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Giovani in rivolta: è solo l’inizio. Ad essere vittima di un sistema feroce è un’intera generazione

Le auto bruciate e le vetrine sfondate non piacciono quasi a nessuno. Dico “quasi” perché una parte della politica e della pubblicistica, le trova indispensabili per la costruzione di una narrazione funzionale ad occultare le ragioni della protesta che sta scuotendo l’Italia e l’Europa. I gruppetti che si lanciano nel saccheggio e nella devastazione nella narrazione mediatica oscurano il resto e occupano il dibattito politico, fornendo voce a chi voce non dovrebbe più averne dopo la devastazione, quella si estesa a fenomeno di massa, che è stata imposta all’intero continente europeo da decenni di politiche liberiste sostenute dalla sinistra blairista, da quelli che oggi si fanno chiamare “riformisti”.

Vi sono però altre considerazioni che vanno fatte, oltre questa che è talmente evidente da risultare quasi banale.

Giorni fa, in un altro articolo sulle rivolte giovanili, allora limitate solo alla Francia, mi chiedevo se il fenomeno si sarebbe esteso. Non vi era certezza che ciò avvenisse per una molteplicità di ragioni, ma di fatto è avvenuto, si è esteso all’Italia, ma brucia l’Albania e in Spagna si susseguono le manifestazioni, così come in Belgio e in Portogallo e anche in Germania la politica del governo è sotto attacco dai movimenti giovanili. Si tratta di centinaia di migliaia di ragazzi, che non si muovono per emulazione, ma perché sono legati da un disagio comune che non riguarda solo il presente, ma soprattutto il futuro. Che in questo enorme movimento collettivo, che sta assumendo sempre più precisi connotati di critica radicale ad un modello di società, quello del capitalismo liberista, vi fosse fisiologicamente una componente di violenza era ed è innegabile perché nessuna ribellione è un “pranzo di gala”. A determinarla è la totale e violenta sordità dei governi rispetto alle ragioni, ai contenuti che sono portati in piazza. Una violenza che si protrae da anni e che ha portato sempre di più i giovani e i ceti sociali che subiscono uno sfruttamento feroce a lasciare l’apatia rassegnata e ad assumere i connotati di una ribellione. Chi cerca la strada del dialogo trova un muro di ottusità e di bugie.

“L’esperienza che le popolazioni europee fanno delle proprie classi dirigenti oramai da molti anni – scrive in modo chiarissimo il professor Andrea Zhok – è quella di un organismo tecnocratico anonimo, un muro di gomma semovente, che procede con un “pilota automatico” del tutto indifferente ai bisogni della popolazione”.

È chiaro che nessuno applaude alla devastazione ed è come sempre stucchevole e strumentale la richiesta di “prese di distanza e condanna” fatte dalla Premier. Ma quello che abbiamo visto a Milano o a Bologna non arriva da Marte. Meloni, Valditara, Piantedosi, non hanno motivo di stupirsi e non possono, loro e i loro giornali, chiedere conto di quella rabbia alle opposizioni. L’esplosione che vediamo è responsabilità di chi ha accumulato l’esplosivo. Nasce dall’azione cinica di chi ha privilegiato il rigore dei conti alle ragioni della popolazioni. Ad innescare il detonatore sono le loro scelte politiche di chi – in Italia e non solo in Italia – ha destinato risorse ingentissime agli armamenti, strangolando sanità, scuola, università e welfare. Quattordici miliardi di soldi delle tasse degli italiani gettati nel calderone del riarmo, fanno esplodere il patto sociale. Nessuna persona – che non sia fatta fare il lavaggio del cervello dagli editoriali di Repubblica e dalle balle spaziali dei Tg – può credere che siamo di fronte al pericolo reale che la Russia ci invada e quella cifra oscena viene letta dai cittadini per quello che è: una provocazione.

Ma non ci sono solo i soldi per le armi. Le risorse pubbliche vengo dirottate verso interessi di gruppi privati. I soldi del Pnrr per la costruzioni di stanze per gli studenti, hanno effettivamente portato alla realizzazione di strutture, che sono state però date in gestione ai fondi privati e messi sul mercato a prezzi inarrivabili. Oltre mille euro a stanza. Lo stesso è avvenuto per le strutture delle olimpiadi. Come dovrebbero essere lette dai giovani queste scelte?

Oggi l’Università è tornata ad essere accessibile solo a determinate classi sociali. Si studia solo se si hanno i soldi. Donzelli si stupisce degli studenti in tenda davanti al Parlamento e dice loro di “aspettare” e di “crescere per capire come va il mondo”. Faccio una domanda semplice: c’è differenza tra una frase come questa e la violenza di una vetrina spaccata? Dobbiamo metterci d’accordo su cosa sia violenza. Siamo di fronte ad un modello sociale che pratica violenza, mica solo quella delle manganellate nelle piazze, ma quella praticata quotidianamente quando riduce sei milioni di italiani in una condizione di povertà. E attenzione, perché anche sul concetto di povertà bisogna fare chiarezza. Oggi la povertà non è lo stato di inedia, il non poter mangiare, come nei secoli passati (e ci sono anche quei casi). Si entra in condizioni di deprivazione insopportabile molto prima di arrivare all’inedia.

Oggi essere poveri significa non potersi permettere quella che tutti consideriamo una vita normale. Non potere usare, non dico l’auto per andare al lavoro, ma non potersi permettere neppure i costi del trasposto pubblico; non riuscire a curarsi, non potere acquistare i libri per studiare perché l’affitto si mangia tutto. Dover sopportare, senza difesa alcuna, le folli temperature create dal cambiamento climatico. Essere tagliati fuori dalla comunicazione, dall’utilizzo della Rete per eseguire le normali azioni necessarie alla vita quotidiana (senza non puoi neppure consultare i referti del fascicolo sanitario). I poveri in larga misura sono certo i giovani e le donne, ma non sono più solo i disoccupati, in gran parte sono quelli che hanno un lavoro povero e precario. E poi ci sono loro “gli invisibili”, quelli che racconta Zerocalcare. I ragazzi senza volto, senza nome, delle periferie metropolitane, in equilibrio precario con la microcriminalità, che hanno come unica forma di aggregazione il “branco”. Loro non sono andati in piazza con gli studenti. Non hanno una consapevolezza politica. Sono solo maledettamente incazzati. Hanno una rabbia sorda e vedono scorrere sugli schermi degli smartphone un modo di ostentazione, di opulenza. Hanno sentito il soffio della rivolta e ci sono entrati dentro, portandoci quello che hanno: rabbia e violenza cieca. Un corpo estraneo rispetto agli studenti? Forse sì e forse no. Perché ad essere vittima di un sistema feroce è una generazione alla quale, in un modo o nell’altro, questo modello economico ingiusto e fallimentare, sta sottraendo il futuro.

Le auto bruciate, i monumenti oltraggiati, le vetrine sfondate, il saccheggio dei negozi sono reati e certo non possono essere ignorati come tali. Ma abbiamo ignorato e ignoriamo da troppi, troppi anni il saccheggio che il mercato ha fatto della vita degli individui. Chi è stato al vertice del sistema politico ed economico è colpevole esattamente come i ragazzi fuori di testa che spaccano tutto. E non è che l’inizio…

La tensione è ormai colma non solo nel mondo giovanile. Al sud i camionisti hanno bloccato tutto e se non avranno rassicurazioni (non credo basteranno le solite mancette) la protesta è destinata a durare e paralizzerà il Paese, lo stesso per gli agricoltori rapinati con prezzi da fame dei loro prodotti dalla grande distribuzione, che li rivende a peso d’oro sui banchi e poi ci sono i lavoratori che ogni giorno sono sempre più impoveriti dall’inflazione e ballano pericolosamente sulla soglia di povertà. La saldatura tra tutto questo e la rabbia giovanile è prossima. La pentola è in pressione e sta già fischiando.

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A Parma la ‘ri-volta’ mancata: allo sciopero degli studenti non si presenta nessuno

Venerdì 16 ottobre, la peggiore politica ha esaltato le “minacce” rincorse in chat. L’ha definita una concreta possibilità di “rivolta”, alimentando un clima di tensione e paura per lo sciopero indetto il giorno successivo, sabato 17. Le testate online gli hanno dato fiato. Mi confronto con insegnanti e genitori e tutti mi confermano il timore diffuso fra genitori e studenti. C’è già chi ha deciso di stare a casa e chi, da scuola, addirittura invita a rimanere a casa.

I “rivoltosi” indicano in chat i punti precisi in cui avverrà la “rivolta”. Parma è piccola, basta un giro di pedale e sei già arrivato. La mattina di sabato mi faccio un giro, non voglio perdermi lo spettacolo e sarà desolante: più deserti dei due luoghi nevralgici saranno le aule vuote, i corridoi all’intervallo privi di vita, le foto degli insegnanti che mi comunicano che non s’è presentato nessuno. Solo davanti a un liceo qualche decina di studenti apre uno striscione, blocca per alcuni minuti la strada (dio mio!) e urla cose “strane”: no soldi alle armi, sì alla scuola. Giovani che vogliono studiare, pensare con la loro testa: è una minaccia?!

Era un sabato, poniamo che qualcuno abbia fatto fogone (bigiato, fatto sega, ecc), che qualcuno sia stato convinto dai genitori, che altri ancora si siano spaventati… quanto accaduto ha una matrice e ha funzionato: soffiare sul fuoco della paura affinché condizionasse la libertà dei giovani, rinunciando al diritto di sentirsi liberi e scoprendosi tanto fragili da non avere dubbi. Non c’è stata nessuna rivolta, ma la rivoltante strategia ha fatto breccia nella fragilità di una città, di una reazione istituzionale morbida, di un’assenza di assessorati dedicati ai giovani. Cosa accadrà la prossima volta, quando gli studenti, stanchi di vedere soldi bruciati in guerra, aule fatiscenti, classi pollaio, chiederanno ancora il diritto allo studio, uno straccio di Costituzione ancora, cosa accadrà? Nello zaino di uno di questi sarà nascosta una bustina? O scambiata la merenda con una bomba carta?

E’ questo che stiamo sottovalutando e che mi fa più paura, ma non mi paralizza: la possibilità che la prossima volta qualcuno possa nascondere una bottiglia infiammabile in palestra. In fondo è facile e non è nemmeno una novità.

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Protestare è un diritto, devastare è inaccettabile. Ma non c’entra solo l’ordine pubblico

Preoccupa ed inquieta profondamente che un Paese si accorga dei giovani soltanto quando scendono in piazza per manifestare, e la protesta diventi soltanto un problema di ordine pubblico, per cui l’unica preoccupazione è quella di reprimere comportamenti violenti commessi da minori, talora di undici o dodici anni.

Da Parigi a Milano, da Tirana a Bruxelles, le proteste per la scuola e l’università portano in superficie una rabbia che non nasce in una notte. Gli scontri e gli episodi di teppismo minorile sono solo la parte visibile del problema. Sotto la cenere cova un disagio psicologico, culturale e sociale, che la politica, a tutti i livelli ed ormai da troppo tempo, sembra incapace, o poco interessata, ad affrontare. Sia chiaro: protestare è un diritto, devastare è inaccettabile. Incendiare cassonetti, distruggere le vetrine dei negozi e aggredire le forze dell’ordine non ha niente a che fare con il dissenso espresso in maniera civile, perché è pura violenza, e chi la commette deve risponderne in base alle leggi vigenti. La rabbia non è una giustificazione e la disperazione non cancella le responsabilità individuali.

Tuttavia, fermarsi alla condanna dei teppisti, senza interrogarsi sulle ragioni di tanta aggressività, significa scegliere la strada più comoda, ma anche quella più deresponsabilizzante e meno utile.

Da dove nasce questa violenza? Perché una parte dei giovani sembra aver smarrito il confine tra protesta e distruzione? Quanto pesano il disagio psicologico, la solitudine, la frustrazione e la sensazione di essere esclusi da una società che promette opportunità ma distribuisce privilegi e rivela profonde ingiustizie ? E quale ruolo hanno le carenze educative, familiari e sociali, quando mancano punti di riferimento, ascolto e capacità di gestire i conflitti? Sono queste le domande alle quali si dovrebbe rispondere, sebbene non esistano risposte semplici e ricette miracolose, né una spiegazione valida per tutti.

Ma fingere che siano soltanto problemi di ordine pubblico è un modo per non vedere ciò che accade. Famiglie e scuole in difficoltà, lavoro precario, redditi insufficienti, affitti proibitivi, ma soprattutto sfiducia e diseguaglianze crescenti alimentano la percezione di un futuro bloccato. Se studiare non garantisce autonomia e impegnarsi non sembra servire, quale fiducia può restare nelle istituzioni?

C’è poi una contraddizione che merita una riflessione severa. Viviamo in una società che misura il successo attraverso il denaro, il consumo, la visibilità ed il possesso, ma spesso investe troppo poco in cultura, educazione, pensiero critico e partecipazione. Ai giovani vengono mostrati modelli di benessere immediato, mentre si restringono gli strumenti concreti per raggiungerlo. Quando le aspettative crescono e le opportunità diminuiscono, la frustrazione può trasformarsi in rancore. Non è un destino inevitabile, ma un rischio che non possiamo ignorare.

E che cosa accade quando viene meno anche la speranza di cambiare le cose e gestire le relazioni conflittuali attraverso il dialogo ed il rispetto dell’altro, quando le controversie tra gli Stati vengono risolte con la guerra ed il ricorso alla legge del più forte, ed i responsabili di crimini efferati e di reati contro l’umanità rimangono impuniti? Se il voto, il dialogo, lo studio e l’impegno civile appaiono inutili, la protesta rischia di perdere la propria natura politica e di degenerare in una rabbia senza obiettivi, capace soltanto di distruggere. È qui che dovrebbe cominciare la riflessione collettiva, non finire con l’ennesimo bollettino degli arresti e delle condanne di rito.

Chi governa deve garantire la sicurezza, ma non può usare gli scontri come alibi per sottrarsi alle proprie responsabilità. E le famiglie, la scuola, i media e l’intera società devono fare la loro parte e chiedersi quale educazione stiano offrendo alle nuove generazioni e quali esempi stiano trasmettendo. Reprimere i comportamenti illegali è necessario; investire nell’istruzione, nella salute psicologica, nelle opportunità e nella mobilità sociale lo è altrettanto. Perché una società che risponde alla rabbia soltanto con la forza può forse contenere l’emergenza, ma non eliminarne le cause.

La domanda, allora, è scomoda: vogliamo soltanto riportare la piazza al silenzio o vogliamo capire perché la maggior parte dei giovani non crede più nel futuro? Perché quando la speranza si spegne, la cenere può sembrare fredda, ma sotto il fuoco continua a covare, e prima o poi esplode.

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