete di regolamento: è interoperabilità. E a Nuova Delhi i leader si sono limitati a “prenderne atto”.

Segue nostro Telegram.

Cosa è e cosa non è

Alla vigilia del diciottesimo vertice BRICS, ospitato al Bharat Mandapam di Nuova Delhi il 12 e 13 settembre 2026, una parte della stampa specializzata dava per imminente il debutto di BRICS Pay. Le guide al vertice indicavano proprio la capitale indiana come sede del pieno dispiegamento del sistema, con la Reserve Bank of India incaricata del coordinamento tecnico. Il testo approvato dai leader racconta un’altra storia. La Dichiarazione di Nuova Delhi, 140 paragrafi adottati per consenso, si limita a «prendere atto» del lavoro svolto dalla BRICS Payment Task Force sull’interoperabilità dei canali di pagamento e di messaggistica e sulle discussioni relative al regolamento in valute locali, precisando che ciò avviene nel rispetto delle priorità nazionali e nella consapevolezza che non esiste una soluzione valida per tutti. La proposta indiana di collegare le valute digitali delle banche centrali, su cui Nuova Delhi aveva investito una parte consistente del capitale politico della propria presidenza, nel documento non compare.

La distanza tra attese e risultato non va letta come un incidente diplomatico. Riflette due condizioni strutturali che la pubblicistica sulla de-dollarizzazione tende a sottovalutare. La prima è che i Paesi BRICS, presi uno per uno, hanno ancora buone ragioni per regolare in dollari una parte rilevante dei propri scambi. La seconda è che un sistema di pagamento comune non è un problema di ingegneria finanziaria. È un atto di governo condiviso, che richiede regole vincolanti, un’istanza di arbitrato e la disponibilità a fidarsi delle banche centrali altrui. A Nuova Delhi nessuna di queste condizioni era sul tavolo.

Il nome induce in errore. BRICS Pay non è una moneta e non è, almeno nella configurazione discussa finora, un circuito di regolamento. È un livello di interoperabilità pensato per mettere in comunicazione sistemi nazionali già esistenti: il russo SPFS, nato dopo le sanzioni del 2014; il cinese CIPS, operativo dal 2015; l’indiano UPI e il brasiliano Pix, costruiti per i pagamenti domestici istantanei e solo in seguito proiettati all’estero. Il progetto ha preso forma durante la presidenza russa del 2024, nel quadro della BRICS Cross-Border Payments Initiative accolta a Kazan, un’iniziativa che la stessa dichiarazione di quel vertice qualificava come volontaria e non vincolante.

Per capire dove si colloca il progetto conviene distinguere tre piani che il dibattito pubblico confonde di continuo. Il primo è la messaggistica, cioè la trasmissione standardizzata degli ordini di pagamento tra istituzioni finanziarie: è il terreno di SWIFT, ed è qui che BRICS Pay si propone come alternativa. Il secondo è il regolamento, il trasferimento effettivo di valore tra conti presso banche centrali o banche corrispondenti, con tutto ciò che comporta in termini di liquidità, rischio di controparte e gestione dei saldi. Il terzo è l’unità di conto, la moneta in cui i contratti sono denominati. Un’alternativa a SWIFT agisce soltanto sul primo piano. Se un esportatore indiano fattura in dollari e la banca russa regola in dollari presso un corrispondente, aver trasmesso il messaggio su un canale non occidentale cambia ben poco.

L’interoperabilità ha però un vantaggio politico evidente, ed è la ragione per cui è diventata la formula di compromesso del gruppo: consente a ciascun Paese di conservare la propria moneta e il proprio sistema finanziario. Una moneta comune imporrebbe rinunce di tutt’altra portata, dalle regole di emissione e di cambio alla gestione dei Paesi strutturalmente in avanzo o in disavanzo. Non a caso Sudhakar Dalela, segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, ha ribadito durante il vertice che una valuta BRICS non è in discussione, aggiungendo la prudente clausola «per ora».

La storia del dossier è la storia di un lessico che avanza di millimetri. Nel 2010, a Brasília, i quattro Paesi fondatori si impegnavano a studiare la fattibilità di una cooperazione monetaria e di accordi di regolamento in valuta locale. A Ufa, nel 2015, si riconosceva il potenziale delle valute nazionali; a Xiamen, due anni dopo, si parlava di swap valutari e di investimenti diretti in moneta locale. Dal 2019 l’attenzione si è spostata sulle infrastrutture di pagamento, con l’avvio dei lavori della Payment Task Force. Johannesburg, nel 2023, ha evocato per la prima volta l’interconnessione dei sistemi di pagamento transfrontalieri; Kazan ha lanciato l’iniziativa volontaria; Rio, nel 2025, ha accolto un rapporto tecnico sul sistema di pagamenti transfrontalieri BRICS che a oltre un anno di distanza non è stato reso pubblico. Sedici anni dopo Brasília, Nuova Delhi «prende atto». La successione dei verbi (studiare, riconoscere, accogliere, prendere atto) è già un indicatore: in un organismo che decide per consenso, il grado di impegno reale si legge nella grammatica dei comunicati.

L’ambizione indiana e il prezzo del consenso

L’India aveva fatto dei pagamenti transfrontalieri uno dei pilastri della propria presidenza. A gennaio la Reserve Bank of India aveva proposto di collegare le valute digitali di banca centrale dei Paesi membri per facilitare commercio e turismo; ad agosto il governatore Sanjay Malhotra confermava che erano in corso discussioni sul collegamento dei sistemi di pagamento veloce e delle CBDC; alla vigilia del vertice il ministro del Commercio Piyush Goyal rilanciava l’invito a regolare gli scambi in moneta locale. Già il 10 settembre, tuttavia, Reuters riferiva di ostacoli politici e tecnici in grado di limitare i progressi, e ne indicava due in particolare: l’interruzione dei rapporti finanziari tra Emirati Arabi Uniti e Iran e la riluttanza della stessa India ad approfondire la connettività finanziaria con la Cina senza una fiducia reciproca più solida.

Il secondo ostacolo merita attenzione, perché rovescia un’immagine corrente. Il freno più robusto a un’integrazione dei pagamenti BRICS non viene da Washington, ma dal Paese che presiedeva il vertice. Nuova Delhi vuole infrastrutture che rendano più semplice il commercio in rupie e più economiche le rimesse della sua diaspora. Non vuole che queste infrastrutture passino per nodi cinesi, né che il loro effetto netto sia un’espansione dello yuan in Asia meridionale. L’incontro tra Narendra Modi e Xi Jinping a margine del vertice ha segnato un disgelo prudente, ma il disavanzo commerciale indiano verso la Cina, raddoppiato nell’arco di un decennio, resta una frattura che nessun comunicato può ricomporre.

C’è poi l’effetto dell’allargamento. Con undici membri e dieci Paesi partner, il gruppo comprende oggi Stati che nella guerra del 2026 si sono trovati su fronti opposti. A maggio la riunione dei ministri degli Esteri, sempre a Nuova Delhi, si era chiusa senza un comunicato congiunto, costringendo la presidenza indiana a una dichiarazione a titolo proprio. L’unanimità di settembre è stata ottenuta abbassando la soglia degli impegni. La dichiarazione critica dazi e sanzioni unilaterali senza nominare gli Stati Uniti e, sul dossier finanziario, rinvia a un lavoro tecnico di cui non fissa né scadenze né obiettivi. Ajay Srivastava, fondatore del Global Trade Research Initiative, ha osservato che il testo non prevede alcuna azione concreta e che, in assenza di un piano coordinato, il commercio in valute locali potrà crescere solo gradualmente, senza raggiungere volumi significativi.

Va segnalato, per scrupolo di metodo, che alcune testate hanno presentato il vertice come il momento del «lancio» di BRICS Pay. Il testo della dichiarazione, così come riportato dalle fonti che lo hanno esaminato nel dettaglio, non autorizza questa lettura. La confusione tra annuncio e realizzazione è uno dei tratti ricorrenti della comunicazione sul tema, e contribuisce a gonfiare aspettative che poi ricadono sulla credibilità del gruppo.

Le buone ragioni del dollaro

Le statistiche disponibili spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione perché la de-dollarizzazione resti, per ora, più un tema di dibattito che una tendenza misurabile. Secondo l’ultima indagine triennale della Banca dei regolamenti internazionali, nell’aprile 2025 il dollaro compariva in circa l’89% delle transazioni valutarie mondiali, una quota in lieve aumento rispetto al 2022, mentre lo yuan si fermava all’8,5%. Sul versante delle riserve, i dati del Fondo monetario internazionale indicano per il primo trimestre del 2026 una quota del dollaro pari al 57,13%, contro l’1,99% della valuta cinese. La tendenza di lungo periodo è di erosione: intorno al 1999 il dollaro superava il 70% delle riserve allocate. Ma la diversificazione si disperde su una costellazione di valute minori, la cui quota residua è più che raddoppiata dal 2021, e non si concentra sulle monete dei Paesi BRICS.

La ragione non è la sudditanza, è il calcolo. Il dollaro offre ciò che nessuna alternativa offre ancora: mercati profondi e liquidi, strumenti di copertura a basso costo, un enorme stock di debito denominato nella stessa valuta e la possibilità di convertire in qualsiasi momento il ricavato di una transazione in un attivo considerato sicuro. Barry Eichengreen ha descritto questi vantaggi in termini di effetti di rete: una moneta è utile in proporzione al numero di soggetti che già la usano, e ciò rende costosa qualunque transizione tentata da un solo attore o da un piccolo gruppo. Per un importatore brasiliano o un esportatore indonesiano pagare in dollari significa pagare nella moneta che la controparte accetta senza trattare.

Scendendo al livello dei singoli membri, il quadro si fa ancora più netto. L’India ha dichiarato a più riprese di non avere interesse a indebolire il dollaro: nel dicembre 2024 il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar ricordava che gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale del Paese, e nell’estate 2025 il portavoce del ministero ribadiva che la de-dollarizzazione non rientra nell’agenda finanziaria indiana. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengono le proprie valute ancorate al dollaro e fondano la propria sicurezza su un rapporto con Washington che nessun circuito di pagamento alternativo potrebbe compensare. Riyadh, del resto, continua a stare nel gruppo in una posizione ambigua: la presidenza indiana la elencava tra gli undici membri, ma a Nuova Delhi la delegazione saudita si è presentata con lo status di Paese invitato. Egitto ed Etiopia, che negli ultimi anni hanno negoziato programmi con il Fondo monetario e portano un debito estero in valuta forte, non possono permettersi di complicare il rapporto con i propri creditori. Il Brasile di Lula ha rilanciato più volte l’idea di una moneta commerciale comune, ma il suo sistema di punta, Pix, rimane un successo domestico.

Restano la Russia e l’Iran, per i quali l’uscita dal dollaro non è una scelta ma una necessità imposta dalle sanzioni, e la Cina, che ha un interesse reale all’internazionalizzazione dello yuan ma lo persegue attraverso infrastrutture proprie, a cominciare da CIPS, e senza rinunciare ai controlli sui capitali che limitano l’attrattiva della sua moneta come riserva. Anche per chi ha le motivazioni più forti, tuttavia, il regolamento in valute locali ha mostrato limiti precisi. L’esperienza russo-indiana è istruttiva. Il forte aumento delle importazioni indiane di petrolio russo dopo il 2022 ha lasciato Mosca con ingenti saldi in rupie difficili da impiegare, un problema che lo stesso Sergej Lavrov ammise pubblicamente nel maggio 2023. Quando gli scambi sono squilibrati, la moneta del Paese in disavanzo si accumula presso il Paese in avanzo, e il dollaro torna a essere la via d’uscita più semplice.

A questi incentivi si somma il costo esplicito di una rottura. Donald Trump ha minacciato dazi del 100% contro i Paesi BRICS che sostenessero una moneta alternativa al dollaro e, dopo il vertice di Rio del 2025, un dazio aggiuntivo del 10% per chi si allineasse alle politiche del gruppo da lui definite antiamericane. Alla vigilia di Nuova Delhi l’economista di Natixis Alicia García-Herrero prevedeva che i leader avrebbero discusso di pagamenti transfrontalieri senza tentare di sostituire il dollaro. È andata esattamente così.

Una scelta politica

Si arriva così al punto centrale. Un sistema di pagamento non è un’infrastruttura neutrale. Susan Strange collocava la struttura finanziaria, cioè il controllo sul credito e sui canali attraverso cui circola, tra le quattro fonti del potere strutturale nell’economia politica internazionale. Gli Stati che controllano i nodi centrali delle reti economiche globali, di cui SWIFT è l’esempio canonico, possano trasformarli in strumenti di coercizione, sfruttandone sia la funzione di osservatorio sia la capacità di esclusione. È proprio questa esperienza, culminata nell’esclusione delle principali banche russe da SWIFT nel 2022, ad aver dato slancio politico al progetto BRICS.

La stessa lezione, però, vale all’interno del gruppo. Chi costruisce una rete alternativa deve stabilire dove si trovano i nodi, chi ne gestisce i dati, quale diritto regola le controversie, chi fornisce liquidità nei momenti di tensione e come si compensano i saldi tra economie in avanzo e in disavanzo. Ognuna di queste decisioni redistribuisce potere. Per l’India un sistema imperniato su CIPS significherebbe sostituire una dipendenza da Washington con una dipendenza da Pechino, cioè da un rivale con cui condivide una frontiera contesa. Per gli Emirati collegarsi a un circuito in cui transita l’Iran vorrebbe dire esporsi al rischio di sanzioni secondarie, proprio mentre i due Paesi escono da una guerra vissuta su fronti opposti. Il problema non è la tecnologia: le componenti nazionali esistono e funzionano. Manca un accordo su chi governa l’insieme.

La storia monetaria del Novecento offre due riferimenti utili. Il primo è la proposta keynesiana di una International Clearing Union, presentata dal Tesoro britannico nel 1943, che affrontava esattamente il nodo degli squilibri persistenti imponendo oneri simmetrici ai Paesi in avanzo e a quelli in disavanzo. Un BRICS Pay che volesse andare oltre la messaggistica avrebbe bisogno di un meccanismo analogo di compensazione multilaterale, e dunque di regole capaci di vincolare anche la Cina, principale creditore commerciale del gruppo. Il secondo riferimento è la tesi di Charles Kindleberger sulla stabilità del sistema internazionale come bene pubblico, che richiede un attore disposto a sostenerne i costi. Nell’ordine del dollaro quel ruolo è svolto, con tutti gli abusi che ne derivano, dagli Stati Uniti. Nel partenariato BRICS l’unico candidato plausibile è la Cina, e gli altri membri non intendono riconoscerle quella funzione. Qui sta il dilemma costitutivo di un ordine monetario multipolare: moltiplica i poli, ma lascia vacante il posto di chi garantisce il sistema.

A ciò si aggiunge la fragilità istituzionale. Il gruppo opera senza un segretariato permanente, con presidenze annuali a rotazione che affidano la continuità dei dossier tecnici alla volontà del Paese di turno. L’allargamento ha accresciuto l’eterogeneità degli interessi senza dotare il partenariato di strumenti decisionali più robusti. Un sistema di pagamento unificato richiederebbe un trattato, o almeno un accordo vincolante di governance, mentre l’iniziativa sui pagamenti transfrontalieri è, per esplicita scelta dei firmatari, volontaria e non vincolante. Finché questa asimmetria tra ambizione e forma giuridica non sarà sciolta, BRICS Pay resterà ciò che è oggi: un marchio politico sovrapposto a un insieme di corridoi bilaterali. La stabilità del partenariato non è dunque una condizione accessoria del progetto. Ne è il presupposto.

Verso la presidenza cinese del 2027

Con il passaggio della presidenza alla Cina per il 2027, l’orizzonte di valutazione più utile è quello dei prossimi diciotto-ventiquattro mesi. Le valutazioni che seguono poggiano su evidenze di qualità moderata, costituite in larga parte dai testi ufficiali e dalla stampa economica internazionale.

Lo scenario che considero altamente probabile è quello di un mosaico bilaterale. Crescono i corridoi già avviati, come quelli tra India ed Emirati e tra India e Russia, mentre l’architettura comune resta allo stadio di studio. Il commercio in valute locali aumenta in termini assoluti, ma la quota del dollaro negli scambi intra-BRICS si riduce solo in misura marginale.

Uno scenario alternativo, cui attribuisco una probabilità moderata, prevede che la presidenza cinese usi il 2027 per promuovere un nucleo a geometria variabile, costruito attorno a CIPS e SPFS, con l’adesione di Russia, Iran e di alcuni Paesi partner. Il marchio BRICS Pay verrebbe formalmente attivato, ma per una parte soltanto del gruppo e con ogni probabilità senza l’India. Sarebbe un risultato politicamente spendibile per Pechino e Mosca, ma renderebbe esplicita la frattura che oggi il linguaggio delle dichiarazioni riesce ancora a coprire.

L’entrata in funzione, entro il 2028, di un sistema unificato e operativo per tutti i membri resta invece altamente improbabile.

Gli indicatori da seguire sono pochi e concreti: la pubblicazione del rapporto tecnico accolto a Rio; l’eventuale firma di un accordo vincolante sulla governance dei pagamenti; la creazione di un meccanismo multilaterale di compensazione o di linee di swap dedicate, magari affidate alla Nuova Banca di Sviluppo; la posizione indiana su un collegamento con CIPS; la formalizzazione, o il definitivo abbandono, della membership saudita. Un comunicato che parli di «lancio» senza alcuno di questi elementi andrà letto per ciò che è, un annuncio.

Il multipolarismo ha finora prodotto soprattutto una pluralità di opzioni nazionali, utili a ciascun Paese per ridurre l’esposizione alle sanzioni e per negoziare da posizioni migliori con Washington. Trasformare queste opzioni in un sistema richiede un partenariato che riconosca un interesse comune più forte delle rivalità interne. Quel partenariato è ancora in evoluzione, e BRICS Pay ne seguirà i tempi, non il contrario.

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Svizzera: la neutralità resta sulla carta mentre avanza l’integrazione nel blocco occidentale

La netta bocciatura dell’iniziativa sulla neutralità lascia formalmente intatto lo storico status della Confederazione, ma consolida una traiettoria iniziata con le sanzioni contro la Russia nel 2022 e proseguita con una crescente interoperabilità militare con la NATO.

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Le votazioni referendarie federali tenutesi in Svizzera il 27 settembre hanno prodotto due risultati particolarmente netti. Gli elettori hanno respinto con il 72,53% dei voti l’iniziativa «Per un’alimentazione sicura», che chiedeva di rafforzare la produzione nazionale sostenibile, favorire una maggiore presenza degli alimenti vegetali e garantire una migliore protezione delle risorse idriche. Ancora maggiore, sotto il profilo politico e geopolitico, è stata tuttavia la portata della bocciatura dell’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera»: il 70,16% degli elettori ha votato contro, mentre soltanto il 29,84% si è espresso a favore, con un’affluenza del 47,07%. Nessuno dei ventisei cantoni ha approvato la proposta.

Per evitare equivoci, sottolineiamo che il quesito non chiedeva di abolire lo storico status della Confederazione né di aderire alla NATO. La scelta riguardava piuttosto il significato concreto da attribuire alla neutralità nel nuovo contesto internazionale: mantenerne l’interpretazione flessibile sviluppata dal governo negli ultimi anni oppure fissarne nella Costituzione una definizione molto più stringente, capace di limitare tanto la partecipazione alle sanzioni quanto la cooperazione con alleanze militari.

Anche dopo il voto, dunque, la Svizzera rimane formalmente neutrale, non appartiene alla NATO e non è vincolata agli obblighi di difesa collettiva previsti dall’articolo 5 del Trattato nordatlantico. Tuttavia, soprattutto dal 2022, la distanza tra questa neutralità giuridica e la collocazione politico-strategica effettiva della Confederazione si è progressivamente ridotta. Il voto del 27 settembre, di conseguenza, non avvia questa trasformazione che sta avendo luogo da anni, ma respinge il tentativo di imporle un limite costituzionale.

L’iniziativa, in particolare, chiedeva di sancire che la neutralità svizzera fosse «permanente e armata» e, soprattutto, di tradurre tale principio in obblighi precisi. La Confederazione non avrebbe potuto aderire a un’alleanza militare o difensiva né collaborare con essa, salvo nel caso di un’aggressione diretta contro la Svizzera o di preparativi concreti in vista di tale aggressione. Berna non avrebbe inoltre potuto partecipare a conflitti militari tra Stati terzi né adottare sanzioni contro Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle imposte dalle Nazioni Unite e per i provvedimenti necessari a impedirne l’elusione. Il testo prevedeva infine che la Svizzera utilizzasse attivamente la propria neutralità per svolgere un ruolo di mediazione.

In termini geopolitici, il cuore della proposta era dunque duplice: impedire che la Svizzera continuasse a recepire autonomamente i sistemi sanzionatori elaborati dall’Unione Europea contro una delle parti di un conflitto e porre un limite all’intensificazione della cooperazione con la NATO. Non si trattava quindi soltanto di riaffermare simbolicamente un principio storico, ma di ricostruire uno spazio di autonomia tra la Confederazione e le strutture politico-militari occidentali.

Il punto di svolta dell’attuale evoluzione va individuato nel 28 febbraio 2022. Quattro giorni dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, il Consiglio federale decise di associarsi alle sanzioni adottate dall’Unione Europea contro Mosca. La scelta suscitò immediatamente un dibattito sulla compatibilità di tale allineamento con la neutralità tradizionale. Il governo rispose distinguendo tra il diritto della neutralità, che riguarda principalmente gli obblighi militari di uno Stato neutrale, e la più ampia politica di neutralità, all’interno della quale Berna ritiene di disporre di un considerevole margine di manovra. Secondo questa interpretazione, l’adesione alle sanzioni dell’UE non avrebbe modificato lo status neutrale della Svizzera, poiché la Confederazione continuava a non sostenere militarmente nessuna delle parti belligeranti.

Sul piano strettamente giuridico, questa distinzione permette a Berna di continuare a definirsi neutrale. Sul piano politico, però, il 2022 ha segnato un cambiamento qualitativo. Per la prima volta nella crisi che contrappone frontalmente Russia e blocco euro-atlantico, la Svizzera non si è limitata a esprimere una posizione diplomatica, ma ha integrato nella propria legislazione il sistema di misure economiche punitive costruito dall’Unione Europea contro Mosca. La neutralità militare formale è rimasta intatta, ma l’equidistanza economica e politica si è sensibilmente ridotta.

Oltretutto, questa scelta non è stata episodica, in quanto Berna ha continuato a recepire progressivamente i successivi pacchetti di sanzioni europee. Ancora il 19 agosto scorso, poco più di un mese prima del referendum, il Consiglio federale ha deciso di attuare ulteriori misure contenute nel ventesimo pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia. La stessa Segreteria di Stato dell’economia ha descritto la decisione come conforme alla «prassi seguita finora», confermando che l’allineamento alle misure europee è ormai divenuto una componente strutturale della politica svizzera verso Mosca. Circa 2.790 persone e organizzazioni risultavano allora sottoposte a congelamento patrimoniale in Svizzera in relazione al conflitto ucraino.

Il processo non si è però fermato alla dimensione economica. Dalle sanzioni del 2022 si è progressivamente passati a un rafforzamento della cooperazione nel campo della sicurezza e della difesa, facendo emergere con maggiore evidenza la direzione strategica assunta dalla Confederazione.

Sempre a rigor di precisione, va sottolineato che la Svizzera partecipa al programma NATO Partnership for Peace dal 1996, dimostrando che la collaborazione con l’Alleanza Atlantica non costituisce una conseguenza esclusiva del conflitto ucraino. La novità degli ultimi anni consiste piuttosto nell’intensità e negli obiettivi di tale cooperazione. Nel dicembre 2025, infatti, Svizzera e NATO hanno definito un Individually Tailored Partnership Programme per il periodo 2025-2028, esplicitamente inserito dall’amministrazione federale nella volontà del Consiglio federale di «intensificare la cooperazione internazionale nella politica di sicurezza».

Il concetto che viene utilizzato per descrivere questa cooperazione con la NATO è quello di interoperabilità. Essa punta infatti anche a sviluppare e mantenere capacità che consentano alle Forze armate svizzere di operare insieme a quelle dei membri della NATO e degli altri Paesi partner. L’Alleanza stessa indica tra i settori della relazione con Berna lo sviluppo delle capacità delle forze svizzere di lavorare con quelle NATO nelle operazioni multinazionali.

Prima l’allineamento economico alle sanzioni europee, poi l’approfondimento della cooperazione nella politica di sicurezza, quindi la ricerca di una maggiore interoperabilità militare con l’Alleanza Atlantica. Nessuno di questi passaggi, preso isolatamente, abolisce la neutralità svizzera. Considerati nel loro insieme, tuttavia, descrivono una progressiva integrazione de facto della Confederazione nell’architettura strategica occidentale.

Lo stesso Consiglio federale, nella campagna contro l’iniziativa, ha difeso esplicitamente questa possibilità. Secondo il governo, la crescente instabilità europea rende necessario orientare la politica di sicurezza e di difesa verso una maggiore cooperazione internazionale. Berna considera compatibile con la neutralità la partecipazione a esercitazioni militari internazionali non direttamente collegate a una guerra e sostiene che un’eventuale cooperazione difensiva con altri Stati in caso di aggressione debba essere preparata in anticipo. Il governo riconosceva inoltre che un’approvazione dell’iniziativa avrebbe comportato una riduzione della cooperazione con la NATO, compresi settori come le esercitazioni congiunte e lo scambio di dati.

La neutralità, dunque, viene progressivamente ridefinita non più come mantenimento di una significativa distanza dalle strutture militari dei blocchi, ma come assenza dell’obbligo formale di intervenire militarmente al loro fianco. Entro questo perimetro molto più ristretto diventano compatibili con la neutralità tanto le sanzioni economiche coordinate con l’Unione Europea quanto la preparazione operativa con la NATO.

La Confederazione si colloca così in uno spazio intermedio: non è membro dell’Alleanza Atlantica, ma aumenta la propria capacità di operare insieme ai suoi membri; non appartiene all’Unione Europea, ma ne recepisce ripetutamente le misure coercitive contro la Russia; non rinuncia formalmente alla neutralità, ma interpreta questo principio in modo tale da rendere possibile una crescente integrazione nelle strutture politiche e di sicurezza dell’Occidente.

La Svizzera, del resto, non è mai stata neutrale nel senso di un’impossibile equidistanza ideologica assoluta. Già durante la Guerra fredda, essa apparteneva economicamente, culturalmente e politicamente al mondo occidentale. La specificità della sua neutralità consisteva soprattutto nel mantenimento di un’autonomia strategica rispetto alle alleanze militari e ai conflitti tra i blocchi. La trasformazione contemporanea non consiste quindi nel passaggio improvviso di una Svizzera neutrale a una Svizzera occidentale, perché la Confederazione è sempre appartenuta all’Occidente in senso storico e socioeconomico. Il cambiamento riguarda piuttosto il passaggio da un’appartenenza occidentale accompagnata da una marcata autonomia strategica a un’integrazione sempre più profonda nelle politiche economiche, di sicurezza e militari del campo euro-atlantico.

Resta dunque una neutralità formalmente intatta, ma sempre più distante dalla funzione politica che l’aveva storicamente caratterizzata. La Svizzera continua a non essere membro della NATO e conserva tutti gli strumenti giuridici per definirsi uno Stato neutrale. Allo stesso tempo, recepisce le sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia, approfondisce il coordinamento della propria politica di sicurezza con i partner occidentali e prepara le proprie Forze armate a una crescente interoperabilità con quelle dell’Alleanza Atlantica.

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