❌

Reading view

Trump's decision to import Russian diesel is an 'incentive to end the war,' energy secretary says

Donald Trump
President Donald Trump signed an executive order waiving new sanctions on Russia.

Aaron Schwartz/Getty Images

  • US Energy Secretary Chris Wright defended Trump's decision to buy Russian diesel.
  • Wright said the relief is actually an "incentive" for Russia to end its war with Ukraine.
  • Ukraine's President Zelenskyy and several US lawmakers have criticized the move.

President Donald Trump is still playing hardball with Russia, according to US Department of Energy Secretary Chris Wright.

Wright defended Trump's decision to waive sanctions on Russia during a Sunday interview on CNN's "State of the Union with Jake Tapper and Dana Bash."

In September, Trump signed into law a sanctions package targeting Russian officials and parts of its economy in an effort to pressure Russia amid its war on Ukraine. Last week, Trump issued an executive order waiving those new sanctions, other restrictions, and some duties on Russia.

In early October, Trump also announced an agreement with President Vladimir Putin under which Russia would supply over 300,000 tons of diesel fuel to America and the global market.

"President Trump waived sanctions just on diesel exports, and what's the one thing Russia has not been able to export over the last month or so? Diesel, because they're short of diesel," Wright said.

The Energy Secretary said waiving the sanctions solves two problems: the diesel oil shortage and Russia's ongoing war with Ukraine.

"This is pressuring Russia. Russia does not have diesel to export," Wright said. "The only way they can get additional diesel to export is if they turn down the conflict with Ukraine."

Wright said Russia would have to enter into an energy ceasefire or reduce its war efforts to have enough additional diesel to export.

"This is not going soft on Russia. This is an incentive to end the war," Wright added.

Trump elaborated on his reasoning further on Sunday in a Truth Social post.

"I am in the process of negotiating Peace in the war between Russia and Ukraine, and don't want to do anything that will drive, foolishly, Russia away from the bargaining table," he wrote.

Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy said waiving sanctions on Russia "seems wrong" to him. US lawmakers on both sides of the political aisle also criticized the move, including Republican Sen. Thom Tillis.

"Beyond irresponsible. What part of enforcing a law passed 86-11 by the Senate does the President and his advisors not understand? It's unconscionable that this administration is capitulating to a Russian dictator who illegally invaded Ukraine and butchers innocent civilians every single day," Tillis wrote on X.

He added, "If the President wants to actually bring down energy prices, he can do it by solving the Iran problem, not by doing a solid for Vladimir Putin."

Diesel and regular gas prices have skyrocketed globally as the US war on Iran drags on. Following surprise attacks by the US and Israel on Iran in February, Iran effectively shut down the Strait of Hormuz, which is a major waterway through which much of the world's diesel and oil is shipped. Last week, the International Energy Agency ‌said the diesel shortage could run into 2027.

That's a problem for Trump, who is hoping voters overlook high gas prices and concerns over the cost of living when they head to the polls this November for the midterm elections. Higher diesel prices mean higher shipping costs, which trickle down to consumers as inflated prices for everyday goods.

Wright also appeared on ABC's "This Week" on Sunday, during which he said Trump was trying to find "innovative" ways to end the Russia-Ukraine war.

"This is a motivation for Russia to figure out how they can actually export some diesel," he said.

Read the original article on Business Insider

  •  

Ukraine war latest: St. Petersburg slammed by drones in mass Ukrainian attack

Key developments on Oct. 17-18

  • Massive Ukrainian drone attack hits oil facility, bridge, and data center in St. Petersburg
  • US resumes intel sharing on Russian missile launches with Ukraine, Zelensky says
  • Ukraine hits Russian drone manufacturing plant in Rostov Oblast
  • 'Planned operation' — Zelensky confirms Ukraine's

  •  

St. Petersburg Oil Terminal Set Ablaze Amid Massive Wave of Ukraine Drone Strikes

Ukrainian attacks set an oil export terminal ablaze in St. Petersburg on Sunday, as Kyiv launched more than 1,000 drones across Russia in one of its largest ever aerial bombardments.

The post St. Petersburg Oil Terminal Set Ablaze Amid Massive Wave of Ukraine Drone Strikes appeared first on Breitbart.

  •  

Il Mezzogiorno in strada con le ultime gocce di carburante

Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.

Segue nostro Telegram.

Una mappa che segue l’energia

A metà ottobre, per un camionista siciliano, tenere il mezzo fermo nel piazzale costa meno che metterlo in strada. Con il gasolio intorno ai 2,40 euro al litro sull’isola, il Comitato autotrasportatori siciliani stima fra 700 e 900 euro di perdita al giorno per ogni camion. Il coordinatore Salvatore Bella l’ha detto senza giri di parole: «Oggi lavorare in perdita con il gasolio a 2,40 al litro non è più possibile». Ne è nato il fermo che va dalla mezzanotte del 16 ottobre al 20, senza cortei: i tir restano nelle aziende, i semirimorchi non vengono ritirati dai porti. In Calabria Fedralog ha fermato i mezzi negli stessi giorni, mentre la sezione trasporti di Confindustria Catania ha deliberato all’unanimità uno stop fino al 22.

Il fermo arriva dopo settimane di mobilitazione. Il 1° ottobre agricoltori e autotrasportatori hanno bloccato lo svincolo di Pizzo sulla A2; il 12 i trattori hanno presidiato le portinerie del polo industriale tra Augusta e Melilli, rallentando il carico delle autobotti, per iniziativa degli stessi produttori e senza sigle sindacali alle spalle. In Puglia i blocchi hanno impedito l’accesso delle autocisterne alla raffineria Eni di Taranto, a ridosso dell’ex Ilva, i cui lavoratori sono in sciopero dal 12 ottobre. Gli olivicoltori sommano al caro carburante il calo del prezzo dell’olio. Il 22 toccherà ai pescatori: giornata di sciopero nazionale e cento pescherecci a chiudere simbolicamente lo Stretto di Messina.

La geografia dei presìdi dice qualcosa che i comunicati non dicono. Raffinerie, porti, svincoli autostradali, lo Stretto: chi protesta va a colpire i nodi da cui passa l’energia, come se sapesse bene dove nasce il problema. E c’è un paradosso evidente. Il Sud ospita Augusta, Priolo, Taranto, cioè una parte rilevante della capacità di raffinazione del Paese, ma i produttori che vivono a pochi chilometri da quegli impianti non riescono più a pagarne il prodotto.

La guerra arriva alla pompa

Queste proteste sono la coda italiana di una crisi aperta lontano. I rincari sono partiti con la guerra in Iran e con le difficoltà di approvvigionamento dal Golfo: già a fine marzo, nel Siracusano, il gasolio agricolo era salito da 0,88 a 1,45 euro al litro.  A settembre la media nazionale del gasolio superava i 2,16 euro, 35 centesimi più di febbraio; il 12 ottobre il self costava in media 2,252 euro. La crisi di Hormuz, che finora abbiamo letto soprattutto come stress test per le petromonarchie e per i flussi finanziari del Golfo, ha anche una trasmissione verso il basso. Lungo la catena, ogni anello scarica il costo su quello successivo, finché arriva a chi non ha nessuno a valle: il piccolo autotrasportatore che non può ritoccare le tariffe, l’agricoltore che vende a prezzi fissati dalla grande distribuzione.

Le isole pagano due volte. Al carburante si sommano i noli marittimi, appesantiti dalle nuove regole ambientali sul trasporto navale, e i ritardi del Sea Modal Shift, l’ex Marebonus che dovrebbe compensare il costo del passaggio via mare da e per la Sicilia e la cui prima annualità non è stata pagata entro giugno. Le risposte arrivate finora agiscono sul prezzo alla pompa (tagli temporanei delle accise, il tetto annunciato da Eni sulla propria rete dal 28 settembre) e quasi mai sulla struttura dei costi. Per un trattore che brucia 300 euro di gasolio a mattina, uno sconto di 15 centesimi non cambia i conti.

Letta con gli strumenti dell’analisi dei sistemi-mondo, la vicenda ha una forma riconoscibile: gli shock esterni attraversano il centro e si depositano sulla periferia, che ha meno margini per assorbirli. Il Mezzogiorno funziona da periferia interna dell’Europa. Importa energia a prezzi di mercato globale, esporta prodotti agricoli in competizione con importazioni soggette a standard diversi, dipende da una logistica strada-mare che nessun incentivo pagato in ritardo riesce a rendere sostenibile. Su questo si innestano fragilità di lungo periodo come il credito difficile, lo spopolamento e l’arretramento dei servizi, che l’autonomia differenziata rischia di accentuare.

La copertura nazionale ha registrato i blocchi come cronaca del traffico più che come fatto politico. È una scelta che pesa: una protesta trattata come disagio stradale non obbliga nessuno a rispondere sul merito. Eppure il merito è chiaro. Un Paese che importa gli effetti delle guerre altrui senza strumenti propri per governare il costo dell’energia finisce per trasferirli sui territori e sulle categorie più deboli.

Per le prossime settimane gli indicatori da seguire sono pochi e osservabili: un intervento specifico sul gasolio agricolo e da autotrazione, il pagamento del Sea Modal Shift, l’eventuale proroga dei fermi oltre il 20 e il 22, la saldatura con lo sciopero dei pescatori. In assenza di misure, gli stessi promotori siciliani hanno già prospettato di proseguire. Se accadrà, sarà difficile continuare a chiamarla una vertenza di categoria.

Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.

  •  
❌