❌

Normal view

In Cdm un decreto legge sull’autotrasporto per sbloccare lo sciopero, le misure sul tavolo

22 October 2026 at 09:05

È atteso per oggi, giovedì 22 ottobre, un Consiglio dei ministri che si terrà a mezzogiorno per approntare un decreto legge con misure a sostegno dell’autotrasporto e nuove risorse per l’agricoltura. Il Governo risponde così alle proteste contro il caro carburanti e ai blocchi stradali che hanno causato penuria di merci nei supermercati, con scaffali vuoti e intere corsie chiuse in diverse zone del Sud Italia.

Il Cdm del 22 ottobre

Il Governo invita intanto a ripristinare immediatamente la piena circolazione: “Il proseguimento di alcune proteste, nonostante il confronto avviato e l’accordo raggiunto con le associazioni di categoria, evidenzia una situazione più complessa”, sottolineano alcune fonti dell’esecutivo riportate da Adnkronos. “Il rispetto delle regole, la libertà di circolazione e la tutela delle attività economiche devono restare priorità imprescindibili”.

Secondo una nota del Mit, nel Cdm sono attesi i nuovi interventi a sostegno dell’autotrasporto, con particolare attenzione ai piccoli operatori e a chi è rimasto escluso dalle misure previste dalla normativa europea.

Tra le misure già individuate ci sono:

  • i ristori per il caro gasolio;
  • la sospensione dei canoni di leasing;
  • la digitalizzazione della lettera di vettura.

Nella bozza del decreto legge sul tavolo del Cdm di oggi a sostegno del settore dell’autotrasporto e dell’agricoltura si legge che ci sarà “un contributo a fondo perduto a favore degli imprenditori agricoli per i maggiori costi sostenuti per l’acquisto di carburante”. Al fine di consentire alle imprese agricole di far fronte ai maggiori costi sostenuti per l’acquisto di carburante nel periodo compreso tra il 1 giugno e il 15 ottobre 2026, ai soggetti beneficiari “è riconosciuto un contributo a fondo perduto calcolato sul 20% dei costi sostenuti per l’acquisto di carburante nel predetto periodo, fino a 45 centesimi di euro per ciascun litro, nel limite di 60 milioni di euro per l’anno 2026”.

Le parole di Matteo Salvini

Prima di collegarsi al Cdm, Matteo Salvini ha dichiarato: “Sono al telefono giorno e notte, non da ieri, da settimane. Oggi c’è un ulteriore intervento anche per i piccoli autotrasportatori. Noi abbiamo sbloccato un miliardo che in gran parte va agli autotrasportatori con più mezzi, con mezzi più nuovi. Ci sono anche tanti che hanno due o tre mezzi, soprattutto al Sud, che hanno ancora l’Euro 4, l’Euro 3, perchè non hanno i soldi per prenderne di nuovi”. ”

Ha poi aggiunto: “Quindi oggi interveniamo per ridurre il costo del gasolio anche per i piccolini in tutta Italia, e soprattutto dove hanno i mezzi più vecchi, per allungare i tempi di pagamento dei leasing, per dare fiato e liquidità a tante imprese. Detto questo, noi stiamo cominciando a pagare migliaia e migliaia di imprese. Abbiamo ascoltato tutti. Rincontrerò tutti, i grandi e anche quelli che hanno un solo camion, a Milano come a Foggia o come a Caserta”.

Il vertice del Governo

Nella serata di mercoledì 21 ottobre, la premier Giorgia Meloni ha presieduto una riunione con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

L’agenzia, raccogliendo fonti dell’esecutivo, riferisce che nel corso dell’incontro “è stato fatto il punto sulle misure da portare in Cdm”. Per l’autotrasporto, “si è discusso degli esiti del confronto avvenuto ieri con i rappresentanti di categoria e sull’immediata operatività dei provvedimenti”. Il Governo lavora inoltre a “un pacchetto di norme e iniziative concrete a sostegno del comparto agricolo”.

Viminale contro i blocchi dell’autotrasporto

Piantedosi ha fornito aggiornamenti sui contatti con i prefetti dei territori interessati dai blocchi. Il nodo per il Viminale è sbloccare la viabilità e garantire la continuità dei rifornimenti, in particolare per quanto riguarda beni di prima necessità, alimenti e farmaci. Le Forze dell’Ordine hanno scortato circa 500 autotrasportatori. Il servizio sarà garantito a chiunque ne faccia richiesta.

Il ministero dell’Interno ha inoltre avviato un’azione a tappeto per identificare chi sta attuando “in forma illegale presidi stradali che intralciano la circolazione, soprattutto in Campania”. I numeri:

  • 1.339 soggetti identificati;
  • 71 denunciati;
  • 242 sanzionati sul piano amministrativo.

La testata Open, citando fonti delle Forze dell’Ordine, riferisce di situazioni avvenute in Campania dove ruote di tir sono state tagliate per impedire la partenza agli autisti che non volevano aderire alle proteste.

Credito d’imposta sul carburante

Salvini e Rixi, dopo l’incontro dell’altro ieri con i rappresentanti degli autotrasportatori, hanno confermato lo sblocco di 430 milioni già stanziati per credito d’imposta sul carburante per il periodo marzo-agosto. I soldi non sono ancora stati erogati a causa dei tempi della burocrazia, dopo 32mila domande ricevute.

Il decreto legge che dovrebbe emergere dal Cdm delle 12:00 di giovedì 22 ottobre dovrebbe aggiungere altri 45,2 milioni a quanto già previsto, più e altri 60 milioni per coprire i rimborsi sul gasolio acquistato dal 1° settembre al 5 ottobre.

Estesa poi la compensazione fino al 31 dicembre 2027 per le fatture dal 1° settembre al 5 ottobre.

Sciopero tir, stop ai blocchi in Sicilia e Calabria: decreto in Cdm e linea dura del Viminale

22 October 2026 at 04:00

La protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio (e non solo) è giunta a una triste svolta. Dopo giorni di blocchi, che hanno messo in difficoltà buona parte del Sud (in buona parte unito a sostegno dei manifestanti, ndr), nella serata di mercoledì 21 ottobre 2026 sono stati sospesi i presidi in Sicilia e in Calabria. Diverso il discorso in Campania, dove sono stati liberati alcuni snodi autostradali.

Il Governo ha convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, un Consiglio dei ministri per approvare un decreto legge con le misure per l’autotrasporto e nuove risorse per l’agricoltura. Sul fronte dell’ordine pubblico, il Viminale ha però avviato un’azione a tappeto contro i presidi illegali, con 1.339 persone identificate. Non proprio l’intervento a supporto dei lavoratori esausti che ci si sarebbe aspettato.

Sicilia e Calabria sospendono la protesta

La Sicilia è la regione che ha fatto il primo passo e, di fatto, quella che si è beccata dure critiche sui social. La svolta è giunta in serata, dopo un incontro in Prefettura a Catania. L’Associazione imprese autotrasportatori siciliani (Aias), che manteneva i blocchi lungo l’autostrada Messina-Catania, davanti al porto di Palermo e in altre strade dell’isola, ha deciso di sospendere la protesta.

Ecco le parole del presidente dell’Aias Giuseppe Richichi:

Abbiamo deciso di revocare il blocco dei tir poiché abbiamo ricevuto delle rassicurazioni da parte del prefetto che anche noi siederemo ai tavoli nazionali per i confronti sul tema dell’autotrasporto.

Una decisione che ha ribaltato quanto deciso soltanto poche ore prima. L’assemblea all’interporto di Catania aveva infatti votato all’unanimità il “fermo a oltranza”.

Un fronte, quello siciliano, nettamente spaccato. Il Comitato trasportatori siciliani (Cts) di Salvatore Bella aveva infatti già revocato il fermo dopo l’incontro con il ministro Matteo Salvini del 20 ottobre. L’Aias contestava invece l’accordo, chiedendo:

  • contributi straordinari sul gasolio;
  • sospensione dei versamenti contributivi;
  • finanziamenti agevolati per rinnovare i mezzi;
  • maggiori tutele per i piccoli trasportatori.

Sciopero tir

In Calabria invece lo stop è stato annunciato da Fedralog, la federazione regionale della logistica che aveva proclamato il fermo. Ecco un sunto di quanto riportato nella nota ufficiale:

Abbiamo deciso di sospendere l’astensione dai servizi per dare fiducia al Governo e al ministero.

L’attenzione resta però massima e se l’incontro del 27 con Salvini non darà risposte reali, si spiega, “organizzeremo un grande corteo verso Roma con tutti i nostri mezzi. La misura è colma e il tempo delle attese è finito”.

Come detto, differente la situazione in Campania. Secondo Vincenzo Parisi, rappresentante degli autotrasportatori, sono stati liberati i presidi di Caserta e di Mercato San Severino, nel Salernitano, ma camion e trattori si sono spostati allo svincolo di Pontecagnano. Nel Casertano, dopo le identificazioni della Polizia, sono stati rimossi i presidi vicino alle autostrade, mentre restavano quelli nelle aree industriali e interportuali. In Basilicata, infine, è stato sciolto dopo quattro giorni il presidio sulla statale 106 Jonica.

Decreto in Cdm e fondi per l’autotrasporto

Dopo il vertice a Palazzo Chigi con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e i Ministri Francesco Lollobrigida e Matteo Piantedosi, il Governo ha convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, un Consiglio dei ministri.

Si punta all’approvazione di un decreto legge che riunisca gli interventi a sostegno dell’autotrasporto, così come ulteriori risorse per il comparto agricolo. Secondo il Ministero delle Infrastrutture, il provvedimento dedicherà particolare attenzione ai piccoli operatori, i cosiddetti padroncini, e a chi è rimasto escluso dalle misure previste dalla normativa europea.

Tra gli interventi già individuati figurano:

  • ristori per il caro gasolio;
  • sospensione dei canoni di leasing;
  • digitalizzazione della lettera di vettura.

In termini concreti, parlando di risorse, Salvini ha svelato una cifra, diciamo. Oltre un miliardo di euro sbloccato per il settore. Il Ministro ha confermato che “i 430 milioni sono in pagamento da oggi agli autotrasportatori per il caro gasolio, con 32mila imprese che verranno aiutate”.

A ciò si aggiungono 50 milioni per i mesi di settembre e ottobre, per un totale di 480 milioni destinati al caro carburante tra marzo e ottobre. Un totale che non basta ma che, stando al Ministero, copre il 70% dei maggiori costi.

Altri 590 milioni saranno poi erogati per sostituire i camion più vecchi con mezzi nuovi. Salvini ha anche smentito un messaggio audio circolato online, secondo cui l’accordo sarebbe stato rifiutato: “Non fidatevi delle balle che girano in rete”.

Non tutti, però, sono convinti. Dai presidi del Casertano circola malcontento, con alcuni manifestanti che hanno contestato le somme. Quanto sbloccato, dicono, sarebbe parte di “soldi già destinati alla categoria”. I sindaci di Napoli e Bari, Gaetano Manfredi e Vito Leccese, hanno intanto chiesto di anticipare il confronto del 27 ottobre: “Rischiamo città paralizzate e sommerse dai rifiuti”. Per l’agricoltura, infine, Lollobrigida ha annunciato “ulteriori interventi” contro il caro carburanti. Al tempo stesso, però, le sue parole sono tra le più problematiche pronunciate da esponenti di questo esecutivo.

Linea dura sui blocchi

Se da un lato c’è stato spazio per il dialogo, dall’altro il Ministero dell’Interno ha avviato un’azione a tappeto per identificare chi attua “in forma illegale presidi stradali che intralciano la circolazione, soprattutto in Campania”.

Il bilancio è stato diffuso proprio dal Viminale e si parla di 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzionate sul piano amministrativo. Le forze dell’ordine hanno scortato circa 500 tir soltanto in Campania, un servizio che, secondo Palazzo Chigi, “sarà garantito a chiunque ne faccia richiesta per poter continuare a lavorare in sicurezza”.

Il Ministero si è impegnato inoltre a garantire la continuità dei rifornimenti di prima necessità, dai generi alimentari ai farmaci. Il Ministro Piantedosi ha poi riunito prefetti e questori per sollecitare la massima attenzione su possibili infiltrazioni criminali.

Parole durissime sono state pronunciate nel pomeriggio di mercoledì 21 ottobre. Il tutto a corredo di un generale atteggiamento governativo che avrà un netto peso, in un verso e nell’altro, alle prossime elezioni. Alla Camera, il Ministro delle Imprese Adolfo Urso ha precisato che “impedire il passaggio dei soli camion, lasciando transitare le automobili, configura comunque un blocco stradale, con conseguenze penali anche detentive”.

Ed ecco che da un lato si chiede di poter vivere dignitosamente e dall’altro si sfrutta lo spauracchio di multe, denunce e detenzione. Sulla stessa linea il viceministro Edoardo Rixi, che teme “infiltrazioni di bande organizzate”. In merito non è mancato il pensiero espresso ad alta voce di Lollobrigida, che ha parlato di “casi evidenti di infiltrazioni criminali”.

Chi protesta, anche pacificamente, è da condannare alla gogna (o peggio). E così ecco spuntare anche il Codacons, che ha annunciato denunce alle Procure se i blocchi non saranno rimossi. Il tutto mentre le 11 associazioni nazionali dell’autotrasporto, da Anita a Unatras, hanno chiesto a Piantedosi di intervenire: “Continuare a bloccare il Paese non è più giustificabile”.

Supermercati, carburante e prezzi: che succede

Le conseguenze dei blocchi sono sotto gli occhi di tutti al Sud ma, come detto, ciò non ha fatto vacillare il generale sostegno da parte del popolo, in strada e sui social. Federdistribuzione ha segnalato scaffali sempre più vuoti in Puglia, Calabria e Campania, con merci ferme nei centri distributivi. A Bari, invece, gli operatori stimano scorte sufficienti solo per pochi giorni, mentre a Gela l’acqua minerale è diventata introvabile. Ancd-Conad ha parlato invece di sprechi per decine di milioni di euro.

Un po’ di conseguenze iniziano però a lambire anche i confini del Centro-Nord. In Veneto l’ortofrutta arriva “a singhiozzo”, secondo Confcommercio, e in Toscana si registrano i primi problemi di approvvigionamento, mentre in Umbria la situazione resta al momento sotto controllo.

Supermercato vuoto

Sul fronte dei carburanti, a Napoli si sono formate code di ore davanti ai pochi distributori ancora riforniti, con difficoltà anche per il Gpl. Diversi automobilisti hanno inoltre denunciato prezzi fuori mercato (in alcuni casi gli aumenti sono stati svelati anche in piccoli alimentari, ndr), con il diesel venduto fin oltre i 3 euro al litro e la benzina fino a 2,499 euro. Ciò a fronte di medie intorno a 2,25 e 1,99 euro.

Per contrastare eventuali speculazioni, la Guardia di Finanza ha avviato controlli sugli impianti, mentre a Crotone è stata istituita una task force. Qui le compagnie che hanno aderito al tetto promosso da Eni, fissato a 1,99 euro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, stanno rispettando gli impegni, ma alcune pompe indipendenti avrebbero toccato i 2,8 euro al litro per il gasolio.

Aeroporti, scuole e servizi pubblici: com’è la situazione

La protesta ha inevitabilmente colpito anche il trasporto aereo. Secondo i Notam diffusi da Enav, ovvero gli avvisi ufficiali per i piloti, il carburante per gli aerei è risultato indisponibile o limitato negli aeroporti di:

  • Crotone;
  • Reggio Calabria;
  • Napoli;
  • Catania.

Le compagnie sono state così invitate a rifornirsi negli scali di partenza. In questo contesto, WizzAir ha avvertito di possibili limitazioni sui voli. Per quanto riguarda gli aeroporti calabresi, la Sacal, ovvero la società di gestione, ha assicurato che non sono previsti impatti sui voli programmati. Resta regolare intanto il traghettamento tra Calabria e Sicilia.

Disagi anche per i servizi essenziali. Poste Italiane ha comunicato ritardi nelle consegne di pacchi e corrispondenza da e per:

  • Calabria;
  • Sicilia;
  • Campania;
  • Puglia.

A Napoli l’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate ha segnalato rischi per i trasporti sanitari, dai pazienti in dialisi ai trasferimenti tra ospedali. In Campania l’Eav ha annunciato possibili riduzioni dei servizi di autobus e, in assenza di carburante, di alcune corse ferroviarie dal 24 ottobre.

A Praia a Mare e Tortora è stata invece sospesa la raccolta dei rifiuti porta a porta, mentre a Isola di Capo Rizzuto, nel Crotonese, una scuola ha sospeso la mensa dal 22 ottobre perché i pasti non arrivano più. Tornando a Napoli, infine, la Federico II ha annunciato il ritorno alla didattica a distanza, considerando la crisi dei carburanti.

I danni ad agricoltura e industria

Tra i settori più colpiti c’è l’agroalimentare:

  • si è fermata la produzione di mozzarella di bufala campana Dop, perché il latte non arriva ai caseifici entro le 60 ore previste dal disciplinare;
  • nel Casertano i produttori di mela annurca Igp hanno interrotto la raccolta;
  • in Calabria Coldiretti segnala kiwi, agrumi e olive bloccati e operatori del Nord, che si riforniscono già in Spagna;
  • in Sicilia il mercato ortofrutticolo di Vittoria non ha ripreso l’attività.

Secondo Legacoop Agroalimentare, se i blocchi proseguissero fino al 27 ottobre, i danni potrebbero arrivare a decine di milioni di euro. A Termoli, ad esempio, la pesca si è fermata perché i camion non riescono a trasportare il pescato e al porto manca persino il gasolio per i pescherecci.

Le difficoltà riguardano anche l’industria e i servizi. Gli industriali di Campania e Puglia parlano di “attività produttiva alla paralisi”, mentre a Cosenza il gruppo di surgelati Gias ha annunciato lo stop delle linee, con 200-300 lavoratori su 400 che rischiano di restare a casa. Ance Calabria segnala invece che acciaio e bitume non arrivano più nei cantieri, e Aigrim-Fipe stima già 50 ristoranti di catena chiusi al Sud.

Sullo sfondo infine restano i costi strutturali del settore. Confcommercio offre un dato interessante. Tra il 2019 e il 2026 il gasolio è aumentato di circa il 30% e oggi pesa per il 40% sui costi operativi delle imprese di autotrasporto. Sul piano locale, la Regione Campania ha annunciato un fondo per il caro gasolio in agricoltura. In merito però c’è un po’ di confusione sulle cifre, con circa 13 milioni secondo il presidente Roberto Fico, che diventano 20 milioni, come “prima base di partenza”, secondo Coldiretti Campania.

Cosa succede ora

Gli appuntamenti cardine ora sono due. Il primo è il citato Consiglio dei ministri di giovedì 22 ottobre. In quest’occasione si dovrà tradurre in un decreto legge l’insieme degli impegni presi con la categoria. Il secondo è l’incontro del 27 ottobre con il Ministro Salvini. Una data che diverse sigle considerano decisiva.

Molte realtà hanno soltanto sospeso il blocco, minacciando di riprendere la mobilitazione in caso di mancata concretezza governativa, fino a un corteo verso Roma, se le richieste non saranno accolte. Per i cittadini del Sud, intanto, il ritorno alla normalità di rifornimenti e servizi dovrebbe essere graduale, mentre resta da capire se tutti i presidi ancora attivi nelle aree industriali verranno rimossi nelle prossime ore.

Caro carburante, la protesta si spacca nel Foggiano: i tir arretrano ma non tutti. E a scuola puniscono gli studenti in piazza

21 October 2026 at 17:07

La pioggia lava l’asfalto, ma non la rabbia. Davanti ai caselli autostradali del Foggiano, dove la protesta contro il caro carburante e il costo della vita è partita tra le prime in Italia, dopo oltre dieci giorni il fronte comincia a mostrare le prime crepe. I presidi di Candela, Poggio Imperiale, Foggia e Cerignola si alleggeriscono, qualcuno viene smontato, altri restano pronti a riaccendersi. Ma la domanda, tra camionisti e agricoltori, è sempre la stessa: quanto si può resistere senza lavorare e senza rimetterci anche i soldi per tornare a farlo? Nicandro Vigilante, portavoce degli autotrasportatori del presidio del Gargano, al casello di Poggio Imperiale, rivendica la scelta di abbassare momentaneamente i toni: “Noi vogliamo dare un segnale tangibile al ministro Salvini, perché abbiamo apprezzato il suo sforzo a riceverci. Ci ha garantito che ci sarà un altro tavolo tecnico il giorno 27 e, come segno di collaborazione, abbiamo pensato di rimuovere i presidi. Ci sono un po’ di focolai che non sono coordinati con noi, ma la maggior parte ha rimosso i presidi”.

Una linea che non convince Vincenzo Pinnelli, portavoce del presidio di Cerignola Est, dove la protesta continua, seppure con un alleggerimento. “Se oggi non si vedono presidi è solo perché piove, ma nessuno sta andando a lavorare. Magari non li vedi in piazza adesso, non li vedi al casello, li vedi più tardi. La gente, pure se non è al presidio, non va comunque a lavorare, bloccando le forniture”. Pinnelli che solo qualche giorno fa aveva contestato anche Gianni Alemanno, non usa giri di parole: “Non è che possiamo andare a lavorare in queste condizioni, non abbiamo i soldi per poterlo fare. Come lo devo spiegare? Per andare a lavorare devo scaricare il gasolio agricolo che oggi è venduto a 1,45 euro. E l’autotrasportatore deve mettere il gasolio a 2,40 euro. È cambiato qualcosa da ieri a oggi? Io non li vedo tutti questi cambiamenti e quindi resto a casa”. Il calendario, adesso, ha una data cerchiata in rosso: il 27 ottobre, quando è atteso un nuovo confronto con il governo.

“I presidi magicamente possono apparire anche da domani. Il caos non è dato dal presidio, ma quando manca il prodotto negli scaffali. Fra un po’ ne mancheranno tanti”, avverte Pinnelli, che invita a “restare uniti e manifestare pacificamente e civilmente per tutelare i nostri diritti”. E aggiunge: “Nel rispetto delle leggi, il diritto a manifestare resta sacrosanto e non intendiamo indietreggiare di un solo millimetro”. Sul versante agricolo, intanto, la mobilitazione rallenta senza spegnersi. Al presidio di Candela, Mauro Di Santo guarda all’incontro previsto per giovedì alle 15.30 al Masaf, con il sottosegretario Patrizio Giacomo La Pietra. “Vogliamo certezze sulle tempistiche del gasolio agricolo e sui fertilizzanti, date certe che garantiscano la semina. Altrimenti andassero loro a seminare e il grano se lo possono tranquillamente comprare dal Canada e dalla Turchia, tanto sono già abituati, perché lo fanno ogni anno. Basta vedere i documenti doganali”.

E mentre camionisti e agricoltori cercano di capire se il governo passerà dalle parole ai fatti, la protesta ha coinvolto anche gli studenti. In Puglia ragazzi sono scesi in piazza accanto a trattori e tir, rivendicando il diritto a un futuro meno precario. Ma a Canosa, al liceo di Scienze umane e Scientifico “Fermi-Einaudi”, l’assenza collettiva del 17 ottobre ha avuto un seguito inatteso: una comunicazione del dirigente scolastico pubblicata nella bacheca virtuale, con un richiamo alla frequenza e alle responsabilità educative. La lettera richiama espressamente “le possibili ricadute sul voto di comportamento”, ricordando che la valutazione incide sul percorso scolastico e, nel triennio, sull’attribuzione del credito. Una conseguenza che ha fatto infuriare alcune famiglie. “E cosa insegnano a fare educazione civica a scuola se poi negano i diritti costituzionali? È un enorme controsenso. Ma poi perché continuare a minacciare i ragazzi che rivendicano il loro futuro?”, protesta una mamma. Intanto il ministro Matteo Salvini ha annunciato l’avvio dei pagamenti a 32mila aziende di autotrasporto, duemila al giorno, mentre ha condannato gli atti intimidatori contro i camion.

L'articolo Caro carburante, la protesta si spacca nel Foggiano: i tir arretrano ma non tutti. E a scuola puniscono gli studenti in piazza proviene da Il Fatto Quotidiano.

Caro gasolio, perché la rivolta dei camionisti si concentra al Sud. Tra ritardi della politica e fragilità strutturali

20 October 2026 at 15:24

Il governo si impegna per 480 milioni di euro complessivi destinati a compensare il caro gasolio, più ulteriori risorse per altri interventi, anche per i collegamenti marittimi e per adeguare automaticamente le tariffe ai rincari. È la risposta alle proteste degli autotrasportatori, che si aspettano di vedere i fatti entro il prossimo incontro del 27 ottobre. Anche perché i ristori non risolvono i problemi strutturali che il caro carburante ha fatto esplodere, soprattutto nel Mezzogiorno, dove i rincari sono gli stessi ma hanno un peso differente. Piccole imprese, scarso potere contrattuale, costi logistici elevati e mercati lontani sono problemi comuni all’intero settore, ma che in alcune aree del Sud si sommano l’uno all’altro riducendo o azzerando i margini per assorbire i rincari.

“Quella che era una difficoltà è diventata per molte imprese, soprattutto quelle più piccole che hanno un potere contrattuale minore, disperazione”, ha spiegato il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, alla Adnkronos. Due i problemi: quanto costa riempire il serbatoio, e quanto resta in tasca all’autotrasportatore. Se la ditta è piccola e ha pochi committenti, i margini per imporre aumenti tariffari sono ridotti. E se il prezzo del gasolio sale, si rischia di dover scegliere tra lavorare in perdita e perdere il cliente. La geografia, poi, non aiuta. Secondo l’Istat, nel 2024 il 68,2% delle merci trasportate su strada aveva origine nelle regioni settentrionali, dove si concentra anche il 56,4% del Pil nazionale. Fotografia di un mercato molto più ricco, con grandi poli industriali e logistica che alimentano l’autotrasporto e dovrebbero garantire maggiore continuità nelle commesse.

Al Sud le cose cambiano e per la Sicilia lo svantaggio è stato persino quantificato. Uno studio del 2023 della Regione Sicilia, realizzato col supporto di Prometeia, ha stimato un indice dei costi di trasporto superiore del 58,8% alla media nazionale, dando maggiore peso ai collegamenti con le regioni coi mercati economicamente più grandi. Non è una misura delle tariffe pagate, ma quella di uno svantaggio strutturale che spiega perché la distanza dai mercati precede e si somma con i rincari del carburante. A incidere sui collegamenti marittimi c’è anche l’Ets europeo, il sistema per incentivare la decarbonizzazione che impone alle compagnie di navigazione di acquistare quote per le emissioni inquinanti. Dal 2026 il meccanismo è entrato a pieno regime, con costi che possono far aumentare le tariffe dei traghetti. Un ulteriore aggravio per chi deve attraversare il mare che, ha detto il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi, ricade “soprattutto sulle isole”.

Poi c’è la questione decisiva di chi paga davvero gli aumenti. La legge prevede meccanismi di adeguamento dei corrispettivi al prezzo del carburante, il cosiddetto fuel surcharge. Il problema è che non è sempre facile farli valere, soprattutto quando il trasportatore è piccolo e dipende da pochi committenti, dunque con scarsa forza contrattuale. “Il mercato dell’autotrasporto è un mercato che non ha una tariffa di legge”, ricorda Russo. Anche un aumento richiesto del 15% resta quindi affidato alla negoziazione con il committente. E non sempre quest’ultimo se lo può permettere o più semplicemente lo accetta. Come non bastasse, ha denunciato lo stesso Russo, gli sconti sul gasolio ottenuti dal governo dopo aver fatto pressione sulle compagnie petrolifere, sarebbe finito soprattutto nei distributori stradali e non sulla cosiddetta extrarete, dove molti camionisti acquistano il carburante all’ingrosso. E secondo Conftrasporto, proprio lì ci sarebbero stati i maggiori aumenti dei prezzi.

Problemi che si incrociano con quelli dell’agricoltura che in molte regioni alimenta la domanda di trasporto. Se i produttori non riescono a incassare abbastanza per le proprie merci, come lamenta il settore, è ben difficile riconoscere tariffe maggiori ai camionisti. E i blocchi dei tir rischiano di aggravare ulteriormente la situazione della filiera. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, avverte che l’ortofrutta rischia di restare nei campi, mentre il latte incontra difficoltà nel raggiungere trasformazione e commercializzazione. Una situazione che il governo dovrebbe conoscere, almeno da maggio. Da quando a Palazzo Chigi fu sottoscritto un protocollo con le associazioni per le compensazioni economiche. “Se si fossero portati avanti nei tempi concordati, forse non si sarebbe arrivati alle proteste di oggi”, osserva Russo. Ora che sono stati presi nuovi impegni, si chiede almeno che i provvedimenti arrivino in fretta e così i soldi.

L'articolo Caro gasolio, perché la rivolta dei camionisti si concentra al Sud. Tra ritardi della politica e fragilità strutturali proviene da Il Fatto Quotidiano.

La protesta di tir e trattori arriva a Roma. Le ragioni che il ministro Lollobrigida dimentica, condannando i blocchi

19 October 2026 at 12:26

La mobilitazione di autotrasportatori e agricoltori si estende, sale verso Roma e Firenze. Contro il rincaro dei carburanti che, però, si aggiunge a una serie di problemi accumulati nel tempo e a cui non si è data una risposta concreta. Neppure in queste ore. Domenica, camion e trattori hanno presidiano i principali snodi stradali in Puglia (Leggi l’approfondimento), Sicilia e Calabria e, nelle ultime ore, con il prezzo medio del gasolio vicino alla soglia dei 2,3 euro al litro (con un incremento di quasi il 40 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), ci sono nuove manifestazioni e blocchi, con effetti sulla circolazione anche in Campania, Molise e Basilicata, ma anche sull’approvvigionamento delle merci che, dopo diversi giorni di sciopero, hanno iniziato a scarseggiare in diverse regioni, dalla Sicilia alla Campania. I ministri dell’Agricoltura del G7 si riuniscono in queste ore a Parigi – per la seconda volta in quattro mesi – per discutere, in particolare, della sicurezza degli approvvigionamenti di fertilizzanti, messa a dura prova dalla guerra nello Stretto di Hormuz, mentre gli autotrasportatori attendono con ansia l’esito della riunione con il ministro Matteo Salvini, confermata per il 20 ottobre. Non sarà il ministro ad andare dove si protesta, ma saranno gli autotrasportatori a dover andare in prefettura, a Milano. Il punto, però, è che sono tanti i fronti su cui dare delle risposte. Sembra non accorgersene il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida che, invece di dare risposte esaustive agli agricoltori, è intervenuto su Facebook per dire che “manifestare è lecito e degno di rispetto, ma bloccare le strade per impedire ai prodotti di essere distribuiti è un reato”.

Le ragioni della protesta

Ma la protesta non riguarda solo il Sud. “Il gasolio agricolo brucia il futuro degli agricoltori” è lo slogan con cui centinaia di agricoltori, allevatori, floricoltori, pescatori di Coldiretti si sono presentati in piazza Duomo a Firenze, di fronte alla sede della presidenza della Regione Toscana, per chiedere risorse straordinarie contro l’impennata dei prezzi di gasolio, fertilizzanti, concimi azotati, vasi, manichette e materiali di consumo. Non è solo il caro carburanti e gasolio, di fatto, che rende insostenibili i costi per far viaggiare i camion e per usare i trattori nei campi, ma anche l’aumento generale delle spese per materie prime ed energia, a fronte di margini di guadagno sempre più ridotti. Gli agricoltori denunciano da anni che i loro prodotti vengono pagati troppo poco lungo la filiera e, periodicamente, devono far fronte a perdite fuori programma. Nella provincia di Agrigento, tanto per fare un esempio, gli olivicoltori hanno avviato una mobilitazione e hanno deciso di lasciare le olive nei magazzini dopo il crollo del prezzo dell’olio a 6,70 euro al chilogrammo. Una decisione pesante in paesi che vivono di questo, come Lucca Sicula, Burgio, Montevago e Menfi. Ma il calo del prezzo dell’olio colpisce anche gli olivicoltori pugliesi, come raccontato a ilfattoquotidiano.it. Perché anche a quelle latitudini, il dramma è frutto di più fattori che il ministro Lollobrigida conosce bene. Per questo il suo appunto sui blocchi delle strade ha suscitato una valanga di critiche sui social.

La mappa dei blocchi

Nel frattempo, la protesta punta a Roma. Si registrano lunghe code sull’A1, l’Autostrada del Sole, in particolare ai caselli di Ferentino e Frosinone, mentre nella Capitale è in programma una manifestazione a piazza dei Cinquecento. In Campania, la circolazione è rallentata o anche bloccata lungo gli snodi autostradali, tra cui l’A1 e l’A30, tra Napoli Nord, Caserta Sud (dove la strada è occupata), Caserta Nord, ma anche a Palma Campania, Sarno, Nocera-Pagani. La protesta degli autotrasportatori è partita verso mezzanotte in zona Caianello e sta fortemente condizionando la viabilità in tutta la regione. Nei giorni scorsi la situazione era diventata particolarmente critica, in Calabria, per via del blocco della raffineria Eni di Taranto, nodo strategico per l’intero sud Italia nell’approvvigionamento di carburanti, e per la mancanza di prodotto ai depositi di Vibo Marina. Dopo lo sblocco dei presidi a Taranto e l’arrivo del carburante alla raffineria vibonese, la protesta proclamata da Fedralog, la Federazione regionale della logistica, è andata avanti. Nelle ultime ore, un nuovo presidio è stato attivato lungo la Statale 18 nel Comune di Fuscaldo (Cosenza), mentre gli studenti dei liceo Metastasio di Scalea, hanno deciso di rimanere fuori dalla scuola manifestando solidarietà alla protesta dei tir. A Gioia Tauro, i cittadini si sono uniti alla protesta e, dopo la pausa del fine settimane, riprende il sit-in all’ingresso del porto. È stato, invece, tolto all’alba il blocco attuato da autotrasportatori e agricoltori allo svincolo dell’Autostrada A2 a Falerna, nel Lametino (Catanzaro). Da Altamura, in provincia di Bari, è partito un corteo di 35 motrici e circa cento persone, diretto a Bari per un incontro con il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro. Ma la protesta si allarga e arriva anche nel centro di Campobasso, in Molise. Altri presidi sono segnalati anche agli ingressi di Potenza e nella zona industriale di Tito del raccordo autostradale tra il capoluogo lucano e Sicignano degli Alburni (Salerno). Sempre in Basilicata, disagi – ma senza blocchi della circolazione stradale – si registrano sul tratto lucano della strada statale Jonica, nel Metapontino, al confine con Puglia e Calabria. Dopo alcuni giorni complicati, invece, è tornata quasi alla normalità la situazione ai distributori di carburante.

L’incontro imminente con il ministro Salvini

Ma la tensione resta alta. “Sono in contatto da giorni con le associazioni nazionali, con i principali sindacati che incontrerò in prefettura a Milano martedì mattina, sia con i gruppi più spontanei – li ho sentiti personalmente – in Sicilia, in Puglia, in Calabria, che incontrerò sempre a Milano martedì pomeriggio” ha confermato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini che ha chiesto “buon senso e rispetto per il lavoro degli altri, perché alcuni blocchi stanno danneggiando il lavoro di altri loro colleghi. Solo che autotrasportatori e agricoltori non ce la fanno più e non dagli ultimi giorni. Salvini, anticipando l’intenzione di “sbloccare risorse già finanziate, rallentate per motivi burocratici” non ha perso l’occasione per addossare le colpe sulle misure dell’Unione europee legate alla transizione. Il ministro, infatti, vuole aggiungere altre misure “visto il caro gasolio, le guerre che vanno avanti e alcune misure europee demenziali che danneggiano, per esempio, gli autotrasportatori delle isole. Perché le tasse imposte dall’Europa sulle emissioni chiamate Ets – accusa – ci costringono a trovare ulteriori risorse”.

La richiesta di un incontro con Lollobrigida

Anche gli agricoltori chiedono un incontro al ministro Lollobrigida. Lo ha invocato il comitato agricoltori Sicilia coordinato da Mariano Ferro, storico leader dei Forconi. “Gli agricoltori siciliani, costretti a scendere in strada in queste settimane da una situazione ormai assolutamente impossibile riguardante i costi di produzione, liberi da qualunque tessera associativa – ha scritto – chiedono di essere convocati dal ministero competente per rappresentare, per l’ennesima volta, le ormai arcinote problematiche di sempre mai seriamente affrontate e alle quali oggi, grazie a nefaste congiunture internazionali si è aggiunto il caro gasolio”. E ancora: “Basta dare un’occhiata al recente passato e ci si rende conto che mobilitazioni di questo genere si ripetono sempre più frequentemente. È ormai evidente che in assenza totale di risposte strutturali questa spirale pericolosa trascinerà migliaia di piccole e medie aziende alla chiusura”. Emblematiche, sulle reazioni di Lollobrigida, le parole di Piero De Luca (Pd), capogruppo in commissione Politiche Ue. “Il caro carburanti, il caro energia e il carrello della spesa stanno strozzando famiglie e imprese, e dal governo non è arrivata alcuna risposta. L’unico a farsi sentire è stato il ministro Lollobrigida, che si è permesso di attaccare i manifestanti evocando ipotesi di reato. Puntare il dito contro le piazze è l’ennesimo modo per sfuggire alle proprie responsabilità”.

L'articolo La protesta di tir e trattori arriva a Roma. Le ragioni che il ministro Lollobrigida dimentica, condannando i blocchi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Sciopero trasporti e forni spenti fino al 20 ottobre: da novembre prezzi su di pane e farina

19 October 2026 at 09:17

Le proteste del settore trasporti non accennano a rientrare, trascinando nella mobilitazione diversi altri comparti produttivi del Paese. Ai blocchi degli autotrasportatori e alle rivendicazioni degli agricoltori si sono uniti in modo compatto anche i panificatori artigianali. Nato inizialmente come un fermo di 48 ore, il blocco è stato esteso fino al 20 ottobre, spingendo il Governo ad anticipare i tavoli di confronto con le categorie in protesta.

La situazione rischia di paralizzare l’approvvigionamento di un bene primario come il pane, con la filiera dell’arte bianca stretta tra l’esplosione dei costi di gestione e la difficoltà nel reperire le materie prime.

Perché anche i fornai hanno incrociato le braccia

A spingere i panificatori a spegnere i forni sono molteplici fattori ormai insostenibili. I costi dell’energia elettrica e del gas necessari per alimentarli sono arrivati a livelli critici, mentre il fermo del trasporto merci iniziato il 16 ottobre, in coincidenza con la Giornata mondiale del pane fresco, sta bloccando le consegne di grano e farine dai mulini ai laboratori.

A gravare sui bilanci dei piccoli artigiani si aggiungono le spese di confezionamento, aumentate fino al 50%, il rincaro del gasolio per le consegne e le storture imposte dalla Grande distribuzione organizzata, come le trattenute sui rincari al dettaglio e l’obbligo di farsi carico del pane invenduto. In queste condizioni, per molti panifici proseguire la produzione significa lavorare in perdita.

Dal 1° novembre aumentano i prezzi delle farine

Oltre ai disagi immediati, all’orizzonte si profila un’ulteriore stangata per le famiglie. I principali impianti di macinazione hanno infatti già inviato i nuovi listini delle farine alimentari, che prevedono aumenti di circa 10 euro al quintale ed entreranno in vigore a partire dal prossimo 1° novembre.

L’impatto economico si farà sentire in modo particolare sul pane di prima fascia e sulla grande distribuzione, dove la tariffa base passerà da circa 3,00 a 3,80 euro al chilo, fino a ripercuotersi su tutti i prodotti derivati da forno: dai biscotti ai grissini, fino alle fette biscottate, alle pizze e agli impasti surgelati.

Mettendo a confronto le stime con i dati ufficiali Istat del 2025, che certificavano un prezzo medio nazionale di 3,90 euro al kg con oscillazioni tra i 3,00 euro kg della Gdo e i 5,00 euro dei panifici del Nord, l’effetto degli aumenti sarà diversificato a seconda del canale d’acquisto:

Canale d’acquisto Media 2025 Stima dal 1° novembre Variazione annua
Gdo 3,00 euro al kg 3,80 euro al kg +26,67% (+0,80 euro)
Media nazionale generale (Istat) 3,90 euro al kg 3,80 €/kg -2,56% (-0,10 euro)

Corsa alle scorte nei supermercati

L’annuncio del prolungamento dello sciopero fino al 20 ottobre e la prospettiva dei rincari imminenti hanno scatenato la corsa agli acquisti. Nelle regioni del Mezzogiorno, dove i blocchi e i presidi autostradali proseguono ormai da quattro giorni consecutivi, si registrano lunghe code presso i panifici di quartiere, mentre nei supermercati si segnalano i primi scaffali vuoti nei reparti dedicati a farina, lievito e prodotti da forno a lunga conservazione.

Senza interventi strutturali sul costo dell’energia, dei carburanti e sul contrasto alle pratiche commerciali sleali lungo la filiera, le associazioni di categoria avvertono che il rischio di nuove mobilitazioni resta concreto.

Ricercatrice per un progetto Ue sospesa dal suo istituto in Argentina per aver svelato le conseguenze sulla popolazione dell’uso massiccio di agrofarmaci

18 October 2026 at 08:39

Ha eseguito una ricerca sulla presenza di veleni agricoli in esseri umani e animali, nel sudovest di Buenos Aires, coinvolgendo 73 volontari. Lo studio, iniziato nel 2020, finanziato da fondi Ue nell’ambito del progetto Sprint, Sustainable plant protection transition, con l’approvazione dell’Inta, Instituto nacional de tecnología agropecuaria, ha rilevato la presenza di almeno due pesticidi nel sangue del 100% dei volontari coinvolti e di glifosato nelle urine dell’84%. In alcuni test si registra la presenza di decine di fitofarmaci diversi nell’organismo dei volontari. I veleni sono ovunque, anche nella polvere domestica, che nasconde fino a 86 molecole chimiche differenti. L’esito non è piaciuto affatto ai vertici dell’Inta né ai colossi agricoli, i cui rappresentanti siedono nel Consiglio direttivo dell’ente. E ora Virginia Aparicio, 53 anni, responsabile scientifica della ricerca, affronta una procedura di esonero che comporterebbe il licenziamento e l’esclusione da ogni incarico pubblico per i prossimi cinque anni.

“La mia vita è cambiata profondamente”, confida Aparicio a Ilfattoquotidiano.it. Dopo più di vent’anni di lavoro presso l’Inta, affronta una decisione di esonero dalla pubblica amministrazione vincolata a una ricerca scientifica internazionale. “È una decisione che compromette il mio percorso professionale e la mia continuità lavorativa”. L’Inta l’accusa di diverse irregolarità, come l’aver “scavalcato i superiori” e “occultato informazioni“, ma Aparicio ha notificato per iscritto ogni singola azione, protocollo e avanzamento del progetto. Sotto pressione degli agroindustriali, l’ente ha provato a fermare la divulgazione dei risultati, che invece erano già arrivati in Europa. Per rappresaglia, l’Argentina si è formalmente ritirata dal progetto Sprint. Aparicio, già ritenuta la migliore ricercatrice dell’Inta in materia di agrochimici con oltre 150 pubblicazioni e 3.500 citazioni scientifiche dice: “Temo per il mio futuro lavorativo e personale. Ma a preoccuparmi di più è il messaggio che, con questa situazione, viene trasmesso ad altri ricercatori. Produrre e comunicare la conoscenza scientifica può avere ripercussioni negative per chi lo fa”.

Interpellata sui risultati della ricerca, Aparicio racconta: “Ho provato preoccupazione, ma anche un’enorme responsabilità scientifica ed etica. I risultati costituiscono un’evidente esposizione che occorre indagare, comunicare e tenere in considerazione nell’attuazione di politiche pubbliche”. E rilancia con una domanda: “Cosa succede quando i risultati di una ricerca scomodano chi ha potere decisionale?”. La ricercatrice rivendica perciò “l’indipendenza” della scienza pubblica nel “porre domande, ottenere risultati e comunicarli, anche quando mettono in discussione prassi prestabilite e interessi economici”.

La sua ricerca ha non a caso smentito il discorso ufficiale della lobby degli agrofarmaci, secondo cui i fitofarmaci sono “strumenti sicuri per l’uomo e per l’ambiente“, come affermato da Aacrea, Asociación argentina de consorcios regionales de experimentación agrícola. Tesi sostenuta anche da Sociedad rural argentina e Coninagro che in Argentina gestiscono la logistica dell’utilizzo dei prodotti Bayer (già Monsanto) e Syngenta. “Se invece i ricercatori temono di perdere il lavoro per le loro scoperte si favorisce l’autocensura. E questo impoverisce tutta la società”, aggiunge.

Aparicio esorta i colleghi a “difendere la scienza con dignità, indipendenza e rigore” e alla cittadinanza a “tutelare il proprio diritto alla conoscenza”. È una questione di principio: “La ricerca finanziata con fondi pubblici dev’essere posta al servizio del bene comune – osserva – I dati scientifici non appartengono a governi, imprese e ricercatori. La conoscenza che produciamo è un patrimonio della società“.

Negli ultimi giorni, la causa di Aparicio ha riscosso l’adesione di diverse realtà che vanno da sindacati locali a istituti di ricerca esteri. “La sanzione massima contro una ricercatrice per fatti prodotti nell’ambito del suo progetto istituzionale avrebbe conseguenze su tutto il personale e indebolirebbe la ricerca pubblica”, ha denunciato il sindacato nazionale del personale dell’Inta. Reagiscono anche la Facoltà di Agronomia dell’Università di Buenos Aires e la Coordinadora de pueblos fumigados (rete di popoli irrorati) per i quali la procedura contro Aparicio punta a “ostacolare il diritto cittadino di sapere chi inquina i territori”. Anche i rappresentanti del progetto Sprint hanno difeso la trasparenza dell’operato di Aparicio e il rispetto dei protocolli. “È evidente che ciò che abbiamo trovato non è stato conveniente per molte persone”, ha commentato a El País la ricercatrice Violette Geissen, dell’Università di Wageningen (Paesi Bassi) e coordinatrice generale dell’intero progetto. Il governo di Javier Milei, più volte interpellato sulla vicenda, resta in silenzio.

L'articolo Ricercatrice per un progetto Ue sospesa dal suo istituto in Argentina per aver svelato le conseguenze sulla popolazione dell’uso massiccio di agrofarmaci proviene da Il Fatto Quotidiano.

Un nuovo strumento per tracciare il vero olio italiano, ecco come funzionerà

18 October 2026 at 06:00

La filiera dell’olio d’oliva italiano si prepara a diventare più digitale e trasparente grazie al Documento di accompagnamento elettronico olivicolo (Dao), il nuovo strumento introdotto dal ministero dell’Agricoltura (Masaf) per rafforzare la tracciabilità di olive e olio, contrastare le frodi e tutelare il lavoro degli agricoltori. Il sistema punta a rendere più efficaci i controlli sulle movimentazioni dei prodotti, attraverso l’integrazione con il Sistema informativo agricolo nazionale (Sian) e il Registro telematico dell’olio (Rto).

A cosa serve il Dao

La novità è stata annunciata il 9 ottobre 2026 dal ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, che ha sottolineato l’importanza della digitalizzazione per difendere l’eccellenza dell’olio extravergine italiano e garantire maggiore trasparenza ai consumatori.

L’introduzione del Dao:

  • si inserisce nel percorso di modernizzazione dei sistemi di controllo del settore agricolo e punta a rendere più tempestiva e strutturata la registrazione delle operazioni commerciali e produttive;
  • punta a rafforzare la capacità di ricostruire i percorsi dei prodotti, mettendo in relazione le informazioni disponibili nei sistemi informativi nazionali.

In questo modo, i dati relativi alle movimentazioni possono diventare una risorsa più efficace per verificare la coerenza dei flussi e individuare eventuali anomalie. La digitalizzazione, in questo contesto, non riguarda soltanto la raccolta dei dati, ma anche la possibilità di utilizzarli per programmare i controlli in modo più mirato.

È importante precisare che il Dao rafforza la tracciabilità documentale, ma non equivale, da solo, a una certificazione automatica della qualità dell’olio o della sua origine italiana. Questo perché la capacità di dimostrare la provenienza dipende anche dall’attendibilità delle informazioni registrate e dagli ulteriori controlli previsti dalla normativa.

Come funzionerà la tracciabilità digitale dell’olio

Il nuovo sistema interesserà in particole le principali movimentazioni di olive, olio sfuso e olio confezionato. Ogni operazione sarà registrata digitalmente, consentendo di disporre di informazioni più aggiornate sui passaggi dei prodotti all’interno della filiera olivicola. E con le informazioni disponibili in maniera tempestiva e coerente, si potranno così ricostruire ricostruire i flussi e individuare eventuali discrepanze tra i quantitativi dichiarati e quelli movimentati.

Il provvedimento del Masaf si propone infatti di:

  • rendere più efficiente il lavoro delle imprese, riducendo i tempi previsti per alcune registrazioni e favorendo una gestione più ordinata degli adempimenti;
  • contribuire a superare una gestione frammentata delle informazioni, rendendo i dati più utili sia per le aziende sia per gli organi di controllo.

Di conseguenza, in una filiera nella quale le operazioni risultino maggiormente documentate, anche le verifiche potranno essere organizzate sulla base di elementi informativi più completi.

Cosa cambia per chi vende e per chi acquista

Chi movimenta olive, olio sfuso o olio confezionato dovrà prestare attenzione alla corretta registrazione delle operazioni nel Dao entro i termini previsti (che scendono da sei a tre giorni secondo quanto stabilito dal provvedimento). Nel dettaglio:

  • per produttori, frantoi, confezionatori e commercianti, il nuovo sistema può facilitare la ricostruzione dei passaggi del prodotto e contribuire a individuare eventuali incongruenze nei flussi. Le aziende che operano correttamente potranno beneficiare di una maggiore trasparenza della filiera e di strumenti più efficaci per contrastare le frodi e tutelare il valore delle proprie produzioni (anche se sarà importante adeguare le procedure interne agli obblighi applicabili e seguire le istruzioni operative previste per il Dao);
  • per chi acquista olio, invece, il vantaggio atteso consiste soprattutto in una maggiore capacità di controllo sulla provenienza e sulle movimentazioni dei prodotti commercializzati. Questo può contribuire a proteggere i consumatori da pratiche ingannevoli e a rafforzare la fiducia nelle informazioni fornite dalle aziende, senza però trasformare il Dao in una certificazione automatica dell’origine italiana o della qualità dell’olio. Al momento dell’acquisto restano quindi importanti le indicazioni in etichetta, la provenienza dichiarata e le eventuali certificazioni di qualità, come Dop e Ipg.

Papa Leone: “Risorse dell’industria bellica da riconvertire alla ricerca agricola. È un imperativo etico urgente”

16 October 2026 at 10:35

Papa Leone XIV, in degenza dopo l’operazione per il tumore al polmone, invita a servire gli interessi dell’umanità, con le nuove tecnologie, non l’industria militare. Al primo posto delle priorità, il pontefice pone la fame nel mondo e l’agricoltura: “È essenziale un nuovo ordine alimentare globale, in cui l’innovazione tecnologica sia incondizionatamente subordinata al rispetto della dignità umana donata da Dio e al bene comune universale. Inoltre, esiste un imperativo etico urgente di riconvertire le risorse investite nell’industria bellica verso la ricerca agricola sostenibile e la rigenerazione dei terreni degradati”.

Lo scrive il successore di Bergoglio nel messaggio inviato al direttore generale della Fao, Qu Dongyu, in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione 2026. “Il domani – aggiunge il Papa – non è un arco di tempo astratto che ci attende passivamente; è piuttosto il raccolto di ciò che seminiamo oggi attraverso le nostre decisioni. Se seminiamo un’innovazione non etica, basata sul desiderio di dominare la terra ed escludere i deboli, raccoglieremo aridità e conflitti. Se invece l’innovazione scaturisce dal rispetto per l’ordine naturale e dalla giustizia verso chi ha fame, il domani porterà una tavola imbandita per il sostentamento dell’umanità”.

L'articolo Papa Leone: “Risorse dell’industria bellica da riconvertire alla ricerca agricola. È un imperativo etico urgente” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Carburante esaurito e scaffali vuoti, l’Ilva blocca il Sud: rischio stop nazionale

16 October 2026 at 07:04

I blocchi degli operai dell’Ilva di Taranto, degli autotrasportatori e degli agricoltori stanno mostrando i loro effetti: le pompe di benzina appendono cartelli con la scritta “carburante esaurito” e nei supermercati gli scaffali sono vuoti.

La disponibilità ridotta di carburanti si fa sentire in ampie zone di Puglia e Calabria, dove per tutto il giorno (e anche la notte) sono state registrate lunghe code alle stazioni di servizio. Situazione critica segnalata nella provincia salentina, a Foggia, in Basilicata, nel Cosentino e nel Catanzarese.

Carburante esaurito: in quali regioni

Dal 12 ottobre, da quando gli operai dell’Ilva di Taranto hanno bloccato la raffineria Eni, le scorte di carburante hanno iniziato a scarseggiare. Per chi si muove in aereo e, peggio ancora, per chi si muove su strada, iniziano a diffondersi bollettini e cartelli con la scritta “carburanti esauriti”.

Così all’aeroporto di Bari si parte ancora, ma senza bagaglio per alleggerire il peso; mentre gli automobilisti cercano benzina e diesel anche di notte, alle volte senza successo.

È quello che sta avvenendo in diverse regioni d’Italia:

  • Puglia;
  • Basilicata;
  • Calabria.

Si tratta delle regioni che si riforniscono alla raffineria Eni di Taranto. A dare i numeri della carenza sono i sindacati di categoria: in Puglia sono rimasti a secco 7 distributori su 10. A Matera la polizia è dovuta intervenire per regolare il traffico nei pressi di alcune stazioni di servizio, mentre in Calabria aumentano i controlli in vista delle manifestazioni contro il caro carburanti promosse da agricoltori e autotrasportatori.

Verso il blocco nazionale

Le proteste a Taranto, quelle degli agricoltori e quelle degli autotrasportatori si stanno intrecciando in una non volontaria maxi manifestazione contro il caro carburanti. Nei prossimi giorni i blocchi all’Ilva potrebbero esaurirsi perché i sindacati hanno ottenuto la convocazione a Palazzo Chigi il 27 ottobre, mentre la protesta degli altri due settori potrebbe decollare.

Il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, spiega:

La situazione è molto preoccupante perché l’eccesso di prezzo che sta subendo l’autotrasporto ha generato una situazione di alta tensione fra le imprese del settore che è sfociata in proteste spontanee in alcune aree del Paese.

Proteste che si stanno allargando soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, dove si stanno organizzando blocchi stradali spontanei, non proclamati da associazioni di categoria. Per Russo “si stanno muovendo nell’ambito della disperazione degli imprenditori”.

Cosa chiedono al Governo

Anche se si tratta di proteste spontanee, il rappresentante di Conftrasporto ricorda al Governo la promessa fatta: le risorse stanziate e non ancora arrivate per il caro carburante. Che comunque non basterebbero, fanno notare: servirebbero tariffe fisse e il riconoscimento dei ristori anche a veicoli Euro 4 e di classe inferiore. Secondo Russo si dovrebbe mantenere l’impegno di prevedere ulteriori stanziamenti di risorse qualora il caro gasolio dovesse continuare ad avere queste dinamiche di prezzo.

Il rischio, prosegue, è che i focolai di protesta si compattino in un unico grande fronte. Anche per questo è stata chiesta una convocazione urgente delle associazioni, che il Ministero delle Infrastrutture ha accolto sempre per il 27 ottobre.

Scaffali vuoti: l’appello del settore agroalimentare

Anche dal settore degli agricoltori arriva il malcontento. In queste ore, con i serbatoi dei camion vuoti, si stanno registrando difficoltà di approvvigionamento nei supermercati. Iniziano infatti a scarseggiare i prodotti freschi come frutta e verdura.

Raffaella Altamura, presidente di Confesercenti Puglia, fotografa la situazione:

Se nei prossimi giorni non arriveranno segnali concreti o provvedimenti da parte del governo, le ripercussioni finiranno per incidere direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini.

Raffaele Drei, presidente di Confcooperative Agroalimentare, sottolinea la necessità di evitare che la protesta finisca per penalizzare produzioni che per loro natura non possono attendere.

Chiede agli autotrasportatori di pensare agli agricoltori come alleati, garantendo la circolazione di prodotti ortofrutticoli freschi e deperibili “che non possono attendere ai margini delle strade”.

Quella zucca che ti piace tanto non ti ha detto tutto

16 October 2026 at 03:45

Dimenticate le odi alle vellutate in autunno. Questo articolo vi farà togliere quel sorrisetto entusiasta tutte le volte che vedete una zucca al supermercato, riportandovi con i piedi per terra. Quella voglia elettrizzante di fare la zucca al forno per cena (che servite con lo stesso sorrisetto che avevate al supermercato – speriamo non sia una paresi) non arriva dall’ispirazione di un reel su Instagram, ma da una società sementiera in Giappone. Non è un complotto, ma la cronaca di un ortaggio che, in Italia, è passato dall’essere una verdura come tante a un’ossessione stagionale come poche.

Mangiamo molta più zucca del passato. È facile capirlo osservando le nostre abitudini o vedendo quante tipologie di zucche ci sono sul mercato. Lo conferma il Monitor Agroter che incrocia i dati disponibili. Tra il 2022 e il 2024 gli acquisti domestici di zucca fresca sono cresciuti di circa il venti per cento in volume; rispetto al 2020 la crescita a valore è del 37 per cento. C’è da dire che anche il prezzo al chilo sembra essere cresciuto negli anni.

Ma quale zucca?
Quelle che mangiamo in Italia appartengono soprattutto a specie differenti della famiglia delle cucurbitacee, originarie delle Americhe e arrivate in Europa all’inizio del Cinquecento, poco prima del pomodoro. Prima di allora in Italia era già coltivata la Lagenaria, usata, una volta essiccata, anche per ricavarne recipienti e borracce. Tra le specie di zucca più diffuse oggi ci sono Cucurbita maxima, a cui appartengono molte delle grandi zucche padane e quelle di origini giapponesi come la Delica, la Hokkaido; Cucurbita moschata, di cui fanno parte zucche Violine, Butternut e Lunghe di Napoli; e Cucurbita pepo, specie a cui appartiene la classica di Halloween.

Le famose zucche di Mantova
Francesca Nadalini coltiva zucche, meloni e angurie nel Basso Mantovano, nell’azienda di famiglia che oggi guida dopo essere rientrata da un percorso di studio e lavoro lontano dalla campagna. «La nostra è un’azienda di contadini. Dopo un periodo passato fuori, ho sentito il richiamo delle radici, perché questa agricoltura aveva bisogno di tanto supporto moderno, dall’informatizzazione alla valorizzazione del prodotto».

Attraverso l’organizzazione di produttori con cui lavora, Francesca gestisce una produzione che interessa complessivamente circa cento ettari di zucche. Con una densità indicativa di circa ventimila frutti per ettaro, significa un ordine di grandezza vicino ai due milioni di zucche per stagione. Tra le coltivate ci sono Delica, Violina liscia e rugosa, Hokkaido e qualche piccola produzione di Cappello del prete.

Qui la zucca viene bene da molto prima che Instagram la trasformasse in un’ossessione stagionale. Il territorio intorno al Po, soprattutto nel Basso Mantovano, ha una lunga specializzazione orticola fatta di zucche tradizionali. Ma nel 2025 Coldiretti indicava la Delica come la varietà più diffusa nel Mantovano, segnalando l’aumento di Delica e Violina a scapito delle varietà più tradizionali. Per una buona zucca la provenienza conta, ma non è tutto.

Una cassetta di zucche Delica dell’Az Agricola Cascina Frascina Bio. ©Alessio_c

Prima della Delica
La zucca è un buon esempio per capire il passaggio dall’agricoltura contadina alla filiera contemporanea e la Cappello del prete è un ottimo punto di osservazione. Ha un frutto dalla buccia grigio-verde, la forma a turbante, una polpa arancione spessa, asciutta e dolce ed è storicamente diffusa tra Mantovano ed Emilia. La varietà è stata iscritta tra quelle da conservazione e la Regione Lombardia la considera fra le colture a rischio elevato di erosione genetica.

Gastronomicamente ha parecchie qualità. Commercialmente, un po’ meno. «Nella nostra zona c’era questa zucca tipica, la Cappello del prete», racconta Nadalini. «È una zucca riprodotta da seme: il contadino coltiva i semi e la riproduce. È un’attività molto faticosa, quella della produzione dei semi, quindi man mano si è andata perdendo. In più c’è un problema: questa zucca è durissima da tagliare. Notoriamente le nostre nonne se la facevano tagliare praticamente con delle asce per romperla. Negli anni è quasi scomparsa, adesso è rimasta una nicchia».

Da questo esempio scopriamo che la perdita di biodiversità agricola non è sempre un oscuro progetto di multinazionali o dell’agroindustria. A volte una varietà arretra perché produce meno. A volte perché ha un sapore poco contemporaneo. E qualche volta perché, banalmente, il consumatore non ha nessuna voglia di affrontare una buccia con un’ascia, ma cerca un prodotto più semplice.

La Cappello del prete è solo una delle tante zucche che portano ancora addosso il territorio in cui sono state selezionate. In Veneto c’è la Marina di Chioggia, una Cucurbita maxima grossa, schiacciata e dalla buccia verde-grigia; tra Emilia e Lombardia è diffusa la Violina, allungata e color nocciola, appartenente invece alla specie Cucurbita moschata. Alla stessa specie appartiene la Lunga di Napoli, tradizionale in Campania, che può raggiungere dimensioni notevoli e si conserva per mesi. Forme, consistenze e usi diversi che raccontano quanto, prima della standardizzazione varietale, la parola “zucca” identificasse prodotti anche molto lontani tra loro.

Zucca Cappello del prete. Courtesy Az. Valli Salse

Tradizionale non è sempre migliore
Non tutto ciò che è tradizionale, però, è automaticamente migliore. È un punto sul quale Francesco Penazzi insiste parecchio. Sui colli bolognesi, a Rocca Corneta, coltiva ortaggi destinati alla produzione di sementi e guarda alla zucca prima come genetica e solo dopo come ingrediente.

«Dire che le varietà tradizionali come Cappello del prete o Marina di Chioggia siano tendenzialmente buone è corretto. Però non saranno necessariamente buone quanto una buona Delica. Le Delica hanno avuto successo proprio perché erano molto buone».

La Delica sembra ormai così familiare da avere acquistato, almeno nell’immaginario, una specie di cittadinanza padana. Verde scura, schiacciata, di dimensioni gestibili, polpa arancione, asciutta e dolce: per moltissimi consumatori oggi quella è la zucca. Ma questa storia inizia in Giappone. La Delica è una tipologia di zucca selezionata come ibrido F1 dall’azienda sementiera giapponese Takii. Quando arrivò sul mercato aveva alcune caratteristiche difficili da ignorare. Francesca Nadalini ricorda bene il passaggio: «Chi è nel settore la riconosce come un prodotto molto valido, perché è caratterizzata da una polpa cremosa, da una dolcezza incredibile. Se lasciata stagionare diventa asciutta. I produttori dell’area mantovana che avevano un po’ di passione per la zucca iniziarono a coltivare questa Delica e da lì partì un po’ tutto il filone».

Quel “lasciata stagionare” non è un dettaglio. Nadalini raccoglie le zucche quasi mature e le lascia riposare in ambienti ventilati perché perdano parte dell’acqua e la polpa diventi più asciutta. Possono servire dai quindici ai quaranta giorni, senza forzare il processo. «Il segno della fine della stagionatura è quando tagli una zucca e non deve fare la goccia». È la versione organizzata di una pratica contadina antica, quando le zucche venivano lasciate ad asciugare sulle aie.

La Delica, insomma, non ha soppiantato le zucche tradizionali soltanto perché più adatta alla filiera. Ha avuto successo anche perché ha intercettato meglio il gusto e le esigenze di chi la compra: è relativamente piccola, ha una buccia più gestibile, una polpa consistente e una dolcezza riconoscibile. Il Consorzio agrituristico mantovano, nel raccontare il declino della Cappello del prete, indicava proprio nella minore pezzatura e nella facilità di taglio alcune delle ragioni che hanno favorito la Delica. Ma una buona varietà commerciale deve fare molte altre cose, oltre a essere buona.

Ibrido non è una parolaccia
Ibrido è una di quelle parole che nel discorso sul cibo sembrano minacciose senza che sia molto chiaro perché. Un ibrido F1 è semplicemente il risultato dell’incrocio tra due linee selezionate per riunire nella stessa pianta caratteristiche utili: maggiore produttività, resistenza alle malattie, pezzatura o uniformità dei frutti. I semi prodotti da un F1 non garantiscono però di restituire piante uguali alla precedente: per ottenere di nuovo quello stesso risultato bisogna ripetere l’incrocio originario e per questo il seme viene normalmente acquistato da un’azienda sementiera.

Nel caso della zucca, spiega Penazzi, la selezione ha riguardato anche la forma della pianta. Molte Delica moderne sono state sviluppate per crescere in modo più compatto e concentrare i frutti vicino al piede, permettendo di aumentare la densità delle piante e semplificare la gestione del campo. È una parte dell’agricoltura che al banco ortofrutta non vediamo. Due zucche quasi identiche possono nascondere genetiche differenti, cicli di maturazione, resistenze e rese molto lontane tra loro. Ed entrambe possono essere vendute come Delica senza essere necessariamente buone allo stesso modo. «Può essere verissimo che un territorio sia particolarmente vocato, che una certa qualità sia buona e che la stagionatura renda il prodotto migliore. Però, se parti da una genetica sciatta, ottieni comunque un prodotto sciatto», dice Penazzi. Il problema è che davanti a una zucca il consumatore ha pochissimi strumenti per capirlo: «Non c’è una differenziazione chiara del prodotto».

Il punto, quindi, non è stabilire se sia moralmente superiore una varietà tradizionale o un ibrido moderno, ma capire quali caratteristiche vogliamo prediligere.

Mezze stagioni infinite
A queste richieste se ne aggiunge un’altra: la disponibilità sempre più lunga durante l’anno. Nel Mantovano Nadalini raccoglie da metà agosto a metà ottobre e, grazie a stagionatura e conservazione, riesce a vendere un prodotto italiano fino a gennaio e talvolta febbraio. Poi, se la richiesta continua, cambia la geografia della zucca.

La produttrice non considera la destagionalizzazione un tabù. «Io non divento moralista sull’argomento proprio perché viviamo già queste cose», dice, citando banane, avocado e limoni. Se il prodotto è buono e sicuro, per lei non c’è nulla di sbagliato nel cercarlo altrove quando quello italiano non è più disponibile. Penazzi è più scettico. Una coltura resta legata a condizioni climatiche precise anche quando il mercato riesce a cancellarne il calendario: produrre fuori dalla finestra più favorevole può richiedere varietà specifiche e maggiori input, senza garantire lo stesso risultato gastronomico. «Il lavoro dovrebbe essere far capire che magari non vale la pena mangiare zucca tutto l’anno se devi mangiarla male». Sono due posizioni diverse che mostrano quanto la stagionalità del cibo non dipenda più soltanto dai cicli naturali, ma sia diventata anche una decisione di filiera.

Non si può pretendere tutto da una zucca
La questione non riguarda quale sia la zucca migliore, ma le contraddizioni con cui chiediamo all’agricoltura di produrla.
Vogliamo biodiversità, ma al supermercato ci insospettisce un frutto fuori standard. Vogliamo varietà antiche, ma possibilmente facili da mangiare. Vogliamo prodotti locali, ma li cerchiamo dodici mesi all’anno. Mercato e consumatori vogliono un prezzo basso, un agricoltore ben pagato, lunga conservazione, sapore, resa, resistenza alle malattie e magari anche una storia da raccontare. Nadalini usa toni molto pratici, tipici di chi conosce la terra: «Il consumatore vuole tutto. Vuole tutte le caratteristiche. Ma in agricoltura tutte le caratteristiche non si possono avere».

È anche qui che torna la zucca Cappello del prete. Una zucca che conserva un patrimonio genetico e gastronomico prezioso, considerata a rischio elevato di erosione genetica, ma che pesa qualche chilo e richiede un’arma per il taglio. Di fronte c’è la Delica: nata dal lavoro di selezione di un’azienda giapponese, arrivata in Italia, adattatasi benissimo ad alcuni dei nostri territori e diventata così familiare da essere percepita quasi come una tradizione.
Le varietà tradizionali esistono perché generazioni di agricoltori hanno selezionato piante che funzionavano per i loro bisogni. Gli ibridi esistono perché continuiamo a fare la stessa cosa con strumenti, obiettivi e mercati diversi. Il vero cambiamento sta nelle caratteristiche che consideriamo indispensabili.

Un tempo una zucca poteva permettersi di essere enorme, durissima e diversa da quella cresciuta nel campo accanto, perché sarebbe finita nella dispensa di una famiglia che sapeva cosa farsene. Oggi deve pesare poco per stare nel sacchetto biodegradabile senza strapparlo ed essere dolce e cremosa. Ah, e deve essere piccola abbastanza da entrare in quella stramaledetta friggitrice ad aria per replicare la ricetta della zucca croccante vista su TikTok.

©Michael Starkie, Unsplash

L'articolo Quella zucca che ti piace tanto non ti ha detto tutto proviene da Linkiesta.it.

Consiglio europeo, Meloni detta le condizioni: no a sconti su contributi nazionali, agricoltura e coesione

15 October 2026 at 08:31

Il 15 e 16 ottobre è in calendario la riunione del Consiglio europeo e la linea di Giorgia Meloni è manifesta: “Agire subito in modo coordinato”, in primis per calmierare i costi dell’energia al fine di dare ossigeno a famiglie e imprese.

In vista dell’appuntamento cruciale, la presidente del Consiglio aveva già parlato al Senato e alla Camera puntando su competitività dell’Unione europea, sul caro energia e sull’accordo sul gas Trump-Putin.

La piattaforma comune europea

Anche l’Italia lavora alla creazione di una piattaforma comune con gli Amici della Coesione, finalizzata ad affrontare il negoziato sul bilancio pluriennale dell’Ue.

I 17 Amici della Coesione sono i capi di Stato e di governo di un gruppo di Paesi Ue uniti per difendere i finanziamenti destinati alla Politica di coesione e all’Agricoltura nel prossimo bilancio pluriennale.

Nella piattaforma sono inseriti i punti cruciali dell’accordo: nessun nuovo taglio al bilancio, sostegno alla Pac, sostegno alla Coesione (e non solo nei finanziamenti ma anche nelle regole di applicazione) no ai rebates, inserimento di risorse proprie ed equilibrate.

Il piano di Meloni per il Consiglio europeo

Così ha scritto su X la premier Meloni, in vista del Consiglio europeo, citando nell’incipit del suo messaggio il presidente della Romania:

Insieme a Nicușor Dan ho riunito i Capi di Stato e di Governo del gruppo degli Amici della Coesione in vista dell’#EUCO. Abbiamo deciso di restare uniti nel negoziato sul prossimo bilancio UE attorno a quattro priorità:

Questi i quattro punti citati:

  1. risorse sufficienti per affrontare tutte le priorità comuni;
  2. salvaguardare Coesione e Agricoltura sia sul piano delle risorse sia su quello delle regole di finanziamento;
  3. contribuzioni eque da parte degli Stati membri;
  4. no agli sconti sui contributi nazionali.

La conclusione:

Continueremo a lavorare insieme perché queste priorità siano riflesse nell’accordo finale!

Costo dell’energia e competitività

Il giorno precedente, il primo tema affrontato da Giorgia Meloni nella comunicazione al Senato in vista del Consiglio Europeo era stato quello del costo dell’energia e del suo peso sull’economia.

Aveva spiegato che:

La questione che oggi pesa più di tutto sulla nostra economia e sulla competitività delle imprese è il costo dell’energia. Nessuno può rispondere efficacemente da solo e per questo serve una risposta coordinata e rapida.

L’annuncio:

  • proposte per correggere il sistema ETS, perché il prezzo della CO2 rifletta l’economia reale e non le logiche della finanza;
  • rinvio dell’ETS2, che dal 2028 scaricherebbe nuovi costi su famiglie e imprese;
  • un meccanismo che consenta di contenere il prezzo del gas utilizzato per produrre energia elettrica;
  • semplificazione normativa e meno oneri amministrativi con l’Agenda “One Europe, One Market”.

Nel discorso di Meloni si è puntato al decreto Bollette. Poi anche al “successo italiano” del rinvio della stretta sul metano.

Bilancio Ue

Sul bilancio Ue, ovvero il prossimo Quadro finanziario pluriennale, Meloni aveva annunciato che non firmerà l’accordo per rispettare una data, ma “quando sarà giusto per l’Italia”.

I paletti:

  • no a un bilancio che ridimensioni la PAC;
  • ragionare su un rimborso graduale per il Next Generation EU;
  • più margine per misure come il taglio dell’Irpef.

Ucraina e Russia

Su Ucraina e Russia, la premier aveva criticato l’Europa:

Offre un’immagine di sé infantile ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca, e di regali a Mosca di questi tempi ne abbiamo fatti abbastanza.

Per “regali” potrebbe però intendere il precedentemente citato accordo stipulato da Donald Trump con Vladimir Putin, che consente alla Russia di esportare più gasolio per far abbassare i prezzi. L’aveva definita una mossa “rischiosa” e una “legittimazione per Mosca”.

Sulla pace, aveva detto:

Il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile […], nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace.

Difesa e sicurezza

Si è poi toccato il tema della difesa e della sicurezza. Sul punto, Meloni aveva dichiarato che una maggiore flessibilità per difesa e sicurezza significa risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei. Aveva quindi ribadito che:

Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola: se non li spendessimo per la difesa, non potremmo spenderli per altro.

Meloni aveva richiamato l’attenzione su:

  • minacce ibride;
  • droni;
  • danneggiamento dei cavi sottomarini;
  • sabotaggi delle reti ferroviarie.

Al Consiglio si discuterà anche della situazione in Iran, puntando alla libertà di navigazione. Così aveva detto Meloni in Aula:

Per questo credo che l’Europa debba impegnarsi in prima persona, a partire dal rafforzamento dell’operazione Aspides nel Mar Rosso, che l’Italia oggi guida e che si regge in larga parte sul contributo di pochissime Nazioni. Servono più navi, e servono ora.

Gaza, Libano e Israele

Restando a Est, tra i temi c’è stata la sicurezza dello Stato di Israele, ma anche la preoccupazione per le azioni del Paese in Libano e in Cisgiordania. Meloni punta, con l’avvio del nuovo governo israeliano, ad aprire un nuovo percorso di pace.

Proporranno di:

  • riavviare il dialogo;
  • trasferire le entrate fiscali all’Autorità Palestinese;
  • bloccare gli insediamenti.

La Presidente del Consiglio aveva ribadito la necessità di inviare aiuti alla popolazione di Gaza e di compiere un primo passo (franco-italiano) per una pace duratura tra Israele e Libano.

Stato della migrazione

Per quanto riguarda i dati relativi al tema migrazione, la premier aveva rivendicato il calo di oltre il 50% in due anni degli ingressi irregolari. Come confermano i dati di Frontex:

gli attraversamenti irregolari in ingresso sono passati da circa 381 mila nel 2023 a poco meno di 178 mila nel 2025.

Il Consiglio Europeo discuterà dei flussi migratori, anche alla luce degli eventi di Ceuta. Meloni sottolinea la regolarità della scelta di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con la Spagna.

Focus anche sulla richiesta di maggior spazio nel prossimo bilancio europeo per:

  • il Piano Mattei;
  • i return hub nei Paesi terzi.

Allargamento Ue

Sul tema dell’allargamento, l’Italia porterà al Consiglio Europeo il sostegno al processo di adesione basato sul principio del merito. Aveva dichiarato:

All’Unione, però, spetta riconoscere, senza ritardi, quei risultati con avanzamenti concreti.

Da qui la priorità è l’avanzamento di Montenegro e Albania.

❌