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O que deve saber sobre o corte no IRS em novembro – DECO PROteste

17 October 2026 at 16:20

Os salários e pensões de novembro vão ser melhorados devido ao corte do IRS, conforme foi anunciado pelo Governo, mas os contribuintes devem aproveitar para guardar alguma folga extra para o acerto de contas com o Fisco, em 2027. É o que aconselha a porta-voz da DECO PROteste numa entrevista da jornalista Beatriz Vasconcelos para o Notícias ao Minuto.

Trocando por miúdos, a “DECO PROteste aconselha os consumidores a não confundirem este reforço pontual do rendimento disponível com um acréscimo definitivo do rendimento. Quem receber mais em novembro deverá ponderar reservar parte desse valor, sobretudo se costuma contar com o reembolso do IRS para fazer face a despesas futuras.”

Por outro lado, importa salientar que é igualmente importante analisar os recibos de vencimento ou de pensão, confirmar a aplicação das retenções, continuar a pedir faturas com NIF, acompanhar e validar as despesas no e-Fatura, e atualizar o agregado familiar até ao final do mês de fevereiro, se tiver havido alguma alteração, para assegurar o aproveitamento de todas as deduções legalmente previstas”, disse Magda Canas, porta-voz da DECO PROteste, ao Notícias ao Minuto.

“Não obstante a aproximação das retenções ao verdadeiro imposto a pagar sejam genericamente positivas, é possível que mais contribuintes tenham de pagar IRS em 2027.
O resultado dependerá dos rendimentos anuais, da situação pessoal e familiar, das deduções aplicáveis e do total de imposto retido ao longo do ano”, como explicou a representante da instituição.

De acordo com a explicação veiculada pela DECO PROteste, o Governo coloca mais dinheiro no bolso das famílias portuguesas em novembro, uma vez que a retenção do IRS na fonte vai ter um corte de 50% em novembro para refletir a descida intercalar do imposto aprovada no Parlamento, voltando a aplicar-se as taxas atuais em dezembro.

A DECO PROteste considera que “esta medida vai representar um alívio imediato para os orçamentos familiares, ao permitir que trabalhadores e pensionistas disponham de mais rendimento líquido num mês em que muitas famílias recebem também o subsídio de Natal”, salientou Magda Canas ao Notícias ao Minuto.

Porém, lembrou que “receber mais dinheiro em novembro não significa necessariamente ter uma redução do IRS”, sendo que as “contas finais serão apresentadas mais tarde, aquando da apresentação do IRS, em 2027”.
A responsável recordou também que a “retenção na fonte é um adiantamento do imposto e não o imposto definitivo”.

“A redução anunciada pelo Governo pretende antecipar os efeitos da descida das taxas de IRS aprovada para os rendimentos de 2026, com efeitos retroativos a 1 de janeiro. Em novembro, a retenção será reduzida para metade do valor habitualmente apurado, nos casos abrangidos pela medida. Mas em dezembro já não haverá extras”, sublinhou Magda Canas.

É oportuno lembrar que o Ministério das Finanças explicou, em comunicado, que “após a aprovação no parlamento da nova redução do IRS, com efeitos desde 01 de janeiro de 2026, o Governo decidiu reduzir em 50% as retenções na fonte aplicáveis aos rendimentos do trabalho e às pensões pagas durante o mês de novembro, incluindo o subsídio de natal devido nesse mês”.

O alívio procura traduzir, com efeitos retroativos ao início deste ano, o desagravamento das taxas de IRS nos primeiros seis escalões de rendimento.

Quando, em 2027, o fisco calcular o IRS sobre os rendimentos de 2026, em vez de usar como referência as taxas que estão atualmente em vigor, irá ter em consideração as taxas que vigorarão em 31 de dezembro de 2026, com a redução entre 0,3 e 0,5 pontos percentuais decidida pelo executivo até ao 6.º degrau do escalonamento.

La Cina tarpa le le ali a Bruxelles sulle tensioni commerciali: "Non dovrebbero fantasticare"

La Cina ha avvertito l'Unione Europea (UE) di non dare per scontato che un atteggiamento commerciale più rigido possa costringere Pechino a fare concessioni. L'avvertimento giunge in seguito alla conferma, da parte di Bruxelles, dell'intenzione di creare un meccanismo che consenta di limitare rapidamente l'accesso dei prodotti cinesi al mercato unico, come riporta il South China Morning Post.

Questo nuovo punto di tensione emerge a solo una settimana dal raggiungimento di un accordo tra le due parti per limitare il volume di veicoli ibridi esportati dalla Cina verso l'Europa.

"L'UE non dovrebbe fantasticare di ottenere benefici attraverso la pressione o sottovalutare la determinazione e la capacità della Cina di difendere i propri interessi", ha affermato il Ministero del Commercio cinese. La dichiarazione risponde alle informazioni secondo le quali le minacce europee avrebbero costretto Pechino ad accettare le condizioni del blocco. Il Ministero ha respinto come infondata l'affermazione che tale pressione sia stata efficace.

In seguito al recente vertice del Consiglio europeo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha confermato che l'UE svilupperà un nuovo strumento che consentirà di limitare immediatamente l'accesso al mercato unico ogniqualvolta ciò venga ritenuto necessario. L'iniziativa – promossa congiuntamente da Francia e Germania per far fronte a potenziali pratiche coercitive e distorsioni economiche – ha ottenuto il sostegno unanime dei 27 Stati membri.

Il meccanismo potrebbe essere integrato da nuove misure di salvaguardia commerciale, tra cui dazi e quote su ampie categorie di prodotti. Tra i settori presi in considerazione figurano quello chimico, dei macchinari, delle materie plastiche e delle ferroleghe.

 

"Un evento importante per la liberazione dell'intero Donbass": Putin celebra conquista di una città strategica

Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che la conquista di Dobropolie da parte delle truppe russe rappresenta un importante sviluppo per la liberazione dell'intera regione del Donbass.

"Voglio sottolineare e mettere in evidenza proprio ora che la conquista di Dobropolie è, senza dubbio, un evento importante per la liberazione del Donbass nel suo complesso, nonché un chiaro successo per le Forze armate della Federazione Russa", ha affermato durante un incontro con i vertici dello Stato maggiore e i comandanti militari. Il leader ha sostenuto che la liberazione della città segna un progresso significativo, aprendo la strada verso i confini della Repubblica Popolare di Donetsk.

Come riferito durante l'incontro dal Capo di Stato Maggiore Generale, il generale Valerij Gerasimov, Dobropolie è stata liberata dal gruppo di forze "Centro" (Tsentr). Si è trattato di uno dei vari avanzamenti compiuti dalle forze russe nella zona di combattimento, di cui si è discusso nel corso della riunione. Putin ha osservato che poco più del 10% della Repubblica Popolare di Donetsk e il 16,5% della regione di Zaporozhye rimangono sotto il controllo del regime di Kiev, mentre la Repubblica Popolare di Lugansk è interamente sotto il controllo delle forze russe.

In precedenza, il Ministero della Difesa russo aveva indicato che Dobropolie riveste un'importanza fondamentale per l'avanzata delle truppe russe e per la completa liberazione del territorio della Repubblica Popolare di Donetsk. Il Ministero della Difesa ha inoltre descritto la città come un'importante area fortificata e un nodo di trasporto strategico per le forze ucraine, aggiungendo che una delle principali vie di rifornimento per le unità ucraine - proveniente dalla regione di Dnepropetrovsk - passa proprio attraverso tale centro abitato.

La Colombia sposta l'ambasciata a Gerusalemme: protestano 19 Paesi

Non è solo un cambio di indirizzo, ma un vero e proprio terremoto diplomatico che conferma la sottomissione di Aberlado de la Espriella al sionismo e ai voleri di Trump. La decisione della Colombia di trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme dopo 46 anni, ha fatto scattare l'allarme presso la comunità internazionale. Come riporta il quotidiano Daily Sabah, ben 19 Paesi, tra cui Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto e Giordania, hanno condannato fermamente la mossa di Bogotà, definendola una violazione del diritto internazionale e un duro colpo agli sforzi per la soluzione dei due Stati.

In una dichiarazione congiunta, i ministri degli Esteri delle 19 nazioni hanno espresso una forte opposizione all'apertura della nuova sede. Il documento cita le risoluzioni 476 e 478 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, adottate nel 1980, che respingono i tentativi di alterare lo status di Gerusalemme e invitano i Paesi a ritirare le proprie missioni diplomatiche dalla città. 
Israele occupò Gerusalemme Est durante la guerra del 1967, dichiarando unilateralmente l'intera città come sua capitale nel 1980, una mossa mai riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale. I ministri firmatari hanno ribadito che qualsiasi decisione volta a modificare lo status legale o storico di Gerusalemme è "nulla e priva di effetti legali", esortando la Colombia a fare marcia indietro per non minare i diritti legittimi del popolo palestinese.

Il cambio di rotta della diplomazia colombiana ha radici profondamente politiche. Il nuovo presidente Abelardo de la Espriella, in carica dallo scorso agosto dopo aver vinto un'elezione molto dubbia e controversa, ha ripristinato le relazioni con Israele e un accordo di libero scambio, ribaltando la linea del suo predecessore Gustavo Petro.

Nel maggio 2024, infatti, Petro aveva troncato i rapporti diplomatici in segno di protesta per l'offensiva militare israeliana a Gaza. 

Il ministro degli Esteri colombiano, Omar Bula Escobar, ha partecipato all'inaugurazione della nuova ambasciata insieme al collega israeliano Gideon Saar. Quest'ultimo ha accolto con favore il cambiamento, lodando la nuova amministrazione colombiana per aver riparato i danni alle relazioni bilaterali in soli due mesi.

La tensione diplomatica si inserisce nel contesto di una crisi umanitaria devastante. Il trasferimento dell'ambasciata avviene mentre la situazione sul campo resta critica: dall'ottobre 2023, l'offensiva israeliana ha causato a Gaza la morte di oltre 74.000 palestinesi e il ferimento di più di 175.000, con il 90% delle infrastrutture dell'enclave distrutte o danneggiate. Parallelamente, le incursioni dell'esercito israeliano e gli attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà si sono intensificati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Nonostante la mossa di Bogotà, la posizione internazionale rimane maggioritariamente contraria al trasferimento delle ambasciate. La stragrande maggioranza dei Paesi mantiene le proprie sedi a Tel Aviv, in attesa che lo status finale di Gerusalemme sia definito attraverso negoziati. Attualmente, solo una manciata di nazioni - tra cui Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Kosovo, Paraguay, Papua Nuova Guinea e Figi - tiene le proprie ambasciate a Gerusalemme.

Zelenskyy Says Ukraine Offered to Halt Strikes on Russian Refineries in Exchange for US Missile Defences

16 October 2026 at 16:10

Ukraine was prepared to suspend attacks on Russian oil refineries if Washington supplied anti-ballistic missile systems to protect its energy infrastructure, President Volodymyr Zelenskyy has revealed. The proposed compromise was not accepted, despite American pressure on Kyiv to halt its strikes.

Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy has disclosed that Kyiv offered to suspend attacks on Russian oil refineries in exchange for temporary American anti-ballistic missile protection for Ukraine’s energy infrastructure. Washington did not provide the requested systems, leaving Ukraine exposed to continued Russian missile strikes while the United States sought to restrict Ukrainian operations against Russia’s oil industry.

Speaking at a press conference in Brussels on Friday, 16 October, Zelenskyy said the proposal had been presented to Washington as a compromise following President Donald Trump’s agreement with Vladimir Putin on Russian diesel supplies and restrictions on attacks against energy facilities.

The Ukrainian president confirmed that Kyiv had not been consulted before Washington reached its understanding with Moscow. He described the diesel agreement as a surprise and objected to arrangements determining Ukraine’s military actions without its participation. Any agreement concerning Ukrainian strikes on Russian territory, he argued, required consultation with the Ukrainian government.

Nevertheless, Zelenskyy said Ukraine had been willing to accommodate American demands, even under an arrangement that did not require Russia to suspend its own attacks. Instead of insisting on reciprocal restrictions, Kyiv proposed receiving sufficient anti-ballistic missile systems to protect its electricity network for the duration of the requested suspension.

The proposal reflected Ukraine’s immediate security requirements. Russia has repeatedly targeted power stations, substations and other critical infrastructure, while Ukrainian forces have attacked Russian refineries to disrupt fuel production and reduce revenues available to Moscow. Halting the Ukrainian campaign without additional defensive capabilities would have left Kyiv surrendering one means of economic pressure while remaining vulnerable to Russian bombardment.

Zelenskyy said he had asked Washington for a limited number of systems, rather than a substantial new military commitment. The proposed deployment would have lasted only as long as the United States required Ukraine to refrain from attacking Russian refineries. However, according to the president, no such assistance was provided.

US diesel agreement deepens dispute

The disagreement follows the diesel arrangement announced by Trump on 9 October, under which Russia agreed to resume substantial petroleum product exports to American and international markets. Washington also authorised certain transactions involving Russian diesel, easing restrictions previously intended to reduce Moscow’s energy revenues.

The agreement created a direct conflict between American energy policy and Ukraine’s strategy of targeting Russian refining capacity. Washington wants additional diesel supplies to ease pressure on fuel markets, while Kyiv regards attacks on oil infrastructure as a means of weakening Russia’s ability to sustain its invasion.

That disagreement intensified after Ukraine resumed attacks on Russian refineries, including a strike against a facility in the Ryazan region. Trump criticised the operations, accusing Kyiv of contributing to higher global oil prices. Zelenskyy, meanwhile, argued that increased Russian diesel revenues would provide Moscow with additional resources to finance its military campaign.

The Ukrainian president’s proposal also exposed the limitations of the temporary energy ceasefire promoted by Washington. Russia continued attacks against Ukrainian civilian infrastructure, including electricity facilities, despite the American initiative. Kyiv’s proposed compromise would have addressed the resulting imbalance by providing defensive protection rather than relying on Russian restraint.

Russian strikes underline Ukraine’s defensive requirements

The urgency of Ukraine’s request was illustrated by renewed Russian attacks during Zelenskyy’s visit to Brussels. According to the Ukrainian presidency, strikes on 15 October damaged energy infrastructure in several regions, leaving almost 15,000 people without electricity in Volyn and disrupting supplies in parts of Kyiv and the surrounding region.

Ukraine continues to face shortages of the interceptors required to defend against ballistic missiles. Zelenskyy has identified anti-ballistic capabilities as an immediate priority, particularly as Russia intensifies attacks ahead of winter. During talks with NATO Secretary General Mark Rutte, he stressed the need for additional missile interceptors and other air defence equipment.

The president also raised these requirements during Friday’s meeting with European Commission President Ursula von der Leyen and European Council President António Costa. Discussions covered air defence, protection of energy infrastructure and financial assistance needed to sustain Ukraine’s resistance to Russian aggression.

European leaders support Kyiv’s position

Zelenskyy said European leaders had supported Ukraine’s position in the dispute with Washington. His remarks came as the EU reaffirmed its intention to maintain economic pressure on Moscow despite the Trump administration’s decision to facilitate Russian diesel exports.

As EU Today reported earlier on Friday, von der Leyen and Costa rejected any relaxation of European sanctions while Russia continues its war. The Commission is preparing a further sanctions package, maintaining a policy intended to restrict Moscow’s ability to finance its military operations.

The contrasting American and European positions have become increasingly significant for Kyiv. Washington is seeking to stabilise fuel markets through arrangements with Moscow, while European governments remain committed to reducing Russian energy revenues and strengthening Ukraine’s military and economic resilience.

For Zelenskyy, the unresolved question is whether Ukraine can be expected to limit attacks on Russian oil infrastructure while receiving neither reciprocal guarantees from Moscow nor additional protection against Russian ballistic missiles. His account of the unsuccessful American negotiations indicates that Kyiv was prepared to compromise, but only if its immediate defensive needs were addressed.

Trump scarica Zelensky: basta armi gratis, è ora di cambiare leader

Donald Trump torna all’attacco di Volodymyr Zelensky e lo fa su più fronti: dalla gestione degli aiuti militari statunitensi agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe, fino alla possibilità che l’attuale leadership del regime di Kiev debba lasciare il potere. Le dichiarazioni rilasciate dal presidente USA a Newsmax confermano che il rapporto con il capo del regime ucraino è entrato in una fase di aperto conflitto politico. Trump ha innanzitutto accusato l’amministrazione di Joe Biden di aver consegnato gratuitamente all’Ucraina enormi quantità di armamenti, comprese munizioni per i sistemi Patriot e missili Tomahawk, senza pretendere alcun pagamento. Secondo il presidente, gli Stati Uniti avrebbero fornito all’Ucraina equipaggiamenti e denaro per 350 miliardi di dollari. «Dov’è il denaro che abbiamo dato all’Ucraina? Dove sono tutte le attrezzature?», ha domandato, sostenendo che parte delle armi sarebbe stata rivenduta sul mercato internazionale dopo essere arrivata a destinazione. Il loro significato politico è inequivocabile: la Casa Bianca intende prendere le distanze dalla gestione degli aiuti della precedente amministrazione e trasformare il sostegno militare a Kiev in una transazione sottoposta a condizioni precise.

«Non darò loro nulla. Devono pagare», ha spiegato Trump riferendosi al meccanismo PURL della NATO, attraverso il quale i paesi europei acquistano armi statunitensi da trasferire alle forze ucraine. Una formula che permette a Washington di mantenere il controllo sulle forniture e, allo stesso tempo, di scaricarne una parte consistente dei costi sugli alleati europei. Ma il nodo centrale dello scontro riguarda la strategia militare di Kiev. Trump ha ripetutamente chiesto a Zelensky di interrompere gli attacchi contro le raffinerie russe, sostenendo che queste operazioni contribuiscono ad alimentare le tensioni sui mercati energetici e a far aumentare i prezzi dei carburanti. Le forze ucraine hanno però continuato a colpire le infrastrutture energetiche russe, compresi gli impianti nelle regioni di Saratov e Rjazan, oggetto di nuovi attacchi denunciati da Mosca. La questione è diventata ancora più delicata dopo l'accordo raggiunto il 9 ottobre tra Trump e Vladimir Putin per aumentare le forniture di diesel russo e allentare temporaneamente le restrizioni statunitensi. Mentre Washington cerca di contenere i prezzi e ristabilire margini di cooperazione economica con Mosca, Kiev continua a perseguire una strategia che rischia di compromettere questi obiettivi. Trump non ha nascosto la propria irritazione: «Gli abbiamo detto: non attaccate le raffinerie, perché questo crea un problema mondiale. E lui è andato ad attaccarle». Da qui la conclusione che Zelensky non sia un interlocutore affidabile. «Non è una brava persona con cui trattare», ha dichiarato, aggiungendo che un eventuale accordo per porre fine al conflitto difficilmente potrà essere raggiunto con l'attuale leader ucraino.

Il presidente statunitense ha inoltre rilanciato la richiesta di nuove elezioni in Ucraina, sostenendo che Zelensky sia al potere da troppo tempo e mettendo in dubbio la persistenza del consenso popolare nei suoi confronti. «Dice di voler raggiungere un accordo, ma non è così», ha affermato. Secondo Trump, un cambiamento alla guida del paese potrebbe diventare necessario per aprire la strada a una soluzione negoziata. La crescente tensione ha alimentato anche le ipotesi sulle possibili conseguenze per il sostegno USA a Kiev. Sono emerse indiscrezioni sul rischio che l'Ucraina possa perdere l'accesso a informazioni d'intelligence statunitensi e al sistema satellitare Starlink, strumenti importanti per le comunicazioni e le operazioni militari. Una loro eventuale limitazione rappresenterebbe un duro colpo per le capacità operative ucraine.

In questo clima si inserisce la previsione di George Galloway, ex parlamentare britannico, che in un'intervista a RT ha ipotizzato addirittura un possibile arresto di Zelensky per corruzione. Galloway ha sostenuto che Trump potrebbe utilizzare le strutture anticorruzione presenti in Ucraina per organizzare un'operazione contro il leader di Kiev, accusandolo di appropriazione indebita su vasta scala. Galloway ha descritto il regime ucraino come un sistema in fase di collasso, ma ha anche avvertito che un semplice cambio di leadership non basterebbe a porre fine alla guerra. A suo giudizio, sarebbe necessario un ripensamento strategico più profondo, con l'abbandono delle ambizioni di adesione alla NATO e l'adozione di una politica di neutralità. L'ex parlamentare ha rivolto critiche anche alla Gran Bretagna, accusando la classe politica britannica di continuare a sostenere il regime di Kiev mentre trascura le difficoltà sociali interne, dai pensionati alle famiglie in povertà. Ha inoltre denunciato un'ostilità storica verso la Russia, riassunta nella provocazione secondo cui il paese sarebbe ancora governato da politici impegnati a combattere la guerra di Crimea. Il dato politico è che la distanza tra Washington e Kiev si sta allargando proprio mentre Trump dichiara di voler chiudere il conflitto. Il presidente USA non considera più il sostegno incondizionato all'Ucraina un obiettivo in sé, ma lo subordina a risultati concreti, alla riduzione dei costi per gli Stati Uniti e alla possibilità di raggiungere un'intesa con Mosca. Zelensky, invece, continua a opporsi a decisioni statunitensi che ritiene penalizzanti per Kiev e ha definito l'accordo sul diesel un segno di debolezza e un tradimento. Il rischio per il leader ucraino è che questa contrapposizione finisca per indebolire ulteriormente il sostegno occidentale, soprattutto se gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe continueranno a ostacolare le priorità della Casa Bianca.


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Belgian Police Search Properties Linked to Tshisekedi Circle in Congo Mining Money-Laundering Inquiry

16 October 2026 at 15:29

Belgian investigators have searched properties associated with relatives and associates of Congolese President Félix Tshisekedi in an inquiry into alleged laundering of mining revenues, bringing renewed scrutiny to financial links between the two countries.

Belgian police have conducted searches at several properties in Brussels and its surrounding areas as part of an investigation into allegations that money diverted from the Democratic Republic of Congo’s mining sector was laundered through Belgium.

The searches, carried out on 15th October, reportedly involved homes associated with relatives and individuals close to Congolese President Félix Tshisekedi. Belgian prosecutors confirmed that searches had taken place but did not publicly identify those concerned, while the Congolese presidency declined to comment.

The investigation follows a complaint lodged in Belgium in 2025 by civil society organisations from Katanga, the mineral-rich region of south-eastern Congo. Their lawyers, Bernard Maingain and Hervé Diakese, allege that mining revenues which should have benefited Congolese communities were instead diverted and channelled through financial arrangements involving individuals with connections to Belgium.

The allegations have not been established in court. The searches form part of an investigation, and their execution does not establish criminal responsibility on the part of the individuals or organisations whose premises were examined.

Mining revenues under scrutiny

Congo is one of the world’s most important suppliers of copper and cobalt, minerals essential to electric vehicles, batteries, electronics and other advanced industrial products. Its mineral resources also occupy an increasingly important position in the European Union’s effort to diversify strategic supply chains.

Yet the financial arrangements surrounding mineral extraction have repeatedly generated controversy over public accountability, the distribution of revenues and the relationship between political authorities and commercial interests.

The Belgian inquiry concerns an especially sensitive question: whether funds originating from Congo’s mining economy were transferred into the European financial system under circumstances that could constitute money laundering.

According to the details of the investigation published on Thursday, the original complainants maintain that money linked to mining operations was diverted from its intended beneficiaries and used to benefit people connected to the Congolese leadership.

The proceedings are particularly significant because Belgian courts can investigate alleged laundering through Belgian financial structures even when the suspected underlying misconduct occurred abroad, subject to the applicable jurisdictional requirements.

Investigators will need to establish the origin of the funds, the route they allegedly followed and whether those involved knew or should have known that the money represented proceeds of criminal activity.

Belgium’s relationship with Congo

The investigation also has a diplomatic dimension. Belgium ruled Congo until independence in 1960, and the countries retain extensive commercial, political and personal connections.

Brussels remains an important centre for Congolese political and business networks, making Belgium a potentially relevant jurisdiction when investigators examine suspected financial movements connected to the country.

At European level, the inquiry comes as the EU attempts to strengthen relationships with mineral-producing countries while reducing its dependence on concentrated supply chains.

The European Commission’s cooperation programme with the Democratic Republic of Congo specifically identifies responsible sourcing, transparency, due diligence and action against illegal trafficking in raw materials as areas for cooperation.

These commitments have practical consequences for European businesses seeking greater access to copper and cobalt. Investment and supply arrangements depend not only on access to mineral deposits but also on the reliability of commercial records, ownership structures and the institutions responsible for supervising mining revenues.

A money-laundering investigation involving politically connected individuals therefore raises questions extending beyond Congo’s internal affairs.

Implications for European financial supervision

Belgium has recently joined other EU member states in adopting additional measures intended to recover criminal assets and strengthen cross-border cooperation against illicit financial activity.

As EU Today reported on 14th October, European governments have endorsed new international arrangements designed to improve their ability to trace and recover assets associated with serious crime.

The Congo investigation concerns an existing criminal inquiry rather than the application of those newly agreed arrangements. Nevertheless, both developments illustrate the importance of financial intelligence, access to ownership records and cooperation between prosecutors when suspected proceeds move across jurisdictions.

For investigators, the central task will be tracing the alleged flow of money and determining whether financial transactions in Belgium conceal proceeds unlawfully obtained elsewhere.

For Congo, the proceedings arrive during a period of serious domestic instability, including renewed armed confrontation in the east of the country and growing political uncertainty surrounding its leadership.

Former president Joseph Kabila’s involvement in a new opposition alliance has intensified that confrontation, complicating Tshisekedi’s political position as his administration faces continuing security and economic pressures.

The Belgian authorities have not announced any findings establishing that President Tshisekedi personally participated in wrongdoing. The next important developments will be whether investigators identify specific transactions, bring charges or expand the inquiry to additional individuals or corporate structures.

Main Image: Kremlin, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=84821955

British food and drink exports to EU collapse by more than a third since Brexit

16 October 2026 at 13:34

NFU analysis of official data shows falls in exports to UK’s largest trading partner since 2019 include 70% for sugar and 74% for egg products

Exports of British food and drink to the EU have collapsed by more than a third since Brexit with eggs, chicken and potato producers badly hit, new figures show.

Analysis by the National Farmers’ Union (NFU) of HMRC data shows a sharp fall in exports in the year to July compared with the same period in 2019, with sugar dropping the most, down 70%.

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© Photograph: David Levene/The Guardian

© Photograph: David Levene/The Guardian

© Photograph: David Levene/The Guardian

Trump punta a revocare la cittadinanza a Ilhan Omar

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta portando avanti una causa per revocare la cittadinanza alla deputata democratica Ilhan Omar ed espellerla dal Paese, secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari statunitensi. L'inchiesta, intensificatasi con un blitz all'alba nella sua abitazione a poche settimane dalle elezioni di metà mandato, si basa sull'ipotesi che l'età di Omar sia stata falsificata nella domanda che le ha conferito la cittadinanza americana nel 2000. Secondo l'accusa, la sua età sarebbe stata indicata come 17 anni anziché 18, un requisito che le avrebbe consentito di ottenere la naturalizzazione attraverso il padre defunto, Nur Omar Mohamed.

La parlamentare ha respinto con fermezza ogni addebito di frode sull'immigrazione, sottolineando tramite il suo ufficio come il presidente stia cercando di eliminare una delle voci progressiste più incisive del Congresso e ribadendo che le affermazioni a suo carico sono totalmente prive di fondamento. Ciononostante, gli inquirenti federali stanno approfondendo la questione: nell'ambito dell'operazione, gli agenti del Dipartimento per la Sicurezza Interna hanno sequestrato il passaporto, il telefono, i computer e i quaderni di Omar a seguito di un mandato di perquisizione approvato dal tribunale. In parallelo, la procura federale guidata da Jeanine Pirro sta conducendo un'ulteriore indagine sulle sue dichiarazioni finanziarie, ignorando il pronunciamento della commissione etica bipartitica del Congresso che all'inizio dell'anno l'aveva completamente scagionata.

L'offensiva giudiziaria si sta allargando anche alla sfera personale della deputata. In Minnesota, un gran giurì ha già emesso oltre una dozzina di mandati di comparizione nei confronti di familiari e conoscenti per riesaminare la documentazione di immigrazione della famiglia. La pressione politica su Omar beneficia anche dell'eco di uno scandalo di frode assistenziale scoppiato nello stesso Stato, che vede coinvolti diversi imputati di origine somala e che la parte repubblicana sta sfruttando per alimentare la campagna contro di lei. Le contestazioni sull'età non rappresentano una novità assoluta: gli investigatori federali avevano già esaminato la pratica durante l'amministrazione guidata da Joe Biden, decidendo tuttavia di archiviarla per l'assenza di elementi di prova a supporto della tesi della frode.

La recrudescenza del caso assume un peso determinante nell'imminenza dell'appuntamento elettorale del 3 novembre. Da anni il Presidente utilizza la figura di Omar come bersaglio politico per mobilitare le frange più radicali dell'elettorato conservatore. La vicenda si intreccia inoltre con il calo dei consensi per l'azione di governo e, in particolare, per la gestione del conflitto con l'Iran. Secondo recenti rilevamenti dell'istituto CNN/SSRS, l'approvazione repubblicana sulle decisioni belliche è scesa dal 73% di marzo al 60%, mentre la maggioranza dei cittadini giudica ormai troppo alti i costi del conflitto. In questo scenario, fonti amministrative citate dal Wall Street Journal riferiscono che la ripresa di eventuali operazioni militari contro Teheran è stata posticipata a dopo le elezioni, mentre la Casa Bianca tenta di contenere il prezzo dei carburanti e arginare le difficoltà elettorali del partito.

 

Siti petroliferi e Stretto di Hormuz: la mossa della Francia nel Golfo

 

Il Ministero degli Esteri francese ha annunciato l'avvio operativo dell'accordo per la protezione degli impianti petroliferi dell'Arabia Saudita. Il portavoce del ministero, Pascal Confavreux, ha confermato l'attuazione di misure concrete nell'ambito dell'intesa, pur senza fornire dettagli specifici sulle risorse militari e logistiche dispiegate nel Paese arabo. La decisione dà seguito a quanto annunciato dal presidente Emmanuel Macron, che aveva espresso l'intenzione di inviare truppe e sistemi di difesa a tutela di Yanbu, strategica città portuale sul Mar Rosso e nodo fondamentale per il trasporto dell'energia.

In questo contesto di crescente instabilità, il Palazzo dell'Eliseo ha confermato che Macron svolgerà una visita ufficiale in Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar dal 19 al 21 ottobre. Al centro dei colloqui con le autorità locali vi saranno la sicurezza nello Stretto di Hormuz e le ripercussioni dell'aumento dei prezzi dell'energia sui mercati internazionali. Il presidente francese ha sottolineato come i recenti conflitti in Medio Oriente stiano aggravando la crisi energetica globale, auspicando una soluzione diplomatica che garantisca la riapertura dello stretto, senza tuttavia citare le azioni statunitensi contro l'Iran tra le cause primarie delle tensioni regionali.

Macron ha inoltre anticipato che nelle prossime settimane si terrà un vertice con i membri del G7 per esaminare la situazione energetica. L'obiettivo dichiarato è rafforzare la cooperazione tra i Paesi partner ed evitare inutili tensioni, valutando opzioni straordinarie come la revoca delle restrizioni commerciali o il possibile rilascio delle riserve strategiche di greggio.

La mossa di Parigi si inserisce in un quadro di forte escalation geopolitica. Da un lato, gli Stati Uniti hanno rafforzato la tutela delle infrastrutture energetiche in Arabia Saudita e Qatar con l'invio di sistemi missilistici Patriot. Dall'altro, il movimento Ansar Allah ha lanciato un duro avvertimento a Riyadh, minacciando di non lasciare intatto alcun impianto petrolifero se le ostilità continueranno. Negli ultimi mesi, le forze armate yemenite hanno già colpito a più riprese i siti della compagnia Aramco a Jizan, Najran e Abha, oltre a diverse installazioni militari, in risposta ai raid aerei e al blocco imposto dall'Arabia Saudita. Le milizie yemenite hanno ribadito che le operazioni proseguiranno fino al termine degli attacchi, secondo il principio del "blocco contro blocco ed escalation contro escalation".

 

Reuters: come l'Iran sfida la superiorità militare degli USa nel Golfo

 

Un articolo firmato dall'agenzia di stampa britannica Reuters rivela come l'Iran e i suoi alleati stiano resistendo alla superiorità militare degli Stati Uniti, prendendo l'iniziativa attraverso una serie di attacchi di precisione nel Golfo Persico. Secondo l'inchiesta, missili e droni iraniani hanno colpito infrastrutture strategiche nei Paesi dell'area in almeno 135 occasioni. In diversi casi, le incursioni hanno causato danni di notevole entità che i governi della regione avrebbero preferito non rendere pubblici.

L'indagine documenta nel dettaglio come le azioni di Teheran e delle forze alleate abbiano preso di mira impianti petroliferi, strutture per il gas naturale liquefatto, aeroporti e reti di trasporto degli idrocarburi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, sono stati colpiti almeno 84 siti strategici dall'inizio dell'offensiva militare israelo-statunitense contro l'Iran, avviata il 28 febbraio.

Tra i bersagli principali figura il porto emiratino di Fujairah, uno dei più importanti snodi per l'esportazione di greggio situato all'esterno dello Stretto di Hormuz, dove le operazioni logistiche sono rimaste bloccate per settimane. In Qatar, alcuni proiettili hanno danneggiato due unità di refrigerazione presso l'impianto di gas liquefatto di Ras Laffan. Si registrano inoltre attacchi a diverse strutture aeroportuali in almeno quattro Paesi e il danneggiamento di tre stazioni di pompaggio lungo un oleodotto chiave in Arabia Saudita, infrastruttura fondamentale per bypassare il transito via mare attraverso Hormuz.

La compromissione di questi asset strategici ha ostacolato i piani operativi di Washington. L'inchiesta evidenzia come l'efficacia di queste azioni metta in discussione la narrazione di un Iran indebolito, dimostrando la capacità di Teheran di riequilibrare i rapporti di forza attraverso una guerra asimmetrica basata sul sistematico sfruttamento delle vulnerabilità economiche e logistiche dei propri avversari.

L'impatto degli attacchi ha generato forte preoccupazione tra le nazioni del Golfo e contribuito alla spinta rialzista sui prezzi del petrolio, complicando i tentativi statunitensi di mantenere una pressione costante sull'Iran. La combinazione di raid mirati e di restrizioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz ha così rafforzato la leva negoziale e politica dell'Iran sia sui Paesi confinanti sia sull'economia globale. Ryan Stevens, ex coordinatore delle operazioni speciali del Corpo dei Marines degli Stati Uniti che ha visionato i dati del rapporto, ha evidenziato come le incursioni iraniane abbiano dimostrato una notevole precisione, pazienza e competenza nella selezione dei bersagli.

La crisi attuale si inserisce nel contesto del conflitto esploso il 28 febbraio, con l'avvio delle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele. In risposta, le Guardie della Rivoluzione e le forze iraniane hanno lanciato attacchi di rappresaglia contro basi statunitensi in Medio Oriente e obiettivi militari israeliani. Da parte sua, Teheran ha ribadito il monito ai Paesi della regione a non offrire supporto logistico o militare alle operazioni americane e israeliane, sostenendo che la stabilità del Golfo può essere garantita esclusivamente dalla cooperazione tra gli Stati dell'area e non dall'intervento di potenze esterne.

Francia, il volto repressivo del neoliberismo: quasi 8.000 arresti

La crisi della scuola pubblica francese si trasforma in uno scontro sempre più duro tra studenti e governo. Al 15 ottobre, secondo i dati del Ministero della Giustizia, sono 7.950 le persone arrestate nell’ambito delle proteste che attraversano il Paese. Un dato impressionante: 6.773 dei fermati sono minorenni, mentre gli adulti sono 1.177. Le autorità giudiziarie hanno avviato procedimenti penali contro 2.735 persone e disposto la custodia cautelare in carcere per 26, circa il 65% delle quali maggiorenni.

Numeri che restituiscono la portata della risposta repressiva a una mobilitazione nata per denunciare problemi concreti e ormai strutturali. Le proteste sono iniziate a metà settembre, con gli studenti delle scuole superiori in prima linea contro orari sovraccarichi, carenza di insegnanti e deterioramento delle infrastrutture scolastiche. Successivamente, alla mobilitazione si sono uniti universitari, docenti e personale educativo, ampliando la contestazione contro le politiche del governo di Emmanuel Macron. Nelle piazze, le forze di sicurezza, comprese le Compagnie repubblicane di sicurezza, hanno fatto ricorso a gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti.

Ma la repressione non ha fermato la protesta contro il regime neoliberista, che continua a denunciare l’incapacità delle istituzioni di affrontare le cause profonde della crisi. Gli studenti chiedono interventi strutturali, un piano straordinario per salvare la scuola pubblica e l’abolizione di Parcoursup, la piattaforma utilizzata per l’ammissione all’istruzione superiore. Sotto la pressione delle piazze e dei sindacati, l’esecutivo ha annunciato l’assunzione di 3.000 insegnanti per far fronte alle assenze del personale che restano senza sostituzione. Una risposta che, per ora, non sembra sufficiente a placare la mobilitazione.

La questione va ben oltre le aule sovraffollate e la mancanza di docenti: la rivolta studentesca mette a nudo le contraddizioni di un sistema pubblico impoverito e la crescente distanza tra le esigenze sociali e le priorità del governo neoliberista di Macron. E il ricorso massiccio agli arresti, con migliaia di giovanissimi coinvolti, rischia di alimentare ulteriormente il conflitto invece di risolverlo.


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Zelensky chiede a Trump di fare guerra alla Russia

 

Il leader del regime di Kiev, Volodymyr Zelensky, ha dichiarato in un'intervista alla radio pubblica statunitense National Public Radio che, per porre fine al conflitto in Ucraina, necessita di garanzie di sicurezza da parte dei suoi partner occidentali, incluso l'impegno, da parte degli Stati Uniti, ad attaccare la Russia.

Zelensky ha indicato di voler mantenere l'attuale consistenza delle Forze armate ucraine, definendo l'adesione del Paese alla NATO come "la strada migliore" per raggiungere tale obiettivo. Ha inoltre affermato che impegni diretti da parte di Washington rappresentano una "buona via".

"Garanzie di sicurezza dirette da parte degli Stati Uniti [sono una] buona via. È una buona via, ma servono maggiori dettagli. Che cosa significa? Se Putin ci attacca, Trump attaccherà Putin. Questa è la risposta. Se tutto ciò che ho nero su bianco è questo: se Putin attacca l'Ucraina, Trump attaccherà Putin”.


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Putin parla dopo gli attacchi ucraini alle raffinerie

 

"La Russia risponderà agli attacchi ucraini contro le sue raffinerie di petrolio e altre infrastrutture energetiche e logistiche". Lo ha affermato giovedì Vladimir Putin, denunciando le azioni del regime di Kiev che vanificano ogni tentativo di cosiddetta tregua energetica mediata recentemente dagli Stati Uniti. 

Prima di dare il via alle aggressioni contro obiettivi energetici e commerciali, a Kiev «avrebbero dovuto pensare alle conseguenze», ha ammonito il leader russo intervenendo giovedì con una dichiarazione ripresa dai media russi dopo i nuovi attacchi ucraini. «Non avrebbero dovuto iniziare», ha proseguito.

«Abbiamo dovuto far fronte alle azioni del nemico contro le nostre piattaforme [di e-commerce], sia Wildberries che Ozon. A proposito, continuano a compiere mosse che, francamente, avremmo dovuto prevedere, ma pensavamo che non gli sarebbero venute in mente. Gli sono venute in mente, e stiamo iniziando a rispondere”, ha sottolineato Putin. “Poi si rivolgono immediatamente ai loro sostenitori per chiedere loro di fermarci. È successo così con gli impianti energetici. Hanno tentato di attaccare nostre raffinerie. Ora hanno colpito alcuni siti. Niente di particolarmente grave, ma, nonostante ciò, vanno avanti», ha proseguito.

Lo stesso vale per le piattaforme di e-commerce, ha spiegato il leader. «Hanno fatto il primo passo. Abbiamo iniziato a rispondere. Ora stanno dando fastidio anche al settore energetico e ad altre infrastrutture, come i centri dati, ecc. Hanno iniziato loro. Non avrebbero dovuto farlo. Prima di compiere quel passo, avrebbero dovuto riflettere adeguatamente sulle conseguenze», ha concluso il presidente russo. 

Brasile, addio al regime 6x1: una vittoria storica per la classe lavoratrice

A cinque mesi da un voto storico alla Camera dei Deputati, il Senato brasiliano ha approvato - in due tornate di voto questo mercoledì - l'abolizione del regime lavorativo "6×1" (sei giorni di lavoro seguiti da un giorno di riposo). Tale modifica, una richiesta di lunga data da parte di sindacati e movimenti di base, è stata sostenuta dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva.

L'eliminazione del sistema "6×1" - che introduce un giorno di riposo settimanale aggiuntivo e riduce l'orario di lavoro settimanale da 44 a 40 ore, senza alcuna decurtazione salariale - ha rappresentato una promessa elettorale fondamentale e una priorità assoluta per Lula nel corso del suo attuale mandato. L'approvazione giunge a soli 11 giorni dal ballottaggio del 25 ottobre, nel quale il leader progressista punta alla rielezione contro il candidato dell'estrema destra neoliberista Flavio Bolsonaro.

VITÓRIA DA CLASSE TRABALHADORA! ???????????????????????? https://t.co/CKsclKo1lr

— PT Brasil (@ptbrasil) October 15, 2026

«Abbiamo lottato, discusso e fatto pressione affinché il Congresso votasse quest'anno per porre fine al regime "6x1". Ma è stata la voce del popolo a guidarmi, consentendoci - tutti insieme - di ottenere più tempo per il riposo, per stare con i nostri figli e con le persone che amiamo», ha dichiarato il presidente nel suo primo commento su X.

Una volta entrato in vigore, il provvedimento stabilirà una settimana lavorativa di 40 ore - articolata in cinque giorni di lavoro e due di riposo - senza alcuna riduzione della retribuzione. L'attuazione avverrà in modo graduale per consentire alle imprese di adattarsi: il limite scenderà a 42 ore nel giro di due mesi, per poi arrivare a 40 ore entro un anno.

Dopo il voto, lo schieramento progressista ha intonato il coro «Ole, ole, ola, Lula, Lula», riconoscendo il ruolo guida del presidente nel sostenere questa misura. Secondo i sindacati, circa 22 milioni di lavoratori beneficeranno di una riduzione del proprio orario di lavoro.

Bolsonaro, esponente dell’estrema destra neoliberista - che si era opposto al cambiamento nell’ambito di un programma incentrato su misure impopolari, tagli alla spesa sociale, smantellamento dello Stato e privatizzazioni - è stato costretto a modificare la propria posizione a causa delle pressioni elettorali. Pur non essendo presente in aula, il candidato alla presidenza per il Partito Liberale (PL) ha espresso il proprio voto da remoto, mentre si trovava a Porto Alegre per alcuni eventi della campagna elettorale.

I senatori progressisti hanno sottolineato l’opportunismo di Bolsonaro e la "volubilità delle convinzioni" dimostrata dal candidato del PL, avvertendo che, in caso di elezione, egli potrebbe tornare ai suoi piani originari.

"Tradimento del diritto internazionale": Hamas condanna la nuova ambasciata colombiana a Gerusalemme

 

Attraverso un comunicato ufficiale, Hamas ha espresso la sua ferma condanna per la decisione del nuovo governo colombiano di aprire un'ambasciata a Gerusalemme. Nella nota, l'organizzazione definisce la scelta una palese violazione delle risoluzioni ONU e un'inversione di rotta rispetto alla politica estera del precedente presidente Gustavo Petro, il quale aveva interrotto i rapporti diplomatici con Israele. Hamas invita la Colombia a ritrattare immediatamente la decisione, riaffermando lo status di Gerusalemme come territorio occupato.

“Condanniamo con la massima fermezza la decisione del governo colombiano di aprire un'ambasciata nella Gerusalemme occupata, considerandola una flagrante violazione dei diritti del nostro popolo palestinese e una palese violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU, le quali respingono qualsiasi alterazione dello status giuridico di Gerusalemme, e riaffermiamo che Gerusalemme è un territorio palestinese occupato”, si legge nella nota.

Secondo il movimento di resistenza palestinese, “il fatto che il nuovo governo colombiano faccia marcia indietro rispetto alle onorevoli posizioni assunte dall'ex presidente colombiano Gustavo Petro — che aveva interrotto i legami con l'entità sionista per il crimine di genocidio commesso a Gaza — rappresenta un chiaro posizionamento di parte e una scommessa perdente nei confronti di un'entità criminale sempre più isolata a livello mondiale.”

Infine, ha chiesto “al governo colombiano di ritrattare immediatamente questa decisione ingiusta e di non procedere con questa mossa, la quale costituisce una violazione dei diritti del nostro popolo palestinese e un diniego della giustizia della sua causa, nonché del suo diritto all'autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come capitale.”

 

Nord Stream Trial Opens in Germany as Defence Challenges War Crimes Charges Against Ukrainian Officer

15 October 2026 at 09:18

A former Ukrainian special forces officer has gone on trial in Hamburg over the 2022 Nord Stream explosions, with his lawyers arguing that Russian energy infrastructure used to finance aggression cannot automatically enjoy protection as a civilian installation.

The first criminal trial arising from the destruction of the Nord Stream gas pipelines has opened in Hamburg, confronting German judges with allegations against a former Ukrainian military officer and a dispute over whether Russian energy infrastructure constituted a legitimate wartime target.

Serhii Kuznietsov, 50, is accused of organising an operation that destroyed three of the four Nord Stream pipeline strands in the Baltic Sea in September 2022. German prosecutors have charged him with offences involving explosives, damage to infrastructure and participation in a war crime.

At the opening hearing on 14 October, Kuznietsov’s lawyers sought to have the proceedings dismissed, challenging both the evidence against their client and the prosecution’s classification of the pipelines as protected civilian infrastructure.

According to the account of the opening proceedings, the defence argued that the installations served Russia’s strategic interests and had been used to exert economic and political pressure on European countries.

Kuznietsov denies involvement in the explosions. His lawyers maintain that the prosecution has not established that he participated in, let alone directed, the operation.

German prosecutors allege Ukrainian involvement

The explosions occurred on 26 September 2022, approximately seven months after Russia launched its full-scale invasion of Ukraine.

Underwater detonations near the Danish island of Bornholm ruptured sections of Nord Stream 1 and Nord Stream 2, releasing large quantities of natural gas into the Baltic Sea.

German investigators allege that a group of Ukrainians used a rented sailing yacht, the Andromeda, to transport divers, explosives and equipment to the pipelines.

According to the prosecution, the operation involved military-grade explosive devices and was organised with the knowledge or direction of Ukrainian state authorities.

These allegations remain to be tested in court. Ukrainian officials have denied state involvement, and no German judicial finding has established responsibility on the part of Kyiv’s political or military leadership.

The defendant was arrested in Italy in August 2025 and subsequently extradited to Germany following lengthy legal proceedings.

As EU Today reported following the Italian Supreme Court’s ruling, Kuznietsov’s defence had challenged the legality of his transfer and questioned the evidence underpinning the German investigation.

His appearance in Hamburg now moves the case from extradition disputes to direct examination of the prosecution’s allegations.

Can a gas pipeline be a military target?

The central legal controversy concerns whether the Nord Stream infrastructure was entitled to protection as a civilian installation during an international armed conflict.

Under international humanitarian law, civilian objects are generally protected against attack unless their nature, location, purpose or use makes an effective contribution to military action and their destruction offers a definite military advantage.

Kuznietsov’s defence argues that Nord Stream had served Russian strategic interests by generating energy revenue and providing Moscow with leverage over European governments.

Defence lawyer Nicola Canestrini has described the pipelines as an instrument of Russian economic coercion rather than infrastructure serving an exclusively civilian purpose.

German prosecutors reject the proposition that those circumstances automatically justified their destruction. They maintain that the operation involved attacks against civilian infrastructure and therefore constituted a war crime.

The legal assessment is more complicated than determining who owned the pipelines.

Financial benefits to a belligerent state do not necessarily make every commercial installation a military objective. Equally, civilian ownership or use does not automatically exclude infrastructure from becoming a military target if the conditions established under the laws of armed conflict are satisfied.

The operational circumstances in September 2022 could become important. Nord Stream 1 had already ceased delivering gas, while Nord Stream 2 had never received German certification to begin commercial operations.

The court will therefore have to consider both the pipelines’ strategic significance and their actual contribution to Russia’s military operations at the time of the explosions.

Defence raises questions about state secrecy

Kuznietsov’s lawyers have also argued that his military status restricts his ability to discuss information that could be covered by Ukrainian state secrecy obligations.

According to the opening-day court reporting, the defence contends that these restrictions undermine his ability to challenge the prosecution’s case.

The proceedings also raise questions concerning the legality of his extradition from Italy and the precise offences for which his transfer was authorised.

These are separate from the underlying question of responsibility for the explosions. A procedural objection could affect the conduct of the trial without resolving the factual allegations.

Berlin faces an uncomfortable political dispute

The case has implications for relations between Germany and Ukraine, although criminal responsibility must be determined independently of diplomatic considerations.

Germany remains a major supplier of military and financial assistance to Kyiv. At the same time, German prosecutors are pursuing allegations that Ukrainian personnel damaged infrastructure in which German companies had invested heavily.

The pipelines themselves remain politically contentious. As EU Today previously examined, the owner of Nord Stream 2 has separately challenged the EU’s plans to eliminate Russian gas imports, demonstrating that the commercial and legal consequences of Europe’s former energy relationship with Moscow remain unresolved.

The Hamburg trial will not determine the legality of Russia’s invasion, nor will it establish Ukrainian government responsibility merely because a former officer stands accused.

It will examine the evidence against Kuznietsov and the circumstances in which the destruction of infrastructure connected to an aggressor state can constitute a criminal offence.

Further hearings are scheduled, with the evidentiary proceedings expected to begin on 27 October. The outcome will depend on whether prosecutors can establish the defendant’s alleged role and overcome the legal challenges raised by his defence.

Trump lancia un duro avvertimento all'Europa: "Viene divorata viva"

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato ad rivolgere un duro avvertimento all'Europa nell'ambito della sua strategia sulle tariffe commerciali, affermando che il continente rischia di trovarsi in forte difficoltà.

"Quando impongo una tariffa del cento per cento, guardate cosa succede in Europa. Non applicano tariffe e vengono divorati vivi", ha dichiarato il presidente statunitense nel corso di un intervento pubblico tenutosi mercoledì.

L'appello a un cambio di rotta economico

L'inquilino della Casa Bianca ha proseguito sostenendo che i Paesi europei farebbero meglio ad agire con rapidità, ipotizzando che in caso contrario l'assetto del continente potrebbe subire trasformazioni profonde. Ha inoltre osservato che già oggi l'Europa appare molto diversa rispetto a tempi recenti.

Contestualmente, il presidente ha rivendicato i risultati conseguiti dall'economia americana, definendo gli Stati Uniti più forti che mai e sottolineando la crescita delle entrate finanziarie per il Paese.

CNN: Gli USA potrebbero usare la "madre di tutte le bombe" contro l'Iran

 

Le forze armate statunitensi hanno elaborato nuovi piani d'attacco contro l'Iran che includono l'impiego della GBU-43/B MOAB, nota come la "madre di tutte le bombe". L'indiscrezione emerge in un contesto segnato dal blocco dei negoziati e da crescenti pressioni per porre fine al conflitto.

Secondo fonti statunitensi citate dalla CNN, l'ordigno non nucleare più potente dell'arsenale americano verrebbe impiegato per colpire le infrastrutture energetiche e i siti nucleari iraniani, qualora il presidente Donald Trump desse l'ordine di riprendere le ostilità.

Una fonte ha ipotizzato che gli attacchi potrebbero avvenire "prima del ritiro degli Stati Uniti dall'area di responsabilità del CENTCOM". Ciò suggerisce l'intenzione dell'amministrazione di condurre una serie di bombardamenti decisivi, dichiarare vittoria e procedere a un rapido disimpegno delle truppe sul campo.

Un'arma psicologica per sbloccare i negoziati

Permangono tuttavia forti dubbi sull'effettiva efficacia della MOAB contro i complessi nucleari e i bunker sotterranei fortificati dell'Iran. Come sottolineato da una fonte esperta, la bomba "non è progettata come una testata a penetrazione profonda". Il suo eventuale impiego avrebbe quindi un valore prevalentemente psicologico, mirato a destabilizzare l'avversario e a sbloccare lo status quo negoziale.

La MOAB è una bomba ad alto esplosivo lanciata da velivoli cargo che detona prima dell'impatto con il suolo, generando una devastante onda d'urto in tutte le direzioni. Già nel 2003, durante le fasi finali dei test nell'ambito della guerra in Iraq, i vertici militari la definirono uno strumento pensato primariamente per le "operazioni psicologiche".

Retorica aggressiva e calcoli elettorali

Di fronte allo stallo diplomatico, Trump ha più volte evocato l'impiego della forza militare contro Teheran. In un'intervista rilasciata alla rivista Time e pubblicata il 1° ottobre, il presidente ha sostenuto la necessità di "annientare l'Iran", definendolo l'unico modo per restituire stabilità allo scenario globale.

Negli ultimi giorni, Trump è tornato ad avvertire la Repubblica Islamica minacciando di impartirle "una bella lezione". Ciononostante, la settimana scorsa ha dichiarato che Washington non ha intenzione di sferrare un attacco imminente, almeno non prima delle elezioni di medio termine del 3 novembre.

Tale affermazione appare in netto contrasto con le notizie trapelate poco prima, secondo cui la Casa Bianca avrebbe chiesto al Pentagono di preparare diverse opzioni militari contro obiettivi iraniani da attuare proprio prima del voto, con l'obiettivo di mostrare progressi strategici e calmierare il prezzo del carburante.

La replica di Teheran

Nel frattempo, l'Iran ha rivendicato un forte potenziamento bellico. Il 6 ottobre, il generale di brigata Reza Talei-Nik, portavoce del Ministero della Difesa iraniano, ha dichiarato che negli ultimi sette mesi la capacità produttiva di armi ed equipaggiamenti militari è aumentata di 2,5 volte rispetto al periodo precedente all'esplosione del conflitto scatenato da USA e Israele a fine febbraio.

Il portavoce ha infine ammonito che qualsiasi ulteriore aggressione o minaccia incontrerà una "risposta decisa", destinata a tradursi in "sconfitte ancora più clamorose" per gli avversari.

 

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