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Eros Ramazzotti: “Sto con Marracash perché sta con gli studenti che sono scesi in piazza per far sentire la propria voce e perché il dissenso è un diritto e va difeso”

22 October 2026 at 15:48

Nel fine settimana del 17 e 18 ottobre Milano è stata attraversata da una nuova ondata di tensioni. Domenica pomeriggio decine di ragazzi, per lo più a volto coperto, hanno sfondato vetrine in via Torino e fatto irruzione in un supermercato, il giorno dopo le proteste degenerate in scontri con la polizia. Secondo fonti di polizia, i fermati portati in Questura erano almeno 160, circa l’80 per cento minorenni.

Le piazze si erano riempite pochi giorni prima per motivi precisi: gli studenti protestano contro il tetto agli alunni stranieri, il caro affitti e i tagli all’istruzione, e il ministro Valditara ha parlato di “teppismo politico”.

In questo clima il dibattito ha coinvolto anche il mondo della musica. Marracash ha preso posizione su Instagram, e anche altri rapper si sono schierati. La sua posizione ha fatto discutere anche per una questione di legittimità: chi ha successo e un patrimonio può parlare di disuguaglianze? Lui ha respinto l’obiezione del “tu hai i soldi, non puoi parlare”, rivendicando che la ricchezza non cancella la sua storia né la sua battaglia.

È qui che si inserisce l’intervento di Eros Ramazzotti, interessante proprio perché arriva da un artista molto diverso per genere, generazione e pubblico. Il suo commento è costruito su due mosse distinte. La prima è la solidarietà con Marracash, estesa al principio che il diritto di esprimersi appartiene a tutti, anche a chi ha più possibilità, si è guadagnato ciò che ha onestamente e paga le tasse. La seconda è una presa di distanza netta da chi ha devastato la città, accusato di aver tolto attenzione e ragione ai manifestanti pacifici. Il messaggio tiene insieme difesa del dissenso e condanna della violenza, e usa questa distinzione per rivendicare anche il diritto di parola degli artisti benestanti.

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Premio Sacharov 2026 alla Corte penale internazionale. Il Parlamento europeo: “Difendiamo l’indipendenza dei giudici”

22 October 2026 at 15:44

Il premio Sacharov 2026 per la Libertà di pensiero va alla Corte penale internazionale e ai suoi giudici. La Conferenza dei Presidenti, un organo del Parlamento europeo con a capo il presidente e di cui fanno parte i leader di tutti i gruppi politici, questa mattina a Strasburgo ha scelto il vincitore. L’organo con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi, è stato colpito dalle sanzioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e per questo è stato proposto dal gruppo dei Socialisti come “simbolo della resistenza contro le guerre dell’amministrazione americana”. Dopo aver sanzionato singoli giudici e procuratori, l’amministrazione Trump ha deciso di colpire la Corte stessa, privandola delle risorse necessarie per operare. L’annuncio è arrivato il 9 ottobre, dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navi Pillay, che è stata giudice della Cpi e ha accusato formalmente Israele di aver commesso un genocidio a Gaza. Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per l’ex ministro della difesa Yoav Gallant, la Corte ha emesso i mandati d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

“L’Unione europea si fonda sul rispetto del diritto internazionale. Con questo premio conferito alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari, il Parlamento europeo riconosce l’operato di coloro che rendono giustizia alle vittime, anche attraverso indagini, azioni penali e processi. Questi devono poter svolgere il proprio lavoro in modo indipendente. Continueremo a difendere questo principio”, ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola nell’annunciare il vincitore. Gli altri due finalisti erano Tundu Lissu, avvocato, leader politico e difensore dei diritti umani perseguitato per motivi politici in Tanzania, e Taraneh e Romina Rahimi, a nome di tutte le persone perseguitate dal regime islamico iraniano.

La Corte penale internazionale indaga e giudica le persone accusate dei crimini più gravi per l’intera comunità internazionale: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione. La Corte svolge un ruolo fondamentale nella lotta globale all’impunità e attraverso la giustizia penale internazionale, chiama i responsabili a rispondere delle proprie azioni e si adopera per evitare che i crimini si ripetano. In qualità di organo giurisdizionale di ultima istanza, inoltre, integra l’operato dei tribunali nazionali. Disciplinata dallo Statuto di Roma, è la prima Corte penale internazionale permanente al mondo.

Il Premio Sacharov per la libertà di pensiero è stato assegnato per la prima volta nel 1988 a Nelson Mandela e ad Anatolij Marčenko ed è il massimo riconoscimento che l’Unione europea conferisce agli sforzi compiuti a favore dei diritti dell’uomo. È attribuito a singoli, gruppi e organizzazioni che abbiano contribuito in modo eccezionale a proteggere la libertà di pensiero. Ogni anno il Parlamento europeo consegna al vincitore del Premio Sacharov una somma di 50mila euro e i candidati possono essere nominati anche dai singoli deputati in Parlamento. “La giustizia deve fare il suo corso, piaccia o non piaccia ai potenti della terra: questo è il messaggio che arriva oggi dal Parlamento europeo con la decisione di assegnare il Premio Sacharov per la libertà di pensiero e per l’impegno a favore dei diritti umani proprio alla Corte penale internazionale. Finalmente arriva uno schiaffo a Trump”, così in una nota Gaetano Pedullà, europarlamentare del Movimento 5 Stelle.

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La Lombardia prova a fermare lo spopolamento delle Alpi puntando sui giovani imprenditori

22 October 2026 at 15:40

Regione Lombardia sceglie la leva dell’impresa per affrontare uno dei problemi più persistenti delle aree alpine: la difficoltà di offrire ai giovani prospettive economiche sufficienti a convincerli a restare. Una questione che ora entra nell’agenda della cooperazione europea grazie alla proposta presentata dall’assessore regionale allo Sviluppo economico Guido Guidesi, approvata a Lindau, in Germania, durante l’Assemblea generale di EUSALP. La Dichiarazione adottata al termine dell’incontro riconosce ufficialmente l’iniziativa lombarda e apre un percorso comune per sostenere l’imprenditorialità giovanile nei territori montani. A coordinarlo sarà Regione Lombardia.

Il mandato ottenuto a Lindau ha un peso politico preciso. La Regione guiderà il confronto tra amministrazioni alpine chiamate a individuare strumenti condivisi per favorire la nascita di nuove imprese. Il problema è noto: nei territori montani la possibilità di costruire un’attività economica si scontra con difficoltà che possono scoraggiare gli investimenti e alimentare la partenza delle nuove generazioni. Su queste condizioni Guidesi intende concentrare il lavoro, portando la questione anche all’attenzione della Commissione europea.

C’è però una distanza da colmare tra l’accordo istituzionale e gli interventi concreti. La missione, denominata Giovani imprenditori per le Alpi: valorizzare la prossima generazione di talenti alpini, parte con il riconoscimento delle regioni coinvolte e un programma che dovrà produrre risultati entro il 2027. Le politiche comuni sono ancora da costruire.

Il terreno di confronto è ampio. EUSALP, la Strategia dell’Unione europea per la Regione Alpina, riunisce 48 regioni appartenenti a sette Paesi, dall’Italia all’Austria, dalla Francia alla Germania, fino a Slovenia, Svizzera e Liechtenstein. Amministrazioni che operano in sistemi economici differenti, ma condividono la necessità di mantenere vive comunità nelle quali la presenza di imprese e opportunità professionali può incidere sulle scelte delle nuove generazioni. Regione Lombardia cercherà di individuare soluzioni utilizzabili nei diversi territori, partendo dalle esperienze già maturate a livello regionale.

A Lindau è emersa anche una questione meno immediata, che riguarda le condizioni necessarie per fare impresa. Un giovane può avere un progetto imprenditoriale, ma la scelta di realizzarlo in montagna dipende anche dalla possibilità di trovare casa e dalla disponibilità dei servizi. Il primo laboratorio operativo della missione, organizzato all’Inselhalle, si è concentrato proprio su questi aspetti. Giovani e rappresentanti istituzionali delle regioni alpine hanno discusso delle difficoltà legate alla vita nei territori montani, attraverso domande interattive e momenti di confronto diretto. I contributi raccolti serviranno a orientare le prossime attività.

Per Guidesi, la capacità di trattenere le nuove generazioni passa dalla costruzione di opportunità economiche credibili. «Il futuro dei nostri territori dipende dalla capacità di offrire opportunità concrete ai giovani», ha dichiarato l’assessore, indicando nella collaborazione tra le regioni uno strumento per migliorare le politiche esistenti e rappresentare a Bruxelles le esigenze specifiche delle aree alpine.

La scelta di Regione Lombardia è dunque quella di mettere l’imprenditorialità giovanile al centro del confronto sul futuro delle montagne. La nascita di nuove attività può contribuire al ricambio generazionale e alla tenuta economica delle comunità, dove la riduzione della popolazione rende più difficile mantenere servizi e occupazione. Resta da individuare quali strumenti possano favorire concretamente questo processo e quali esperienze regionali siano applicabili anche altrove.

La Dichiarazione di Lindau ha formalizzato l’avvio del percorso, approvando la Nota di missione lombarda. Nella stessa assemblea EUSALP ha riconosciuto altre due iniziative, dedicate all’economia circolare nel settore tessile e alla sostenibilità dei grandi eventi sportivi. Per il progetto sull’imprenditorialità giovanile, Regione Lombardia lavorerà con le regioni partner e con il Consiglio dei giovani EUSALP. Saranno coinvolti anche i Gruppi d’Azione della Strategia alpina ed esperti scientifici.

La prima fase prevede la raccolta di dati e una ricognizione delle politiche regionali già adottate. Il confronto proseguirà attraverso consultazioni e laboratori con i giovani, per individuare gli ostacoli più ricorrenti e verificare quali soluzioni possano essere condivise. Un lavoro che dovrà tenere conto delle differenze tra i territori, evitando di considerare le aree alpine come un unico contesto economico.

Il calendario fissa già una scadenza. Entro la fine del 2027 Regione Lombardia dovrà arrivare a un quadro comune di riferimento per le politiche di sostegno all’imprenditorialità giovanile. Il documento sarà presentato all’Assemblea generale EUSALP e potrà essere utilizzato dalle amministrazioni regionali per orientare i propri interventi e avanzare proposte condivise alla Commissione europea.

L’eventuale passaggio successivo è previsto nel 2028, con la possibilità di avviare un progetto pilota sulla base dei risultati ottenuti. Per ora l’iniziativa non definisce nuove misure operative né un pacchetto di finanziamenti. Il confronto dovrà stabilire quali interventi proporre e su quali priorità trovare un accordo. Nel frattempo cambierà anche la guida politica della cooperazione alpina. La presidenza EUSALP passerà dalla Baviera alla Francia per il 2027. Sarà sotto la presidenza francese che Regione Lombardia dovrà portare a compimento il lavoro avviato a Lindau, presentando alle altre amministrazioni alpine le proposte elaborate insieme ai giovani e ai territori coinvolti.

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“Grazie Carlo Conti. Non è scontato, solo i grandi possono gioire di un successo di un collega. Non pensiate che nel nostro ambiente sia sempre così! Ai giovani dico rimboccatevi le maniche”: parla Fiorello

22 October 2026 at 15:33

Fiorello nella puntata odierna, 22 ottobre, de “La Pennicanza” ha parlato anche di “Tale e Quale Show”. Stefano Meloccaro sarà proprio lo showman nella prossima puntata dello show di Rai Uno. Il conduttore siciliano ha poi tenuto a ringraziare Carlo Conti per le belle parole spese nei suoi confronti durante il programma: “Non è scontato! Solo i grandi possono gioire di un successo di un collega, non pensiate che nel nostro ambiente sia sempre così!”.

Anche oggi il tema centrale della puntata è quello delle manifestazioni e delle proteste in Italia. Fiorello commenta il dibattito scaturito: “Come al solito si sono create le fazioni: c’è chi dice ‘La violenza va condannata’ ma ora anche chi dice ‘La violenza va capita’. Perché non una via di mezzo? Tipo: ‘Condannare la violenza, ma cercando di capire’? Ma poi scusate, cosa c’è da capire quando vedi un 12enne che esce da un negozio con tre cinture di pelle?! Vede i video su TikTok e ci va (partecipa ndr)! Ora arriva l’esercito! Sì, ma senza manganelli, manette, armi o taser. Li hanno dotati di cipolle e coltelli! Si mettono davanti ai manifestanti, iniziano a tagliare le cipolle e li fanno piangere!”.

Poi un appello ai giovani: “Marracash ha detto la sua e la reazione di tutti è ‘Zitto tu! Perché sei ricco e non puoi parlare (capire ndr)’. Sfatiamo questa retorica: se uno ce l’ha fatta partendo da zero non va condannato! Abbiamo lavorato, siamo stati testardi, non siamo stati lì ad aspettare che i Governi ci venissero ad aiutare! Lo dico ai giovani: non aspettate nessuno! Vi dovete aiutare da soli, rimboccatevi le maniche! E se ce l’ha fatta uno come me (sorride ndr)… Ce la potete fare tutti! Credeteci!”.

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Per Nordio “è molto probabile che la mafia sfrutti proteste camionisti”. Il Pd: “Se conosce elementi concreti vada nelle sedi competenti”

22 October 2026 at 15:25

“Riguardo alle infiltrazioni mafiose nelle proteste dei camionisti, direi che vi è una forte probabilità che vi sia una strumentalizzazione e una infiltrazione, proprio per le ragioni che abbiamo detto adesso. Un illustre procuratore della Repubblica, in tema di referendum aveva detto che per il Sì avrebbe votato la camorra, ma ha vinto il No e quindi vuol dire che camorra e criminalità organizzata non governano proprio nulla. Però che ci siano e possano infiltrarsi e sfruttino questa situazione questo è altamente probabile”. Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a Sky Tg24. “Da sempre si dice che l’infiltrazione mafiosa in certe regioni d’Italia è tentacolare ed è capillare, addirittura qualche volta si è detto che certe regioni erano governate dalla criminalità organizzata, cosa in cui non ho mai creduto, però – ha sottolineato Nordio – che le mafie ci siano e possano infiltrarsi in una situazione di questo tipo mi pare altamente probabile”.

Per quanto riguarda invece l’intenzione del governo di intervenire sul blocco pacifico dei camionisti, il Guardasigilli ha ricordato che “il diritto al dissenso, allo sciopero, alla manifestazione anche vigorosa non può mai compromettere il diritto al lavoro e il diritto degli altri, quindi in un certo modo bisogna pure intervenire per evitare che a chi vuole lavorare venga impedito di lavorare e chi invece manifesta legittimamente per le situazioni di disagio che tutti conosciamo abbia comunque il diritto di protestare. Non è facile trovare la combinazione ma si è sempre trovata negli anni passati e si troverà anche adesso vista anche un’emergenza, chiamiamola così, alimentare di cui tutti abbiamo conoscenza soprattutto dell’Italia meridionale”.

A rispondere è Debora Serracchiani, deputata e responsabile Giustizia del Partito democratico: “Aver perso il referendum non è servito a niente. Il ministro Nordio continua, giorno dopo giorno, a ricordarci la sua inadeguatezza. Comprendiamo il lutto politico per aver visto bocciare una riforma sulla quale aveva messo la faccia, ma a un certo punto le sconfitte andrebbero anche elaborate, soprattutto quando si ricoprono incarichi istituzionali”. “Invece Nordio continua a essere ossessionato da quel voto e oggi arriva ad associare, in modo del tutto improbabile, la vittoria del No al referendum alle possibili infiltrazioni mafiose nelle proteste dei camionisti. Un ragionamento che non sta in piedi e che rischia soltanto di alimentare confusione su una questione seria come quella della presenza della criminalità organizzata nelle mobilitazioni sociali. Se il ministro è a conoscenza di elementi concreti su possibili infiltrazioni mafiose, li riferisca nelle sedi competenti, con la serietà che il suo ruolo impone. Se invece si tratta soltanto di supposizioni, eviti di lanciare allarmi sulla base di associazioni tanto azzardate. La lotta alla mafia merita rigore, non dichiarazioni estemporanee né il tentativo di riportare continuamente il dibattito sul referendum perso”.

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Evasione fiscale, la Cassazione apre al sequestro dei conti correnti anche per soldi guadagnati legalmente

22 October 2026 at 15:23

In caso di evasione fiscale, il sequestro può riguardare anche somme di denaro presenti sui conti correnti e provenienti da attività economiche lecite. La possibilità emerge dagli orientamenti della Corte di Cassazione sulla confisca del profitto dei reati tributari, con particolare riferimento alle sentenze n. 6287 del 2026 e n. 21685 del 2023. Le pronunce affrontano due questioni che possono avere conseguenze economiche per imprese e contribuenti: la possibilità di sequestrare il patrimonio di uno dei soggetti coinvolti in una frode fiscale e il trattamento delle somme depositate sui conti bancari dopo la commissione dell’illecito. La Cassazione ha chiarito che il sequestro deve rispettare il valore del profitto contestato e i presupposti previsti dalla legge, ma la provenienza lecita di successivi versamenti non basta necessariamente a escludere la confisca.

Evasione fiscale, quando possono essere sequestrati i conti correnti

Il sequestro preventivo è uno strumento che consente all’autorità giudiziaria di vincolare determinati beni durante un procedimento penale, anche in vista di una successiva confisca. Nei reati tributari, il profitto illecito può consistere nel risparmio ottenuto attraverso il mancato versamento delle imposte. Un’impresa che non paga determinate somme al Fisco conserva infatti una disponibilità economica che avrebbe dovuto destinare all’Erario.

Il problema si presenta quando il denaro viene utilizzato o mescolato con gli incassi derivanti dalla normale attività aziendale. Secondo l’orientamento richiamato nella sentenza n. 21685 del 2023, la natura fungibile del denaro può consentire di sottoporre a sequestro somme presenti sul conto corrente anche se provenienti da operazioni successive e lecite. La fungibilità significa che il denaro è intercambiabile: non è sempre necessario individuare materialmente le stesse banconote corrispondenti al profitto originario. Resta comunque necessario verificare i presupposti della confisca diretta e il collegamento giuridicamente rilevante con il profitto del reato.

Il caso esaminato dalla Cassazione

La controversia esaminata dalla Cassazione con la sentenza n. 21685/2023 riguardava una società di trasporti coinvolta in un procedimento per una presunta omissione fiscale. Il vantaggio economico contestato era stato quantificato in 166.240 euro. L’autorità giudiziaria aveva disposto il sequestro preventivo di una somma corrispondente, individuata nelle disponibilità bancarie dell’impresa.

La società aveva contestato il provvedimento sostenendo che il denaro presente sui conti derivasse dall’attività commerciale regolarmente svolta dopo la violazione tributaria. La questione riguardava quindi la possibilità di distinguere le risorse prodotte lecitamente da quelle riconducibili al mancato pagamento delle imposte.

Secondo il principio richiamato nella pronuncia, il successivo svolgimento di attività economiche regolari non rende automaticamente insequestrabili le disponibilità bancarie. Per un’impresa, il blocco dei conti può incidere direttamente sulla gestione quotidiana, limitando la possibilità di pagare dipendenti, fornitori e altre spese operative.

Le differenze tra confisca diretta e per equivalente

Per comprendere le decisioni della Cassazione occorre distinguere due strumenti previsti dall’ordinamento. La confisca diretta riguarda il profitto derivante dal reato, compreso il risparmio fiscale ottenuto attraverso il mancato pagamento delle imposte. La confisca per equivalente permette invece, nei casi previsti dalla legge, di colpire beni diversi dal profitto originario, per un valore corrispondente. La distinzione assume particolare importanza quando il vantaggio economico non è più direttamente individuabile.

Nel valutare la natura della misura, è necessario considerare anche la possibilità di dimostrare il collegamento tra il denaro sequestrato e il reato contestato. La confisca per equivalente ha una funzione sanzionatoria e deve rispettare i limiti stabiliti dalla normativa, tra cui quelli previsti dall’articolo 12-bis del decreto legislativo n. 74 del 2000.

Carrick in bilico: Conte bussa alla porta del Manchester United, ma per la stampa inglese non è il primo nome della lista

22 October 2026 at 15:20

La batosta di Como potrebbe avere conseguenze pesanti a Manchester, sponda United. All’indomani dello storico 4-1 in Champions League, la stampa inglese ha massacrato i Red Devils, definiti dal quotidiano The Times un club “malato, che puzza a partire dalla testa”. Il destino di Michael Carrick pare ormai segnato, a meno di una clamorosa ripresa: il grande ex calciatore che aveva riportato lo United al terzo posto della Premier e a giocare la Champions, ora vive una crisi profonda. In questo caso, i numeri raccontano tutto: appena due vittorie in undici gare disputate tra tutte le competizioni. L’ultimo successo è stato proprio in Europa, al debutto contro il Sabah, modesto club azero. Da lì in poi, una serie di sette partite senza vittorie.

Il match contro la squadra di Fabregas però è stato un tremendo bagno di realtà. Sono arrivate le critiche del capitano Bruno Fernandes, sono arrivate le reazioni esterrefatte dei grandi ex del Manchester United, da Rio Ferdinand a Roy Keane, che non si riconoscono più in questa squadra. Insomma, Carrick pare avere le ore contate: l’ultima spiaggia potrebbe essere la partita contro il Bournemouth in programma domenica. Nel frattempo, la stampa inglese già si interroga sul possibile sostituto: l’ennesimo allenatore da infilare nel tritacarne United.

In Italia il pensiero va subito ad Antonio Conte, ancora libero dopo l’addio al Napoli. “Mi piacerebbe andare in una di quelle società che hanno un po’ perso di vista la propria storia per rispolverare quel passato e farlo tornare a splendere“, ha detto il tecnico in una recente intervista a The Athletic. L’identikit calza a pennello con la Juventus, ma anche con il Manchester United. Secondo la Gazzetta dello Sport, l’entourage di Conte avrebbe effettivamente bussato alle porte di Old Trafford, per sondare il terreno. La dirigenza dei Red Devils, seppure senza scartare l’ipotesi, al momento però starebbe dando la priorità ad altre piste, sempre in base a quel che si legge Oltremanica.

Una in particolare porta a Julian Nagelsmann. Secondo quanto riporta il The Telegraph, il tecnico tedesco è oggi il candidato principale per l’eventuale successione e avrebbe aperto all’ipotesi di andare ad allenare i Red Devils a stagione in corso, interessato all’idea di fare un’esperienza in Premier League. Al momento però, stando al quotidiano inglese, non ci sarebbe stato alcun contatto formale tra le parti. Altre strade? Si fa il nome di Fabian Hürzeler, il 33enne che sta magnificamente guidando il Brighton. Nel caso, lo United dovrebbe pagare per liberarlo.

Conte dunque aspetta una chiamata per valutare una eventuale proposta. Una cosa è certa: vista la situazione disperata dei Red Devils, che si trascina ormai dalla fine dell’era Ferguson, solo un tecnico del suo calibro potrebbe riuscire a risolvere la situazione. Altri esperimenti più affascinanti, da Amorim a Ten Hag, hanno tutti portato al fallimento. E Nagelsmann, basta vedere la sua ultima esperienza con la Nazionale tedesca, sembra corrispondere più a questa seconda categoria.

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“Non posso più fare un film. Non posso più lèggere. Non riconosco i volti e a volte mi avvicino alle persone sbagliate abbracciandole”: la malattia di Judi Dench

22 October 2026 at 15:19

Judi Dench, celebre attrice britannica vincitrice del Premio Oscar, ha rivelato di non essere più in grado di recitare né di leggere a causa della degenerazione maculare legata all’età, patologia che le è stata diagnosticata nel 2012. La notizia è stata condivisa dalla stessa 9enne, in un’intervista rilasciata al programma Today di BBC Radio 4.

“Non posso stare sul palco. Non posso più fare uno spettacolo teatrale. Non posso più fare un film. Non posso più leggere”, ha detto. La malattia le rende difficile perfino riconoscere i volti: a volte, ha spiegato, si avvicina alle persone sbagliate “e dà loro quasi un abbraccio” prima di accorgersi dell’errore. Sull’invecchiamento è stata netta: “Non ha proprio niente di buono. Non ci penso troppo”.

L’intervista è arrivata in vista dell’uscita del libro di memorie “Is It Too Late to Make a Run for It?“, scritto dall’attrice con il regista teatrale Brendan O’Hea. In oltre settant’anni di carriera tra teatro, cinema e televisione, Dench ha vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista nel 1999 per il ruolo di Elisabetta I in “Shakespeare in Love“.

Nel 1995, con “GoldenEye“, è stata la prima donna a interpretare M, il capo di James Bond all’interno dei servizi segreti di sua maestà, oltre a essere stata insignita in passato del titolo di dama. In giugno era diventata la prima attrice a vedersi intitolato un teatro nel West End di Londra, lo Shaftesbury Theatre, che dall’anno prossimo si chiamerà Judi Dench Theatre.

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La grande preoccupazione di Salvini: “Legame comunisti-islamisti”. Ma non ci sono evidenze in Italia: “Quello che accade in Francia può accadere anche qui”

22 October 2026 at 15:17

“La mia grande preoccupazione non sono gli hacker russi, ma il legame tra comunisti e islamisti”. Il vicepremier Matteo Salvini e la Lega hanno “le idee chiare”. Il timore riguarda “il legame tra estremismo islamico e estremismo di sinistra che in Francia si sta vedendo all’opera”. Ma quando gli si chiede se ci sono evidenze in Italia su questo legame, la prende alla larga: “Quando si affaccia il primo tribunale islamico in Italia a Padova vuol dire che siamo sull’orlo del burrone. E la sinistra ci va a braccetto”. Secondo il vicepremier questo “legame in altri paesi è ormai evidente e non vorrei arrivare anche in Italia”. E quando gli si prova a richiedere quali sarebbero le evidenze di questa connessione in Italia, la risposta è questa: “Quello che accade in Francia, accade anche in Italia”.

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Proteste di camionisti e agricoltori, il cdm stanzia sostegni per il caro gasolio. 105 milioni per l’autotrasporto, 60 per l’agricoltura e 10 per la pesca

22 October 2026 at 15:15

Sessanta milioni di euro per gli agricoltori, 10 milioni per la pesca e 105,2 milioni di nuove risorse per l’autotrasporto. Il Consiglio dei ministri ha approvato l’annunciato decreto legge con misure di sostegno per i comparti in protesta a causa del caro gasolio determinato dalla guerra in Iran. Per i tir che nei giorni scorsi hanno bloccato mezza Italia, il provvedimento arriva a due giorni dal vertice con le associazioni di categoria in Prefettura a Milano, quando il ministro Matteo Salvini e il viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi avevano annunciato lo sblocco di oltre un miliardo di euro. Una cifra che comprendeva però anche risorse già stanziate e rimaste finora in attesa di essere erogate. Ora il governo garantisce di aver accelerato sulla messa a disposizione dei crediti d’imposta e di essere intervenuto anche per andare incontro alle imprese più piccole. Le associazioni nazionali dell’albo autotrasporto “apprezzano” l’approvazione immediata del decreto, dice Paolo Uggè, presidente Fai e Unatras. Ma le 11 grandi sigle non controllano la protesta e i provvedimenti non convincono tutti: in alcune zone della Campania restano i blocchi.

“Entro la prossima settimana i crediti sul cassetto fiscale”

Il Mit “da ieri ha iniziato a fare i pagamenti e oggi ce li certifica l’Agenzia delle Entrate, quindi entro la prossima settimana le prime 2.000 imprese mandate ieri avranno i crediti di imposta sul cassetto fiscale delle Entrate”, ha detto Rixi. Si tratta dei crediti a compensazione del 70% dei maggiori costi per il carburante sostenuti tra marzo e agosto rispetto a febbraio, prima dell’esplosione dei rincari. Si tratta di contributi attesi da mesi. Per il periodo marzo-agosto, per cui erano giù stati stanziati 480 milioni, sono arrivate oltre 30mila domande che ora vanno smaltite. “I controlli si faranno dopo perché chi lavora non può restare fermo ad aspettare la burocrazia”, ha chiosato Giorgia Meloni in un video diffuso dopo il Consiglio dei ministri, annunciando anche il rifinanziamento del credito d’imposta per settembre e ottobre con ulteriori 106 milioni di euro”. Si tratta di 45,2 milioni aggiuntivi per il credito d’imposta relativo alle spese di gasolio da marzo ad agosto 2026, che portano la dotazione complessiva da circa 430 a circa 480 milioni, e circa 60 milioni per le spese sostenute dal 1° settembre al 5 ottobre. In aggiunta “diamo più tempo, cioè fino al 31 marzo 2027, per utilizzare questi crediti”.

Meloni ha anche annunciato che da novembre saranno sbloccati i pagamenti arretrati per il trasporto via mare, attraverso le cosiddette Autostrade del mare. Anche in questo caso le imprese attendono contributi relativi alle annualità precedenti.

Le misure per i piccoli

Il decreto interviene anche, rivendica il governo, per le imprese di dimensioni ridotte, spesso con pochi mezzi e camion più vecchi, che restano escluse dal credito d’imposta riservato ai veicoli Euro 5 e superiori con massa oltre le 7,5 tonnellate. “Abbiamo dato la possibilità di sospendere per 7 mesi i leasing sugli automezzi in modo da conservare liquidità”, ha spiegato Rixi. Salvini ha parlato di 5 mesi. E ha confermato “la spalmatura del costo del carburante anche sui committenti” attraverso il meccanismo del fuel surcharge che entrerà obbligatoriamente nei contratti, stando agli annunci.

Il contributo per il gasolio agricolo e per la pesca

Per quanto riguarda agricoltori e pescatori, vengono stanziati 60 milioni di euro per un contributo a fondo perduto sul costo del gasolio agricolo, che “nei fatti si tradurrà in uno sconto fino a 0,45 centesimi al litro per oltre 120 milioni di litri”, ha detto Meloni, e 10 milioni di euro per la pesca. Il ministro degli Affari europei Tommaso Foti, e chi gli chiedeva se le risorse fossero sufficienti, ha risposto: “Per ora dovrebbero bastare, un po’ di ottimismo non guasta”. Per il presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, quei soldi “danno finalmente un pò di respiro a un comparto in totale apnea da crisi di liquidità”. Ma adesso “auspichiamo che tempi e metodo di erogazioni arrivino subito a compensare queste lunghe settimane di agonia” e “chiediamo subito la costruzione di un piano nazionale straordinario per l’agroalimentare che coinvolga tutta la filiera – produzione, trasformazione, Gdo – per affrontare in modo più organico tutte le difficoltà in campo”. Coldiretti parla di “segnale concreto di attenzione verso un settore strategico per il Paese” e Confagricoltura di “un segnale importante in un momento di grave difficoltà per il settore primario”.

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D’Orsi: “Putin dietro le proteste di Milano? Ci hanno imbottito i crani con la storia dei russi cattivi ma ora il giochino si sta rompendo”

22 October 2026 at 15:13

“Contemporaneamente ci imbottiscono i crani ma quegli stessi crani poi provano a spaccarli col manganello”. Lo storico Angelo d’Orsi prende in prestito Antonio Gramsci per descrivere il rapporto tra propaganda e repressione, mentre in Italia si discute delle proteste giovanili contro il carovita e delle violenze che hanno accompagnato le manifestazioni di Milano. Ospite di Battitori liberi, su Radio Cusano, d’Orsi, già ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino e fondatore del movimento Agorà, contesta duramente le interpretazioni che chiamano in causa la Russia di Vladimir Putin come possibile regista dei disordini, prendendo di mira soprattutto l’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari e le ricostruzioni sulla guerra ibrida evocate dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
A innescare la discussione sono le parole pronunciate da Molinari a Tagadà, su La7: Savino Balzano riassume sarcasticamente la lettura delle proteste con un “Ha stato Putin”, mentre Gianluca Fabi chiede a d’Orsi come confuterebbe davanti a una platea di studenti le interpretazioni di Molinari e Crosetto.

“Intanto bisognerebbe superare la crisi di ilarità che queste interpretazioni suscitano – esordisce lo storico, che riserva all’ex direttore di Repubblica parole particolarmente dure – Molinari non è nuovo a questo genere di posizioni. Due settimane fa, intervistato da un’altra sedicente giornalista in televisione, di cui preferisco non fare il nome e neanche il cognome, alla domanda su come interpretasse l’aumento del prezzo del gasolio e della benzina alle pompe, ha risposto con grande sicumera che la responsabilità primaria era certamente di Putin”.
E rincara la dose: “Credo che Molinari andrebbe messo davvero in condizione di smettere di scrivere. È il principale responsabile dell’ondata russofobica che attraversa l’Italia da parecchi anni. E non dal 2022, ma almeno dal 2014. Basta andare a sfogliare i giornali dove lui scrive”.
Ma al di là dell’attacco personale, il professore insiste sulla necessità di sottoporre a verifica le informazioni, a cominciare dalla loro provenienza: “Noi dobbiamo fare sempre la critica delle fonti, che è una delle procedure tipiche dello storico. Quando arriva una notizia, un’informazione, un messaggio, devi capire: da dove arriva? Chi è che ci dà questa informazione? Chi fornisce questa comunicazione? Quindi, già pensando alla fonte, capisci che non è credibile”.

Per spiegare ai suoi studenti quello che considera il carattere “fallace e farlocco” della tesi sulle interferenze russe, d’Orsi si affida ancora a Gramsci e alla distinzione tra senso comune e buon senso. Il primo, osserva, si forma attraverso immagini, parole e messaggi assorbiti quotidianamente dai mezzi di comunicazione, spesso senza alcuna consapevolezza critica:“Entrano dentro di te come una specie di virus. Gramsci usa l’espressione: ‘Ci hanno imbottito i crani’”. E il messaggio che, secondo lo storico, viene inoculato da anni nell’opinione pubblica è che “i russi sono cattivi e ci vogliono aggredire”.
Il professore invita quindi a recuperare il buon senso e a interrogarsi sulle ragioni concrete di un’eventuale interferenza del Cremlino nelle manifestazioni italiane: “Ma perché Putin dovrebbe avere tutto questo tempo e questa possibilità di intervenire in tutti i disordini del mondo?”. E ricorda come il presidente russo venga chiamato in causa anche in vicende politiche assai lontane dall’Italia, comprese le elezioni brasiliane.
Poi ribadisce: “Quale sarebbe l’interesse di Putin? Putin davvero ha tutto questo tempo libero? Lui ha le sue gatte da pelare e problemi seri. E voi immaginate che la Russia si debba mettere a intervenire nelle vicende interne dell’Italia?”. E richiama il recente viaggio in Russia, dove ha constatato una crescente stanchezza per la guerra, pur in presenza di un consenso che descrive come ancora altissimo nei confronti del presidente.
Quando Fabi richiama il possibile ruolo di TikTok, YouTube e degli strumenti digitali, la replica arriva immediata: “Sì, con gli algoritmi. Quando non si hanno spiegazioni credibili si ricorre a questo”.

Il discorso si sposta quindi sul rapporto tra costruzione del consenso e uso della forza. Balzano osserva che le spiegazioni fondate sull’onnipresenza di Putin rischiano ormai di apparire grottesche e chiede quali prove, documenti o elementi fattuali vengano presentati a sostegno di simili ricostruzioni. Ma avverte anche che l’eventuale perdita di efficacia della propaganda non rappresenta necessariamente una buona notizia, perché alla persuasione può subentrare la coercizione.
D’Orsi condivide l’opinione dello scrittore e torna a Gramsci, stavolta attraverso il concetto di moderno cesarismo: “Gramsci diceva che il moderno cesarismo non è più militare ma è poliziesco. Vuol dire che contemporaneamente ci imbottiscono i crani ma quegli stessi crani poi provano a spaccarli col manganello”. Una formula che lo storico applica alle immagini degli scontri di questi giorni: “Ci sono due elementi: l’elemento di persuasione più o meno occulta che lavora e l’elemento di coercizione fisica che abbiamo visto in questi giorni”.

Secondo d’Orsi, però, il meccanismo comincia a mostrare le sue crepe: “Adesso il giochino si sta rompendo, non funziona più. E non ci sono solo io a pensarlo, ma migliaia di persone che dicono: il re è nudo. Non potete continuare”.
Il professore difende quindi le ragioni degli studenti che scendono in piazza, distinguendo il disagio sociale dalle violenze commesse durante le manifestazioni. Alla domanda di Fabi sulla buona fede dei giovani manifestanti, cita il filosofo francese Emmanuel Mounier e una sua riflessione del 1945: “La révolution attire les effusifs, les confusifs, les diffusifs”. In sostanza, spiega, “dove c’è rivoluzione, c’è casino. C’è sempre qualcuno che si infila per fare casino. Sempre”.
Questo, tuttavia, non cambia il suo giudizio sul significato delle mobilitazioni: “Io lodo questi ragazzi che scendono in piazza, perché danno la sveglia al Paese. E non si può dire che questi sono gli sdraiati di Michele Serra o dei bamboccioni. No, sono persone che stanno patendo l’esclusione sociale nella maniera più drammatica che noi vediamo e quindi dicono basta”.

Lo storico, condividendo pienamente le parole pronunciate dal filosofo Massimo Cacciari a Otto e mezzo, cita le proteste in Francia e in Spagna, individuando nel malessere sociale il filo che le unisce: “C’è qualcosa che collega tutto questo e non è certamente Putin o il desiderio di spaccare tutto. C’è il desiderio di dire basta e di dire no. Questi stanno lottando per la propria vita. E non per il futuro ma per il presente, perché gli stiamo rubando il presente. Come si fa a non capire?”.
Per il fondatore di Agorà, il nodo focale resta la condizione materiale di chi protesta. “Qui c’è una rivolta sociale”, afferma, raccontando di essere stato pochi giorni prima in Calabria, dove ha incontrato agricoltori e autotrasportatori impegnati nei blocchi. Uno di loro gli ha riferito di vendere i pomodori a 10 centesimi al chilo, la stessa cifra percepita dal padre quindici o vent’anni prima. D’Orsi osserva: “Oggi sono andato alla bancarella del mercato: sapete a quanto vendevano i pomodori? A 6,5 euro al chilo. E io mi sono rifiutato di comprarli”.

Nella parte conclusiva dell’intervista, Fabi gli chiede quale direzione stia prendendo la guerra in Ucraina. La risposta dello storico è affidata a due scenari, il primo dei quali passa attraverso un accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin, senza ulteriori ostacoli da parte dei governi europei: “L’Europa la smetta di mettersi di traverso e accetti che Trump porti avanti la trattativa con Putin. Così si arriva alla fine della guerra”.
D’Orsi racconta di avere parlato durante il soggiorno in Russia con candidati alle elezioni e rappresentanti di partito incontrati nei seggi. E rivela: “Tutti mi hanno detto che non vedono l’ora che finisca la guerra con l’Ucraina. Ma a quali condizioni? Ovviamente mi hanno detto che il Donbass è russo e che non mollano sul Donbass. Gli ho chiesto provocatoriamente: ma la Crimea? Mi hanno riso in faccia. La Crimea per loro è russa, è fuori discussione”.
D’Orsi ritiene quindi che il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali di Mosca possa aprire la strada alla conclusione del conflitto: “Se si accetta che il Donbass e le due repubbliche di Lugansk e Donetsk siano, come sono ormai anche a livello costituzionale, parte della Russia, la guerra finisce”.
L’alternativa, nella sua analisi, è la prosecuzione della guerra, con conseguenze potenzialmente devastanti per Kiev. E nel mirino torna l’Europa, insieme al Regno Unito: “Se l’Europa continua a mettersi di mezzo, includendo anche la Gran Bretagna, dove a mio avviso c’è tutta la gran regia, questa guerra non finirà. E vuol dire che l’Ucraina sparirà come nazione”.

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Annalisa Cuzzocrea è la nuova direttrice di HuffPost Italia: l’annuncio di Gedi

22 October 2026 at 15:13

La giornalista Annalisa Cuzzocrea è la nuova direttrice dell’edizione italiana della testata online HuffPost. Ad annunciare la nomina è stata Mirja Cartia d’Asero, la presidente e amministratrice delegata del gruppo editoriale Gedi: “Annalisa Cuzzocrea porta a HuffPost una solida esperienza giornalistica e una profonda conoscenza della politica e delle istituzioni. Le affidiamo la guida della testata con fiducia, certi che saprà valorizzarne l’identità e accompagnarne lo sviluppo, insieme alla redazione”.

Dopo l’addio di Mattia Feltri, che ha lasciato la direzione per approdare al Quotidiano Nazionale come editorialista, la guida del giornale passa a Cuzzocrea. Già editorialista e inviata per La Repubblica, Cuzzocrea è stata anche vicedirettrice de La Stampa, prima donna a ricoprire l’incarico. Nel corso della sua carriera ha anche maturato un’ampia esperienza multimediale, lavorando a Radio Capital e a Repubblica TV.

The Huffington Post è un sito d’informazione statunitense, nato come alternativa progressista ai portali di informazione conservatori. Sbarcato in Italia nel 2012, si è affermato nel corso degli anni come una delle testate digitali più lette al mondo, arrivando anche a vincere il Premio Pulitzer.

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Lotto e Superenalotto, estrazioni di Oggi giovedì 22 ottobre 2026: numeri e combinazione vincente

22 October 2026 at 15:12

Si può giocare al Lotto, al SuperEnalotto e al 10eLotto serale fino alle 19:30

Per chi si fosse perso l’ estrazione precedente di martedì 20 ottobre 2026, non ci sono stati né 6 né 5+.

Nel frattempo vi ricordiamo i numeri ritardatari del lotto:

Ruota 1° ritard. 2° ritard. 3° ritard. 4° ritard. 5° ritard.
Bari: 85 (76) 28 (76) 84 (67) 48 (56) 32 (55)
Cagliari: 11 (83) 61 (61) 35 (58) 9 (52) 84 (50)
Firenze: 66 (116) 18 (60) 46 (59) 33 (59) 12 (54)
Genova: 21 (98) 54 (94) 3 (68) 37 (62) 36 (59)
Milano: 26 (59) 13 (53) 77 (52) 73 (50) 27 (49)
Napoli: 17 (76) 24 (68) 43 (66) 51 (60) 48 (54)
Palermo: 16 (73) 67 (65) 41 (64) 54 (56) 29 (51)
Roma: 13 (102) 24 (68) 21 (68) 14 (63) 33 (61)
Torino: 25 (107) 44 (75) 19 (64) 42 (54) 14 (53)
Venezia: 67 (79) 60 (65) 55 (64) 73 (57) 10 (55)
Nazionale: 29 (71) 4 (55) 35 (54) 86 (51) 24 (50)

“Il principe William verso Harry ha più apatia che rabbia”: la riconciliazione tra i due fratelli si allontana

22 October 2026 at 15:07

Il principe William ormai “prova più apatia che rabbia” nei confronti del fratello Harry. A confidarlo ai tabloid britannici è stata una fonte anonima vicina alla famiglia reale, pronta a rendere pubblico lo stato d’animo dell’erede al trono di fronte ai reiterati appelli del fratello minore.

Harry, qualche settimana fa, è volato a New York e, con l’occasione, si è seduto davanti alle telecamere di GQ Magazine per spiegare le sue ragioni, chiedendo ai suoi parenti di dimenticare il passato, giudicando i tempi per una “riconciliazione” ormai maturi. L’intervista è stata pubblicata solo mercoledì 21 ottobre, ma ha già dimostrato che a corte tira tutta un’altra aria e che l’atteggiamento di William è molto diverso, anche da quello mostrato finora dal padre.

Re Carlo III, la scorsa estate, ha ricevuto Harry e la sua famiglia ad Highgrove, durante un tè organizzato per permettere ai piccoli di casa Sussex di trascorrere del tempo con il nonno e con Camilla. Il patto di segretezza e discrezione su ciò che, almeno da oggi, avviene a porte chiuse tra il figlio ribelle ed il sovrano, è stato rispettato, ma è ancora presto per tirare le somme.

I duchi del Sussex hanno fatto rientro in Inghilterra in settembre e hanno subito ricevuto il monito di Buckingham Palace che, a mezzo stampa, ha ricordato a tutti che i due sono da considerarsi solo “privati cittadini” e che non hanno diritto ai privilegi concessi ai membri della famiglia reale, soprattutto quelli che lavorano per la corona. Sarà per questo motivo che Harry durante quest’ultima intervista, pubblicata mercoledì, ha ribadito due volte di essere “un principe”. Questo titolo, diversamente da quello di “Sua altezza reale”, gli è rimasto, ma a corte c’è molta preoccupazione per ciò che lui e Meghan vorranno farne nei mesi, o forse negli anni che intenderanno trascorrere in Inghilterra.

Ecco perchè, anche l’ultimo passo verso la riconciliazione che Harry ha appena mosso, ha lasciato la monarchia e soprattutto William, in assoluto silenzio.

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È morto Manuel Otto durante una diretta su Twitch, il creatore di “Stick Run” aveva 30 anni. Il produttore: “Univa le persone ed è diventato un tassello prezioso della nostra infanzia”

22 October 2026 at 14:57

Aveva 14 anni quando creò “Stick Run”, il gioco per smartphone che per quasi quindici anni ha continuato a far giocare milioni di persone. Manuel Otto, influencer e sviluppatore tedesco, è morto a 30 anni in quello che sembra essere un suicidio avvenuto durante una diretta in streaming. A darne notizia, mercoledì 21 ottobre, è stato un portavoce del gioco.

“Con il cuore a pezzi confermiamo e annunciamo la scomparsa del nostro creatore, sviluppatore e compagno di corsa, Marc-Manuel Alexander Otto”, si legge nel comunicato diffuso su Facebook il 21 ottobre. Un primo messaggio era comparso martedì sempre su Facebook. Il team di “Stick Run” diceva di essere “a conoscenza di una diretta su Twitch” con protagonista Otto, nella quale “sembrava essersi tolto la vita”.

Interpellata sulla vicenda, Twitch ha spiegato di essere intervenuta “rapidamente” per rimuovere il canale e il video, così da “evitare che venisse visto da altri”, senza fornire ulteriori dettagli su quanto accaduto durante la trasmissione. “Quello che è successo è terribile e la salute mentale e il benessere della nostra community ci stanno profondamente a cuore”, ha aggiunto un portavoce della piattaforma. “Invitiamo chiunque stia attraversando un momento difficile a cercare aiuto: su Twitch sono disponibili strumenti per mettersi in contatto con i servizi di supporto psicologico della propria zona”.

Nel messaggio che annuncia la morte, i responsabili del gioco hanno scritto che per molti Stick Run è stato “più di un semplice gioco”. “Per tanti di noi è stato parte dell’infanzia: un gioco con cui siamo cresciuti insieme agli amici, tra risate, sfide a chi faceva il punteggio più alto e ricordi che ci resteranno per sempre – prosegue la nota – Univa le persone ed è diventato un tassello prezioso della nostra infanzia”.

“Oggi piangiamo non solo la perdita del nostro creatore, ma anche quella di un compagno di corsa il cui lavoro è entrato nelle nostre vite”, ha concluso il portavoce. “La sua eredità continuerà a vivere in ogni ricordo, in ogni partita e in ogni giocatore che è cresciuto con Stick Run”.

***

Se hai bisogno di aiuto o conosci qualcuno che potrebbe averne bisogno, ricordati che esiste Telefono amico Italia (0223272327), un servizio di ascolto attivo ogni giorno dalle 10 alle 24 da contattare in caso di solitudine, angoscia, tristezza, sconforto e rabbia. Per ricevere aiuto si può chiamare anche il 112, numero unico di emergenza. O contattare i volontari della onlus Samaritans allo 0677208977 (operativi tutti i giorni dalle ore 13 alle 22).

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“Falle nel codice PHP? Rischio hacker per i dati sensibili di milioni di europei. Il pericolo è già in atto”

22 October 2026 at 14:57

“La falla informatica sul linguaggio PHP mette a rischio i dati di milioni di europei, incluse le buste paga, perché il 70 o l’80 per cento dei software per la gestione del personale nel Vecchio Continente si basa proprio su questa tecnologia di programmazione”, dice William Nonnis, analista tecnologico della presidenza del Consiglio dei ministri, interpellato da ilfattoquotidiano.it. Parliamo dei dati bancari, incluso l’Iban. Ieri l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha comunicato ufficialmente la pubblicazione di aggiornamenti di sicurezza per sanare “due nuove vulnerabilità con gravità ‘critica’ in PHP. Qualora sfruttate”, dice la nota, “potrebbero permettere a un utente malintenzionato remoto di eseguire codice arbitrario sui sistemi interessati”. Il rischio è già in atto. L’Agenzia diretta da Andrea Quacivi ha diffuso la “toppa” da cucire sul “buco”, ora bisogna tappare la falla e non è detto che tutti siano all’altezza. Il compito non è banale e le competenze informatiche possono mancare nel tessuto produttivo italiano. Dunque saranno abbastanza rapide le aziende, i professionisti, gli utenti e le pubbliche amministrazioni?

L’imprenditore: “Stanotte ho subito diversi attacchi”

“Ho subito diversi attacchi informatici, stanotte contro la mia azienda”, racconta a ilfattoquotidiano.it un imprenditore e consulente informatico che preferisce restare anonimo. “Ho messo una patch al volo, ma in un attimo stavano già provando ad entrare”, prosegue tirando un sospiro di sollievo. Cosa cercavano i criminali? “Nomi utenti e password, credenziali per accadere ai sistemi protetti, ma anche buste paga, le motivazioni per le quali si buca un server sono tantissime”, conclude. In Italia le buste paga sono già state colpite. A novembre 2025, un attacco informatico contro Almaviva ha esposto, tra le altre cose, anche i dati bancari dei dipendenti di Ferrovie dello Stato. Parliamo di circa 70mila persone. Ora la minaccia è estesa su scala europea e globale. Perché la falla non riguarda un singolo software. E non si tratta di una violazione contro uno specifico database o sistema informatico. Il bug riguarda “il motore” che fa girare gran parte degli applicativi web in giro per il mondo. Secondo tre esperti consultati da ilfattoquotidiano.it, “le proporzioni di questo problema sono enormi”. “Il rischio va ben oltre programmi informatici obsoleti o applicazioni sviluppate senza adeguati criteri di sicurezza”, avvisa William Nonnis, “ma può interessare anche infrastrutture tecnologiche regolarmente aggiornate, fino all’applicazione delle correzioni necessarie”.

L’agenzia europea: “Isolare le applicazioni in attesa della patch”

L’agenzia europea per la cybersicurezza (CERT-EU) suggerisce di staccare la spina, in un comunicato pubblicato ieri, nel caso non sia possibile applicare la patch. Il “consiglio” è di riparare subito le vulnerabilità, ma “qualora ciò non sia possibile, le organizzazioni dovrebbero valutare la possibilità di isolare le applicazioni esposte a Internet dalle reti pubbliche fino a quando la correzione non sarà applicata e verificata”. “Molti Paesi europei hanno sospeso siti e servizi web a causa di questa vulnerabilità clamorosa”, dice Michele Colajanni, docente di Ingegneria informatica all’università di Bologna e tra i massimi esperti italiani. Ieri l’Agenzia nazionale per la sicurezza informatica del Regno Unito ha diffuso un comunicato incoraggiando “le organizzazioni ad adottare misure immediate per mitigare” il rischio, fornendo le istruzioni. Ma “se non siete in grado di aggiornare o disabilitare immediatamente il sistema, prima di procedere con l’aggiornamento o la mitigazione, è necessario valutarlo per individuare eventuali segni di compromissione e verificare la presenza di backdoor installate da un malintenzionato. Se non vi sentite sicuri di poterlo fare autonomamente, potete richiedere assistenza a un fornitore di servizi di risposta agli incidenti informatici (CIR) certificato NCSC”.

Google Cloud: “Aggressori possono mandare in crash, rubare o modificare facilmente i dati”

Il problema non riguarda solo le aziende e i software per gestire il personale. I rischi coinvolgono anche gli utenti di Google Cloud, secondo il comunicato del colosso tecnologico statunitense: sebbene il servizio “di per sé non sia vulnerabile, gli utenti di PHP in esecuzione su Google Cloud potrebbero esserlo. Comprendiamo la gravità di queste vulnerabilità e stiamo condividendo delle linee guida per aiutare i nostri clienti ad adottare misure immediate per proteggere le proprie applicazioni”. La nota del colosso è firmata da Chris Betz (Chief Information Security Officer, Direttore della Sicurezza delle Informazioni) e Raluca Ada Popa (Responsabile della sicurezza Gemini, Google DeepMind). Il testo non è rassicurante: “il punteggio di gravità di base ufficiale del Common Vulnerability Scoring System (CVSS) per ciascuna delle vulnerabilità di PHP è stato determinato come Critico, con un livello di gravità pari a 9.2. In generale, questa classificazione significa che gli aggressori possono mandare in crash e dirottare il sistema interessato, e possono facilmente rubare, modificare ed eliminare i dati, sebbene alcune circostanze attenuanti possano rendere più difficile lo sfruttamento della vulnerabilità”.

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Il Tour de France stupisce ancora, ecco il percorso 2027: 71 km di crono, partenza dalla Scozia e finale sui Pirenei. “In questa edizione troveremo le salite del futuro”

22 October 2026 at 14:44

Il Tour de France 2027 partirà il 2 luglio da Edimburgo: mai la Grande Boucle aveva preso il via così a nord. Il percorso, presentato al Palais des Congrès di Parigi, conta 21 tappe per 3.479 chilometri e un dislivello record di 53.450 metri. Non sono le uniche novità di un percorso capace di stupire ancora, tra l’assenza di molte salite epiche e il finale sui Pirenei. Tre le giornate iniziali nel Regno Unito, dalla Scozia all’Inghilterra fino al debutto in Galles. “Il Galles è come la Liegi-Bastogne-Liegi. I primi dieci giorni sono pensati per favorire un continuo cambio di maglie”, spiega il direttore Christian Prudhomme.

Le cronometro individuali saranno due, per un totale di 71 chilometri: non erano così tanti dal 2012. La prima, alla settima tappa, collegherà Blois a Chambord. “È la crono dei castelli: magnifica, 38 chilometri completamente pianeggianti”, afferma Prudhomme. La seconda è in programma a Tolosa, alla sedicesima tappa: 33 chilometri che comprendono la ripida salita di Pech David, una delle scoperte recenti degli organizzatori.

L’alta montagna comincerà alla nona tappa, con l’arrivo sul Grand Colombier. Seguiranno due frazioni alpine, con la doppia scalata di Domancy e il traguardo a Les Saisies. Mancano Galibier, Izoard e Alpe d’Huez: gli organizzatori hanno scelto di dare spazio anche a salite meno note. “Se si vogliono scoprire altri valichi, bisogna accettare il fatto che non ci siano sempre i più celebri”, sostiene Prudhomme. “In questa edizione troveremo le salite del futuro, altrettanto temibili. E ci sarà il Tourmalet”.

Ai Pirenei è affidata infatti la fase decisiva per la maglia gialla. La diciottesima tappa prevede 5.400 metri di dislivello, con il Col du Soulor, il Tourmalet e la Hourquette d’Ancizan prima dell’arrivo al Col du Portet, sopra Saint-Lary-Soulan: a 2.215 metri sarà il punto più alto di questa edizione. La penultima frazione, verso Libourne, offrirà un’occasione ai velocisti. Chiusura il 25 luglio sugli Champs-Élysées a Parigi, con il passaggio da Montmartre confermato per il terzo anno consecutivo.

Tutte le tappe del Tour de France 2027

  1. Venerdì 2 luglio – prima tappa: Edimburgo-Carlisle, 185 km
  2. Sabato 3 luglio – seconda tappa: Keswick-Liverpool, 223 km
  3. Domenica 4 luglio – terza tappa: Welshpool-Cardiff, 223 km
  4. Martedì 6 luglio – quarta tappa: Cherbourg en Cotentin-Cherbourg en Cotentin, 171 km
  5. Mercoledì 7 luglio – quinta tappa: Pontorson-Plumelec, 178 km
  6. Giovedì 8 luglio – sesta tappa: Vannes-Angers, 193 km
  7. Venerdì 9 luglio – settima tappa: Blois-Chambord, 38 km (crono individuale)
  8. Sabato 10 luglio – ottava tappa: Bourges-Le Creusot, 224 km
  9. Domenica 11 luglio – nona tappa: Villars les Dombes – Grand Colombier, 162 km
  10. Martedì 13 luglio – decima tappa: Annecy-Sallanches, 171 km
  11. Mercoledì 14 luglio – undicesima tappa: Cluses-Les Saises, 150 km
  12. Giovedì 15 luglio – dodicesima tappa: Chambery-Valence, 162 km
  13. Venerdì 16 luglio – tredicesima tappa: Aubenas-Montpellier, 164 km
  14. Sabato 17 luglio – quattordicesima tappa: Montpellier-Mende, 199 km
  15. Domenica 18 luglio – quindicesima tappa: Rodez-Albi, 169 km
  16. Martedì 20 luglio – sedicesima tappa: Tolosa-Tolosa, 33 km (crono inviduale)
  17. Mercoledì 21 luglio – diciassettesima tappa: Muret-Pau, 186 km
  18. Giovedì 22 luglio – diciottesima tappa: Pau-Col du Portet, 174 km
  19. Venerdì 23 luglio – diciannovesima tappa, Hasparren-Laruns, 160 km
  20. Sabato 24 luglio – ventesima tappa, Maubourguet-Libourne, 198 km
  21. Domenica 25 luglio – ventunesima tappa, Saint Quentin en Yvelines-Parigi Campi Elisi, 116 km

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Liste d’attesa, 4 milioni di visite ed esami fuori tempo massimo

22 October 2026 at 14:43

Per una prima visita dal gastroenterologo, a livello nazionale, quest’anno più di un cittadino su quattro ha dovuto aspettare oltre i limiti di legge: i tempi di attesa sono stati rispettati solo nel 73,8% dei casi secondo gli ultimi dati di Agenas per gennaio-settembre 2026, meglio del 71,2% dello stesso periodo del 2025. Il 16,6%, nel 2026, ha atteso il gastroenterologo per almeno 31 giorni quando la prescrizione aveva priorità U (Urgente, cioè tre giorni), dato stabile rispetto al 16,9% del 2025. Anche se poi, in generale, dilagano le prescrizioni in classe P (Programmabile, 120 giorni), sulle quali è più difficile accumulare ritardi. Per le visite sono il 34,9% del totale nei primi nove mesi dell’anno, stabili da un anno all’altro, con punte fin quasi al 90%, quando per tutti i tecnici non dovrebbero superare il 20% trattandosi di prime visite e non di controlli. Per una colonscopia, sempre a livello nazionale, siamo al 69,3% di rispetto dei tempi, cioè quasi una su tre viene fissata in ritardo, ma comunque è un passo avanti – rileva Agenas – dal 62,8% di gennaio-settembre 2025.

Sono solo esempi di come le cose non vadano così bene, perfino in questo monitoraggio benevolo e un po’ carente, sottratto ai primi di agosto al ministero e affidato ad Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che il grande pubblico non sa cosa sia ma controlla i dati della nostra sanità. Ieri è stato presentato il secondo Bollettino e la parola chiave è “miglioramento”. A livello nazionale, per le prime visite specialistiche (il monitoraggio esclude controlli e follow up), i tempi sono stati rispettati nel 78,6% dei casi contro il 76,8% di gennaio-settembre 2025. Per gli esami diagnostici ancora meglio: quelli fissati nei tempi sono l’85%; nel 2025 erano l’83,3%. In valori assoluti poco più di 4 milioni tra visite ed esami, su 21,8 milioni, sono arrivate o arriveranno oltre i tempi massimi di attesa; da gennaio a settembre 2025 erano stati sempre 4 milioni ma su 19,7 milioni.

Naturalmente il quadro regionale è frastagliato. Per le prime visite quattro Regioni superano il 90% di prestazioni garantite nei tempi, con uno spettacolare 99% della piccola Basilicata che supera le Marche (94,7%), il Lazio (92,3%, ma calo) e il Veneto (90,5), mentre altre quattro arrancano sotto il 70%: la Puglia al 55,3%, l’Umbria al 62,7%, la Sardegna al 64,3% (l’unica in calo fra queste) e il Friuli-Venezia Giulia (67,8%). Le rimanenti si barcamenano tra 70 e 89% di tempestività, c’è chi scende e chi sale ma di poco. Per gli esami diagnostici le Regioni virtuose sono addirittura sei: meglio di tutti il Veneto (97%), poi la Campania (95,8%, ma in lieve calo), tallonata però dalla meravigliosa Basilicata (95,1%), quindi Marche (92,5%), ancora il Lazio (90,7%) e la Toscana (90%). Tre le dannate sotto il 70% c’è ancora la Puglia (63,4%) che è nettamente la peggiore, l’Umbria (64,7%) e la Valle d’Aosta (69,7%). Le altre stanno in mezzo, tra 70 e 89%.

Quanto alle priorità, i tempi migliorano per le prescrizioni in classe Urgente (U), Breve (B, 10 giorni), ma comunque una su cinque resta fuori tempo massimo. Restano invece stabili le visite Programmabili (P, 120 giorni) che comunque si attestano all’84,2%. Ma i criteri di attribuzione delle classi di priorità sono diversi da Regione a Regione: ci sono straordinarie punte dell’85,4% di prescrizioni P proprio nella meravigliosa Basilicata, 76,2% in Campania, 73,7% in Molise, 66% Calabria, 53,6 in Puglia, ma anche 52,9% nel Lazio e 52,5% in Lombardia, queste ultime due Regioni, le più importanti, in lieve peggioramento da un anno all’altro. All’opposto Toscana, Piemonte ed Emilia-Romagna sono tutte sotto il 10% di prescrizioni P, quindi la lettura dei dati è complessa. La Basilicata, per dire, fa quasi tutto in classe P, “ma poi in realtà le prestazioni arrivano per lo più tra i 30 e i 60 giorni, non a 120”, ha spiegato il direttore di Agenas, Angelo Tanese.

Il Bollettino dà conto di un aumento significativo dei volumi, cioè del numero di prestazioni erogate sia pure nel ristretto ambito del monitoraggio, che si riferisce solo a 55 prestazioni – 14 gruppi di visite e 22 di esami – su oltre 2.000, ma presto sarà allargato. Nei primi nove mesi del 2026 le prenotazioni complessive sono passate dai 19,7 milioni del 2025 a 21,8 milioni, con un incremento di oltre il 10%. Crescono sia le prime visite specialistiche, da 11,3 a 12,3 milioni (+8,3%), sia gli esami diagnostici, da 8,4 a 9,5 milioni (+13,3%). Sembra comunque un dato di maggiore produttività del Servizio sanitario nazionale, al di là dell’invecchiamento della popolazione e degli eccessi di prescrizioni, che pure ci sono.

Non fa invece cenno, il Bollettino, al tasso di conversione delle prescrizioni, cioè a quante ricette – ricavabili dal sistema Tessera sanitaria – si traducono effettivamente in prestazioni: fino a giugno era il 50,3% per le prime visite, il 54,4% per gli esami diagnostici. È un dato molto significativo: una prescrizione su due si perde tra chi paga i privati e chi rinuncia, ma il dettaglio non c’è. Nel 2024, ultimo dato disponibile, 5,8 milioni di italiani (9,9%) hanno dichiarato, secondo l’Istat, di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, in netta crescita sul 2022 (7%) e sul 2023 (7,6%). Nel 2024 le liste d’attesa erano il motivo della rinuncia per il 6,8% dei cittadini (circa 4 milioni di persone, con un balzo del +51% rispetto all’anno precedente), mentre i problemi economici, anche concorrenti con le liste d’attesa, erano stati indicati dal 5,3% (3,1 milioni di persone, in crescita del 26,1%). Abbiamo chiesto al direttore di Agenas, Angelo Tanese, di fornirci il dato aggiornato e un raffronto con gli anni precedenti, evidentemente in possesso di Agenas, ma ha preferito evitare: “Quel dato ha fattori molteplici, in sede di monitoraggio delle liste d’attesa sarebbe fuorviante”. Vedremo in altre sedi.

Tanese sottolinea “un trend di miglioramento diffuso, segno di un impegno significativo di tutto il Servizio Sanitario sul tema delle liste d’attesa”, riconosce che “conoscere i numeri, seppur necessario, non basta” e promette “con ciascuna Regione un confronto permanente sulle criticità e sulle azioni da intraprendere”. Il direttore di Agenas ha dato conto anche di “visite” dei tecnici di Agenas nelle Regioni, ma sembra un confronto molto soft. In passato aveva parlato di “audit”, più che di veri e propri “controlli”.

Il Bollettino di Agenas è consultabile online, come pure la Piattaforma digitale su cui le Regioni riversano i dati per le prestazioni monitorate. Non ci troverete, però, i dati delle sigole Aziende sanitarie e dei singoli ospedali: solo le medie regionali, certamente utili ma fino a un certo punto perché le differenze infraregionali sono significative e il cittadino avrebbe diritto di sapere come vanno le cose, per quella o quell’altra specialità, attorno a casa sua.

La Piattaforma è prevista dal decreto legge 73 del 2024, approvato dal governo Meloni nei giorni delle Elezioni europee, che porta il nome del ministro Orazio Schillaci. Prima non c’erano neanche dati pubblici aggiornati o presunti tali, per quanto limitati. Questi però sono dati chiusi, già elaborati, spesso percentuali, che si prestano poco alle autonome verifiche di tecnici indipendenti. Bisogna fidarsi delle Regioni, che senza dubbio sono sottofinanziate, non sono tutte uguali, ma come si legge nell’ultima relazione della Corte dei conti, tra il 2022 e il 2025 non hanno speso per le liste d’attesa 300 milioni di euro assegnati per ridurle. E soprattutto, molto spesso, sono organizzate male, a tutto vantaggio dei privati, convenzionati e non.

Il decreto 73/2024 prevedeva anche un Organismo centrale di controllo al ministero della Salute, che però è stato privato della competenza sulle liste d’attesa con il decreto 144 del 7 agosto scorso, con buona pace di Schillaci. Un vero peccato, perché all’inizio del 2025, quando sono arrivati i primi dati regionali, al ministero hanno avuto bisogno di uno staff apposito per depurarli di trucchi e trucchetti che li abbellivano. Uno è chiudere le liste (è vietato ma lo fanno) così non ci sono ritardi, un altro creare preliste e liste dette “di galleggiamento” per spostare la presa in carico un po’ più in là e ridurre fittiziamente i tempi di attesa; alcune Regioni poi giocavano sul rifiuto della prima disponibilità che fa uscire la prestazione dal monitoraggio, molte sul richiamato eccesso di prescrizioni P a 120 giorni. E si potrebbe continuare a lungo. “Ma noi andiamo a braccetto con il ministero”, assicura Tanese.

Il decreto 73/2024 aveva attribuito poteri sostitutivi al ministro, che può dunque intervenire quando le Regioni sono inadempienti, fino a commissariarle. Questi poteri, ai quali si sono opposte le Regioni guidate dal presidente leghista del Friuli-V.G. Massimiliano Fedriga, ci sono ancora, ma sarà molto complicato esercitarli, ammesso che ci sia la volontà politica, perché il monitoraggio e i controlli – declassati ad “audit” – sono stati trasferiti ad Agenas con il decreto 144/2026. L’Agenzia è di fatto controllata dalle Regioni, le stesse Regioni che dovrebbe controllare. La presiede personalmente Fedriga.

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