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Se l’Ucraina cede, l’Europa finisce a pezzi

21 October 2026 at 06:39

Volodymyr Zelensky

«L’Europa deve aiutare l’Ucraina e l’Ucraina aiuterà sempre l’Europa: siamo parte di un insieme», ha detto ieri Volodymyr Zelensky nella sua intervista al Corriere della Sera. E Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito, sempre ieri in un’intervista a Bloomberg che, «l’Europa sottovaluta la minaccia russa»: secondo lui Vladimir Putin punta a destabilizzare l’intero ordine politico europeo, non solo l’Ucraina.

Se le loro parole non sono sufficienti, basta leggere cosa scrivono, da anni e senza troppi giri di frase, gli analisti russi. Nello scenario «positivo» suggerito da molti di loro, l’Ucraina perde Kyjiv, Odesa e Kharkiv, e l’Unione europea si disgrega. Non è una caricatura confezionata a Bruxelles per spaventare gli elettori e convincerli a spendere in armamenti.

È il futuro auspicato in un rapporto dell’Istituto Tsargrad presentato da Konstantin Malofeev al Forum economico internazionale di San Pietroburgo del giugno 2025, con il contributo di Aleksandr Dugin. Per l’Ucraina sono previste diverse sistemazioni: annessione alla Russia, Stato cuscinetto completamente subordinato a Mosca, nuovo Stato slavo orientale. La possibilità che gli ucraini decidano da soli non figura nel catalogo.

L’orizzonte è il 2036. Per il 2050 si prevede una Russia alla guida della sicurezza e della giustizia mondiale. Prima si cancellano le libertà dei vicini, poi si amministra la giustizia del pianeta. Il programma ha almeno il pregio della chiarezza.

Si dirà: sono gli estremisti. Certamente non stiamo leggendo una deliberazione del governo russo. La distinzione conta e va mantenuta: Malofeev e Dugin parlano dai margini del potere, non dal suo centro. Ma liquidare queste proposte come fantasie marginali diventa difficile quando se ne ritrovano gli elementi negli scritti di analisti autorevoli, nelle pubblicazioni di istituzioni prestigiose e nei mezzi d’informazione di Stato.

Il caso più significativo è Dmitrij Trenin, già direttore del Carnegie Moscow Center e oggi membro del Consiglio scientifico del Consiglio russo per gli affari internazionali. In un articolo pubblicato nel maggio 2025, sostiene che l’Unione europea e la Nato resteranno avversari e che le prospettive dei rapporti con l’Europa risiedono esclusivamente nelle relazioni bilaterali. Invita a sfruttare le divergenze fra europei e americani e a tenersi pronti a beneficiare dei cambiamenti politici nei paesi dell’Unione. Nello stesso testo contempla attacchi contro obiettivi logistici, industriali e politico-militari europei, fino all’impiego di armi nucleari nei casi estremi.

La logica politica è leggibile: trattare con i singoli Stati, ciascuno con le proprie vulnerabilità e convenienze, mentre l’Europa organizzata viene considerata un avversario permanente. Per noi l’integrazione è una costruzione incompiuta, spesso esasperante. Per questa corrente del pensiero strategico russo è un ostacolo. Un motivo in più per riflettere prima di smontarla.

Certo, l’Unione europea non è una costruzione fragile solo perché qualcuno a Mosca la vorrebbe tale. Ha problemi endogeni, e continuerà ad averne. Ma un’Ucraina ridotta a vassallo o a zona grigia permanente aggiungerebbe un fattore di pressione esterna strutturale: flussi di profughi, competizione energetica, polarizzazione politica interna e un precedente di successo per chi punta a negoziare separatamente con ogni capitale. Non è la causa unica di una possibile disgregazione, è l’acceleratore più potente di quelle che già esistono.

C’è anche la minaccia nucleare, ricorrente negli interventi di Putin. Sergej Karaganov aveva già proposto nel 2023 di restituire credibilità alla minaccia atomica, abbassando la soglia del suo impiego e contemplando un attacco contro un paese europeo per spezzare la determinazione occidentale nel sostenere Kyjiv. La formula è quella di un’escalation presentata come mezzo per evitare una catastrofe maggiore. È il ricatto, per quanto poco credibile, che pretende anche gratitudine: cedete, perché vi stiamo salvando da quello che potremmo farvi.

Il progetto per l’Ucraina era stato esposto ancora più brutalmente da Timofej Sergejcev, commentatore di RIA Novosti, subito dopo l’invasione, nell’aprile 2022. La «denazificazione» avrebbe comportato «de-ucrainizzazione», repressione ideologica, censura nella cultura e nell’istruzione, rieducazione per almeno una generazione. Il paese sottoposto a questo trattamento non avrebbe potuto essere sovrano. Un’eventuale Ucraina residua sarebbe rimasta sotto la minaccia di nuovi interventi militari. La neutralità, in questo disegno, è il nome diplomatico dell’obbedienza.

È questo che dovrebbe entrare nelle nostre discussioni sulla pace. Un negoziato va giudicato dalla libertà che lascia agli aggrediti e dalle garanzie che impediscono una nuova aggressione. Se l’Ucraina sopravvive soltanto a condizione di obbedire, il conflitto viene sospeso lasciando all’aggressore il potere di riaprirlo. Se l’Europa rinuncia alla propria capacità di difesa per rassicurare chi la minaccia, rende quella minaccia più efficace.

Prima di dividerci su come trattare con Mosca, sarebbe utile domandarci perché la nostra divisione le piaccia tanto. Il Cremlino non lo nasconde. Quando Washington ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale, accusando le istituzioni europee di avere aspettative irrealistiche sulla guerra, un politologo vicino a Putin ha esultato: l’isolata, ormai, sarebbe l’Europa. A luglio Dmitry Peskov elogiava la disponibilità di Trump ad ascoltare ciò che Putin gli riferisce. A inizio ottobre, Trump ha sospeso le sanzioni energetiche contro la Russia per tornare a comprare gasolio russo e ha rimproverato Zelensky per non convocare elezioni, mentre Kaja Kallas e i ministri degli Esteri europei ribadivano che solo la pressione funziona.

Perché dovremmo aiutare la Russia, come suggerisce Donald Trump coi fatti e con le parole, a realizzare il suo scenario migliore?

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Zelensky recupera l’intelligence americana, non la certezza di poter decidere la pace

21 October 2026 at 06:35

Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy, center, stands beside Norwegian Prime Minister Jonas Gahr St¿re, right, Finnish President Alexander Stubb, 2nd left, and U. S. envoy Steve Witkoff, in Oslo, Norway, Tuesday, Oct. 20, 2026. (Heiko Junge, Pool Photo via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Gli Stati Uniti hanno ripreso a condividere con l’Ucraina informazioni di intelligence utili ad anticipare gli attacchi missilistici russi. Lo ha detto Volodymyr Zelensky dopo l’incontro con l’inviato americano Steve Witkoff a Oslo, in Norvegia. «Adesso funziona. È ottimo», ha detto il presidente ucraino, spiegando che gli avvisi preventivi possono salvare vite umane. Il ripristino delle informazioni arriva dopo giorni in cui Kyjiv sembrava aver perso una parte del sostegno di Washington, in una delle fasi più difficili dei rapporti tra i due Paesi dall’inizio dell’invasione russa.

L’incontro si è svolto dopo una settimana di forti tensioni. Il 9 ottobre, ricorda il Guardian, Donald Trump aveva annunciato un’intesa con Mosca sul diesel russo, mentre Kyjiv aveva subito una temporanea interruzione della condivisione di intelligence e restrizioni nell’utilizzo di Starshield, la versione militare di Starlink, il servizio satellitare di Elon Musk. Le limitazioni hanno compromesso la capacità ucraina di condurre alcuni attacchi con droni a medio raggio contro le posizioni russe. Trump ha negato che ci sia stata una decisione politica per danneggiare l’Ucraina e ha continuato a criticare Zelensky, sostenendo che Kyjiv avrebbe potuto raggiungere un accordo con Mosca già due anni fa.

A Oslo il presidente ucraino ha cercato di ricostruire un canale di dialogo. Witkoff ha incontrato Zelensky insieme, in collegamento video, a Jared Kushner, genero di Trump. Hanno partecipato anche il premier norvegese Jonas Gahr Støre, il presidente finlandese Alexander Stubb e rappresentanti europei e britannici della sicurezza. Il colloquio è stato definito «costruttivo» da un funzionario americano. Zelensky ha parlato anche con il segretario di Stato Marco Rubio e ha detto di aver discusso con lui le restrizioni a Starshield e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina.

Certo, è difficile aspettarsi che l’incontro produca cambiamenti sostanziali. Il risultato più concreto potrebbe essere proprio il ripristino della condivisione di intelligence, il pieno funzionamento dei sistemi satellitari e la prosecuzione del programma Purl, attraverso cui i Paesi alleati acquistano armi americane per Kyjiv. Intanto Witkoff si prepara a incontrare Vladimir Putin in Russia. Secondo Washington, l’obiettivo è aprire la strada a negoziati diretti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, oltre che a colloqui multilaterali.

Resta però il nodo di chi debba sedersi al tavolo. Zelensky ha respinto l’ipotesi di un vertice tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping che escluda Kyjiv, proposta attribuita al leader russo. «Non può esserci nulla sull’Ucraina senza l’Ucraina», ha detto Zelensky a Oslo. E ha aggiunto: «Se si parla dell’Ucraina e del nostro futuro, può essere accettabile soltanto se siamo al tavolo dei negoziati».

Per Kyjiv, il ripristino dell’intelligence è un segnale importante, ma non risolve le divergenze sul futuro della guerra. E per l’Europa resta il timore che Washington e Mosca cerchino un’intesa sulle condizioni della pace senza tenere adeguatamente conto delle richieste ucraine.

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Meloni moltiplica i reati, ma la sicurezza non si costruisce a colpi di decreti

21 October 2026 at 06:12

Giorgia Meloni

Dopo gli scontri di Milano, il governo ha approvato un altro decreto sicurezza. Il provvedimento introduce il reato di partecipazione violenta alle manifestazioni, estende alcune misure preventive ai minorenni e prevede sanzioni per i genitori dei ragazzi coinvolti nelle violenze. È il sesto decreto sicurezza dell’esecutivo Meloni. La risposta è ancora una volta affidata al diritto penale, con nuove fattispecie e pene più severe, mentre restano da chiarire le cause delle violenze e le falle nella gestione dell’ordine pubblico.

Tra le novità c’è un nuovo reato per chi partecipa a manifestazioni violente in gruppo, con pene fino a cinque anni di carcere e multe fino a ventimila euro. Per chi organizza o promuove gruppi con l’obiettivo di compiere violenze, anche attraverso strumenti informatici, la pena può arrivare a dodici anni. Il decreto estende inoltre l’arresto in flagranza differita e introduce aggravanti per danneggiamenti e saccheggi. Per i genitori dei minorenni responsabili di violenze sono previste multe da cinquecento a mille euro, raddoppiabili in caso di recidiva.

La miusra riguarda direttamente anche gli under-18. Il fermo preventivo viene esteso ai luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone e può applicarsi ai ragazzi che abbiano compiuto 16 anni. Per i minori sopra i 14 anni viene inoltre introdotta una presunzione di capacità di intendere e di volere, che consente di procedere penalmente senza doverla accertare caso per caso. Sono misure che rendono più semplice l’intervento repressivo, ma aprono interrogativi sulla proporzionalità delle risposte e sulle conseguenze per la giustizia minorile.

La linea della premier è quella del «chi rompe paga». «Nessuna idea politica o disagio sociale» può giustificare le devastazioni, ha dichiarato Giorgia Meloni, chiedendo alle forze politiche di stare «dalla parte della legalità». Ma il punto è proprio distinguere tra la responsabilità individuale di chi commette reati e le ragioni di un disagio sociale che non si esaurisce negli episodi di violenza. Punire i responsabili è necessario; considerare l’inasprimento delle pene una risposta sufficiente è un’altra cosa.

Il decreto, intanto, interviene anche sulla presenza dei militari a Milano. Arriveranno cinquecento soldati in più, con una spesa di 4,7 milioni di euro fino al 31 dicembre, ma non potranno esercitare funzioni di polizia giudiziaria né arrestare direttamente i sospetti. Su questo punto, come riferisce Repubblica, il governo ha rinunciato alla previsione iniziale dopo le osservazioni del Quirinale e le divergenze interne alla maggioranza. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha contestato i limiti del loro impiego; il titolare dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito che i militari devono agire in funzione complementare rispetto alle forze di polizia.

Resta infine da capire che cosa abbia prodotto gli scontri. Crosetto ha evocato una possibile «guerra ibrida», mentre Matteo Salvini ha respinto l’ipotesi di una regia russa. Piantedosi ha parlato di una dinamica che merita approfondimenti, pur riferendo che i primi accertamenti escluderebbero legami strutturati con gruppi antagonisti. L’indagine è ancora in corso.

È qui che il populismo penale mostra il suo limite. Il diritto penale è uno strumento indispensabile, ma dovrebbe essere una risorsa da usare con precisione, non la risposta automatica a ogni emergenza. Moltiplicare i reati e aumentare le pene può offrire un segnale politico immediato. Non sostituisce però il lavoro sulle cause del disagio, la prevenzione delle violenze e la capacità delle istituzioni di gestire le manifestazioni. Né risolve, da solo, le carenze che hanno permesso agli scontri di degenerare.

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Evitiamo di fare dei crimini delle baby gang una nuova filosofia della politica

21 October 2026 at 03:45

Le gesta dei giovanissimi casseur di Milano, Torino e altre città italiane hanno quasi monopolizzato le cronache politiche. Le devastazioni randomiche, in cui la violenza è indistintamente mezzo e fine, compiute da un esercito di piccoli invisibili, sono uno spettacolo talmente perfetto di apocalisse nichilista che tutti possono leggervi la propria annunciata fine del mondo.

La sinistra, abituata a “tifare rivolta”, come cantavano i CCCP, può decifrare i segni della crisi terminale della società capitalista – fosse mai la volta buona – e perfino innamorarsi benevolmente del teppismo gratuito come di un miracoloso segno di vita degli esclusi della terra, che non si rassegnano a morire in silenzio.

La destra, fatto il prevedibile scrutinio demografico dei sospettati e dei fermati – tanti arabi, tanti italiani di seconda generazione, tanti stranieri – può leggervi, as usual, il suicidio della società dell’accoglienza e del meticciato universale, per liquidare in un rigurgito tardo-diciannovista la società aperta come un lusso radical chic.

In mezzo e trasversalmente a questa destra e a questa sinistra c’è l’ampio esercito di psicanalisti della storia, incatenata al loro lettino, per i quali la barbarie giovanile è il dito che indica la luna, che non si vede ma non per questo non esiste. Quale luna? A ognuno la sua. I giovani barbari sono in ogni caso il medium di una verità che per alcuni li assolve e per altri li condanna, ma li elegge a oracolo dei tempi.

Forse – avanzo una modesta proposta – dovremmo evitare di fare dei reati da branco dei maranza il fondamento di una nuova filosofia della politica. Da anni l’Italia (e non solo l’Italia) assiste alla crescita di episodi di violenza collettiva da parte di bande giovanili non strutturate né gerarchicamente organizzate.

Si tratta per lo più di aggregazioni occasionali, che trovano nell’azione violenta un elemento di identificazione, appartenenza e riconoscimento reciproco. La presenza dei coetanei produce dinamiche di emulazione, deresponsabilizzazione individuale e competizione nell’esibizione della forza. Il gruppo abbassa le inibizioni personali, amplifica l’aggressività e trasforma comportamenti che individualmente sarebbero improbabili in azioni collettive particolarmente brutali.

È una dinamica di gruppo assolutamente normale, anche se maligna, che le piattaforme digitali rendono epidemica e ingegnerizzabile e quindi anche facilmente infiltrabile per fini politici, che però sono esterni e non interni alle ragioni di questi accessi predatori. La violenza, in questi casi, non risponde a un obiettivo, se non a quello di fungere da strumento di affermazione personale, intimidazione e conquista di uno status. Non è una forma degenerata di vita pubblica, ma il suo contrario: la tribalizzazione e privatizzazione della razzia.

Se tutto questo rappresenta, come ogni fenomeno sociale problematico, un banco di prova per la politica – proprio perché, a prescindere dalle sue conseguenze, crea timore e insicurezza e suscita abnormi istanze di protezione –, non per questo è un prodotto politico-ideologico e sarebbe meglio non farcelo diventare a forza di interpretazioni interessate o nostalgiche dei (non invidiabili) tempi in cui le violenze, nelle piazze della politica, erano tutte politiche.

Le centinaia di adolescenti e giovanissimi che a Milano hanno devastato piazza Duomo non sono i nipotini della violenza rivoluzionaria rossa o nera. Sono molto più simili ai loro coetanei che, pochi giorni fa, a bordo di una minicar nera, hanno portato per una settimana il terrore a Roma o a quelli che un anno fa hanno accoltellato a Milano un coetaneo malcapitato sotto le loro grinfie.

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La strana storia dei diecimila passi, quando il marketing arrivò prima della scienza

21 October 2026 at 03:45

Foto di Artur Łuczka su Unsplash

Man-po-kei. Tre sillabe giapponesi che, tradotte, significano più o meno questo: contatore dei diecimila passi. Mansignifica diecimila, po significa passi e kei significa misuratore. Probabilmente non avete mai sentito questa parola. Eppure, è proprio da qui che nasce una delle raccomandazioni di salute più conosciute al mondo: camminare almeno diecimila passi al giorno.

Un numero che oggi compare sugli smartwatch, nelle applicazioni degli smartphone e nei consigli di medici, nutrizionisti e personal trainer. Un traguardo quotidiano che, per qualcuno, è diventato una piccola ossessione. Ci sono persone che, arrivate a sera con 9.300 passi sul contatore, iniziano a camminare avanti e indietro per casa pur di raggiungere quella cifra tonda.

Ma perché proprio diecimila? Chi ha stabilito che fosse questa la quantità di movimento necessaria per mantenersi in salute? E soprattutto, cosa succede se ne facciamo soltanto settemila? Per rispondere dobbiamo tornare indietro di oltre sessant’anni.

Giappone, 1963: nasce un numero destinato alla storia
Il Giappone si prepara a ospitare le Olimpiadi di Tokyo del 1964. È un periodo di grandi trasformazioni economiche e sociali. L’automobile si diffonde, la vita quotidiana diventa progressivamente più comoda e, insieme ai benefici del progresso tecnologico, cominciano a emergere le preoccupazioni per la crescente sedentarietà della popolazione. In questo contesto, alcuni medici e divulgatori giapponesi promuovono un obiettivo semplice: camminare diecimila passi al giorno.

L’idea arriva alla Yamasa Tokei Keiki, un’azienda specializzata nella produzione di strumenti di misurazione. Nel 1963 il fondatore Jiro Kato riceve la richiesta di sviluppare un dispositivo capace di accompagnare questa iniziativa. Dopo due anni di sviluppo, nel 1965, arriva sul mercato il primo contapassi commerciale giapponese: il Manpo-kei, un piccolo dispositivo meccanico, venduto a 2.200 yen, che permette alle persone di misurare qualcosa che fino a quel momento era rimasto sostanzialmente invisibile: quanto camminavano durante la giornata. Il successo è notevole e il numero diecimila comincia a diffondersi ben oltre il prodotto che lo aveva reso popolare.

La cosa interessante, però, è che non esisteva alcuno studio clinico capace di dimostrare che proprio a diecimila passi si trovasse una soglia biologica oltre la quale iniziasse la prevenzione delle malattie. La stessa Yamasa, nella ricostruzione storica pubblicata sul proprio sito, spiega che l’obiettivo corrispondeva indicativamente a sette chilometri, ipotizzando una lunghezza del passo di settanta centimetri. Una distanza considerata sufficientemente impegnativa da contrastare la sedentarietà.

Insomma, non era un numero estratto completamente dal nulla, ma nemmeno il risultato di una precisa sperimentazione scientifica. Era un obiettivo pratico, facilmente comunicabile, che il successo commerciale di un dispositivo avrebbe trasformato in un riferimento collettivo.

Nel luglio 2025, un gruppo internazionale di ricercatori guidato dal professore Ding Ding ha pubblicato su The Lancet Public Health una grande revisione sistematica con metanalisi dedicata alla relazione tra passi quotidiani e salute. Gli autori hanno incluso 57 studi prospettici, provenienti da 35 coorti, e utilizzato 31 studi per le analisi quantitative. L’obiettivo era valutare come il numero di passi misurato attraverso dispositivi si associasse a diversi esiti clinici: mortalità generale, malattie cardiovascolari, tumori, diabete di tipo 2, demenza, sintomi depressivi e cadute.

Il risultato più citato è certamente quello relativo alla mortalità. Rispetto a chi percorre circa duemila passi al giorno, chi ne percorre settemila presenta un rischio di mortalità generale inferiore del 47 per cento.

È una differenza importante, ma occorre interpretarla correttamente. Non significa che aggiungere cinquemila passi riduca automaticamente del 47 per cento la probabilità individuale di morire. Significa che, nelle popolazioni osservate, chi percorreva mediamente settemila passi presentava un rischio relativo inferiore rispetto alle persone molto meno attive, anche dopo gli aggiustamenti statistici previsti dagli studi. La distinzione tra associazione e causalità resta fondamentale: le persone che camminano di più possono differire da quelle sedentarie anche per condizioni di salute, abitudini e caratteristiche non completamente misurate.

I risultati, comunque, non si limitano alla mortalità generale. Sempre confrontando settemila con duemila passi quotidiani, la metanalisi ha osservato un rischio inferiore del venticinque per cento per l’incidenza delle malattie cardiovascolari, del quattordici per cento per il diabete di tipo 2 e del trentotto per cento per la demenza. Numeri che, pur con diversi livelli di certezza delle evidenze, confermano quanto il movimento quotidiano sia associato a molteplici dimensioni della salute.

Tuttavia il beneficio non cresce sempre allo stesso modo
Immaginiamo due persone. La prima conduce una vita molto sedentaria, percorre circa tremila passi al giorno e decide di iniziare a camminare durante la pausa pranzo, aggiungendo duemila passi alla propria routine. La seconda è già molto attiva, percorre diecimila passi al giorno e decide di arrivare a dodicimila.

Entrambe hanno aumentato il proprio movimento della stessa quantità. Ma possiamo aspettarci lo stesso beneficio? Non necessariamente.

La ricerca suggerisce che, per diversi esiti di salute, la relazione tra numero di passi e rischio segue una curva non lineare: le riduzioni più marcate del rischio si osservano spesso passando dai livelli più bassi di attività a quelli intermedi, mentre aumentando ulteriormente i passi il beneficio aggiuntivo tende progressivamente a ridursi.

Nella revisione del 2025, per mortalità generale, incidenza delle malattie cardiovascolari e demenza, i punti in cui la curva comincia ad appiattirsi si collocano indicativamente tra cinquemila e settemila passi quotidiani. Questo non significa che oltre quella soglia camminare sia inutile. Per altri esiti, infatti, le associazioni favorevoli continuano ad aumentare in modo più graduale anche a livelli superiori.

Significa piuttosto che la relazione tra quantità di movimento e salute non può essere descritta con un unico numero valido per tutti. Anche l’età conta. Una precedente metanalisi pubblicata nel 2022 su The Lancet Public Health, che aveva raccolto dati relativi a oltre 47.000 adulti, aveva osservato un andamento differente tra le fasce d’età: negli individui di almeno sessant’anni la riduzione del rischio di mortalità tendeva a stabilizzarsi intorno a sei-ottomila passi, mentre negli adulti più giovani il beneficio continuava fino a circa otto-diecimila passi.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Il numero di passi è senza dubbio un indicatore utile della quantità di movimento quotidiano, ma non ci dice tutto del livello di attività di una persona. Diecimila passi percorsi lentamente durante una giornata di lavoro non rappresentano necessariamente lo stesso stimolo fisiologico di una camminata sostenuta, capace di aumentare significativamente frequenza cardiaca e richiesta energetica e, allo stesso tempo, una persona che pratica regolarmente ciclismo, nuoto o allenamento contro resistenza potrebbe accumulare relativamente pochi passi, pur svolgendo quantità importanti di attività fisica.

Il contapassi è uno strumento utile e la sua forza sta soprattutto nella semplicità: permette di rendere visibile il movimento quotidiano e di osservare se le nostre abitudini stanno cambiando, ma, come accade con qualsiasi altro dato, diventa davvero utile soltanto quando sappiamo interpretarlo e inserirlo nel giusto contesto

Diecimila passi possono rappresentare un ottimo obiettivo per molte persone. Possono incoraggiare a utilizzare meno l’automobile, scegliere le scale, fare una passeggiata dopo cena o interrompere più frequentemente le lunghe ore trascorse seduti ma non possono diventare un obbligo indipendente dal contesto. Per una persona anziana, sedentaria o con importanti limitazioni funzionali, raggiungere cinquemila passi può rappresentare un risultato molto più significativo di quanto lo siano dodicimila per una persona giovane e già allenata.

Non dobbiamo poi sottovalutare il rischio di trasformare uno strumento pensato per incoraggiare il movimento in un’ulteriore fonte di frustrazione. Viviamo già circondati da numeri che pretendono di descrivere la nostra salute: il peso sulla bilancia, le calorie introdotte, quelle consumate, la frequenza cardiaca, le ore di sonno, i minuti di attività fisica.

Insomma nel 1965 un piccolo dispositivo meccanico contribuì a diffondere un’idea straordinariamente semplice: camminare di più può essere una buona abitudine. Sessant’anni dopo, disponiamo finalmente di una quantità di dati scientifici che ci permette di dare a quell’intuizione una base molto più solida, ma anche di liberarci dalla rigidità del numero che l’ha resa famosa. Infondo la salute inizia con il primo passo

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Netanyahu ha nutrito la destra che ora minaccia di divorarlo

21 October 2026 at 03:45

Per leggere il complesso scenario elettorale di un Israele in cui si voterà il 27 ottobre, è indispensabile avere presente innanzitutto una delle ragioni di fondo della sua fluidità e imprevedibilità, una delle caratteristiche della democrazia israeliana. Oggi, infatti, ben 38 partiti si presentano al voto e di questi sicuramente 25, ma più probabilmente 28-30, non supereranno la soglia di sbarramento del 3,25 per cento, provocando così una grande dispersione dei suffragi. Un voto inutile e disperso che nel 2022 è stato pari all’8,8 per cento dei voti espressi, con cui si sarebbero potuti eleggere ben 10 parlamentari. Partiti strani, o addirittura bizzarri: c’è il partito della Cannabis, quello dei Pirati, quello che propugna il matrimonio universale, un altro che vuole la monarchia costituzionale, ovviamente quello che vuole abolire le tasse e persino quello che vuole trasferire la popolazione ebraica di Israele su un’isola artificiale nel Mediterraneo.

È questo, dunque, l’effetto di un tratto tipico della democrazia israeliana, partecipativa a ogni costo. Per presentare una lista al voto per la Knesset è infatti sufficiente fondare un partito con solo 100 iscritti, con organi dirigenti e statuto, e comunque il controllo della Corte Suprema è limitato a poche, ovvie condizioni. Il tutto è dovuto a un’esasperata attenzione a dare possibilità di rappresentatività in Parlamento ai tanti volti dell’ebraismo forgiati nei millenni della diaspora e poi nel ritorno. Proprio questo cosciente privilegiare la rappresentatività anche a scapito della governabilità, che impone un sistema elettorale proporzionale, è all’origine, negli ultimi decenni, di un fenomeno fortissimo di fluidità elettorale e addirittura delle cinque elezioni anticipate nell’arco di tre anni tra il 2019 e il 2022, dopo la morte e la scomparsa di tutti i leader storici del sionismo e di tutti i loro partiti storici, fatto salvo il Likud.

A questo si sommano la nascita e la rapida scomparsa di tanti effimeri partiti di opposizione al Likud e la debolezza politica delle figure a capo dell’opposizione a Benjamin Netanyahu, che invece ha una forte capacità e caratura da leader, che gli va riconosciuta e che è alla base dei suoi 19 anni di governo. Basti pensare alla figura opaca dello scialbo ex generale Benny Gantz, che sino al 2022 è stato il leader delle forze di contrasto al leader del Likud, che nel 2019, con il suo partito Blu e Bianco, era riuscito a essere il primo partito con il 25,95 per cento e 33 seggi e che invece ora non riuscirà neanche a superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento e infatti ha dichiarato che si ritira. Lo stesso ex generale Gadi Eisenkot, il cui partito è stato appena formato e che oggi è dato dai sondaggi come il più votato, non ha alcuna esperienza politica o di governo, ha un’oratoria lenta, conosce a malapena l’inglese e soprattutto non è riuscito a farsi indicare dai leader degli altri partiti dell’attuale opposizione (Naftali Bennett, Yair Lapid, Avigdor Lieberman e Yoav Golan) come unico candidato premier contro Netanyahu, all’interno di una dinamica di sterile concorrenza tra leader alleati molto simile a quella del Campo Largo in Italia.

Una sola cosa è però chiara sulle cruciali elezioni in Israele, stando alla netta maggioranza delle rilevazioni pre-voto: Netanyahu ha perso la sua maggioranza, come indicano le rilevazioni della quasi unanimità dei sondaggi. La sua coalizione di governo è infatti quotata tra i 49 e i 51 seggi (la maggioranza alla Knesset è a 61 seggi), contro i 63 attuali (solo Canale 14, filo Netanyahu, gliene attribuisce 62). Israel Hayom, il più diffuso quotidiano israeliano, fondato nel 2007 proprio ed esclusivamente per sostenerlo, ma oggi molto critico, gliene attribuisce 50. Si vedrà ora quali effetti avrà sui votanti israeliani la tardiva sponsorizzazione a suo netto favore da parte di Donald Trump, ma non è affatto detto che sia decisiva.

Il problema vero, però, sempre secondo i sondaggi, è che il blocco dell’attuale opposizione è fermo tra i 54 e i 57 seggi e quindi non avrebbe la maggioranza, anche se potrebbe essere molto favorito in termini di seggi dalla decisione di Benny Gantz di ritirarsi dal voto e dovrebbe quindi incamerare come voti utili quelli del suo 1-2 per cento, che sarebbe andato disperso.

Ma in Israele c’è un terzo protagonista: i partiti arabi, a cui vengono attribuiti complessivamente 13-15 seggi. Il fatto è che, almeno prima dell’apertura delle urne, i partiti dell’opposizione a Netanyahu negano di voler fare un governo con il loro supporto (a urne chiuse, si vedrà). Torneremo più avanti su questo snodo cruciale.

Innanzitutto, una notazione politica fondamentale. La sciagurata decisione di Netanyahu nel 2022 di legittimare con la sua alleanza l’estrema destra non sionista di Itamar Ben Gvir, facendolo entrare nella Knesset con 6 deputati, ha trasformato il leader del Likud in un apprendista stregone. Infatti, questo violento e ignorante demagogo parafascista, che pure sino ad allora non era mai riuscito a entrare in Parlamento (nel 2020 aveva raccolto un indicativo 0,42 per cento), grazie al suo populismo, ai suoi cappi esibiti in Parlamento, alla legge sulla pena di morte solo per i palestinesi e al suo appoggio ai coloni suprematisti e razzisti, non solo ora è quotato dai sondaggi in grado di eleggere otto deputati, ma soprattutto, dopo avere fagocitato i voti di Bezalel Smotrich, meno demagogo di lui, ora aspira dichiaratamente a diventare premier, sostituendo un Netanyahu che è costretto a fare larga parte della campagna elettorale proprio contro di lui. Un indicativo precedente dell’«effetto Vannacci» sulla destra italiana.

In questo contesto, nel caso molto probabile, ma non certo, che i sondaggi abbiano ragione e che nessuno consegua quota 61 seggi alla Knesset, questi sono gli scenari possibili.

Primo scenario: un governo di minoranza guidato dall’ex generale Eisenkot, leader del partito più votato, con tutti i partiti di opposizione e che può ottenere la fiducia grazie all’astensione o all’uscita dall’aula dei partiti arabi (i cittadini arabi di Israele sono due milioni e centomila, il 21 per cento della popolazione).

Questo scenario è probabile, anche se è rigettato da Lieberman e rifiutato dallo stesso Eisenkot, perché non solo è nelle corde del partito Ra’am di Mansour Abbas, che già nel 2021 ha dimostrato grande flessibilità entrando nel governo di Bennett, ma anche perché gli altri partiti arabi della Joint List pare abbiano finalmente compreso che il loro storico estremismo islamista e jihadista non paga e che è l’ora di iniziare a fare politica. Il leader di questa alleanza tra tre partiti arabi, Yousef Jabareen, ha infatti «giurato di mettere in atto tutti gli strumenti e le scelte possibili pur di affossare la possibilità che Netanyahu formi un governo», e la strada dell’astensione è la più praticabile. Questa astensione non implicherebbe nessuna alleanza formale, ma impedirebbe a questo eventuale esecutivo di varare qualsiasi provvedimento contro gli arabi israeliani e anzi lo spingerebbe ad annullare l’orrore della legge sulla pena di morte solo per i palestinesi.

Si può anche ipotizzare che questo scenario potrebbe essere rafforzato dalla nomina a ministro per la Sicurezza urbana (è questo il principale problema della minoranza araba a causa delle mafie palestinesi) del sionista ed ex dirigente della polizia israeliana Yoav Segalovitz. Con eccellente intelligenza strategica, infatti, Mansour Abbas, leader del partito arabo Ra’am, lo ha inserito in lista al secondo posto, facendo sì che si vedranno decine di migliaia di elettori arabi israeliani votare per un poliziotto sionista (a proposito dell’accusa di apartheid allo Stato ebraico). Molto poco probabile, se non impossibile, sarà invece un accordo formale di governo tra le forze di opposizione e il partito arabo Ra’am, con la nomina di suoi ministri. Lo choc del 7 ottobre in Israele è tale e tanto radicato ed esteso che quello che è apparso come un’eccellente novità nel 2021 può essere percepito come una minaccia nel 2026.

La forza dell’ipotesi di un governo di minoranza permesso dall’astensione dei partiti arabi, o di un solo partito arabo, sta nel fatto che aprirebbe una fase di sedimentazione politica in cui alcuni parlamentari del Likud potrebbero rispondere alle incitazioni molto forti, già espresse da Lieberman, ad abbandonare finalmente il Likud di Netanyahu e passare con le attuali forze di opposizione, in modo da poter raggiungere in tempi brevi la quota di 61 deputati e varare un governo autosufficiente e non più subordinato all’astensione dei parlamentari arabi, come è peraltro suggerito da vari media israeliani.

Secondo scenario: il varo di un governo di unità nazionale, che è oggi quello che Netanyahu propone e caldeggia con vigore in campagna elettorale per riparare alla disastrosa e probabile perdita di voti della sua coalizione, che ha governato negli ultimi quattro anni. Un governo che escluda le estreme, quindi Ben Gvir e la sinistra unita di Yair Golan (accreditata tra gli 8 e gli 11 seggi). È questa la strada che Netanyahu avrebbe dovuto intraprendere dopo il 7 ottobre, come fece il laburista Levi Eshkol che, alla vigilia della guerra dei Sei giorni nel 1967, fece entrare nel governo il suo irriducibile oppositore di destra Menachem Begin, fondatore del Likud. Invece, Netanyahu – sintomo indiscutibile della sua miopia strategica – ha preferito legarsi e subire le pressioni della destra parafascista di Ben Gvir e Smotrich nella conduzione della guerra di Gaza, con esiti disastrosi.

Il governo di unità nazionale sarebbe una soluzione a prima vista pacificatrice e saggia, ma è irta di difficoltà. Infatti, la condizione non negoziabile che sicuramente Netanyahu porrà sarà la formazione di una commissione d’inchiesta sul massacro del 7 ottobre che gli garantisca l’assoluzione da ogni responsabilità. Questo in un contesto in cui più del 60 per cento degli elettori dichiara che la prima motivazione del proprio voto è appunto appurare la verità sulle colpe dell’incredibile serie di falle che hanno permesso a Hamas di penetrare in profondità in Israele, massacrare 1.166 ebrei e prendere 251 ostaggi.

Ma scaricare e liberare dalle sue evidenti responsabilità Netanyahu significherebbe sposare la sua incredibile tesi, che nega ogni e qualsiasi colpa del potere esecutivo e politico, quindi sua, caricando tutte le colpe sulle Forze armate, sullo Shin Bet e sul Mossad. Uno scenario che le forze oggi di opposizione, e le stesse Forze armate, non possono subire e men che meno può essere accettato dal loro leader, l’ex comandante delle Idf, il generale Eisenkot, che nella guerra di Gaza ha visto cadere suo figlio e due suoi nipoti.

Un Eisenkot, oggi favorito e sostenuto dal quadro dirigente delle Idf, che infatti nell’autunno del 2024 è uscito dal Gabinetto di guerra in rovente polemica anche con la conduzione della guerra di Gaza da parte di Netanyahu.

C’è uno scenario che potrebbe aiutare il concretizzarsi di questa soluzione, già ipotizzato da Lieberman, ed è che il Likud scarichi Netanyahu, escludendolo così dal governo. Ipotesi scarsamente praticabile, visto il ferreo controllo che questi ha sul suo partito.

Per inciso, per comprendere il contesto di questo voto e che cosa sia oggi Israele, va considerato che i media prevedono che circa il 25 per cento dei parlamentari che saranno eletti abbia subìto un lutto grave durante la guerra di Gaza: c’è chi ha perso un figlio o una figlia in armi e chi un altro parente.

Comunque, in politica è bene non dire mai mai.

Terzo scenario: nuove elezioni anticipate, che sono possibili, in linea non solo teorica, se i due blocchi non raggiungono la maggioranza. Sarebbero da tenere in tempi stretti, nei primi mesi del 2027. È una strada di per sé pessima per il protrarsi dello stato di incertezza al comando politico in un Paese che continua a essere di fatto in guerra e avrebbe per di più un risvolto più che scabroso e negativo per le attuali forze di opposizione. Netanyahu rimarrebbe infatti in carica come premier con il governo attuale e avrebbe tutti gli strumenti per influenzare il nuovo voto.

Di fatto – ripetiamo, sempre che i sondaggi siano confermati – un ruolo decisivo verrà svolto dal presidente della Repubblica Isaac Herzog, già laburista, figlio di Chaim Herzog, già apprezzato presidente di Israele, eletto nel giugno del 2021, nei giorni in cui Netanyahu stava perdendo il governo a favore di Bennett, con una maggioranza schiacciante di 87 voti.

Il problema, non piccolo, è che la caratura dell’uomo, del presidente, non è quella di un leader forte, sicuro, incisivo e che ha dimostrato spesso di essere incline al compromesso al ribasso.

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La Moldova vuole entrare nell’Ue per sottrarsi alla pressione russa

21 October 2026 at 03:45

Igor Grosu, president of Moldova's parliament and leader of the pro-EU Party of Action and Solidarity speaks during an interview with the Associated Press in Chisinau, Moldova, Thursday, Sept. 25, 2025, ahead of parliamentary elections taking place on Sept. 28. (AP Photo/Aurel Obreja) associated Press / LaPresse Only italy and spain

Arrivato in Italia per la Conferenza europea dei presidenti di Parlamento, Igor Grosu riporta una richiesta chiara: l’Italia accompagni la Moldova nell’Unione europea. Il presidente del Parlamento moldavo e leader del Partito di Azione e Solidarietà (Pas), la formazione europeista che esprime la Presidente Maia Sandu, Grosu ha incontrato Linkiesta dopo il colloquio del 15 ottobre con Lorenzo Fontana, presidente della Camera. La visita in Italia è arrivato in una settimana in cui l’avanzamento dei negoziati europei si è intrecciato con le nuove violazioni dello spazio aereo moldavo durante gli attacchi russi all’Ucraina. «Questi incidenti non sono un caso, servono a instillare paura nella popolazione e a demotivare il cammino della Moldova verso l’Unione europea», ha detto.

Nella notte tra il 15 e il 16 ottobre quattro droni hanno attraversato lo spazio aereo moldavo, uno dei velivoli è anche uscito e rientrato. «Quest’anno gli incidenti sono molto aumentati», dice ancora Grosu. La risposta, spiega, dovrà tenere insieme protezione del territorio, coordinamento con l’Ucraina e soprattutto la comunicazione con la popolazione.

Per Grosu, la sicurezza della Moldova dipende anche dalla capacità dell’Ucraina di continuare a proteggere il continente. Per questo respinge l’idea che una riduzione dell’assistenza militare occidentale possa accelerare la fine del conflitto. «È falso, offrirebbe solo una possibilità alla Russia», dice Grosu. «La formula è molto più semplice di prima. Oggi è guerra o pace», afferma a proposito del percorso di adesione della Moldova all’Unione europea. Il suo calendario politico prevede la conclusione dei negoziati nel 2028 e l’ingresso nell’Unione europea nel 2030. In patria è uno di quelli più impegnati a fissare un termine e farlo rispettare.

La visita a Roma segue un avanzamento concreto: il 13 ottobre l’Ue e la Moldova hanno aperto i negoziati su due cluster, quello del mercato interno e quello della competitività e crescita inclusiva. I cluster sono raggruppamenti di capitoli negoziali che organizzano, per materie affini, il lavoro di allineamento del Paese candidato alle regole europee. Con queste aperture, quattro dei sei raggruppamenti risultano avviati. Restano quelli sull’agenda verde e la connettività sostenibile e sulle risorse, l’agricoltura e la coesione. Grosu vuole che siano aperti anche gli ultimi due entro la fine dell’anno.

Guarda già al primo semestre 2028, quando l’Italia eserciterà la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea: un appuntamento che vorrebbe far coincidere con la conclusione del negoziato.

«Questo è il momento migliore per avvicinare le due rive del fiume Dnestr», dice ancora. L’integrazione europea, sostiene Grosu, può diventare l’incentivo decisivo per riavvicinare la Transnistria al resto della Moldova. La sua valutazione parte dalla crisi economica della regione separatista. «Il suo modello economico è collassato», afferma, indicando nel gennaio 2025 un punto di svolta, quando l’interruzione del flusso di gas russo ha colpito il sistema energetico transnistriano esponendone la dipendenza. Grosu racconta un riavvicinamento che passa dalle scelte quotidiane: abitanti della regione che cercano lavoro e protezione sociale in Moldova, famiglie che scelgono le scuole moldave per i loro figli. «Il processo di reintegrazione è in moto». La stessa Kaja Kallas ha dichiarato che la regione «non sarà un ostacolo nel percorso europeo della Moldova».

L’avvicinamento procede anche attraverso un graduale allineamento delle regole. Oggi le imprese transnistriane pagano dazi e Iva come i moldavi e questi soldi finiscono in un fondo di convergenza, destinato a finanziare infrastrutture, servizi e interventi per la popolazione transnistriana. L’obiettivo è associare la progressiva integrazione a benefici riconoscibili per chi vive nella regione.

«La presenza delle forze armate russe in Transnistria è illegale», dice Grosu a proposito del contingente di circa 1500-2000 militari russi nella regione. Il loro ritiro, insieme a tutto il loro equipaggiamento, dovrebbe essere negoziato dalla Moldova, dall’Unione europea e dell’Ucraina. «La nostra diaspora è un ponte fra i nostri Paesi». Quando parla dei moldavi in Italia, Grosu insiste sul legame che la migrazione ha costruito tra le due società. In questo contesto richiama anche l’iniziativa di Antonio Tajani sulla Comunità di Italofonia, istituita in occasione a Roma nel Novembre 2025, concepita come un forum permanente di cooperazione attraverso la lingua italiana. «L’Italia è un’ottima amica della Moldova», afferma Grosu. Il rapporto che descrive comprende relazioni bilaterali, sicurezza comune e tutela della diaspora.

Uno dei risultati più concreti è l’accordo di sicurezza sociale congiunto. L’intesa consente di considerare insieme i periodi contributivi maturati nei due Paesi quando quelli versati in uno solo non bastano a raggiungere la pensione. Per chi ha diviso la propria vita lavorativa tra Moldova e Italia fa tanta differenza.

All’Italia Grosu chiede ora di accompagnare al passaggio successivo: l’apertura degli ultimi cluster negoziali e il sostegno alla conclusione del percorso europeo. Il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Ue nel 2028 è il riferimento attorno al quale costruisce questa richiesta. Nel suo calendario, Roma potrebbe contribuire ad un avanzamento decisivo verso l’adesione.

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Dentro la città di Casillo, dove ripensano la farina

21 October 2026 at 03:45

Analisi di campioni all’impianto Next Gen Food di Casillo, foto di Gabriele Ferraresi

Dall’aeroporto di Bari a Corato si attraversa lungo la Provinciale una quantità di ulivi che rende superfluo ogni tentativo di contarli. Poi verso Ruvo di Puglia, basta ulivi. Vite ovunque, e anche lì, non se ne scorge la fine e l’orizzonte è bello lungo, nella pianeggiante Puglia. Infine si arriva da Casillo, in un impianto molitorio che ha le dimensioni di una cittadina di provincia, fatto di stabilimenti che sono più grandi di palazzi, alti sei piani, e poi silos e vari impianti collegati fra loro.

Quella di Casillo a Corato è una piccola città che lavora il grano dentro un territorio che, fra Casillo e i pastifici della zona, sul grano ha costruito parecchio. Chi arriva dal Nord con l’idea che certe dimensioni industriali appartengano soltanto alla propria geografia può approfittarne per aggiornarsi: siamo a Corato, vicino Bari, ma è identico al nord-est, per esempio a certe aree industriali dell’industria alimentare vicino Verona. Identico, e la cosa curiosa è che ci si respira la stessa identica aria, che come si può descrivere? Sa di giornate fatte di tre turni e di fabbriche che non si spengono pressoché mai, di impieghi stabili per decenni quando il resto del mondo sembra andare – piuttosto di fretta – in malora, aria di chi sa di fare le cose a modo, e che volendo sa anche di orgoglio locale.

La storia di Casillo comincia nel 1958 con un piccolo molino a Corato e cresce insieme ai grandi produttori di pasta, ai quali servono semole, continuità nelle forniture e soprattutto caratteristiche costanti, ma per capire dove siamo oggi bisogna anche distinguere due nomi: Casillo è il gruppo che macina e commercia cereali, con attività industriali e logistiche su scala internazionale, mentre Molino Casillo è il marchio di farine e semole rivolto a panificatori, pizzaioli, pasticcieri e consumatori.

Casillo a Corato, foto di Gabriele Ferraresi
Casillo a Corato, foto di Gabriele Ferraresi

Il grano non viaggia da solo
Venerdì 16 ottobre, però, a ricordarci le dimensioni di questo sistema sono i camion che non arrivano. Siamo a Corato e dobbiamo cambiare programma per le strade bloccate dalle proteste di agricoltori e autotrasportatori: per noi niente di grave, ma quella mattina i mezzi non raggiungono neppure Casillo e probabilmente poche o nessuna azienda della zona. Fuori dagli impianti la mobilitazione attraversa da giorni diverse regioni del Sud, con modalità e adesioni differenti. In Sicilia, dove a Gela gli agricoltori sono in presidio dalla fine di settembre, il 16 ottobre comincia anche il fermo dei trasportatori; in Calabria la protesta arriva dopo le manifestazioni dei primi giorni del mese. In Puglia interessa quel giorno anche Corato, mentre presidi e disagi si estendono a Basilicata, Campania e Molise.

Non ovunque le strade vengono chiuse: ci sono rallentamenti, cortei e camion lasciati nei piazzali. Ci sono distributori di benzina che hanno finito ogni genere di carburante e il risultato è comunque una distribuzione delle merci che procede a singhiozzo. Per un gruppo con ricavi superiori al miliardo di euro, questa dipendenza resta concreta quanto per il panificio che aspetta la consegna. L’automazione può sicuramente governare la macinazione, ma il grano in qualche modo deve pur arrivare e la farina deve pur partire.

Blocco stradale a Corato, foto di Gabriele Ferraresi
Blocco stradale a Corato, foto di Gabriele Ferraresi

Un mugnaio, molti piani
Dentro il molino l’immagine del mugnaio coperto di farina, per carità, va decisamente rivista. La stragrande maggioranza delle persone che frequentano un supermercato non ha mai visto né vedrà dall’interno una grande industria alimentare, non può per comprensibili ragioni immaginarla. Quante persone servono a un impianto alto come un edificio di sei piani? Una. Il controllo dell’impianto – cioè questo palazzo alto alcuni piani, con decine di macchinari su ogni piano – è affidato a un operatore per turno, assistito dall’automazione, con personale di supporto e manutenzione solo quando serve, se si rompe qualcosa, ma di solito non si rompe mai.

Il grano viene pulito, separato per provenienza e qualità, miscelato secondo il prodotto da ottenere perché la semola richiesta da un pastificio e la farina destinata a un biscotto rispondono a esigenze diverse: contano proteine, granulometria, comportamento nell’impasto. Dietro una materia prima apparentemente elementare come la farina – la farina, probabilmente uno dei principali motivi per cui gli esseri umani esistono – c’è una quantità di decisioni che al supermercato rimane invisibile.

Smontare un chicco
Macinare cereali è uno dei gesti su cui abbiamo organizzato la nostra alimentazione. Oggi la farina resta un prodotto di base, comprato e venduto anche in enormi, inimmaginabili volumi e con margini tutt’altro che sontuosi, che di conseguenza rendono decisivi proprio i volumi e l’efficienza. Eppure, proprio dentro questa industria, si cerca di capire quanto altro si possa ricavare dal chicco. Il nuovo impianto di Casillo Next Gen Food, la società del gruppo dedicata alla ricerca e all’innovazione alimentare, è collegato ai cinque mulini del polo di Corato. La materia di partenza arriva da lì.

Next Gen Food, Casillo, foto di Gabriele Ferraresi
Next Gen Food, Casillo, foto di Gabriele Ferraresi

Il passaggio è abbastanza semplice da raccontare, molto meno da realizzare. Nella macinazione si separano frazioni ricche di germe e aleurone, uno strato del chicco che contiene proteine e fibre. Il germe contiene anche olio, soggetto a irrancidimento, un problema quando si vuole conservare il prodotto. L’impianto estrae la componente oleosa, rendendo più stabili le frazioni rimaste. Queste vengono ulteriormente lavorate e selezionate; l’olio segue una propria lavorazione, che può portarlo anche alla forma in polvere per l’impiego negli alimenti. Si ottengono così ingredienti diversi da componenti che nella filiera molitoria finiscono anche nell’alimentazione animale.

Da questo processo nasce Altograno. Il nome potrebbe suggerire una nuova varietà di frumento, è invece una miscela con una base di farina o semola e componenti recuperate dal grano, dosate secondo l’uso finale. Le formulazioni cambiano fra pasta, pizza e altri prodotti da forno e fra impieghi domestici e professionali e il progetto punta ad aumentare la presenza di proteine e fibre, mantenendo un ingrediente che si possa impastare e trasformare senza dover reinventare il mestiere.

Analisi di campioni all’impianto Next Gen Food di Casillo, foto di Gabriele Ferraresi
Analisi di campioni all’impianto Next Gen Food di Casillo, foto di Gabriele Ferraresi

Il pane che diamo per scontato
Intorno ci sono tutte le relativamente nuove parole che abbiamo imparato a conoscere della nutrizione: la densità nutrizionale, le proteine, le nuove abitudini di consumo. Al Casillo Lab arrivano pane, focaccia barese, spaghettoni preparati con Altograno – questi ultimi ricordano, all’assaggio, una pasta integrale, anche se non lo sono; nel pane invece la differenza rispetto a una preparazione tradizionale al palato è molto meno riconoscibile, chi non è un sommelier di lievitati non noterà alcuna differenza.

A Corato si studia come sarà la farina di domani, mentre là fuori, si discute se convenga ancora trasportare quella di oggi. Il pane lo diamo per scontato, è tutto quello che serve per farlo arrivare in tavola che continuiamo a non volerlo vedere.

Casillo a Corato, foto di Gabriele Ferraresi
Casillo a Corato, foto di Gabriele Ferraresi

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Perché in Sicilia gli scaffali dei supermercati si stanno svuotando

21 October 2026 at 03:45

Chi ha girato in certi supermercati siciliani, nelle ultime quarantotto ore, ha trovato un quadro apocalittico. Sembra di essere tornati al lockdown, quando la gente svaligiava tutto, oppure in qualche repubblica dell’Est che ogni tanto si intravedeva nei telegiornali di una volta. Resistono le penne lisce, tanto per cambiare. Le acque frizzantissime. E i panettoni. Il necessario scarseggia, ma le piramidi natalizie sono già al loro posto. A ottobre possiamo scegliere come festeggiare dicembre. Per il pranzo di oggi ci stiamo organizzando. «Il popolo chiede pane, dategli le brioche». La frase attribuita a Maria Antonietta è apocrifa: non ci sono prove che la regina l’abbia mai pronunciata. Alla regina dobbiamo una rettifica. Ai siciliani, una spiegazione.

Il fermo dell’autotrasporto siciliano è cominciato il 16 ottobre contro il caro gasolio e l’aumento dei costi dei collegamenti marittimi. Le richieste del Comitato trasportatori siciliani comprendono lo sblocco di circa 104 milioni di pagamenti arretrati, nuovi fondi per il trasporto via mare e crediti d’imposta sul carburante da rendere utilizzabili. Una parte della vertenza riguarda soldi annunciati o attesi che devono ancora diventare disponibilità effettiva. La pompa di benzina, nel frattempo, non accetta dichiarazioni d’intenti.

Sotto la parola «autotrasportatori» convivono aziende organizzate, grandi operatori della logistica e piccoli proprietari che spesso guidano personalmente il camion. Il pieno si paga in tutti i casi, ma la capacità di assorbire le perdite, aspettare un contributo e farsi ricevere dal ministro cambia parecchio. Sono giorni di picchetti a Palermo e agli accessi autostradali nel Messinese e nel Catanese, trasportatori fermati mentre cercano di consegnare e due episodi di pneumatici tagliati.

È anche una guerra tra poveri: su chi verrà aiutato per primo. Il piccolo autotrasportatore teme che gli incentivi al trasporto marittimo rafforzino gli operatori più strutturati senza risolvere il proprio conto del gasolio. Gli agricoltori chiedono di entrare nella trattativa. La rivolta ha le sue delegazioni, le sue correnti e perfino la sua sala d’attesa.

Intanto i costi si allargano. Confcommercio Sicilia stima tra quaranta e cinquanta milioni di euro di danni per la grande distribuzione e la filiera del fresco nell’arco di cinque giorni. Le difficoltà raggiungono anche i servizi. Cancellate, per mancanza di carburante, diverse corse di bus interurbani; rallenta nelle grandi città la raccolta differenziata per i mezzi fermi.

Il problema entra così nella giornata di chi deve andare a scuola, raggiungere il lavoro, buttare la spazzatura. La forza dei trasportatori sta nella dipendenza collettiva dal loro lavoro. Il limite della protesta sta nel fatto che ogni giorno aggiuntivo distribuisce perdite anche tra persone che hanno gli stessi problemi di reddito.

Le immagini di questi giorni restituiscono un’Italia spaccata in due. Nelle grandi città del Nord vediamo soprattutto i giovani in piazza; sulle strade e nei porti del Mezzogiorno, i camion. Le manifestazioni studentesche sono nazionali, arrivano anche nelle città meridionali, ma la scena pubblica sembra assegnare a ciascuno una parte: ai ragazzi gli striscioni, ai padroncini i semirimorchi.

Le richieste rimangono diverse. Nei cortei si parla di scuola, casa, affitti e costo della vita. Nei piazzali si calcola quanto costa un viaggio e quanto resta dopo averlo compiuto. Il punto di contatto è la difficoltà di costruire un’autonomia: per chi deve ancora cominciare e per chi lavora da una vita. Un ragazzo vorrebbe potersi permettere di uscire di casa. Un piccolo imprenditore vorrebbe potersi permettere di uscire dal piazzale. Entrambi scoprono che muoversi costa più di quanto riescano a sostenere.

Il calendario rende questa pressione ancora più scomoda per chi governa. Siamo nell’ultimo anno della legislatura nazionale e nell’avvicinamento alla scadenza ordinaria di quella siciliana: l’orizzonte delle Politiche e delle Regionali è il 2027. Le date non sono ancora fissate, ma le elezioni sono già entrate nelle decisioni dei partiti. Per i trasportatori è un vantaggio contrattuale. Un banco del fresco vuoto porta il malcontento in luoghi che nessun comizio raggiunge: davanti alla lista della spesa, mentre una famiglia decide a cosa rinunciare.

Renato Schifani annuncia interlocuzioni. Ha avuto un colloquio con Matteo Salvini, che è stato, nelle sue parole, «assolutamente positivo». La Regione promette risorse contro il caro carburante nelle variazioni di bilancio all’esame dell’Ars. La disponibilità è stata comunicata. Adesso servono misure, destinatari e tempi.

Nella stessa manovra, insieme agli interventi per famiglie e imprese, resiste il Fit, Fondo per gli investimenti territoriali. Acronimo asciutto, ripieno abbondante: cinquanta milioni di euro per il 2026, confermati dall’analisi del Servizio Bilancio dell’Ars aggiornata al 19 ottobre. Il fondo è ancora nel testo in discussione. I destinatari previsti sono enti pubblici ed enti ecclesiastici. Gran parte degli interventi viene individuata attraverso un ordine del giorno parlamentare; altre quote sono riservate ai soggetti rimasti fuori, attraverso domande e progetti. Il rischio politico è evidente: il bisogno di un territorio finisce per pesare anche in base alla capacità del suo deputato di farlo entrare nell’elenco.

Un Comune, una parrocchia, un impianto sportivo possono avere progetti utilissimi. Dovrebbero poterlo dimostrare attraverso criteri pubblici e priorità verificabili. Il valore di un’opera dovrebbe risultare dal progetto. La riconoscenza verso l’onorevole non dovrebbe essere una voce del quadro economico.

Le opposizioni chiedono di cancellare il fondo o di assegnarlo con un avviso pubblico. L’opposizione propone di usare le risorse per famiglie e imprese colpite dal caro carburante e contesta la priorità di interventi come i campi di padel proposti nelle ultime settimane. La Sicilia può certamente coltivare ambizioni sportive. In questo momento avrebbe anche qualche problema con la spesa.Cinquanta milioni non risolvono da soli la crisi dell’autotrasporto. Scegliere come impiegarli, però, rende visibile la gerarchia delle urgenze.

La casta siciliana continua così a preparare le proprie brioche farcite mentre chiede pazienza a chi deve riempire il serbatoio. Ai cittadini si spiegano i vincoli. Per il collegio elettorale si cerca una soluzione. Alla piccola impresa si promette un’interlocuzione. Per l’intervento sponsorizzato si prepara un ordine del giorno.

Dentro la protesta c’è una domanda che riguarda anche chi non possiede un camion: quanto bisogna fermare, o chi bisogna conoscere, per essere ascoltati? Se la risposta arriva soltanto dopo un porto bloccato o attraverso una mediazione politica, il disagio diventa una gara tra chi può produrre più danni e chi ha il contatto migliore. Il radicchio, intanto, è finito. I panettoni resistono. Sulle brioche di Maria Antonietta non abbiamo prove. Sui cinquanta milioni delle nostre sicilianissime brioche abbiamo un disegno di legge.

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Dopo Milano e Torino non servono nuove pene, ma più attenzione

21 October 2026 at 03:45

Vetrine danneggiate dei negozi di corso Garibaldi a Milano (LaPresse)

Si possono avere opinioni diverse sulle ragioni e le origini dei disordini di Milano e Torino, ma una cosa dovremmo averla ormai capita: non è aumentando i reati e le pene che si possono scongiurare episodi di violenza e teppismo come quelli appena visti.

I fatti sono gravi e lo sono tanto più perché commessi anche da ragazzini. Che abbiano sfasciato vetrine e lanciato sassi per spirito politico di protesta o per voglia di menar le mani o per approfittare del momento per rubare qualcosa, non cambia la natura criminale dell’azione. Non c’è scriminante che tenga e indulgenza che possa abbellire il brutto di questa storia.

Ma rispondere con una immediata stretta penale è sbagliato. Il governo invece ha dichiarato di voler adottare “nuove misure contro chi semina il caos”. Sul tavolo ci sono l’estensione del fermo preventivo ai minorenni, la pena per danneggiamenti di gruppo, l’estensione dell’arresto in flagranza differita, il divieto di aggregazione per chi si rende responsabile di violenze di gruppo.

L’intenzione è quella di dimostrare magari già oggi, con un Consiglio dei ministri appositamente convocato, che il governo c’è, agisce e reagisce con quella che Meloni ha definito una risposta ferma dello Stato. Già in data odierna il CdM potrebbe approvare, nella peggiore delle tradizioni, poco più che un titolo di decreto legge, o la trasposizione di norme in discussione in un ennesimo disegno di legge sulla sicurezza che è all’esame del Parlamento. In questa seconda, più probabile ipotesi, sarebbe utile accelerare i lavori in Parlamento, che è il luogo in cui poter valutare apertamente e nel confronto con esperti ciò che è successo, la novità di una criminalità giovanissima, le motivazioni reali o presunte che, proprio per il profilo inaspettatamente giovane degli indagati, richiedono una riflessione franca e seria, oltre la retorica della protesta giovanile da un lato e quella della repressione dall’altro.

Nel frattempo, esiste già un nome penale per i comportamenti che si sono visti: dal danneggiamento alla devastazione al saccheggio fino al coinvolgimento di minori a carico di organizzatori o facinorosi. Oltre tutto, proprio nel corso di questa legislatura sono fioriti nuovi reati o aggravanti: pensare di doverne introdurre di nuovi sarebbe come ammettere l’impotenza dello Stato di fronte alle devastazioni a cui abbiamo assistito. La certezza e la rapidità nel contestare questi reati quando vengono commessi sarebbero molto più efficaci della minaccia di nuovi strumenti penalistici. In effetti, a quell’età (e anche dopo) è più facile rispondere a un invito sui social che leggere la gazzetta ufficiale, seguire il gruppo che ponderare le conseguenze delle proprie azioni, sottovalutare più che sopravvalutare i rischi e i pericoli dei propri comportamenti. Per questo esiste un dovere educativo che non è quello delle leggi penali, ma di un complesso sistema di formazioni sociali, dalla famiglia alla scuola fino ai luoghi di incontro sempre più rari e meno frequentati da una generazione abituata a frequentare in solitudine il mondo virtuale. La loro assenza o fragilità non può essere sostituita dall’azione giudiziaria.

Non è un dovere che si esaurisce in 48 ore e che rende bene al telegiornale. Ma è l’unica cosa che può funzionare davvero, specie se a menar le mani sono i più giovani.

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“Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila” è la mostra per interrogare la storia

21 October 2026 at 03:45

«Credo che si possa parlare di arte politica da sempre. L’arte è parte di un contesto storico, sociale, geopolitico», spiega Marta Papini, curatrice insieme a Maurizio Cattelan della mostra Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila. La sua ricerca ha indagato il rapporto tra immagini, ideologia e potere, soffermandosi sui meccanismi attraverso cui le rappresentazioni influenzano la coscienza individuale e collettiva. 

Promossa dal Comune dell’Aquila e realizzata dal MAXXI nell’ambito dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, la mostra è visitabile fino al 24 gennaio 2027 a Palazzo Ardinghelli, sede del MAXXI L’Aquila. In città, Mauri, visse e insegnò per vent’anni. Tra il 1979 al 1999 tenne un corso in Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti, affiancando le lezioni teoriche al lavoro laboratoriale con gli studenti; realizzando performance; e sperimentando forme di ricerca nelle quali il linguaggio, il corpo e la partecipazione del pubblico s’integravano con l’opera stessa. 

Nato a Roma nel 1926 in una famiglia legata all’editoria e al teatro, Mauri trascorse gli anni del liceo a Bologna, dove nel 1942 fondò con Pier Paolo Pasolini e altri amici la rivista letteraria Il Setaccio, pubblicando articoli e disegni. La guerra e il dopoguerra segnarono profondamente la sua esperienza personale, tanto che, per un periodo, fu ricoverato in una struttura psichiatrica. Nel 1954 esordì come artista alla Galleria del Cavallino di Venezia. Tre anni dopo realizzò il primo Schermo, una superficie bianca incorniciata di nero e proporzionata come un televisore. Questo dispositivo divenne una delle sue cifre stile: era un’immagine vuota (apparentemente), capace di richiamare il mezzo attraverso cui la società iniziava a ricevere e interpretare una parte crescente delle informazioni.

Fabio Mauri, Che cosa è il fascismo, 1971, Performance. Ph Marcella Galassi. Courtesy Fabio Mauri Estate and Hauser & Wirth

«Mauri iniziò a interrogarsi sul potere delle immagini ben prima dell’avvento dei media digitali, chiedendosi come potessero influenzare il pensiero e diventare strumenti di persuasione», continua Papini. «Aveva capito che davanti a uno schermo siamo manipolabili: anche perfettamente autentica, l’immagine sullo schermo è un potente strumento di propaganda», ancora. Negli anni successivi realizzò Che cosa è il fascismo. Festa in onore del generale Ernst von Hussel di passaggio per Roma, performance che ricostruiva i rituali del regime e chiamava il pubblico a confrontarsi con il proprio coinvolgimento. Pochi mesi dopo, con Ebrea, tornò sulle persecuzioni nazifasciste, e sulla loro rimozione nella memoria. Da allora, il modo in cui la cultura può convivere con la violenza divennero temi ricorrenti della sua produzione, affrontati attraverso installazioni, immagini, oggetti e azioni performative. 

La mostra a Palazzo Ardinghelli ne è un esempio. La disposizione delle opere procede per associazioni visive, risonanze e contrasti. Al centro del percorso si trova Io sono un ariano, pubblicato nel 2009, anno della morte dell’artista, e composto quasi solo di immagini. Disposte circolarmente lungo il corridoio del piano nobile, affacciato sulla corte interna, formano una cronologia visiva attorno alla quale si articola liberamente la visita. Lo spettatore (se così possiamo intenderlo) può scegliere quale strada imboccare. Il percorso infatti comincia già nella corte, con La resa (2002), una grande bandiera bianca issata su una struttura di tubi da cantiere. Mauri l’aveva realizzata per gli Scavi di Ostia in occasione dell’anniversario del rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma. 

La bandiera mette in luce un’ambiguità: la resa non coincide per forza con la capitolazione politica, invita invece a una «resa del giudizio», la rinuncia alla pretesa di comprendere e giudicare pienamente la Storia. Una sospensione che non esclude la speranza, come suggerisce Mauri stesso: «una certa misura di resa può scoprire forse alternative inedite». All’ingresso di Palazzo Ardinghelli, vi è una sequenza di scatti di Elisabetta Catalano, nota come Ideologia e natura (1973). Qui una giovane donna, vestita con l’uniforme da Piccola Italiana, si sveste e si riveste ripetutamente al ritmo di un metronomo, fino a interrompere l’ordine previsto della vestizione. Il corpo diventa il luogo in cui si manifesta il rapporto tra individuo e ideologia, mentre il gesto ripetuto rende visibile la disciplina richiesta dall’appartenenza a un sistema. Salendo al piano nobile, alcuni altoparlanti diffondono in loop l’audio di Che cosa è il fascismo, introducendo il visitatore alla dimensione onnicomprensiva della ricerca di Mauri.

Fabio Mauri Entartete Kunst, 1985. Ph Timothy Doyon. Courtesy Fabio Mauri Estate and Hauser & Wirth

Una delle sezioni più immersive è dedicata ad Arierwiege (1995), cinque stanze allestite come una casa, con moquette e pareti color verde arsenico. Tra mobili e arredi compaiono oggetti marchiati «ariani»: un completo da uomo, lenzuola e cuscini, una valigia, una radio a valvole, un metro da sarta, un estintore, una borsa da medico e mascherine. La classificazione razziale investe gli oggetti più comuni e mostra l’assurdità di un sistema ideologico che pretende di estendere le proprie categorie a ogni aspetto della vita quotidiana. «L’ambiente familiare diventa così uno spazio in cui la classificazione ideologica si manifesta nella sua pervasività, senza bisogno di una spiegazione esterna», continua poi la curatrice

Il rapporto tra arte e politica attraversa tutte queste opere, ma la loro attualità, secondo Papini, non consiste nell’offrire risposte già definite. «Un’opera che prende posizione ti offre un riposo: sei d’accordo, hai fatto la tua parte, puoi andare. È lo stesso meccanismo del repost sui social, ognuno nella propria bolla. Più che di responsabilità parlerei di consapevolezza». La performance (quando non una piece teatrale) ha un ruolo di rilievo nel progetto espositivo. «Mauri non lascia scelta allo spettatore. In Che cosa è il fascismo, all’ingresso ricevi un cartoncino colorato che ti assegna una tribuna, e con la tribuna una categoria sociale: autorità, magistrati, stampa, rurali, e così via. Gli ebrei siedono in due tribune a parte. Quando ti accomodi, la performance sembra non essere ancora iniziata e tu sei già dentro, con un ruolo che non hai scelto. È un dispositivo semplicissimo e funziona subito: ti guardi intorno e vedi chi è stato messo altrove».

Fabio Mauri, Gli anni dell’Aquila, Installation view. Ph Roberto Marossi

L’azione porta in scena i Ludi Juveniles fascisti ai quali Mauri aveva assistito dodicenne a Firenze nel 1938, durante la visita di Hitler. Giovani in divisa eseguono esercizi ginnici, prove di scherma, sbandieramenti e inni di regime; la cerimonia coinvolge progressivamente chi assiste, riducendo la distanza tra rappresentazione e realtà. Quando i ragazzi in divisa fanno il saluto romano, parte l’applauso e il pubblico si ferma con le mani sospese, accorgendosi di aver reagito per riflesso. «Parlerei più di complice che di testimone. È più scomodo e meno assolutorio», dice, poi, Papini. «Mauri parlava della performance come “esercizio spirituale” in cui “rivivere due volte lo stesso evento trova più modificato l’osservatore che l’evento stesso”». Chi assiste è chiamato a misurarsi con le proprie reazioni, con la facilità con cui può seguire un comportamento collettivo e con la possibilità di riconoscere, nel presente, meccanismi già sperimentati in passato (anche non direttamente).

A dicembre il MAXXI L’Aquila ospiterà una seconda performance, Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo (1989), presentata per la prima volta proprio nella città abruzzese durante gli anni dell’insegnamento di Mauri e riproposta nel 2012 a dOCUMENTA, a Kassel. L’opera mette in scena un grande tavolo al quale siedono esponenti della cultura tedesca, filosofi, musicisti e letterati, mentre tutt’intorno il pubblico mangia würstel e crauti e beve birra. La scena è interrotta dall’irruzione di una ballerina espressionista e dalla lettura radiofonica di un estratto degli atti del processo ad Adolf Eichmann, dedicato allo sfruttamento economico dei corpi nei campi di concentramento nazisti. Il contrasto tra il banchetto, emblema della convivialità, e la lettura degli atti processuali mette in relazione cultura e barbarie, mostrando come il pensiero e le tradizioni di una società possano convivere con la violenza.

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Europa Radicale propone un’Offensiva di pace contro il fanatismo in Israele e Palestina

21 October 2026 at 03:45

Non c’è Board of Peace che tenga quando gli attori in campo sono dediti alle sole guerre di potere per istituire un nuovo ordine globale, in cui la superpotenza statunitense ha definitivamente smarrito la propria centralità egemonica. Dal mondo unipolare siamo scivolati in un multipolarismo instabile, che non ha perdonato agli Stati Uniti né l’invasione dell’Iraq nel 2003 – condotta al di fuori del consenso esplicito del Consiglio di sicurezza dell’Onu – né lo shock della crisi finanziaria del 2008 con il crac di Lehman Brothers. Mentre l’Occidente era impegnato ad arginare le proprie fratture interne, e con un’Unione europea che solo a fatica tenta di far pesare la propria voce come attore strategico unitario, lo spazio geopolitico è stato occupato dalle autocrazie: Russia, Cina, Iran.

Nel contesto attuale, il conflitto in Medio Oriente tra Israele e l’asse teocratico iraniano – che finanzia e arma le formazioni terroristiche a ridosso del confine – diventa una pedina cinica sacrificata su più tavoli: per i Fratelli musulmani che puntano alla distruzione dello Stato di Israele e alla destabilizzazione delle democrazie; per chi tenta di recuperare posizioni di potere scontrandosi con i capisaldi dello Stato di diritto; per la frangia estremista e messianica della destra israeliana che tenta da anni di trasformare l’unica democrazia del Vicino Oriente in una democratura illiberale.

L’Europa ha un compito storico inderogabile: sottrarsi all’agenda polarizzante dettata dai vari autoritarismi e aprire una via politica alternativa. Una via che si sostituisca all’ipocrisia dei movimenti internazionalisti che scandiscono lo slogan «dal fiume fino al mare» – formula che nei fatti decreta la distruzione di Israele e la condanna di tutti i suoi cittadini, compresi oltre due milioni di arabi israeliani – ed emargini al contempo il fanatismo della destra religiosa e nazionalista rappresentata da Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e Benjamin Netanyahu. Quell’alternativa si chiama «Offensiva di pace».

Non possiamo dimenticare la tragedia del 7 ottobre, l’ondata allarmante di antisemitismo che scuote le nostre città con aggressioni e intolleranza, né le violenze sistematiche dei coloni fanatici in Cisgiordania. In Occidente molti usano questo stallo drammatico per meri calcoli di consenso elettorale domestico. La domanda da porre alla politica italiana ed europea è una soltanto: vogliamo concorrere alla risoluzione del conflitto indicando una terza via, o preferiamo continuare a scaricare sulle spalle di questi popoli il tifo cieco delle curve da stadio?

Noi di Europa Radicale siamo stati tre giorni tra Tel Aviv, Gerusalemme e la Cisgiordania per la nostra missione «Offensiva di pace». Ciò che abbiamo toccato con mano impone di rigettare le semplificazioni binarie, perché il manicheismo ideologico produce soltanto odio e sopraffazione.

Abbiamo toccato il cemento del muro di separazione. Una ferita verticale che recide il paesaggio e cristallizza l’illusione securitaria di chi pensa di cancellare l’esistenza dell’altro chiudendo gli occhi. Eppure, basta ascoltare le voci della terra per accorgersi di quanto artificiale sia questo abisso. Ebrei e palestinesi condividono la medesima matrice levantina e parlano lingue germogliate dallo stesso ceppo semitico, dove i vocaboli cardine dell’esistenza si riflettono come in uno specchio: Shalom e Salam, Bayit e Bayt, Dam e Dam. Persino il concetto di misericordia – Rachamim in ebraico, Rahma in arabo – affonda nella medesima radice primordiale dell’utero materno. Non sono nemici antropologici, ma vicini condannati a condividere lo stesso suolo, tenuti ostaggi dall’inganno nazionalista e dal fanatismo teocratico.

Lungo il nostro cammino abbiamo incontrato le realtà che mantengono accesa la fiaccola della convivenza. Abbiamo dialogato con Women Wage Peace e con il Parents Circle-Families Forum in Cisgiordania, dove madri e famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso i propri figli nella morsa degli attentati e dei bombardamenti si rifiutano di cedere alla vendetta: «Non si tratta di essere pro-Israele o pro-Palestina: si tratta di lavorare per la pace», ci dicono, ammonendo le piazze italiane che sventolano bandiere ma non hanno il tempo per spendere le loro energie nel far conoscere queste realtà.

Abbiamo incontrato Roberto Della Rocca della sinistra laica di Meretz, i rappresentanti di Hadash e con il partito antiproibizionista Green Leaf, impegnato nella tutela dei diritti civili. A Gerusalemme, città dal clima compresso e saturo di fervore religioso, abbiamo incontrato Amit Peretz della Jerusalem Open House, presidio indispensabile per la comunità LGBTI+. Lì il Pride non è una sfilata spensierata, ma una trincea di resistenza: la memoria è ancora viva per l’omicidio della sedicenne Shira Banki, accoltellata a morte nel 2015 da un fondamentalista religioso.

L’Open House risponde al clima d’odio garantendo prevenzione sanitaria, supporto psicologico e creando spazi protetti per persone transgender. E fa male constatare la solitudine politica in cui operano: boicottati e isolati da ampi segmenti della sinistra progressista occidentale per il solo fatto di operare in Israele. Un corto circuito morale che abbiamo denunciato anche al Pride di Roma, difendendo insieme a Certi Diritti la presenza della comunità ebraica queer di Keshet.

La pace non può fiorire nel vuoto dello Stato di diritto. Se in Israele gli anticorpi democratici della società civile resistono alla deriva illiberale del governo Netanyahu, sul versante palestinese la democrazia resta prigioniera: la scelta del presidente Mahmoud Abbas di rinviare ancora le elezioni, fissandole al 2027 dopo vent’anni di mandato scaduto, confisca la speranza democratica di intere generazioni e consegna le chiavi del consenso al terrorismo di Hamas. Ci si dovrà interrogare a fondo sulle ragioni di questa scelta.

La nostra proposta resta radicata nel metodo nonviolento: laicità delle istituzioni, sicurezza inalienabile per Israele, pieno e reciproco riconoscimento. Due popoli, due Stati e lo Stato di diritto. Chi ama la libertà deve smettere di tifare per la distruzione altrui e iniziare a sostenere, qui e ora, chi su quella terra ha già scelto di disarmare le parole e costruire il futuro: la nostra «Offensiva di pace» è a disposizione di tutti.

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Le chat sui maranza, l’allarme di Crosetto e il confine tra fatti e sospetti

21 October 2026 at 03:45

A Verona una professoressa entra in classe e trova solo cinque studenti. Gli altri sono rimasti a casa. Hanno paura dei messaggi che da giorni circolano sui telefoni, con annunci di stupri di gruppo e aggressioni. A Pavia i genitori chiamano i carabinieri, preoccupati dalle chat che annunciano assalti alle scuole. A Milano un messaggio, inoltrato da un gruppo WhatsApp all’altro, sostiene che quattrocento ragazzi si sarebbero organizzati per violentare le ragazze incontrate per strada. Altri annunciano assalti alla Bocconi e alla IULM. Nel Bresciano, a Chiari, le forze dell’ordine presidiano la stazione dopo che su Telegram è stata annunciata una manifestazione violenta con duemila partecipanti. Si presentano soltanto piccoli gruppi di studenti. A Como la Digos sta invece esaminando alcune chat nelle quali si parla di possibili saccheggi per sabato 24 ottobre. I presunti responsabili sarebbero i maranza, come televisioni e social hanno ribattezzato, con una certa approssimazione, gruppi di ragazzi di periferia, spesso figli di immigrati. 

Prove? Per ora non ce ne sono. Le autorità non hanno trovato riscontri ai presunti piani di stupro e nessuno ha dimostrato che dietro i messaggi ci sia un’organizzazione. Potrebbe essere l’ennesima catena di Sant’Antonio per rincoglionauti, come quelle che anni fa invitavano a inoltrare un messaggio a dieci amici per evitare che WhatsApp diventasse a pagamento. Stavolta c’è poco da ridere. Molti genitori hanno ancora negli occhi le immagini dei saccheggi e degli scontri del 17 e 18 ottobre a Milano dove le violenze sono avvenute davvero. Visto il contesto, è difficile liquidare come una sciocchezza l’avvertimento ricevuto sul telefono del figlio. Nel dubbio, meglio tenerlo a casa.

I messaggi si assomigliano, anche se arrivano da città diverse, e potrebbero essersi diffusi semplicemente passando da un gruppo WhatsApp all’altro. Il dubbio è lecito, il complottismo una tentazione: possibile che sia una coincidenza casuale? Qualche goliarda sta cercando deliberatamente di spaventare migliaia di ragazzi? E se dietro ci fosse qualcosa di più grande?

Che Paesi stranieri, in primis la Russia, conducano operazioni di disinformazione contro i Paesi occidentali è documentato. Nella relazione approvata ad agosto, il Copasir riferisce di una rete di siti e account social riconducibili ad attori russi che diffondono propaganda contro l’Unione europea e la Nato, con campagne mirate anche all’Italia. Tra i messaggi diffusi, quelli sull’inefficacia delle sanzioni contro Mosca e sull’inevitabile sconfitta dell’Ucraina. Basta ricordare anche l’operazione Doppelgänger, che ha riprodotto copie fasulle dei siti di importanti giornali europei, compresa l’Ansa, per diffondere propaganda filorussa sotto le sembianze di notizie autentiche.

Ma che Mosca abbia ideato i saccheggi di Milano o la diffusione delle false minacce nelle scuole, invece, non è stato dimostrato. Per far circolare una bugia su WhatsApp non serve un servizio segreto. E una protesta contro il caro vita può degenerare in violenza senza che qualcuno l’abbia pianificato dall’estero. Come nei film dei fratelli Coen, a volte bastano quattro teppisti e una serie di decisioni sconsiderate perché il caos, visto da lontano, assuma l’aspetto di un complotto ben organizzato.

In questo clima di straordinaria follia in cui i mitomani annoiati si confondono con gli utili idioti bisogna stare attenti a pesare le parole. Per questo motivo meritano particolare attenzione le dichiarazioni rilasciate ieri dal ministro della Difesa Guido Crosetto, durante il Defence Procurement Forum di Roma, un convegno dedicato agli investimenti militari. Crosetto ha definito gli scontri di Milano «il punto di arrivo» di una guerra ibrida condotta contro l’Occidente attraverso strumenti come TikTok e YouTube. 

Secondo il ministro della Difesa, alcune nazioni hanno accumulato attraverso le piattaforme digitali una quantità di informazioni tale da poter conoscere e influenzare le nuove generazioni meglio delle loro famiglie. L’intelligenza artificiale avrebbe reso questa capacità ancora più efficace. Crosetto parla di una «controeducazione» che avrebbe modificato il rapporto dei ragazzi con le regole democratiche, precisando che il fenomeno riguarda i giovani italiani in generale e non solo quelli di seconda generazione. Dice di aver denunciato questo pericolo da quattro anni, senza essere ascoltato.

Le minacce ibride esistono, e quelle russe in Europa si stanno avvicinando alla soglia della guerra aperta, come dimostrato nel caso di Lipsia. Uno Stato può usare la disinformazione per alimentare tensioni in un altro Paese. Ma la capacità dei social di amplificare la violenza non basta a dimostrare l’esistenza di una regia straniera. E Crosetto, nelle sue dichiarazioni pubbliche, non ha chiarito se il riferimento agli scontri di Milano si fondi su informazioni specifiche o su una valutazione più generale dell’influenza delle piattaforme digitali. 

La distinzione conta, soprattutto perché il ministro della Difesa auspicabilmente dispone di informazioni riservate e altrettanto auspicabilmente su quelle basa le sue dichiarazioni e il suo agire. Nessuno gli chiede di divulgarle, però evocare una «guerra ibrida» senza chiarire se si stia parlando di fatti accertati o di una valutazione politica rischia di trasformarsi in una versione involontaria del celebre editoriale «Io so. Ma non ho le prove», scritto da Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera nel 1974. Con una differenza sostanziale: Pasolini rivendicava la libertà di interpretazione di un intellettuale, Crosetto ha la responsabilità di un ministro della Repubblica. Può custodire i segreti dello Stato, ma dovrebbe almeno distinguere ciò che sa da ciò che ritiene possa essere accaduto. Altrimenti il rischio è di alimentare, proprio mentre si denuncia la disinformazione, quel complottismo che prospera tra chi delle notizie conosce soltanto l’eco dell’eco. Come un genitore che cerca di capire quanto debba preoccuparsi per un messaggio arrivato nella chat di famiglia.

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In Europa la vita dei polli è migliore

21 October 2026 at 03:45

Trenta chilogrammi di peso vivo per metro quadrato: è la densità massima di allevamento prevista dallo European Chicken Commitment. Lo spazio disponibile per un pollo si misura anche così, considerando il peso degli animali presenti nel capannone. La direttiva europea stabilisce come limite generale 33 chilogrammi per metro quadrato, ma consente, a determinate condizioni, di arrivare a 39 e poi a 42. Il primo cambiamento introdotto dall’ECC riguarda dunque un parametro concreto: quanto si può affollare un allevamento.

Nato nel 2017 per iniziativa di una coalizione di oltre trenta organizzazioni europee per la protezione animale, tra cui Compassion in World Farming, lo European Chicken Commitment è un impegno volontario che le imprese alimentari assumono per migliorare le condizioni dei polli allevati per la carne. Si rivolge a produttori, distributori e ristorazione e interviene sulle scelte di approvvigionamento: chi aderisce si impegna a chiedere ai propri fornitori requisiti superiori ai minimi di legge.

A essere tutelata è la vita dell’animale lungo la filiera. Lo spazio è una parte della questione. Un’altra riguarda le razze: la selezione orientata alla crescita rapida può compromettere salute e capacità di movimento. L’accordo richiede razze con migliori indicatori di benessere, valutate secondo criteri specifici. Nella pratica, questo comporta il passaggio a polli a più lento accrescimento, come quelli richiamati nel percorso di Eataly.

Dentro i capannoni devono esserci luce naturale, un’illuminazione di almeno 50 lux, posatoi e materiali da becchettare. Sono strumenti che consentono agli animali di esprimere comportamenti propri della specie. L’ECC prescrive inoltre requisiti sulla qualità dell’aria e vieta gabbie e sistemi multipiano. Non impone invece l’accesso all’aperto: l’adesione non equivale al biologico.

L’accordo comprende anche la macellazione: prevede lo stordimento in atmosfera controllata con modalità definite oppure quello elettrico efficace senza capovolgere gli animali ancora coscienti. Chiede infine verifiche di terza parte e aggiornamenti pubblici annuali sui progressi. Per valutarne l’attuazione occorre quindi distinguere la firma iniziale, l’adeguamento degli allevamenti e il rispetto dell’insieme dei requisiti.

È in questo quadro che arriva l’annuncio di Eataly che ha raggiunto la conformità agli standard ECC in allevamento, presentandosi come il primo grande retailer italiano e catena di ristoranti a conseguire questo risultato. L’impegno, sottoscritto per l’Italia nel febbraio 2022, riguardava il cento per cento dell’offerta di pollo fresco, lavorato e utilizzato come ingrediente, inclusa la ristorazione, con scadenza entro il 2026.

Il percorso ha coinvolto fornitori e allevatori, con il supporto di Compassion in World Farming. Bianca Furlotti, responsabile del settore alimentare dell’associazione in Italia, sottolinea il valore di un intervento esteso sia alla vendita sia alla ristorazione, con le medesime richieste ai fornitori che accompagnano il pollo dal banco della macelleria ai piatti serviti. Per il cliente, che al ristorante raramente dispone delle informazioni presenti su una confezione, la politica di acquisto dell’insegna diventa una parte decisiva della trasparenza.

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La fine degli intellettuali, ma non della citazione colta pronta per Instagram

21 October 2026 at 03:45

Scontri tra manifestanti a Manifestazione contro il caro vita a Milano sabato 17 ottobre 2026. (foto by Stefano Porta/LaPresse) clashes between protesters at Demonstration against the high cost of living in Milan saturday 17 october 2026 (Photo by Stefano Porta/LaPresse)

Anni fa Alessandro Baricco raccontò che, quando aveva una rubrica su Vanity Fair per la quale ogni settimana doveva riempire una pagina di testo, e una pagina di Vanity Fair si riempiva con una sessantina di righe, ogni tanto tentava invano di convincere il direttore che per dire certe cose di righe ne bastavano due, e che quindi la pagina potesse uscire bianca, con sole due righe di testo in cima o in mezzo o in fondo.

Pur non essendoci qui la questione dell’impaginazione cartacea, e notandosi quindi meno la brevità insolita del testo, sono abbastanza certa che il direttore che sovrintende all’Avvelenata obietterebbe anch’egli al mio consegnarne oggi una fatta d’un solo rigo, perché nel sindacato dei direttori di giornale han tutti le stesse fisime.

Prendetevela quindi con le antiquate fissazioni dei direttori di giornale se oggi sarò inutilmente prolissa, ridondante, ripetitiva nelle variazioni che stanno attorno a un solo concetto, concetto che sarebbe potuto stare in un esaustivo rigo, e quel rigo sarebbe stato: mi sembrate tutti scemi.

Mi sembrano scemi quelli che scrivono sui social variazioni sulla rivoluzione che non è un pranzo di gala, come se incendiare cassonetti e spaccare vetrine e autoscattarsi con sfondo di lacrimogeni fossero sinonimi di «presa della Bastiglia», e non di «1, 2, 3, casino», e non di «Sfera che ce lo facciamo un selfie?».

Mi sembrano scemi gli adulti infantili di questo secolo, quelli che vivono coi soldi dei genitori, nelle case comprate loro dai genitori, mandando i figli in scuole e in vacanze pagate dai nonni e, poiché i tempi facili producono individui con infelicità immaginarie, hanno deciso che sì, i loro figli hanno problemi gravissimi, e passano il tempo a cercare di farsi perdonare da loro e dai loro psicanalisti (pagati anch’essi dai nonni) invece di prendersi l’incomodo di fare gli educatori e di mettere in pratica tutto quello su cui teoricamente si sono preparati per fare i genitori: la prima generazione che ha pensato che fare figli fosse una specializzazione alla quale occorresse arrivare preparati è anche la generazione che ha comprato “I no che aiutano a crescere” ma o non l’ha letto o non l’ha capito.

Mi sembra scemo il cantante che cinque anni fa ci diceva che «Vuitton e Prada non contan nada», e oggi ci dice che mettere in vetrina roba che i-nostri-ragazzi non si possono permettere è violenza alla quale si risponde con la violenza (perché è tutto simbolico, e tutto capriccio consumista: gli assalti ai forni erano gesti dimostrativi d’obiezione alla chetogenica, mica fame; però, l’avesse detto in rima, magari m’avrebbe convinta).

Mi sembra scema l’amica editorialista che mi scrive per farmi gli auguri di compleanno e aggiunge che ogni volta che scrivo dei genitori imbecilli dei puccettoni in piazza capisce quant’è imbecille, invia il messaggio e un secondo dopo apre il computer per scrivere il trecentesimo pezzo su quanto hanno ragione i-nostri-ragazzi.

Mi sembrano scemi quelli che si dolgono perché hanno il feticcio dell’oggetto-libro e insomma va bene tutto ma devastare la libreria Feltrinelli no; mi sembrano scemi quelli che hanno Wikipedia epperciò – con quel che costa il wifi mica vorremo non ottimizzare – ci tengono a precisare che Giangiacomo Feltrinelli però morì tentando di fare un attentato; mi sembrano scemi quelli che s’indignano per chi ha complessi di superiorità culturali tali da pensare che la merce libro sia più sacra della merce borsetta; mi sembrano scemi quelli che certo che il libro è un feticcio, io sottolineo solo a matita.

Mi sembra scema la scrittrice sessantenne che mi passa davanti in un pezzettino social mentre dice a una trentenne, a una trentenne che porella provava ad argomentare che i suoi coetanei non hanno avuto le guerre e l’incubo del nucleare e il terrorismo e altre amenità e insomma tanto male non gli è andata, la sessantenne che le spiega perentoria che no, non è vero, la trentenne non lo sa ma i trentenni d’oggi sono i più sfortunati della storia del mondo, perché la sessantenne arrivò a Milano quarant’anni fa e il lavoro te lo tiravano dietro; fingendo di non sapere che è vero che oggi nessuna redazione (parlandone da vive) assumerebbe la lei inutile e miracolata di quarant’anni fa, ma ella avrebbe modo di accendersi la telecamera del telefono in faccia e di diventare comunque una benestante senza qualità – certe opportunità non vengono mai meno, al massimo cambiano veicolo.

Mi sembra scemo lo scrittore della stessa generazione che dice che rubare le borse di lusso saccheggiando negozi del centro in nome del carovita va bene se quella borsa di lusso la regali alla mamma che non se l’è mai potuta permettere facendole così fare il salto di classe previsto dal materialismo storico (ma solo se la mamma è abbastanza in confidenza con le pratiche di questo secolo da rivendere la borsa su Vestiaire e poter infine pagare le bollette: la classe sociale non la fanno gli accessori di pelletteria, la fa l’assenza dei problemi economici di base).

Incidentalmente, sfogliavo per altre ragioni un libro che non c’entra niente, lo scrisse Simone de Beauvoir nel 1970, s’intitolava “La terza età”: impossibile non notare quanto tutto quel che era sensato citare cinquantasei anni fa non sia di nessun aiuto per spiegare l’oggi.

«La società dei consumi, nota Marcuse, ha sostituito alla coscienza infelice una coscienza felice, e disapprova ogni senso di colpa»: Herbert, Simone, non so come dirvelo ma, vista dal 2026, da una società che ostenta con voluttà sensi di colpa, che si fustiga a favor di obiettivo fotografico, che passa il tempo a crogiolarsi in dichiarazioni d’infelicità, sembra la frase d’un romanzo di fantascienza.

Poche pagine più avanti, SdB cita Sigmund Freud e il «triste contrasto tra l’intelligenza raggiante d’un bambino e la debolezza intellettuale d’un adulto medio», e io penso che il più influente intellettuale del Novecento ha descritto un mondo che non esiste più, in cui gli adulti ancora non miravano a regredire fino a essere irresponsabili e coetanei dei figli, epperciò raggianti.

Tutti gli intellettuali che abbiamo come riferimento, tutti quelli che hanno prodotto pensiero e non penzierini, sono gente del Novecento, la cui visione del mondo era la visione d’un altro mondo, le cui categorie analitiche oggi sono utili quanto lo scatolone di cento nastri che ci ha lasciato nostro nonno acciocché la nostra Olivetti avesse sempre inchiostro.

D’altra parte non è che possiamo citare Vittorio Lingiardi o Byung-Chul Han o Roxane Gay o Michela Murgia o uno qualunque dei produttori di biscotti della fortuna nostri coevi.

È andata così, che abbiamo avuto tante fortune che non scambierei con la vita del secolo scorso – l’acqua corrente in casa, gli antidolorifici, l’aria condizionata, supermercati che ci danno accesso a una varietà di cibo che settant’anni fa non era disponibile neanche per i re – ma la sfiga di un mondo senza intellettuali, intesi canettianamente come individui in grado di essere in conversazione col loro tempo e in contrasto col loro tempo.

Abbiamo solo gente che cita compulsivamente pensatori del Novecento per farci sapere che ha studiato molto (ma non abbastanza da capire che quei pensatori parlavano del mondo di prima – compreso Canetti, noteranno i più scafati tra i miei piccoli lettori); e gente che produce libri fatti per prendere i like, like presi per produrre apparizioni retribuite nei festival, apparizioni nei festival fatte per farsi chiedere il selfie alla fine, perché che tu sia intellettuale o Sferaebbasta sempre lo stesso selfie la platea vorrà, per prendere anche lei qualche like dai cognati, per l’economia di risulta di quella valuta che è la fama. Ci sono gli uni, ci sono gli altri, e in mezzo ci siamo noi. Tre categorie accomunate dall’essere inappellabilmente sceme.

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Un omicidio, due processi, due condanne, due sentenze contraddittorie

20 October 2026 at 10:00

Per lo stesso omicidio si possono condannare due persone. Ma se una sentenza ne condanna una come autrice materiale e un’altra ne condanna una diversa escludendo che abbia agito insieme alla prima, lo Stato ha un problema. Chi resta in cella ne ha uno molto più grande.

È il caso di Monica Busetto, operatrice sociosanitaria di Mestre, in carcere da dodici anni e condannata a venticinque per l’uccisione della vicina, l’ottantasettenne Lida Taffi Pamio, nel dicembre 2012. Si è sempre dichiarata innocente. Dopo la sua condanna, Susanna «Milly» Lazzarini, già coinvolta nell’omicidio di un’altra anziana, confessa anche questo delitto: prima dice di aver agito da sola, poi chiama in causa Busetto.

Il risultato è sconcertante. Nel processo Busetto, la responsabilità è per aver commesso materialmente l’omicidio. Nel procedimento separato contro Lazzarini, il giudice scrive che «il ruolo di materiale compartecipe nel delitto di Busetto non ha trovato adeguato riscontro». Non è un’assoluzione, ma è una domanda enorme sulla condanna. Eppure nel 2024 la Corte d’appello di Trento ha respinto la revisione, giudicando le sentenze conciliabili. Da fuori resta difficile capire come la stessa partecipazione sia una certezza in un processo e un fatto non riscontrato nell’altro.

Ora la nuova richiesta colpisce la prova decisiva: una collana trovata a casa di Busetto, con tracce di DNA della vittima. La difesa, sostenuta dagli approfondimenti della trasmissione Le Iene, contesta sia l’identificazione del gioiello sia l’affidabilità della traccia, che attribuisce a contaminazione. Questioni da decidere. Ma la revisione la chiede anche la Procura Generale di Venezia.

Due deputati di Avs, Devis Dori e Luana Zanella, hanno portato il caso in Parlamento. Carlo Nordio ha risposto richiamando il procedimento in corso e i limiti della revisione. Hanno sollevato anche un’altra questione: due giudici della nuova revisione avevano già respinto la precedente richiesta, e avevano essi stessi prospettato l’opportunità di essere sostituiti. Richiesta respinta, nel nome del giudice naturale.

Il 2 ottobre la Corte ha disposto nuove testimonianze e ha rinviato al 13 novembre. Busetto aspetta in carcere.

Nessuno chiede al ministro di assolverla, né al un programma televisivo di sostituire i giudici. Il codice di procedura penale richiede, lo sappiamo tutti, che la condanna venga inflitta oltre ogni ragionevole dubbio e la Costituzione afferma il principio della presunzione di non colpevolezza. Alla giustizia si può dunque chiedere di affrontare l’incongruenza fra due sentenze per omicidio con un’urgenza proporzionata alla posta in gioco. Perché il tempo necessario a sciogliere un dubbio, quando c’è una persona in cella, si misura in vita vissuta.

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Come si misura il valore della bellezza per una comunità

20 October 2026 at 08:49

Fondazione Italia Patria della Bellezza

La bellezza può generare valore anche al di là del suo significato artistico e culturale? E come si possono misurare gli effetti che produce sulle comunità, sulle relazioni e sullo sviluppo dei territori? Sono le domande al centro della quinta edizione del Forum della Bellezza, promosso dalla Fondazione Italia Patria della Bellezza e ospitato il 15 ottobre a Palazzo della Meridiana, a Genova.

Il confronto è nato dalla presentazione di “Good_VIBE, Valuing the Impact of Beauty”, un report realizzato dall’Alta Scuola Politecnica di Milano e Torino che propone di ampliare la valutazione dei progetti culturali oltre il tradizionale rapporto tra investimenti e risultati economici. L’obiettivo è considerare anche gli effetti di medio e lungo periodo sulla vita delle comunità: dalla capacità di creare esperienze e senso di appartenenza alla costruzione di relazioni e opportunità. «La quantificazione della bellezza passa necessariamente attraverso i luoghi, fisici e intangibili, in cui si fa cultura. Il nostro concetto di cultura ne abbraccia tutte le declinazioni: quella che si costruisce con le parole, con la conservazione del patrimonio artistico, con la cura e la scienza, e con la partecipazione collettiva», ha spiegato Maurizio di Robilant, presidente della Fondazione Italia Patria della Bellezza.

Il Forum ha articolato la riflessione in quattro filoni: il patrimonio storico e artistico come risorsa viva per la cittadinanza; la letteratura come spazio di memoria collettiva; la bellezza come strumento di cura e trasformazione; e le nuove geografie dell’incontro, dai progetti di quartiere alle iniziative di cooperazione tra territori. Tra le esperienze presentate figurano i Rolli Days di Genova, la Fondazione Cesare Pavese, il progetto Sciroppo di Teatro a Milano, la Fondazione Bullone e ZIP Zone nelle periferie romane.

La capacità di comunicare il valore dei progetti culturali è anche al centro del bando annuale della Fondazione, arrivato nel 2026 alla sesta edizione. Quest’anno sono state raccolte duecentosettanta candidature, con tre progetti selezionati per ricevere un contributo economico e altre diciannove realtà ammesse a un’adozione pro bono da parte di professionisti della comunicazione. Le richieste sono cresciute del trenta per cento rispetto all’anno precedente.

Il tema, quindi, non riguarda soltanto la tutela del patrimonio, ma anche la capacità delle istituzioni culturali di raggiungere nuovi pubblici e rendere riconoscibile il contributo che producono per la società. Una sfida che richiede strumenti per leggere risultati spesso difficili da quantificare, ma che possono incidere nel tempo sulla qualità della vita e sulle relazioni tra le persone.

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La Russia conduce una guerra ibrida contro l’Italia

20 October 2026 at 06:33

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (AP/LaPresse)

«La Russia conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania». Nell’intervista al Corriere della Sera, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky allarga lo sguardo oltre il campo di battaglia ucraino e porta la minaccia russa dentro le democrazie occidentali. Non soltanto missili e droni, ma televisione, mezzi d’informazione, Internet e social network: strumenti attraverso cui, secondo il presidente ucraino, Mosca cerca di alimentare divisioni e influenzare le opinioni pubbliche. «I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe», dice Zelensky. La distinzione è cruciale: il dissenso politico è parte della democrazia, mentre le operazioni di influenza straniere mirano a sfruttarlo e indirizzarlo. «Come vivere e chi eleggere devono deciderlo italiani, francesi, ucraini, spagnoli. Non i russi».

Il presidente ucraino indica nell’immigrazione uno dei terreni su cui il Cremlino può fare leva, insieme a religione, lingua e questioni di genere. L’obiettivo, nella sua ricostruzione, è usare qualsiasi argomento capace di dividere le società e indebolire la fiducia nelle istituzioni. È un avvertimento rivolto anche all’Italia, chiamata a riconoscere che la competizione con Mosca non si esaurisce nel sostegno militare a Kyjiv.

Le parole di Zelensky arrivano in una fase delicata della diplomazia. Secondo Axios, l’inviato speciale americano Steve Witkoff è atteso a Oslo per incontrare il presidente ucraino e i leader europei. L’obiettivo è elaborare una proposta di pace da presentare alla Russia. In seguito, Witkoff intende recarsi a Mosca per discutere le idee sviluppate con Kyjiv e i partner europei.

Il percorso negoziale si apre però mentre i rapporti tra Washington e Kyjiv sono sotto pressione. Zelensky ha detto di sentirsi tradito dal presidente Donald Trump denunciato limitazioni nella condivisione di informazioni d’intelligence e nella fornitura di armamenti, oltre a restrizioni su Starlink. Il presidente ucraino le considera ingiuste e chiede che gli Stati Uniti si comportino da partner.

È in questo quadro che la denuncia sulla guerra ibrida assume un significato più ampio. Mentre si cerca una formula per fermare i combattimenti, resta aperta la questione di come proteggere le società europee dalle operazioni di influenza attribuite a Mosca. Per Zelensky, la posta in gioco non riguarda soltanto i confini dell’Ucraina: riguarda anche la libertà degli europei di scegliere il proprio futuro senza interferenze straniere.

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Meloni schiera l’esercito e prepara il decreto sicurezza

20 October 2026 at 06:24

Gli scontri a Milano sabato 17 ottobre 2026 (LaPresse)

Il governo prepara una stretta sulla sicurezza dopo le violenze e le devastazioni che hanno accompagnato le manifestazioni contro il carovita a Milano. Il Consiglio dei ministri, convocato per oggi alle 17.30, esaminerà un decreto legge per rafforzare gli strumenti di contrasto ai disordini di piazza. Tra le misure previste c’è il dispiegamento di altri 500 militari nel capoluogo lombardo, nell’ambito dell’operazione Strade sicure, ma soprattutto la possibilità di attribuire temporaneamente ai soldati funzioni proprie delle forze di polizia.

È il ministro della Difesa Guido Crosetto a insistere sulla necessità di accompagnare il rafforzamento del contingente con una modifica normativa. «È facile annunciare militari in più senza nemmeno affrontare il problema di cosa dovranno fare e come potranno farlo», ha scritto su X. Per il ministro, il decreto dovrà consentire ai militari di «agire come le forze di polizia» per il tempo necessario a sostenere Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza, quantificato in tre mesi. Il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago sta lavorando con gli uffici legislativi del ministero per definire le norme necessarie. L’obiettivo è rendere immediatamente operativo il rafforzamento del dispositivo di sicurezza a Milano, dove il governo vuole aumentare la presenza sul territorio dopo gli scontri dei giorni scorsi. La sottosegretaria Isabella Rauti, con delega all’operazione Strade sicure, ha confermato che il dispiegamento di altri 500 militari è stato deciso durante il vertice straordinario convocato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

La riunione si è svolta lunedì a Palazzo Chigi ed è durata circa un’ora e mezza. Oltre a Meloni, erano presenti i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, i ministri Crosetto, Matteo Piantedosi (Interno) e Francesco Lollobrigida (Sovranità alimentare), insieme ai vertici delle forze dell’ordine e dell’intelligence. Al centro dell’incontro, un’analisi degli scontri registrati in diverse città e la definizione di una risposta che, nelle intenzioni dell’esecutivo, non comprometta la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto a organizzare cortei pacifici.

Il decreto dovrebbe contenere anche altre misure. Tra le ipotesi figurano l’estensione fino a 24 ore del fermo preventivo, al di fuori delle manifestazioni autorizzate, il rafforzamento degli strumenti di prevenzione del questore e l’introduzione del reato di danneggiamento aggravato. Si valuta inoltre l’arresto obbligatorio per i reati di devastazione commessi durante le manifestazioni, con la possibilità di procedere all’arresto differito entro 48 ore, e il potenziamento degli organici dei tribunali per i minorenni. I ministeri competenti stanno lavorando al testo, sul quale è attesa anche un’interlocuzione con il Quirinale.

La linea politica è stata sintetizzata dai due vicepremier. «Il governo risponderà duramente agli attacchi contro lo Stato, anche con misure in grado di fermare i minorenni violenti», ha scritto Tajani. Salvini ha salutato l’iniziativa con un «dalle parole ai fatti». Anche il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha promesso una risposta decisa, dichiarando che il governo intende stroncare quelli che ha definito «rigurgiti anni Settanta».

Intanto, a Milano, circa un centinaio di persone si sono riunite in piazza San Carlo, nei pressi del Duomo, per esprimere solidarietà alle forze dell’ordine. Alla manifestazione hanno partecipato il presidente del Senato Ignazio La Russa e due possibili candidati del centrodestra alle prossime elezioni comunali, Silvia Sardone della Lega e Matteo Perego di Cremnago di Forza Italia. La Russa ha criticato chi condanna le violenze accompagnando la propria posizione con delle riserve, sostenendo che così facendo si finisce per alimentare le proteste.

Sul fronte cittadino, le conseguenze degli scontri hanno colpito anche il quadrilatero della moda, dove diversi negozi di lusso hanno abbassato le serrande. Il bilancio riportato dalle agenzie parla di 14 poliziotti feriti, 271 persone accompagnate in questura e danni stimati in un milione di euro. Il sindaco Giuseppe Sala ha visitato gli esercizi commerciali danneggiati.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso solidarietà alle forze dell’ordine e definito inaccettabili le violenze, chiedendo però anche un’analisi approfondita degli episodi e dei soggetti coinvolti. Una precisazione che accompagna il confronto politico sulle nuove misure: il governo punta a dare una risposta rapida, mentre il decreto dovrà tradurre gli annunci in norme concrete, definendo limiti e poteri degli operatori chiamati a garantire l’ordine pubblico.

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