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Sfuggire a Trump. Come l’Ue pensa di riscuotere soldi dalle Big Tech
A Bruxelles stanno prendendo in considerazione una proposta che potrebbe aumentare i fastidi di Washington. Sul tavolo della Commissione europea c’è infatti la possibilità di modificare il contributo forfettario sulle grandi imprese, già inserito all’interno del bilancio comunitario per il settennato 2029-2034. L’idea è di alzare la soglia di accesso e aumentare il peso a carico delle aziende. Tra queste, ovviamente, anche quelle digitali. In questo modo, scrive il Financial Times, le Big Tech verrebbero tassate senza aggiungere una nuova imposta sui servizi digitali. Un sotterfugi per evitare che l’amministrazione di Donald Trump batta di nuovo i pugni sul tavolo. A giugno la Casa Bianca aveva minacciato di introdurre dazi al 100% per quei Paesi che introducevano una tassa sui servizi digitali – con un esplicito riferimento all’Europa. Difficilmente però il presidente statunitense non si accorgerà del trucco.
Il contributo, pensato a luglio scorso, prevede di tassare le aziende con un fatturato superiore ai 100 milioni di euro che operano sul territorio comunitario. La modifica si concentrerà sull’allargamento delle società da includere, ritoccando quindi i requisiti necessari per rientrare nella tassazione, e allo stesso tempo sull’importo che dovrebbero versare. Al momento, il sistema imporrebbe il pagamento di 100mila euro per le aziende – tutte, non solo quelle tecnologiche – con un fatturato netto compreso tra i 100 e i 250 milioni, fino a un massimo di 750mila euro per quelle che hanno ricavi minimi di 750 milioni. Il totale della cifra che finirà nelle tasche dell’Ue è pari a 6,8 miliardi di euro.
Passare dalla teoria alla pratica non sarà semplice. La discussione è accesa, proprio perché potrebbe potenzialmente comportare conseguenze non del tutto positive. C’è chi non è propenso a introdurre una tassa digitale per non inimicarsi gli americani, sostiene una fonte riservata al Ft. E c’è chi è contrario al versamento di una somma forfettaria, come previsto dal Corporate Resource for Europe (Core) per le società che offrono servizi digitali che hanno una filiale sul territorio comunitario. Da qui l’idea di estendere una tassa già esistenti a tutte le aziende, senza discriminazioni settoriali. In questo modo il risultato sarebbe duplice: verrebbe garantito un gettito in entrata superiore, senza scontentare nessuno. Almeno sulla carta.
Da quando Trump ha messo di nuovo piede alla Casa Bianca, gli europei fanno gli equilibristi per provare a tenere insieme l’interesse comunitario con un’alleanza storica. Trump e la sua amministrazione sono stati però piuttosto chiari: nessuna azienda americana deve essere trattata peggio delle altre. Il tycoon non fa sconti a nessuno. Austria, Francia, Italia e Spagna sono state già oggetto di indagine da parte di Washington a causa della loro imposta sui servizi digitali. Leggere che l’Ue ha trovato un modo per aggirare i suoi paletti non gli farà di certo piacere.
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Le PEA est devenu le premier motif de litige financier en France : comment sécuriser le vôtre, étape par étape
Par Vincent Clairmont
La médiation de l'Autorité des marchés financiers a traité 462 dossiers relatifs au PEA en 2025, contre 185 en 2024 — une hausse de près de 150 % qui fait du plan d'épargne en actions le premier motif de saisine du médiateur, devant l'épargne salariale et les SCPI. Le mouvement ne ralentit pas : 1 865 dossiers tous produits confondus au premier semestre 2026, en progression de 31 % sur un an, le PEA conservant la tête. Près des trois quarts de ces dossiers portent sur un seul acte : le transfert d'un établissement à un autre. Et 92 % des propositions du médiateur ont été acceptées par les deux parties en 2025 — autrement dit, dans la quasi-totalité des dossiers instruits, le tort n'était pas du côté de l'épargnant.
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JE M'INSCRIS lecourrierdesstrateges.frCes chiffres ne décrivent pas un produit défaillant. Ils décrivent un produit dont l'avantage fiscal repose entièrement sur une variable administrative — la date d'ouverture du plan — que le titulaire ne détient pas lui-même. Ce que vous protégez dans un PEA n'est pas votre capital : c'est un compteur, tenu par un tiers, et que trois ou quatre gestes mal exécutés suffisent à remettre à zéro. Je reprends le cycle de vie du plan étape par étape, avec à chaque étape le geste défensif correspondant.
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Un contribuable ne peut détenir qu'un seul PEA. Le plafond de versements est de 150 000 euros, porté à 225 000 euros en cumulant avec un PEA-PME, et limité à 20 000 euros pour le PEA jeunes ouvert par un majeur de moins de 25 ans rattaché au foyer fiscal de ses parents. Un couple marié ou pacsé dispose donc de deux plans, soit 300 000 euros de versements.
Le point décisif est ailleurs : l'antériorité fiscale — les cinq années au terme desquelles les gains sortent exonérés d'impôt sur le revenu — court à compter de la date du premier versement, quel qu'en soit le montant. Un plan ouvert avec dix euros et laissé dormir cinq ans est fiscalement mûr ; un plan ouvert aujourd'hui avec 150 000 euros ne l'est pas.
Je préconise d'ouvrir un PEA dès aujourd'hui avec le versement minimal accepté par l'établissement — de 10 à 500 euros selon les enseignes — si vous n'en détenez pas encore, y compris si vous n'avez aucune intention d'investir en actions dans l'immédiat. Le coût est nul, le gain est de cinq ans d'antériorité. Et archivez immédiatement l'avis d'opération du premier versement en PDF, hors de l'espace client de la banque : c'est la seule preuve d'antériorité que vous détiendrez en propre, et vous en aurez besoin.
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Les 150 000 euros plafonnent le cumul des versements, pas la valeur du plan. Un PEA alimenté à hauteur de 150 000 euros et qui en vaut 400 000 après quinze ans
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Due ostacoli per le riforme Pnrr
Il Pnrr originario prevedeva varie riforme. Alcune sono state realizzate, altre no. Gli ostacoli principali sono stati due, uno di natura politica e uno prevalentemente economico. E ora il Piano, rivisto più volte, misura sempre più gli atti formali.
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