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Piano nazionale energia e clima: fra ritardi e sprechi, l’Italia ha raggiunto appena il 15% degli obiettivi al 2030

20 October 2026 at 11:01

Le emissioni tornano a crescere e, per rispettare gli impegni europei, l’Italia deve ora tagliare – in appena cinque anni – circa un quarto di quelle nazionali. Mancare gli obiettivi potrebbe costare tra 3,8 e 5,7 miliardi di euro. Le risorse pubbliche per la transizione restano inutilizzate o vengono disperse, mentre trasporti ed edifici sono i settori più in ritardo. Già, perché circolano 445mila auto elettriche, contro un obiettivo di 4,3 milioni al 2030 e perché negli edifici la quota di rinnovabili termiche è ferma da cinque anni, mentre del Fondo nazionale per l’efficienza energetica sono stati utilizzati solo 18 milioni di euro su quasi trecento. Nel frattempo, in vista della neutralità climatica al 2050, l’Italia non ha neppure una strategia di uscita dal gas. Sono alcuni degli elementi principali del progress report annuale presentato dal think tank Ecco sul Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec) dell’Italia. Il risultato? “Nonostante l’avvicinarsi del 2030, la transizione energetica in Italia rallenta e l’Italia è al 15 per cento nel raggiungimento degli obiettivi”. “Il ritardo nella transizione lo paghiamo due volte: in bolletta e nei conti pubblici, fino a 5,7 miliardi di euro per compensare le emissioni in eccesso” spiega Chiara Di Mambro, direttrice Strategia Italia e Europa di Ecco, secondo cui “la Legge di bilancio può cambiare rotta” a patto che su usi la flessibilità concessa da Bruxelles “per elettrificare i consumi e iniziando a riequilibrare tasse e oneri che oggi rendono l’elettricità più cara del gas”.

Quanto ci costerà la crescita delle emissioni

Nel 2025, le emissioni di gas serra sono tornate a crescere, di circa 9 milioni di tonnellate di Co2 equivalente (MtCO2eq) rispetto al 2024. Per rispettare gli impegni europei al 2030, l’Italia deve ancora ridurre le proprie emissioni di circa 95 milioni di tonnellate di CO2 equivalente rispetto ai livelli del 2025. Gli obiettivi europei di riduzione per trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti e piccola industria (tutti settori sottoposti al Regolamento Effort Sharing perché esclusi dall’Ets, il mercato europeo del carbonio) sono vincolanti per il Paese. Con l’attuale ritmo di riduzione delle emissioni, però, l’Italia rischia di mancare tali obiettivi. Secondo le proiezioni Ispra, infatti, tra il 2021 e il 2025 il Paese ha già accumulato un eccesso per circa 30 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, destinato a salire a 39 entro il 2030. Questo può comportare un rischio di spesa stimato tra 3,8 e 5,7 miliardi di euro per l’acquisto di diritti di emissione. Nel frattempo, le risorse pubbliche impiegate nella transizione vengono disperse a causa di quello che Ecco definisce “un incoerente meccanismo di governance delle politiche energia e clima” e per la mancanza di una chiara strategia di finanziamento. Il Piano nazionale di Ripresa e resilienza si chiude con il 45% dei fondi per la transizione effettivamente spesi. Dei 18,2 miliardi di euro incassati dalle aste Ets tra il 2012 e il 2024, solo il 9% dei proventi è andato a misure per il clima, secondo le rendicontazioni pubbliche. “Bisogna poi anticipare il finanziamento del Piano Sociale per il Clima, che vale oltre 9 miliardi di euro ma non sarà operativo prima del 2027 – spiega Chiara Di Mambro – sono risorse che servono subito alle famiglie più esposte al caro energia”.

Trasporti ed edifici sono i settori più in ritardo

I trasporti sono il primo settore per emissioni, con oltre il 30% del totale. Circolano 445mila auto elettriche, contro un obiettivo di 4,3 milioni al 2030. Gli incentivi dedicati all’elettrico hanno portato le immatricolazioni al 9% tra la fine del 2025 e il 2026, contro il 22% della media europea. Finiti a giugno, il mercato è tornato ai livelli precedenti. Le risorse oggi disponibili sono poche e disperse tra più tecnologie. Per quanto riguarda gli edifici, invece, la quota di rinnovabili termiche è ferma da cinque anni e la direttiva Case Green tanto osteggiata dal Governo Meloni non è ancora stata recepita. Inoltre, gli strumenti che sembrano funzionare meglio sono sottofinanziati: il Conto Termico, ad esempio, ha esaurito i fondi annuali in un solo mese (Leggi l’approfondimento). Quelli che funzionano meno restano fermi: del Fondo nazionale per l’efficienza energetica sono stati utilizzati solo 18 milioni di euro su 284 disponibili.

Gas e rinnovabili: ecco perché le bollette restano alte

La domanda italiana di gas rimane inferiore di 11,2 miliardi di metri cubi rispetto al livello del 2019. Nonostante il lieve aumento del 2025, in cui i consumi sono tornati a salire (+2,1%), trainati dalla produzione termoelettrica (+7,2%), il settore mostra una tendenza strutturale alla riduzione della domanda. “Manca, tuttavia, una vera strategia di abbandono del gas, passo necessario per l’obiettivo di neutralità climatica al 2050” scrive Ecco. Al contrario, scelte di investimento mostrano il protrarsi della dipendenza oltre il 2030, con la prospettiva di metanizzazione della Sardegna che si concluderà non prima del 2033. Un segnale positivo “ma insufficiente” arriva dalle rinnovabili, con circa 7 gigawatt (GW) installati nel 2025, a fronte dei 10 GW annui necessari al raggiungimento del target al 2030. A frenarne lo sviluppo restano però i tempi ancora troppo lunghi delle autorizzazioni e la saturazione virtuale della rete. Nel 2025 l’energia rinnovabile prodotta ma persa per curtailment, cioè per i distacchi sulle reti di alta e altissima tensione, è salita a circa 802 gigawattora (Gwh), più del doppio del 2024. L’aspetto più problematico è che la crescita delle rinnovabili non si traduce ancora in benefici per le famiglie e le imprese: “Il prezzo dell’elettricità continua a essere determinato in larga parte dal gas e tasse e oneri pesano sulla bolletta elettrica molto più che su quella del gas”. Decisioni come il rinvio dell’uscita dal carbone al 2038 mandano inoltre un segnale incerto agli investitori.

L’elettrificazione inesplorata e il futuro incerto dell’industria

Il tasso di elettrificazione dei consumi finali è sostanzialmente stabile ed è al 23%. Nel 2024, l’elettricità copriva il 49% dei consumi nei servizi e il 40% nell’industria, ma solo il 21% nel settore civile e solo il 2% nei trasporti. Uno dei fattori che ostacola l’elettrificazione dei consumi in Italia è lo squilibrio tra i prezzi dell’elettricità e quelli delle fonti fossili, come il gas. L’Italia, infatti, è tra i Paesi europei con il più alto rapporto tra il costo dell’elettricità e del gas. Allo stesso tempo “gli incentivi alla decarbonizzazione dell’industria sono frammentati e di breve periodo – spiega il think tank – senza una strategia che sostenga investimenti e costi operativi in un contesto di forti pressioni internazionali sui prezzi dell’energia e sulla competitività”. Il caso ex Ilva (nella foto) ne è il simbolo. Sulle tecnologie della transizione, idrogeno rinnovabile, biometano e Cattura e stoccaggio (Carbon Capture and Storage), l’Italia resta molto lontana dagli obiettivi 2030 nonostante i nuovi strumenti di sostegno. “La decarbonizzazione dell’industria italiana rimane uno degli aspetti più critici della transizione energetica nazionale. L’assenza di una strategia unitaria che affronti sia le spese in conto capitale (per l’acquisto di immobili, macchinari, veicoli per esempio) – conclude Chiara Di Mambro – sia le spese operative per garantire il funzionamento delle aziende continua a frenare una trasformazione strutturale del comparto manifatturiero”.

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Toyota avverte Bruxelles: “Non siamo ospiti in Europa”. E chiede di cambiare le regole sull’auto

16 October 2026 at 14:00

Toyota invita Bruxelles a correggere il tiro sulle regole che guideranno il futuro dell’auto europea. Il messaggio del costruttore giapponese è chiaro: difendere l’industria del Vecchio Continente è necessario, ma senza alzare muri contro i partner commerciali né imporre una transizione elettrica che, almeno per ora, procede più lentamente del previsto. Da qui la proposta di sostituire al tradizionale Made in Europe un più inclusivo Made with Europe, accompagnato da una serie di richieste concrete sulle emissioni e sulle politiche industriali.

“Toyota non è un ospite in Europa. Siamo un produttore europeo e vogliamo che l’industria automobilistica europea abbia successo”, ha dichiarato Yoshihiro Nakata, presidente e CEO di Toyota Motor Europe. Parole che riassumono il senso della proposta e introducono una questione tutt’altro che secondaria: perché escludere Paesi come Giappone, Regno Unito e Turchia, che da decenni partecipano alla produzione automobilistica europea? Secondo Toyota, le nuove regole sui componenti di origine locale dovrebbero tenere conto anche di queste realtà. La Casa propone una quota del 70%, da raggiungere nell’arco di tre anni e senza obblighi sostanziali prima del 2030. Una richiesta che nasce dalla volontà di mantenere aperti gli scambi, ma anche da interessi ben precisi: Toyota dispone di una rete produttiva internazionale che potrebbe risentire di norme troppo restrittive.

Il capitolo più delicato resta però quello delle emissioni, dove i numeri raccontano bene la distanza tra gli obiettivi fissati da Bruxelles e le previsioni del gruppo giapponese. Nel 2030, secondo Toyota, le auto elettriche rappresenteranno circa il 45% delle nuove immatricolazioni europee, mentre per rispettare gli attuali vincoli sulle emissioni servirebbe superare il 55%. Un divario ch si dovrebbe colmare concedendo più tempo ai costruttori, attraverso un sistema di calcolo delle emissioni distribuito su cinque anni, dal 2028 al 2032.

Lo sguardo si spinge poi al 2035, la data simbolo dello stop europeo alle nuove auto con emissioni di CO₂ allo scarico. Toyota propone di fermare l’asticella a una riduzione del 90% anziché del 100%, lasciando spazio anche ai carburanti rinnovabili. Per i veicoli commerciali leggeri chiede obiettivi meno impegnativi: -35% nel 2030 e -80% nel 2035. Del resto, per chi utilizza un furgone ogni giorno, autonomia, tempi di ricarica e capacità di carico non sono dettagli secondari.

Dietro queste richieste c’è una strategia (potremmo definirla multienergia) che Toyota porta avanti da anni: non puntare tutto su una sola tecnologia, ma lasciare convivere elettrico, ibrido, idrogeno e carburanti alternativi. Una strada che oggi incontra le posizioni di diversi costruttori europei, alle prese con una domanda di elettriche inferiore alle attese, costi elevati e concorrenti asiatici sempre più aggressivi.

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Le Dolomiti non aspettano il futuro: lo mettono in moto. Così parte la vera transizione

15 October 2026 at 17:58

La prima edizione di Ecofuturo Dolomiti, ad aprile a Belluno, ci ha lasciato una bella sensazione: la voglia di futuro c’è, eccome! Basta smettere di raccontarlo come una minaccia o una collezione di sacrifici e cominciare a mostrarlo per quello che può essere: un’occasione per vivere meglio, creare lavoro e prenderci cura dei luoghi in cui abitiamo.

È con questo spirito che dal 16 al 18 ottobre torna Ecofuturo Dolomiti, con tre giornate di incontri a Feltre, Santa Giustina e Mel. Energia, intelligenza artificiale, nuovi lavori verdi e innovazione ambientale saranno al centro di un programma che vuole mettere insieme conoscenze, esperienze e soluzioni concrete. Perché di transizione ecologica parliamo ormai da anni. Ma tra parlarne e farla c’è una bella differenza. Un po’ come tra leggere il “Manuale della bicicletta” e salirci sopra: nel secondo caso si rischia anche di cadere, ma almeno si comincia a pedalare!

La montagna non è un museo

Le Dolomiti sono uno dei patrimoni più preziosi del nostro Paese. Eppure, mentre ne celebriamo giustamente la bellezza, rischiamo talvolta di dimenticare che sono anche luoghi da abitare, dove lavorare, crescere figli e costruire comunità.

I cambiamenti climatici, la gestione dell’acqua, lo spopolamento e la difficoltà di mantenere servizi e attività economiche sono problemi molto concreti. Non si risolvono con qualche fotografia spettacolare della neve che scompare, né aspettando che qualcuno, da qualche ufficio lontano, trovi la soluzione perfetta. Servono idee, investimenti e persone capaci di metterle in pratica. E serve soprattutto una visione: la sostenibilità non può essere soltanto un vincolo da rispettare, ma deve diventare un’opportunità per migliorare la vita delle comunità.

È questo il senso di Ecofuturo Dolomiti: raccontare tecnologie e progetti che già oggi possono fare la differenza, mettendo in dialogo chi ricerca, chi produce, chi amministra e chi semplicemente desidera capire come contribuire al cambiamento.

L’energia del futuro viene anche dal passato

Venerdì 16 ottobre, a Feltre, si parlerà di acqua ed energia. Dai mulini storici alle moderne tecnologie idroelettriche, dal fotovoltaico flottante ai sistemi di pompaggio, fino alle comunità energetiche, alle pompe di calore e alle reti per condividere il calore. L’acqua è una risorsa preziosa, ma i cambiamenti climatici stanno modificando il modo in cui arriva e si distribuisce. Gli invasi accumulano sedimenti, le precipitazioni diventano meno prevedibili e le temperature estreme aumentano le difficoltà. Non basta conservare le infrastrutture esistenti: occorre ripensarle e renderle più efficienti.

A volte, per andare avanti, dobbiamo recuperare ciò che abbiamo imparato ieri. I nostri nonni sapevano utilizzare l’acqua e le risorse locali con grande ingegno. Oggi abbiamo tecnologie molto più sofisticate: sarebbe un peccato usarle soltanto per complicarci la vita! La sfida è produrre energia pulita, ridurre gli sprechi e rendere le comunità meno dipendenti dai combustibili fossili. E magari scoprire che collaborare conviene anche economicamente, non soltanto alla coscienza.

Intelligenza artificiale: chi si prenderà cura del mondo reale?

Sabato 17 ottobre, a Santa Giustina, l’attenzione si sposterà sull’intelligenza artificiale, sui suoi limiti e sulle opportunità che offre, insieme alle questioni energetiche e ambientali legate alla rivoluzione digitale.

L’AI promette di cambiare il lavoro, le imprese e perfino il nostro modo di pensare. Ma mentre ci chiediamo che cosa sapranno fare gli algoritmi domani, forse dovremmo domandarci anche che cosa vorremo fare noi. Non tutto ciò che può essere automatizzato merita di esserlo. E non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è necessariamente utile. I data center, indispensabili per molti servizi digitali, consumano energia e producono calore. Progettare sistemi efficienti e recuperare quel calore significa trasformare un problema in una risorsa. È un esempio concreto di come la transizione ecologica possa orientare l’innovazione, invece di rincorrerla affannosamente.

Nel pomeriggio si parlerà di geotermia, pozzi profondi e ricerca sulla fusione nucleare, esplorando tecnologie e prospettive differenti. Distinguere ciò che è già applicabile da ciò che richiede ancora ricerca è fondamentale: la speranza non ha bisogno di promesse miracolose, ma di informazioni serie. Alle 20.30, nella sala parrocchiale di Santa Giustina, porterò in scena il mio spettacolo “Ma mi faccia il piaCER!”, un viaggio nella storia dell’energia in una prospettiva di comunità. Perché anche temi complessi possono essere affrontati con un sorriso: ridere non significa prendere le cose alla leggera, ma trovare un modo diverso per guardarle. (L’ingresso è gratuito.)

I lavori verdi: quando le mani servono ancora

Domenica 18 ottobre, a Mel, parleremo di green jobs e di un tema che mi sta particolarmente a cuore: il rapporto tra lavoro, natura e intelligenza artificiale. Mentre molte professioni vengono automatizzate, cresce il valore di attività che richiedono conoscenza del territorio, manualità e capacità di lavorare con i sistemi naturali. Dalla cura dei boschi all’agricoltura biologica, dalle energie rinnovabili alle filiere alimentari locali, le opportunità non mancano. Recuperare terreni abbandonati, valorizzare la biodiversità, rigenerare il verde urbano e migliorare la gestione delle risorse significa creare lavoro e, insieme, migliorare la qualità della vita.

Non si tratta di tornare indietro. Nessuno vuole rinunciare alle conquiste della modernità per trasferirsi in una baita senza riscaldamento! Si tratta piuttosto di recuperare conoscenze preziose e combinarle con le tecnologie più avanzate. La montagna può diventare un laboratorio straordinario di questa alleanza, offrendo nuove opportunità soprattutto ai giovani. Ma perché ciò accada servono servizi, formazione, imprese innovative e comunità capaci di progettare il proprio futuro.

Durante le tre giornate sarà visitabile anche la mostra “Le ecotecnologie della speranza”. Ci sarà inoltre un pezzo di storia da ammirare: la prima auto elettrica storica del conte Carli, risalente al 1891. Sì, l’auto elettrica esisteva già nell’Ottocento! A volte il futuro arriva in anticipo, poi si perde per strada e tocca aspettarlo di nuovo.

La speranza è una cosa concreta

Ecofuturo Dolomiti vuole essere soprattutto questo: un luogo d’incontro tra persone che non si accontentano di lamentarsi dei problemi, ma cercano di costruire soluzioni.

La transizione ecologica non si realizzerà soltanto nelle grandi conferenze internazionali. Avrà bisogno di amministratori lungimiranti, imprese coraggiose, cittadini informati e comunità capaci di collaborare. Avrà bisogno di tecnologie, certo, ma anche di relazioni, fiducia e partecipazione. Perché il cambiamento non è soltanto una questione di pannelli solari, pompe di calore o algoritmi. È anche una questione culturale: riguarda il modo in cui immaginiamo il benessere, il lavoro e il nostro rapporto con la natura.

La buona notizia è che molte soluzioni esistono già. Non dobbiamo aspettare che qualcuno inventi una bacchetta magica…magari alimentata dal nucleare. Dobbiamo imparare a utilizzare meglio gli strumenti che abbiamo, sperimentarne di nuovi e condividerne i risultati. Le Dolomiti possono mostrarci che anche i territori più fragili sono capaci di generare innovazione. A patto di non considerarli periferie da assistere, ma comunità ricche di competenze, risorse e possibilità.

Il futuro non è un posto dove arriveremo domani. È il risultato delle scelte che facciamo oggi. E vale la pena costruirlo insieme, con serietà, curiosità e anche un po’ di allegria.

Ecofuturo Dolomiti, 16-18 ottobre 2026: Feltre, Santa Giustina e Mel. Ingresso gratuito a tutti gli appuntamenti. Il programma completo del Festival è consultabile qui

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Ets e termovalorizzatori: chi paga il prezzo del carbonio

28 July 2026 at 09:08

L’estensione del sistema Ets ai termovalorizzatori nasce dalla corretta considerazione che anche lo smaltimento dei rifiuti urbani produce emissioni. Ma il prezzo del carbonio dovrebbe essere pagato da chi mette sul mercato i prodotti da smaltire.

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