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Teatro alla Scala, oggi lo sciopero dei lavoratori alla prima del Faust: “Per garantire l’eccellenza bisogna retribuirla adeguatamente”

20 October 2026 at 07:07

Oggi i lavoratori del Teatro alla Scala incroceranno le braccia in occasione della prima del Faust di Charles Gounod. Dopo il fallimento delle trattative con la direzione, i sindacati hanno confermato lo sciopero per l’intera giornata, mettendo a rischio uno degli appuntamenti più attesi della stagione. Al centro della vertenza c’è il rinnovo del contratto: i dipendenti chiedono di recuperare il potere d’acquisto perso negli ultimi anni, mentre il confronto con la direzione si è arenato sulle risorse da destinare agli aumenti. “Il lavoro va riconosciuto, altrimenti rischiamo di perderlo“, dice a ilfattoquotidiano.it Alberto Rota, corista della Scala dal 1997. “È un’eccellenza internazionale, ma non viene valorizzata abbastanza sul piano economico”. La mobilitazione è stata votata il 12 ottobre da un’assemblea alla quale hanno partecipato oltre 450 lavoratori: un solo voto contrario e quattro astensioni.

Una convergenza ampia, che riunisce orchestra, coro, ballo, tecnici, maestranze e personale amministrativo. Per Paolo Puglisi, della Slc-Cgil, il problema è semplice: “Non chiediamo neanche un euro di aumento. Chiediamo di difendere i salari dall’inflazione“. La piattaforma sindacale prevede un incremento del 15% della retribuzione annua lorda, per recuperare almeno in parte quanto perso negli ultimi anni, e un meccanismo di adeguamento futuro legato all’indice dei prezzi. Il contratto precedente, spiega Puglisi, era stato rinviato durante la pandemia, quando la chiusura del teatro aveva fatto crollare gli incassi della biglietteria. Il rinnovo successivo aveva previsto un recupero del 5%, mentre l’inflazione continuava a correre.

Secondo i calcoli sindacali, negli ultimi anni il costo della vita ha eroso tra il 23 e il 24% del potere d’acquisto dei dipendenti. La richiesta è quindi di recuperare la differenza, con un aumento del 15% dal primo gennaio 2027 e adeguamenti successivi collegati all’inflazione rilevata dall’Istat. “Abbiamo rinviato il contratto perché eravamo in una situazione economica disperata”, ricostruisce Rota. “Ma adesso ci troviamo con uno stipendio che non è misero, che però viene eroso dall’inflazione che galoppa”. Il problema, per il corista, non riguarda soltanto la busta paga. È il riconoscimento di un lavoro che richiede preparazione, disponibilità e un impegno quotidiano, spesso serale e nei fine settimana. “Chi vuole studiare musica, diventare scenografo o tecnico di palcoscenico pensa alla Scala come a un punto d’arrivo. È un’aspirazione che va riconosciuta anche economicamente”.

Francesco Lattuada, violista dell’orchestra, lavora alla Scala dal 1997 ed è assunto stabilmente dal 1999. Anche per lui la protesta nasce da un divario che si è allargato nel tempo. “Con il contratto post-Covid abbiamo ottenuto un piccolo recupero del 5%, ma l’inflazione era già in forte crescita. Adesso vogliamo recuperare almeno parzialmente gli oltre venti punti percentuali persi”. Le richieste erano state presentate prima dell’estate, ma i primi incontri non hanno prodotto risultati concreti. Da qui la decisione di passare alle iniziative di protesta.

Il nodo è anche quello del costo della vita a Milano, che rende sempre più difficile attrarre professionisti e mantenere l’eccellenza delle maestranze. Puglisi racconta che da anni il teatro fatica a trovare candidati per alcuni concorsi: per il posto di prima viola, rimasto vacante dopo un pensionamento, le selezioni vanno avanti da tre anni senza individuare una soluzione. “Perché non vengono a fare i concorsi alla Scala? Perché la città è troppo cara, l’impegno richiesto è notevole e lo stipendio non è adeguato a tutto questo”. Il rischio, avverte il sindacalista, è che il prestigio del teatro non basti più a convincere i migliori musicisti a trasferirsi a Milano. La questione riguarda anche le altre professionalità. Dietro una rappresentazione ci sono centinaia di lavoratori che montano e smontano scenografie, movimentano strutture sospese, preparano costumi e organizzano i cambi di scena.

“Ci sono 250–300 lavoratori che ogni giorno, sera e notte, devono allestire quello che va in scena e preparare lo spettacolo successivo”, spiega Puglisi. Un’attività che comporta turni pesanti, stress e rischi per la sicurezza, anche quando il pubblico vede soltanto il risultato finale. Nella vertenza rientrano anche questioni normative: indennità, orari, inquadramenti e la situazione di una ventina di lavoratori intermittenti che i sindacati vorrebbero trasformare in dipendenti a tempo pieno. Ma la priorità resta il recupero salariale. Dopo aver respinto la proposta iniziale della direzione di rinviare il rinnovo e riconoscere una tantum, le organizzazioni sindacali hanno dichiarato lo stato di agitazione. Il 12 ottobre l’assemblea ha votato lo sciopero; il successivo incontro con il sovrintendente Fortunato Ortombina non ha sbloccato la trattativa. Il 20 ottobre è previsto anche un presidio dei lavoratori, prima davanti al teatro e poi a Palazzo Marino, sede del Comune.

Per Puglisi la vertenza apre anche una questione politica: quanto sono disposti a investire gli enti pubblici in un’istituzione che rappresenta un’eccellenza culturale italiana? Il sindacalista contesta il peso limitato, a suo giudizio, dei contributi pubblici rispetto al bilancio della Scala. Cita i quattro milioni di euro annui del Comune di Milano e i contributi regionali, sostenendo che il finanziamento pubblico dovrebbe garantire almeno il sostegno alla struttura e alle persone che la fanno funzionare. “La Scala incassa quasi 40 milioni di euro dalla biglietteria. I privati sono importanti, ma gli enti pubblici devono farsi carico di questa eccellenza”.

Rota condivide la preoccupazione. “Stiamo facendo di tutto per realizzare spettacoli al livello che il pubblico si aspetta. La direzione si impegna, gli sponsor privati ci sostengono e anche chi compra un biglietto fa sacrifici economici per venire alla Scala. Ma bisogna considerare che si tratta di un’istituzione con una partecipazione pubblica“. Per il corista, la contraddizione è proprio questa: “La Scala viene venduta come un fiore all’occhiello a livello internazionale, ma tutte le maestranze devono essere valorizzate. Se non riconosciamo il lavoro, rischiamo di perdere quel patrimonio”.

Lo sciopero di oggi potrebbe essere soltanto il primo passaggio. Le organizzazioni sindacali hanno annunciato il presidio e non escludono ulteriori iniziative se la trattativa non ripartirà su basi concrete. Intanto, la protesta della Scala si inserisce in una mobilitazione più ampia del settore dello spettacolo, che ha annunciato per il 27 ottobre una giornata di sciopero dei dipendenti dei teatri e degli scritturati. La questione, dunque, va oltre una singola prima: riguarda la sostenibilità del lavoro culturale e la possibilità di continuare a garantire produzioni di alto livello senza scaricare sui lavoratori il costo della perdita di potere d’acquisto. “Quando si chiede alle persone di lavorare sempre sul pezzo e di garantire l’eccellenza, bisogna anche retribuirle adeguatamente”, conclude Puglisi. “Altrimenti non si va avanti”.

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“Torneremo in piazza, ora siamo parte di qualcosa”: le voci dei giovani di Milano. “Prima di sabato nessuno parlava di noi”

20 October 2026 at 07:05

Le vetrine distrutte, gli scontri, le cariche. Delle due giornate di manifestazione a Milano, il 17 e 18 ottobre, sono rimaste soprattutto queste immagini. Gli scontri e i saccheggi erano cominciati già sabato. Domenica, però, molti ragazzi sono tornati in piazza, spinti dal passaparola e da una rabbia che non si era esaurita. Ma chi erano? Li abbiamo rintracciati a partire dai social, dove avevano pubblicato video e raccontato la loro partecipazione. Hanno tra i 12 e i 18 anni, vengono dalla periferia di Milano e dall’hinterland milanese e parlano di famiglie che non arrivano a fine mese, di discriminazioni e di un futuro che non sembra appartenergli. “Sembra che delle vetrine contino più di noi, del nostro futuro e delle parole che urliamo quando scendiamo in piazza. Cosa resta da fare per non essere più invisibili?”, chiedono.

Il futuro? “Non so neanche se ci sarà”

F. ha 16 anni, è italiano e vive con la famiglia in una casa popolare a Pero. Sabato è sceso in piazza per il carovita ed è rimasto fino alla fine. “Mio padre prima riusciva a darmi quei venti o trenta euro al mese, che erano già pochi per una città come Milano. Adesso non può più permetterselo. E mia madre, che fa le pulizie, sta perdendo una famiglia dopo l’altra”. A casa, racconta, basta una bolletta perché cominci la preoccupazione. “Vedi i tuoi genitori che fanno fatica anche per le cose più normali e ti chiedi che futuro puoi avere”. In manifestazione è andato con alcuni amici, anche loro alle prese con difficoltà simili. I genitori non volevano che finisse nei guai, ma lui si domanda come si possa essere ascoltati altrimenti. “Non sono sceso in piazza per spaccare tutto. Sono sceso perché sono stanco di vedere i miei genitori preoccuparsi per ogni spesa e di sentirmi dire che devo pensare al futuro, quando non so nemmeno se ci sarà“. Racconta di essere stato colpito ripetutamente dalla polizia, anche prima che cominciassero gli scontri: “La polizia ci ha manganellato solo perché per una volta ci stavamo facendo sentire”. La preoccupazione riguarda anche la scuola: F. frequenta un istituto tecnico e non vede nel percorso che sta facendo la promessa di un futuro migliore. “Sembra che ci stiano preparando soltanto per andare a lavorare in posti malpagati. Ma se uno vuole continuare a studiare, che possibilità ha?”.

“Lavorerò per non riuscire a vivere”

M. ha 18 anni, viene da una famiglia moldava ed è arrivato in Italia quando aveva due anni: vive a Gratosoglio, nella periferia milanese. Sta terminando le scuole superiori. Sabato ha seguito i video della protesta, domenica ha deciso di scendere in piazza. “Ma che futuro ci stanno dando? Sentiamo solo parlare di guerra, armi, sacrifici, sforzi. E noi? Ci era stato promesso che dopo lo studio avremmo avuto un futuro. Siamo stanchi, scendiamo anche in piazza per dire che non abbiamo più nulla da perdere”. I suoi genitori lavorano, ma faticano comunque ad arrivare a fine mese. M. non vuole ritrovarsi nella stessa condizione. “Che senso ha che andrò a lavorare per non riuscire a vivere?”.

“In piazza ti senti parte di qualcosa”

Y. ha 14 anni, è nato in Italia da una famiglia di origini egiziane e vive nell’hinterland milanese. È sceso in piazza dopo aver visto su TikTok i video di ragazzi che denunciavano l’assenza di prospettive e invitavano a manifestare. Ma le motivazioni, racconta, non erano tutte uguali. “Certo, una parte di noi è scesa anche per noia, per fare qualcosa di diverso dal solito stare nella piazzetta. Anch’io all’inizio ero andato per farmi un giro diverso e mettere qualche video online. Ma una volta lì ti senti parte di qualcosa e ti rendi conto che stanno parlando anche del tuo futuro e della tua vita”. Ammette che, una volta in mezzo alla folla, la tentazione di saccheggiare, come stavano facendo altri, è stata forte. “Non ho mai avuto nulla, solo vestiti delle bancarelle o che ci dà la Chiesa”. Alla fine ha scelto di non mettersi nei guai. Adesso ha paura del clima che si è creato, ma vorrebbe tornare in piazza. “Ho paura che, se smettiamo di andarci, nessuno si ricordi più di noi e dei nostri problemi”.

“Siamo solo all’inizio”

R. ha 17 anni, è nato e cresciuto in Italia, ha origini arabe e vive a San Siro. È sceso in piazza sia sabato sia domenica, spinto non solo dalla rabbia per il carovita, ma anche dalla stanchezza di sentirsi giudicato per le sue origini. All’inizio pensava che gli appelli circolati sui social sarebbero rimasti parole. Invece, una volta arrivato, ha trovato anche alcuni compagni di scuola. “Mi sono stancato di sentirmi dire ‘tornatene al tuo Paese’. Ma quale Paese? Io sono nato qui, sono cresciuto qui. Quando sento parlare di remigrazione mi chiedo dove dovrei andare. Questa è casa mia”. A scuola, racconta, anche il cognome basta a farlo sentire giudicato. Nelle strade del centro, invece, dice di sentirsi subito sotto controllo: “Appena andiamo nelle vie del centro siamo subito controllati dalla polizia. Sembra che appena diventiamo visibili siamo un disturbo”. È anche contro l’etichetta di “maranza” che R. se la prende , con una provocazione sarcastica: “Sono stanco di essere definito così. Perché devo avere un’etichetta? E se poi devo averla, perché vengo contestato se rubo e rompo le cose? Non è l’etichetta che mi avete dato?”. Poi torna a parlare della polizia. Racconta che sabato gli agenti avrebbero cominciato a chiudere le strade e che da lì la situazione sarebbe precipitata. Sostiene che la polizia abbia colpito per prima e racconta di essere stato a sua volta colpito in faccia e sulle gambe. Da quel momento racconta: “Se tu mi colpisci, perché io devo rimanere tranquillo?” . La rabbia, però, non si è esaurita con quelle due giornate. “Lavoriamo, paghiamo le tasse, ma quando abbiamo bisogno noi sembra che il problema non sia altrettanto importante”. Domenica è tornato in piazza anche per questo. “Se la risposta è che dobbiamo stare a casa e non farci vedere, allora non è cambiato niente. Siamo solo all’inizio, torneremo in piazza”.

F. torna a parlare di quello che, secondo lui, è rimasto fuori dal racconto delle due giornate. “Adesso si parla soltanto delle vetrine rotte, ma prima di sabato chi parlava di noi? Di quello che succede nelle nostre case, dei soldi che mancano, del futuro che non abbiamo? Finché non si parlerà dei problemi veri e del futuro che ci aspetta, saremo costretti a scendere in piazza. Non abbiamo nulla da perdere”.

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Dalla cittadinanza al diritto di voto, nasce il partito delle 23 comunità: “La politica ci usa solo alle elezioni”

16 October 2026 at 07:09

Ventitré comunità, un partito nuovo e una critica rivolta a chi, finora, avrebbe dovuto rappresentarle. Si chiama Assieme la nuova formazione politica da cittadini italiani, italiani di origine straniera e persone provenienti da diverse comunità e realtà culturali. A guidarla è il segretario Edgar Galiano Cifuentes e il presidente Sibi Mani Kumaramangalam, già presidente del Partito democratico di Roma, che dopo anni di militanza nelle forze politiche tradizionali ha deciso di tentare la strada di un soggetto autonomo. “Ci utilizzano soltanto come orpelli al momento delle elezioni, per mettere qualcuno nelle liste”, accusa a ilfattoquotidiano.it Kumaramangalam. Il progetto riunisce persone provenienti da 23 Paesi con l’ambizione di trasformare la presenza delle comunità di origine straniera in Italia in una rappresentanza politica organizzata. Kumaramangalam conosce dall’interno una parte di quel mondo che oggi critica: ha guidato il Pd romano e partecipato agli organismi nazionali del partito. “Sono quasi 35 anni che vivo in Italia e abbiamo cominciato questo percorso per difendere i diritti degli immigrati. Tanti hanno fatto politica nei partiti tradizionali, ma non è cambiato nulla. Noi non abbiamo le spalle per raccomandare, non siamo figli di qualcuno”.

A tenere insieme esperienze e sensibilità politiche diverse, nelle intenzioni dei promotori, è la Costituzione italiana. Non una nuova piattaforma ideologica da contrapporre a quelle esistenti, ma il riferimento da cui partire per rivendicare diritti e partecipazione. “La Costituzione basta applicarla”, sostiene Kumaramangalam, secondo cui molte delle questioni che riguardano le comunità di origine straniera e non solo possono essere affrontate proprio a partire dai principi costituzionali. Il partito si presenta così come uno spazio aperto anche agli italiani senza background migratorio, con l’obiettivo di superare la separazione tra chi viene considerato parte della società italiana e chi continua a essere identificato soprattutto attraverso le proprie origini. Il programma è ancora in costruzione. Registrato il 31 luglio, Assieme ha fissato al 30 novembre il termine per raccogliere proposte e definire le proprie priorità. Tra i temi centrali c’è la cittadinanza per i bambini nati o cresciuti in Italia. “Almeno i bambini che fanno un percorso di studi in Italia devono avere una possibilità di ottenere la cittadinanza con un iter più breve”, spiega il presidente, che racconta l’esperienza dei bambini, cresciuti nel Paese ma formalmente stranieri. “Quando chiedi a un bambino chi sono i suoi compagni, ti risponde con i loro nomi. Sono gli adulti a dire che quel bambino è filippino, marocchino o indiano”. Un’altra rivendicazione riguarda il diritto di voto dei cittadini stranieri residenti, almeno alle elezioni amministrative. “Se io pago le tasse, devo avere i miei diritti. Ma se non sono cittadino, non posso partecipare per scegliere il mio rappresentante politico”. Kumaramangalam insiste sul mancato riconoscimento del diritto di voto ai cittadini stranieri residenti, anche a livello locale, e sulla distanza tra la loro partecipazione alla vita del Paese e la possibilità di incidere sulle decisioni che li riguardano. “In Italia è uno dei Paesi che non ha ratificato la rappresentanza a livello locale”, afferma, riferendosi alla Convenzione di Maastricht. Una battaglia che, per Assieme, riguarda il riconoscimento politico di chi vive stabilmente in Italia, lavora e contribuisce alla collettività.

Sul lavoro, Assieme indica tra le priorità il riconoscimento dei titoli di studio e delle competenze professionali maturate all’estero, per evitare che persone qualificate siano costrette ad accettare occupazioni lontane dalla propria esperienza. “Ci sono persone che arrivano con una laurea e un bagaglio di esperienza, ma non riescono a trovare un lavoro adeguato a quello che sanno fare”. Il presidente richiama anche le difficoltà di accesso al credito per gli imprenditori di origine straniera, che possono incontrare ostacoli nell’avviare un’attività o farla crescere. Il lavoro, insieme all’inclusione e alla libertà, è del resto uno dei tre principi richiamati nel simbolo del partito. Resta da definire il posizionamento politico. Assieme si colloca per ora al centro, in una formazione che raccoglie persone con sensibilità differenti e che non intende legarsi in partenza a un unico schieramento. Kumaramangalam conferma la disponibilità a dialogare con tutte le forze politiche interessate alle battaglie del partito. “Se ci sarà convergenza sui nostri punti, ci saremo”. L’intenzione è partecipare alle prossime scadenze elettorali, a partire dalle amministrative. Una candidatura autonoma alle politiche appare invece complicata in solitaria, secondo Kumaramangalam, dagli obblighi di raccolta delle firme previsti dalla legge elettorale. L’obiettivo immediato è raggiungere 10mila iscritti entro la fine del 2026, per costruire una struttura organizzativa e radicarsi sul territorio.

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Il World Food Programme rinnova il contratto con Palantir. L’appello delle ong all’Onu: “Stop all’accordo, è coinvolta nel genocidio a Gaza”

16 October 2026 at 07:07

Il World Food Programme (WFP), l’agenzia delle Nazioni Unite che porta aiuti alimentari alle popolazioni colpite da guerre e crisi umanitarie, ha rinnovato per altri cinque anni la collaborazione con Palantir, la controversa società statunitense di analisi dei dati fondata da Peter Thiel e Alex Karp. A denunciarlo sono le organizzazioni firmatarie di una lettera aperta indirizzata ai vertici dell’agenzia, tra cui WeMove Europe, che chiede di interrompere l’accordo e rendere pubblici i termini della partnership. La campagna punta ora a coinvolgere i delegati governativi che si riuniranno a Roma il 22 ottobre, con l’obiettivo di interrompere i rapporti con l’azienda statunitense.

La campagna contro Palantir è partita a marzo allo scopo di contrastare i rapporti tra la società statunitense e i governi europei, denunciando il suo coinvolgimento nelle attività di sorveglianza e in ambito militare. Nel tempo si è allargata a una coalizione internazionale e si è concentrata, dopo il rinnovo dell’accordo, anche sul rapporto con il WFP. “Porta aiuti alimentari alle famiglie di Gaza, ma allo stesso tempo utilizza il software di un’azienda accusata di essere coinvolta nel genocidio palestinese. È una contraddizione che vogliamo portare all’attenzione pubblica. Non possiamo accettare che questa collaborazione continui”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giulio Carini, responsabile della campagna per WeMove Europe. Il nodo è anche il contesto in cui opera l’agenzia: il WFP interviene in territori dove i conflitti aggravano l’insicurezza alimentare e rendono più difficile distribuire gli aiuti. Per WeMove Europe, affidarsi a una società che fornisce strumenti anche ad apparati militari e di intelligence solleva interrogativi sulla coerenza della missione umanitaria e sulle garanzie necessarie a proteggere dati e informazioni.

La collaborazione tra il WFP e Palantir è iniziata nel 2017 con un progetto pilota. Nel 2019 è stato firmato un accordo quinquennale dal valore stimato di 45 milioni di dollari, presentato come una fornitura gratuita di tecnologia e servizi. A luglio 2026 la partnership è stata rinnovata di ulteriori cinque anni. Nel rapporto Palantir and the World Food Programme: The egregious partnership at the heart of the world’s largest humanitarian supply chain, pubblicato il 16 giugno 2026, Tech for Bad ricostruisce il ruolo assunto dalla tecnologia della società statunitense nella gestione degli aiuti del programma alimentare mondiale. Palantir ha sviluppato per il WFP il sistema DOTS (Digital Operations and Transformation System), basato sulla piattaforma Foundry, che raccoglie e organizza informazioni su acquisti, fornitori, trasporti, magazzini e distribuzione degli aiuti. A questo si affianca Prisma, uno strumento per ottimizzare la catena di approvvigionamento che, secondo il rapporto, è operativo in 46 paesi. Questi sistemi consentono all’agenzia di seguire diverse fasi della propria attività logistica attraverso un’unica infrastruttura digitale. La diffusione di questi strumenti solleva però un problema di dipendenza tecnologica. Più il WFP li integra nelle proprie attività, più diventa difficile sostituirli.

Un audit interno dell’agosto 2025, rivelato dalle testate France 24 e PassBlue, segnalava proprio l’assenza di una strategia definita per uscire dall’accordo, oltre a criticità nella gestione dei rischi e nella tutela della privacy che non erano state affrontate adeguatamente. Il WFP sostiene di non essere vincolato a un unico fornitore, ma senza un piano di uscita restano da chiarire i tempi e i costi necessari per sostituire sistemi ormai integrati nella gestione degli aiuti.

I dubbi riguardano anche le informazioni trattate attraverso queste piattaforme. Il WFP sostiene che Palantir non riceva dati che consentano di identificare direttamente i beneficiari. DOTS è però collegato all’ecosistema digitale in cui opera anche SCOPE, la piattaforma utilizzata dall’agenzia per gestire le informazioni sulle persone assistite. Secondo Tech for Bad, attraverso questo collegamento Palantir potrebbe entrare in contatto anche con dati aggregati relativi ai beneficiari, pur senza conoscere direttamente la loro identità. Il rapporto pone quindi una questione su come queste informazioni possano essere utilizzate dalla società.

Un ulteriore interrogativo riguarda il contratto del 2019: un esperto a conoscenza dell’accordo, rimasto anonimo e citato da France 24, ha richiamato una clausola che consentirebbe a Palantir di utilizzare determinati dati per migliorare le prestazioni dei propri prodotti, con possibili implicazioni anche per l’addestramento degli algoritmi. Tech for Bad segnala inoltre che il know-how maturato nella collaborazione con il WFP potrebbe contribuire allo sviluppo di strumenti destinati ad altri clienti.

A rendere controversa la partnership, secondo le organizzazioni, è anche il profilo della società. Fondata nel 2003 con il sostegno iniziale di In-Q-Tel, fondo d’investimento legato alla Cia, Palantir sviluppa strumenti di analisi dei dati per governi, apparati di intelligence e forze armate. Nel gennaio 2024 ha annunciato una partnership strategica con il ministero della Difesa israeliano.

Nel rapporto From Economy of Occupation to Economy of Genocide, pubblicato nel 2025, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha indicato l’esistenza di “ragionevoli motivi per ritenere” che Palantir abbia fornito infrastrutture digitali e strumenti di intelligenza artificiale a sostegno delle operazioni militari israeliane, compresi sistemi per integrare informazioni sul campo di battaglia e supportare le decisioni militari. Per WeMove Europe e le altre organizzazioni che contestano l’accordo, il problema è la compatibilità tra la missione umanitaria delle Nazioni Unite e il ricorso a una società che lavora anche per apparati militari, soprattutto in territori di conflitto, dove le informazioni su trasporti, magazzini e distribuzione degli aiuti hanno un valore operativo rilevante.

Anche la formula della fornitura gratuita va ridimensionata. I registri degli acquisti delle Nazioni Unite consultati da France 24 documentano pagamenti a Palantir per oltre 10,5 milioni di dollari tra il 2017 e il 2024. Il WFP ha spiegato che si tratta di spese per servizi cloud, hosting e assistenza tecnica necessari a utilizzare la piattaforma: costi distinti dal valore stimato dell’accordo del 2019, ma che mostrano come mantenere operativi questi sistemi comporti comunque esborsi per l’agenzia.

Il punto, per WeMove Europe e le altre organizzazioni, è che la missione umanitaria non può prescindere da garanzie verificabili sulla gestione dei dati e sulle condizioni di utilizzo delle tecnologie. È su queste criticità che si concentra la lettera aperta indirizzata ai vertici del WFP. Le organizzazioni firmatarie chiedono di interrompere la collaborazione, pubblicare i contratti e gli accordi relativi ai dati e avviare una revisione indipendente dei rischi. Chiedono inoltre un piano di transizione verso sistemi alternativi, interoperabili e orientati all’interesse pubblico, che consenta di ridurre la dipendenza da Palantir senza compromettere la distribuzione degli aiuti. WeMove Europe ha già cercato di portare queste richieste ai vertici dell’agenzia e ai rappresentanti europei coinvolti nella sua governance.

“Abbiamo inviato, insieme ai nostri delegati, oltre duemila email per chiedere un incontro e ottenere risposte sulle condizioni dell’accordo”, spiega Carini. Al momento dell’intervista, riferisce, non era ancora arrivata una risposta.“Non possiamo accettare che un’organizzazione umanitaria come il WFP continui a collaborare con una società come Palantir senza fare piena chiarezza sui dati e sui rischi legati a questa partnership. Chiediamo trasparenza e che l’accordo venga interrotto”, conclude Carini.

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