In caso di evasione fiscale, il sequestro può riguardare anche somme di denaro presenti sui conti correnti e provenienti da attività economiche lecite. La possibilità emerge dagli orientamenti della Corte di Cassazione sulla confisca del profitto dei reati tributari, con particolare riferimento alle sentenze n. 6287 del 2026 e n. 21685 del 2023. Le pronunce affrontano due questioni che possono avere conseguenze economiche per imprese e contribuenti: la possibilità di sequestrare il patrimonio di uno dei soggetti coinvolti in una frode fiscale e il trattamento delle somme depositate sui conti bancari dopo la commissione dell’illecito. La Cassazione ha chiarito che il sequestro deve rispettare il valore del profitto contestato e i presupposti previsti dalla legge, ma la provenienza lecita di successivi versamenti non basta necessariamente a escludere la confisca.
Evasione fiscale, quando possono essere sequestrati i conti correnti
Il sequestro preventivo è uno strumento che consente all’autorità giudiziaria di vincolare determinati beni durante un procedimento penale, anche in vista di una successiva confisca. Nei reati tributari, il profitto illecito può consistere nel risparmio ottenuto attraverso il mancato versamento delle imposte. Un’impresa che non paga determinate somme al Fisco conserva infatti una disponibilità economica che avrebbe dovuto destinare all’Erario.
Il problema si presenta quando il denaro viene utilizzato o mescolato con gli incassi derivanti dalla normale attività aziendale. Secondo l’orientamento richiamato nella sentenza n. 21685 del 2023, la natura fungibile del denaro può consentire di sottoporre a sequestro somme presenti sul conto corrente anche se provenienti da operazioni successive e lecite. La fungibilità significa che il denaro è intercambiabile: non è sempre necessario individuare materialmente le stesse banconote corrispondenti al profitto originario. Resta comunque necessario verificare i presupposti della confisca diretta e il collegamento giuridicamente rilevante con il profitto del reato.
Il caso esaminato dalla Cassazione
La controversia esaminata dalla Cassazione con la sentenza n. 21685/2023 riguardava una società di trasporti coinvolta in un procedimento per una presunta omissione fiscale. Il vantaggio economico contestato era stato quantificato in 166.240 euro. L’autorità giudiziaria aveva disposto il sequestro preventivo di una somma corrispondente, individuata nelle disponibilità bancarie dell’impresa.
La società aveva contestato il provvedimento sostenendo che il denaro presente sui conti derivasse dall’attività commerciale regolarmente svolta dopo la violazione tributaria. La questione riguardava quindi la possibilità di distinguere le risorse prodotte lecitamente da quelle riconducibili al mancato pagamento delle imposte.
Secondo il principio richiamato nella pronuncia, il successivo svolgimento di attività economiche regolari non rende automaticamente insequestrabili le disponibilità bancarie. Per un’impresa, il blocco dei conti può incidere direttamente sulla gestione quotidiana, limitando la possibilità di pagare dipendenti, fornitori e altre spese operative.
Le differenze tra confisca diretta e per equivalente
Per comprendere le decisioni della Cassazione occorre distinguere due strumenti previsti dall’ordinamento. La confisca diretta riguarda il profitto derivante dal reato, compreso il risparmio fiscale ottenuto attraverso il mancato pagamento delle imposte. La confisca per equivalente permette invece, nei casi previsti dalla legge, di colpire beni diversi dal profitto originario, per un valore corrispondente. La distinzione assume particolare importanza quando il vantaggio economico non è più direttamente individuabile.
Nel valutare la natura della misura, è necessario considerare anche la possibilità di dimostrare il collegamento tra il denaro sequestrato e il reato contestato. La confisca per equivalente ha una funzione sanzionatoria e deve rispettare i limiti stabiliti dalla normativa, tra cui quelli previsti dall’articolo 12-bis del decreto legislativo n. 74 del 2000.
Sono sempre di più i viaggiatori che scelgono la propria destinazione lasciandosi ispirare dalle ambientazioni viste sul grande e piccolo schermo. Per questo motivo, negli ultimi anni, anche in Italia borghi, isole, città d’arte e paesaggi naturali sono diventati mete ambite soprattutto perché sono stati set di film e serie tv.
Si chiama cine-turismo (o screen tourism), ed è un fenomeno che anche nel nostro Paese sta acquisendo sempre più valore.
Quanto vale il cine-turismo in Italia
Secondo Jfc Tourism & Management, il cine-turismo in Italia genera un giro d’affari stimato in:
circa 600 milioni di euro all’anno;
1,3 milioni di pernottamenti direttamente collegati alle produzioni audiovisive;
oltre 11 milioni di visite giornaliere nei luoghi diventati riconoscibili grazie a film e serie televisive.
A livello internazionale, da come è emerso dal report annuale Unpack di Expedia Group, quasi un viaggiatore su cinque nel mondo ha prenotato un viaggio dopo aver visto una destinazione in un film o in una serie televisiva.
Una parte dei turisti organizza soggiorni di più giorni per esplorare le location, mentre altri inseriscono una singola tappa cinematografica in un itinerario già programmato. Entrambe le tipologie di visita possono generare ricavi, anche se con effetti differenti sulla durata della permanenza, sulla spesa media e sulla distribuzione dei benefici tra le attività locali.
Quali sono le mete più popolari
Tra le destinazioni italiane che hanno conquistato visibilità internazionale grazie a film e serie televisive c’è sicuramente Favignana, in Sicilia. L’isola, anche grazie alla popolarità raggiunta con The Odyssey, di Christopher Nolan, ha visto le prenotazioni aumentare molto questa estate. Le prime stime, inoltre, individuano in questo interesse un potenziale economico anche nei prossimi anni.
Un’altra meta particolarmente nota è Taormina, sempre in Sicilia, che ha ottenuto nuova visibilità internazionale grazie alla serie The White Lotus. Il San Domenico Palace e gli scorci panoramici della città hanno contribuito in particolare a rafforzare l’immagine della destinazione presso un pubblico interessato a viaggi di lusso, gastronomia ed esperienze esclusive.
Restando ancora in Sicilia, meritano di essere menzionate anche Scicli e Punta Secca, nel Ragusano, dove il turismo è spinto da anni ormai dal successo de Il commissario Montalbano.
Tra le destinazioni che stanno beneficiando della visibilità televisiva c’è anche la Calabria, con località come Tropea e Isola di Capo Rizzuto coinvolte nelle riprese di Sandokan, mentre Matera è diventata una scenografia riconoscibile dopo aver ospitato produzioni internazionali come No Time to Die, il film della saga di James Bond.
Infine c’è Roma, che da Vacanze romane (con Audrey Hepburn e Gregory Peck) fino agli ultimi lavori internazionali (come To Rome with Love di Woody Allen), continua a esercitare un forte richiamo sugli appassionati che vogliono ritrovare le ambientazioni della pellicola.
In arrivo nuovi contributi pubblici per il cine-turismo
Per sfruttare meglio le opportunità offerte dal cine-turismo, il ministero del Turismo, in collaborazione con Enit, ha promosso il progetto “Che spettacolo l’Italia! What a movie Italia is!”.
L’iniziativa prevede contributi pubblici per realizzare filmati di qualità cinematografica della durata compresa tra cinque e dieci minuti, destinati a essere distribuiti insieme a film per le sale e a serie televisive. Il progetto prevede un finanziamento fino a 400mila euro per i produttori, che si aggiungono agli aiuti già esistenti, con l’obiettivo di trasformare i set cinematografici e televisivi in strumenti di promozione delle destinazioni italiane, attraverso la produzione di contenuti ad hoc.
Il 2 novembre 2026 è una data da segnare sul calendario per le partite IVA che intendono aderire al concordato preventivo biennale. Entro questa scadenza, infatti, i contribuenti interessati possono accettare la proposta dell’Agenzia delle Entrate per definire in anticipo il reddito fiscale relativo agli anni 2026 e 2027. Si tratta di un accordo che può offrire maggiore prevedibilità nella pianificazione delle imposte, ma che richiede un’attenta valutazione della propria situazione economica.
Con la circolare n. 8/E del 6 ottobre 2026, l’Agenzia delle Entrate ha avuto modo di raccogliere e aggiornare le indicazioni sull’istituto, chiarendo le regole di accesso, le modalità di adesione, i motivi di esclusione e i benefici riconosciuti ai contribuenti. Ecco come funziona il concordato preventivo biennale, chi può utilizzarlo e quali aspetti considerare prima di accettare la proposta del Fisco.
Che cos’è il concordato preventivo biennale e come funziona
Il concordato preventivo biennale, conosciuto anche con la sigla CPB, è stato introdotto dal decreto legislativo 12 febbraio 2024, n. 13. Il suo obiettivo è favorire l’adempimento spontaneo degli obblighi fiscali, permettendo a determinate categorie di contribuenti di concordare preventivamente con l’Agenzia delle Entrate il reddito da dichiarare ai fini delle imposte sui redditi per due anni.
In pratica, l’Amministrazione finanziaria elabora una proposta sulla base delle informazioni disponibili, tra cui i dati delle dichiarazioni fiscali, gli Indici sintetici di affidabilità fiscale (ISA) e gli elementi presenti nelle proprie banche dati. Il contribuente può esaminare gli importi proposti e decidere se accettarli.
Per il biennio 2026-2027, il concordato riguarda il reddito derivante dall’attività d’impresa o di lavoro autonomo e il valore della produzione netta rilevante ai fini dell’IRAP, nei casi in cui l’imposta sia dovuta. L’elemento centrale è che le imposte interessate vengono calcolate sulla base concordata, anziché sul reddito effettivamente prodotto nel corso del biennio, secondo le regole previste dalla normativa. Se l’attività genera guadagni superiori a quelli preventivati, il maggior reddito ordinario non comporta automaticamente un aumento della base imponibile concordata. Se, invece, il reddito effettivo è inferiore, il contribuente potrebbe comunque dover pagare le imposte sulla base stabilita nell’accordo, salvo le specifiche ipotesi previste dalla legge.
Il concordato non elimina, tuttavia, tutti gli obblighi fiscali: restano gli adempimenti dichiarativi e contabili previsti per la propria attività e l’IVA continua a essere determinata secondo le regole ordinarie.
Chi può aderire al concordato preventivo biennale
Il CPB 2026-2027 è destinato principalmente ai contribuenti che esercitano attività d’impresa, arti o professioni e applicano gli ISA, gli Indici sintetici di affidabilità fiscale. Si tratta degli indicatori utilizzati dal Fisco per valutare il grado di affidabilità fiscale delle attività economiche.
Non è quindi sufficiente avere una partita IVA aperta: occorre verificare che la propria attività rientri tra quelle interessate dagli ISA e che siano rispettate tutte le condizioni previste dalla disciplina.
In linea generale, non possono aderire:
i contribuenti in regime forfetario;
i soggetti per i quali non sono previsti gli ISA applicabili al concordato;
i contribuenti che hanno già un concordato in corso per il biennio 2025-2026 e non possono quindi aderire contemporaneamente a un nuovo biennio sovrapposto;
i soggetti con ricavi o compensi superiori a 5.164.569 euro, secondo i limiti previsti dalla disciplina.
Sono inoltre previste condizioni specifiche relative alla posizione fiscale del contribuente. Per questo motivo, prima di accettare la proposta è opportuno controllare non soltanto il reddito indicato dall’Agenzia, ma anche l’effettiva sussistenza dei requisiti di accesso.
Debiti fiscali, dichiarazioni e altre cause di esclusione
Tra gli aspetti da verificare rientrano i debiti tributari e contributivi. Per il biennio 2026-2027, la disciplina prevede una soglia di 5.000 euro per i debiti definitivi relativi a tributi amministrati dall’Agenzia delle Entrate e per i contributi previdenziali, da valutare complessivamente secondo le regole vigenti. La verifica riguarda la situazione al 31 dicembre 2025. Dal conteggio sono esclusi, alle condizioni stabilite dalla legge, i debiti sospesi o regolarmente rateizzati. Se l’importo residuo supera la soglia, il contribuente può rimuovere la causa ostativa pagando la parte eccedente prima di accettare la proposta.
La normativa contempla anche ulteriori impedimenti, tra cui determinate omissioni dichiarative nei periodi d’imposta precedenti e specifiche condanne per reati tributari o economici. Per il 2026-2027 è inoltre rilevante la presenza, nel 2025, di redditi esenti o non imponibili superiori al 40% del reddito derivante dall’attività d’impresa o professionale.
Scadenza 2 novembre 2026: come accettare la proposta
Per il biennio 2026-2027, il termine ordinario è stato differito al 31 ottobre 2026. Poiché la data cade di sabato, la scadenza effettiva per i contribuenti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare è lunedì 2 novembre 2026. La stessa scadenza riguarda sia chi aderisce per la prima volta sia chi rinnova il concordato già applicato nel biennio 2024-2025. Per i contribuenti con un periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare si applica, invece, il termine specifico previsto in relazione alla chiusura dell’esercizio.
Per valutare la proposta, il contribuente deve utilizzare il software “Il tuo ISA 2026 CPB”, disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate. La procedura consente di inserire le informazioni necessarie, elaborare la proposta e visualizzare gli importi relativi al biennio.
L’accettazione può essere comunicata attraverso due modalità:
insieme alla dichiarazione dei redditi: la comunicazione viene trasmessa con il modello ISA collegato al modello Redditi 2026;
con invio autonomo: il modello CPB viene trasmesso telematicamente insieme al solo frontespizio di Redditi 2026, compilando l’apposita sezione relativa alla comunicazione.
La mozzarella di bufala, eccellenza simbolo del made in Italy agroalimentare e pilastro dell’economia del Mezzogiorno, si trova ad affrontare una delle fasi più complesse della sua storia recente. Tra le pareti dei caseifici e lungo i pascoli delle zone di produzione d’origine, l’equilibrio di un’intera filiera appare infatti oggi fortemente compromesso.
Mentre in tutta Italia i consumatori temono ripercussioni sulla reperibilità e sui prezzi del prodotto finale, numerosi caseifici hanno dovuto sospendere la lavorazione perché il latte non arriva, a causa del fermo degli autotrasportatori. Il risultato è uno stop della produzione che rischia di avere delle conseguenze molto spiacevoli.
Cosa c’è dietro lo stop alla produzione di mozzarella di bufala in Italia
A mettere in difficoltà la filiera della mozzarella di bufala campana Dop è lo sciopero degli autotrasportatori. In Campania, soprattutto nelle province di Caserta e Salerno, numerosi caseifici hanno dovuto sospendere le attività per la mancata consegna del latte proveniente dagli allevamenti.
La mobilitazione, partita nel Mezzogiorno per protestare contro il caro carburante, sta provocando conseguenze che vanno ben oltre il settore della logistica. Infatti, anche se le bufale continuano a essere munte, senza trasporti regolari la materia prima rischia di non poter essere lavorata entro i tempi stabiliti. Le difficoltà partono già negli allevamenti, dove il latte si accumula, e si estendono ai punti vendita, con una disponibilità della mozzarella sempre più incerta.
La situazione nei supermercati
Uno degli effetti più visibili del blocco riguarda la disponibilità della mozzarella di bufala campana Dop nei punti vendita. La riduzione dell’offerta è già visibile. Gli scaffali dei supermercati sono meno forniti e c’è maggiore difficoltà nel reperire il prodotto, soprattutto nelle aree in cui la domanda è elevata. La continuità delle forniture sta mettendo in difficoltà anche pizzerie, ristoranti, gastronomie e rivenditori specializzati, che devono programmare gli acquisti sulla base della disponibilità effettiva.
Non è però possibile stabilire, sulla base delle sole chiusure segnalate, quanto dureranno le eventuali carenze o quali saranno gli effetti sui prezzi al dettaglio. Questi dipenderanno dalla durata della mobilitazione, dalle scorte già presenti nei punti vendita e dalla velocità con cui allevamenti, caseifici e distributori riusciranno a riprendere le normali attività.
Cosa si rischia ora
A parlare per primo di allarme è stato il Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana Dop, che il 21 ottobre 2026 ha denunciato la chiusura di numerosi stabilimenti e chiesto un intervento urgente del governo. Oltre alla temporanea scarsità del prodotto sugli scaffali, le perdite economiche potrebbero colpire l’intero settore, per poi estendersi ad altri comparti, dall’agroalimentare all’export.
Secondo quanto riferito dal direttore, Pier Maria Saccani, non è sufficiente avere allevamenti in attività e impianti pronti a lavorare. La mozzarella di bufala è un prodotto fresco, la cui produzione dipende dalla disponibilità regolare di latte. Il latte destinato alla Dop deve essere lavorato entro 60 ore dalla mungitura, quindi occorre che arrivi a destinazione nelle condizioni e nei tempi necessari per essere trasformato.
Questo non significa necessariamente che ogni quantitativo di latte rimasto fermo debba essere automaticamente buttato. Può essere utilizzato per produrre mozzarella, ma questa non avrà la certificazione Dop. E questo si traduce in un danno economico superiore a quello provocato da una semplice interruzione temporanea:
per gli allevatori, il danno può tradursi in costi aggiuntivi, difficoltà organizzative e possibili perdite di materia prima;
per i caseifici, invece, la sospensione dell’attività comporta una riduzione dei volumi lavorati e maggiori difficoltà nel rispettare gli ordini già ricevuti.
Inoltre, tutto sta succedendo in un momento già delicato, per via dell’aumento dei costi di produzione denunciato da tempo dagli operatori di settore. Adesso quindi, se la protesta dovesse continuare, la situazione finanziaria già complicata potrebbe ulteriormente aggravarsi.
Intanto, il governo ha annunciato nuovi aiuti per gli autotrasportatori, ma alcuni manifestanti avevano prospettato la possibilità di proseguire la mobilitazione almeno fino al 27 ottobre.
Da oggi, 22 ottobre 2026, riparare un elettrodomestico diventa più semplice grazie a nuove regole che rafforzano i diritti dei consumatori. I produttori di determinate categorie di beni, tra cui lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie e aspirapolvere, dovranno garantire la possibilità di riparazione anche dopo la scadenza della garanzia legale, a titolo gratuito oppure a un prezzo ragionevole, rendendo disponibili inoltre i ricambi e le informazioni tecniche necessarie agli interventi.
La novità arriva dal decreto legislativo 25 settembre 2026, n. 176, che introduce nell’ordinamento italiano il diritto alla riparazione.
Diritto alla riparazione: cosa significa
Il diritto alla riparazione fa riferimento a un insieme di norme europee che punta a rendere più semplice, conveniente e accessibile la riparazione dei prodotti guasti, favorendo questa soluzione rispetto all’acquisto di un bene nuovo. L’obiettivo è prolungare la vita degli apparecchi, ridurre gli sprechi e limitare la produzione di rifiuti e il consumo di materie prime.
Oggi, infatti, riparare una lavatrice o uno smartphone può risultare più costoso e complicato che sostituirlo. In alcuni casi, inoltre, la riparazione non è possibile per la mancanza di pezzi di ricambio o di informazioni tecniche. Le nuove regole europee mirano a superare questi ostacoli, incentivando i produttori a realizzare beni più durevoli e riparabili e sostenendo lo sviluppo del settore dell’assistenza.
La normativa introduce obblighi specifici per i fabbricanti di determinate categorie di prodotti, che dovranno garantire la possibilità di riparazione in tempi ragionevoli e gratuitamente oppure a prezzi ragionevoli. Sarà inoltre necessario rendere accessibili le informazioni sui servizi offerti e assicurare la disponibilità dei ricambi alle condizioni previste.
Un’altra novità riguarda la garanzia legale: quando il consumatore sceglie di riparare un prodotto difettoso coperto dalla garanzia, il periodo di responsabilità del venditore viene prolungato di almeno 12 mesi, secondo le condizioni stabilite dalla normativa.
Il diritto alla riparazione punta così a favorire un modello di consumo più sostenibile, nel quale i prodotti vengano utilizzati più a lungo prima di essere sostituiti. Oltre a offrire maggiori possibilità di scelta ai consumatori, le misure mirano a ridurre i rifiuti, contenere il consumo di risorse e promuovere nuove opportunità economiche e occupazionali nel settore delle riparazioni.
Quali prodotti sono interessati
Il diritto alla riparazione non riguarda indistintamente tutti i beni in commercio. Gli obblighi specifici si applicano inizialmente a determinate categorie di prodotti elettrici ed elettronici, individuate dalla normativa europea.
Tra questi rientrano:
lavatrici, lavasciuga e asciugatrici domestiche;
frigoriferi e lavastoviglie;
aspirapolvere;
telefoni cellulari, telefoni cordless e tablet;
display elettronici;
apparecchi per il riscaldamento d’ambiente locale a uso domestico;
server e dispositivi per l’archiviazione dei dati;
apparecchiature di saldatura;
prodotti con batterie destinati ai mezzi di trasporto leggeri.
Riparazioni anche fuori garanzia: quali obblighi hanno i produttori
La novità centrale è la possibilità di chiedere la riparazione anche quando la garanzia legale è scaduta. Per i prodotti interessati, il fabbricante dovrà occuparsi dell’intervento direttamente oppure attraverso un altro professionista.
La riparazione dovrà essere effettuata entro un tempo ragionevole e gratuitamente oppure a un prezzo ragionevole. Non è previsto, però, un tariffario unico: il costo dipenderà dal tipo di guasto e dall’intervento necessario, nel rispetto delle nuove disposizioni. I produttori dovranno inoltre fornire informazioni chiare sui servizi di assistenza e sui prezzi indicativi degli interventi più comuni. Le informazioni tecniche, gli strumenti e i pezzi di ricambio dovranno essere accessibili anche ai riparatori indipendenti, secondo le condizioni previste dalla normativa.
Un’altra novità riguarda gli ostacoli alla riparazione. I produttori non potranno rifiutare un intervento soltanto perché l’apparecchio è già stato riparato da un tecnico indipendente o dal consumatore. Non potranno nemmeno introdurre limitazioni tecniche ingiustificate che impediscano di intervenire sul prodotto.
Pezzi di ricambio: per quanto tempo saranno disponibili
Le nuove regole puntano a contrastare uno dei problemi più frequenti per chi vuole riparare un elettrodomestico: l’impossibilità di trovare i componenti necessari. Per le categorie interessate, i produttori dovranno garantire la disponibilità dei ricambi per periodi stabiliti dalle norme europee, generalmente compresi tra sette e dieci anni dalla commercializzazione dell’ultima unità del modello. La durata varia in base al prodotto e al componente.
I ricambi dovranno poter essere sostituiti senza provocare danni permanenti all’apparecchio e, nei casi previsti, utilizzando strumenti comuni. I riparatori indipendenti potranno impiegare componenti originali, usati, compatibili o realizzati con stampa 3D, nel rispetto delle norme sulla sicurezza e della proprietà intellettuale.
Garanzia legale: un anno in più se si sceglie la riparazione
Il nuovo regime introduce una modifica anche alla garanzia legale di conformità. Se un prodotto presenta un difetto coperto dalla garanzia e il consumatore sceglie la riparazione come rimedio, il periodo di responsabilità del venditore viene esteso di 12 mesi. L’estensione si applica agli acquisti effettuati dal 31 luglio 2026 e non significa che ogni riparazione effettuata dopo la scadenza della garanzia faccia ripartire il periodo di copertura.
Occorre infatti distinguere le due situazioni:
prodotto in garanzia: se l’elettrodomestico è ancora in garanzia e presenta un difetto di conformità, il consumatore può rivolgersi al venditore per ottenere, alle condizioni previste dalla legge, la riparazione o la sostituzione senza spese;
prodotto fuori garanzia: se la garanzia è scaduta, la riparazione può essere a pagamento, pur dovendo rispettare gli obblighi specifici previsti per le categorie interessate.
Preventivi trasparenti e piattaforma europea: le altre novità
Per aiutare i consumatori a valutare le offerte, la normativa introduce anche un modulo europeo di informazioni sulla riparazione. Può essere richiesto per gli interventi su prodotti fuori garanzia e contiene, se fornito dal professionista, indicazioni sul prezzo, sui tempi, sul tipo di lavoro e sugli eventuali costi aggiuntivi. Il professionista non è obbligato a rilasciarlo, ma se lo utilizza l’offerta ha una validità vincolante di 30 giorni.
Entro il 31 luglio 2027 dovrà inoltre essere attivata una piattaforma europea gratuita per individuare riparatori, venditori di prodotti ricondizionati e operatori specializzati nel recupero dei beni difettosi.
Spunta una nuova ipotesi per la Manovra 2027: l’estensione del secondo scaglione Irpef potrebbe arrivare gradualmente per contenere i costi della misura. Il primo intervento riguarderebbe i redditi fino a 55mila euro, con un risparmio massimo di 500 euro annui. Per raggiungere la soglia dei 60mila euro bisognerebbe attendere il prossimo anno.
Il progetto, illustrato dal vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani durante una riunione interna del partito.
Manovra, taglio Irpef in due tempi
La misura potrebbe riguardare circa 3 milioni di contribuenti. La possibilità di procedere dipenderà anche dall’esito del confronto con Bruxelles sulla flessibilità di bilancio.
L’eventuale estensione del 33% fino a 55mila euro avrebbe effetti diversi a seconda del reddito dichiarato. Il beneficio deriverebbe dalla riduzione di dieci punti percentuali applicata alla parte di reddito che, con le regole attuali, ricade nell’aliquota del 43%.
Oggi, infatti, il 33% si applica alla fascia di reddito compresa tra 28mila e 50mila euro, mentre oltre i 50mila euro scatta l’aliquota del 43%.
Portare la soglia superiore a 55mila euro significherebbe applicare il 33% anche ai successivi 5mila euro di reddito imponibile. Il risparmio massimo sarebbe quindi, come detto, di 500 euro all’anno per chi ha un reddito pari o superiore a 55mila euro, considerando esclusivamente la differenza tra le due aliquote. Con l’estensione fino a 60mila euro, invece, il beneficio massimo salirebbe a 1.000 euro annui.
Qui sotto una sintesi degli effetti progressivi sul reddito:
con un reddito imponibile annuo di 50.000 euro > non si si avrebbe alcun beneficio;
reddito di 52.000 euro > 200 euro;
reddito di 55.000 euro > 500 euro;
reddito di 60.000 euro > 500 euro con la prima fase (2027) e 1.000 euro con l’estensione completa (2028).
Irpef del settore agricolo
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha inoltre dichiarato che il governo intende confermare l’esenzione dal pagamento dell’Irpef per il settore agricolo per due anni.
Sanità, giovani e caro energia
Gli interventi sull’Irpef sono soltanto alcune delle questioni sul tavolo del Governo Meloni. Ci sono poi le ipotesi che riguardano la sanità e la possibilità di un cashback.
E per quanto riguarda la flat tax, sono queste le ipotesi allo studio:
una flat tax al 5% sugli aumenti di stipendio per i lavoratori dipendenti fino a 35 anni;
una flat tax sui rinnovi contrattuali, sul lavoro notturno e festivo e sui premi di produttività;
una flat tax per le partite Iva con soglia da portare a 100mila euro.
C’è poi l’ampio capitolo dei bonus casa. Trovando le coperture, il Governo punta a confermare le aliquote di
Ecobonus;
Sismabonus;
Bonus ristrutturazioni ordinario.
Senza un nuovo intervento normativo, dal 2027 le aliquote calerebbero dal 50% al 36% per la prima casa e dal 36% al 30% per gli altri immobili.
Fra i desiderata del Governo ci sarebbe poi la possibilità di spingere l’Ecobonus al 65%.
Per quanto riguarda il taglio del bollo auto per le vetture di cilindrata più bassa per tutto il 2027, l’intenzione manifesta è quella di rendere la misura strutturale.
Manovra 2027, le incognite
Sulla Manovra pesa l’incognita delle coperture. Il Governo ha intavolato una discussione con la Commissione Ue per chiedere maggiore flessibilità sui conti.
C’è poi la ricerca di fondi da banche e assicurazioni, con l’esecutivo che chiede 5 miliardi e il settore che resiste rievocando il preesistente accordo.
Influenza in Italia, andamento e casi settimanali per regione e età
Nella settimana dal 29 dicembre 2025 al 4 gennaio 2026, l’incidenza delle infezioni respiratorie acute (ARI) in Italia è pari a 14,07 casi per 1.000 assistiti, in diminuzione rispetto ai 14,85 della settimana precedente. I bambini fino a quattro anni continuano a registrare i valori più elevati. Le ARI comprendono infezioni causate da diversi virus respiratori e non coincidono con i soli casi di influenza.
Riassunto della settimana: casi totali
I casi di infezione respiratoria acuta stimati nella popolazione italiana sono 802.879 nella settimana, rispetto agli 840.005 della precedente. Dall’inizio della stagione, il totale stimato raggiunge 7.556.424 casi.
La diminuzione va interpretata con cautela: durante le festività natalizie si sono ridotti sia le visite sia i dati trasmessi dai medici sentinella. Anche la chiusura delle scuole contribuisce a limitare la trasmissione nelle fasce d’età con maggiore circolazione virale. Questi fattori non consentono di considerare il calo come una conferma del superamento del picco stagionale.
Nella settimana hanno trasmesso dati 1.009 medici sentinella, con una popolazione osservata di 1.354.048 assistiti e 19.058 casi di ARI rilevati. Questi casi osservati sono distinti dalle stime riferite all’intera popolazione italiana.
Per l’influenza, la positività dei campioni è del 17% nella comunità e del 40,5% nel flusso ospedaliero. Considerando insieme i diversi flussi della sorveglianza virologica, sono stati identificati 1.357 campioni positivi all’influenza su 3.472 campioni segnalati, pari al 39,1%, tutti di tipo A. Le percentuali si riferiscono ai campioni analizzati e non alla popolazione generale.
Distribuzione per fascia d’età
La fascia 0-4 anni presenta l’incidenza più elevata, con 36,85 casi per 1.000 assistiti, rispetto ai 39,37 della settimana precedente. La distribuzione delle ARI per età è la seguente:
0-4 anni: 2.612 casi osservati, incidenza di 36,85 per 1.000 assistiti.
5-14 anni: 2.573 casi osservati, incidenza di 14,82 per 1.000.
15-24 anni: 2.011 casi osservati, incidenza di 16,10 per 1.000.
25-44 anni: 4.072 casi osservati, incidenza di 14,84 per 1.000.
45-64 anni: 4.696 casi osservati, incidenza di 12,22 per 1.000.
65 anni e oltre: 3.094 casi osservati, incidenza di 9,49 per 1.000.
Rispetto alla settimana precedente, l’incidenza diminuisce nelle fasce sotto i 45 anni, mentre aumenta tra i 45-64 anni, da 12,00 a 12,22, e tra le persone di almeno 65 anni, da 8,93 a 9,49. I confronti risentono della partecipazione variabile dei medici durante le festività.
Influenza: casi per regione
I dati regionali descrivono le infezioni respiratorie acute complessive, non esclusivamente l’influenza. Tra le regioni con dati disponibili, le incidenze più elevate si registrano in Campania, con 20,53 casi per 1.000 assistiti, Sicilia, con 19,41, e Marche, con 18,52. Seguono Abruzzo con 17,37 e Puglia con 17,26.
I valori più contenuti si osservano in Valle d’Aosta, con 8,90 casi per 1.000 assistiti, Friuli-Venezia Giulia, con 9,20, e Liguria, con 9,77. Per Calabria e Molise non sono disponibili dati settimanali: l’assenza di rilevazioni non indica assenza di infezioni.
In termini di casi osservati dai medici sentinella, i numeri maggiori riguardano Lombardia, con 3.477 casi, Lazio, con 3.453, e Puglia, con 2.561. Questi conteggi dipendono anche dalla popolazione coperta dalla sorveglianza e non rappresentano stime del totale dei casi regionali. Le differenze nella copertura richiedono cautela anche nel confronto delle incidenze, soprattutto dove partecipano pochi medici.
Confronto con gli anni precedenti
Il confronto diretto con le stagioni precedenti è limitato dal passaggio dalla sorveglianza delle sindromi simil-influenzali (ILI) a quella delle infezioni respiratorie acute (ARI). Anche le soglie di intensità, calcolate sui dati storici delle ILI, devono essere interpretate tenendo conto di questo cambiamento.
All’interno della stagione in corso, l’incidenza è salita da 7,15 casi per 1.000 assistiti nella settimana 42 del 2025 a 17,45 nella settimana 51, per poi scendere a 14,85 nella settimana 52 e a 14,07 nella prima settimana del 2026. Le rilevazioni successive alle festività saranno importanti per valutare l’evoluzione della circolazione virale.
Per gli accessi al pronto soccorso, i dati disponibili fino alla settimana 52 del 2025 nelle nove regioni monitorate indicano un numero di accessi per sindromi respiratorie inferiore alla stessa settimana della stagione precedente. Le forme gravi e complicate di influenza risultano invece numericamente simili; il sottotipo più frequente tra queste è A(H1N1)pdm09 e la maggior parte dei casi riguarda persone non vaccinate.
Nel complesso della stagione, tra i virus influenzali A sottotipizzati prevale A(H3N2), con il 65,8%, mentre A(H1N1)pdm09 rappresenta il 34,2%. Tra i ceppi A(H3N2) sequenziati prevale il subclade K.
Il blocco degli autotrasportatori contro il caro carburanti colpisce anche l’industria della pasta italiana. Il pastificio Rummo ha sospeso la produzione da lunedì 19 ottobre 2026.
Ad annunciare lo stop è stato Cosimo Rummo, presidente e amministratore delegato dell’azienda, in un’intervista a Repubblica. Anche La Molisana, con sede a Campobasso, ha ridotto drasticamente l’attività a causa dei problemi nei rifornimenti.
Cosa è successo a Rummo
Il pastificio Rummo ha dovuto interrompere la produzione dopo aver esaurito le scorte di materie prime disponibili nello stabilimento di Benevento. La sospensione è arrivata dopo circa una settimana di difficoltà nei rifornimenti, provocate dal blocco dei trasporti e dall’impossibilità di garantire le normali consegne.
Anche con gli impianti operativi e con gli ordini commerciali che continuano ad arrivare, le attività sono state sospese perché senza un flusso costante di ingredienti e materiali indispensabili è impossibile andare avanti. Nel caso della pasta, in particolare, se i camion che trasportano la semola di grano duro non raggiungono lo stabilimento, le scorte interne possono garantire la continuità soltanto per un periodo limitato. Una volta esaurite, l’alternativa è ridurre i ritmi produttivi oppure fermare temporaneamente le linee. E così è successo.
Perché anche La Molisana ha ridotto la produzione
Altri pastifici del Sud Italia stanno affrontando difficoltà analoghe a Rummo. Tra questi c’è La Molisana, a Campobasso, che non si è fermata ma ha dovuto ridurre drasticamente la produzione.
Coltivazione del grano duro, molitura, lavorazione industriale, confezionamento e distribuzione devono funzionare in modo coordinato, mentre un rallentamento anche in una sola fase può ripercuotersi sulle successive, soprattutto quando le imprese dispongono di scorte limitate. Se l’interruzione si protrae, le conseguenze possono estendersi anche ai rapporti con la grande distribuzione organizzata, con i distributori e con gli operatori dei mercati esteri.
La disponibilità di grano duro, dunque, non è sufficiente da sola a garantire la continuità produttiva. Il cereale deve essere raccolto, movimentato e trasformato in semola, che deve poi raggiungere i pastifici nei tempi richiesti dai rispettivi programmi di lavorazione.
Scorte di magazzino e costi logistici: cosa si rischia ora
C’è poi un altro problema con il quale le imprese di settore devono fare i conti in questi giorni di forte stress logistico. Le scorte rappresentano una delle principali difese contro le interruzioni delle forniture, è vero. Disporre di una riserva di semola permette a un pastificio di proseguire la produzione anche quando una consegna subisce un ritardo. Tuttavia, mantenere grandi quantità di materie prime in magazzino comporta costi e richiede spazi adeguati.
Le conseguenze economiche possono quindi manifestarsi sia nell’immediato, attraverso le ore di produzione perse e i ritardi nelle consegne, sia nel medio periodo, qualora le aziende debbano riorganizzare i contratti, sostenere spese aggiuntive o modificare la gestione delle scorte.
Le misure del governo
Intanto, il governo ha messo sul piatto un pacchetto di interventi finanziari. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha sbloccato 480 milioni di euro e misure di ristoro contro il caro gasolio. Il Consiglio dei ministri è stato inoltre convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, per approvare un decreto legge con le misure per l’autotrasporto.
L’annuncio delle risorse ha aperto i primi spiragli, portando alla revoca dei blocchi regionali in Sicilia. Nella serata di mercoledì 21 ottobre anche in Calabria Fedralog, la federazione regionale della logistica, ha sospeso il fermo, in attesa dell’incontro con il ministro Matteo Salvini del 27 ottobre. Tuttavia, la mobilitazione di varie sigle e presidi spontanei di autotrasportatori sta proseguendo in diverse aree, tra cui Campania, Puglia e Lazio.
Di conseguenza, per il comparto pastario e per l’intera filiera agroalimentare la situazione resta complessa. La ripresa delle consegne di semola di grano duro verso i pastifici del Centro-Sud avviene ancora a rilento, impedendo il ritorno ai normali ritmi produttivi.
Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge con disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori dell’autotrasporto, dell’agricoltura e della pesca. Il Governo risponde così alle proteste contro il caro carburanti e ai blocchi stradali che hanno causato penuria di merci nei supermercati, con scaffali vuoti e intere corsie chiuse in diverse zone del Sud Italia. Il decreto prevede 105 milioni di euro per i rimborsi sul gasolio ma ci sono interventi anche per agricoltura e pesca. In un video pubblicato sui social, Giorgia Meloni ha dichiarato: “Accordo con le associazioni dell’autotrasporto, risorse già in pagamento e nuove misure per agricoltori e pescatori approvate oggi in Consiglio dei Ministri. Il Governo ascolta chi manifesta pacificamente e lavora per dare risposte concrete”.
Le misure approvate dal Cdm del 22 ottobre
Nella conferenza stampa del Consiglio dei Ministri del 22 ottobre, Edoardo Rixi, viceministro del Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, ha dichiarato: “Da marzo fino ad agosto abbiamo messo 480 milioni e altri 60 milioni per il mese di settembre fino ai primi di ottobre, consentendo anche l’utilizzo dei crediti d’imposta per i primi mesi del 2027 per evitare che alcune aziende vadano in extra credito e non possano utilizzare i crediti. I crediti saranno già disponibili alle prime aziende dalla settimana prossima”.
Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, ha dichiarato che attraverso l’Agea “arriveranno 60 milioni per il costo del carburante agricolo” utili a “garantire l’acquisto di 121 milioni di litri, con un contributo fino a 45 centesimi. Dopo un primo intervento che copriva la prima parte dell’anno, questo copre fio al 15 ottobre, ristorando le aziende che hanno acquistato carburante agricolo”.
Le parole di Matteo Salvini
Prima di collegarsi al Cdm, Matteo Salvini ha dichiarato: “Sono al telefono giorno e notte, non da ieri, da settimane. Oggi c’è un ulteriore intervento anche per i piccoli autotrasportatori. Noi abbiamo sbloccato un miliardo che in gran parte va agli autotrasportatori con più mezzi, con mezzi più nuovi. Ci sono anche tanti che hanno due o tre mezzi, soprattutto al Sud, che hanno ancora l’Euro 4, l’Euro 3, perchè non hanno i soldi per prenderne di nuovi”. ”
Ha poi aggiunto: “Quindi oggi interveniamo per ridurre il costo del gasolio anche per i piccolini in tutta Italia, e soprattutto dove hanno i mezzi più vecchi, per allungare i tempi di pagamento dei leasing, per dare fiato e liquidità a tante imprese. Detto questo, noi stiamo cominciando a pagare migliaia e migliaia di imprese. Abbiamo ascoltato tutti. Rincontrerò tutti, i grandi e anche quelli che hanno un solo camion, a Milano come a Foggia o come a Caserta”.
Il vertice del Governo
Nella serata di mercoledì 21 ottobre, la premier Giorgia Meloni ha presieduto una riunione con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.
L’agenzia, raccogliendo fonti dell’esecutivo, riferisce che nel corso dell’incontro “è stato fatto il punto sulle misure da portare in Cdm”. Per l’autotrasporto, “si è discusso degli esiti del confronto avvenuto ieri con i rappresentanti di categoria e sull’immediata operatività dei provvedimenti”. Il Governo lavora inoltre a “un pacchetto di norme e iniziative concrete a sostegno del comparto agricolo”.
Viminale contro i blocchi dell’autotrasporto
Piantedosi ha fornito aggiornamenti sui contatti con i prefetti dei territori interessati dai blocchi. Il nodo per il Viminale è sbloccare la viabilità e garantire la continuità dei rifornimenti, in particolare per quanto riguarda beni di prima necessità, alimenti e farmaci. Le Forze dell’Ordine hanno scortato circa 500 autotrasportatori. Il servizio sarà garantito a chiunque ne faccia richiesta.
Il ministero dell’Interno ha inoltre avviato un’azione a tappeto per identificare chi sta attuando “in forma illegale presidi stradali che intralciano la circolazione, soprattutto in Campania”. I numeri:
1.339 soggetti identificati;
71 denunciati;
242 sanzionati sul piano amministrativo.
La testata Open, citando fonti delle Forze dell’Ordine, riferisce di situazioni avvenute in Campania dove ruote di tir sono state tagliate per impedire la partenza agli autisti che non volevano aderire alle proteste.
Credito d’imposta sul carburante
Salvini e Rixi, dopo l’incontro dell’altro ieri con i rappresentanti degli autotrasportatori, hanno confermato lo sblocco di 430 milioni già stanziati per credito d’imposta sul carburante per il periodo marzo-agosto. I soldi non sono ancora stati erogati a causa dei tempi della burocrazia, dopo 32mila domande ricevute.
Il decreto legge che dovrebbe emergere dal Cdm delle 12:00 di giovedì 22 ottobre dovrebbe aggiungere altri 45,2 milioni a quanto già previsto, più e altri 60 milioni per coprire i rimborsi sul gasolio acquistato dal 1° settembre al 5 ottobre.
Estesa poi la compensazione fino al 31 dicembre 2027 per le fatture dal 1° settembre al 5 ottobre.
Lo spread tra Btp e Bund ha toccato 122 punti base in apertura del 22 ottobre. Si tratta del livello più alto del differenziale da quasi due anni, ma a preoccupare sono soprattutto i rendimenti dei titoli decennali. Nelle prime battute dell’avvio delle contrattazioni, i Btp decennali benchmark hanno toccato il 4,62%.
Il dato è a pochi decimali dai picchi del 2023, il record recente. Per trovare interessi più alti sui titoli di Stato italiani bisogna andare alla crisi del debito del 2008-2012, quando il Paese era a rischio bancarotta.
Cosa sta succedendo ai rendimenti e allo spread
C’è stato un balzo dello spread, dovuto a un aumento improvviso dei rendimenti dei titoli di Stato italiani. Non si tratta però di un problema italiano, ma globale e, in parte minore, europeo. Lo testimonia il fatto che con i rendimenti che, da quando esiste l’euro, sono stati così alti solo una manciata di volte, il differenziale con i Bund tedeschi è comunque relativamente basso, a 122 punti base.
I fattori che stanno spingendo i rendimenti così in alto sono diversi e c’entrano poco con il debito pubblico italiano:
tante aziende e tanti Stati tanno prendendo molti soldi in prestito in un periodo in cui le banche centrali stanno limitando la circolazione di denaro;
l’inflazione continua ad aumentare, così come il prezzo del petrolio, oggi tornato sopra 110 dollari al barile;
gli Oat francesi hanno superato il record storico di rendimento da quando esiste l’euro.
Si tratta di un misto di circostanze provenienti dall’economia, dalla finanza e dall’opinione pubblica, che stanno contemporaneamente mettendo sotto pressione l’intero mercato delle obbligazioni, statali e non.
I rendimenti al 4,62% in prospettiva
L’ultima volta che i rendimenti erano stati più alti del 4,62% era il 2023, tra settembre e ottobre. L’inflazione era al 5,7%, la Bce aveva alzato i tassi al 4,5%, l’Europa si avviava verso il suo secondo inverno senza gas russo e Trump verso il suo secondo mandato alla Casa Bianca.
Se si vuole trovare la volta precedente in cui i rendimenti sono stati più alti di quelli odierni, bisogna tornare all’inizio del 2013. L’Italia stava ancora uscendo dalla più grave crisi finanziaria del secolo, quella del 2011, in cui il debito pubblico del Paese era andato sotto attacco speculativo mentre l’Europa subiva le conseguenze della crisi economica innescata dal crollo di Wall Street nel 2008.
Francia oltre ogni record di rendimento, regge la Spagna
Che la crisi sia internazionale lo si vede dai dati degli altri Paesi europei. La Spagna, che continua a essere la più stabile, fa segnare un differenziale vicino a 70 punti base e rendimenti al 4,10%.
Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 22 ottobre 2026
Titoli di Stato
Rendimenti
Spread
Bund tedeschi
3,40%
–
Btp italiani
4,62%
122
Oat francesi
5,05%
165
Bonos spagnoli
4,10%
70
La pressione è più forte sulla Francia, indebolita da un debito fuori controllo e da un’instabilità politica che dura da anni. I rendimenti degli Oat hanno superato il livelli della crisi del 2011, arrivando al 5,05%, con lo spread a 165 punti base.
Altra giornata positiva per i Btp Valore, le prossime aste
Ieri si è conclusa la terza giornata dell’emissione dei Btp Valore, con una raccolta che ha portato il totale vicino a 12 miliardi di euro per il Tesoro. Le prossime asteregolari saranno invece:
martedì 27 ottobre l’asta dei Btp Short Term e dei Btp€i;
mercoledì 28 ottobre l’asta dei Bot;
giovedì 29 ottobre l’asta dei titoli a medio e lungo termine.
La Manovra 2027 potrebbe riservare importanti novità per chi deve fare la ristrutturazione della casa, affittare un immobile, gestire un negozio o acquistare la prima abitazione. A patto, naturalmente, che si trovino le coperture.
Tra le ipotesi allo studio del Governo figurano la proroga dei bonus edilizi, il rafforzamento degli incentivi per l’efficienza energetica, la riduzione della cedolare secca sugli affitti a canone concordato dal 10% al 5% e il ritorno di alcune agevolazioni per i giovani under 36.
Bonus casa 2027, servono 500 milioni per evitare i tagli
Il pacchetto dedicato alla casa potrebbe costare almeno 1 miliardo di euro, una cifra destinata a crescere se venissero confermate tutte le proposte attualmente in discussione. Le risorse disponibili sono limitate e il Governo deve reperire circa 5 miliardi di euro di coperture per la prossima Legge di Bilancio.
Non tutte le misure, quindi, avranno necessariamente il via libera. Ci sono al momento due confronti in corso: il primo fra Governo e Commissione Ue al fine di avere maggiore flessibilità, il secondo fra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega per capire quali misure inserire concretamente in Manovra. Un terreno di confronto, ad esempio, riguarda il contributo di banche e assicurazioni, con Salvini che spinge forte e Tajani che frena.
Senza un nuovo intervento normativo, dal 2027 le aliquote dell’Ecobonus, del Sismabonus e del Bonus ristrutturazioni ordinario scenderebbero dal 50% al 36% per le abitazioni principali e dal 36% al 30% per gli altri immobili.
Anche il Bonus mobili rischia una sforbiciata. L’agevolazione permette di detrarre le spese per l’acquisto di arredi ed elettrodomestici collegati a determinati lavori edilizi.
Per mantenere l’attuale sistema di incentivi servirebbero circa 500 milioni di euro. La maggioranza valuta inoltre il possibile ripristino dell’Ecobonus al 65% per interventi di efficientamento energetico, come l’installazione di pompe di calore, sistemi ibridi e cappotti termici. Il costo aggiuntivo è stimato in circa 50 milioni di euro all’anno. Il conto totale: 550 milioni di euro.
Conto termico, fino a 800 milioni per l’efficienza energetica
Un altro capitolo riguarda il Conto termico, lo strumento destinato a sostenere interventi di riqualificazione energetica realizzati dalla pubblica amministrazione e dai privati. L’obiettivo è favorire la sostituzione degli impianti meno efficienti e ridurre i consumi energetici degli edifici.
L’ipotesi allo studio prevede una dotazione compresa tra 700 e 800 milioni di euro. Le risorse potrebbero beneficiare della flessibilità europea riconosciuta agli interventi energetici, attraverso il ricorso all’extradeficit.
Nella Manovra potrebbero inoltre trovare spazio fondi aggiuntivi per gli interventi previsti dal Piano casa.
Cedolare secca al 5% sugli affitti concordati
C’è poi il capitolo locazioni, con l’ipotesi di cedolare secca sugli affitti a canone concordato da portare dall’attuale 10% al 5%. L’ipotesi, sostenuta da Noi Moderati, punta a rendere più conveniente la locazione residenziale di lungo periodo e ad aumentare la disponibilità di abitazioni a prezzi accessibili, soprattutto nelle grandi città.
Il canone concordato viene determinato sulla base di accordi territoriali tra le organizzazioni dei proprietari e degli inquilini. E la cedolare secca consente di sostituire l’Irpef e le relative addizionali con l’imposta sostitutiva. Il regime evita inoltre il pagamento delle imposte di registro e di bollo sul contratto.
La nuova aliquota potrebbe riguardare circa 257mila nuovi contratti stipulati nel 2027, con un costo per le casse pubbliche di circa 100 milioni di euro.
La tassa sui mini pacchi provenienti da Paesi extra Ue subisce un rinvio al 2027. Il Governo ha infatti presentato un emendamento al decreto Carburanti, attualmente all’esame della Camera, per spostare la data di entrata in vigore, dopo una serie di precedenti rinvii.
Il contributo italiano da 2 euro sulle spedizioni di valore non superiore a 150 euro, introdotto con la Manovra 2026 per contrastare la concorrenza dell’e-commerce asiatico e aumentare le entrate dello Stato, dovrebbe così entrare in vigore dal 1 gennaio del prossimo anno.
Tassa sui mini pacchi rinviata
La tassa era stata pensata soprattutto per disincentivare gli acquisti dalle piattaforme asiatiche (in primis Shein e Temu) per privilegiare la manifattura locale.
Ma poi è emersa una criticità: quando le merci possono essere sdoganate in altri Paesi Ue, i flussi possono cambiare percorso senza che i pacchi smettano di arrivare ai consumatori italiani. Traduzione: un pacco destinato a un consumatore italiano non deve necessariamente entrare nell’Unione europea attraverso una dogana italiana perché gli operatori possono scegliere altri punti di ingresso, per esempio in Belgio, nei Paesi Bassi o in Ungheria, per poi trasferire le merci in Italia via camion. A questo punto la tassa sui mini pacchi andrebbe applicata o no? Ma c’è anche un altro problema: una tassa di questo tipo, anziché aumentare le entrate e mantenere i flussi in Italia, può spingere una parte delle attività di trasporto e sdoganamento verso altri hub europei.
E ancora: la misura ha poi incontrato le resistenze degli operatori della logistica, che hanno denunciato gli effetti di un prelievo applicato in anticipo rispetto al quadro europeo.
Rinvio della tassa, minore gettito previsto
Il nuovo rinvio riapre così il problema delle entrate attese dalla misura e del futuro del contributo nazionale, proprio mentre l’Unione europea ha già introdotto un dazio sui piccoli acquisti extra Ue e si prepara ad applicare un’ulteriore commissione per la gestione delle spedizioni.
Il rinvio comporta anche un aggiornamento delle previsionidi gettito: le minori entrate attese per il 2026 salgono da 40,8 a 61,25 milioni di euro. La differenza è pari a 20,45 milioni, che dovranno essere coperti. Le stime iniziali prevedevano entrate pari a 122,5 milioni di euro nel primo anno e a 245 milioni a regime.
Il provvedimento riguarda anche altre misure: tra queste, l’aumento di 126,4 milioni di euro delle risorse destinate al credito d’imposta sul gasolio per gli autotrasportatori.
Il quadro europeo
Il quadro si è complicato da quando sono stati introdotti i prelievi europei: dal 1° luglio è in vigore il dazio Ue da 3 euro sui piccoli acquisti provenienti da Paesi extra Ue. E dal 1° novembre si aggiungerà una handling fee da 2 euro, fissata dalla Commissione europea per coprire i costi dei controlli doganali. Il dazio europeo riguarda i piccoli acquisti extra Ue, mentre la commissione di gestione è collegata ai costi delle attività doganali.
A questi importi dovrebbe così aggiungersi, dal 1° gennaio 2027, anche la tassa italiana da 2 euro, portando il totale dei tre prelievi a 7 euro. Il rischio è che con tre prelievi sullo stesso pacco, l’Italia rischi di diventare meno conveniente come punto di ingresso delle merci, incentivando il ricorso alle dogane di altri Paesi europei.
Ci accorgiamo di quanto conti una rete soprattutto quando rallenta: durante una videochiamata, un pagamento online o una serata in streaming. Dietro questi gesti quotidiani c’è un’infrastruttura che deve trasportare sempre più dati. Nokia vuole renderla più efficiente usando l’intelligenza artificiale, dai collegamenti dei data center fino alle reti mobili.
I risultati del terzo trimestre 2026 mostrano che la domanda legata ad AI e cloud è già una fonte di crescita per il gruppo finlandese. Raccontano, però, anche l’altra faccia della trasformazione: mentre l’utile operativo comparabile migliora, costi di ristrutturazione e investimenti assorbono liquidità.
Tra luglio e settembre Nokia ha registrato 5,154 miliardi di euro di vendite, in aumento del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025. L’utile operativo comparabile è salito del 35%, a 605 milioni di euro. Il risultato operativo riportato, che comprende anche voci come i costi di ristrutturazione, è stato invece di 196 milioni, in calo del 22%.
La distinzione aiuta a leggere i conti senza fermarsi a un solo numero: l’attività ordinaria è cresciuta, ma la trasformazione del gruppo ha un costo rilevante. Nel trimestre Nokia ha contabilizzato 357 milioni di euro di oneri di ristrutturazione.
I numeri del trimestre, in breve
Indicatore Q3 2026
Risultato
Che cosa ci dice
Vendite nette
5,154 miliardi di euro, +10%
La crescita prosegue rispetto al 2025
Utile operativo comparabile
605 milioni, +35%
Migliora la redditività dell’attività ordinaria
Utile operativo riportato
196 milioni, -22%
Risente soprattutto degli oneri di ristrutturazione
Vendite ai clienti AI e cloud
631 milioni, +123% a cambi costanti
La domanda di infrastrutture per l’IA accelera
Nuovi ordini AI e cloud
1,5 miliardi di euro
Segnalano domanda futura, non ricavi già incassati
Flusso di cassa libero
-99 milioni
Nel trimestre investimenti e capitale circolante hanno assorbito liquidità
La spinta più forte arriva dalle infrastrutture di rete: le vendite del segmento sono aumentate del 15% a cambi costanti. Le reti IP sono cresciute del 43%, quelle ottiche del 18%. Le vendite ai clienti AI e cloud hanno superato i 630 milioni di euro. Gli ordini raccolti da questa categoria hanno raggiunto 1,5 miliardi, con un aumento del 118% rispetto a un anno prima.
I data center che addestrano e fanno funzionare i sistemi di intelligenza artificiale hanno bisogno di collegamenti veloci e affidabili. Nokia fornisce parte delle reti che li connettono: per il gruppo, la corsa all’IA è già una fonte concreta di vendite e commesse. La società prevede, inoltre, una crescita del 25-30% nel 2027 per le attività combinate di reti IP e ottiche.
L’intelligenza artificiale arriva anche alle antenne
La strategia Nokia-Nvidia si estende ora alla rete radio mobile con l’AI-RAN. Questo significa usare l’intelligenza artificiale nella parte della rete che gestisce il collegamento tra smartphone e antenne, per amministrare meglio il traffico e utilizzare con maggiore efficienza lo spettro radio.
Nokia ha annunciato di aver completato con Nvidiae T-Mobile la prima chiamata AI-RAN su una rete operativa di un gestore. Il comunicato del gruppo cita anche le sperimentazioni europee: Elisa ha svolto prove su una rete 5G a Helsinki. BT prepara un test a Birmingham nel 2027. Nokia e Deutsche Telekom hanno registrato in laboratorio miglioramenti tipici del 10-15% nella velocità di trasmissione dal dispositivo verso la rete. Quest’ultimo risultato dovrà essere verificato sul campo.
Per chi usa la rete, il possibile beneficio è intuitivo: una gestione più intelligente può aiutare gli operatori a sfruttare meglio la capacità disponibile, ma non significa che le prestazioni o le tariffe cambieranno subito. I test devono diventare soluzioni adottate su larga scala e Nokia non indica ancora ricavi specifici generati dall’AI-RAN.
Crescita sì, ma la cassa racconta anche il costo
Il flusso di cassa libero di Nokia è risultato negativo per 99 milioni di euro nel trimestre. La società attribuisce la pressione, tra le altre voci, agli assorbimenti di capitale circolante, alle ristrutturazioni e agli investimenti. In pratica, una parte delle risorse resta impegnata nel ciclo operativo, come scorte, pagamenti e incassi, invece di trasformarsi subito in liquidità disponibile.
Nokia conferma per il 2026 la previsione di un utile operativo comparabile tra 2,1 e 2,6 miliardi di euro e si aspetta di chiudere l’anno sopra il punto medio della forchetta. Allo stesso tempo, ha ridotto al 35-55% la stima di conversione dell’utile operativo in flusso di cassa libero e prevede oneri di ristrutturazione per 1,1 miliardi nel 2026.
Per l’Europa e per l’Italia la questione va oltre i conti di una singola azienda. Le reti e i data center sono infrastrutture essenziali per servizi digitali, imprese e famiglie. QuiFinanza ha già raccontato lo sviluppo dei poli per l’intelligenza artificiale nel Sud Italia e la corsa globale alle infrastrutture con il caso della società coreana Elice.
I conti di Nokia mostrano, dunque, due tempi diversi. AI e cloud stanno già portando crescita e ordini. La nuova generazione di reti mobili è ancora in fase di test e sviluppo. La prova per il gruppo sarà trasformare l’interesse tecnologico in contratti, servizi diffusi e cassa più robusta. Per chi usa queste reti ogni giorno, è lì che si misurerà il valore concreto della promessa.
Arrivano gli aiuti dell’Unione europea per le aree colpite dal ciclone Harry nello scorso gennaio. L’Italia in particolare riceverà 74,9 milioni di euro da parte del Parlamento europeo che ha approvato lo stanziamento nell’ambito del Fondo di solidarietà dell’Ue, lo strumento comunitario che aiuta gli Stati membri a fronteggiare le conseguenze delle grandi calamità naturali. Le risorse serviranno a contribuire agli interventi necessari per superare i danni provocati dalla tempesta e favorire il ritorno alla normalità nei territori interessati.
Il via libera è arrivato il 21 ottobre 2026 a Strasburgo, con 651 voti favorevoli, 17 contrari e 3 astensioni. L’erogazione dei fondi deve ora passare attraverso l’approvazione formale del Consiglio dell’Unione europea, prima del trasferimento delle risorse da parte della Commissione europea.
Ciclone Harry, quanto riceverà l’Italia dall’Unione europea
La somma prevista per l’Italia ammonta a 74,9 milioni di euro. Si tratta di un sostegno finanziario destinato agli interventi di ripristino nelle zone colpite dal ciclone Harry, che ha interessato il Paese nel gennaio 2026. Il finanziamento rientra in un pacchetto complessivo da 489 milioni di euro approvato dal Parlamento europeo per aiutare quattro Paesi a far fronte ai danni provocati da eventi meteorologici estremi.
Oltre all’Italia, sono coinvolti Malta, che riceverà 3,7 milioni di euro per le conseguenze della stessa tempesta Harry, il Portogallo e la Spagna, colpiti da gravi inondazioni nel febbraio 2026. Nel dettaglio, sono previsti 261,5 milioni di euro per il Portogallo e 149,1 milioni per la Spagna. La ripartizione delle risorse riflette le richieste di assistenza presentate dai singoli Paesi in relazione ai danni subiti.
A cosa serviranno i fondi per il ciclone Harry
Le risorse europee sono destinate a sostenere il ripristino delle aree danneggiate dalla tempesta. Il Fondo di solidarietà dell’Ue interviene infatti per aiutare gli Stati a gestire le conseguenze di calamità naturali particolarmente gravi e a finanziare le operazioni necessarie per il recupero dei territori colpiti.
Il sostegno non va quindi interpretato come un contributo erogato direttamente a tutte le famiglie o alle imprese danneggiate. Si tratta, piuttosto, di fondi pubblici destinati agli interventi ammissibili previsti dal meccanismo europeo, secondo le procedure e le condizioni stabilite per il loro utilizzo. L’obiettivo è contribuire alle spese legate alla gestione dell’emergenza e al ripristino delle condizioni essenziali nelle aree interessate. L’effettiva destinazione delle somme dipenderà dagli interventi riconosciuti ammissibili e dalle modalità di attuazione previste dalle autorità competenti.
Fondo di solidarietà Ue, come funziona
Il Fondo di solidarietà dell’Unione europea è stato istituito per consentire all’Ue di fornire un sostegno finanziario agli Stati membri colpiti da gravi calamità naturali. Può essere attivato, in presenza dei requisiti previsti, per contribuire a coprire alcune spese pubbliche sostenute per affrontare l’emergenza e ripristinare servizi e infrastrutture essenziali.
Il fondo rappresenta uno strumento di solidarietà tra Paesi europei: permette di affiancare le risorse nazionali quando un evento eccezionale provoca danni rilevanti e richiede interventi straordinari. L’approvazione del Parlamento europeo è un passaggio importante, ma non coincide ancora con il trasferimento effettivo del denaro. Nel caso degli aiuti per il ciclone Harry, resta necessaria l’approvazione formale del Consiglio Ue, dopodiché la Commissione europea potrà procedere con il finanziamento.
L’Inps, con la circolare 107 del 20 ottobre, riepiloga e aggiorna le regole per far valere i contributi versati all’estero nella pensione in regime di cumulo. Sono tre i chiarimenti che riguardano i periodi all’estero:
quando contano per il diritto alla pensione;
come si considerano per la verifica dell’importo soglia;
quando danno accesso all’integrazione al trattamento minimo.
Chi ha una carriera divisa tra più gestioni italiane e uno o più Paesi esteri può ottenere un trattamento che con i soli contributi italiani non sarebbe raggiungibile.
Cos’è la pensione in regime di cumulo
Il cumulo, previsto dalla Legge di Stabilità 2013 e poi modificato con la Legge di Bilancio 2017, permette di sommare i contributi non coincidenti versati in gestioni previdenziali diverse per ottenere un’unica pensione.
Quando contano i periodi lavorati all’estero
I periodi esteri valgono per il diritto alla pensione in cumulo come se fossero periodi italiani, in base all’articolo 6 del regolamento (CE) 883/2004 e contano anche se hanno già prodotto una pensione estera.
Quando lo stesso periodo è coperto sia da contributi italiani sia da contributi esteri, per esempio per due lavori svolti in contemporanea in due Paesi, quei mesi valgono una volta sola e non si sommano.
Quali Paesi rientrano nel cumulo
Rilevano i contributi maturati:
negli Stati Ue;
nello Spazio economico europeo;
in Svizzera;
nel Regno Unito;
nei Paesi legati all’Italia da accordi o convenzioni bilaterali di sicurezza sociale che prevedono la totalizzazione internazionale.
Le condizioni da rispettare
La totalizzazione con l’estero è possibile se:
risulta raggiunto il periodo minimo di contribuzione italiana, cioè 52 settimane (un anno) per la normativa europea o quello fissato dalla singola convenzione;
almeno una delle gestioni italiane coinvolte è compatibile con il riconoscimento dei periodi esteri;
i periodi esteri servono per maturare il diritto oppure danno una pensione più favorevole rispetto al solo cumulo nazionale.
Per la maggior parte delle convenzioni bilaterali la totalizzazione non serve se il diritto si raggiunge già con i soli contributi italiani. Fanno eccezione Jersey e le altre Isole del Canale (che dipendono dal Regno Unito), gli Stati nati dalla ex Jugoslavia e l’Uruguay.
Contributi esteri anteriori al 1996
L’importo della pensione si calcola solo sui contributi italiani. I periodi esteri collocati prima del 1° gennaio 1996 servono però a stabilire l’anzianità al 31 dicembre 1995 e quindi il sistema in cui rientra la pensione, con i relativi requisiti di accesso e istituti.
Significa che chi ha lavorato all’estero prima del 1996 e in Italia ha versato solo dopo quella data viene inquadrato nel sistema misto, anche se la quota italiana resta calcolata, di fatto, con il sistema contributivo.
Importo soglia e contributi esteri
Per la pensione di vecchiaia in cumulo valgono anche i requisiti diversi da età e contributi previsti dall’ultima gestione di iscrizione.
L’importo soglia è l’importo minimo che la pensione deve raggiungere per essere pagata, ed è quello previsto dalle regole della Gestione separata. Nel cumulo l’Inps controlla l’importo soglia solo quando ricorrono insieme tutte queste condizioni:
la pensione è calcolata con il sistema misto (in parte con il retributivo e in parte con il contributivo);
l’ultima iscrizione del lavoratore è alla Gestione separata dell’Inps;
l’interessato non ha ancora compiuto 71 anni, limite che dal 1° gennaio 2027 sarà adeguato alla speranza di vita.
Nel caso internazionale, la pensione italiana si somma alla pensione o al pro-rata estero e il totale non deve risultare inferiore alla soglia. Il requisito può maturare anche dopo, quando arriva la liquidazione estera. In quel caso la pensione decorre dal primo giorno del mese successivo.
La verifica non serve se, dopo l’ultimo contributo in Gestione separata, si hanno periodi esteri valorizzabili in una gestione dove la soglia non è prevista. Con i Fondi speciali conta la natura del lavoro svolto all’estero, che deve corrispondere alla stessa categoria.
Resta fermo che alla decorrenza il lavoro dipendente deve essere cessato, anche all’estero.
Integrazione al minimo
L’integrazione al trattamento minimo alza le pensioni più basse fino a 611,85 euro al mese – importo provvisorio per il 2026 fissato dalla circolare 153 del 19 dicembre 2025, che diventano 619,80 euro con l’incremento dell’1,3% riconosciuto alle pensioni pari o inferiori al minimo.
L’integrazione spetta a chi ha redditi entro i limiti di legge e solo alle pensioni nel sistema retributivo o misto. Nel cumulo spetta a condizione che almeno una delle quote sia a carico di una gestione che la prevede. Grazie ai periodi esteri anteriori al 1996, l’integrazione spetta anche a chi in Italia ha iniziato a versare dopo quella data.
Nell’esempio della circolare del 20 ottobre, un lavoratore con 15 anni di contributi all’estero prima del 1996 e poi iscritto in Italia al Fondo pensioni lavoratori dipendenti e alla Gestione esclusiva dei dipendenti pubblici ottiene una pensione in cumulo nel sistema misto, integrabile al minimo, anche se le quote italiane sono calcolate con il contributivo. L’integrazione resta a carico delle gestioni italiane.
Per verificare i limiti di reddito, l’Inps conta anche le pensioni estere e gli eventuali redditi prodotti all’estero.
Come si presenta la domanda
L’ente istruttore si individua solo in base all’ultimo contributo italiano, anche se l’ultimo versamento è avvenuto all’estero.
C’è poi un distinguo in base a dove si ha la residenza:
chi risiede in Italia presenta la domanda per via telematica e sceglie il tipo di pensione;
chi risiede all’estero si rivolge all’istituzione previdenziale del Paese di residenza, che inoltra la pratica alla sede Polo dell’Inps.
Se la domanda arriva dall’estero con la generica dicitura vecchiaia o anticipata, l’Inps deve comunque esaminare l’intera posizione, cercare il trattamento più favorevole e informare l’interessato sulle alternative prima di liquidare. Anche per questo motivo è sempre meglio indicare esplicitamente il cumulo nell’istanza.
Avere la partita Iva, essere iscritti all’albo e fatturare compensi non basta a dimostrare che un rapporto lavorativo sia autonomo. Anzi se il professionista è inserito stabilmente nell’organizzazione aziendale, si assume responsabilità e risponde ai vertici societari, la collaborazione può essere qualificata come lavoro dipendente, anche con inquadramento dirigenziale.
In questo modo la Cassazione con la sentenza 24668/2026 tutela tutti quei professionisti “esterni” che, in concreto, svolgono attività secondo i canoni della subordinazione. Questi stessi professionisti hanno bisogno delle tutele tipiche di chi è alle dipendenze.
Il caso, più di nove anni di consulenza con funzioni direttive
La controversia nasce dal ricorso presentato da un commercialista che aveva collaborato con una società, dopo aver firmato un contratto di consulenza.
Il professionista avrebbe però collaborato per quasi dieci anni con modalità ben diverse da quelle di una consulenza esterna. Egli infatti sosteneva di avere diretto l’area amministrativa e finanziaria, coordinato gli uffici e il personale, assunto responsabilità gestionali e mantenuto un rapporto costante con l’amministratore unico della società.
Di conseguenza chiedeva al giudice di accertare il vincolo di subordinazione nel rapporto, con riconoscimento della qualifica dirigenziale, delle differenze retributive, del Tfr, dell’indennità sostitutiva del preavviso e di ulteriori somme, compreso il risarcimento connesso all’illegittimità del recesso.
La società si opponeva indicando alcune “spie” di un rapporto autonomo: tipologia di contratto, iscrizione del professionista all’albo, partita Iva, fatturazione dei compensi e assenza di vincoli gerarchici. Contestava inoltre che le mansioni svolte giustificassero un inquadramento dirigenziale.
Nel percorso giudiziario la Cassazione chiede di verificare la natura effettiva del rapporto
Il Tribunale di Roma riconosceva la natura subordinata e dirigenziale del rapporto, condannando la società al pagamento del Tfr e dell’indennità sostitutiva del preavviso, ma respingendo le altre domande. Stesso esito presso la Corte d’Appello capitolina.
Insoddisfatta dell’esito del giudizio, la società ricorreva in Cassazione e, con sentenza 35687/2021, quest’ultima annullava la pronuncia d’appello per motivazione insufficiente sulla rilevanza e il ruolo del contratto di consulenza, predisposto dallo stesso professionista. Senza escludere la subordinazione, la Corte chiedeva cioè di verificare con maggior attenzione la corrispondenza tra accordo scritto e modalità concrete del rapporto.
Nel giudizio di rinvio, la Corte d’Appello capitolina ribadiva la natura dipendente e dirigenziale della collaborazione. La società proponeva quindi un nuovo ricorso in Cassazione.
Partita Iva e contratto non bastano: i cinque indici della subordinazione
Il principio centrale evidenziato dalla Cassazione è che la qualificazione formale del rapporto non è decisiva quando le modalità effettive di lavoro indicano una situazione diversa.
La distinzione tra lavoro autonomo e subordinato non dipende soltanto dal “nome” attribuito al contratto, ma dal modo in cui la prestazione viene concretamente organizzata e svolta.
Ecco perché la Suprema Corte ha ritenuto corretta la valutazione degli elementi raccolti nel corso del processo, tra cui:
continuità e presenza in azienda — il professionista frequentava quotidianamente la società da circa nove anni, utilizzandone locali, strutture e strumenti;
inserimento nell’organizzazione – dirigeva il settore amministrativo, contabile e finanziario, coordinando il personale e impartendo istruzioni ai dipendenti;
rapporto con i vertici — faceva riferimento direttamente all’amministratore unico, dal quale riceveva indicazioni e al quale riferiva regolarmente l’attività svolta. Partecipava inoltre alle riunioni;
responsabilità gestionali e rappresentative — gestiva rapporti con banche e finanziarie, disponeva di procure e deleghe e poteva impegnare la società nei confronti di soggetti esterni;
assenza di rischio d’impresa — non emergeva una reale assunzione del rischio economico tipica di un’attività professionale autonoma.
Non solo. Le testimonianze, le e-mail e gli atti societari raccolti confermavano il ruolo del professionista come direttore amministrativo e finanziario.
Parallelamente, la presenza di una partita Iva, l’iscrizione all’Albo, la titolarità di uno studio professionale e l’entità elevata dei compensi non sono stati considerati elementi sufficienti a escludere la subordinazione. Queste circostanze erano qui “secondarie” e, anzi, potevano ben coesistere con il lavoro dipendente. Era stata esclusa anche la collaborazione a progetto.
Subordinazione attenuata e differenze tra dirigente e quadro
Nel lavoro dirigenziale, la subordinazione può manifestarsi in forma attenuata perché il dirigente gode di ampia autonomia e non necessita di ordini continui o controlli puntuali. Come chiarito dalla sentenza 3640/2020 della Cassazione, occorre piuttosto verificare se la prestazione sia funzionalmente coordinata con gli obiettivi aziendali e soggetta alle direttive generali del datore di lavoro.
Nello specifico caso in oggetto, la subordinazione era emersa dagli indici già descritti mentre la qualifica dirigenziale è stata giustificata dalle responsabilità quotidianamente esercitate.
Le citate procure e le deleghe gli consentivano inoltre di rappresentare e impegnare la società nei confronti di terzi, distinguendo la sua posizione da quella del quadro. La Cassazione ha così confermato la correttezza della valutazione tecnico-giuridica fatta dalla Corte d’Appello.
Tfr e preavviso non sono compensabili con i compensi professionali
La società contestava anche il riconoscimento del Tfr (tema delicato come conferma un recente contributo giurisprudenziale) e dell’indennità sostitutiva del preavviso sostenendo che i compensi già elargiti al professionista, eventualmente superiori a quelli previsti dal contratto collettivo, dovessero essere considerati ai fini dell’assorbimento delle somme dovute.
La Cassazione ha però bocciato questo ragionamento ribadendo che — quando viene accertato un rapporto subordinato formalmente qualificato come autonomo — il principio dell’assorbimento non si applica né alle spettanze del Tfr né all’indennità sostitutiva del preavviso. La società è stata altresì condannata al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione.
Che cosa cambia
Il principio giurisprudenziale che emerge dalla sentenza 24668/2026 dei giudici di piazza Cavour interessa i professionisti: partita Iva e contratto di consulenza non garantiscono, da soli, l’autonomia. Lo stesso principio potrebbe riguardare, per esempio, un avvocato che coordina stabilmente l’ufficio legale di un’azienda o un ingegnere che dirige un reparto tecnico, rispondendo direttamente ai vertici.
Inoltre le conseguenze della riqualificazione di un rapporto non riguardano soltanto le tutele del lavoratore, ma anche gli obblighi contributivi dell’impresa, come chiarito dalla Cassazione in un’altra vicenda relativa a collaborazioni trasformate in rapporti subordinati.
Per le imprese, la qualificazione contrattuale deve sempre trovare riscontro nell’organizzazione concreta del lavoro. Per i professionisti, invece, fatture, iscrizione all’albo, la presenza di fatture e uno studio proprio non impediscono di chiedere il riconoscimento della subordinazione – e delle relative tutele (contributi, ferie, permessi ecc.) – se ne ricorrono i presupposti concreti. Saperlo in anticipo potrà evitare lunghi e onerosi strascichi giudiziari.
In definitiva, la valutazione del rapporto resta legata alle circostanze del singolo caso: nessun singolo indizio è necessariamente decisivo. È l’insieme degli elementi — letto alla luce delle norme e dei principi giurisprudenziali — a consentire di distinguere una vera consulenza autonoma da un rapporto di lavoro subordinato, anche dirigenziale.
La digitalizzazione dei processi fiscali in Italia ha introdotto strumenti e procedure indispensabili per la gestione quotidiana di aziende, professionisti e Partite Iva. Tra gli elementi centrali del sistema di trasmissione vigente si colloca il codice destinatario della fattura elettronica, un dato fondamentale per il corretto instradamento e il recapito dei documenti contabili.
Sebbene la gestione elettronica dei flussi sia ormai una realtà consolidata, non mancano i dubbi operativi relativi alla scelta del codice da inserire, alle differenze rispetto alla PEC, alle operazioni verso l’estero e al ruolo fondamentale svolto dal Sistema di Interscambio (SdI). Cerchiamo di capire cos’è il codice destinatario, come funziona la ricezione dei file XML e quali sono le regole pratiche per evitare errori o ritardi nella contabilizzazione.
Cos’è il codice destinatario della fattura elettronica
Il codice destinatario della fattura elettronica (spesso definito impropriamente codice SdI) è una stringa alfanumerica composta da 7 caratteri che identifica in modo univoco l’indirizzo telematico di ricezione dell’acquirente o committente.
Quando un fornitore emette un documento fiscale in formato XML, il Sistema di Interscambio dell’Agenzia delle Entrate ha la necessità di sapere dove recapitare tale file. Il codice destinatario funziona esattamente come un indirizzo postale digitale o un numero di civico informatico: non identifica la singola azienda dal punto di vista fiscale (ruolo svolto invece dalla Partita Iva o dal Codice Fiscale), bensì la piattaforma informatica o il software gestionale utilizzato per ricevere i documenti.
Per questa ragione, molte imprese e professionisti che utilizzano il medesimo provider di fatturazione (come gestionali in cloud o piattaforme di categoria) condivideranno lo stesso codice destinatario a 7 cifre. Sarà poi il sistema informatico del gestore a smistare le fatture in arrivo ai singoli account dei clienti in base alla Partita Iva indicata all’interno del file XML.
Le tipologie di codici e i valori convenzionali
A seconda del destinatario del documento e del canale di trasmissione scelto, il campo relativo al codice destinatario nel tracciato XML della fattura elettronica deve essere compilato seguendo regole precise.
Codice di 7 caratteri per operatori B2B e B2C con software
È la casistica standard nelle transazioni tra privati (aziende e professionisti). Se il cliente utilizza un gestionale o un servizio di fatturazione elettronica fornito da un intermediario accreditato allo SdI, fornirà al proprio mittente un codice alfanumerico di 7 caratteri (ad esempio M5UXCR1).
Valore convenzionale 0000000 (sette zeri)
Il valore 0000000 viene utilizzato in diverse circostanze operative:
invio tramite PEC. Se il cliente non dispone di un codice destinatario ma desidera ricevere la fattura sulla propria Posta Elettronica Certificata, nel campo del codice si inseriscono sette zeri e si compila il campo PEC Destinatario con l’indirizzo PEC del cliente;
cliente senza canale telematico comunicato. Qualora il cliente Iva non fornisca né un codice né una PEC;
consumatori finali (B2C). Quando si emette fattura verso un privato cittadino che non possiede un canale telematico attivo, si utilizza 0000000.
Codice XXXXXXX per clienti esteri
Per le operazioni transfrontaliere verso soggetti non residenti e non stabiliti nel territorio nazionale (clienti UE o extra-UE), la normativa prevede l’inserimento del codice convenzionale XXXXXXX (sette X). Questo segnala al Sistema di Interscambio che il destinatario è un operatore estero per il quale non è previsto un recapito telematico diretto via SdI.
Codice univoco ufficio per la Pubblica Amministrazione
È importante non confondere il codice destinatario per privati con il Codice Univoco Ufficio per la FatturaPA. Quest’ultimo è composto da 6 caratteri alfanumerici (e non 7) e identifica in modo preciso lo specifico ufficio della Pubblica Amministrazione destinatario della fattura, reperibile tramite l’Indice delle PA (IPA).
Come funziona la ricezione tramite il Sistema di Interscambio
Il Sistema di Interscambio rappresenta il postino centrale dell’infrastruttura fiscale italiana. Riceve la fattura inviata dal trasmittente, ne verifica la correttezza formale e la recapita al destinatario.
Per questo motivo l’Agenzia delle Entrate mette a disposizione di tutte le Partite Iva una funzionalità cruciale all’interno del portale Fatture e Corrispettivi: la registrazione dell’indirizzo telematico predefinito. Questa opzione consente al contribuente di associare direttamente alla propria Partita Iva il codice destinatario (o l’indirizzo PEC) su cui intende ricevere tutte le fatture elettroniche in ingresso.
Perché questa regola è fondamentale? Una volta registrato l’indirizzo predefinito sul portale dell’Agenzia delle Entrate, lo SdI consegnerà sempre e comunque i documenti all’indirizzo registrato dal cliente, ignorando qualsiasi codice o PEC eventualmente inseriti dal fornitore nella singola fattura. Questo sistema azzera i rischi derivanti da errori di battitura dei fornitori o dall’utilizzo di vecchi codici destinatari a seguito di cambi di software gestionale.
Gestione degli errori e delle notifiche SdI
Durante la fase di trasmissione e recapito, il Sistema di Interscambio può restituire diversi esiti. Conoscere il significato delle notifiche è indispensabile per la corretta gestione amministrativa.
Esito di consegna riuscita
Se la fattura supera i controlli di forma e il canale telematico del destinatario è raggiungibile, lo SdI inoltra il file e invia all’emittente una Ricevuta di Consegna. Da questo momento la fattura si considera fiscalmente emessa e ricevuta.
Notifica di mancata consegna
Se la fattura è formalmente corretta ma il canale del destinatario non è raggiungibile (ad esempio per problemi tecnici del provider del cliente o in caso di utilizzo del codice 0000000), lo SdI emette una notifica di Mancata Consegna:
la fattura viene comunque depositata ed è valida a tutti gli effetti fiscali nell’area riservata del cliente su Fatture e Corrispettivi.
l’emittente ha l’obbligo di informare tempestivamente il cliente che il documento originale è reperibile e scaricabile dal portale dell’Agenzia delle Entrate.
Notifica di scarto
La notifica di scarto si verifica quando il file XML contiene errori strutturali o dati non validi (ad esempio una Partita Iva inesistente o incoerenze di calcolo dell’Iva):
lo SdI invia lo scarto entro 5 giorni dall’invio;
una fattura scartata si considera come mai emessa. L’emittente dispone di 5 giorni di tempo dalla data della notifica per correggere l’errore e reinviare il documento con il medesimo numero e la medesima data.
Come registrare il codice destinatario su Fatture e Corrispettivi
Per garantire la massima sicurezza nella ricezione dei documenti contabili, la procedura di registrazione dell’indirizzo telematico predefinito richiede pochi passaggi:
accedere al sito ufficiale dell’Agenzia delle Entrate e fare ingresso al portale Fatture e Corrispettivi mediante credenziali SPID, Carta d’Identità Elettronica (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS);
selezionare l’utenza di lavoro (se si opera per conto di una società o come ditta individuale);
raggiungere la sezione Fatturazione Elettronica e accedere alla voce Registrazione dell’indirizzo telematico dove ricevere tutte le fatture;
selezionare l’opzione desiderata: inserire il Codice Destinatario a 7 caratteri fornito dal proprio software contabile oppure specificare un indirizzo PEC;
confermare e salvare i dati.
Attraverso questa configurazione, la gestione della fattura elettronica e del codice destinatario risulterà automatizzata e al riparo da smarrimenti o ritardi di consegna, ottimizzando l’intero flusso di lavoro contabile dell’attività aziendale o professionale.
La protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio (e non solo) è giunta a una triste svolta. Dopo giorni di blocchi, che hanno messo in difficoltà buona parte del Sud (in buona parte unito a sostegno dei manifestanti, ndr), nella serata di mercoledì 21 ottobre 2026 sono stati sospesi i presidi in Sicilia e in Calabria. Diverso il discorso in Campania, dove sono stati liberati alcuni snodi autostradali.
Il Governo ha convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, un Consiglio dei ministri per approvare un decreto legge con le misure per l’autotrasporto e nuove risorse per l’agricoltura. Sul fronte dell’ordine pubblico, il Viminale ha però avviato un’azione a tappeto contro i presidi illegali, con 1.339 persone identificate. Non proprio l’intervento a supporto dei lavoratori esausti che ci si sarebbe aspettato.
Sicilia e Calabria sospendono la protesta
La Sicilia è la regione che ha fatto il primo passo e, di fatto, quella che si è beccata dure critiche sui social. La svolta è giunta in serata, dopo un incontro in Prefettura a Catania. L’Associazione imprese autotrasportatori siciliani (Aias), che manteneva i blocchi lungo l’autostrada Messina-Catania, davanti al porto di Palermo e in altre strade dell’isola, ha deciso di sospendere la protesta.
Ecco le parole del presidente dell’Aias Giuseppe Richichi:
Abbiamo deciso di revocare il blocco dei tir poiché abbiamo ricevuto delle rassicurazioni da parte del prefetto che anche noi siederemo ai tavoli nazionali per i confronti sul tema dell’autotrasporto.
Una decisione che ha ribaltato quanto deciso soltanto poche ore prima. L’assemblea all’interporto di Catania aveva infatti votato all’unanimità il “fermo a oltranza”.
Un fronte, quello siciliano, nettamente spaccato. Il Comitato trasportatori siciliani (Cts) di Salvatore Bella aveva infatti già revocato il fermo dopo l’incontro con il ministro Matteo Salvini del 20 ottobre. L’Aias contestava invece l’accordo, chiedendo:
contributi straordinari sul gasolio;
sospensione dei versamenti contributivi;
finanziamenti agevolati per rinnovare i mezzi;
maggiori tutele per i piccoli trasportatori.
In Calabria invece lo stop è stato annunciato da Fedralog, la federazione regionale della logistica che aveva proclamato il fermo. Ecco un sunto di quanto riportato nella nota ufficiale:
Abbiamo deciso di sospendere l’astensione dai servizi per dare fiducia al Governo e al ministero.
L’attenzione resta però massima e se l’incontro del 27 con Salvini non darà risposte reali, si spiega, “organizzeremo un grande corteo verso Roma con tutti i nostri mezzi. La misura è colma e il tempo delle attese è finito”.
Come detto, differente la situazione in Campania. Secondo Vincenzo Parisi, rappresentante degli autotrasportatori, sono stati liberati i presidi di Caserta e di Mercato San Severino, nel Salernitano, ma camion e trattori si sono spostati allo svincolo di Pontecagnano. Nel Casertano, dopo le identificazioni della Polizia, sono stati rimossi i presidi vicino alle autostrade, mentre restavano quelli nelle aree industriali e interportuali. In Basilicata, infine, è stato sciolto dopo quattro giorni il presidio sulla statale 106 Jonica.
Decreto in Cdm e fondi per l’autotrasporto
Dopo il vertice a Palazzo Chigi con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e i Ministri Francesco Lollobrigida e Matteo Piantedosi, il Governo ha convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, un Consiglio dei ministri.
Si punta all’approvazione di un decreto legge che riunisca gli interventi a sostegno dell’autotrasporto, così come ulteriori risorse per il comparto agricolo. Secondo il Ministero delle Infrastrutture, il provvedimento dedicherà particolare attenzione ai piccoli operatori, i cosiddetti padroncini, e a chi è rimasto escluso dalle misure previste dalla normativa europea.
Tra gli interventi già individuati figurano:
ristori per il caro gasolio;
sospensione dei canoni di leasing;
digitalizzazione della lettera di vettura.
In termini concreti, parlando di risorse, Salvini ha svelato una cifra, diciamo. Oltre un miliardo di euro sbloccato per il settore. Il Ministro ha confermato che “i 430 milioni sono in pagamento da oggi agli autotrasportatori per il caro gasolio, con 32mila imprese che verranno aiutate”.
A ciò si aggiungono 50 milioni per i mesi di settembre e ottobre, per un totale di 480 milioni destinati al caro carburante tra marzo e ottobre. Un totale che non basta ma che, stando al Ministero, copre il 70% dei maggiori costi.
Altri 590 milioni saranno poi erogati per sostituire i camion più vecchi con mezzi nuovi. Salvini ha anche smentito un messaggio audio circolato online, secondo cui l’accordo sarebbe stato rifiutato: “Non fidatevi delle balle che girano in rete”.
Non tutti, però, sono convinti. Dai presidi del Casertano circola malcontento, con alcuni manifestanti che hanno contestato le somme. Quanto sbloccato, dicono, sarebbe parte di “soldi già destinati alla categoria”. I sindaci di Napoli e Bari, Gaetano Manfredi e Vito Leccese, hanno intanto chiesto di anticipare il confronto del 27 ottobre: “Rischiamo città paralizzate e sommerse dai rifiuti”. Per l’agricoltura, infine, Lollobrigida ha annunciato “ulteriori interventi” contro il caro carburanti. Al tempo stesso, però, le sue parole sono tra le più problematiche pronunciate da esponenti di questo esecutivo.
Linea dura sui blocchi
Se da un lato c’è stato spazio per il dialogo, dall’altro il Ministero dell’Interno ha avviato un’azione a tappeto per identificare chi attua “in forma illegale presidi stradali che intralciano la circolazione, soprattutto in Campania”.
Il bilancio è stato diffuso proprio dal Viminale e si parla di 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzionate sul piano amministrativo. Le forze dell’ordine hanno scortato circa 500 tir soltanto in Campania, un servizio che, secondo Palazzo Chigi, “sarà garantito a chiunque ne faccia richiesta per poter continuare a lavorare in sicurezza”.
Il Ministero si è impegnato inoltre a garantire la continuità dei rifornimenti di prima necessità, dai generi alimentari ai farmaci. Il Ministro Piantedosi ha poi riunito prefetti e questori per sollecitare la massima attenzione su possibili infiltrazioni criminali.
Parole durissime sono state pronunciate nel pomeriggio di mercoledì 21 ottobre. Il tutto a corredo di un generale atteggiamento governativo che avrà un netto peso, in un verso e nell’altro, alle prossime elezioni. Alla Camera, il Ministro delle Imprese Adolfo Urso ha precisato che “impedire il passaggio dei soli camion, lasciando transitare le automobili, configura comunque un blocco stradale, con conseguenze penali anche detentive”.
Ed ecco che da un lato si chiede di poter vivere dignitosamente e dall’altro si sfrutta lo spauracchio di multe, denunce e detenzione. Sulla stessa linea il viceministro Edoardo Rixi, che teme “infiltrazioni di bande organizzate”. In merito non è mancato il pensiero espresso ad alta voce di Lollobrigida, che ha parlato di “casi evidenti di infiltrazioni criminali”.
Chi protesta, anche pacificamente, è da condannare alla gogna (o peggio). E così ecco spuntare anche il Codacons, che ha annunciato denunce alle Procure se i blocchi non saranno rimossi. Il tutto mentre le 11 associazioni nazionali dell’autotrasporto, da Anita a Unatras, hanno chiesto a Piantedosi di intervenire: “Continuare a bloccare il Paese non è più giustificabile”.
Supermercati, carburante e prezzi: che succede
Le conseguenze dei blocchi sono sotto gli occhi di tutti al Sud ma, come detto, ciò non ha fatto vacillare il generale sostegno da parte del popolo, in strada e sui social. Federdistribuzione ha segnalato scaffali sempre più vuoti in Puglia, Calabria e Campania, con merci ferme nei centri distributivi. A Bari, invece, gli operatori stimano scorte sufficienti solo per pochi giorni, mentre a Gela l’acqua minerale è diventata introvabile. Ancd-Conad ha parlato invece di sprechi per decine di milioni di euro.
Un po’ di conseguenze iniziano però a lambire anche i confini del Centro-Nord. In Veneto l’ortofrutta arriva “a singhiozzo”, secondo Confcommercio, e in Toscana si registrano i primi problemi di approvvigionamento, mentre in Umbria la situazione resta al momento sotto controllo.
Sul fronte dei carburanti, a Napoli si sono formate code di ore davanti ai pochi distributori ancora riforniti, con difficoltà anche per il Gpl. Diversi automobilisti hanno inoltre denunciato prezzi fuori mercato (in alcuni casi gli aumenti sono stati svelati anche in piccoli alimentari, ndr), con il diesel venduto fin oltre i 3 euro al litro e la benzina fino a 2,499 euro. Ciò a fronte di medie intorno a 2,25 e 1,99 euro.
Per contrastare eventuali speculazioni, la Guardia di Finanza ha avviato controlli sugli impianti, mentre a Crotone è stata istituita una task force. Qui le compagnie che hanno aderito al tetto promosso da Eni, fissato a 1,99 euro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, stanno rispettando gli impegni, ma alcune pompe indipendenti avrebbero toccato i 2,8 euro al litro per il gasolio.
Aeroporti, scuole e servizi pubblici: com’è la situazione
La protesta ha inevitabilmente colpito anche il trasporto aereo. Secondo i Notam diffusi da Enav, ovvero gli avvisi ufficiali per i piloti, il carburante per gli aerei è risultato indisponibile o limitato negli aeroporti di:
Crotone;
Reggio Calabria;
Napoli;
Catania.
Le compagnie sono state così invitate a rifornirsi negli scali di partenza. In questo contesto, WizzAir ha avvertito di possibili limitazioni sui voli. Per quanto riguarda gli aeroporti calabresi, la Sacal, ovvero la società di gestione, ha assicurato che non sono previsti impatti sui voli programmati. Resta regolare intanto il traghettamento tra Calabria e Sicilia.
Disagi anche per i servizi essenziali. Poste Italiane ha comunicato ritardi nelle consegne di pacchi e corrispondenza da e per:
Calabria;
Sicilia;
Campania;
Puglia.
A Napoli l’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate ha segnalato rischi per i trasporti sanitari, dai pazienti in dialisi ai trasferimenti tra ospedali. In Campania l’Eav ha annunciato possibili riduzioni dei servizi di autobus e, in assenza di carburante, di alcune corse ferroviarie dal 24 ottobre.
A Praia a Mare e Tortora è stata invece sospesa la raccolta dei rifiuti porta a porta, mentre a Isola di Capo Rizzuto, nel Crotonese, una scuola ha sospeso la mensa dal 22 ottobre perché i pasti non arrivano più. Tornando a Napoli, infine, la Federico II ha annunciato il ritorno alla didattica a distanza, considerando la crisi dei carburanti.
I danni ad agricoltura e industria
Tra i settori più colpiti c’è l’agroalimentare:
si è fermata la produzione di mozzarella di bufala campana Dop, perché il latte non arriva ai caseifici entro le 60 ore previste dal disciplinare;
nel Casertano i produttori di mela annurca Igp hanno interrotto la raccolta;
in Calabria Coldiretti segnala kiwi, agrumi e olive bloccati e operatori del Nord, che si riforniscono già in Spagna;
in Sicilia il mercato ortofrutticolo di Vittoria non ha ripreso l’attività.
Secondo Legacoop Agroalimentare, se i blocchi proseguissero fino al 27 ottobre, i danni potrebbero arrivare a decine di milioni di euro. A Termoli, ad esempio, la pesca si è fermata perché i camion non riescono a trasportare il pescato e al porto manca persino il gasolio per i pescherecci.
Le difficoltà riguardano anche l’industria e i servizi. Gli industriali di Campania e Puglia parlano di “attività produttiva alla paralisi”, mentre a Cosenza il gruppo di surgelati Gias ha annunciato lo stop delle linee, con 200-300 lavoratori su 400 che rischiano di restare a casa. Ance Calabria segnala invece che acciaio e bitume non arrivano più nei cantieri, e Aigrim-Fipe stima già 50 ristoranti di catena chiusi al Sud.
Sullo sfondo infine restano i costi strutturali del settore. Confcommercio offre un dato interessante. Tra il 2019 e il 2026 il gasolio è aumentato di circa il 30% e oggi pesa per il 40% sui costi operativi delle imprese di autotrasporto. Sul piano locale, la Regione Campania ha annunciato un fondo per il caro gasolio in agricoltura. In merito però c’è un po’ di confusione sulle cifre, con circa 13 milioni secondo il presidente Roberto Fico, che diventano 20 milioni, come “prima base di partenza”, secondo Coldiretti Campania.
Cosa succede ora
Gli appuntamenti cardine ora sono due. Il primo è il citato Consiglio dei ministri di giovedì 22 ottobre. In quest’occasione si dovrà tradurre in un decreto legge l’insieme degli impegni presi con la categoria. Il secondo è l’incontro del 27 ottobre con il Ministro Salvini. Una data che diverse sigle considerano decisiva.
Molte realtà hanno soltanto sospeso il blocco, minacciando di riprendere la mobilitazione in caso di mancata concretezza governativa, fino a un corteo verso Roma, se le richieste non saranno accolte. Per i cittadini del Sud, intanto, il ritorno alla normalità di rifornimenti e servizi dovrebbe essere graduale, mentre resta da capire se tutti i presidi ancora attivi nelle aree industriali verranno rimossi nelle prossime ore.
Su 10.000 euro investiti, il nuovo BTP Valore distribuisce almeno 1.776,25 euro netti di interessi in cinque anni. Il BTP Valore Insieme ne riconosce 1.946,88 tutti alla scadenza. La differenza è di circa 171 euro, ma per confrontare le due offerte bisogna considerare anche quando il denaro entra sul conto e come viene utilizzato.
Cosa sapere
Il doppio collocamento di ottobre mette davanti ai risparmiatori due modalità di investimento. Il BTP Valore paga ogni tre mesi, con cedole crescenti; il Btp Valore Insieme concentra gli interessi in un unico pagamento finale ed entrambi durano cinque anni. I calcoli si basano sui tassi minimi garantiti annunciati dal Tesoro, che alla chiusura dell’offerta potranno essere confermati o aumentati. Il collocamento è previsto dal 19 al 23 ottobre, salvo chiusura anticipata: il conto complessivo per lo Stato dipenderà dagli importi sottoscritti nei due titoli.
Quanto arriva sul conto con le cedole trimestrali
Il BTP Valore offre un tasso annuo lordo del 3,70% nei primi due anni, del 4,10% nel terzo e quarto e del 4,70% nell’ultimo. Su un investimento di 10.000 euro, ogni cedola trimestrale vale quindi 92,50 euro lordi nel primo biennio, 102,50 nel secondo e 117,50 nell’ultimo anno.
Capitale
Anni 1 e 2
Anni 3 e 4
Anno 5
1.000 €
8,09 €
8,97 €
10,28 €
5.000 €
40,47 €
44,84 €
51,41 €
10.000 €
80,94 €
89,69 €
102,81 €
20.000 €
161,88 €
179,38 €
205,63 €
30.000 €
242,81 €
269,06 €
308,44 €
50.000 €
404,69 €
448,44 €
514,06 €
100.000 €
809,38 €
896,88 €
1.028,13 €
Applicando l’imposta del 12,5%, gli accrediti scendono rispettivamente a circa 80,94, 89,69 e 102,81 euro ogni tre mesi. Nell’intero quinquennio gli interessi ammontano a 2.030 euro lordi, dei quali 253,75 vengono assorbiti dalla tassazione. Al sottoscrittore restano 1.776,25 euro, oltre alla restituzione dei 10.000 euro di capitale alla scadenza.
Capitale
Interessi lordi totali
Imposte sugli interessi
Interessi netti totali
1.000 €
203,00 €
25,38 €
177,63 €
5.000 €
1.015,00 €
126,88 €
888,13 €
10.000 €
2.030,00 €
253,75 €
1.776,25 €
20.000 €
4.060,00 €
507,50 €
3.552,50 €
30.000 €
6.090,00 €
761,25 €
5.328,75 €
50.000 €
10.150,00 €
1.268,75 €
8.881,25 €
100.000 €
20.300,00 €
2.537,50 €
17.762,50 €
Tutti gli importi netti qui riportati considerano la sola imposta sui rendimenti, senza sottrarre bollo ed eventuali costi del deposito titoli. L’aliquota agevolata del 12,5% si applica a entrambi gli strumenti.
Tradotto in una media mensile, il flusso netto equivale a circa 26,98 euro nei primi due anni, 29,90 nei due successivi e 34,27 nell’ultimo. Attenzione. Gli accrediti effettivi restano trimestrali e la media proposta serve a misurare quanto l’investimento può integrare il bilancio familiare.
Quanto paga la maxicedola di BTP Valore Insieme
Per BTP Valore Insieme il tasso minimo della cedola finale è del 22,25% complessivo sui cinque anni. Su 10.000 euro significa 2.225 euro lordi di interessi. Sottratti 278,13 euro circa di imposte, la remunerazione netta è di 1.946,88 euro e il pagamento finale, capitale compreso, arriva a circa 11.946,88 euro.
Capitale
Maxicedola lorda
Imposte sulla maxicedola
Maxicedola netta
Incasso finale netto, capitale compreso
1.000 €
222,50 €
27,81 €
194,69 €
1.194,69 €
5.000 €
1.112,50 €
139,06 €
973,44 €
5.973,44 €
10.000 €
2.225,00 €
278,13 €
1.946,88 €
11.946,88 €
20.000 €
4.450,00 €
556,25 €
3.893,75 €
23.893,75 €
30.000 €
6.675,00 €
834,38 €
5.840,63 €
35.840,63 €
50.000 €
11.125,00 €
1.390,63 €
9.734,38 €
59.734,38 €
100.000 €
22.250,00 €
2.781,25 €
19.468,75 €
119.468,75 €
Il 22,25% non è un rendimento annuo. Il rendimento composto equivalente è di circa il 4,10% lordo all’anno; dopo la sola imposta sugli interessi, quello calcolato sul pagamento finale è di circa il 3,62% annuo.
I circa 171 euro netti in più rispetto alla somma delle cedole del BTP Valore remunerano anche l’attesa. Chi sceglie il titolo trimestrale dispone prima degli interessi e può spenderli oppure reinvestirli. Se li lascia sul conto senza remunerazione, alla fine avrà incassato meno rispetto a Insieme; se li reinveste, il risultato dipenderà dai rendimenti ottenuti. Il Tesoro ha costruito le due offerte per assicurare lo stesso rendimento finanziario lordo a scadenza, pur con pagamenti differenti.
Capitale
BTP Valore
BTP Valore Insieme
Maggior incasso nominale con Insieme
1.000 €
177,63 €
194,69 €
17,06 €
5.000 €
888,13 €
973,44 €
85,31 €
10.000 €
1.776,25 €
1.946,88 €
170,63 €
20.000 €
3.552,50 €
3.893,75 €
341,25 €
30.000 €
5.328,75 €
5.840,63 €
511,88 €
50.000 €
8.881,25 €
9.734,38 €
853,13 €
100.000 €
17.762,50 €
19.468,75 €
1.706,25 €
Per questa emissione non è previsto un premio fedeltà aggiuntivo. La maxicedola di Insieme rappresenta l’intera remunerazione finale prevista dal titolo.
Quanto paga lo Stato e quanto recupera con il fisco
Per ogni miliardo di euro sottoscritto nel BTP Valore, ai tassi minimi attuali, il Tesoro deve corrispondere 203 milioni di interessi lordi in cinque anni. Ipotizzando che tutti i pagamenti siano soggetti all’imposta del 12,5%, il gettito teorico è di 25,375 milioni e agli investitori arrivano 177,625 milioni netti.
Nel primo biennio ogni stacco trimestrale comporta 9,25 milioni di interessi lordi per miliardo collocato; nel secondo sale a 10,25 milioni e nell’ultimo anno a 11,75 milioni.
Per ogni miliardo sottoscritto in BTP Valore Insieme, invece, gli interessi finali sono 222,5 milioni lordi. Nella stessa ipotesi fiscale, 27,8125 milioni tornano allo Stato attraverso l’imposta e 194,6875 milioni restano ai risparmiatori. A questi si aggiunge il miliardo di capitale da rimborsare.
Sono elaborazioni sui tassi minimi annunciati, non il consuntivo del collocamento. Anche il gettito è teorico, perché quello effettivo dipenderà dal trattamento fiscale dei possessori al momento dei pagamenti.
Per l’investitore, la scelta passa soprattutto dal bisogno di liquidità. Le cedole trimestrali rendono disponibile una parte del rendimento durante i cinque anni; Insieme rinvia tutto alla scadenza. Se occorre vendere prima, entrambi sono esposti alle oscillazioni del mercato e il prezzo può essere inferiore a quello di acquisto. La concentrazione dei pagamenti alla fine rende inoltre Insieme più sensibile alle variazioni dei rendimenti di mercato, a parità delle altre condizioni.