Maduro y Cilia Flores comparecerán este jueves ante un juez de Nueva York por nuevos cargos de tortura




Em relação ao jogo anterior, Arthur promoveu nove mudanças na formação titular, mantendo apenas as laterais Isabela e Raíssa Bahia. No gol, Thaís Lima ficou na vaga de Lorena. A dupla de zaga reuniu Tayla e Tarciane.
Assim como no triunfo em território gaúcho, as brasileiras tomaram a iniciativa e abriram o placar logo aos 12 minutos, com Bia Zaneratto, de cabeça, após cruzamento de Raíssa Bahia pela esquerda. Aos 27, em contra-ataque, Gio Garbelini aproveitou asobra para balançar as redes e aumentar a vantagem.
A reação argentina começou aos 34 minutos, com a meia Daiana Falfán. Na etapa final, aos sete, Agostina Holzheier foi derrubada na área por Isabela. A também atacante Florencia Bonsegundo, de pênalti, deixou tudo igual.
A seleção verde e amarela ficou com uma jogadora a mais a partir dos 11 minutos, quando a meia Sofía Dominguez puxou o cabelo de Kerolin, sendo expulsa. Apesar da vantagem numérica, que perdurou por mais de meia hora, o Brasil não criou chances de grande perigo, frustrando os cerca de 30 mil torcedores que marcaram presença na Arena de Pernambuco.
"Tivemos dificuldade de jogar com uma mais. Tem coisas que não foram boas e viram alertas e tem coisas positivas que nos aproximam de uma convocação em maio do ano que vem", disse Arthur, em entrevista coletiva após a partida.
Ao todo, 27 das 28 jogadoras convocadas foram testadas. Ao longo da partida de terça, foram dez substituições, com a estreia da zagueira Carol Gil, do São Paulo, com a Amarelinha. No sábado, o auxiliar Rodrigo Iglesias - Arthur estava suspenso - mexeu outras dez vezes no time, promovendo a primeira vez de Carlinha, mais uma campeã brasileira pelo Tricolor paulista. A também goleira Yanne, do Bahia, foi a única a não participar das partidas.
"Existem jogos em que a prioridade máxima é vencer, como foi com os Estados Unidos [na data Fifa anterior, em junho]. E temos confrontos que são estratégicos, em que tomamos decisões difíceis, mas importantes", justificou o técnico.
Em 2026, a seleção feminina ainda terá dois amistosos contra o Japão, ambos fora de casa. O primeiro será dia 29 de novembro, em Hiroshima, e o segundo em 5 de dezembro, na cidade de Okayama. Já em 2027, são duas datas Fifa (fevereiro e abril), com espaço para até três partidas em cada, antes da convocação para a Copa do Mundo, que será aqui no Brasil.

Javier Milei begins another visit to the United States on Wednesday, his 20th trip since being elected president of Argentina and his fifth this year alone. He will remain in Washington, D.C., until Friday, taking part in a series of events aimed at deepening his alliance with the Donald Trump administration and demonstrating his support for Israel.

© Charly Triballeau (Charly Triballeau/Pool AFP via A)

© LUSA



The trip from the village of Iruya, in northwestern Argentina, to Buenos Aires Province can take several days. “The truck carrying fresh produce takes between 24 and 35 hours to arrive,” says Raúl Viveros, a member of the community Kolla Colanzulí of Finca Santiago. That is the effort required for the country’s largest market to sell the small potato-like tubers known as papines, which have a unique flavor and are produced by the first indigenous community to have been recognized by the state of Argentina.



Digital surveillance and data leaks may seem far removed from everyday life, but they are becoming increasingly common. In Venezuela, for example, authorities blocked messaging apps and social media platforms including Signal, X, TikTok and Telegram, as well as YouTube, VPN services and websites. In Nicaragua, independent media outlets had their domains blocked. In Paraguay, a leak from the electoral authorities exposed the data of nearly seven million people. And in Argentina, more than 665,000 medical records were put up for sale.
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«È cambiato tutto dopo il 7 ottobre»: ci dicono le imprenditrici palestinesi del Businesswomen Forum a Ramallah. Non stentiamo a crederlo: migliaia di permessi di lavoro dei palestinesi che ogni giorno lavoravano in Israele revocati, aumento dei posti di blocco, aumento degli atti terroristici dei coloni estremisti in Cisgiordania, Gaza devastata con decine di migliaia di vittime; il blocco, da parte israeliana, delle entrate doganali spettanti all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp); sullo sfondo, una crisi economica sempre più profonda.
Questo è lo scenario dei territori palestinesi che si presenta ai nostri occhi, e pesa sentire che – di fronte ai nostri tentativi di introdurle a spazi di dialogo con gli israeliani – ci sia più di una reticenza. Ampio è il solco che divide i due popoli, e l’idea che “normalizzare i rapporti col nemico” sia un tabù è ben presente nella filigrana delle nostre conversazioni. Ciononostante, le palestinesi con cui parliamo chiedono innanzitutto opportunità economiche: i commerci sono quasi fermi; gli spostamenti sono diventati più difficili e rischiosi e rendono problematico raggiungere il posto di lavoro; molte donne palestinesi hanno imprese “informali” che la volatilità della situazione rende impossibile gestire.
«Non guardateci come vittime di un conflitto, siamo imprenditrici e vogliamo esplorare nuovi mercati»: è il messaggio, quasi il rimprovero, che ci fa una di loro. Come darle torto? Molto spesso pensiamo ai palestinesi (e agli israeliani) solo attraverso le lenti del conflitto, e questo ci impedisce di coglierne la soggettività. L’esortazione di questa imprenditrice mi porta a riflettere su come tendiamo a guardare il conflitto: da una parte Israele, come soggetto che può fare tutto, anche raggiungere la pace; dall’altra i palestinesi, ridotti a elemento passivo della storia. Naturalmente non è così e non lo è mai stato, e in questa lettura manichea riconosco una buona dose di paternalismo.
Una riflessione simile emerge dai colloqui con i dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese . Nonostante tutte le difficoltà – alcune imputabili al governo israeliano, altre allo stesso esecutivo palestinese – dalle conversazioni appare evidente che non esiste attualmente un’alternativa reale e migliore all’Anp per il governo degli affari palestinesi. Certo, esiste un problema di credibilità, certamente sono necessarie riforme profonde e preoccupa il loro attaccamento al “diritto al ritorno” di tutti i profughi palestinesi dal 1948 a oggi. Tuttavia, alla luce delle interlocuzioni avute, appare strategicamente miope e ingiustificata la volontà di Benjamin Netanyahu di tenere fuori l’Anp dalla gestione degli affari di Gaza, soprattutto considerando i rapporti che già intercorrono tra il comitato tecnocratico istituito nel Board of Peace e le autorità di Ramallah.
L’Anp è figlia della stagione di Oslo, è composta da personale tendenzialmente più pragmatico e collabora già da anni con le autorità israeliane. È sufficiente? No, ma tra queste formazioni e il fondamentalismo islamico di Hamas esiste una differenza sostanziale: Hamas considera l’intera terra un bene inalienabile dell’islam e non accetterebbe in nessun modo un governo non islamico, tanto meno di uno Stato ebraico, anche a costo della vita dei palestinesi. Con l’Anp esiste invece ancora, sebbene sotto traccia, un coordinamento di sicurezza che impedisce alla situazione di deflagrare, nonostante le scellerate politiche dell’attuale governo israeliano siano ormai palesemente mirate a far esplodere la situazione nei territori palestinesi a uso e consumo dei sogni di annessione di Smotrich e Ben-Gvir.
C’è però un tema irrisolto di cui nessuno parla, concentrati come siamo sugli esiti delle elezioni israeliane: le elezioni politiche nei territori palestinesi, previste per il 28 novembre. Il rischio, confermato anche da un’attivista palestinese che incontriamo, è quello dell’ennesimo rinvio delle elezioni, motivato con l’impossibilità del voto a Gerusalemme Est e con la devastazione di una gran parte di Gaza. Sullo sfondo, il problema di Hamas, che continua ad arruolare migliaia di giovani nelle zone della Striscia che controlla e il cui disarmo è uno dei maggiori ostacoli per il Board of Peace.
Un ulteriore dato che complica lo scenario è la probabile, insolita alleanza tra Hamas, Jihad islamica e Mohammed Dahlan, arcinemico interno di Abu Mazen e attualmente consigliere della leadership degli Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo sarebbe quello di formare una sorta di cartello elettorale anti-Fatah, in grado di aggirare la regola per cui chi partecipa alle elezioni deve sottoscrivere i principi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che includono il riconoscimento d’Israele. Tutti i tentativi di rappacificazione tra Fatah e Dahlan sono finora falliti e, di fronte alla possibilità di un simile cartello elettorale, l’Autorità Nazionale Palestinese teme di perdere il controllo, se si votasse oggi.
In questo quadro, figure come Samer Sinijlawi chiedono con forza che le elezioni si tengano comunque. Sinijlawi ha formato un nuovo partito, Masar Jadid, il Nuovo Corso, che corre con un programma imperniato sul dialogo con Israele e sull’apertura democratica delle istituzioni palestinesi, e si sta confermando come uno dei più interessanti protagonisti di una nuova stagione politica in Palestina. Proprio in questi giorni ha lanciato l’allarme, invitando i Paesi europei a fare pressione su Abu Mazen perché le elezioni si tengano comunque, e a fare al tempo stesso uno sforzo per sostenere l’intero processo, sia per non frustrare le aspettative dei palestinesi sia per garantire credibilità al percorso elettorale.
Resta naturalmente aperta la questione che già Yossi Beilin aveva posto in occasione delle elezioni politiche palestinesi vinte da Hamas: riconoscere legittimità e ruolo politici alle organizzazioni del terrorismo islamista è una scelta irresponsabile, che i palestinesi hanno già pagato a caro prezzo. Su questo la leadership europea sembra fin troppo silenziosa: impegnati nell’equilibrismo delle formule e di scelte spesso fatte più per l’elettorato europeo che per contribuire alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, finiamo per condannarci all’irrilevanza politica.
Il tema, però, rimane: rimandare per l’ennesima volta le elezioni palestinesi e mantenere questo stallo su Gaza che tiene in vita Hamas e soci sono due messaggi devastanti per i palestinesi, che in larghissima parte si sono già pre-registrati al voto.
È in questo contesto che è fondamentale accompagnare le parti palestinesi disposte al dialogo con gli israeliani fuori dal vicolo cieco in cui si trovano oggi. Le disfunzioni sono profonde ed esistono ambiti nei quali l’urgenza di un cambiamento è evidente, anche attraverso la pressione internazionale.
È il caso dei manuali scolastici palestinesi che incitano alla violenza e quello del sistema di pagamenti alle famiglie dei terroristi rinchiusi nelle carceri israeliane, accusato di creare un perverso incentivo alla violenza e per questo attualmente oggetto di revisione, sia da parte degli Stati Uniti sia da parte dell’Unione europea. È tuttavia impossibile immaginare oggi un interlocutore istituzionale diverso dall’Anp, e per questo gli sforzi dovrebbero essere concentrati nel riformarla e nel rinnovarla profondamente, non nell’indebolirla – cosa che va al solo vantaggio dei nemici della pace. È quanto è accaduto, per esempio, con la decisione statunitense di impedire ad Abu Mazen di recarsi a New York per i lavori delle Nazioni Unite.
C’è bisogno di più coraggio da parte europea per aiutare davvero i palestinesi: spingere perché le elezioni si svolgano e isolare gli islamisti sono due primi passi necessari, insieme alle misure necessarie per fare pressione sugli israeliani affinché siano sventati i loro piani di annessione. La sicurezza dei palestinesi in Cisgiordania è costantemente minacciata dalla crisi economica e dall’aumento degli atti di terrorismo dei coloni (il più autorevole think tank israeliano sui temi della sicurezza ha lanciato l’allarme sul possibile collasso delle istituzioni a causa del terrorismo dei coloni in Cisgiordania). D’altra parte, una reale responsabilizzazione sarà impossibile senza un radicale cambiamento della leadership palestinese, che sappia liberarsi sia dei miraggi del massimalismo e dell’islamismo sia delle rendite di posizione di una stagione politica che deve ormai chiudersi. È questo uno dei tanti sentieri stretti che ci troviamo di fronte e che stentiamo a imboccare, per le paure incrociate di un conflitto che radicalizza le opinioni pubbliche europee e paralizza i governi.
(Secondo di una serie di articoli)
L'articolo Le elezioni in Palestina di cui nessuno parla, e che nessuno vuole proviene da Linkiesta.it.
A Promotoria que atua no julgamento da morte de Diego Maradona afirmou nesta quinta-feira (8) que o atendimento médico prestado ao ex-jogador em seus últimos dias de vida foi marcado por desorganização e falhas graves. Para os acusadores, a equipe responsável pelo tratamento colocou o ídolo argentino em uma situação de abandono e não cumpriu medidas consideradas necessárias para preservar sua vida.
Durante a apresentação dos argumentos finais, o promotor Patricio Ferrari classificou a internação domiciliar como uma operação caótica. Segundo ele, os profissionais envolvidos deixaram de cumprir obrigações médicas e adotaram condutas incompatíveis com o quadro de um paciente considerado vulnerável e complexo.
Sete profissionais de saúde são julgados no processo, entre eles médicos, uma psiquiatra, um psicólogo e um enfermeiro. Eles são acusados de homicídio com dolo eventual, modalidade em que a acusação sustenta que os envolvidos tinham consciência de que suas ações ou omissões poderiam levar à morte.
O julgamento ocorre desde abril em um tribunal de San Isidro, na região metropolitana de Buenos Aires. Ao longo de quase 45 audiências, mais de cem testemunhas e réus prestaram depoimentos.
Ferrari afirmou que, apesar da extensão do processo, os elementos centrais da acusação permanecem sustentados pelas provas apresentadas durante o julgamento.
Maradona morreu aos 60 anos, em 25 de novembro de 2020, durante uma internação domiciliar em Tigre, na região metropolitana de Buenos Aires. A causa apontada foi edema pulmonar seguido de parada cardiorrespiratória.
Dias antes, o ex-jogador havia passado por uma cirurgia para tratar um hematoma subdural na cabeça. O procedimento foi considerado bem-sucedido.
Para a Promotoria, porém, o quadro posterior exigia acompanhamento médico adequado e medidas que, segundo a acusação, não foram tomadas.
O promotor Cosme Iribarren afirmou que a morte poderia ter sido evitada e classificou o atendimento como inadequado. Segundo ele, a sequência dos acontecimentos demonstra que o agravamento do estado de saúde não foi tratado de maneira compatível com a gravidade do caso.
A etapa de alegações finais deve continuar pelas próximas duas semanas. Os sete acusados podem receber penas de até 25 anos de prisão caso sejam condenados pelos crimes atribuídos pela Promotoria.
A defesa ainda terá espaço para apresentar seus argumentos antes da decisão judicial.
O processo busca determinar se houve responsabilidade criminal dos profissionais que participaram do atendimento de Maradona e se as condutas adotadas nos últimos dias de vida contribuíram diretamente para a morte do ex-jogador.
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Quis o destino que eu estivesse na Cisjordânia neste 07 de outubro, e que essa coluna fosse publicada no exato dia em que, 3 anos atrás, o ataque terrorista do Hamas que resultou na morte de cerca 1000 pessoas entre civis e militares, deu início a um massacre cometido pelo Estado de Israel que, até agora, somente na Faixa de Gaza, já matou mais de 75 mil e feriu mais de 170 mil palestinos.
Eu sei que o Brasil pega fogo neste momento e é difícil falar em outra coisa ou pensar em um povo que está tão longe geograficamente. Mas talvez nós possamos aprender uma coisa ou duas sobre resistência e resiliência com um povo que vem sendo oprimido, colonizado e sofre tentativas reiteradas de apagamento há mais de 100 anos.
Meus avós são sobreviventes do Holocausto. Minha avó polonesa e meu avô romeno passaram por campos de concentração e tinham números tatuados neles. Ainda jovens migraram para o Brasil, onde se conheceram e formaram família. E é também por respeito a essa história que não posso me calar diante de um genocídio étnico que acontece live stream nos celulares na palma de nossas mãos.
Nos últimos dias estive rodando pela Cisjordânia, visitando comunidades palestinas que estão sendo despejadas, torturadas, roubadas e dizimadas por milícias israelenses formadas por colonos e por militares. A Cisjordânia é um território palestino que fica no Oriente Médio, situado na margem ocidental do rio Jordão, entre Israel e a Jordânia. É dividida em três zonas administrativas – zonas A, B e C – segundo os Acordos de Oslo, assinados na década de 1990, que previam transferir gradualmente o controle do território para a Autoridade Palestina. A área teoricamente estaria sob controle total da Palestina. A área B teria um controle misto entre Israel e Palestina e a área C, cerca de 60% da Cisjordânia, está sob controle israelense total, tanto para administração civil quanto para segurança.
Mas atualmente esses contornos estão cada vez mais borrados, com colonos israelenses tomando cada vez mais áreas.
Tudo isso ainda vai virar reportagem e indico o Pauta Pública desta sexta-feira (09/10) com o diretor geral do Centro de Assistência Jurídica e Direitos Humanos de Jerusalém (JLAC) e membro do Conselho de Comissários da Comissão Independente de Direitos Humanos da Palestina (ICHR), Issam Aruri, que traz uma verdadeira aula sobre o conflito na região.
Mas queria contar aqui na coluna uma das histórias que mais me marcou até agora: A de uma mulher de 67 anos, moradora de um vilarejo em Masafer Yatta, que fica nas colinas ao sul da cidade de Hebrom, cerca de 70km ao sul de Ramallah – capital administrativa da Cisjordânia. Não vou revelar seu nome por motivos óbvios. Mas sua vila está totalmente cercada por assentamentos israelenses, que tentam a custo de barbárie expulsar os palestinos que estão ali há dezenas de gerações, vivendo da colheita de azeitonas e do pastoreio de ovelhas e cabras.

Sua vila não tem água encanada nem luz. Se vê apenas pedras, areia, pequenas casas e barracões. Os cabos de energia passam por cima da comunidade, de um lado a outro, para os assentamentos israelenses, mas os palestinos não podem usar. Foi instalado um portão na estrada, que pode ser fechado pelos soldados a qualquer momento e por tempo indeterminado, impedindo os moradores de entrar ou sair, mesmo que em emergência médica. Essa é uma prática bastante comum na região. Até mesmo ruas dentro de comunidades são fechadas indiscriminadamente pelas forças israelenses.
“Foi aqui que um colono israelense matou meu filho”. A senhora aponta para um ponto do centro de convivência, que já foi destruído e reconstruído várias vezes e que abriga o único banheiro disponível para a comunidade. As casas tinham banheiro. Mas eles foram destruídos ou absurdamente declarados como zonas militares, tornando-se inacessíveis aos moradores. Sua filha mora em uma casa há poucos metros dali e não pode usar o próprio banheiro nem construir outro sem permissão. Mais: o celeiro, que fica no quintal da casa, foi declarado “zona militar” e trancado, então a família não pode levar os animais para o pasto ou mesmo chegar perto do pequeno barracão. O exército israelense passa por lá uma vez na semana (quando muito) para alimentar as ovelhas e cabras, que estão obviamente morrendo paulatinamente.
“Um colono entrou na comunidade e atirou na cabeça do meu filho. Meu neto, aquele ali – aponta para um gurizinho de uns 3 anos – estava no colo dele. Entrou e atirou. Assim. Na frente de todo mundo. Chamamos a polícia que veio, levou o corpo e não puniu o colono. Alguns dias depois ele estava caminhando por aqui normalmente e eu perguntei: ‘Por que você matou o meu filho’? Ele me empurrou ali, eu caí de cabeça em uma pedra e desmaiei. O portão estava fechado e só pude ser levada ao hospital dias depois. Sofri uma concussão e perdi a visão. Quebrei ossos do corpo. Mas nenhuma dor foi igual a de não poder enterrar meu filho. A polícia levou o corpo e não nos deixou velar ou enterrar”, contou. Ela enxugava os olhos no hijab preto, que contornava seu rosto e se fundia ao vestido também preto. Uma mãe em luto há três anos.
Não faltam provas. Todas as comunidades que visitei me mostraram dezenas de vídeos de colonos invadindo, cortando as oliveiras centenárias, subindo à noite nos telhados das casas batendo os pés e cantando músicas, ameaçando botar fogo, e todo o tipo de humilhações e torturas inimagináveis. Em todas as vilas, ouvi que os moradores fazem turnos durante a noite, para que não morram queimados enquanto dormem.
As violações também são amplamente registradas por organizações de direitos humanos na região. Eu vi as árvores cortadas. Eu vi os animais mortos. Eu fiquei do lado de fora dos portões e levei 4 horas para atravessar poucos quilômetros, porque no caminho havia pontos de checagem com soldados pesadamente armados que me fizeram descer do carro, mostrar meus documentos e passar minha bolsa em detectores. Eu visitei uma escola de crianças palestinas que era proibida de pôr o lixo pra fora e tinha que manter todo ele dentro das classes – não no pátio, dentro das salas – por semanas.
Enquanto caminhava por um mercado árabe a céu aberto em Hebrom e ouvia histórias de porque os corredores estreitos haviam sido cobertos por grades – para evitar que pedras fossem jogadas do alto, fui cercada, junto a colegas jornalistas e guias palestinos, por um grupo de soldados israelenses usando roupas camufladas e rosto coberto, mais novos que meu filho. Um deles apontou sua metralhadora para nós.
Ouvi de moradores que a Cisjordânia está virando Gaza. Mas também ouvi que eles não pretendem ir a lugar nenhum, que ali é sua terra há dezenas de gerações, que eles têm resistido. Que uma hora esse massacre vai ter que acabar. “O que eles vão fazer? Matar 7 milhões de nós? Nós não temos para onde ir, aqui é nossa casa”, me disse um senhor, diante das suas oliveiras centenárias queimadas por colonos israelenses.

Há três anos a Palestina é punida pelo 7 de outubro. Todos os dias. Mas teve uma frase que ouvi de uma mulher que conheci pelo caminho que acho que serve pra nós também, nesse momento da nossa história:
“O mais difícil é não se tornar um monstro. Não desejar a morte deles como eles desejam as nossas. Enquanto eles passam com tanques sobre bebês em Gaza, eu quero o bem das crianças deles. Esse é um desafio e um exercício diário. Que a indignação nos fortaleça em nossa resistência, mas que não nos torne monstros”.

Um fisioterapeuta foi preso em flagrante nesta quarta-feira (7) durante uma operação da Polícia Civil de Goiás que investiga o funcionamento irregular de uma clínica de estética em Goiânia. O estabelecimento, segundo a corporação, funcionava sem autorização sanitária.
A ação foi realizada pela Delegacia Estadual de Repressão a Crimes Contra o Consumidor (Decon), que apura suspeitas de exercício ilegal da medicina, lesão corporal grave e crimes contra as relações de consumo. Ao todo, dois mandados de busca e apreensão foram cumpridos na capital.
Durante uma das buscas, os policiais encontraram o estabelecimento investigado. No local, havia medicamentos vencidos, produtos de uso hospitalar, materiais e equipamentos cirúrgicos, além de receituários em branco e substâncias sem registro na Agência Nacional de Vigilância Sanitária (Anvisa). Um carimbo pertencente a uma médica também foi localizado.
A fiscalização contou com a participação da Vigilância Sanitária, que determinou a interdição da clínica. Entre as irregularidades encontradas estavam a ausência de alvará sanitário e de responsável técnico, além de problemas relacionados às condições de higiene do espaço.
Diante do material apreendido e das circunstâncias verificadas durante a operação, o fisioterapeuta recebeu voz de prisão em flagrante. Conforme a Polícia Civil, ele foi autuado por suspeita de exercício ilegal da medicina, crime contra as relações de consumo e venda ou exposição à venda de mercadorias em condições impróprias para o consumo.
A investigação continua e também busca esclarecer uma suspeita de lesão corporal grave que teria relação com os procedimentos realizados no estabelecimento.
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The story coming to an end had it all: surprise and hope, sadness and dismay, the bitterest defeats and the triumphs that brought joy to an entire nation. Twenty-one years ago, Lionel Messi began writing the first page of his story with the Argentina national team, and on Tuesday, October 6, 2026, he will write the last. Between that ill-fated debut against Hungary on August 17, 2005 — when he was sent off 43 seconds after stepping onto the pitch — and the match with Benin that will close his international career, Messi has already become a legend of assured immortality.

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