❌

Reading view

Palazzo Chigi, l’allarme rosso è per il guano: un sistema da 22 mila euro per cacciare piccioni e gabbiani dallo scalone d’onore

Nelle ultime settimane a Palazzo Chigi è scattato un allarme: il guano sullo scalone d’onore che porta la presidente del Consiglio, i capi di Stato esteri e i ministri nelle stanze dorate del governo per bilaterali, incontri e riunioni. Così si è deciso di correre subito ai ripari: un sistema elettromagnetico di dissuasori contro piccioni e gabbiani, padroni incontrastati dei tetti romani, che d’ora in poi riceveranno una scossa a ogni tentativo di sosta. Nella delibera si specifica che l’intervento serve anche per garantire “le condizioni igieniche” dello scalone d’onore.

Costo totale di 22 mila euro tra fornitura, posa del sistema e sicurezza compresa l’Iva. Una delibera firmata in tutta fretta nel giro di venti giorni dai vertici del governo italiano: la richiesta è stata fatta il 10 settembre dal Servizio di gestione immobili e deliberata il 2 ottobre dal dipartimento dei servizi strumentali con assegnazione diretta a una società di bonifiche ambientali e disinfestazioni. Il capitolo di spesa, che peserà sul bilancio di Palazzo Chigi del 2027, è quello che riguarda il “decoro delle autorità politiche”: lo scalone infatti è la passerella di rappresentanza percorsa da capi di Stato, premier stranieri e delegazioni ufficiali.

L'articolo Palazzo Chigi, l’allarme rosso è per il guano: un sistema da 22 mila euro per cacciare piccioni e gabbiani dallo scalone d’onore proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il ritorno dei bomber di provincia: Raimondo e Varela costavano poco e segnano tanto, mentre le big restano a secco

Ci sono voluti 44 anni per ritrovare uno scenario simile in Serie A. Dopo 7 giornate, in cima alla classifica marcatori ci sono gli attaccanti di due neopromosse: Raimondo del Frosinone, capocannoniere solitario con 7 gol, e Varela del Monza, secondo a quota 6 insieme a Malen. Un ribaltamento delle gerarchie che, dopo anni, mette nuovamente in mostra i bomber di provincia. Per trovare un precedente simile bisogna tornare alla stagione 1982-83, quando dopo 7 turni comandavano Penzo del Verona, Berggreen del Pisa e Selvaggi del Torino, tutti con 4 reti.

Da allora, un’attesa lunga oltre quattro decenni. La sorpresa è doppia perché, accanto al ritorno degli attaccanti delle cosiddette “piccole”, c’è anche un altro dato che merita attenzione: il capocannoniere è italiano. Raimondo, classe 2004, è in prestito dal Bologna e fa parte dell’Under 21 allenata da Baldini. La sua eccellente partenza lancia un segnale anche in chiave azzurra, in un momento in cui la Nazionale è alla ricerca di un centravanti capace di garantire continuità realizzativa. Gli ultimi italiani a conquistare il titolo di capocannoniere sono stati Ciro Immobile, con la Lazio nel 2021-22, e Mateo Retegui, con l’Atalanta nel 2024-25.

Sono anche i numeri a raccontare la distanza tra questi protagonisti inattesi e gli attaccanti delle big. Gonçalo Ramos e Hojlund sono fermi a 2 gol, Kolo Muani a uno. Le assenze di Malen nell’ultimo turno e di Lautaro Martinez hanno probabilmente inciso sull’andamento della classifica, ma non bastano a spiegare un divario che coinvolge anche gli altri centravanti più attesi. Il minutaggio, infatti, non giustifica da solo la differenza: Raimondo ha giocato 572 minuti, Varela 509, mentre Ramos è a 625, Hojlund a 460 e Kolo Muani a 629.

A fare la differenza è anche il contesto tattico in cui giocano. Ramos, costato circa 70 milioni di euro, riceve pochi palloni e spesso deve abbassarsi per entrare nel gioco: appena il 9% delle sue giocate avviene nell’area avversaria. Hojlund, riscattato per circa 50 milioni, ha calciato 12 volte, centrando la porta solo in 5 occasioni. I suoi expected goals sono pari a 1,02: con 2 reti, sta già segnando più di quanto suggeriscano le opportunità create. Nel Napoli di Allegri, costruito su una difesa compatta e un blocco basso, il centravanti rischia di rimanere isolato contro i difensori avversari. Hojlund sa attaccare bene la profondità, ma senza lanci e sostegno adeguati fatica a ricevere palloni giocabili. Alla Juventus, invece, Kolo Muani viene impiegato da boa, un ruolo poco adatto alle sue caratteristiche. Le prestazioni migliori sono arrivate da ala d’attacco, posizione nella quale, però, la concorrenza è più ampia.

C’è poi il fattore economico. Ramos è costato circa 70 milioni di euro, Hojlund e Kolo Muani circa 50 milioni ciascuno. Varela, classe 2005, è arrivato dal Benfica per 2,5 milioni. Raimondo, invece, sta sfruttando il prestito dal Bologna per ritagliarsi uno spazio da protagonista. Per la punta gialloblù, adesso, il banco di prova sarà la continuità. Le prossime convocazioni per la Nations League potrebbero rappresentare un’occasione per attirare l’attenzione del commissario tecnico Roberto Mancini, e per capire se il suo avvio di stagione possa tradursi in una candidatura concreta per la Nazionale maggiore. Il campionato è ancora lungo, ma il messaggio delle prime 7 giornate non poteva essere più chiaro: i bomber di provincia sono tornati a farsi sentire e, in cima alla classifica, c’è un italiano che prova a prendersi la scena.

L'articolo Il ritorno dei bomber di provincia: Raimondo e Varela costavano poco e segnano tanto, mentre le big restano a secco proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Perché in Sicilia gli scaffali dei supermercati si stanno svuotando

Chi ha girato in certi supermercati siciliani, nelle ultime quarantotto ore, ha trovato un quadro apocalittico. Sembra di essere tornati al lockdown, quando la gente svaligiava tutto, oppure in qualche repubblica dell’Est che ogni tanto si intravedeva nei telegiornali di una volta. Resistono le penne lisce, tanto per cambiare. Le acque frizzantissime. E i panettoni. Il necessario scarseggia, ma le piramidi natalizie sono già al loro posto. A ottobre possiamo scegliere come festeggiare dicembre. Per il pranzo di oggi ci stiamo organizzando. «Il popolo chiede pane, dategli le brioche». La frase attribuita a Maria Antonietta è apocrifa: non ci sono prove che la regina l’abbia mai pronunciata. Alla regina dobbiamo una rettifica. Ai siciliani, una spiegazione.

Il fermo dell’autotrasporto siciliano è cominciato il 16 ottobre contro il caro gasolio e l’aumento dei costi dei collegamenti marittimi. Le richieste del Comitato trasportatori siciliani comprendono lo sblocco di circa 104 milioni di pagamenti arretrati, nuovi fondi per il trasporto via mare e crediti d’imposta sul carburante da rendere utilizzabili. Una parte della vertenza riguarda soldi annunciati o attesi che devono ancora diventare disponibilità effettiva. La pompa di benzina, nel frattempo, non accetta dichiarazioni d’intenti.

Sotto la parola «autotrasportatori» convivono aziende organizzate, grandi operatori della logistica e piccoli proprietari che spesso guidano personalmente il camion. Il pieno si paga in tutti i casi, ma la capacità di assorbire le perdite, aspettare un contributo e farsi ricevere dal ministro cambia parecchio. Sono giorni di picchetti a Palermo e agli accessi autostradali nel Messinese e nel Catanese, trasportatori fermati mentre cercano di consegnare e due episodi di pneumatici tagliati.

È anche una guerra tra poveri: su chi verrà aiutato per primo. Il piccolo autotrasportatore teme che gli incentivi al trasporto marittimo rafforzino gli operatori più strutturati senza risolvere il proprio conto del gasolio. Gli agricoltori chiedono di entrare nella trattativa. La rivolta ha le sue delegazioni, le sue correnti e perfino la sua sala d’attesa.

Intanto i costi si allargano. Confcommercio Sicilia stima tra quaranta e cinquanta milioni di euro di danni per la grande distribuzione e la filiera del fresco nell’arco di cinque giorni. Le difficoltà raggiungono anche i servizi. Cancellate, per mancanza di carburante, diverse corse di bus interurbani; rallenta nelle grandi città la raccolta differenziata per i mezzi fermi.

Il problema entra così nella giornata di chi deve andare a scuola, raggiungere il lavoro, buttare la spazzatura. La forza dei trasportatori sta nella dipendenza collettiva dal loro lavoro. Il limite della protesta sta nel fatto che ogni giorno aggiuntivo distribuisce perdite anche tra persone che hanno gli stessi problemi di reddito.

Le immagini di questi giorni restituiscono un’Italia spaccata in due. Nelle grandi città del Nord vediamo soprattutto i giovani in piazza; sulle strade e nei porti del Mezzogiorno, i camion. Le manifestazioni studentesche sono nazionali, arrivano anche nelle città meridionali, ma la scena pubblica sembra assegnare a ciascuno una parte: ai ragazzi gli striscioni, ai padroncini i semirimorchi.

Le richieste rimangono diverse. Nei cortei si parla di scuola, casa, affitti e costo della vita. Nei piazzali si calcola quanto costa un viaggio e quanto resta dopo averlo compiuto. Il punto di contatto è la difficoltà di costruire un’autonomia: per chi deve ancora cominciare e per chi lavora da una vita. Un ragazzo vorrebbe potersi permettere di uscire di casa. Un piccolo imprenditore vorrebbe potersi permettere di uscire dal piazzale. Entrambi scoprono che muoversi costa più di quanto riescano a sostenere.

Il calendario rende questa pressione ancora più scomoda per chi governa. Siamo nell’ultimo anno della legislatura nazionale e nell’avvicinamento alla scadenza ordinaria di quella siciliana: l’orizzonte delle Politiche e delle Regionali è il 2027. Le date non sono ancora fissate, ma le elezioni sono già entrate nelle decisioni dei partiti. Per i trasportatori è un vantaggio contrattuale. Un banco del fresco vuoto porta il malcontento in luoghi che nessun comizio raggiunge: davanti alla lista della spesa, mentre una famiglia decide a cosa rinunciare.

Renato Schifani annuncia interlocuzioni. Ha avuto un colloquio con Matteo Salvini, che è stato, nelle sue parole, «assolutamente positivo». La Regione promette risorse contro il caro carburante nelle variazioni di bilancio all’esame dell’Ars. La disponibilità è stata comunicata. Adesso servono misure, destinatari e tempi.

Nella stessa manovra, insieme agli interventi per famiglie e imprese, resiste il Fit, Fondo per gli investimenti territoriali. Acronimo asciutto, ripieno abbondante: cinquanta milioni di euro per il 2026, confermati dall’analisi del Servizio Bilancio dell’Ars aggiornata al 19 ottobre. Il fondo è ancora nel testo in discussione. I destinatari previsti sono enti pubblici ed enti ecclesiastici. Gran parte degli interventi viene individuata attraverso un ordine del giorno parlamentare; altre quote sono riservate ai soggetti rimasti fuori, attraverso domande e progetti. Il rischio politico è evidente: il bisogno di un territorio finisce per pesare anche in base alla capacità del suo deputato di farlo entrare nell’elenco.

Un Comune, una parrocchia, un impianto sportivo possono avere progetti utilissimi. Dovrebbero poterlo dimostrare attraverso criteri pubblici e priorità verificabili. Il valore di un’opera dovrebbe risultare dal progetto. La riconoscenza verso l’onorevole non dovrebbe essere una voce del quadro economico.

Le opposizioni chiedono di cancellare il fondo o di assegnarlo con un avviso pubblico. L’opposizione propone di usare le risorse per famiglie e imprese colpite dal caro carburante e contesta la priorità di interventi come i campi di padel proposti nelle ultime settimane. La Sicilia può certamente coltivare ambizioni sportive. In questo momento avrebbe anche qualche problema con la spesa.Cinquanta milioni non risolvono da soli la crisi dell’autotrasporto. Scegliere come impiegarli, però, rende visibile la gerarchia delle urgenze.

La casta siciliana continua così a preparare le proprie brioche farcite mentre chiede pazienza a chi deve riempire il serbatoio. Ai cittadini si spiegano i vincoli. Per il collegio elettorale si cerca una soluzione. Alla piccola impresa si promette un’interlocuzione. Per l’intervento sponsorizzato si prepara un ordine del giorno.

Dentro la protesta c’è una domanda che riguarda anche chi non possiede un camion: quanto bisogna fermare, o chi bisogna conoscere, per essere ascoltati? Se la risposta arriva soltanto dopo un porto bloccato o attraverso una mediazione politica, il disagio diventa una gara tra chi può produrre più danni e chi ha il contatto migliore. Il radicchio, intanto, è finito. I panettoni resistono. Sulle brioche di Maria Antonietta non abbiamo prove. Sui cinquanta milioni delle nostre sicilianissime brioche abbiamo un disegno di legge.

L'articolo Perché in Sicilia gli scaffali dei supermercati si stanno svuotando proviene da Linkiesta.it.

  •  
❌