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Altolà di Confindustria al governo sulla manovra: “No alle mancette elettorali, facciamo cose che servano al Paese”

17 October 2026 at 14:05

“Come le chiamano i giornalisti, mancette elettorali? Vediamo di fare cose che servono per il Paese”, con “una visione di politica industriale a lungo termine”. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, non le ha mandate a dire al governo Meloni mentre chiudeva il convegno di Capri dei Giovani imprenditori.

È necessario oggi “costruire misure a lungo termine“, perché “ad accontentare tutti non ci si riesce”, dice. “In questo momento è giusto contenere i conti” ma, sulla manovra, “è importante, visto che siamo in campagna elettorale, che si facciano cose che servono per il futuro e che si pensi a un piano industriale del Paese”.

Quindi per Orsini è bene “continuare il super ammortamento in investimenti. Visto che abbiamo un problema di produttività, abbiamo chiesto di far sì che le aggregazioni tra piccole imprese o fusioni, per cercare di creare dei poli più produttivi, possano essere aiutate fiscalmente”. Non solo. “Abbiamo chiesto anche, visto che sappiamo che il Pnrr ha dato uno 0,5% al Pil quest’anno, di continuare, di fare un nuovo piano che possa attrarre gli investimenti dai fondi pensione e dai capitali dei privati che sono sui conti correnti che oggi non vengono utilizzati”.

Secondo il numero uno degli industriali, queste misure vanno messe in terra oltre alla patrimonializzazione, “oltre al come riuscire a fare in ogni modo far sì che comunque le nostre imprese possano essere più competitive”.

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Matteo Salvini contro le banche: “Mazzolati? Profitti giganteschi con un tax rate al 19,2%, tagli e chiusure”

17 October 2026 at 11:39

“Sorprendenti le parole del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che tirando in ballo addirittura la Costituzione lamenta che i banchieri siano economicamente ‘mazzolati’. I numeri, buon per loro, raccontano l’esatto contrario”. Matteo Salvini replica così al presidente della lobby delle banche che venerdì ha protestato contro l’ultima trovata del governo che intende inserire un manovra un prelievo di 5 miliardi a carico del sistema “finanziario”.

Salvini, quindi, fa i conti in tasca alle imprese bancarie: 25,5 miliardi di utili nel 2022, 40,6 nel 2023, 46,5 nel 2024 e 47,5 nel 2025. E quest’anno si prevedono profitti per oltre 50 miliardi di euro. Nel frattempo, tra il 2022 e il 2025, le banche hanno chiuso 2.510 sportelli e lasciato a casa 12.900 dipendenti – dice – Senza dimenticare che nel 2025 il loro tax rate effettivo è stato del 19,2%, una tassazione ben inferiore a quella di altre imprese. Profitti giganteschi che derivano soprattutto dagli interessi e dalle commissioni pagati da cittadini, famiglie e imprese. Chiedere un contributo di almeno 5 miliardi di euro a uno dei settori più ricchi e tutelati d’Italia sarà un intervento di assoluto buonsenso”.

Non la pensa così Patuelli. “Noi ci muoviamo in uno stato costituzionale di diritto e nella Costituzione non c’è scritto che alcuni debbono essere mazzolati”, aveva detto a caldo il presidente dell’Abi. Del resto la coperta è corta: dei 23,5 miliardi necessari per coprire la manovra, poco più di 10 sono indipendenti dalla clausola di salvaguardia europea per l’energia e la difesa. E così è più che probabile che molte delle misure ipotizzate siano tra loro alternative. La flat tax fino a 100mila euro a cui punta la Lega o il taglio dell’Irpef per i redditi sopra i 50mila euro ambìto da Forza Italia e Fratelli d’Italia. Misure generalizzate o mirate, anche mini, in qualche caso, come sconti sui mezzi pubblici per gli studenti o il bonus sanitario per gli anziani. Le scelte, molto probabilmente, saranno chiuse la prossima settimana dalla maggioranza.

L’Associazione bancaria italiana però non ci sta a sostenere il maggior peso della manovra. “Non li pagano i banchieri con il cilindro della City”, ma investitori e risparmiatori ai quali “dobbiamo garantire che ci sia la certezza del diritto“, ha detto Patuelli facendo un riferimento alla Costituzione che non prevede che qualcuno debba essere mazzolato. C’è poi arrivo l’euro digitale, che per gli istituti rappresenterà un aumento dei costi. Dalla loro le banche hanno come sempre Forza Italia. Per Antonio Tajani, che batte sul tasto del confronto e dice che non esiste l’ipotesi di una tassa sugli extraprofitti, serve prudenza e una scelta concordata con il settore perché quando si cominciano a mettere le tasse si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce.

“Per quanto riguarda le banche, io per principio sono contrario a tassare gli extra profitti perché non esistono gli extra profitti, né in diritto né in economia. È un conto dare un contributo, se ne può discutere, sono favorevole a un confronto anche con il sistema bancario. Non sono favorevole a un’aggressione violenta, anche verbale, nei confronti delle banche perché sono parte del nostro sistema economico”, ha detto il ministro degli Esteri parlando a margine del convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria a Capri .”Non dobbiamo spaventare i mercati e gli investitori”, ha aggiunto.

Il tema banche rimbalza anche nei commenti di Fratelli d’Italia, che rivendica che l’esecutivo Meloni è il “primo governo” a far pagare le banche, finora protette dai governi di sinistra. Non è d’accordo il deputato di Avs Nicola Fratoianni. Per lui quello del governo è “un balletto” che va avanti da anni e le misure sulle banche sono prestiti e anticipazioni ampiamente rimborsati. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dal canto suo parla di un intervento sostenibile per il quale ‘non morirà nessuno’. Per gli analisti di Intermonte, l’impatto della manovra “dovrebbe restare gestibile”: le ipotesi dalle quali si parte prevedono che circa il 30% del contributo 2027 derivi da maggiore tassazione, con un aumento di 2 punti percentuali dell’aliquota Irap o Ires e il restante 70% da misure di cassa e temporali, con un impatto medio del 2,7% sull’utile per azione 2027.

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Pensioni, dagli scatti di età al lavoro oltre i 67 anni: cosa cambia con la Manovra

13 October 2026 at 08:18

In un Paese in pieno inverno demografico, dove quasi il 16% del Pil (e oltre il 30% della spesa pubblica) viene assorbito dalle prestazioni previdenziali, la materia rappresenta una voce cruciale per la Legge di Bilancio.

L’età pensionabile si adegua automaticamente alla speranza di vita. Secondo le ultime stime della Ragioneria Generale dello Stato, questo meccanismo spingerà il requisito anagrafico a 67 anni e 6 mesi nel 2029, per poi raggiungere i 67 anni e 8 mesi dal 2031. Uno scenario destinato ad alimentare il dibattito pubblico.

Il dibattito politico sulla Manovra: dagli scatti all’ipotesi 70 anni

All’interno della maggioranza di Governo si registrano visioni differenti su come gestire l’impatto della longevità sui conti pubblici.

Da un lato, la Lega spinge per congelare gli adeguamenti automatici previsti per il biennio 2027-2028 (+1 mese da gennaio 2027 e +2 mesi da gennaio 2028), mantenendo l’asticella a 67 anni. Il Ministero delle Infrastrutture ipotizza la possibilità di restare in servizio fino a 70 anni per gli autotrasportatori, esclusivamente su base volontaria. Il sottosegretario Durigon continua invece a studiare l’ipotesi di un’uscita anticipata a 64 anni per tutti.

I dati dell’Inps certificano che l’età media effettiva di uscita è salita a 64,8 anni. Parallelamente, il tasso di occupazione tra gli over 55 ha registrato una forte crescita negli ultimi 20 anni, passando dal 31,4% del 2005 al 61,2% del 2025 nella fascia tra i 55 e i 64.

Perché i pensionati continuano a lavorare

Un aspetto rilevante emerge dalle recenti rilevazioni dell’Istat e dell’Inps: almeno un pensionato su dieci continua a lavorare dopo il ritiro.

I titolari di pensione diretta che risultano ancora occupati sono 779.303, prevalentemente concentrati tra autonomi, liberi professionisti e parasubordinati (i lavoratori dipendenti rappresentano appena l’1% della platea). Circa un terzo di questo bacino prosegue l’attività per integrare un trattamento economico insufficiente, mentre i restanti due terzi lo fanno per scelta personale e professionale.

Cosa dice la giurisprudenza su Scuola, PA e cumulo contributivo

Di recente la Corte Costituzionale e la Cassazione hanno chiarito limiti e adempimenti per chi prosegue l’attività lavorativa oltre la soglia dei 67 anni.

Scuola

I dipendenti del comparto Scuola (docenti e personale Ata) che non hanno maturato l’anzianità contributiva minima per la pensione di vecchiaia possono rimanere in servizio anche dopo aver compiuto 70 anni. Un’impostazione opposta rispetto alla proposta sindacale di consentire il collocamento a riposo dei docenti a 60 anni.

Pensionati lavoratori e incarichi nella PA

I pensionati che intraprendono una nuova attività lavorativa devono darne immediata comunicazione all’Inps, pena la restituzione degli assegni percepiti durante il periodo non dichiarato.

Per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione, resta il divieto di conferire incarichi retribuiti a soggetti già in pensione. Tuttavia, la Cassazione ha chiarito che la misura si applica solo se il trattamento è già in erogazione: chi ha maturato i requisiti anagrafici ma non percepisce ancora il primo cedolino può legittimamente svolgere un incarico retribuito.

Cumulo contributivo

Per i lavoratori che devono unificare i versamenti tra gestioni diverse, la pensione non scatta in automatico al raggiungimento dei requisiti. L’erogazione decorre esclusivamente dalla data di presentazione della domanda, con il rischio di perdere definitivamente gli arretrati in caso

Un buon “Padre” riduce il debito a condizioni sostenibili

8 October 2026 at 09:40

Lo spazio fiscale creato adottando il piano “Padre” è un anticipo che un paese indebitato ripaga nei decenni successivi. Conviene a tutti se riduce il rischio sovrano, non solo la spesa per interessi. E se le regole impediscono di disperderlo.

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Anche il governo si accorge del fiscal drag

4 August 2026 at 08:57

Con il Ddl di assestamento del bilancio dello stato per il 2026, il governo ammette che negli ultimi anni il drenaggio fiscale ha accresciuto il prelievo reale sui redditi. Per le regole europee, ciò ha permesso la creazione di spazi fiscali aggiuntivi.

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