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- Prelievo di solidarietà temporaneo sugli extraprofitti del settore energetico: per l’Avvocatura Ue è legittimo
Prelievo di solidarietà temporaneo sugli extraprofitti del settore energetico: per l’Avvocatura Ue è legittimo
Secondo Athanasios Rantos, avvocato generale della Corte di Giustizia Ue, il prelievo di solidarietà temporaneo sugli extra-profitti del settore energetico è legittimo. Era stato introdotto nel 2022 in risposta alla crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina. Secondo l’Avvocatura della Corte di Giustizia Ue, il prelievo di solidarietà del 2022-2023 era “conforme al diritto dell’Unione“. Incideva sugli utili straordinari, ovvero eccedenti del 20% rispetto agli utili prodotti nei quattro esercizi precedenti, realizzati nei due anni interessati dalle imprese dei settori di petrolio, gas naturale, carbone e raffinazione.
Nelle sue conclusioni, Rantos sostiene che la misura economica era “urgente, temporanea e proporzionata“, oltre a sottolinearne il “carattere eccezionale e temporaneo“. Giustificata anche la restrizione ad alcuni operatori, in quanto “fondata su criteri oggettivi e riguardante le imprese più importanti in termini di quote di mercato”, che perciò non costituisce né una differenza di trattamento selettiva né un aiuto di Stato.
Di recente Italia, Germania, Portogallo, Spagna, Austria e Polonia hanno inviato una lettera al ministro delle Finanze irlandese che presiede l’Ecofin auspicando un nuovo quadro comune per la tassazione delle grandi aziende che traggono profitto dalla crisi causata dal conflitto in Medio Oriente. Alla richiesta era seguita la promessa di dar fondo a nuove analisi di fattibilità.
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- El Parlamento Europeo propone una misión naval de la UE en el mar Negro tras los últimos ataques de drones contra buques comerciales
El Parlamento Europeo propone una misión naval de la UE en el mar Negro tras los últimos ataques de drones contra buques comerciales
Fue a las cuatro de la madrugada del viernes pasado. Varios drones alcanzaron al Wine Trader, un buque cisterna que transportaba productos químicos y navegaba por el mar Negro a unos 25 kilómetros de la localidad rumana de Sulina, en la desembocadura del Danubio y a un paso de la frontera con Ucrania. Las explosiones provocaron un incendio y dañaron gravemente la embarcación. Cinco marineros pudieron ser rescatados, pero otros siete permanecen desaparecidos. “Los que tenían sus camarotes en los niveles superiores tuvieron tiempo de salvarse”, explican desde el Sindicato Libre de Navegantes de Rumania. Los desaparecidos, en cambio, probablemente quedaron atrapados bajo la estructura metálica de la embarcación. Esta ofensiva culminó una escalada de incidentes que ha golpeado en apenas diez días a siete mercantes frente a las costas de Rumania y Bulgaria.

© ROMANIAN INTERIOR MINISTRY (via REUTERS)
Per un TikTok europeo in stile Usa. Ecco l’idea di Mathias Döpfner
Lo scorso gennaio Mathias Döpfner, amministratore delegato e comproprietario del gruppo editoriale tedesco Axel Springer, ha ospitato nel suo studio di Berlino Charles Kushner. Dall’ambasciatore statunitense in Francia, nonché padre di Jared, genero di Donald Trump, voleva sapere qualche dettaglio del piano pensato dall’amministrazione americana per TikTok. Anche Döpfner aveva in mente qualcosa di simile, così da fugare le preoccupazioni di sicurezza che circondano la piattaforma cinese, per cui una chiacchierata non avrebbe fatto male. A raccontare l’incontro è il Financial Times, secondo cui il magnate dei media vorrebbe arrivare a un accordo per scorporare il social network e diventare titolare della sezione europea.
La questione è tutta in divenire. Sia Byte Dance, proprietaria di TikTok, sia funzionari della Commissione europea che hanno discusso della proposta con Döpfner hanno chiuso la porta, definendola una suggestione irrealizzabile. La questione è problematica soprattutto per Bruxelles. Le sue regole sulla sicurezza valgono per tutti gli operatori, dentro e fuori l’Ue, e sono stringenti. Forse non così tanto, come ha sottolineato il vicepresidente del Parlamento europeo Martin Hojsík: “Non stiamo applicando sufficientemente il Digital Services Act e il Digital Markets Act. Dobbiamo chiamare le piattaforme a rispondere delle loro responsabilità”. Döpfner però non perde le speranze.
TikTok, affermava in una intervista a Dpa a inizio settembre, “dovrebbe essere venduto ad azionisti democratici o bandito. Non capisco ancora perché noi in Europa non stiamo agendo. Gli americani hanno dimostrato che si può fare”. Non è un caso che le aziende che amministra siano da poco sbarcare su TikTok. Axel Springer, Bild e Welt hanno di recente aperto un loro profilo sulla piattaforma. Politico e Telegraph, sempre di proprietà di Döpfner, già ne hanno uno. Ed è proprio Axel Springer a uscire allo scoperto: “Come risulta chiaro dalle sue dichiarazioni pubbliche, Mathias Döpfner ha sempre sostenuto una soluzione europea per TikTok sulla falsariga del modello americano. Se tale soluzione si fosse concretizzata, avremmo accolto con favore l’opportunità di farne parte in quanto importante operatore mediatico europeo”.
Dietro c’è anche dell’altro. La strategia di Döpfner è larga e punta a inglobare altri interessi. Politico è uno dei media che sono stati bannati dalla Casa Bianca su ordine di Trump. Per cercare di riportare i suoi giornalisti all’interno delle sale istituzionali americane, Döpfner ha avviato una capillare opera di persuasione. Non soltanto con Kushner. A febbraio, quindi un mese dopo averlo incontrato, si è visto con Susie Wiles, l’importantissima capa di gabinetto di Trump, che la considera centrale per il suo lavoro. A settembre, invece, ha premiato di persona Peter Thiel, altra figura fondamentale nell’alveo del presidente. Un modo elegante per cercare di rientrare nella sua cerchia.
La deuda francesa alcanza un interés récord en dos décadas tras las protestas
Correggere il Green Deal dovrebbe servire a renderlo efficace
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Non c’è tema politico più divisivo del Green Deal nell’Unione Europea, anche all’interno dei singoli Stati. Richieste di soppressione, modifiche radicali, attuazione senza intoppi attraversano le campagne elettorali. Ma è bene ricordare che la ragione per cui è stato promosso non è uno slancio etico ma una valutazione di costi e benefici ambientali ed economici che, certo, deve essere aggiornata, ma non tradita.
In questi giorni il Partito popolare europeo sta spingendo per un nuovo rinvio dell’ETS2 (il mercato delle emissioni per trasporti e riscaldamento, previsto dal 2028) e per allentare le norme sulle emissioni di metano. Sul fronte delle auto, i negoziatori di PPE, Socialisti e Renew hanno raggiunto un compromesso che consentirebbe di ridurre fino all’87,5 per cento il taglio delle emissioni delle nuove auto nel 2035, anche attraverso crediti per l’acciaio europeo a basse emissioni, con aperture a carburanti rinnovabili e ibride plug-in e incentivi contabili per le piccole elettriche efficienti.
Sono iniziative in discussione, non decisioni già approvate: l’intesa sulle auto deve essere confermata dai gruppi politici, diventare la posizione del Parlamento e poi essere negoziata con i governi. Ma il segnale politico è chiaro: il ridimensionamento non viene più soltanto da governi e industria, coinvolge ormai anche la maggioranza europeista del Parlamento, Renew compresa. Imporre nuovi costi a chi non ha alternative accessibili può essere un errore. Ma la domanda di fondo è un’altra: cosa si intende fare del tempo guadagnato? Costruire quelle alternative o rinviarle ancora?
C’è un problema che i critici del Green Deal continuano a sottovalutare: la vulnerabilità di un’Europa che deve comprare all’estero gran parte dell’energia necessaria a vivere e produrre. Nella settimana conclusa il 18 ottobre, i flussi petroliferi dal Medio Oriente, comprese le rotte alternative a Hormuz, hanno superato, secondo il Wall Street Journal, i livelli pre-guerra (oltre 24 milioni di barili al giorno contro 23,3). Ma il recupero delle quantità non è un ritorno alla normalità. Trasporti, assicurazioni e rischio militare continuano a presentare il conto.
Il petrolio può arrivare senza tornare conveniente, e nessuno garantisce che arrivi domani alle stesse condizioni. È il costo della dipendenza, che scompare troppo spesso dal dibattito: si sommano gli oneri della transizione e si tratta la conservazione del sistema precedente come se fosse gratuita.
Intanto il clima ci mette fretta. Il nuovo Emissions Gap Report dell’UNEP avverte che il superamento di 1,5 gradi non è più evitabile. Bisogna contenerne entità e durata, tagliando rapidamente le emissioni per rendere possibile un ritorno sotto quella soglia entro fine secolo. Essere in ritardo è una ragione per accelerare gli interventi efficaci e finanziare l’adattamento, non per fermarsi.
Questo non significa che ogni misura del Green Deal fosse giusta o ogni scadenza ragionevole. Ma alle ragioni climatiche della transizione si aggiungono quelle della sicurezza economica.
Il paradosso è evidente: i conservatori rivendicano la sovranità, ma una parte di quella sovranità passa dalla capacità di produrre energia sul nostro territorio e di consumarne meno. Il nostro sole e il nostro vento non attraversano Hormuz. L’efficienza non richiede una scorta navale. Certo, non sostituiscono direttamente il petrolio dei trasporti: lo fanno attraverso l’elettrificazione e riducono il peso del gas. Servono impianti, reti, accumuli, e bisogna evitare di sostituire una dipendenza con un’altra (questa volta dai componenti cinesi). Ma un combustibile da ricomprare ogni giorno e un impianto che produce per anni non comportano la stessa vulnerabilità.
Difendere il Green Deal non obbliga a difenderne ogni disposizione. Correggerlo dovrebbe servire a renderlo efficace. L’autonomia energetica richiede investimenti e reti comuni, un mercato integrato, una capacità industriale europea. Richiede, insomma, più Europa. Chi invoca la sovranità dovrebbe spiegare come conquistarla continuando a comprare, insieme a gas e petrolio, la propria vulnerabilità.
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El Tribunal Penal Internacional gana el premio Sájarov 2026 del Parlamento Europeo
El Parlamento Europeo ha desafiado abiertamente a Donald Trump y sus intentos de trastocar el orden y los valores internacionales al conceder este año su premio Sájarov por la libertad de conciencia al Tribunal Penal Internacional (TPI) y sus miembros. Es un gesto contundente de apoyo a los jueces de La Haya, que están, de nuevo, en la mira del presidente de Estados Unidos. La Casa Blanca ordenó otra tanda de duras sanciones contra el organismo internacional inmediatamente después de que una de sus antiguas juezas, Navi Pillay, ganara a comienzos de mes el Nobel de la Paz que tanto ansía el inquilino de la Casa Blanca.

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- El Mundo
- La Corte Penal Internacional, Premio Sájarov a la libertad de conciencia del Parlamento Europeo
La Corte Penal Internacional, Premio Sájarov a la libertad de conciencia del Parlamento Europeo

Rusia golpea importantes objetivos en capital ucraniana
Moscú, 22 oct (Prensa Latina) El Ministerio de Defensa de la Federación de Rusia comunicó hoy que durante un ataque masivo sus tropas bombardearon la planta de ensamblaje de aviones Antonov en la capital ucraniana.
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- El País
- Rusia golpea Kiev con varias oleadas de misiles balísticos horas después de la propuesta ucrania de negociación
Rusia golpea Kiev con varias oleadas de misiles balísticos horas después de la propuesta ucrania de negociación
A última hora del miércoles, el presidente de Ucrania, Volodímir Zelenski, había emprendido viaje de regreso a Ucrania desde Noruega cuando impulsó la posibilidad de un alto el fuego que congelase las actuales líneas del frente y una reunión a tres bandas con sus homólogo ruso, Vladímir Putin, y estadounidense, Donald Trump. La realidad de la guerra se imponía, sin embargo, a la diplomática casi a la misma vez: en torno a las diez de la noche (una hora menos en Madrid), una lluvia de misiles balísticos rusos se precipitaba sobre Kiev. A su vez, desde territorio ucranio despegaban hacia Rusia varios cientos de drones.

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Ciclone Harry, dall’Ue 74,9 milioni all’Italia: a cosa serviranno gli aiuti
Arrivano gli aiuti dell’Unione europea per le aree colpite dal ciclone Harry nello scorso gennaio. L’Italia in particolare riceverà 74,9 milioni di euro da parte del Parlamento europeo che ha approvato lo stanziamento nell’ambito del Fondo di solidarietà dell’Ue, lo strumento comunitario che aiuta gli Stati membri a fronteggiare le conseguenze delle grandi calamità naturali. Le risorse serviranno a contribuire agli interventi necessari per superare i danni provocati dalla tempesta e favorire il ritorno alla normalità nei territori interessati.
Il via libera è arrivato il 21 ottobre 2026 a Strasburgo, con 651 voti favorevoli, 17 contrari e 3 astensioni. L’erogazione dei fondi deve ora passare attraverso l’approvazione formale del Consiglio dell’Unione europea, prima del trasferimento delle risorse da parte della Commissione europea.
Ciclone Harry, quanto riceverà l’Italia dall’Unione europea
La somma prevista per l’Italia ammonta a 74,9 milioni di euro. Si tratta di un sostegno finanziario destinato agli interventi di ripristino nelle zone colpite dal ciclone Harry, che ha interessato il Paese nel gennaio 2026. Il finanziamento rientra in un pacchetto complessivo da 489 milioni di euro approvato dal Parlamento europeo per aiutare quattro Paesi a far fronte ai danni provocati da eventi meteorologici estremi.
Oltre all’Italia, sono coinvolti Malta, che riceverà 3,7 milioni di euro per le conseguenze della stessa tempesta Harry, il Portogallo e la Spagna, colpiti da gravi inondazioni nel febbraio 2026. Nel dettaglio, sono previsti 261,5 milioni di euro per il Portogallo e 149,1 milioni per la Spagna. La ripartizione delle risorse riflette le richieste di assistenza presentate dai singoli Paesi in relazione ai danni subiti.
A cosa serviranno i fondi per il ciclone Harry
Le risorse europee sono destinate a sostenere il ripristino delle aree danneggiate dalla tempesta. Il Fondo di solidarietà dell’Ue interviene infatti per aiutare gli Stati a gestire le conseguenze di calamità naturali particolarmente gravi e a finanziare le operazioni necessarie per il recupero dei territori colpiti.
Il sostegno non va quindi interpretato come un contributo erogato direttamente a tutte le famiglie o alle imprese danneggiate. Si tratta, piuttosto, di fondi pubblici destinati agli interventi ammissibili previsti dal meccanismo europeo, secondo le procedure e le condizioni stabilite per il loro utilizzo. L’obiettivo è contribuire alle spese legate alla gestione dell’emergenza e al ripristino delle condizioni essenziali nelle aree interessate. L’effettiva destinazione delle somme dipenderà dagli interventi riconosciuti ammissibili e dalle modalità di attuazione previste dalle autorità competenti.
Fondo di solidarietà Ue, come funziona
Il Fondo di solidarietà dell’Unione europea è stato istituito per consentire all’Ue di fornire un sostegno finanziario agli Stati membri colpiti da gravi calamità naturali. Può essere attivato, in presenza dei requisiti previsti, per contribuire a coprire alcune spese pubbliche sostenute per affrontare l’emergenza e ripristinare servizi e infrastrutture essenziali.
Il fondo rappresenta uno strumento di solidarietà tra Paesi europei: permette di affiancare le risorse nazionali quando un evento eccezionale provoca danni rilevanti e richiede interventi straordinari. L’approvazione del Parlamento europeo è un passaggio importante, ma non coincide ancora con il trasferimento effettivo del denaro. Nel caso degli aiuti per il ciclone Harry, resta necessaria l’approvazione formale del Consiglio Ue, dopodiché la Commissione europea potrà procedere con il finanziamento.
Putin dice di voler trattare con l’Ucraina, ma continua a bombardarla
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Vladimir Putin ha annunciato di essere disposta a riprendere i negoziati con Ucraina e Stati Uniti per cercare di mettere fine alla guerra, dopo un incontro di circa tre ore con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, ieri a San Pietroburgo. I colloqui potrebbero svolgersi a metà novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, ma per il momento non sono stati concordati né una data definitiva, né un programma negoziale. L’apertura del Cremlino è arrivata mentre il presidente americano Donald Trump sostiene che un accordo sia sempre più vicino, nonostante le persistenti divergenze tra Mosca e Kyjiv e il proseguimento degli attacchi russi contro le città ucraine.
Poche ore dopo l’annuncio, nella notte tra mercoledì e giovedì, nuovi missili russi hanno colpito la capitale ucraina, danneggiando edifici residenziali e provocando sei feriti, secondo il sindaco Vitaliy Klitschko. Gli attacchi si sono aggiunti ai bombardamenti delle ore precedenti, che avevano causato tre morti e dodici feriti a Kyjiv e altre due vittime nella regione di Kharkiv. La prosecuzione delle operazioni militari mostra la distanza tra la disponibilità a tornare al tavolo negoziale e la possibilità di ottenere una sospensione effettiva dei combattimenti.
A comunicare la posizione russa è stato Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera, che ha partecipato all’incontro con Witkoff. Secondo Ushakov, il presidente russo ha accettato in linea di principio la proposta americana di riprendere i negoziati trilaterali a partire dal 10 novembre. I colloqui dovrebbero svolgersi inizialmente a livello tecnico, con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti, e concentrarsi sulle future garanzie di sicurezza per Mosca e Kyjiv. Abu Dhabi è stata indicata come possibile sede. Durante l’incontro, Witkoff ha inoltre presentato a Putin le proposte discusse il giorno precedente con l’Ucraina e i governi europei, tra cui nuove garanzie di sicurezza e una possibile sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Ushakov le ha giudicate poco utili per arrivare a una soluzione del conflitto, pur riconoscendo successivamente alcuni segnali di progresso diplomatico.
Witkoff ha definito costruttivo l’incontro con Putin, il nono tra i due dall’inizio dei contatti diplomatici promossi dall’amministrazione Trump, e ha confermato che le discussioni proseguiranno in un formato trilaterale. Ha però riconosciuto che rimane ancora molto lavoro da fare per arrivare a un accordo. Secondo Reuters, l’inviato americano ha consegnato a Putin alcuni documenti contenenti nuove idee per una possibile intesa.
La riunione di San Pietroburgo è stata preceduta da una serie di incontri a Oslo, dove martedì Witkoff aveva discusso con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con rappresentanti europei, tra cui il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb. Ai colloqui avevano partecipato anche rappresentanti della NATO. Durante gli incontri in Norvegia era stata avanzata anche la possibilità di organizzare un vertice direttamente tra Trump, Putin e Zelensky. Il Cremlino non ha assunto alcun impegno in questo senso, limitandosi ad accettare la ripresa delle discussioni tra funzionari. Mosca ha ribadito che un eventuale incontro tra Putin e Zelensky dovrebbe essere preceduto da un’attenta preparazione diplomatica.
Parlando con i giornalisti durante il ritorno dalla Norvegia, Volodymir Zelensky ha spiegato di avere ricevuto dagli Stati Uniti la conferma della disponibilità di Mosca e di sostenere la proposta americana di convocare rapidamente le delegazioni, preferibilmente entro i primi giorni di novembre. Ha aggiunto che Kyjiv è disponibile a discutere qualsiasi iniziativa che possa portare a un cessate il fuoco, compresa una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, oltre a misure umanitarie. Zelensky ha comunque ricordato che la Russia aveva già manifestato in passato la volontà di partecipare ai negoziati, salvo poi rinviarli o interromperli.
Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, nel febbraio del 2022, si sono susseguite diverse iniziative negoziali senza che fosse raggiunta un’intesa per fermare la guerra. Nei primi mesi del 2026, rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti si erano incontrati ad Abu Dhabi e successivamente a Ginevra, ottenendo progressi limitati soprattutto agli scambi di prigionieri. I colloqui si erano poi interrotti a febbraio, in coincidenza con l’inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Il principale ostacolo a un accordo resta la distanza tra le condizioni poste dai due paesi. Ieri Zelensky ha ribadito di essere disposto ad accettare un cessate il fuoco che congeli le posizioni militari lungo l’attuale linea del fronte, rinviando a successive trattative la definizione delle garanzie di sicurezza. Una soluzione del genere non comporterebbe necessariamente il riconoscimento giuridico dei territori occupati dalla Russia, ma permetterebbe di interrompere i combattimenti senza attendere un accordo politico complessivo.
Mosca continua invece a rivendicare il controllo dell’intera regione di Donetsk, nell’Ucraina orientale, comprese le aree che le sue forze non sono riuscite a conquistare. Il Cremlino mantiene inoltre la propria opposizione a un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO e insiste sulla necessità di raggiungere un accordo complessivo, anziché limitarsi a una tregua temporanea. Attualmente la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, compresa la Crimea, annessa illegalmente nel 2014. Putin ha ripetuto durante l’incontro con Witkoff che le sue truppe manterrebbero l’iniziativa strategica lungo il fronte, una valutazione contestata da Kyjiv e dai suoi alleati europei, che descrivono una situazione militare sostanzialmente bloccata.
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- El País
- Volodímir Yermolenko, filósofo ucranio: “Es humillante que el desenlace de una guerra en Europa lo decidan Putin, Trump y Xi”
Volodímir Yermolenko, filósofo ucranio: “Es humillante que el desenlace de una guerra en Europa lo decidan Putin, Trump y Xi”
La barbarie acosa a sus víctimas allá donde vayan. A Tetyana Ogárkova y Volodímir Yermolenko les cuesta pensar que lejos de la guerra, ellos hagan o hablen de cosas diferentes a las que comparten con sus tres hijos su casa familiar de Brovary, objetivo diario de los bombardeos, a las afueras de Kiev, la capital de Ucrania. Bromean mientras posan en la terraza de un hotel de Madrid, donde presentan La vida en el límite (Libros del Asteroide), un viaje literario sobre el horror que atraviesa su país. Un día antes lo hicieron en Barcelona, invitados por el centro cultural CCCB. Entre risas y chanzas suenan unos pitos en el teléfono móvil de Ogárkova, que mantiene activas las alertas antiaéreas que atenazan su hogar. Rusia está bombardeando algún rincón de Ucrania.
- El País
- La banca afronta una factura millonaria al tener que devolver el dinero a sus clientes víctimas de fraude
La banca afronta una factura millonaria al tener que devolver el dinero a sus clientes víctimas de fraude
El cliente siempre tiene la razón, también en cuestiones relacionadas con fraudes bancarios. La justicia europea ha puesto el punto final a las disputas entre las entidades y las víctimas de fraudes, incluso aunque hayan cometido una negligencia grave, como llevar anotada la clave en la tarjeta de crédito, dictar por teléfono el código de un solo uso o instalar una aplicación de control remoto en el ordenador a solicitud de un desconocido. De entrada, las entidades financieras no podrán aducir ese motivo para denegar la devolución del dinero, como hacían hasta ahora, de acuerdo con una reciente sentencia del Tribunal de Justicia de la Unión Europea (TJUE). Los bancos tendrán que reclamarle, a posteriori, el dinero al cliente.

© Marcos Villaoslada (EFE)
Francia e Germania mettono da parte le rivalità per arginare la Cina
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Francia e Germania sono sempre state come cane e gatto. Per almeno un secolo e mezzo, la politica europea è stata attraversata dalla loro rivalità. Oggi a riavvicinarle è il timore verso la sovraccapacità industriale cinese, anche perché il deficit commerciale dell’Unione europea con la Cina ammonta a un miliardo di euro al giorno. Il 5 ottobre Friedrich Merz ed Emmanuel Macron hanno scritto congiuntamente a Ursula von der Leyen chiedendo uno strumento per escludere un Paese terzo dal mercato unico. Obiettivo tacito, la Cina. Fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginarlo, soprattutto da parte tedesca, poiché la Germania è legata a doppio filo alle imprese cinesi.
Non che Parigi e Berlino siano improvvisamente del tutto d’accordo su come proteggere l’industria europea. La posta in gioco riguarda l’intera base industriale, dall’acciaio alle tecnologie pulite. Proprio sull’automotive si erano trovate su fronti opposti. Sulle emissioni delle nuove auto al 2035, Berlino voleva obiettivi più leggeri mentre Parigi resisteva. Sull’Industrial Accelerator Act (Iaa), la proposta con cui Bruxelles vuole usare appalti e incentivi pubblici per sostenere la produzione europea, i ruoli erano invertiti. Parigi voleva un “Made in Europe” rigido, Berlino temeva di escludere partner importanti e di spezzare le catene di fornitura della sua industria. Il 16 ottobre, l’armistizio. La Francia ha accettato un obiettivo di riduzione delle emissioni delle nuove auto del 90% entro il 2035; la Germania ha accettato un criterio “Made in Europe” per l’auto nell’Iaa. Entrambi i dossier sono ingabbiati nel trilogo, e il compromesso politico rimane tutto da tradurre in realtà.
È stata la Cina a spingere Francia e Germania verso l’intesa. A metà giugno i leader europei avevano chiesto alla Commissione di provare la strada del dialogo con Pechino per riequilibrare il deficit commerciale, preparandosi a intervenire se entro l’autunno non fossero arrivati risultati. Il 29 giugno Maroš Šefčovič, Commissario europeo al Commercio, e il ministro cinese del Commercio Wang Wentao hanno così inaugurato le Eu-China Trade and Investment Consultations. Il primo banco di prova è stato l’automotive. Nel 2024 l’Ue aveva imposto dazi sulle auto elettriche cinesi ma non sulle ibride, e i produttori cinesi hanno sfruttato la falla. Quando Pechino ha rifiutato di limitare le esportazioni, la Commissione ha iniziato a preparare una reazione, un cosiddetto “strumento di salvaguardia”. Lo strumento è rapido ma ha un difetto. Le regole dell’Omc impongono di applicarlo a tutti, senza discriminazioni. Per fermare la Cina, Bruxelles avrebbe colpito anche Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e gli altri partner. È l’obiezione che si sente spesso a porte chiuse a Bruxelles: le salvaguardie colpirebbero soprattutto i paesi like-minded.
È qui che si situa l’iniziativa Macron-Merz. La loro lettera del 5 ottobre propone un nuovo strumento, diverso da quello di salvaguardia, per reagire in maniera rapida alle distorsioni commerciali, fino a interrompere l’accesso al mercato interno. La minaccia è bastata, e il 9 ottobre Pechino ha accettato un tetto di trecentocinquantamila auto ibride nel primo anno: meno della metà di quelli attesi, ma comunque più di quelli importati nel 2025. In cambio, Pechino ha accettato anche di continuare a facilitare le licenze per l’esportazione verso l’Europa di terre rare e magneti permanenti.
È un compromesso che mostra insieme la forza e i limiti dell’Unione europea. L’accesso a un mercato di quattrocentocinquanta milioni di consumatori offre a Bruxelles una leva che Pechino non può ignorare. Ma colpire in maniera mirata un singolo concorrente sleale senza coinvolgere gli alleati è piuttosto difficile. È il problema che l’Europa sta cercando di risolvere con l’Iaa. In Parlamento sono stati depositati circa cinquemila emendamenti e anche i grandi gruppi come il Partito Popolare sono divisi tra due impostazioni: partire da un numero ristretto di Paesi e ammettere progressivamente i partner che rispettano determinate condizioni, oppure partire da un perimetro più ampio e lasciare alla Commissione il compito di escludere chi non garantisce reciprocità. Anche gli Stati stanno cercando un compromesso: la presidenza irlandese del Consiglio ha proposto di valutare l’accesso prodotto per prodotto e Paese per Paese, sulla base degli impegni commerciali assunti dall’Ue. È in questo negoziato che acquista peso l’armistizio del 16 ottobre. Francia e Germania propongono una possibile via di mezzo: un “Made in Europe” aperto anche ad alcuni partner europei esterni all’Unione, a condizione di reciprocità e di allineamento alle regole europee. Che questo diventi un paradigma per tutti i settori non è scontato, considerando che ognuno ha interessi divergenti. Ad esempio, chi produce acciaio chiede definizioni strette, mentre i settori più integrati nelle catene globali temono di perdere fornitori e mercati.
Dopo anni passati a discutere se l’Europa debba proteggere più attivamente la propria industria, qualcosa si muove. Quali prodotti considerare europei, quali partner ammettere nel “Made in Europe” e quali condizioni chiedere in cambio? Il compromesso Macron-Merz non risolve ancora queste domande. Ma il fatto che Parigi e Berlino abbiano cominciato a formularle insieme è una novità importante.
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- Il Fatto Quotidiano
- Mattarella sfida i magnati del tech: “Il controllo dei monopoli è libertà”. E cita Einaudi che li definiva “origine dei mali sociali”
Mattarella sfida i magnati del tech: “Il controllo dei monopoli è libertà”. E cita Einaudi che li definiva “origine dei mali sociali”
“Il controllo dei monopoli è libertà”. Sergio Mattarella richiama la battaglia del liberale Luigi Einaudi per lanciare un monito contro la concentrazione del potere economico e le pretese dei grandi magnati delle nuove tecnologie. E indica nell’Unione europea la dimensione indispensabile per raccogliere una sfida che non è soltanto economica, ma anche democratica. In una stagione segnata dall’ascesa dei sovranisti e dalle proteste dei giovani preoccupati per un futuro di diseguaglianze, Mattarella chiarisce la posta in gioco e indica una direzione.
Parlando al Quirinale durante la cerimonia per i Cavalieri del Lavoro, il capo dello Stato denuncia le “pretese neo-monopoliste” e punta il dito, senza il bisogno di fare nomi, contro i “cosiddetti magnati, insofferenti alle regole della comunità, siano esse statuali o sovranazionali, con assurde inaccettabili pretese in settori nevralgici della vita internazionale”. Con particolare attenzione alle “tecnologie satellitari e l’intelligenza artificiale“, visto “il peso crescente che hanno assunto nella nostra vita quotidiana”. Perché nessuno sottovaluti i pericoli che corriamo, Mattarella si rifà a una battaglia del 1947, quella di Einaudi, futuro presidente della Repubblica, che all’Assemblea Costituente propose di stabilire che la legge non potesse essere “strumento di formazione di monopoli economici; ed ove questi esistano li sottopone a pubblico controllo a mezzo di amministrazione pubblica delegata o diretta”. Una proposta avanzata, sottolinea Mattarella, “proprio perché liberale“. Nei monopoli Einaudi individuava “l’origine più profonda e vera dei mali sociali”, collegandoli alla disoccupazione e alle disuguaglianze. La Costituzione avrebbe comunque previsto limiti all’iniziativa economica e la possibilità di riservare o trasferire determinate imprese alla proprietà pubblica, ma l’emendamento di Einaudi non entrò nella Carta. Ottant’anni dopo, Sergio Mattarella raccoglie e rilancia quella sfida, per affrontare problemi che i Costituenti non potevano immaginare.
Cos’è un monopolio? Una sola impresa che controlla l’offerta di un prodotto o servizio sul mercato. Ma i rischi ci sono anche se a dominare i mercati sono pochi grandi operatori. Il problema nasce quando la concentrazione del potere limita la concorrenza riuscendo a imporre prezzi e comportamenti. Se poi riguarda infrastrutture indispensabili la concentrazione economica può trasformarsi in potere politico. E se le decisioni private incidono sull’accesso a servizi essenziali, la questione non riguarda più solo l’economia di mercato, ma la capacità delle istituzioni democratiche di governare processi che coinvolgono milioni di persone e una dimensione globale difficile da affrontare con le sole politiche nazionali. Per questo Mattarella dice che “la prospettiva, anche quanto a dimensioni, è quella europea”. L’Europa dispone già di norme antitrust e del Digital Markets Act, quello che impone precisi obblighi alle grandi piattaforme digitali per garantire la concorrenza. Ma la velocità con cui si stanno sviluppando i nuovi mercati tecnologici e il loro valore su quelli finanziari pone sfide inedite. “È la crescente integrazione dell’Unione europea la chiave della crescita di competitività, della difesa e del potenziamento di una civiltà i cui valori oggi appaiono minacciati”.
La sfida è concreta. Nelle comunicazioni satellitari, la dipendenza da operatori come Starlink, del gruppo SpaceX di Elon Musk, interroga l’autonomia europea in un settore strategico anche per la sicurezza e la difesa del vecchio continente, come sanno bene gli ucraini che al momento non hanno un’alternativa europea equivalente. L’Ue rincorre anche sul fronte dei semiconduttori e dei servizi cloud. Quanto all’intelligenza artificiale, tutto sembra ruotare intorno agli immensi data center. Infrastrutture costose ed energivore, nelle mani di pochi grandi operatori, per la maggior parte statunitensi. Il controllo di queste tecnologie condizionerà l’accesso al mercato di migliaia di imprese, compreso il piccolo commerciante. In Europa, dunque, la sfida è doppia: impedire che queste posizioni di forza soffochino mercato e concorrenza e liberarsi dalla dipendenza tecnologica verso aziende estere. Sullo sfondo, il rischio denunciato da Mattarella che le “pretese neo-monopoliste” si riflettano “sulle stesse libertà del nostro modello di vita”.
Per questo non basta affidarsi ai controlli delle autorità di Bruxelles. Serve una risposta politica comune ed è qui che il discorso del Capo dello Stato diventa politico: “Non è il tempo del ripiegamento, del giardino di casa”, avverte. Un messaggio che parla anche alle nuove generazioni. Il presidente denuncia il malessere, l’insicurezza per il futuro e la fuga dei talenti, mentre richiama le fragilità dell’economia italiana, dai bassi salari alla scarsa produttività. “La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione“, ammonisce. E ricorda che “l’inclusione è alleata decisiva della crescita, non un costo improduttivo”. Alla cerimonia per i Cavalieri del Lavoro, il filo che lega le parole e le preoccupazioni di Mattarella a quelle di Einaudi è la libertà. Anche quella di lavorare, fare impresa, costruire il proprio futuro senza subire il potere di pochi.
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La deuda pública en la UE sube a su máximo nivel desde la pandemia
La deuda pública en la UE mantiene su camino inexorable al alza. No da grandes saltos, pero no cambia de tendencia. Y así ha llegado a una cantidad equivalente al 82,9% del producto interior bruto (PIB) de los Veintisiete durante la primera mitad del año. La cifra es todavía más alta si se toma solo la zona euro, un 88,8%, según la cifras divulgadas por Eurostat este miércoles. Este es el nivel más alto desde que se retiraban definitivamente buena parte de las medidas de apoyo a la economía que se aprobaron durante la covid-19.

© LUDOVIC MARIN / POOL (EFE)
Booking.com sotto indagine Ue: annunci falsi, phishing e pubblicità poco trasparente
È stata aperta un’indagine formale su Booking.com da parte della Commissione europea. L’obiettivo è verificare come la piattaforma contrasti truffe e frodi ai danni di chi prenota le proprie vacanze. L’annuncio è del 20 ottobre 2026 e si basa sul Digital Services Act (Dsa), il regolamento europeo che impone obblighi stringenti alle grandi piattaforme online.
Sotto la lente finiscono così:
- annunci falsi;
- messaggi di phishing che sfruttano i dati delle prenotazioni;
- trasparenza degli annunci sponsorizzati.
Perché la Commissione indaga su Booking
A partire dal 25 aprile 2023, Booking.com è designata come “piattaforma online di dimensioni molto grandi”. Questa è una specifica categoria del Dsa soggetta agli obblighi più severi. Le grandi piattaforme devono individuare, analizzare e ridurre i cosiddetti “rischi sistemici” legati ai propri servizi.
Questo comprende ovviamente anche frodi e truffe. Secondo la Commissione, Booking potrebbe non aver rispettato questi obblighi. Un’indagine che nasce da un’analisi preliminare delle valutazioni del rischio (presentata tra il 2023 e il 2026). Al centro ci sono i rapporti di trasparenza e le risposte fornite alle richieste di informazioni. Un lavoro complesso, durato a lungo e svolto in collaborazione con l’Autorità olandese per i consumatori e i mercati (il Paese in cui ha sede il gruppo).
In merito si è espressa Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia:
Gli europei dovrebbero poter prenotare le proprie vacanze senza il timore di essere truffati. Il Digital Services Act stabilisce responsabilità chiare per le piattaforme nell’affrontare questi rischi e dobbiamo assicurarci che la principale piattaforma di prenotazione in Europa prenda sul serio queste responsabilità.
Annunci falsi e strutture irregolari
Uno dei fronti più importanti riguarda gli annunci truffa. Un problema che grava sulle spalle dei clienti che prenotano e degli host che affittano. La Commissione vuole capire se Booking abbia valutato e contrastato in modo adeguato il rischio di inserzioni false.
Per capire esattamente di cosa si stia parlando, ecco un esempio. Prenotate un alloggio e all’arrivo i proprietari vi dicono, sorridenti e stupiti, che non “siete nella lista”. Non c’è alcuna traccia di voi e tantomeno del vostro pagamento. Qualcuno ha infatti ben pensato di replicare quell’annuncio, intascare i soldi e sparire.
C’è poi spazio anche per quegli annunci di strutture non conformi alle regole. Una situazione grave e complessa, che vede tutti i partecipanti perdenti, tranne ovviamente i malviventi.
Phishing e dati delle prenotazioni
Si passa poi al phishing. L’indagine esaminerà i rischi legati alle truffe che sfruttano i dati delle prenotazioni. Vi sarà capitato infatti di ricevere dei messaggi all’interno della chat privata con un host. Si chiedono solitamente conferme delle carte o nuovi pagamenti, a fronte di problemi di varia natura.
Bruxelles valuterà come Booking condivide i dati con le strutture ricettive, com’è progettato il servizio di messaggistica interno e quali tutele esistono per evitare che queste informazioni finiscano nelle mani sbagliate.
Annunci sponsorizzati e trasparenza
Che dire poi della pubblicità. Sotto esame ci sono i cosiddetti “boosted listings”. Spiegando il concetto in italiano, si parla di quelle strutture che pagano per comparire più in alto nei risultati di ricerca. Secondo la Commissione, questi annunci potrebbero non essere segnalati con sufficiente chiarezza come pubblicità.
Gli utenti potrebbero non sapere chi ha pagato per quella vetrina, ritenendo che la posizione migliore corrisponda a una più elevata qualità dei servizi o dei locali. Un aspetto tutt’altro che secondario, perché influenza le scelte di chi confronta prezzi e strutture prima di prenotare.
Cosa rischia Booking
Le presunte violazioni riguardano gli articoli 34 e 35 del Dsa, sugli obblighi di valutazione e riduzione dei rischi sistemici, e l’articolo 26, paragrafo 1, sulla corretta identificazione della pubblicità. Di per sé, ovviamente, l’apertura dell’indagine non corrisponde a una colpa, ancora tutta da appurare.
Questo processo consente però alla Commissione di raccogliere ulteriori prove e adottare diversi strumenti:
- misure provvisorie;
- decisione di non conformità;
- accettazione di impegni da parte di Booking per risolvere le criticità.
In base alle regole generali del Dsa, in caso di violazione accertata le sanzioni possono arrivare fino al 6% del fatturato mondiale annuo della società. Parliamo di circa 1,4 miliardi di euro.
Europa frente a Starlink
Las cuatro mayores operadoras de telecomunicaciones europeas –Deutsche Telekom, Orange, Telefónica y Vodafone– planean una alianza para competir con la empresa estadounidense de satélites Starlink en el negocio de la conectividad vía satélite. Cualquier ambición de librarse de la dependencia de Estados Unidos y otras potencias que erosionan o directamente atacan los intereses de Europa, debe empezar con movimientos como este. Aunque se encuentra en una fase embrionaria, el proyecto supone un avance en el refuerzo de la autonomía, la seguridad y la resiliencia en infraestructuras críticas de la Unión Europea.

© aire images (Getty Images)
- Il Fatto Quotidiano
- L’Ue apre un’indagine su Booking su rischi di falsi annunci, phishing e visibilità degli annunci sponsorizzati
L’Ue apre un’indagine su Booking su rischi di falsi annunci, phishing e visibilità degli annunci sponsorizzati
Un’indagine per accertare se Booking.com non abbia valutato con la dovuta diligenza né mitigato con efficacia i rischi legati agli annunci fraudolenti e alle truffe di phishing. È la mossa decisa dalla Commissione Europea che ha aperto un’indagine sulla possibile violazione del Digital Services Act, anche in materia di trasparenza in relazione a una segnalazione non chiara di annunci in cui gli inserzionisti pagano per ottenere un posizionamento più elevato nei risultati di ricerca mostrati agli utenti.
In particolare, la Commissione esaminerà se il gestore del noto sito per le prenotazione online, la Booking Holdings che è quotata al Nasdaq, abbia valutato correttamente i rischi connessi alla diffusione di contenuti illeciti come quelli relativi a strutture inesistenti, casi di furto d’identità e offerte di alloggio non conformi alle regole. L’indagine valuterà anche se la piattaforma abbia adottato misure efficaci per mitigare questi rischi, anche attraverso la rimozione di annunci fraudolenti o non in regola.
L’indagine si concentrerà anche sui rischi legati alle modalità di condivisione dei dati sulle prenotazioni e sugli ospiti con le strutture ricettive, nonché sulla progettazione e sul funzionamento del servizio di messaggistica di Booking.com. La Commissione verificherà inoltre se l’azienda offra garanzie sufficienti a impedire che i dati vengano utilizzati in modo improprio, per compiere operazioni di phishing o sollecitare pagamenti fraudolenti.
“Booking.com ha segnalato un aumento del 500% delle truffe a livello globale sulla propria piattaforma”, ha riferito un alto funzionario dell’Ue in merito all’indagine sulla piattaforma di prenotazione online. Il funzionario ha citato anche i dati dell’organizzazione Fraudehelpdesk che riguardano i Paesi Bassi: “Nella prima parte del 2026 sono state registrate 1.072 segnalazioni di frode, per danni pari a 82.000 euro”, ha spiegato la fonte, specificando che si è trattato di un numero di casi “dieci volte” superiore “rispetto all’anno precedente”. “È un vero problema”, ha sottolineato, specificando che “segnalazioni di questo tipo provengono da quasi tutti gli Stati membri”.
Infine, la Commissione deciderà se su Booking.com le strutture ricettive possono aumentare la visibilità dei propri annunci nei risultati di ricerca, pagando una commissione più elevata: gli utenti, sottolinea l’esecutivo Ue, devono essere in grado di riconoscere chiaramente che questi annunci sponsorizzati sono, a tutti gli effetti, pubblicità. Verrà inoltre esaminato se, per ogni annuncio visualizzato su Booking.com, gli utenti siano in grado di comprendere facilmente chi vi sia dietro, chi abbia pagato, perché lo stiano visualizzando e come possano modificare le impostazioni che determinano quali annunci vengono loro mostrati. Il Dsa prevede infatti che gli utenti hanno il diritto di sapere quando un annuncio pubblicitario viene loro presentato e per conto di chi: senza queste informazioni, non sono in grado di distinguere se un annuncio appaia in una posizione di rilievo perché è pertinente alla loro ricerca o perché la struttura ricettiva ha pagato per ottenere maggiore visibilità.
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