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Cuba, catastrofe sociale e umanitaria

Gli errori compiuti negli ultimi decenni dal Partito Comunista di Cuba e il criminale e pluridecennale embargo statunitense, rinvigorito e rafforzato negli ultimi mesi da Marco Rubio a nome dell’amministrazione statunitense stanno portando Cuba verso la catastrofe sociale e umanitaria.

Segue nostro Telegram.

Oggi Cuba è intanto un’isola spopolata. Di dodici milioni di cubani, almeno un milione e mezzo se ne erano già andati prima del 2020 e due milioni e mezzo hanno abbandonato l’isola tra il 2021 e il 2026, massimamente attraverso il Nicaragua, nazione che dalla primavera del corrente anno ha interrotto l’accesso senza visto per i cubani. Oggi nell’isola son dunque rimaste solo otto milioni di persone.

Ad andarsene sono stati principalmente i giovani, tra i venti e quarant’anni, per altro altamente qualificati in ragione dell’istruzione gratuita, possibile fino all’università grazie al socialismo. Una dipartita che compromette di fatto il futuro dell’isola a prescindere dagli sviluppi futuri, avendo questa situazione determinato la perdita di almeno una generazione. I più maligni oppositori dicono che questi giovani “abbiano votato con i piedi”, ovvero abbiano espresso la loro lontananza dal sistema socialista andandosene, certamente la drammatica aggressione economica statunitense ha avuto negli anni un peso rilevante nel convincerli a cercare altrove maggior fortuna.

Tuttavia oggi a Cuba i problemi si moltiplicano, anche perché le rimesse da parte dei parenti all’estero sono azzerate o quasi. Soprattutto perché in molti casi hanno smesso di arrivare, bloccate dal terrorismo bancario esercitato con brutale coercizione dal Tesoro statunitense contro tutte le banche di qualsiasi nazione, per cercare di strangolare più ancora che l’economia dell’isola già al collasso, i cubani stessi, secondariamente perché se non si hanno cinquanta dollari per comprarsi una gallina, si devono spendere tre dollari per acquistare un uovo. Con uno stipendio medio di dodici dollari un medico o un professore dovrebbe vivere con un uovo a settimana e nulla più, una pensionata o un pensionato con tre uova al mese. Lo storico sistema della “livreta”, che garantiva almeno riso e fagioli neri per tutti, è totalmente collassato e le mense per i bisognosi recentemente istituite dal governo sopperiscono al dramma alimentare solo parzialmente e nelle situazioni più estreme, in particolare per gli anziani indigenti.

Di più, nell’isola non c’è mai stata povertà. Probabilmente una vita a volte difficile, ma sempre dignitosa. Oggi non è più così, la stretta economica ha imposto una violenta povertà che si sta trasformando in miseria, la quale a sua volta porta alla creazione informale di bande, principalmente di disperati, dedite al saccheggio, per la prima volta dal 1959, inizio della Rivoluzione, Cuba sta diventando un luogo incapace di garantire quella sicurezza che è sempre stata un vanto, una certezza e un orgoglio per i cubani.

La stretta sul petrolio e sul carburante ha conseguenze devastanti. Da gennaio il blocco marittimo statunitense intorno all’isola e la fine del sostegno petrolifero venezuelano hanno assestato un colpo distruttivo e incalcolabile, il cui danno, prima ancora che economico, è  umanitario.

Non solo è del tutto impossibile la raccolta dell’immondizia, venendo ora bruciata a sera negli angoli delle strade, dopo che alcuni anziani vi hanno rovistato alla ricerca di un poco probabile companatico, ma neppure i vigili del fuoco o le forze dell’ordine hanno più benzina, meno che mai i trattori in campagna, le macchine estrattive nel settore minerario, le ambulanze nelle città. Si va in ospedale con il carretto trainato dal cavallo, ammesso che ci sia il cavallo, se si sta in campagna solo il medico locale può intervenire, ovviamente come può e con gli strumenti che ha.

Peggiore la situazione negli ospedali, la mancanza di medicine, l’assenza di elettricità, visto che le centrali elettriche regionali a diesel oggi sono tutte e del tutto ferme, la mancanza di carburante per i generatori di emergenza interni alle strutture sanitarie, hanno spento le sale operatorie e non solo, con il tramonto tutti i reparti non possono che passare nella modalità del riposo in attesa dell’alba successiva. Si opera come prima dell’avvento dell’elettricità agli albori del Novecento, con la volontà, l’intelligenza medico – scientifica e l’abnegazione del personale medico e sanitario cubano, che è e resta tra i più preparati e generosi del mondo, come migliaia di missioni di solidarietà in ogni angolo della terra hanno sempre dimostrato. Tuttavia questo non impedisce che persone di tutte le età, dai bambini agli anziani, muoiano per assenza di cure e di medicamenti.

Si moltiplicano le notizie di personale medico e infermieristico il quale, straziato da questa silenziosa carneficina imposta dal violento ed estremo embargo di questi ultimi mesi, decide di abbandonare il lavoro tra le lacrime per una comprensibile crisi psicologica ed emotiva dovuta all’impotenza e all’impossibilità di assolvere al lavoro sanitario. Un dramma nel dramma, del tutto comprensibile, ma non meno straziante.

I blocchi contro le compagnie aeree, l’assenza di cherosene per ripartire una volta atterrati all’Avana, la possibilità incerta di trovare forse un ciclo – taxi per raggiungere il centro della capitale, pagandolo non meno di cinquanta dollari, che è diventato il prezzo al mercato nero di un litro di benzina per le automobili, di fatto del tutto scomparse dalle strade, più ancora che negli anni del “Periodo especial” negli anni ‘90 del XX secolo, quando almeno ambulanze, automobili della polizia, camion della raccolta dei rifiuti ancora circolavano, hanno azzerato il turismo, stroncando tutte le sue ricadute economiche, a partire dal rum e dai sigari, portando alla definitiva cancellazione di Cuba dalle mete dei viaggi organizzati, prima provenienti da ogni parte del globo terracqueo.

Le campagne, già di loro poco produttive, finiti i fertilizzanti e i pesticidi, fermi i trattori, sono del tutto incapaci di soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione. L’autosufficienza e i tre raccolti annui, mirabilmente e mirabolantemente promessi dagli infuocati discorsi di Fidel Castro nei primi anni della Rivoluzione non solo non si sono mai realizzati, ma con la fine dell’Unione Sovietica e l’apertura al turismo, con l’opportunità in quel tempo di reperire alimentari a prezzi contenuti sul mercato globale e globalizzato, hanno portato allora a non valutare a pieno la necessità di implementare, modernizzare, rafforzare il settore primario, che resta sempre e comunque decisivo per ogni nazione. La produzione è del tutto deficitaria, da qualche mese affidata alla buona volontà di chi lavora la terra, sostenendosi adesso con un vecchio aratro di legno e un mulo o un asino, quando va bene e se c’è, a tirarlo.

Gli zuccherifici sono fermi, così si è tornati a raccogliere la canna da zucchero con il machete e la molitura si realizza con i macchinari se si trova un po’ di benzina e soprattutto i pezzi di ricambio di fatto irreperibili, un’altra disgrazia che comporta continui guasti, all’occorrenza si provvede con i muli che girano le antiche macine di pietra, se son rimaste nei cortili delle aziende. Come se non bastasse il criminale embargo, ecco che i disastri naturali hanno dato il loro nefasto contributo al disfacimento dell’agricoltura cubana, i violenti uragani che hanno devastato l’isola in questi ultimi anni hanno colpito decine di migliaia di ettari di colture, massimamente di canna da zucchero, uccidendo anche decine di migliaia di animali da allevamento. Metà degli zuccherifici per cronica obsolescenza sono stati chiusi con l’avvento del nuovo secolo, molti contadini e operai del settore, qualificati e specializzati grazie all’eccellenza dell’istruzione agraria cubana, hanno abbandonato l’isola trovando facilmente lavoro in tutte le nazioni ispanofone del continente americano.

Il devastante disastro di tutta questa situazione ha di fatto compromesso totalmente la produzione zuccheriera. Nell’anno 1989, l’ultimo del campo socialista e del COMECON, i cubani hanno prodotto otto milioni di tonnellate di zucchero grezzo, mai raggiunte prima e mai più eguagliate dopo quella data, anche perché allora gli zuccherifici funzionanti erano oltre un centinaio e oggi una decina. Ancora nel 2019, anno pre – covid, la produzione ha toccato un milione di tonnellate. Nel 2025, a fronte di una programmazione statale di un quarto di milione di tonnellate, l’isola è riuscita a raccogliere e produrre solo 150mila tonnellate di zucchero, il dato più basso dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero a partire dal 1875. Per l’anno in corso 2026 sono difficili le stime, ma vi è la certezza di un evidente calo, con il rischio di un clamoroso e drammatico dimezzamento della produzione del 2025.

Tutta l’attività estrattiva è quasi ferma, se si può forse ancora arare un campo con un zappa, diventa difficile nel 2026 immaginare di scendere in miniera con un piccone. I macchinari di perforazione, estrazione e trasporto in superficie senza carburante restano all’aria aperta a prendere ruggine.

Le ricchezze minerarie non sono poche: nichel in provincia di Holguín, cobalto con riserve tra le più rilevanti a livello globale, cromo nella provincia di Camagüey e destinato all’industria metallurgica e alla produzione di acciaio inossidabile anch’esse del tutto bloccate mancando l’energia per far funzionare le fabbriche, zinco e piombo destinati a una implementazione estrattiva mai avvenuta per gli evidenti motivi di embargo e scarsità di manodopera, che anche in questo caso spesso ha lasciato l’isola.

A fronte di tutto questo l’attaccamento del popolo cubano alle sue istituzioni è ammirevole, al pari dell’amicizia e della solidarietà di nazioni come la Russia e la Cina, quest’ultima capace in questi difficili circostanze di intraprendere una fenomenale campagna di implementazione della capacità di raccolta dell’energia solare attraverso i pannelli fotovoltaici.

Tuttavia la situazione è drammatica e resta difficile elucubrare ipotesi politiche per il futuro, rendendo possibile paventare scenari di ogni sorta.

Resta la tragedia di un un popolo incolpevole, martirizzato dall’imperialismo statunitense per evidente e irriducibile odio politico.

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Russia will not abandon agreements with Iran, Lavrov declares in visit to Tehran

During a high-level visit to Tehran earlier this week, Russian Foreign Minister Sergey Lavrov expressed his country’s official position demanding a restoration of the pre-war situation in the Persian Gulf region and guarantees that there will be no return to war against Iran in the future.

Lavrov also claimed that his country was ready to assist in “searching for mutually acceptable solutions to resolve” the “artificial” crisis created by “unprovoked US-Israeli aggression” against Iran.

Later on Wednesday, Russian President Vladimir Putin repeated the offer of mediation during the visit of Steve Witkoff, the White House’s special envoy to the Middle East, to Moscow.

Lavrov, who visited Iran on Monday, October 18, also reiterated the Russian position that Iran’s responses to US aggression was justified and legitimate and claimed his country has provided whatever political and economic assistance it could to help it face the repercussions of the unlawful US-Israeli war.

Lavrov’s statement could be seen as a rebuttal to US President Donald Trump, who appreciated Russia’s supposed neutral role in Iran during the eight-month-long war.

Trump claimed it was a “positive” development that Russia did nothing to help and was even “laying off Iran” as the US is hitting Iranians economically and militarily.

Trump was forced to withdraw some of its sanctions on Russian energy exports, imposed from 2024, in his bid to secure an energy deal earlier this month.

Trump’s move is largely seen as an attempt to lower the impact of the rising gas prices on the prospects of Republican candidates before the upcoming midterm elections.

Lavrov, however, cited the Russian veto in the UN against the US attempts to justify its military aggression against Iran, providing humanitarian aid including medicine, other medical supplies and food during the war also claiming that such aid is continued to be “delivered regularly.”

Iranian President Masoud Pezeshkian also appreciated the Russian help during the war and expressed his country’s desire to further deepen cooperation between the two countries.

Iran and Russia signed and implemented a 20-year Comprehensive Strategic Partnership Treaty last year. The treaty has provisions of close coordination on issues related to economy, geo-politics, and security.

Lavrov pointed out the growing bilateral trade between the two countries in the last two years, despite the war and sanctions they are both facing. According to him, in the first eight months of the present year, the bilateral trade between Russia and Iran grew 10% in comparison to the same period last year.

Lavrov also informed that Russian scientists who were withdrawn from Iran’s Bushehr nuclear power plant during the war have started returning gradually.

Russia and Iran are closer than ever

Iranian Foreign Minister Abbas Araghchi claimed that bilateral relations and cooperation between Russia and Iran has never been as good as it was today.

While addressing a joint press conference with Lavrov in Tehran on Monday, Araghchi reiterated that both the countries maintain close cooperation and consultation on all regional issues, including Iranian relations with the US.

He claimed that the two countries agree that the instability and disruption in the Persian Gulf and the Strait of Hormuz is a result of unprovoked US-Israeli aggression and that they share the vision of a diplomatic solution to all outstanding conflicts.

Talking about their mutual understanding about regional issues, such as Lebanon and Palestine, Araghchi claimed that both Russia and Iran agree the “genocide of the Palestinian people and the Israeli regime’s dangerous expansionism in the region must stop.”

Lavrov alleged that some countries are trying to push the Palestinian issue to the background, which should not be allowed. He stated that both Iran and Russia would push for the implementation of all relevant UN resolutions because it is “crucial to intensify efforts to resolve the Palestinian issue.”

Lavrov also demanded an end to all Israeli hostilities in Lebanon and peace in Yemen, demanding the full implementation of all relevant UN resolutions and previous understandings.

Lavrov rejected US threats of secondary sanctions over its relationship with Iran, claiming “despite the challenging situation … Russia has no intention to abandon the implementation of economic and investment agreements with Iran.”

As a part of its ongoing war, the Trump administration had announced the complete economic isolation of Iran in August, threatening secondary sanctions against all the countries who still maintained economic relations with it.

Only a handful of countries, such as the UAE, have announced compliance with the US attempts to economically isolate Iran so far.

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‘Palestine is about land’: Tanzania’s peasant farmers stand with Gaza and Havana

On the opening day of its National Smallholder Farmers’ Conference and 31st Annual General Meeting (AGM), held from September 29 to October 1, MVIWATA, Tanzania’s national network of smallholder farmers’ groups, set aside time during a program on land, seed, and markets to state solidarity with the peoples of Palestine and Cuba, with the ambassadors of both countries present in the hall.

“We, the members of MVIWATA, who have convened in Morogoro for our 31st Annual General Meeting, wish to give a brief statement in support of the people of Palestine and the Cuban people,” read Theodora Pius, MVIWATA’s head of program, opening the statement. The organization said it was “extremely angered by the ongoing genocide of the Palestinian people” and “frustrated to see an open silence on war crimes that happen every day against the people of Palestine by the State of Israel and its allies.” It said its solidarity was with all of Palestine, “not only in the Gaza Strip.”

The statement then turned to Cuba, denouncing more than 60 years of US-imposed blockade, it said, imposed because Cubans exercised their freedom to choose their own political system, and went on to articulate what the blockade now means: “no electricity, no fuel, no medicines, no food.” Despite this, the statement said that the Cuban people have continued to send their expertise (doctors above all) to support life in other countries.

The Cuban Ambassador, Yordenis Despaigne Vera, addresses delegates attending the National Smallholder Farmers’ Conference and the 31st Annual General Meeting of MVIWATA.

The Cuban Ambassador, Yordenis Despaigne Vera, thanked the smallholder farmers and described the current stage of the blockade as an energy war. United Nations agencies reinforce this characterization. By May, the Cuban people were living with daily blackouts of up to twenty hours, and more than 100,000 patients, including 11,000 children, were waiting for operations delayed by power cuts and shortages. Cuba’s own health ministry recorded infant mortality rising from 7.1 to 9.9 deaths per thousand live births between 2024 and 2025. The ambassador called the United States program “a silent genocide” and said Tanzania’s government and people had stood with Cuba throughout. A week earlier, at the UN General Assembly, Tanzania’s Vice-President had reaffirmed the country’s “unwavering solidarity with Cuba” against unilateral sanctions. Last October, the Assembly voted 165 to 7, with 12 abstentions, to demand an end to the blockade; Tanzania voted in favor.

The Palestinian ambassador, Salam Abu Sharar, addressed the room of farmers. Land, he said, is close to the hearts of the Palestinian people and of MVIWATA alike, and the question of Palestine “is not about religion; it is about land.” In a hall where the first working session opened with the words “land is life, land is not a commodity,” he spoke the delegates’ own language: the struggle of Tanzania’s peasants and the national liberation of Palestine are one struggle.

The Palestinian ambassador to Tanzania, Salam Abu Sharar with MVIWATA Chairperson Apollo Chamwela. Photo: MVIWATA

MVIWATA has been here before. Its AGM in Njombe in December 2023 condemned Israel’s genocide in Palestine. In July 2025, it hosted the youth of La Via Campesina in Morogoro, whose declaration ended with “Free Palestine!” Within days of that meeting’s close, Israeli forces bulldozed the seed multiplication unit of the Union of Agricultural Work Committees, the Palestinian farmers’ organization in Hebron, destroying more than seventy local varieties. The same year, MVIWATA and the International Association for Popular Cooperation ran an Africa Bioinputs School in Tanzania, with participants from thirteen countries, including Palestine, learning how farmers make their own fertilizers and pest controls.

On the conference’s final day, the Tanzanian farmers resolved to build their own bank of indigenous seed. In Hebron and in Morogoro, the seed is where the struggle over who feeds whom begins. MVIWATA Chairperson Apollo Chamwela told the ambassadors that the organization stood ready to do for Cuba what it had tried to do for Palestine: collect food if mechanisms for transporting it can be arranged.

MVIWATA is a membership organization of smallholder farmers, founded in 1993 and organized across mainland Tanzania and Zanzibar. It was a meeting with a government minister as its guest of honor. Its statement on Palestine and Cuba came in the same breath as its demands for land, seed, and dignified prices for its members’ produce at home. For these farmers, sovereignty over food and sovereignty over territory are one question, whether the territory is a village in Kilosa or a hillside in Hebron.

The hall closed the statement with a call and response. “Long live Palestine! Long live!” “Viva Fidel! Viva!” “Viva the resistance of the people of Palestine! Viva!”

Photo: MVIWATA

Jonis Ghedi-Alasow is the Coordinator of the Pan Africanism Today Secretariat. 

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From Nolan Wells to Kohen Wiley: racist killings ‘justified’ in Mississippi

Mississippi just said a cop was justified in killing 1-year-old Kohen Wiley, and that no one will be held accountable in the suspicious death of 18-year-old Nolan Wells.

Prince Williams, an organizer with the Party for Socialism and Liberation in North Carolina, and Jaden Foy, a student organizer at NC State, join Zoe Alexandra and Rania Khalek to explain why hundreds of HBCU students across five Southern states walked out of classes on the 60th anniversary of the founding of the Black Panther Party to demand justice for Nolan, Kohen, and all the Black youth robbed of their futures by militarized police. Williams and Foy react to Monday’s ruling that the Senatobia police officer was “justified” in firing into the car where Kohen Wiley sat on his mother’s lap, while responding to a call over the suspected shoplifting of diapers at Walmart.

They draw a line from these deaths to Emmett Till and Mississippi’s long history of racist killings covered up as “accidents.” And they make the case for why the South needs a third reconstruction built by organizing – not just voting.

“Those in power are telling us that the murder of a 1-year-old isn’t criminal… What is criminal conduct in this country?” Watch full episodes of BT Live, join breakthroughnews.org as a member today! #breakthroughnews

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