❌

Normal view

Giletti sul caso David Rossi: “Per la commissione d’inchiesta tra i presunti mandanti dell’omicidio c’è Mussari”. L’ex presidente Mps: “Una follia, lo querelo”

18 October 2026 at 15:27

“Per la commissione d’inchiesta sulla morte del manager di Monte dei Paschi David Rossi, il presunto mandante dell’omicidio sarebbe stato l’ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari“. È quanto riporta Massimo Giletti in un video su Instagram rimandando per i dettagli a lunedì 19 ottobre.

“Domani la commissione parlamentare d’inchiesta si riunisce, farà i nomi degli esecutori e dei mandanti, uso sempre il termine presunti, però il nome che emerge e che verrà fuori è un nome importante perché il mandante sarebbe stato il presidente di banca Mps Mussari, un nome importantissimo, una notizia incredibile”, ha detto il conduttore alla vigilia di una nuova puntata de Lo Stato delle cose incentrata sul caso. “Credo sia importante dare una notizia che riguarda un caso che noi abbiamo seguito per 13 anni – dice ancora Giletti nel video – Grazie al lavoro importante della Commissione parlamentare d’inchiesta abbiamo la certezza oggi che si deve si può solo parlare di omicidio”.

Dopo la pubblicazione del video Mussari ha istantaneamente annunciato querela nei confronti del giornalista. “Quanto affermato dal signor Giletti è una follia prima ancora che una calunnia gravissima e senza uguali, agirò in tutte le sedi nei suoi confronti così come nei confronti di coloro che oseranno ripetere detta calunniosa follia“. Giletti, parlando con l’agenzia Ansa, non arretra: “Non devo replicare a Mussari, perché ho semplicemente detto quello che succederà domani in Commissione d’inchiesta secondo le mie informazioni. Non capisco le ragioni di questa querela, ho solo anticipato quello che sarà raccontato. Sarà lui a dover rispondere ai magistrati, non io”.

L'articolo Giletti sul caso David Rossi: “Per la commissione d’inchiesta tra i presunti mandanti dell’omicidio c’è Mussari”. L’ex presidente Mps: “Una follia, lo querelo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Attentato a Sigfrido Ranucci, le motivazioni del Riesame: “Inverosimile” la versione di Lavitola. I giudici: “Materiale investigativo granitico”

17 October 2026 at 17:37

La versione fornita da Valter Lavitola sull’attentato contro Sigfrido Ranucci è “inverosimile” e le risultanze investigative a suo carico sono “granitiche”. È quanto sostengono i giudici del Tribunale del Riesame di Roma nelle 31 pagine di motivazioni con cui hanno respinto le richieste della difesa dell’ex editore, confermando la custodia cautelare in carcere. Lavitola è accusato di essere il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del giornalista, di cui è indicato come mandante reo confesso. Davanti a giudici l’imprenditore ed ex editore si era assunto di aver dato un mandato in bianco Clesio Tavares Gomes, suo uomo di fiducia coindagato nel procedimento di assumersene la responsabilità. Al centro della decisione ci sono le contraddizioni emerse nelle dichiarazioni dell’indagato, che secondo i magistrati riguardano almeno tre aspetti: il sopralluogo nei pressi della casa di Ranucci, le modalità con cui sarebbe stato organizzato l’attentato e i chiarimenti sul movente. Su quest’ultimo punto, scrivono i giudici, resta possibile una matrice politica. Confermata anche l’aggravante del metodo mafioso.

Uno degli elementi contestati riguarda il ruolo di Gomes. In un primo momento, l’ex editore avrebbe riferito di avergli affidato un incarico preciso: sparare tre o quattro colpi contro il muro dell’abitazione del giornalista, senza coinvolgere altre persone. Soltanto il giorno successivo all’attentato, secondo questa ricostruzione, avrebbe appreso dai mezzi di informazione che Tavares non aveva rispettato le istruzioni e aveva agito autonomamente, coinvolgendo soggetti a lui sconosciuti per collocare l’ordigno. Successivamente, però, Lavitola ha modificato la propria versione. Avrebbe prima ammesso di aver accettato il rischio che il coindagato, forte delle sue esperienze nel campo della sicurezza e in ambito militare internazionale, potesse discostarsi dalle indicazioni ricevute. In seguito avrebbe descritto l’incarico appunto come una sorta di “mandato in bianco”, sostenendo di non avergli detto espressamente come procedere né di avergli suggerito di rinunciare all’attentato.

Per il Riesame, le differenze tra le dichiarazioni sono rilevanti. I giudici ritengono inoltre “del tutto inverosimile” che Tavares abbia cambiato autonomamente le modalità esecutive senza consultare Lavitola. Una ricostruzione che, secondo il Tribunale, contrasta con il rapporto di fiducia reciproca, descritto dallo stesso ex editore come quasi filiale. I magistrati si chiedono perché il coindagato avrebbe dovuto tradire quel legame, assumendosi responsabilità penali e oneri economici.

Un altro punto riguarda il sopralluogo effettuato il 15 settembre 2025 nei pressi dell’abitazione di Ranucci, a Torvajanica. Lavitola lo avrebbe negato sia nelle prime dichiarazioni spontanee sia durante l’interrogatorio. L’analisi del traffico telefonico degli indagati avrebbe però evidenziato che quel pomeriggio lui e Tavares si erano recati nella zona in cui si trova la casa del giornalista, per poi rientrare immediatamente a Roma.

Il Tribunale conferma anche l’aggravante del metodo mafioso. I giudici richiamano le “allarmanti modalità dell’azione“, considerate di per sé evocative della forza intimidatrice di tale metodo. Nelle valutazioni dei magistrati pesa anche quanto riferito da Ranucci, che avrebbe raccontato di aver ricevuto negli anni ripetute minacce e avvertimenti legati alla sua attività giornalistica e d’inchiesta, anche sulla criminalità organizzata. Per questo, ricordano i giudici, al giornalista era stata assegnata una misura di tutela personale già dall’agosto 2021.

Le motivazioni sottolineano inoltre la gravità delle modalità dell’azione e la spregiudicatezza attribuita a Lavitola, che avrebbe incaricato Tavares di individuare gli esecutori materiali, disposti a compiere il fatto per pochi soldi. Un’azione che, osservano i magistrati, avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi, anche perché le automobili della persona offesa erano alimentate a gas. A sostegno della custodia cautelare in carcere viene indicato infine il pericolo di fuga. Secondo quanto emerso dalle intercettazioni, a partire dal primo luglio 2026, subito dopo l’esecuzione della misura nei confronti dei quattro presunti esecutori materiali, Lavitola sarebbe stato in procinto di partire per l’Africa. I difensori dell’ex editore, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, contestano le conclusioni del Riesame, in particolare per quanto riguarda l’aggravante del metodo mafioso, e hanno annunciato ricorso in Cassazione.

L'articolo Attentato a Sigfrido Ranucci, le motivazioni del Riesame: “Inverosimile” la versione di Lavitola. I giudici: “Materiale investigativo granitico” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Forza Italia, l’avvocato dei Berlusconi è sbarcato in Parlamento: il partito lo manda dritto in commissione Giustizia

17 October 2026 at 14:13

Martedì 6 ottobre era stato oggetto di qualche ilarità tra i colleghi perché si era presentato di buon mattino al suo nuovo scranno di Montecitorio durante la discussione generale sulla legge elettorale a cui avevano partecipato solo una decina di deputati. Il tesoriere di Forza Italia Fabio Roscioli sta prendendo il nuovo e inedito ruolo di deputato molto sul serio: da quando si è insediato alla Camera dopo la vittoria alle suppletive di Reggio Calabria, il partito gli ha assegnato la commissione Giustizia. E nelle prime due settimane non si è perso una seduta, oltre ai lavori d’aula. Una scelta significativa alla luce del fatto che Roscioli è anche avvocato ed è stato legale della famiglia Berlusconi.

Roscioli è considerato l’uomo di Marina Berlusconi nei palazzi romani ed è un noto avvocato civilista. È storico legale di Fininvest in diverse cause note alle cronache: ha curato il ricorso (perso) in Cassazione di Silvio Berlusconi costretto a pagare 50 mila euro all’ex pm di Milano Guido Robledo per averlo attaccato nel 2006 sul processo Mills, ma anche il ricorso (anche questo perso) di Fininvest nei confronti del giornalista Ferruccio Pinotti e del magistrato Luca Tescaroli sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia riportate in un libro. Roscioli è stato anche il liquidatore del Popolo delle Libertà nel 2013, gruppo politico durato pochi mesi tra l’allora Forza Italia e Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. E avrà un ruolo fondamentale in Forza Italia nei prossimi mesi: da tesoriere dovrà essere lui a mettere la firma, e quindi la certificazione, sulle liste elettorali del partito.

La decisione di inserirlo in commissione Giustizia è legata sia alla sua professione, ma anche al fatto che nelle ultime settimane si era liberato un posto da ricoprire in commissione: quello di Tommaso Calderone, nel frattempo passato a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. La maggioranza, insomma, aveva un parlamentare in meno in una commissione chiave e quindi doveva scegliere qualcuno per sostituire Calderone che, nel frattempo, ha mantenuto il suo posto di vicepresidente della Commissione nonostante sia dell’opposizione. La commissione Giustizia è tra quelle più importanti e in cui la maggioranza è più risicata in termini numerici, dunque serviva un rinforzo.

Roscioli comunque sarà presto chiamato a discutere e votare su provvedimenti importanti sul fronte della Giustizia: alla Camera, infatti, è in discussione il disegno di legge che limita il sequestro degli smartphone da parte dei magistrati, il disegno di legge sulla geografia giudiziaria oltre al decreto Giustizia che arriverà in commissione la prossima settimana. Se dovesse essere approvata al Senato, la commissione Giustizia di Montecitorio sarà chiamata anche ad esprimersi sulla riforma della prescrizione.

L'articolo Forza Italia, l’avvocato dei Berlusconi è sbarcato in Parlamento: il partito lo manda dritto in commissione Giustizia proviene da Il Fatto Quotidiano.

Aggressioni in minicar a Roma, per i due minorenni si aggravano le accuse: contestate anche le percosse. Rischiano una misura cautelare

17 October 2026 at 11:47

Da quella che avrebbero definito una bravata a un’inchiesta per tentato omicidio, lesioni personali aggravate e percosse in concorso. Si aggrava il quadro accusatorio nei confronti dei due ragazzi di 16 e 17 anni coinvolti nella serie di aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. I due, che hanno confessato, saranno interrogati martedì 20 ottobre dalla Procura dei minorenni, che ha assunto la titolarità dell’indagine. La nuova contestazione potrebbe incidere anche sulla valutazione delle eventuali misure cautelari.

Al centro degli accertamenti c’è soprattutto l’aggressione del 5 ottobre a Monteverde, quando Davide Iacopini, attore di 42 anni, è stato colpito con un calcio mentre viaggiava in monopattino in via Anton Giulio Barrilli. L’uomo ha perso il controllo del mezzo ed è finito contro un’auto in sosta, perdendo conoscenza. Operato due volte alla testa, è ancora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo, con prognosi riservata anche se le sue condizioni sembrano in miglioramento.

Quell’episodio rappresenta il momento più grave di un’escalation di violenza concentrata nell’arco di 48 ore, durante le quali si sono verificate altre cinque aggressioni ai danni di passanti, con conseguenze meno gravi. Quando sono stati identificati, i due avrebbero ricondotto quei gesti alla noia e al desiderio di divertirsi. “Ci siamo divertiti così”, avrebbero detto agli investigatori, spiegando di essersi fermati dopo aver appreso delle condizioni dell’attore.

Le indagini dovranno ora chiarire se dietro gli episodi ci fosse soltanto l’iniziativa dei due ragazzi o se le aggressioni fossero legate a una sfida condivisa con altre persone, eventualmente anche online. I carabinieri hanno sequestrato i cellulari dei minorenni e dei loro genitori, oltre a una dashcam, che potranno essere esaminati su delega della Procura.

Mentre tra i compagni di scuola prevale l’incredulità, il fratello del sedicenne, che si trovava sul lato passeggero della minicar e sarebbe colui che materialmente ha colpito le vittime, ha raccontato ai giornali che i due amici, quando sono insieme, diventano “esplosivi”. Secondo il suo racconto, qualche mese fa le famiglie avevano già deciso di limitarne la frequentazione.

Adesso saranno gli interrogatori e gli accertamenti sui dispositivi sequestrati a contribuire alla ricostruzione dei fatti e delle responsabilità individuali. Per i due minorenni, intanto, l’inchiesta entra in una fase decisiva, mentre restano da chiarire le circostanze e le ragioni di una sequenza di aggressioni che ha avuto il suo esito più drammatico nelle gravi condizioni di Iacopini.

L'articolo Aggressioni in minicar a Roma, per i due minorenni si aggravano le accuse: contestate anche le percosse. Rischiano una misura cautelare proviene da Il Fatto Quotidiano.

Equalize, chiuse le indagini sull’estorsione a Del Vecchio: verso il processo l’ex collaboratore, l’ex spia De Marzio e l’hacker Calamucci

15 October 2026 at 18:47

Accessi abusivi e archivi reputazionali rubati. A far da corollario la Squadra Fiore, gruppetto di presunti spioni composto da ex dei servizi segreti, impegnata a costruire dossier contro Leonardo Maria Del Vecchio. Ma se i dossier erano fasulli, gli accessi alla vita personale dell’erede Luxottica si sono dimostrati reali. Ora l’indagine della Procura di Milano corre rapida verso la richiesta di processo, dopo che ieri è stato notificato l‘avviso di chiusura indagini a Mario Cella, addetto alla sicurezza e collaboratore personale di Del Vecchio, a Vincenzo De Marzio, ex Ros ed ex spia, nome in codice Tela, titolare della Neis Agency e infine all’hacker Samuele Calamucci, personaggio centrale dell’indagine sulla società Equalize.

Il fascicolo in cui Del Vecchio è parte offesa riguarda i reati di estorsione (ai danni di Del Vecchio) e accesso abusivo a sistema informatico, contestati a Cella e De Marzio, mentre per truffa aggravata oltre a De Marzio è indagato Calamucci con una posizione marginale. Secondo i pm, Cella “esfiltrava” dal circuito di videosorveglianza della casa di Del Vecchio “immagini private costituendo un archivio reputazionale” che consegnava a De Marzio. I due poi riferivano a Del Vecchio il rischio della diffusione di tali immagini, incassando 30mila per “una protezione reputazionale”.

La truffa, per circa 230mila euro, sarebbe consistita nel far credere a Del Vecchio l’esistenza di un dossieraggio a suo danno orchestrato dai vertici di EssilorLuxottica e portato avanti dalla Squadra Fiore. Uno scenario che la Procura considera falso.

L'articolo Equalize, chiuse le indagini sull’estorsione a Del Vecchio: verso il processo l’ex collaboratore, l’ex spia De Marzio e l’hacker Calamucci proviene da Il Fatto Quotidiano.

Strage di Bologna, la difesa Cavallini insiste: “Nuove analisi Dna”. Il presidente dei familiari: “L’86esima vittima era nella pancia di una donna incinta”

15 October 2026 at 15:30

La difesa di Gilberto Cavallini torna a chiedere nuovi accertamenti sui resti biologici rinvenuti nella bara di Maria Fresu, una delle 85 vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nell’udienza davanti alla Corte d’assise d’appello di Bologna, l’avvocato Alessio Pomponi, sostituto di Gabriele Bordoni, ha ribadito la richiesta di autorizzare nuove analisi del Dna sui reperti riesumati nel 2019 dal cimitero toscano di Montespertoli. Sentite le parti, la Corte presieduta da Pasquale Stigliano si è riservata la decisione, attesa nei prossimi giorni.

La richiesta

L’istanza è stata presentata nell’ambito di un incidente di esecuzione, già promosso nel 2023 e respinto. La difesa chiede che il genetista Emiliano Giardina possa effettuare una comparazione con i profili delle altre vittime di sesso femminile e approfondire l’origine ancestrale e il fenotipo del Dna, cioè alcune caratteristiche biologiche osservabili. Al centro della richiesta c’è un frammento facciale con scalpo rinvenuto nella bara di Fresu, la donna che morì con la figlia Angela di 3 anni.

Le analisi svolte durante i processi hanno concluso che il Dna di quel reperto non fosse attribuibile alla donna. Da qui l’ipotesi della difesa: potrebbe appartenere a una persona mai identificata, forse una donna che si trovava nelle immediate vicinanze dell’esplosione. L’eventuale esistenza di una 86esima vittima, tuttavia, non è stata dimostrata. Un’ipotesi legata alla presunta pista palestinese – suggerita dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga – che prevedeva un terrorista o una terrorista di passaggio a Bologna. L’ordigno sarebbe esploso per errore. Ma queste ricostruzioni, proposte in più fasi dei processi, sono state vagliate ed escluse dai giudici. Che hanno attribuito la paternità del massacro ai Nuclei Armati rivoluzionari, con i finanziamenti di Licio Gelli e il contributo dei servizi segreti deviati e quello dell’ex terrorista di Avanguardia nazionale Paolo Bellini.

Gli accertamenti richiesti mirano a verificare se il materiale genetico possa essere ricondotto a una delle vittime già identificate o a una persona diversa, ma la questione era già stata affrontata nel corso del procedimento che ha portato alla condanna definitiva al fine pena mai di Cavallini. I periti, nominati nei processo d’appello, avevano rilevato che alcuni resti rinvenuti nella bara, tra cui una mano e il frammento del volto, appartenevano a due donne diverse. Avevano inoltre spiegato che, nelle operazioni di soccorso successive all’esplosione, la ricerca dei sopravvissuti tra macerie e polvere poteva aver determinato il mescolamento di parti organiche. I soccorritori disperati cercavano con foga di tirar fuori dalla macerie più persone possibile.

L’opposizione delle parti civili

La richiesta incontra la netta opposizione delle parti civili. Paolo Lambertini, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, ha respinto l’ipotesi di una persona in più tra le vittime della strage: “L’86esima vittima era nella pancia di Viviana Bugamelli, che era incinta”. Lambertini ha definito l’iniziativa un ulteriore tentativo di far sentire Cavallini non abbandonato, aggiungendo che, a suo giudizio, questo potrebbe contribuire a evitare che l’ex terrorista decida di parlare. “Crediamo che questo sia un ulteriore tentativo di far sentire Gilberto Cavallini non abbandonato. Di cose Cavallini ne avrebbe da dire, in questo momento è in isolamento, forse farlo sentire non abbandonato aiuta a fare in modo che non parli. La verità è che in quella ecatombe, in quel massacro che c’era sotto le macerie, le condizioni di molti corpi umani erano terribilmente gravi, c’erano state mutilazioni su tanti corpi”. Nelle macerie e tra la polvere della sala d’aspetto di seconda classe restarono i resti, appunto, di 85 persone e furono soccorse oltre 200 persone.

Le parti civili contestano innanzitutto che gli accertamenti richiesti possano essere considerati una prova nuova. Il collegio di avvocati parte civile – Andrea Speranzoni, Alessandro Forti, Lisa Baravelli, Alessia Merluzzi, Giulia Tosti – sostiene che la diversa natura scientifica delle analisi, sostengono, non basta a renderle tali, perché si tratta di approfondimenti che avrebbero potuto essere svolti già durante il processo. Una richiesta identica volta a ottenere una consulenza integrativa sul Dna affidata allo stesso Emiliano Giardina, era stata presentata – come si legge nelle note depositate alla Corte – l’8 giugno 2023 nel giudizio d’appello. I legali ricordano la questione è stata ampiamente valutata e respinta dai giudici di merito e dalla Cassazione, con la sentenza n. 26 del 2025. L’istanza attuale sarebbe quindi una reiterazione di questioni già giudicate. Per la parte civile, inoltre, le analisi avrebbero un valore soltanto probabilistico e non consentirebbero un’identificazione certa. Proprio per questo, sostengono i legali, non sarebbero in grado di modificare in modo significativo il quadro probatorio e avrebbero un carattere meramente esplorativo.

Un altro punto riguarda la conservazione dei reperti. Le parti civili denunciano un’interruzione nella catena di custodia, con incertezze sui trasferimenti, sui luoghi di conservazione e sui soggetti che ne sarebbero stati responsabili. Una circostanza che, a loro giudizio, impedirebbe di stabilire con certezza se i materiali oggi disponibili corrispondano a quelli analizzati all’epoca dal professor Pappalardo. Da qui la contestazione sulla possibilità stessa di utilizzare nuovi risultati genetici. “Questa confusione di reperti induce la difesa a ritornare su un tema già trattato, vagliato, deciso nella fase di cognizione nel processo Cavallini e validato dalla Suprema Corte di Cassazione nel gennaio 2025”, ha dichiarato al termine dell’udienza Speranzoni.

La Corte dovrà ora decidere se autorizzare gli approfondimenti richiesti dalla difesa. Un eventuale via libera alle analisi non comporterebbe, di per sé, la riapertura del processo né una revisione della condanna definitiva all’ergastolo di Cavallini per concorso nella strage.

L'articolo Strage di Bologna, la difesa Cavallini insiste: “Nuove analisi Dna”. Il presidente dei familiari: “L’86esima vittima era nella pancia di una donna incinta” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Garlasco, Sempio: “Vorrei chiudere tutto in udienza preliminare”. E sull’impronta 33: “Non è attribuibile a me, né a nessuno”

15 October 2026 at 14:59

“Mi auguro di non arrivare al vero e proprio processo”. Andrea Sempio – che la procura di Pavia ritiene l’assassino di Chiara Poggi – guarda al prossimo passaggio dell’inchiesta sul delitto di Garlasco per cui è stato condannato in via definitiva Alberto Stasi e, intervistato da Sky TG24, dice di sperare che la vicenda possa chiudersi già in udienza preliminare. Il 38enne si aspetta una richiesta di rinvio a giudizio: “Dopo che è cambiata l’accusa, è ovvio che non si andrà verso un’archiviazione, sembra scontato”. L’obiettivo, spiega, è arrivare rapidamente davanti al giudice e poter discutere gli elementi raccolti, senza trascinare la vicenda per altri anni.

Tra i punti su cui la difesa intende insistere c’è l’impronta 33, rinvenuta sulle scale della villetta di via Pascoli. “Secondo me non è attribuibile né a me né a nessuno”, afferma Sempio, sostenendo che in quel punto fosse normale appoggiarsi con la mano scendendo le scale. Dice inoltre di ritenere possibile dimostrare che non si trattasse di un’impronta insanguinata. A sostegno della propria posizione cita le analisi di due esperti, che avrebbero lavorato separatamente e sarebbero arrivati allo stesso risultato. Sempio contesta anche la compatibilità della traccia con la propria calzatura, ricordando di portare il numero 44 fin da quando aveva 17-18 anni.

Quanto alla cantina, racconta di esserci stato tre o quattro volte, come avrebbero confermato anche altri ragazzi del gruppo. La presenza di una sua impronta in un punto frequentato, sostiene, non sarebbe di per sé un elemento decisivo. Nell’intervista affronta anche la questione dei video intimi di Chiara Poggi e Alberto Stasi: dice di non averli mai visti e di aver appreso della loro esistenza soltanto attraverso i media. “Tra noi amici Chiara era una figura distante, non facevamo parte della sua vita e non si è mai parlato di lei”, afferma. Proprio Alberto Stasi, sentito dai pm di Pavia, esclude che Chiara gli abbia mai parlato di Sempio.

Sui messaggi a sfondo sessuale, in particolare quelli relativi allo stupro, Sempio respinge l’interpretazione secondo cui avrebbe celebrato la violenza. “In nessuno di quei messaggi io glorifico lo stupro o ne parlo come di qualcosa di positivo”, dichiara, riconoscendo tuttavia che il linguaggio utilizzato era forte e che gli stessi temi avrebbero potuto essere affrontati in modo diverso. Alcuni messaggi, aggiunge, sarebbero stati recuperati da un vecchio hard disk del 2014.

Il peso dell’inchiesta, racconta, si riflette anche sulla vita quotidiana. “La parte più brutta è l’attesa“, dice, spiegando di non lavorare al momento e di temere le difficoltà nel ricominciare con un procedimento giudiziario ancora aperto. Sempio afferma inoltre di non sapere se sia indagato anche per la vicenda legata a una presunta corruzione: la richiesta di chiarimenti presentata dai suoi legali, riferisce, non ha ancora ricevuto risposta. A Brescia è stato archiviato l’ex procuratore di Pavia, Mario Venditti, che era indagato in concorso con il padre di Sempio e gli atti sono stati trasmessi alla procura di Pavia per competenza. Sul contatto avuto nel 2017, dice di aver avvisato subito il proprio avvocato e di aver lasciato a lui ogni seguito.

Non individua, almeno per ora, errori nella nuova indagine, ma precisa che eventuali criticità saranno contestate se dovessero emergere. Quanto alla famiglia Poggi, dice che gli sarebbe piaciuto incontrarla, pur comprendendo che non sia il momento: “Hanno affrontato anni e anni di processi e hanno perso una figlia“.

L'articolo Garlasco, Sempio: “Vorrei chiudere tutto in udienza preliminare”. E sull’impronta 33: “Non è attribuibile a me, né a nessuno” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Zustissia, il peso di 33 anni di ingiustizia: il caso Zuncheddu diventa cinema. Fabrizio Ferracane negli Usa sarebbe da Oscar

15 October 2026 at 14:20

Zustissia non è il solito film italiano. Partiamo da qui. Da un dato più estetico-produttivo. Perché recensire l’opera prima di Francesco Piras iniziando dal cuore del racconto, i 33 anni di carcere ingiustamente patiti da Beniamino Zuncheddu per un triplice omicidio mai commesso – tratto da una storia vera, si dice di solito al cinema – sarebbe retoricamente più semplice.

Dicevamo che Zustissia è prima di tutto il risultato di un’idea visiva solidamente non convenzionale, senso dell’immagine oltre la banale ripresa dei dialoghi, ricostruzione, esplorazione e restituzione di uno spazio e di un tempo dell’attesa (e della rivincita) come fossero sospesi e astratti oltre il regime dell’ordinarietà. Piras sa dare significato ai propri movimenti di macchina, sa disegnare traiettorie di sguardo attraverso brevi panoramiche circolari, piani sequenza e carrellate, sa mantenere alta la temperatura emotiva sia negli stralci insanguinati tra pecore e ruderi sia nella più classica prossimità di visi e corpi, modello court room movie hollywoodiano.

Regia completa, distinta, amalgamata a un sapiente taglio di scrittura (spiegare i dettagli del caso e della legge, pitturare anime silenti e passive e timidi eroi coraggiosi); poi, ovviamente, la volumetria straordinaria dell’errore giudiziario più lungo d’Italia, viziato realmente da superficialità e volontaria approssimazione inquirente.

La sera del 27 febbraio 1991, mentre si trova in casa a Burcei, nel sud-est della Sardegna, con la sorella e il cognato a guardare in tv la performance dei Tazenda e di Pierangelo Bertoli a Sanremo, il pastore ventiseienne Beniamino Zuncheddu (da carcerato adulto interpretato da Fabrizio Ferracane) viene improvvisamente arrestato dalla polizia. Accusato del brutale omicidio di tre pastori e del ferimento di un altro, avvenuti vicino alle terre in cui pascola con le sue bestie, il giovane verrà condannato all’ergastolo in tre rapidi processi che attraverseranno i tre gradi di giudizio con sedute sprint in nemmeno un anno.

Zuncheddu si dichiara innocente, ma passerà 25 anni in carcere senza mai uscire, anche solo per un permesso, fino a quando, nel 2016, l’avvocato Mauro Trogu (Michele Riondino) prenderà in mano il caso e riuscirà, comunque con immane fatica, a ottenere, a 2021 inoltrato, la revisione del processo con la clamorosa svolta di una nuova prova. Il ferito e testimone oculare, che già nel 1991, nel giro di 40 giorni, aveva cambiato versione dei fatti, afferma definitivamente di non aver riconosciuto Zuncheddu la notte della mattanza e che a suggerirgli di riconoscerlo in una foto segnaletica era stato un agente della Criminalpol.

Immersa in un’atmosfera grigia e rarefatta, la ricostruzione biografica evita il pietismo e cerca la giusta distanza umana e morale; mentre la ricostruzione giuridico-processuale, preceduta dal flashback iniziale dei delitti, che irradia sotterraneamente l’opera in ogni possibile ganglio di senso, si immerge nelle secche di un tunnel prima crudele e cieco, poi paradossalmente kafkiano (il tribunale fa “galleggiare” per mesi il processo di revisione per mille cavilli procedurali).

Il risultato è un levigato racconto in crescendo che tifa evidentemente per i deboli e le vittime, ma che non usa mai sguaiatamente le urla per affermarlo. Gli attori poi non corrono, non sbrodolano, non biascicano in romanesco (il posato pseudo-sardo di Riondino, nella sua mimesi mai sovraccarica, è da antologia): vivono di sguardi, di microespressioni, di lenti movimenti. E Fabrizio Ferracane, nel riprodurre la silenziosa remissività di Zuncheddu, questo farsi tritare da un destino disegnato meschinamente da altri, millimetro dopo millimetro, cellula di invecchiamento dopo cellula, negli Stati Uniti sarebbe da Oscar. Il commento musicale, sussurrato, modello Città di pianura, è di Iosonouncane. Il vero Zuncheddu è uscito di galera dopo 33 anni e 8 mesi, con assoluzione per non aver commesso il fatto.

L'articolo Zustissia, il peso di 33 anni di ingiustizia: il caso Zuncheddu diventa cinema. Fabrizio Ferracane negli Usa sarebbe da Oscar proviene da Il Fatto Quotidiano.

Le presunte tangenti fotografate dall’ex moglie: così la “guerra dei Roses” sannita apre la pista dei soldi nell’inchiesta sulla corruzione a Benevento

15 October 2026 at 13:34

Di casi di corruzione scoperti per le ritorsioni di signore tradite o con il dente avvelenato coi loro consorti ne sono piene le cronache degli ultimi 30 anni, dalla ex moglie di Mario Chiesa in poi. Ne abbiamo uno, presunto, anche nella Tangentopoli di Benevento che sta facendo tremare (politicamente) Clemente Mastella, il sindaco non indagato di un Comune dove dirigenti e funzionari vicini al partito mastelliano Ndc avrebbero trasformato in prassi l’incasso di una tangente su quasi tutti gli appalti e gli affidamenti. Ed una parte di questi soldi sarebbe stata riversata nel finanziamento delle iniziative politiche ed elettorali dei mastelliani.

Il caso riguarda l’ingegnere indagato Maurizio Perlingieri, dirigente comunale del Settore Ambiente, Energia, Mobilità e Servizi Cimiteriali. Questa ‘Guerra dei Roses’ in salsa sannita non appare nei lunghi e numerosi verbali confessori di Gennaro Santamaria, l’ex responsabile del Gabinetto del primo cittadino, che fece salire Perlingieri sul palco del Teatro La Salle durante un’iniziativa elettorale per la candidatura al consiglio regionale di Pellegrino Mastella. È invece il frutto del lavoro dei Carabinieri del comando provinciale. Hanno incrociato le evidenze investigative su Santamaria e company, con una denuncia presentata dalla ex moglie di Perlingieri a febbraio.

La signora, che aveva sottoscritto un accordo di negoziazione assistita con l’ex marito dopo aver scoperto la sua relazione extraconiugale, si è recata nella seconda casa di Salerno e ci ha trovato delle fascette di denaro conservate sottovuoto coi relativi importi annotati a mano. Ha scattato tre foto delle mazzette “la cui entità appariva sin da subito palesemente incompatibile con le fonti di reddito legale del soggetto”, scrivono i carabinieri in un’informativa che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere.

In quella casa c’era anche un Nokia di vecchia generazione intestato a uno sconosciuto straniero, ma di fatto usato da Perlingieri. Lo usava come ‘telefono dedicato’ alle chiamate e ai messaggi con un imprenditore leader di un gruppo che ha ottenuto affidamenti diretti dal Comune di Benevento. La signora ha fotografato anche gli sms che l’ingegnere mandava all’imprenditore. “X tenere il punto ti fa tremare. Valuta fino a che punto ti conviene insistere. Speriamo che non sta impazzendo (…). Non si aspettava andassi avanti così”.

Nella denuncia la signora chiede spiegazioni sul tenore di vita dell’ex marito a suo dire “sproporzionato” rispetto ai redditi dichiarati. E fa l’esempio dell’acquisto di un Suv costato 67.000 euro, per il quale Perlingieri nel corso del giudizio di divorzio non avrebbe fornito riscontri sulla tracciabilità del pagamento. Opponendosi alle richieste di accertamenti tributari. Ètutto nel fascicolo dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Benevento – procuratore Nicola D’Angelo, aggiunto Gianfranco Scarfò, pm Maria Colucci – il cui prossimo step sono gli incidenti probatori fissati a partire dal 3 novembre.

L'articolo Le presunte tangenti fotografate dall’ex moglie: così la “guerra dei Roses” sannita apre la pista dei soldi nell’inchiesta sulla corruzione a Benevento proviene da Il Fatto Quotidiano.

La guerra per la festa della Madonna finisce in tribunale: chiesti 6 anni per un ex finanziere. Il pm: “Stalking sul sacerdote”

15 October 2026 at 12:24

Una festa religiosa diventata il terreno di uno scontro personale, finito nelle aule giudiziarie. A Casaluce (Caserta), la disputa attorno all’organizzazione dei festeggiamenti per la Madonna ha portato a processo un ex maresciallo della Guardia di Finanza in pensione, per il quale il pm ha chiesto una condanna a sei anni. Le contestazioni sono stalking, estorsione e appropriazione indebita ai danni di un sacerdote, nel frattempo deceduto.

La vicenda prende forma all’inizio del 2022, quando il Comitato festeggiamenti viene cancellato dal registro dell’Agenzia delle Entrate. La decisione apre una frattura tra il sacerdote e l’imputato, che ricopriva il ruolo di presidente delegato del gruppo. Il contrasto si sposta anche sul piano civile: nel giugno dello stesso anno, il giudice stabilisce che il parroco aveva facoltà di sciogliere il comitato e chiarisce che l’uomo non ne era il presidente, ma soltanto un delegato.

Da quel momento, la contrapposizione si intensifica. Secondo l’impianto accusatorio, l’ex finanziere avrebbe messo in atto condotte persecutorie nei confronti del sacerdote, arrivando anche a esporre manifesti contro di lui e a presentare denunce ed esposti. Le iniziative giudiziarie avviate sulla base di quelle segnalazioni si sono però concluse con l’archiviazione dei procedimenti.

Il sacerdote avrebbe risentito pesantemente della situazione, manifestando ansia e depressione. Le sue condizioni lo avrebbero portato a lasciare temporaneamente la parrocchia e a trasferirsi dalla sorella, a San Marcellino. Nell’agosto del 2025 è morto per un attacco cardiaco. Il processo è ora alle battute finali. Il pubblico ministero ha sollecitato una pena di sei anni, mentre la discussione della difesa è prevista per l’udienza dell’11 novembre. La sentenza dovrebbe arrivare subito dopo.

L'articolo La guerra per la festa della Madonna finisce in tribunale: chiesti 6 anni per un ex finanziere. Il pm: “Stalking sul sacerdote” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Tassare gli algoritmi per salvare la società: perché il modello post-lavorista è l'unica via d'uscita

 

di Michele Blanco

La civiltà occidentale sta attraversando una transizione che non ammette regressioni nostalgiche né correttivi congiunturali. Si tratta di un processo di decomposizione strutturale che sta smantellando le idee portanti della modernità novecentesca, a partire dal collasso del suo indicatore più intimo: la demografia.

L’inversione biologica tra saldi vivi e saldi morti — inaugurata dal modello scandinavo degli anni Settanta e oggi estesa per osmosi fino alla Cina — ha determinato un invecchiamento ipertrofico della popolazione. Questo fenomeno drena la spesa pubblica verso il welfare geriatrico, contrae la produttività marginale del lavoro e spegne l'entropia giovanile, intesa come forza storica di contestazione e rottura dei modelli di conformismo sociale.

In questo quadro di asfissia biologica si inserisce la faglia geostorica con l'Africa subsahariana, dove la disparità dei profili anagrafici e l'inversione delle masse critiche configureranno un'attrazione magnetica inevitabile, riducendo l'Europa ad appena l'11% della popolazione globale entro il 2050.

La crisi del modello economico e la trappola dell'iper-consumismo

Sul piano economico, l'Occidente sconta gli esiti della globalizzazione neoliberale avviata negli anni Ottanta, in cui la totale autonomizzazione della sfera finanziaria rispetto ai cicli della produzione materiale ha generato una plutocrazia oligarchica strutturalmente ostile a qualsiasi riconfigurazione del sistema, polarizzando la ricchezza a livelli pre-moderni.

Contemporaneamente, il modello basato sull'obsolescenza programmata e sull'iper-consumismo ha esaurito la sua spinta propulsiva: la saturazione della domanda dimostra che l'offerta non trova più sbocchi reali. L'avvento della transizione digitale ha agito per via sostitutiva, cannibalizzando il vecchio mondo materiale e distruggendo i meccanismi tradizionali di redistribuzione del reddito.

Questa crisi da sovrapproduzione cozza con la violenta destabilizzazione ecologica causata dall'estensione dei modelli estrattivi a una massa globale di oltre otto miliardi di individui. Nel frattempo, la democrazia liberale formale si svuota di sovranità, riducendosi a un simulacro procedurale incapace di governare le spinte sistemiche.

In questo vuoto, il deficit di alfabetizzazione sistemica della popolazione civile rappresenta il pericolo più immediato: una massa sociale stritolata da dinamiche macroeconomiche di cui ignora le cause è fatalmente esposta a regressioni scioviniste e populismi reazionari, col rischio di convertire una fisiologica decadenza in un collasso catastrofico qualora si tenti di opporre la forza militare alla logica del riassestamento globale.

Dall'efficienza produttiva all'Otium radicale

L'unica strategia adattativa per preservare la civiltà risiede in una mutazione epistemologica radicale che smantelli l'assioma fondamentale della modernità: il nesso indissolubile tra sapere, lavoro e valore economico.

Con l'evoluzione dell'intelligenza artificiale e dell'automazione algoritmica — che non si limitano più a sostituire la forza muscolare, ma colonizzano le funzioni cognitive superiori come la sintesi, la programmazione e la diagnosi a costi marginali azzerati —, la conoscenza umana finalizzata alla produzione materiale diviene obsoleta, superata con efficienza dalle macchine.

L'essere umano, espropriato del suo ruolo di produttore di conoscenza funzionale, è costretto a transitare dal negotium del tempo occupato all'otium radicale nell'accezione classica e contemplativa: un tempo liberato dal bisogno in cui la conoscenza cessa di essere un mezzo per l'accumulazione di capitale e torna a essere un fine in sé.

Questa transizione implica un salto quantico rispetto all'alienazione marxiana tradizionale: l'individuo rischia oggi di essere alienato dalle sue stesse facoltà cognitive e di perdere il senso dell'efficacia personale se l'algoritmo calcola e decide meglio di lui. La scommessa della conoscenza non produttiva diventa quindi l'unico baluardo terapeutico contro l'atrofia intellettuale e il nichilismo da automazione. Studiare la storia, la filosofia o la fisica teorica non per addestrare un modello o per riempire una casella nel mercato del lavoro, ma per il puro godimento della scoperta, permette di riscattare la cultura dalla sua riduzione aziendale a mera competenza.

L'evoluzione dell'IA dimostra inoltre che può esserci computazione pura senza coscienza, rompendo il monopolio umano sul pensiero logico-razionale e ridefinendo la nostra specie non più come l'animale che calcola meglio, bensì come l'essere che abita fenomenologicamente il significato, prova stupore ermeneutico ed è trasformato dall'atto stesso del conoscere.

Il paradigma post-lavorista e la sfida al Neo-Tecnofeudalismo

Da ciò deriva una conclusione logica e squisitamente politica: dal momento che l'automazione riduce drasticamente la domanda di forza lavoro umana e la biosfera impone di frenare l'impatto ambientale, occorre ridurre progressivamente la giornata lavorativa, sostenendo le forme di vita attraverso la redistribuzione automatica della ricchezza prodotta dagli algoritmi.

Questa radicale transizione post-lavorista impone tuttavia una profonda de-aziendalizzazione del sistema educativo contemporaneo, il quale opera ancora come una filiera di subfornitura del mercato occupazionale attraverso la certificazione di competenze iperspecialistiche e procedurali destinate a un'immediata obsolescenza. La scuola e l'università devono invece abbandonare l'addestramento performativo e la logica aziendalista dei test standardizzati per rifondarsi attorno all'ermeneutica della complessità, al pensiero critico e alla resistenza cognitiva, trasformando il tempo dell'apprendimento in uno spazio di fioritura intellettuale disaccoppiato dall'utilitarismo economico.

Sul piano macroeconomico, l'introduzione di un Reddito Universale di Base (UBI) finanziato attraverso una tassazione del capitale algoritmico e la creazione di Fondi Sovrani Pubblici — alimentati dalle partecipazioni azionarie dello Stato nelle imprese automatizzate — si configura come l'unico possibile stabilizzatore sistemico in grado di scongiurare il collasso della domanda aggregata in un capitalismo privo di salariati.

L'attuazione di tale modello si scontra inevitabilmente con la feroce resistenza politica delle nuove élite finanziarie e dei proprietari delle infrastrutture digitali, i quali attuano il ricatto della fuga dei capitali, la cattura ideologica dei decisori politici e la retorica della filantropia privata per difendere le proprie ingiuste rendite estrattive.

Per disarmare questo neo-tecnofeudalismo, il potere pubblico deve utilizzare leve geoeconomiche transnazionali, condizionando l'accesso ai mercati di consumo occidentali al rispetto delle regole del Fondo Sovrano, dichiarando l'infrastruttura dei dati collettivi un assoluto bene comune demaniale soggetto a royalty e promuovendo una solida alleanza sovranazionale.

Se la società non democratizza il sapere parallelamente alla redistribuzione automatica delle risorse, si genererà una distopia a due velocità: una tecnocrazia plutocratica deterrà la proprietà dei codici, mentre una massa subalterna precognitiva verrà confinata in un intrattenimento algoritmico passivo. La drastica contrazione del tempo di lavoro per investire nella cultura non è un lusso intellettuale, ma l'infrastruttura di sopravvivenza indispensabile per formare una cittadinanza dotata di un'elevata alfabetizzazione della complessità: l'unica massa critica in grado di comprendere le cause profonde del presente, negoziare coscientemente il proprio futuro ed evitare che l'architettura algoritmica si trasformi in un panopticon totalitario invisibile.

Approvato lo Stabilicum: giuristi in rivolta contro la "legge truffa"

 

di Michele Blanco

Con il via libera definitivo della Camera dei Deputati, giunto l’8 ottobre 2026, l'Italia assiste a quello che molti definiscono lo strappo istituzionale più violento della sua storia repubblicana. Sotto la denominazione tecnica di "Stabilicum", la maggioranza ha varato una riforma denunciata dai comitati civici e dalla dottrina costituzionale più rigorosa come un vero e proprio "golpe bianco": una legge progettata per smantellare la democrazia parlamentare e sostituirla con un regime plebiscitario.

L'accusa dei giuristi è perentoria: non si tratta di una semplice riforma, ma di un atto eversivo compiuto tramite legge ordinaria per aggirare la Costituzione, disarmare il Quirinale e blindare la maggioranza al potere a tempo indeterminato.

Di fronte a questo radicale cambio di regime, una rete nazionale di costituzionalisti e avvocati ha proclamato la resistenza legale. I dettagli delle impugnazioni per bloccare la norma prima che comprometta lo Stato di diritto saranno illustrati in una conferenza stampa lunedì 12 ottobre, alle ore 13:00, presso la Camera dei Deputati.

I tre pilastri della contestazione

1. Il furto della rappresentanza: un Parlamento di "nominati"

Il meccanismo più discusso dello Stabilicum assegna un premio di maggioranza ipertrofico di 105 parlamentari alla coalizione che raggiunga il 42% dei voti.

  • L'atto d'accusa: La dottrina evidenzia come il testo calpesti i paletti insuperabili fissati dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 1/2014 (sul Porcellum) e n. 35/2017 (sull'Italicum). La Consulta ha già stabilito che è illegittimo trasformare un'esigua minoranza reale in una maggioranza assoluta artificiale. Consentire a chi raccoglie il 42% dei consensi (pari a meno del 20% dei cittadini votanti, considerato l'astensionismo) di assumere il controllo totale delle istituzioni viola l'articolo 48 della Costituzione ("il voto è eguale").

2. L'instaurazione dell'autocrazia: il Premierato che svuota il Quirinale

Inserendo l'indicazione del Capo del Governo direttamente sulla scheda elettorale, lo Stabilicum introduce un premierato di fatto senza passare dalla procedura di revisione costituzionale dell'articolo 138, evitando così il vaglio del referendum popolare.

  • Il crollo dei contrappesi: La critica dei giuristi è radicale: la norma annulla l'equilibrio tra i poteri per accentrare l'autorità nell'esecutivo. Di fatto, l'articolo 92 della Costituzione viene depotenziato: il Presidente della Repubblica perde la facoltà di scegliere il Premier, mentre le Camere vengono private del reale potere di sfiducia, riducendosi a meri organi ratificatori.

3. La farsa delle preferenze: capilista bloccati e penalizzazione delle donne

Mentre la propaganda presenta lo Stabilicum come il ritorno del potere di scelta in mano ai cittadini, la struttura tecnica del testo rivela un sistema oligarchico imperniato sui capilista bloccati.

  • Il sequestro del voto: Il costituzionalista Roberto Zaccaria, alla guida del coordinamento delle impugnazioni, ha annunciato che i ricorsi nei tribunali verranno depositati non appena la legge entrerà in vigore. La presenza dei capilista sottrarrà agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti (in contrasto con gli Artt. 3 e 56 Cost.). Inoltre, poiché l'alternanza di genere si applica soltanto alle posizioni subordinate, il meccanismo rischia di ridurre la presenza femminile e garantire l'elezione automatica dei candidati designati dall'alto.

L'ombra della Legge Acerbo e la democrazia sotto assedio

Le analogie tecniche e politiche tra l'impianto dello Stabilicum e le pagine più buie della storia istituzionale italiana appaiono evidenti. Lo stravolgimento della rappresentanza democratico-parlamentare evoca lo spettro della Legge Acerbo del 1923, il dispositivo normativo che aprì la strada al regime fascista.

Anche allora, un esecutivo insofferente ai contrappesi parlamentari utilizzò una legge elettorale ordinaria per ridefinire l'architettura dello Stato. La Legge Acerbo introdusse un maxi-premio di maggioranza (i due terzi dei seggi a chi raggiungeva il 25% dei voti) con l'obiettivo di fabbricare una maggioranza blindata in Aula e cancellare il pluralismo politico.

Oggi i critici denunciano la medesima logica illiberale: assegnare il controllo assoluto del Parlamento a una coalizione minoritaria nel Paese significa alterare lo Stato di Diritto. Per queste ragioni, i ricorsi d'urgenza pronti per i tribunali non rappresentano una semplice controversia burocratica, ma una vera e propria iniziativa di tutela costituzionale. La battaglia legale presentata alla Camera dei Deputati punta a ergersi come ultimo argine a difesa della sovranità popolare e della Repubblica parlamentare.

Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura

 

di Michele Blanco

Il saggio di Italo Di Sabato, dal titolo La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo Edizioni), scardina radicalmente la narrazione dominante che interpreta l'inasprimento delle misure di polizia e il rigore carcerario come risposte neutre o emergenziali alle insicurezze del nostro tempo. Attraverso una densa e rigorosa analisi sociopolitica, l'autore dimostra che il sistema penale si è tramutato nella tecnologia ordinaria di governo delle società contemporanee. Come viene esplicitamente denunciato nelle pagine del saggio, «la democrazia punitiva dentro cui siamo invischiati anche in Italia non rappresenta una semplice deriva autoritaria, ma una nuova forma di governo in cui paura, controllo e penalità prendono il posto della giustizia sociale, della rappresentanza e del conflitto». Questa architettura del potere si regge sulla grave e ingiustificata transizione traumatica dallo Stato sociale allo Stato penale: un processo trentennale in cui le istituzioni, avendo rinunciato alla redistribuzione della ricchezza (come previsto dalla Costituzione Italiana) e alla garanzia dei diritti materiali come il lavoro o la casa, hanno sostituito i servizi sociali con le manette e i decreti repressivi.

Il passaggio strutturale dal welfare al cosiddetto "workfare" repressivo costituisce il motore economico dell'intera trattazione di Di Sabato. L'autore seziona il declino dello Stato sociale evidenziando come i tagli lineari alla sanità, all'istruzione, all'assistenza territoriale e alle tutele del lavoro non abbiano semplicemente impoverito ampissimi strati della popolazione, ma abbiano prodotto una massa di esistenze precarie e prive di garanzie che il mercato neoliberale non è in grado di assorbire. Di fronte alla deliberata rinuncia a governare l'economia in senso inclusivo, lo Stato sperimenta un gravissimo vuoto di legittimità democratica. La risposta istituzionale a questo declino non risiede nel ripristino dei diritti civili o sociali, ma in una vera e propria torsione autoritaria: la "mano sinistra" dello Stato, quella che un tempo proteggeva, istruiva e curava i cittadini, viene progressivamente amputata per ipertrofizzare la "mano destra", quella della polizia, dei tribunali e del sistema sanzionatorio. La povertà, la precarietà abitativa e la disoccupazione smettono di essere considerate patologie del sistema economico capitalista da risanare con giusti investimenti pubblici e vengono surrettiziamente ricodificate come colpe individuali e minacce all'ordine pubblico, spostando l'asse dell'intervento statale dalle politiche di emancipazione alle tecniche di contenimento poliziesco.

A sostegno di questa tesi, il saggio compie un'operazione di fondamentale importanza ricostruendo criticamente i dati macroeconomici legati ai bilanci del Ministero della Giustizia, svelando l'irrazionalità sistemica di una spesa detentiva ipertrofica se rapportata al definanziamento del settore sociale. Di Sabato evidenzia come il bilancio annuale destinato al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria si attesti su cifre colossali, vicine ai tre miliardi e mezzo di euro, drenando oltre il trenta per cento delle risorse complessive della giustizia. L'affondo critico si fa spietato quando l'autore seziona la destinazione interna di questi fondi: circa il sessantacinque per cento della spesa totale viene assorbito esclusivamente dal mantenimento degli stipendi e della logistica del personale di custodia, laddove i capitoli di spesa formalmente dedicati alle finalità costituzionali del trattamento – ossia l'istruzione, il lavoro penitenziario, l'assistenza psicologica e i percorsi di reinserimento – ricevono le briciole, oscillando sotto la soglia del dieci per cento. Questo squilibrio finanziario dimostra empiricamente l'irrazionalità dello Stato penale: spendere circa centocinquanta euro al giorno per ogni singolo detenuto al fine di produrre un tasso di recidiva istituzionale superiore al sessanta per cento significa certificare che il carcere non è un investimento sulla sicurezza pubblica, bensì un fallimentare costo a fondo perduto. Lo Stato spende somme esorbitanti per segregare la marginalità sociale dopo aver rifiutato di investire frazioni di quelle stesse cifre per prevenirla sul territorio attraverso il welfare.

L'apparato probatorio del saggio non poggia su astrazioni sociologiche, ma si focalizza rigorosamente sulle fonti statistiche ministeriali, sui bilanci della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e sui rapporti delle commissioni parlamentari d'inchiesta che l'Osservatorio Repressione analizza e incrocia storicamente. Attraverso lo studio dei dati sulle denunce per i reati di resistenza a pubblico ufficiale, blocco stradale e danneggiamento, l'Osservatorio porta alla luce la sproporzione quantitativa e qualitativa della risposta penale dello Stato nei confronti dei movimenti sociali. I dati sui procedimenti giudiziari e l'applicazione di misure cautelari preventive evidenziano come la magistratura inquirente utilizzi sistematicamente i reati associativi per disarticolare le reti del dissenso sindacale, studentesco e ambientale. L'analisi critica delle relazioni annuali presentate in Parlamento sullo stato dell'ordine pubblico e della sicurezza rivela una precisa architettura burocratica orientata alla neutralizzazione preventiva della piazza, in cui l'aumento geometrico delle sanzioni amministrative ed edittali serve a mascherare l'inefficacia strutturale del controllo sociale in contesti di grave impoverimento diffuso.

Questa irrazionale allocazione delle risorse pubbliche e la severità dei dispositivi repressivi necessitano tuttavia di un formidabile apparato di legittimazione ideologica, che l'autore individua e smaschera nelle pagine del libro dedicate ai meccanismi del linguaggio mediatico e dei talk-show televisivi. Di Sabato conduce una serrata analisi semiotica della vera e propria fabbrica del consenso reazionario, mostrando come l'informazione mainstream operi una costante e scandalosa distorsione della realtà. All'interno dei palinsesti televisivi, la complessità delle dinamiche sociologiche viene programmaticamente espulsa a favore di una narrazione spettacolarizzata e ansiogena, costruita su frame narrativi fissi: la perenne minaccia dell'invasione migratoria, la retorica del degrado urbano e l'enfasi ossessiva sul fatto di cronaca nera elevato a emergenza nazionale. Il talk-show, in particolare, viene decostruito come lo spazio geometrico del populismo penale, dove la figura dell'esperto criminologo o del sociologo politico viene marginalizzata per lasciare il proscenio alla contrapposizione emotiva tra le vittime e i "mostri". Il linguaggio utilizzato è volutamente decontestualizzato e destoricizzato; la povertà non viene mai raccontata come l'esito di precisi decreti economici, ma come una colpa biologica o culturale da reprimere. Questo bombardamento mediatico persegue l'obiettivo strategico di mantenere la cittadinanza in una condizione di perenne panico morale, spingendo l'elettorato ad accettare e, anzi, a invocare spontaneamente leggi sempre più punitive e autoritarie, convinto che la minaccia alla propria esistenza provenga dall'ultimo della scala sociale e non da spregiudicate e infondate politiche di austerità.

La decostruzione operata da Di Sabato sulla televisione generalista invita a un confronto diretto con i modelli classici della sociologia dei media, in particolare con le teorie sul panico morale formulate da Stanley Cohen. Nel suo studio Cohen descriveva come i media identifichino periodicamente un gruppo sociale specifico, etichettandolo come "folk devil" (diavolo collettivo), per presentarlo all'opinione pubblica come una minaccia immediata per i valori della società. Se nel modello di Cohen il panico morale era un processo in gran parte spontaneo e ciclico, legato a subculture giovanili isolate, la democrazia punitiva di Di Sabato evidenzia un vero e proprio salto di qualità tecnologico e sistemico. Nei talk-show contemporanei, la creazione del diavolo collettivo – che sia l'attivista climatico, il migrante del CPR o il percipiente di sussidi sociali – non è una reazione estemporanea della stampa, ma una strategia preparata scientificamente, istituzionalizzata e permanente. La minaccia non viene più arginata per ristabilire l'equilibrio precedente, ma viene cronicizzata dai media per giustificare la stabilità stessa dello Stato penale. Il panico morale cessa di essere un'anomalia transitoria della comunicazione di massa e si trasforma nel motore fondamentale del consenso politico reazionario, una risorsa egemonica indispensabile per legittimare la violenza e la spesa degli apparati penali.

La validità e la solidità teorica di queste argomentazioni trovano riscontro nella capacità dell'autore di anticipare gli esiti delle politiche urbane più recenti. Condividere le tesi di Di Sabato significa riconoscere l'assoluta precisione scientifica con cui viene smascherato l'inganno ideologico della "neutralità" securitaria. Le sue analisi si rivelano di un'accuratezza disarmante, specialmente nel dimostrare come l'arsenale normativo penale non sia orientato a proteggere la collettività dai pericoli, bensì a blindare le disuguaglianze di classe. Il saggio ha il merito insostituibile di sottrarre il dibattito sulla sicurezza alle derive emotive della destra e alle timidezze corporative del centrosinistra, offrendo agli studiosi una chiave di lettura euristicamente inattaccabile: la penalità contemporanea non gestisce il crimine, ma ordina i confini della marginalità economica interna.

All'interno di questa metamorfosi istituzionale e mediatica, una delle tesi più incisive espresse da Di Sabato riguarda la decostruzione del concetto di decoro urbano, svelato come un sofisticato strumento di esclusione di classe e di igiene sociale applicato nelle grandi aree metropolitane. Il decoro non costituisce un parametro estetico neutro volto alla vivibilità dei quartieri, bensì una categoria ideologica pensata per la mercificazione delle città, ridotte a spazi di consumo per le classi agiate o per il turismo di massa. La sanzione sistematica di condotte puramente esistenziali o marginali – come il bivacco, la richiesta di elemosina, il commercio informale o la semplice sosta prolungata – non mira a risolvere le cause profonde della povertà materiale, ma ha l'obiettivo politico di nasconderla allo sguardo. Attraverso lo strumento normativo dei Daspo urbani e delle ordinanze sindacali, l'ordine pubblico si fa preventivo: il povero, il precario e il migrante non vengono perseguiti per reati commessi, ma vengono allontanati in quanto elementi di disturbo per le vetrine del mercato neoliberale. Lo Stato trasforma così una drammatica crisi strutturale di welfare in una colpa morale e in una minaccia securitaria da espellere fisicamente dai centri storici e confinare nelle periferie invisibili dell'esistenza.

Questa gestione penale della miseria si alimenta di quella che l'autore definisce una vera e propria mutazione antropologica della cittadinanza, le cui radici storiche risalgono al crollo della Prima Repubblica e alla stagione di Tangentopoli. La delegittimazione dei partiti e lo svuotamento dei luoghi di socializzazione politica hanno atomizzato gli individui, sostituendo la complessità del conflitto sociale con la griglia interpretativa morale che contrappone in modo superficiale gli onesti ai disonesti. Sulla scorta di questa semplificazione, la politica ha trovato nel populismo giudiziario una formidabile fabbrica di consenso trasversale e bipartisan. Di Sabato, attingendo ai dati e alle analisi raccolte sul campo dal centro di documentazione dell'Osservatorio Repressione, dimostra come la criminalizzazione del dissenso – attuata trasformando storiche forme di protesta pacifica come i blocchi stradali, i picchetti o la resistenza passiva in gravi reati edittali – e il funzionamento coercitivo dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio siano l'esito logico voluto da una classe dirigente che usa l'illusione penale per simulare un controllo che non possiede più sulle macro-dinamiche economiche.

Il terminale inevitabile e catastrofico di questa bulimia sanzionatoria si consuma nella realtà materiale del sistema carcerario, descritto nel testo come un drammatico magazzino di contenimento dei soggetti vulnerabili. Il sovraffollamento cronico e la tragica catena di suicidi e atti di autolesionismo non sono incidenti di percorso, ma la diretta conseguenza di leggi che riempiono le celle di soggetti privi di reti sociali. Di fronte al fallimento empirico della pena reclusiva, che vanta tassi di recidiva superiori al sessanta per cento, Di Sabato dedica la parte conclusiva del volume all'analisi e alla proposta delle correnti dell'abolizionismo penale europeo, ispirandosi esplicitamente alle radici teoriche del giurista olandese Louk Hulsman e del sociologo norvegese Nils Christie. Il saggio fa proprie le tesi di Hulsman sulla necessità di decostruire l'astrazione giuridica del reato, una categoria burocratica che standardizza e violenta la complessità delle situazioni problematiche quotidiane applicando l'unica risposta dell'inflizione di una sofferenza di Stato. Al contempo, l'autore sposa il celebre assunto di Christie secondo cui lo Stato ha letteralmente rubato il conflitto ai legittimi proprietari, ossia alla vittima e all'autore del danno, delegandolo a professionisti del diritto che ne espropriano la parola e ne annullano ogni reale percorso di responsabilizzazione o ricomposizione.

Richiamando questo patrimonio filosofico, l'opera si chiude con una proposta radicale e scientificamente argomentata: il superamento della democrazia punitiva non si ottiene con la retorica dell'umanizzazione della gabbia o con l'edificazione di nuove carceri, ma con il progressivo smantellamento del monopolio punitivo statale. La via d'uscita risiede in una sistematica opera di decriminalizzazione dei reati legati alla marginalità e al dissenso politico, da gestire attraverso pratiche di giustizia riparativa e trasformativa capaci di ricostruire i legami sociali interrotti. La vera sicurezza, conclude Di Sabato, cessa di essere una prerogativa delle forze dell'ordine e dei codici penali per tornare a essere un diritto sociale garantito dal rifinanziamento del welfare, della sanità pubblica, del diritto all'abitare, della scuola e del reddito sul territorio.

Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua

7 August 2026 at 09:16

Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.

L'articolo Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua proviene da Lavoce.info.

❌