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Gli alleati Turchia e Azerbaigian litigano per il divieto di indossare l’hijab a scuola. Ma dietro si nasconde l’avvicinamento di Baku a Israele

16 October 2026 at 07:07

Sembrano lontani i tempi in cui il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev faceva proprio il motto coniato dal padre Heydar per descrivere la fraterna relazione con la Turchia: “Una nazione, due Stati”. Lontani perché il logorio che negli ultimi mesi ha interessato il rapporto bilaterale sembra arrivato al suo culmine. A scatenare la reazione turca è stata l’entrata in vigore di una legge che da qualche settimana vieta di indossare l’hijab nelle scuole primarie azere. Una mossa a cui sono seguite durissime prese di posizione da parte di esponenti di primo piano del partito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Un esempio su tutti: il suo consigliere capo, Oktay Saral, ha parlato di una mossa inaccettabile. Altrettanto incisiva è stata la risposta di Baku. Sul fronte interno, sono arrivate decine di arresti di manifestanti che protestavano contro la misura e una limitazione temporanea dell’accesso ai social network. Alla Turchia invece ha risposto direttamente il presidente Aliyev, invitandola a chiare lettere a non immischiarsi nelle scelte interne del Paese.

A prima vista appare un braccio di ferro sul tema della laicità dello Stato, un campo in cui negli ultimi anni la Turchia di Erdogan ha compiuto passi molto decisi per aumentare il peso della religione nella vita sociale e politica. In realtà, dietro al velo si cela una dinamica ben più profonda che sta facendo apparire delle crepe in un’alleanza storica tra due Paesi affini dal punto di vista etnico. A pesare, e molto, in tal senso è l’atteggiamento conciliante che l’Azerbaigian ha nei confronti di Israele. Lo Stato ebraico è visto da Ankara come il principale rivale strategico regionale, se non un vero e proprio nemico, e la vicinanza a Baku è fumo negli occhi. Gli stessi occhi che qualche settimana fa hanno notato come i rappresentanti diplomatici azeri alle Nazioni Unite non abbiano lasciato l’Assemblea generale durante il discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, come invece fatto da quelli di decine di Paesi per protestare contro le azioni del governo di Tel Aviv in Palestina, Libano e Siria.

Alla vicinanza diplomatica si associa quella sul fronte militare. La notizia più recente in tal senso ha visto il Paese caucasico cominciare a produrre sul proprio territorio fucili con tecnologia occidentale grazie a un accordo con l’israeliana Ari Arms. Secondo alcune indiscrezioni ben documentate, per quanto smentite con forza da Baku, lo Stato ebraico ha inoltre inviato in segreto in Azerbaigian, Paese che confina con l’Iran e che quindi rappresenta un avamposto dal grande peso strategico, diverse decine di militari e agenti dell’intelligence, tra cui membri delle forze speciali israeliane e del Mossad. Il consolidamento della relazione di sicurezza è però avvenuto nel corso degli anni, basti pensare che tra il 2016 e il 2020 circa il 70% delle importazioni di armamenti da parte dell’Azerbaigian proveniva da Israele.

Di contro, oltre che per la vicinanza geografica all’Iran, il Paese mediorientale guarda a quello caucasico anche per ottenere forniture sicure e costanti di energia: nel 2025 il greggio azero ha rappresentato quasi il 50% delle importazioni petrolifere israeliane, la quota più alta degli ultimi dieci anni e molto più elevata di quella di un gigante degli idrocarburi come la Russia, che si è fermata al 28%. Ironia della sorte, la quasi totalità di questo flusso raggiunge Israele dopo essere stato immesso nelle petroliere che si riforniscono nella città turca di Ceyhan, punto di approdo dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Ankara, infatti, non è in grado di controllare dove viene diretto il petrolio azero caricato nelle navi sulle sue coste.

L’irritazione turca è legata anche alla vicenda relativa al Nagorno Karabakh, regione riconquistata nel 2023 dall’Azerbaigian dopo una guerra lampo con l’Armenia. Per quanto la stessa Israele abbia supportato Baku dal punto di vista militare, fornendo equipaggiamento ad hoc nelle settimane precedenti alla trionfale offensiva azera, la Turchia è stata da sempre al fianco del Paese caucasico nella sua rivendicazione rispetto alla regione un tempo nelle mani dell’Armenia. Questa vicinanza si è tradotta nel corso degli anni in un fondamentale supporto politico, diplomatico e militare alla causa azera. Un impiego di risorse di varia natura che ora dalle rive del Bosforo viene considerato da molti uno spreco.

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İlhan Berk, la bacchetta amorosa del poeta rabdomante (Traduzione di Nicola Verderame)

16 October 2026 at 05:55

İlhan Berk (Manisa 1918 – Bodrum 2008) è stato uno degli intellettuali più poliedrici e inafferrabili del secondo Novecento turco: poeta, saggista, traduttore e pittore, in più di sessant’anni di carriera non si è mai stancato di esplorare lo spazio urbano, il mistero amoroso, l’essenza della parola poetica.

Berk studiò letteratura francese laureandosi nel 1944, e insegnò in vari licei nella regione del Mar Nero per undici anni. Tra il 1956 e il 1969, anno del pensionamento, lavorò come traduttore per le edizioni Ziraat. Dal 1969 alla morte nel 2008 si ritirò a vivere a Bodrum, sulla costa egea, in una casa che oggi ospita un museo e residenze artistiche.

Il suo percorso poetico inizia con la raccolta Istanbul (1947), influenzata dalla voce di Nâzım Hikmet e dal realismo socialista. Nei primi anni Cinquanta Berk si apre alle sperimentazioni linguistiche, anche grazie all’esperienza di traduzione dei Cantos di Pound (1948). Un approccio modernista ed esistenzialista che Berk condivide con Cemal Süreya (già tradotto su questo blog) e con altri poeti della corrente dell’İkinci Yeni (Secondo Nuovo). Tra gli anni Sessanta e Settanta, Ilhan Berk scrive i suoi versi più densi d’amore e di sensualità: l’eros è la bacchetta che guida il poeta-rabdomante alla scoperta del mondo.

La scrittura di Ilhan Berk si evolverà in senso sempre più postmoderno negli anni Ottanta, con opere a metà strada tra poesia, storia urbana e architettura, che testimoniano un atteggiamento flaneuristico presente già nelle prime poesie. Nelle opere più tarde, tra anni Novanta e Duemila, i versi diventano scarnificati, aforistici, sempre più frammentati e sibillini.

La prima raccolta italiana di poesie di Ilhan Berk è stata pubblicata da Interno Poesia nel 2026, a cura di Nicola Verderame, con il titolo D’amore e d’Istanbul. Pubblichiamo qui alcuni testi su gentile concessione dell’editore.

N. V.

İstanbul, sen ve hatırıma gelenler

Nihayet soğuk pis yağmurlu gecelerden sonra
Paydos vakti oturmuş dinleniyor insanlar
Yeni bir işten çıkmışlar terlerini siliyorlar
Lokomotifler arabalar adamlar geçiyor
Yeni bir işe hazırlanıyorlar

Günlerce ötede İstanbul
Günlerce öteden ufacık ellerin havai halinle
Sokaklar evler dükkânlar arasından
Sıcak yorgun bir havanın içinden
Birdenbire aklıma geliveren sen

Hiç şüphesiz orada da sabah olmalıdır
Dükkânlar birer birer açılıyor
Sen sokağı döndün, fabrikanın önündesin
Daha iş başı düdüğü çalmadı
Daha geride yığın yığın gelenler var

Bu ne durgunluk İstanbul’un üstündeki
Ben onu hiç böyle görmemiştim
Böyle bir kenara çekilsin yaşasın
Onu ben ekmeğe aşka düşkün bilirdim
Bu halini hiç ama hiç aklıma getirmezdim

Bir cıgara yaksam daha iyi hatırlar mıyım dersin
Seni, Köprü’yü kısaca İstanbul’u
Geçerler mi önümden sırasıyla Cibali işçileri
Fatih, Şehzadebaşı, Küçükpazar kahveleri
Görür müyüm lodoslu denizini İstanbul’un

Hep öyle tıklım tıklım mı Mercan Yokuşu
Mezat başladı mı ki Balıkpazarı’nda
Bir gürültüdür geliyor
Köprü açılmış olmalı
Şüphesiz onlar bu geçenler

Bu ne kalabalık caddelerde
Yine birini mi astılar dersin
Ya sana ne oluyor nedir bu halin
Böyledir işte insanlar
Bir türlü sevmeyi bırakmazlar dünyayı

Demin oturan işçiler kalktı şimdi
Motorlar hazır sahilde
Denizden korkulmaz bu kollar varken
Rüzgâr onları bekliyormuş
Şimdi neredeyse bir şarkıya başlayacaklar

(1947)

*

Istanbul, tu e quel che mi viene in mente

Finalmente dopo notti di pioggia fredda e sozza
La gente finisce il turno, si siede e si riposa
Si asciuga il sudore uscita dal nuovo lavoro
Passano locomotive vetture uomini
Si preparano per un nuovo lavoro

Istanbul è a giorni di distanza
Da giorni di distanza, con mani minute e un’aria evanescente
Dalle vie dalle case dai negozi
Da un’aria calda e stanca
All’improvviso mi vieni in mente tu

Non c’è dubbio, anche là dev’essere mattina
I negozi si aprono uno dopo l’altro
Hai svoltato l’angolo, sei di fronte alla fabbrica
Ancora non ha fischiato l’inizio del turno
Ancora arrivano a frotte dietro di te

Quale stasi ammanta adesso Istanbul
Non l’avevo mai vista così
Si ritiri a vivere così, in disparte
Sapevo quanto amava il pane e l’amore
Mai e poi mai l’avrei immaginata così

Se mi accendo una sigaretta dici che mi ricorderò meglio
Di te, del Ponte, in breve di Istanbul?
Mi passeranno davanti, in fila, gli operai di Cibali
I caffè di Fatih, Şehzadebaşı, Küçükpazar
Vedrò il mare d’Istanbul spazzato dallo scirocco?

È sempre così brulicante la Salita Mercan?
È iniziata l’asta al mercato del pesce?
Mi arriva un rumore, ecco
Avranno aperto il ponte
Senza dubbio sono loro a passare

Che folla in queste strade
Dici che hanno impiccato qualcun altro?
Cosa ti prende, perché quell’umore
Ecco, la gente è così
Non riesce a smettere d’amare il mondo

Gli operai seduti fino a un attimo fa si alzano
Sulla riva sono pronti i vaporetti
Con braccia così non c’è da temere il mare
Il vento pare attenderli
Adesso si metteranno quasi a cantare

(1947)

***

Çıkrıkçılar Yokuşu

Ve yüzünü alıp çıktım. Öğleye doğruydu
Çıkrıkçılar yokuşuna yağmur yağıyordu

Ellerin ellerimde sessiz yürüyorduk ve
Kapkara bir oğlan durma bize bakıyordu

Tuhaf uzun bir sokaktı ve ben susuyordum
Bir kız memelerini bırakıp gidiyordu

Âşıktım ve hep seni soyuyordum aklımda
Bir adam çarşıyı üstümüze kapıyordu

Kadınların kızların ardından gittim durdum
Öptüğüm yerlerin içimde durulmuyordu

Üç kez yokuşu indim çıktım boncuklar aldım
Kocaman kırmızı ağzın ki hiç bitmiyordu

Akşama doğru bir aşçı dükkânına girdim
Sana benzeyen incecik atlar geçiyordu

Sonra birdenbire büyük bir sessizlik oldu
Bu dünyadan İlhan Berk geçti dedim yürüdüm.

(1968)

*

Salita dei Filatori

E preso il tuo viso uscii. Verso mezzogiorno
Sulla Salita dei Filatori cadeva la pioggia

Camminavamo in silenzio, mano nella mano e
Un ragazzo tutto scuro non smetteva di guardarci

Era una via lunga e strana e io tacevo
Una ragazza lasciava i suoi seni e se ne andava

Ero innamorato e ti spogliavo sempre col pensiero
Un uomo ci copriva col manto di un bazar

Continuai a seguire le donne le ragazze
I posti di te che avevo baciato turbinavano in me

Tre volte percorsi la salita su e giù, presi delle perle
La tua immensa bocca rossa non finiva mai

Verso sera andai a mangiare in un piccolo locale
Fuori passavano minuscoli cavalli simili a te

Poi all’improvviso scese un grande silenzio
Da questo mondo è passato İlhan Berk dissi, e camminai oltre.

(1968)

***

Âşıkane

Geceye hey dedim Bir bulut beyaz aydınlık
geçiyor ve ben görüyorum Belki yalnızlık

Kâğıt gibi bir kadın sana bakıp gülüyor
Demek sen daha güzelsin gökyüzünden artık

Sokakları bembeyaz evleri geçiyorum
Bir koşu bir rüzgârı alıyorum Karanlık

Bir kenttesin ve var ta ne zamanlardan beri
O zamandan trenler evler geçiyor Kapanık

Aşkın ki hiç durup dinlenmek nedir bilmiyor
Aşkın ki anlatılamaz ihtiyar ve yıkık

Nice nice yaşamalara açılmışsındır
Nice yaşamalar ki kalmıştır yarım buruk

İşte Adakale Sokağındayım ve birden
Benim işte dünya kadar güzel ağzın artık

Durup bir yıkık aşk dedim İlhan Berk bir yıkık
aşk Şimdi o şiirlerde senden kalan ancak

(1968)

*

Amorosamente

Ehi ho detto alla notte Una nuvola di luce bianca
passa io la vedo Sarà la solitudine

Una donna di carta ti guarda e ride
Ché ormai sei più bella del firmamento

Supero strade e case candide
Nella corsa catturo una brezza Oscura

La tua città esiste da tempo
Da allora passano case e treni Chiuso

Il tuo amore che non sa riprendere fiato
Amore indicibilmente vecchio e distrutto

A quante vite ti sei aperta, a quante
Quante vite rimaste un mezzo amore

Eccomi in via Adakale e d’un tratto
È mia la tua bocca bella come il mondo

Mi fermo a dire è un amore distrutto İlhan Berk un amore
distrutto Tutto ciò che resta di te è in quelle poesie

(1968)

***

Sesler

Akşama doğru bir uçtan bir uca gittim kenti
Eskici dükkanları gibi kokuyordu çarşı
Eski evler gibi
Bir şekerci şekerlerini bağırıyordu avcunda bir çocuğun eli
Ve yamalı elbiseler gibi yüzü.
Bir duvarı çıkıyordu bir duvarcı uzun uzun döndürüp elinde bir taşı
Bir taşı kocaman asık suratlı ve aptal

Açılmamış kitaplar gibiydi gök
Asılı çamaşırlar gibi.

Gün düşüyordu oturdum sonra sesleri dinledim:
Sesini bir kadının hiç bitmeyen ağaçlık yollar gibi
Bir karatabağın bir kuyudan su çeker gibi
Sonra yaşlı otların yaşlı ormanların sesini
Bir dükkan yavaş yavaş kendini kapatıyordu, onu
Sonra kalabalıkların artık kalabalık olan sesini
Sonra gün çakıldı
sonra kalktım.

Düzelte düzelte gidiyordu yakasındaki çiçeği bir adam.

(1978)

*

Suoni

Verso sera ho percorso la città da un capo all’altro
Il bazar aveva l’odore delle botteghe di rigattieri
Delle vecchie case
Un venditore lodava urlando i suoi dolciumi, nel suo palmo
la mano di un bambino
E il suo viso come indumenti rattoppati.
Un muratore alzava una parete girandosi a lungo una pietra nelle mani
Una pietra immensamente stupida e imbronciata

Il cielo era come un libro mai aperto
Come biancheria stesa.

Scendeva il buio, mi sono seduto ad ascoltare i suoni:
Voce di una donna come infinite strade alberate
Verso di un cormorano come acqua attinta da un pozzo
Rumore di vecchi prati di vecchi boschi
Una bottega che lentamente si richiudeva, proprio lei
Quindi i suoni assiepati della folla
Poi è piombato il buio
e mi sono alzato.

Un uomo se ne andava sistemandosi il fiore all’occhiello.

(1978)

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“Una capsula del tempo sul fondo del mare”: scoperto il relitto più antico del mondo, è la nave mercantile della stessa epoca della Piramide di Giza

15 October 2026 at 10:39

Contemporanea alla costruzione della Grande Piramide di Giza e inabissata nelle acque turche oltre quattromila anni fa. Al largo delle coste dell’isola di Kekova, celebre per i suoi tesori archeologici sommersi, un team di studiosi ha individuato quello che è stato classificato come il relitto navale più antico mai scoperto al mondo. Un’imbarcazione risalente a un periodo compreso tra i 4.400 e i 4.700 anni fa, il cui carico è sopravvissuto intatto all’azione millenaria del Mar Mediterraneo.

“Il relitto è una capsula del tempo sul fondo del mare”, ha dichiarato il professor Hakan Öniz dell’Università di Akdeniz, a capo della spedizione archeologica. A causa della totale disintegrazione della struttura in legno originaria, consumata dall’acqua e dal tempo, gli studiosi non hanno potuto ricorrere alla tradizionale datazione al radiocarbonio, solitamente impiegata per determinare l’età cronologica degli scafi. La stima è stata dunque ricavata analizzando gli unici reperti sopravvissuti alla corrosione: il fondale marino ha infatti custodito per millenni oltre 30 anfore in ceramica e tre massicce ancore in pietra. Questi elementi hanno permesso ai ricercatori di tracciare l’identikit del natante, la cui lunghezza complessiva è stata calcolata in circa dieci metri.

Le rotte commerciali e il mistero delle anfore Le evidenze raccolte suggeriscono che la nave fosse impiegata in modo specifico per il trasporto di merci attraverso le antiche reti del Mediterraneo. L’ipotesi più accreditata dall’équipe del professor Öniz è che l’imbarcazione fosse salpata da un porto della costa levantina per poi dirigersi verso i fiorenti snodi commerciali di Troia o dell’isola di Creta. I ricercatori sono ora al lavoro per analizzare l’interno dei contenitori in ceramica e stabilire con esattezza il contenuto del carico stivato a bordo, che verosimilmente consisteva in beni di prima necessità e di pregio dell’epoca, come olio d’oliva, vino o resine vegetali.

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