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Consulta tu horóscopo de este martes 20 de octubre de 2026

19 October 2026 at 21:00

Esta es la predicción del horóscopo por signo del zodiaco para el martes 20 de octubre de 2026. Consulta tu signo en 20minutos.es.

Aries

Piensa bien las cosas antes de hacerlas, ya sea en el trabajo como en el amor, porque de lo contrario te podrías llevar alguna amarga decepción, especialmente en días como hoy, en el que te sentirás impulsado por un entusiasmo mayor del habitual. También hoy conviene que tengas mayor precaución con accidentes.

Tauro

Hoy debes tener cuidado en caso de que tengas que hacer alguna operación importante relacionada con negocios y asuntos de tipo financiero. No te dejes llevar por el entusiasmo, tómate tu tiempo e incluso, si te fuera posible, déjala para más adelante. Aunque la suerte está contigo, podrías llevarte algún pequeño susto.

Géminis

Hoy vas a tener un día muy fluido, activo y fructífero, tanto en los asuntos de trabajo como los de tipo personal. Sobre todo, será muy favorable para las relaciones y comunicaciones, y todos los trabajos o actividades que estén relacionados con ello. Y también será un día muy bien dispuesto si tuvieras que hacer viajes.

Cáncer

Hoy tendrás un día un poco más activo y batallador de lo que acostumbras. Todo saldrá como deseas, pero gracias al esfuerzo personal y no tanto por la ayuda de la suerte. Se trata de un día difícil, aunque al final te sentirás orgulloso de poder sacarlo adelante y te darás cuenta de que eres más resistente de lo que crees.

Leo

Hoy va a ser un día importante para ti; y, al mismo tiempo, también, con alguna importante sorpresa, todo ello relacionado con los asuntos de trabajo o de carácter financiero. Quizás tengas que hacer algunos cambios, o tomar alguna decisión difícil, aunque necesaria para resolver alguna situación que estaba bloqueada.

Virgo

Vas a tener que hacer un viaje algo complicado, o tratar un difícil asunto de trabajo con alguien que llegará desde muy lejos, pero aunque será un día lleno de tensiones, y de situaciones inesperadas, al final saldrás airoso o lograrás un resultado mejor del que esperabas. Escucha a tu intuición, hoy la tendrás muy despierta.

Libra

Debes arreglar algunos asuntos legales o resolver unos temas administrativos, algo que llevabas mucho tiempo retrasando por motivos de todo tipo. Pero no debes dejarlo para más adelante, ya que, de lo contrario, podría causarte algún disgusto, sobre todo de tipo económico. De todos modos, aún estás a tiempo de hacerlo.

Escorpio

Hoy te espera un día favorable, en el que resolverás con éxito los asuntos que se te vayan presentando, mitad por tu adecuada gestión, pero también porque no te faltará un sutil apoyo de la suerte. También es afortunado para asuntos relacionados con finanzas, sobre todo si necesitas resolver un problema o desbloquear algo.

Sagitario

Hoy las influencias claramente favorables de los planetas te ayudarán a resolver con éxito los asuntos que el destino ponga en tu camino, especialmente relacionados con el trabajo, donde también podrías obtener algún reconocimiento o recompensa que no esperas. Es un excelente momento para tomar grandes iniciativas.

Capricornio

Si hoy actúas con prudencia podrá ser un día muy bueno para ti, en lo que se refiere al trabajo o los negocios, pero no debes precipitarte, porque aunque las perspectivas sean muy buenas, son los pequeños detalles en los que uno no se fija, los que te podrían complicar las cosas, o incluso frustrarlas. Debes estar muy atento.

Acuario

Hoy te levantarás con ganas de hacer cosas e incluso de removerlo todo. Te olvidarás de muchas cosas que habías pensado, o decisiones que estabas a punto de tomar, y buscarás un modo de hacerlo mejor o más a tu gusto. De todos modos, todo esto te merecerá la pena y lo que hagas bien hecho estará, y pronto lo comprobarás.

Piscis

Hoy tendrás que enfrentarte a un día un poco más complicado que estos anteriores. Sobre todo, hoy debes tener cuidado con las envidias o los enemigos que atacan por la espalda; va a ser un día de mucha incertidumbre y algunas sorpresas que te van a inquietar un poco. Tendrás la sensación de moverte sobre arenas movedizas.

West Bank, i 10 arresti “spot” tra i coloni dopo l’aggressione ai diplomatici europei: “Il governo Netanyahu continua a frenare le indagini”

19 October 2026 at 17:16

L’attacco ai diplomatici a Taybeh è stato troppo. La polizia israeliana è intervenuta e ha fatto sapere lunedì di aver arrestato dieci persone. Coloni estremisti, per cui “sono state rinvenute prove che li collegano ai presunti atti di violenza” contro la delegazione di rappresentanti europei – tra cui il sindaco 70enne del comune francese Aulnoye-Aymeries Bernard Baudoux – di sabato scorso tra i campi di olivi intorno all’unico villaggio cristiano rimasto in West Bank, sulla montagna di Ramallah. Del resto, gli eventi sono stati ampiamente documentati sui social, rilanciati da tutti i media internazionali e suscitato reazioni sdegnate dei Paesi europei, che già hanno scelto di alzare la voce sull’espansione inarrestata degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania (non è il caso dell’Italia, mentre è capofila del fronte di pressione il governo di Londra di Andy Burnham).

Erano proprio una decina i giovani incappucciati e armati di sassi e bastoni, si vedevano chiaramente nei video girati dai palestinesi e dagli attivisti anti-occupazione che accompagnavano gli europei sabato. Le organizzazioni dei coloni hanno fatto sapere che uno dei luoghi perquisiti dalla polizia era un avamposto agricolo illegale vicino all’insediamento di Ofra, e un altro 15 km più a nord, l’insediamento di Shiloh. In base alle immagini, la polizia ha potuto sequestrare anche “diversi veicoli”.

È un evento raro, quello della repressione attiva delle autorità israeliane contro i coloni violenti, e ancor più raro è vedere decine di arresti in una volta sola. Di certo contano le pressioni internazionali, non solo europee ma anche statunitensi, dove l’amministrazione Trump ha più volte esortato l’alleato Benjamin Netanyahu a liberarsi di queste frange “impresentabili” ed evitare di finire un giorno su due sulle prime pagine dei media di mezzo mondo per eventi violenti. Vista anche l’aggressione alla fotoreporter del Washington Post Heidi Levine, domenica il Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha affermato che l’amministrazione è “molto turbata” e che si aspetta un intervento da parte di Israele.

Netanyahu continua a minimizzare: sabato il suo ufficio ha diramato una nota che invitava a considerare anche le violenze dei palestinesi nella regione, domenica in una rara conferenza stampa con i reporter israeliani (non ne faceva una in presenza dal 7 ottobre 2023, ma ora ci sono le elezioni), ha detto di ritenere la violenza dei coloni “un’enorme esagerazione. Penso che il vero pericolo sia che ci troviamo di fronte a una grande campagna di propaganda incentrata su questi giovani rivoltosi, che ci stanno davvero causando danni enormi”. Le violenze sono campagna elettorale anche per la destra di Ben-Gvir e Smotrich, che ritengono di guadagnare voti sostenendo i movimenti più estremisti dei “giovani delle colline”, ma danneggiano anche i partiti più tradizionali della destra ebraica. Per questo il premier non è contrario a mettere un freno al fenomeno, anche solo simbolico. “Per la prima volta ho coinvolto lo Shin Bet”, ha annunciato domenica Netanyahu, e ha promesso misure “per sradicare completamente questo fenomeno”.

Sotto la patina mediatica, però, la realtà è più complessa, e la realtà è che il governo Netanyahu sta facendo di tutto per limitare gli strumenti di chi intende fermare la violenza dei coloni, come denunciano del resto ong anti-occupazione come Peace Now. Lunedì, reagendo più alle parole di Netanyahu che alle richieste di sanzioni dei Paesi europei, il ministro della Difesa Israel Katz ha messo in chiaro che dal suo punto di vista la repressione delle violenze in Cisgiordania è una questione di ordine pubblico, perché i coloni sono dei civili, e quindi andrebbe affidata alla polizia e non all’esercito. “La gestione della grave violenza perpetrata da una manciata di rivoltosi ebrei in Cisgiordania deve essere interamente responsabilità della polizia israeliana, comprese la prevenzione, le indagini e il perseguimento penale. Le Forze di difesa israeliane non devono e non possono impegnarsi in attività di controllo civile, ma devono piuttosto combattere il terrorismo palestinese”, ha detto Katz.

Calata sul terreno, però, questa logica si traduce in una risposta molto blanda alle violenze. Non solo perché la polizia risponde al ministero della Sicurezza nazionale guidato dall’estremista Itamar Ben-Gvir, ma anche perché i territori in cui avvengono i fatti sono sempre più spesso quelli dell’area A e B, e la responsabilità di sicurezza sono fondamentalmente appannaggio dell’Idf.

Katz ha parlato anche di questo, domenica. Ha annunciato di aver elaborato una “direttiva per regolamentare le attività di controllo civile in Cisgiordania, che suddivide le competenze tra le Idf e la polizia“. Il piano, ha aggiunto però, “non include raccomandazioni per il ripristino dei provvedimenti di detenzione amministrativa nei confronti dei coloni. I provvedimenti amministrativi non sono la soluzione: la soluzione è un’azione di polizia forte ed efficace”.

Anche l’Idf, comunque, è sotto accusa da parte dei palestinesi e delle organizzazioni che difendono il rispetto del diritto internazionale in West Bank. In molti casi non è intervenuto in tempo: per una precisa strategia, dicono i critici, per mancanza di mezzi e perché il governo lega le mani ai militari, secondo lo stesso esercito.

Lunedì, alcuni funzionari della difesa israeliani hanno confermato al quotidiano Haaretz che ci sono precise pressioni del potere politico volte a impedire all’esercito di contrastare il terrorismo ebraico in Cisgiordania. I comandanti sono riluttanti a sfidare i leader dei coloni o ad agire contro soldati e civili che attaccano i palestinesi, perché temono di rischiare ripercussioni al livello politico e di carriera. E, oltrettutto, i leader dei coloni hanno interlocutori diretti nel governo e sono sempre più numerosi i riservisti o i membri delle forze armate che esplicitamente sposano le posizioni dell’estrema destra favorevole alle colonie, e omettono di intervenire.

I casi sono molti, tra i più espliciti c’è quello dell’attacco a una troupe della Cnn da parte di soldati del 941° battaglione di riserva ultraortodosso, a marzo di quest’anno. Dopo l’incidente il battaglione è stato ritirato dalle attività operative sul campo e sono state annunciate misure disciplinari nei confronti dei soldati coinvolti, ma i comandanti del battaglione non sono stati destituiti, e le indagini sono finite nel vuoto. Successivamente si è saputo che il comandante della brigata si era recato alla base dove alloggiavano i soldati, li aveva incoraggiati e si era unito a loro nella preghiera.
Messaggi impliciti ma chiari sono anche quelli mandati dallo Stato maggiore dell’Idf, che dopo la nomina di Eyal Zamir voluta da Netanyahu è diventato molto più aperto a valutare le priorità politiche del governo. L’anno scorso, ad agosto 2025, Zamir e il capo del comando centrale Avi Bluth hanno visitato l’avamposto illegale di Ma’oz Shaul: il messaggio è piuttosto esplicito.

A rendere ancora più improbabile il contrasto ai coloni c’è anche il fatto che le inchieste che vengono aperte su di loro sono contese tra Idf e polizia, ed entrambe le autorità cercano di scaricare sull’altra la responsabilità di andare ad arrestare i militari coinvolti in violenze, cercando di evitare ripercussioni politiche. “Ogni comandante e ufficiale di alto rango sa che l’arresto di un soldato sospettato di aver ucciso un palestinese potrebbe trasformarsi nel giro di poche ore nel prossimo caso Elor Azaria”, ha dichiarato ad Haaretz un funzionario della sicurezza, citando l’ex soldato condannato per aver ucciso un palestinese nel 2016: poi è stato graziato.

L'articolo West Bank, i 10 arresti “spot” tra i coloni dopo l’aggressione ai diplomatici europei: “Il governo Netanyahu continua a frenare le indagini” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Malta’s Mysterious 31 Miles of “Railway Tracks” in Solid Rock May Be Roman, Not Prehistoric

19 October 2026 at 15:28
On a patch of bare rock in western Malta, roughly 80 by 100 metres (260 by 330 feet), dozens of parallel grooves cross, overlap and merge into one another. The spot, Misraħ Għar il-Kbir, is popularly known as Clapham Junction, after the busy railway junction in London. It is far from the only place like […]

Los casi 50 kilómetros de misteriosos surcos en la roca de Malta podrían no ser prehistóricos: un estudio sugiere que fueron hechos por carros romanos

En la zona de Misraħ Għar il-Kbir, al oeste de Malta, hay un tramo de roca desnuda de solo 80 por 100 metros donde decenas de surcos paralelos se cruzan, se solapan y se funden unos con otros. El lugar es tan enrevesado que se le conoce popularmente como Clapham Junction, por la gigantesca estación […]

El respaldo de Trump a Netanyahu llega tarde en el incierto panorama de las elecciones en Israel

19 October 2026 at 14:15

El respaldo de Donald Trump a Benjamín Netanyahu para las elecciones del próximo día 27 en Israel ha llegado tan a última hora y tras tantas semanas evitándolo que difícilmente cambie ya el curso de unos comicios inciertos. Netanyahu ansiaba desde hace meses esta expresión pública de apoyo, para presentarse como un dirigente “en otra liga” (como en su campaña de 2019 saludando a líderes mundiales) que cosecha como nadie la gran alianza con EE UU. Pero Trump venía evitando efectuarla, a causa del deterioro de la relación mutua (a raíz del fallido intento en febrero de derrocar al régimen iraní, de cuya viabilidad Netanyahu convenció a Trump), así que llegó este domingo casi como una sorpresa. A ocho días de las elecciones, sin embargo, un 39% de israelíes dice que “nada” cambiará ya su voto y otro 45% que solo un cambio en la situación de seguridad, el coste de la vida o un escándalo político, según una encuesta de la radiotelevisión pública. De hecho, el anuncio apenas ha modificado en Polymarket, el mayor mercado de predicción del mundo, el porcentaje de quienes apuestan a que Netanyahu seguirá como primer ministro tras los comicios, un 29%.

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© Jonathan Ernst (REUTERS)

Benjamín Netanyahu y Donald Trump, en Mar-a-Lago (EE UU), en diciembre de 2025.

Autunno ai piedi dello Sciliar: passeggiate, tradizioni e benessere

19 October 2026 at 13:22

L’autunno è una stagione interessante per scoprire Siusi allo Sciliar (Seis am Schlern) e i suoi dintorni. I boschi cambiano colore, i paesi ritrovano ritmi più tranquilli e le giornate ancora miti invitano a passeggiare tra prati e piccoli centri abitati. Questa zona dell’Alto Adige, ai piedi dell’Alpe di Siusi (Seiser Alm), offre anche diverse occasioni per conoscere le tradizioni gastronomiche locali.

Non occorre necessariamente programmare lunghe escursioni: una vacanza può essere l’occasione per visitare i borghi, assaggiare le specialità del territorio e concedersi qualche momento di riposo.

Un soggiorno tra buona cucina e benessere

La scelta dell’albergo contribuisce a rendere piacevole una vacanza autunnale, soprattutto quando offre spazi nei quali rilassarsi dopo le visite e le passeggiate.

Chi cerca un hotel 3 stelle nell’Alpe di Siusi con piscina può prendere in considerazione il Parc Hotel Florian, situato a Siusi allo Sciliar, ai piedi dell’altopiano. La struttura dispone di un ampio parco privato, di una piscina all’aperto e di un’area benessere con sauna e altri spazi dedicati al relax.

Un ruolo importante è riservato anche alla gastronomia, con una cucina che propone specialità altoatesine e piatti mediterranei, accompagnati da una selezione di vini.

Siusi, Castelrotto e Fiè allo Sciliar

Siusi allo Sciliar è un buon punto di partenza per esplorare questa parte delle Dolomiti. Il paese conserva un’atmosfera raccolta e permette di raggiungere facilmente altre località interessanti.

A pochi chilometri si trova Castelrotto, con il suo centro storico, le case dalle facciate decorate e l’imponente campanile della chiesa parrocchiale. Vale una visita anche Fiè allo Sciliar, conosciuta per il suo nucleo storico e per il vicino Castel Presule, uno dei complessi castellani più caratteristici della zona. Sono luoghi che meritano di essere visitati senza fretta, lasciando spazio anche a una sosta nei caffè e nelle piccole attività locali.

Chi preferisce trascorrere del tempo all’aperto può scegliere tra passeggiate nei dintorni dei paesi e percorsi panoramici, valutando sempre le condizioni meteorologiche e l’eventuale presenza di neve in quota.

Il Törggelen e i sapori dell’autunno

Tra le tradizioni altoatesine più legate a questo periodo figura il Törggelen, un’usanza che invita a ritrovarsi nelle locande e nei masi per gustare i prodotti della stagione.

Il menu comprende generalmente specialità contadine, come canederli, zuppe, carne affumicata e crauti, accompagnate dal vino nuovo. A fine pasto non mancano spesso le castagne arrostite e i dolci fatti in casa.

Nella zona dello Sciliar vengono organizzate anche escursioni e degustazioni dedicate a questa tradizione. Prima di partecipare è comunque opportuno verificare le date delle iniziative e l’apertura delle strutture.

L’Alpe di Siusi verso la stagione sciistica

Con l’arrivo dell’inverno, l’Alpe di Siusi si prepara ad accogliere gli appassionati degli sport sulla neve. L’apertura della stagione sciistica è prevista per i primi giorni di dicembre, con attività programmate fino all’inizio di aprile.

Il comprensorio offre circa 63 chilometri di piste, in prevalenza facili e di media difficoltà, particolarmente apprezzate dalle famiglie e da chi desidera sciare senza affrontare tracciati troppo impegnativi.

Un’opportunità in più per chi sceglie questa zona dell’Alto Adige, dove alle passeggiate autunnali subentrano gradualmente le varie attività invernali.

L'articolo Autunno ai piedi dello Sciliar: passeggiate, tradizioni e benessere su Vanilla Magazine scritto da Antonio Pinza

Volkswagen también quiere congelar los salarios hasta 2030 además de recortar 100.000 empleos

19 October 2026 at 11:41

Volkswagen también quiere congelar los salarios hasta 2030 además de recortar 100.000 empleos

Los sindicatos muestran su rechazo frontal a la medida, que amenaza las negociaciones de los nuevos convenios colectivos de Seat y de la planta de Volkswagen de Navarra

Volkswagen se envuelve en la bandera europea y pide apoyo político para replicar el caso de éxito de España

El Grupo Volkswagen planea congelar los salarios de sus más de 660.000 empleados en todo el mundo hasta 2030 como parte de su estrategia de reducción de costes. La medida se sumaría al ajuste de 100.000 puestos de trabajo anunciado por el fabricante alemán y amenaza con elevar la tensión laboral en sus plantas, incluidas las de Seat en Martorell (Barcelona) y Volkswagen Navarra, donde deben negociarse los próximos convenios colectivos.

La información, adelantada por el diario alemán Süddeutsche Zeitung a partir de documentos internos, ha sido confirmada por el Comité Europeo y Mundial de Trabajadores del grupo. Según el plan, el consejo de administración habría ordenado a los responsables de recursos humanos de todas las regiones aplicar una política de “cero aumentos hasta 2030”, con los salarios congelados en los niveles de 2026. La directriz habría entrado en vigor a principios de octubre.

La medida supondría varios ejercicios sin incrementos salariales negociados y, teniendo en cuenta la evolución de los precios (4,9% en España hasta septiembre), una pérdida de poder adquisitivo que podría alcanzar el 10% hasta el final de la década, según los cálculos del sindicato alemán IG Metall. El plan afectaría a todas las marcas, regiones y empresas del consorcio, aunque las condiciones laborales se negocian localmente. Volkswagen ha declinado hacer comentarios sobre la información, que ha calificado de especulativa.

Rechazo frontal de los sindicatos

La propuesta ha provocado una respuesta contundente de IG Metall, que considera “absurdo” el plan de la dirección y anticipa una fuerte resistencia de los representantes de los trabajadores. El comité de empresa mundial reclama explicaciones a la cúpula del grupo y considera muy improbable que la iniciativa pueda imponerse de manera generalizada.

El conflicto llega en un momento especialmente delicado para las relaciones laborales en Volkswagen. En Alemania, IG Metall reclama una subida salarial del 5% en 12 meses para los trabajadores de Volkswagen AG, cuya plantilla cuenta con un convenio colectivo propio, y para los empleados del sector metalúrgico y eléctrico. Las negociaciones se encuentran todavía en una fase inicial, por lo que la propuesta de congelación salarial anticipa un enfrentamiento entre la dirección y los representantes sindicales.

La tensión también afecta al marco laboral de la compañía. La dirección ha rescindido diversos convenios colectivos internos, incluidos los relativos a salarios, clasificación profesional y remuneraciones adicionales. IG Metall advierte de que podría recurrir a la huelga a partir del 1 de enero de 2027 para intentar restablecer los acuerdos anulados.

La presión pude impactar en Seat y Volkswagen Navarra

La pretensión de extender la congelación salarial a todas las regiones del grupo añade incertidumbre a las próximas negociaciones laborales en España, que crece en producción y plantilla. Tanto Seat como Volkswagen Navarra forman parte de la estructura industrial europea del consorcio y afrontan sus propias negociaciones colectivas, en un contexto marcado por los planes de ahorro y la presión sobre los costes de producción aunque con una evolución positiva de las cifras en España. Tanto Seat como Volkswagen Navarra están en pleno proceso de aumento de la actividad y de las plantillas por la fabricación de los nuevos cuatro modelos eléctricos urbanos.

La aplicación de una política global de remuneración cero podría dificultar esos procesos, aunque las condiciones salariales se negocian en cada ámbito y la información disponible no supone que la congelación esté ya acordada en las plantas españolas. La iniciativa de la dirección, por tanto, abre un nuevo frente de conflicto antes de que se concreten las demandas y posiciones de las partes en los respectivos convenios.

Los representantes de los trabajadores alemanes recuerdan, además, que la plantilla ya aceptó importantes sacrificios en el acuerdo alcanzado a finales de 2024. Los empleados de Volkswagen renunciaron a incrementos y otras partidas salariales, con el compromiso de que la empresa destinara el margen generado a inversiones y a garantizar el futuro de sus fábricas. Según IG Metall, estas concesiones representan alrededor de 1.500 millones de euros anuales.

El sindicato cuestiona que los salarios sean el principal problema de competitividad del fabricante. Según los datos del informe anual de Volkswagen citados por la organización, el peso de los costes laborales sobre los costes totales del grupo cayó del 17,5% en 2021 al 15,2% en 2025. IG Metall sostiene que incluso una reducción a la mitad de los salarios sujetos al convenio propio de Volkswagen apenas abarataría un 5% el precio de los vehículos.

Un ajuste de 100.000 empleos hasta 2030

La congelación salarial se añadiría a la profunda reestructuración anunciada por Volkswagen para recuperar rentabilidad y adaptar su capacidad industrial a la situación del mercado. El grupo, que llegó a contar con unos 680.000 empleados en 2023, incluidas las sociedades conjuntas en China, anunció en diciembre de 2024 un recorte de 50.000 puestos de trabajo hasta 2030 en Alemania, principalmente en su marca Volkswagen.

El pasado septiembre, el consorcio amplió el ajuste con otros 50.000 empleos, de los que la mitad corresponderían a Alemania y el resto a otros países europeos. El plan de ahorro contempla también reducir aproximadamente a la mitad la oferta de modelos, en un intento de concentrar recursos y mejorar la eficiencia de sus operaciones.

El Salón del Automóvil de París gana visitantes a pesar de los disturbios en la ciudad

19 October 2026 at 10:10

El Salón del Automóvil de París gana visitantes a pesar de los disturbios en la ciudad

La edición número 91 del Mondial de l'Auto acaba con 518.372 visitantes, un 2% más que en 2024, en un contexto de aumento de la presencia de marcas y con protestas ciudadanas y altercados en la ciudad

El automóvil europeo contraataca a China con eléctricos cargados de diseño, tecnología y nostalgia

El Salón del Automóvil de París ha cerrado su 91ª edición con 518.372 visitantes, un 2% más que en 2024, pese al contexto de disturbios y protestas ciudadanas en la capital francesa. La muestra, celebrada del 12 al 18 de octubre, consolida así su recuperación como uno de los grandes escaparates internacionales de la industria automovilística, en un momento marcado por la ofensiva comercial de las marcas chinas y la respuesta de los fabricantes europeos.

El resultado de 2026 mejora los 508.007 asistentes registrados en la edición anterior de 2024 (en alternancia con el salón alemán de Múnich) y refuerza la recuperación de una feria que había perdido protagonismo en años anteriores. La continuidad del Salón del Automóvil de París llegó a estar en riesgo coincidiendo con un boicot de marcas alemanas y el desinterés o los recortes de otras. Con la mejora de visitantes y el retorno de marcas, el Mondial de l'Auto respira y aleja el peligro de desaparición, como ocurrió con el el Salón de Ginebra.

El Salón de París, organizado por la Plataforma Automovilística Francesa (PFA) y la empresa de eventos Hopscotch, ha reunido a más de 60 fabricantes y un centenar de expositores. La participación de marcas ha aumentado respecto a la edición anterior, celebrada en 2024, cuando acudieron 48 fabricantes y 158 expositores y socios. La presencia de alrededor de una veintena de marcas chinas, el doble que hace dos años, refleja la creciente importancia de Europa para los grupos asiáticos y la intensificación de la competencia en el mercado.

El salón parisino ha servido también para que los fabricantes europeos reivindiquen su capacidad de innovación y su potencial industrial. Entre las principales novedades han destacado los prototipos que recuperan modelos históricos, como el Citroën 2CV y el Renault Espace, junto con las nuevas generaciones de coches eléctricos urbanos del Grupo Volkswagen, entre ellos el Cupra Raval, el Volkswagen ID. Polo y el Skoda Epiq.

La muestra ha combinado así la electrificación con el diseño y la nostalgia, en un intento de reforzar la identidad de las marcas europeas frente a competidores que han ganado terreno mediante una oferta cada vez más amplia, con precios y equipamientos competitivos. Al mismo tiempo, los fabricantes chinos han ampliado su presencia hacia segmentos prémium y de lujo, con nuevos modelos eléctricos e híbridos enchufables.

Más pruebas de conducción y pedidos

La organización destaca que el salón ha reforzado su papel como espacio de contacto entre fabricantes y potenciales compradores. Durante la semana se realizaron alrededor de 6.000 pruebas de conducción en el centro habilitado para esta actividad, mientras que la nueva experiencia de conducción automatizada supervisada acumuló más de 2.700 pruebas programadas.

Según los organizadores, los fabricantes registraron un número récord de pedidos durante esta edición, aunque no se ha facilitado una cifra global que permita cuantificar el incremento. La apuesta por las pruebas de vehículos busca acercar las novedades al público y convertir la feria en un canal comercial, además de un escaparate de innovación.

El impacto del evento ha trascendido también el recinto ferial. Los canales del salón en redes sociales superaron los 21 millones de visualizaciones durante el mes de celebración, mientras que su página web registró 3,2 millones de visualizaciones, 1,2 millones de sesiones y 820.000 usuarios activos. La organización contabilizó, además, 5.000 acreditaciones de periodistas y creadores de contenido, la mitad de ellas internacionales.

La industria debate su futuro

Más allá de las novedades para el público, el Mondial de l’Auto ha reunido a fabricantes, proveedores, expertos y representantes institucionales para debatir sobre los retos industriales, tecnológicos y energéticos del sector. La agenda ha incluido sesiones sobre inteligencia artificial, conducción asistida y autónoma, vehículos definidos por software y competitividad ante las tensiones geopolíticas y comerciales.

La creciente competencia china y el debate europeo sobre la protección de la industria han marcado el contexto de esta edición, en la que los fabricantes del continente han reclamado condiciones que permitan mantener la producción y desarrollar vehículos eléctricos competitivos.

El director del salón, Serge Gachot, ha destacado que la convocatoria ha permitido descubrir, comparar y probar nuevos modelos, además de facilitar el intercambio entre los distintos actores del sector. El responsable ha confirmado asimismo que la organización prepara una edición ampliada para octubre de 2028, con dos fines de semana y una nueva ubicación, con el objetivo de atraer a más visitantes.

Vatican upholds excommunication of US deacon who resigned after son was molested by priest

19 October 2026 at 10:00

Scott Peyton joined the Anglicans after the crime against his son. Then the Catholic church officially expelled him

The Roman Catholic church has upheld the excommunication of a Louisiana deacon who resigned from the clergy after a priest molested his son.

Scott Peyton learned of the decision by the Dicastery for the Doctrine of the Faith (DDF) – the Vatican entity in charge of Catholic clerical discipline – on Friday in a meeting with the bishop of the diocese of Lafayette, J Douglas Deshotel. The DDF cited technical grounds in rejecting Peyton’s appeal, saying he had joined an Anglican congregation, “published [that] fact … on social media” and therefore refused to submit to the Catholic pope, who since May 2025 has been Leo XIV.

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© Photograph: Courtesy of Scott Peyton

© Photograph: Courtesy of Scott Peyton

© Photograph: Courtesy of Scott Peyton

O Rossio na Betesga da habitação

19 October 2026 at 09:53

As manifestações dos últimos dias pela habitação em Lisboa e no Porto -- e que também são infiltradas por uma agenda radical anti-capitalista -- exprimem a revolta de quem trabalha e continua sem conseguir pagar uma casa, numa crise que exige respostas urgentes do Governo, além das que foram já tomadas em matéria fiscal e de licenciamento. Mas as propostas para travar as rendas, impedir os despejos sem alternativa e afastar os investidores agravam o risco de arrendar e desincentivam a oferta, deixando os manifestantes na contradição de exigirem mais casas enquanto defendem medidas que tornam mais difícil o aumento de imóveis disponíveis.

A assembleia do Rossio aprovou seis propostas que vão do recuo na legislação do arrendamento, que está agora em discussão no Parlamento, à suspensão dos despejos de quem não tenha alternativa habitacional,…

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La vita sospesa di un malato di cancro. E tanto incide l’attesa per l’accesso alle cure

19 October 2026 at 05:40

La mia prima diagnosi di cancro è del 21 febbraio 2018. L’operazione chirurgica decisa per risolverlo è del 5 aprile 2018. Le ultime analisi di controllo parlano di una probabile ripresa della patologia dopo otto anni di “sopravvivenza libera da malattia”, come si dice tecnicamente. La verifica è programmata per il 4 novembre 2026.

Come tutti i cittadini italiani, specie al Sud, oggi, come vivo i tempi delle liste di attesa? E’ una “vita sospesa”. La “vita sospesa” di un paziente oncologico è quel periodo di limbo emotivo e temporale che intercorre tra la formulazione di una diagnosi (o il forte sospetto di essa) e l’inizio effettivo delle cure (intervento chirurgico, chemioterapia, radioterapia). Non si è più la persona “sana” di prima, ma non si è ancora un paziente “in trattamento”. Il tempo non è più scandito dai progetti futuri, ma solo dai giorni che mancano alla chiamata dell’ospedale.

Anche oggi io vivo l’angoscia dell’attesa che in un paziente con diagnosi di cancro rappresenta una vera e propria crisi psicologica ed esistenziale, caratterizzata da un tempo che sembra bloccato e da una profonda perdita di controllo sul proprio futuro. Mentre per i malati comuni le liste d’attesa amplificano questo calvario, i canali preferenziali (spesso attivati per figure pubbliche, politici o persone influenti) evitano del tutto questa fase di logoramento.

L’attesa nelle liste della sanità pubblica logora la mente e il corpo. Come paziente sento che la malattia sta potenzialmente progredendo ogni giorno che passa, senza poter fare nulla per fermarla. Ogni piccolo dolore, colpo di tosse o linea di febbre viene interpretato come il segno che il tumore si sta diffondendo o sta peggiorando (metastatizzazione). La mente riempie il vuoto di informazioni e di azione con gli scenari peggiori possibili. Il tempo percepito si dilata. Pochi giorni di attesa vengono vissuti come mesi, alimentando insonnia, ansia acuta e sintomi depressivi. Spesso fatico a relazionarmi serenamente con la normalità degli altri (amici, colleghi), poiché la mia intera esistenza è focalizzata sulla malattia incombente.

La frustrazione che si subisce durante questo tempo di “vita sospesa” tocca, quindi, per forza il tema della diseguaglianza nell’accesso alle cure. Il paziente “comune” vive in pieno l’angoscia delle liste d’attesa bloccate da scadenze, carenze di personale e liste bloccate. Ogni settimana aumenta l’angoscia. Il paziente “eccellente” (politici, vip, privilegiati) salta tutta questa angoscia. Ha accesso istantaneo a diagnosi, chirurghi di fama e sale operatorie grazie a relazioni o risorse. Il “paziente comune” è un numero che deve monitorare da solo lo scorrere della lista. Il “paziente vip” ha percorsi personalizzati che azzerano i tempi morti e riducono l’impatto psicologico dell’attesa.

Questa asimmetria non è solo un problema organizzativo, ma un fattore che amplifica la sofferenza psicologica dei cittadini comuni, i quali uniscono all’angoscia della malattia il senso di ingiustizia sociale.

Dall’altra parte. Tre grandi medici raccontano la loro malattia è un libro prezioso pubblicato nel 2006 edito da Rizzoli scritto dal cardiochirurgo Sandro Bartoccioni, dall’oncologo Gianni Bonadonna e dal chirurgo toracico Francesco Sartori. Il volume dimostra che i medici ammalati sono i migliori consulenti per la politica sanitaria perché possiedono la duplice e unica prospettiva di chi conosce i meccanismi tecnici della cura e, contemporaneamente, sperimenta sulla propria pelle i difetti, la burocrazia e la freddezza del sistema sanitario. Questa inversione di ruolo, da curanti a curati, svela dinamiche che i medici sani e i decisori politici non riescono a cogliere.

I grandi clinici ammalati hanno denunciato come la sanità moderna sia spesso intrappolata in un “virtuosismo tecnologico” che allontana il medico dal dolore reale del malato. Essere “dall’altra parte” costringe a ridefinire le priorità della pianificazione politica: non servono solo macchinari all’avanguardia, ma un sistema strutturato per accogliere la persona nella sua interezza.

L’opposizione della Regione Campania e di altre regioni meridionali alla legge sull’autonomia differenziata (legge Calderoli) si basa principalmente sul rischio che la riforma possa ampliare i divari nei servizi essenziali, a partire dalla sanità, tra il Nord e il Sud del Paese. Chi critica la legge sostiene che le regioni con maggiore capacità fiscale (generalmente quelle del Nord) avranno molte più risorse da investire nella sanità rispetto alle regioni del Sud. Questo potrebbe tradursi in una ulteriore disparità nell’accesso alle cure e nella qualità delle strutture ospedaliere.

La scelta di Papa Leone XIV di comunicare in prima persona, in modo trasparente e tempestivo, la diagnosi e l’iter terapeutico del suo adenocarcinoma polmonare ha sollevato un’importante riflessione collettiva e sociale sul sistema sanitario. Se da un lato la trasparenza del Papa promuove la cultura della prevenzione, dall’altro ha spinto l’opinione pubblica a confrontarsi sulle disparità di accesso agli screening radiologici (come la TAC a bassa dose) e sulle liste d’attesa che i comuni cittadini si trovano spesso ad affrontare. Una spinta indiretta a riflettere sulla necessità di rendere la diagnosi precoce un diritto tempestivo e accessibile a tutti.

I tempi del percorso diagnostico e terapeutico di Papa Leone diventano così un riferimento preciso dei tempi ottimali per la diagnosi precoce e per le migliori terapie possibili per tutti. Amen.

L'articolo La vita sospesa di un malato di cancro. E tanto incide l’attesa per l’accesso alle cure proviene da Il Fatto Quotidiano.

Uno de los eventos "de mayor prestigio de Sevilla": el argumento que le valió el permiso a la cena VIP al pie de la Giralda

18 October 2026 at 20:47

Uno de los eventos "de mayor prestigio de Sevilla": el argumento que le valió el permiso a la cena VIP al pie de la Giralda

El Ayuntamiento argumentó que la gala es uno de los acontecimientos de más "proyección nacional e internacional" de la ciudad para declararla "de interés público" y así allanar la necesaria autorización especial. El alcalde no se explica la polémica y asegura que le ha "sorprendido mucho" el debate desatado

El Ayuntamiento alega el “gran impacto mediático” de la gala VIP al pie de la Giralda para justificar su autorización

La famosa cena VIP al pie de la Giralda con motivo de los XX Premios Escaparate no sólo recibió 18.000 euros brutos (IVA incluido) de fondos municipales, sino que también fue el propio gobierno local del PP el que concedió los permisos que hicieron posible la utilización de este enclave privilegiado. Para ello, primero lo declaró “evento de interés público municipal y turístico”, para lo que esgrimió el argumento de que la gala es “uno de los acontecimientos sociales, culturales, de moda y comunicación de mayor prestigio y proyección nacional e internacional celebrados en Sevilla”.

Fue el propio Ayuntamiento hispalense el que se encargó de tramitar este reconocimiento de “evento de interés”, para lo que primero suscribió un acuerdo de colaboración –al que ha tenido acceso este periódico– con el organizador en el que también se comprometía a aportar estos 18.000 euros, la misma cantidad que también puso la Junta de Andalucía. Tanto el presidente andaluz, Juan Manuel Moreno, como el alcalde de la ciudad, José Luis Sanz, ambos del PP, asistieron como invitados a la cena.

El convenio lo rubricó Contursa, la empresa turística municipal, a partir de lo cual solicitó (y consiguió de la propia Delegación de Turismo y Cultura a la que pertenece) la declaración de “evento de interés”. En paralelo, tramitó y logró el permiso para ocupar la plaza Virgen de los Reyes, en la que –con contadas excepciones– la propia ordenanza prohíbe cualquier tipo de acto. A ello se unió la exención de tasas por ocupación de la vía pública y la autorización de “excepcionalidad acústica temporal”, ya que hasta las 2 de la madrugada se iba a producir más ruido del permitido. En total, el enclave permaneció ocupado durante 32 horas.

“Una actividad institucional”

Fue una empresa municipal (Contursa) la que pidió estas licencias, y lo hizo ante otro organismo del Ayuntamiento, la Gerencia de Urbanismo, que dio su visto bueno clonando los argumentos ya recogidos en el convenio suscrito con Escaparate. De hecho, en el expediente por el que le autoriza la ocupación de la plaza se llega a afirmar que esta entrega de premios tiene como objeto “la difusión y promoción de la excelencia cultural y patrimonial de Sevilla”.

El alcalde y el presidente de la Junta, en la cena de gala de Escaparate.
El alcalde y el presidente de la Junta, en la cena de gala de Escaparate.

De hecho, define la gala como “una actividad de carácter institucional y excepcional”, por lo que da su visto bueno al entender que puede acogerse a una de las excepciones recogidas en la ordenanza. Esto permitió a Escaparate levantar mesas para 600 invitados en una zona ubicada entre los tres monumentos patrimonio de la humanidad de la ciudad: la Catedral, el Alcázar y el Archivo de Indias.

En definitiva, que el Ayuntamiento hispalense no sólo actuó como patrocinador, sino que también se encargó de tramitar las autorizaciones y de concedérselas a sí mismo. “Ingeniería administrativa”, lo definió la concejal del grupo Podemos-IU, Susana Hornillo (Podemos), en la última comisión de control al gobierno local, a lo que la delegada de Turismo y Cultura, Angie Moreno (PP), respondió que no se utilizó “ningún atajo administrativo” y que la inversión municipal estaba más que justificada por el “alcance mediático extraordinario” de un evento que, aseguró, consiguió “324 millones de impactos”.

El alcalde, “sorprendido” por el revuelo

Esto llevó a renglón seguido al portavoz municipal del PSOE, Antonio Muñoz, a criticar esta versión municipal con una cifra “sin aclarar qué significa ni cómo se ha calculado”, preguntándose de paso si “son personas, visualizaciones, euros o apariciones en medios”. Por ello, considera que todo el caso es una “tomadura de pelo”, ironizando con que el alcalde “paga la cena de Escaparate y ahora pretende que los sevillanos le den las gracias”.

Por cierto, que la única referencia a la gala del regidor, José Luis Sanz, ha sido para expresar su incredulidad ante la que se ha formado con este evento celebrado hace un mes. “Me ha sorprendido mucho el espacio que ha ocupado en los medios de comunicación, ojalá el déficit de infraestructuras que tiene Sevilla ocupara el mismo espacio”, se limitaba a apuntar hace unos días.

Y aunque admite que el uso de la plaza Virgen de los Reyes “no lo contempla la ordenanza” y que “se hizo una excepcionalidad”, no muestra mayor preocupación por la denuncia por malversación y prevaricación que ha admitido un juzgado: “Que investigue el juez lo que tenga que investigar, de momento no ha denunciado nadie”.

“Proyección mediática insuperable”

El convenio entre Contursa y Escaparate también resalta que, en años anteriores, esta entrega de premios “ha puesto en valor los espacios y monumentos más emblemáticos de la urbe”, ya que se ha celebrado en lugares como los Reales Alcázares, la Plaza de España, el Casino de la Exposición, el palacio de San Telmo (el año pasado se celebró enfrente, en los Jardines de Cristina), el Muelle de la Sal o la plaza de San Francisco. La edición de 2026, añade, “en pleno entorno patrimonio mundial de la Unesco, otorgará una proyección mediática insuperable a la marca de la ciudad”.

El documento que allanó el camino para la declaración como “evento de interés” cifraba la asistencia al acto en “600 invitados de alto nivel”, aunque al final fueron menos, lo que supondría “un importante impacto económico en el sector hostelero, comercial y hotelero de Sevilla”. Todo esto se traduciría en la reserva de “un elevado número de plazas en hoteles de alta categoría” durante nada menos que una semana.

Sandra Myrna Díaz, bióloga: “Los que sostienen la bandera del borreguismo son pocos, pero muy vociferantes”

18 October 2026 at 20:47

Sandra Myrna Díaz, bióloga: “Los que sostienen la bandera del borreguismo son pocos, pero muy vociferantes”

La investigadora argentina, que ha recibido reconocimientos como el Premio Princesa de Asturias de Investigación Científica y Técnica en 2019, recuerda que nosotros mismos somos ecosistemas que no podrían sobrevivir sin la red de conexiones de la naturaleza

Hemeroteca - James Manglona, el guardián de los últimos ‘árboles de fuego’ del Pacífico

La bióloga argentina Sandra Myrna Díaz es una de las voces más reconocidas en materia de biodiversidad y una de las mentes que nos ha ayudado a entender la inmensa red de conexiones que entretejen nuestras vidas. Sus trabajos pioneros sobre el papel de las plantas a escala global y lo que ella ha llamado el “tapiz de la vida” le han valido reconocimientos como el Premio Princesa de Asturias de Investigación Científica y Técnica en 2019 o ser incluida entre las 100 personas más influyentes del mundo por la revista Time en 2025.

Díaz participó a principios de octubre en el festival Passion for Knowledge, organizado por el DIPC en San Sebastián, donde habló de la importancia de los árboles centenarios y su capacidad para generar adaptaciones locales al paisaje de las que tenemos mucho que aprender. Charlamos con ella horas después de su conferencia, sobre la omnipresencia de las plantas en nuestras vidas y la ceguera de los seres humanos, en un mundo gobernado por líderes que ponen en cuestión la ciencia, aunque sin ella no podrían ni levantarse de la cama.

Usted definió el tapiz de la vida que nos entreteje y nos atraviesa. ¿Qué tienen en común las personas, los helechos, los tigres y las lombrices?

Tienen más cosas en común que las que tienen diferentes. Todos estamos emparentados filogenéticamente evolutivamente y venimos de un mismo ancestro común que se llama Luca. Compartimos un montón de genes con todos los seres, mucho más de lo que uno se imaginaría, y también estamos constantemente intercambiando materia y energía. Ese aislamiento en el que creemos que vivimos es totalmente irreal.  

En algún momento hubo un malentendido y creímos que nosotros éramos parte diferente de esa inmensa red, ¿no?

Eso tiene que ver con las ideas de la Ilustración, con toda esta gente que hizo muchas cosas buenas y ayudaron a rescatar la ciencia del oscurantismo. Hicieron progresos, pero tenían esa idea de los organismos como máquinas y del ser humano como excepcional: acá están todos los otros organismos y acá estamos nosotros. Es algo que proviene también de las religiones abrahámicas —el judaísmo y el cristianismo, entre otras—, en las que el hombre y la mujer (sobre todo el hombre) somos seres excepcionales y la naturaleza está a nuestro servicio. Y la verdad que esto de la red de la vida no es algo romántico, sino que es la última ciencia.  

¿El resultado de la ciencia ha sido una sistemática cura de humildad?

Exactamente. Y cada vez más. Todos los días aparecen propiedades cognitivas de los animales que creíamos únicas en nosotros. No solo los grandes primates sino, qué se yo, un pulpo o un langostino. Hay cada vez más científicos que defienden que la sintiencia, la complejidad de sentir y de pensar, es muy diferente de lo que nosotros imaginamos. Y eso también es algo que aprendimos de la ciencia. Creo que no lo hemos internalizado, pero estamos rodeados fundamentalmente de seres y no de cosas. De seres a los que tratamos como cosas.  

Si hemos menospreciado o ignorado a los animales, de lo que hemos hecho con las plantas ya ni hablamos, ¿verdad?

Son decorado.

¿Qué es el “síndrome de la ceguera vegetal”?

Es exactamente eso. Los animales pueden gustarnos o no, pero uno se da cuenta que están ahí porque son medio parecidos y se mueven como nosotros. Con las plantas, como no se mueven y son a nuestro ojo todas iguales, uno tiende a pensar que son escenografía, no que están construyendo nuestro mundo. Sin embargo, ellas están básicamente regulando el clima, están produciendo la fertilidad del suelo, están haciendo todas estas cosas sin las cuales nuestra vida sería mucho más complicada.

En palabras de usted misma, las plantas son unas grandes “alquimistas”, ¿por qué?

Son las únicas que pueden convertir lo inorgánico en orgánico, salvo alguna excepción muy rara en el fondo del océano. Por eso te digo, ellas pueden perfectamente vivir sin los animales. Nosotros sin ellas, no. Son una maravilla.

Las plantas son las únicas que pueden convertir lo inorgánico en orgánico. Ellas pueden perfectamente vivir sin los animales. Nosotros sin ellas, no

Ese tapiz del que usted siempre habla se está llenando de agujeros en muchísimos sitios. ¿Cuál es la principal amenaza?

Hace unos años hicimos un estudio sistemático de todas estas amenazas a nivel mundial en los últimos 50 años y establecimos un ranking. El principal responsable de la destrucción es el cambio de uso de la tierra para agricultura, para ganadería y para construcción. El segundo es la extracción selectiva de organismos, como cuando matas el rinoceronte, pero no el antílope que tiene al lado, o la pesca, donde lo que haces es sacar los peces y dejas todo lo demás.

El tercer y cuarto problema son el cambio climático y la contaminación, están empatados. Y el quinto son las especies invasoras. Eso es en los últimos 50 años, pero se calcula que de aquí en adelante el cambio climático va a tener mucha más importancia porque se está acelerando. Y, además, por supuesto, estos factores interactúan entre ellos. O sea, hay un montón de especies invasoras, particularmente patógenos, que pueden entrar porque hay cambio de clima, o estos incendios devastadores que matan gente, que son una mezcla entre el cambio climático y la gente avanzando y haciendo construcciones en lugares donde no debería hacerlo.

¿Se podría resumir como que, poquito a poco y cada uno por su lado, hemos puesto el planeta patas arriba?

Sí, claramente, aunque no diría cada uno por su lado, en el sentido de que no todos son igualmente responsables.

Vivimos rodeados de seres a los que tratamos como cosas

Me refería a los países industrializados.

Claro, pero incluso dentro del primer mundo, tu huella y tu responsabilidad es mucho menor que la de una gigantesca corporación que es responsable de destrucción de ecosistemas y de gente, porque también se daña la salud de muchísima gente.

Muchas veces olvidamos que muchas culturas que vivían en armonía con ese tapiz de la naturaleza, viven en los sitios que más están notando la perturbación. ¿Esto es una gran injusticia?

Algunos de los lugares donde viven las culturas de cazadores recolectores no están tan en la trinchera, pero otros sí, otros están exactamente en el lugar donde hay más destrucción. Y ellos siempre dicen nosotros no tenemos ninguna responsabilidad y están pagando los platos rotos todos los días.

¿Qué le parece la estrategia de cuantificar o ponerle a la biodiversidad valores en términos de dinero para que lo puedan entender las empresas?  

Creo que en algunos casos funciona. Hace un par de décadas los ecólogos dijimos: bueno, si le ponemos el valor a la diversidad en términos de dinero, automáticamente las empresas y los gobernantes van a entender todo lo que vale la diversidad y se va a solucionar el problema. Entonces un poco forzamos el tema para ponerle un número en dinero y no nos fue muy bien. Porque hoy en día los números están por todos lados y se sigue destruyendo de una forma masiva. O sea, yo creo que en algunos casos funciona, pero no está funcionando tan bien como como la teoría dice. Yo creo que hay que empezar a hacer énfasis en la diversidad en la naturaleza y los valores emocionales, de salud física y psicológica, por ejemplo. No podés tener una política de salud basada en el precio. Para mí, parte de la naturaleza tiene un precio y no pasa nada, pero no se puede hacer una protección general de la naturaleza basada en un precio, porque no funciona.

Ponerle valor a la diversidad en términos de dinero no nos fue muy bien. Porque hoy en día los números están por todos lados y se sigue destruyendo de una forma masiva

Usted pone como ejemplo el valor que tienen los árboles centenarios y quienes creen que plantar muchos árboles pequeñitos podría compensar su pérdida. ¿Es así?

Bueno, una cosa es si el árbol se te murió porque le cayó un rayo o se enfermó. Obviamente hay que poner otros. No lo vas a dejar ahí.

Estaba pensando en el sicomoro del muro de Adriano, por ejemplo.

No se sabe por qué lo talaron. Ese caso lo uso como ejemplo de cómo la gente se moviliza por un árbol ecológicamente irrelevante, pero que era su árbol. Ni ellos mismos saben por qué lo talaron. Hay un caso en Argentina con un árbol que estaba junto a una autopista y se armó un lío con enorme costo político. Trajeron una grúa industrial del norte del país al centro del país, más de mil kilómetros. Levantó el árbol con raíz y todo y lo puso en otro lado.  

Porque un árbol “no es solo un árbol”…

No solamente que un árbol no es solo un árbol, sino que la gente hace cosas con la naturaleza, para bien o para mal, que no tienen nada que ver con el costo-beneficio económico, sino con otras cosas.

Cuando le escucho hablar del tapiz de la vida no puedo evitar acordarme de la hipótesis Gaia, de Lovelock y Margulis, que fue tan denostada. ¿Conectan sus ideas con aquella hipótesis?

En algunas cosas sí. La idea de la simbiogénesis de Margulis de cómo a veces se juntan dos organismos y forman otro es genial. Eso es fantástico y está muy comprobado. Por eso a veces se habla del árbol de la vida y algunos ahora hablan de la red de la vida. Porque además de las ramas verticales en la evolución, aparecen toda una serie de conectores horizontales, con conjuntos de organismos produciendo propiedades emergentes. Y, por otro lado, yo no creo que el planeta sea una especie de superorganismo actuando todo en armonía. Pero hay propiedades emergentes, definitivamente.  

¿Es un sistema que se autorregula?

Se autorregula. El ejemplo es la regulación del clima por parte de las plantas y los organismos fotosintéticos en el mar, o cómo el agua, en vez de quedarse toda chata en el océano, cicla los continentes y es evaporada para formar las nubes. Toda esa dinámica es fantástica, son propiedades emergentes. No es un solo individuo de una sola especie, sino que actúan juntos. En realidad, si te pones a hilar fino, todos somos un ecosistema. Yo no sé los cientos de especies de bichos que tengo adentro mío, o vos; somos un ecosistema y si nos sacan todo el resto de las otras especies, no sobrevivimos mucho.

Si te pones a hilar fino, todos somos un ecosistema. Si nos sacan todo el resto de las otras especies, no sobrevivimos mucho

Usted dice que las plantas son asombrosas. De entre todas las cosas que hacen, ¿qué le impresiona más?

Lo más sorprendente que hacen las plantas, mirándolo desde afuera y tratando de ser objetiva, es la fotosíntesis. La comunicación entre ellas a través de compuestos volátiles también es fantástica y hay un montón de investigación sobre cómo se comunican más con las que están genéticamente más emparentadas. También están las redes micorrícicas, esas alianzas en las que las micorrizas (los hongos) y los árboles colaboran, aunque es muy variada. Algunos árboles dependen de las micorrizas mucho más que otros y hay momentos en que los hongos se transforman en medio parásitos y las plantas dicen 'yo no necesito más al hongo' y lo expulsan, por así decirlo. En la naturaleza hay una especie de negociación constante.

Una persona como usted, que es consciente de la complejidad de la naturaleza, ¿cómo se siente en un mundo en el que cada vez se simplifica más?

Bueno, fue toda una sorpresa que a esta altura del siglo XXI, de repente apareciera un ataque a la ciencia. Toda mi generación, y muchas otras generaciones antes que yo, crecimos sobre la base de que la ciencia se daba por sentada y no se la discutía. Y de repente ahora hay todo este discurso minoritario, pero vociferante, que dice eso de ¿para qué sirve la ciencia? Obviamente es muy preocupante, muy terrible. Pero, por otro lado, nos ha servido para atizarnos. Para que reaccionemos y nos pongamos las pilas y le recordemos a todo el mundo para qué sirve la ciencia y todas las cosas que tenemos por la ciencia.

Si tuviera que resumirle a alguna de estas personas para qué sirve la ciencia, ¿cómo lo haría?

Le diría que sin la ciencia no podría ni tomarse el café de la mañana, literalmente. Si no fuera por la ciencia no podría prender el celular, la radio, la TV, hacerse el café, calentar agua, bañarse con agua caliente, casi ni levantarse de la cama. Es más, no tendría sábanas si no fuera por la ciencia. Pero además, la ciencia te enseña a pensar críticamente. La ciencia te dice que tu conocimiento nunca está estable, va progresando y va progresando por ensayo y error y va progresando por la crítica. Es una forma de pensar que de alguna manera se opone al oscurantismo acrítico, a ese pensamiento obediente.

¿Qué efecto tendrá la asfixia de Milei a la ciencia sobre el futuro de los argentinos?

Va a ser un momento aciago, oscuro en nuestro futuro, sin ninguna duda. Pero como lo hemos hecho tantas veces en Argentina, nos vamos a volver a levantar, no tengo dudas.

¿Y, a escala global, qué daño está haciendo el efecto de la gente como Trump?

Primero, hay que recordar que somos un montón. Ellos son vociferantes, pero pocos. Si uno ve la gente que realmente está levantando la bandera en contra del conocimiento, y a favor del borreguismo, son pocos. El borreguismo, la obediencia, hacer lo que te dicen y quedarte calladito y obedecer… Son muy poderosos, pero son pocos. Y, segundo, no tenemos alternativa. Sí o sí. El mundo al que vamos, según esa narrativa, es un mundo donde dos o tres de ellos se la pasan bomba y el resto nos embromamos. El mundo de ellos no tiene lugar para nosotros.

No estamos en sus planes...

Ni nosotros ni la naturaleza ni la enorme mayoría de los seres humanos estamos en sus planes. La enorme mayoría de nosotros no tiene alternativa porque el mundo de ellos no es alternativa. Hay que buscar otra cosa. Y yo creo que tenemos la fuerza del que siente que no tiene alternativa. Te cerraron el camino de vuelta, ¿y qué vas a hacer? Vas a seguir para adelante porque volverse no es una opción. Es demasiado tarde para volverse. Yo creo que la fuerza tiene que salir de ahí.

Los vestidos ‘secretos’ de novia de las reinas que nunca llegaron al altar: del plan B de Lady Di o Isabel II a la emergencia de la reina Letizia

19 October 2026 at 04:00
Los secretos detrás de los vestidos. (Montaje Infobae)

En las bodas reales, el vestido de la novia no es solo una obra cumbre de la alta costura: es una cuestión de Estado custodiada con el mismo celo que un secreto militar. Detrás de las colas kilométricas, las tiaras históricas y las transmisiones televisivas vistas por cientos de millones de espectadores, los talleres de los diseñadores se transforman durante meses en auténticos búnkeres acorazados. El pánico a una filtración en la prensa, el asedio de los paparazzi, un robo de bocetos en la víspera o una mancha accidental minutos antes del enlace han empujado a las cortes europeas a desplegar estrategias dignas de una película.

Durante décadas, los modistas de palacio trabajaron bajo juramentos de confidencialidad inquebrantables, ventanas selladas y vigilantes nocturnos apostados junto a los maniquíes. Sin embargo, el recurso más extremo ante la amenaza del escándalo no era una cerradura reforzada, sino el denominado “Plan B”: trajes de repuesto cortados a escondidas, a veces sin que la propia novia llegara a saberlo, nombres en clave ficticios para desviar la atención de los reporteros hasta el instante exacto en que la puerta de la limusina real se abría frente a la catedral...

Aunque muchas de estas maniobras se guardaron bajo siete llaves durante generaciones, el paso del tiempo y los testimonios de los propios creadores han sacado a la luz los planes de contingencia más fascinantes de la historia nupcial. Desde restos falsos arrojados a la basura para despistar a los curiosos hasta falsos rodajes cinematográficos orquestados para que las costureras no supieran qué estaban bordando, estos son los secretos y vestidos de emergencia que protegieron a las grandes novias de la realeza.

Diana de Gales y el vestido que desapareció

El 29 de julio de 1981, Diana Spencer deslumbró al planeta con su recordado diseño de tafetán de seda color marfil, sus mangas abullonadas, diez mil perlas y una cola de casi ocho metros firmada por David y Elizabeth Emanuel. Pero lo que casi nadie supo entonces fue que en el taller londinense de los modistos colgaba un segundo vestido de novia confeccionado en estricto secreto. El objetivo era tajante: si la prensa británica lograba filtrar una sola imagen o detalle del traje principal antes del gran día, Diana subiría las escaleras de la catedral de San Pablo con este modelo alternativo.

Lady Di con la tiara Spencer herencia familiar el día de su boda.

La versión de repuesto compartía el tejido de tafetán y la falda princesa, pero presentaba un diseño sensiblemente más comedido: lucía un escote en pico rematado con discretos volantes, mangas tres cuartos y pequeños bordados de perlas en el corpiño, desprovisto de la majestuosidad escénica del original. La paranoia por el secreto fue tal que los Emanuel arrojaban trozos y restos de telas e hilos de colores falsos a los cubos de basura del taller para despistar a los reporteros que revolvían en sus desperdicios, mientras dos guardias de seguridad custodiaban el taller las 24 horas del día. Diana nunca llegó a probarse el traje B. Décadas después, Elizabeth Emanuel confesó que, tras el enlace, la prenda se quedó olvidada en un perchero del estudio y acabó extraviándose para siempre: un misterio textil que todavía hoy nadie ha logrado resolver.

El caso de Kate Middleton

La boda de Guillermo y Kate Middleton en abril de 2011 enfrentó el desafío de la inmediatez de internet y las redes sociales. El Palacio de Saint James orquestó una auténtica cortina de humo para proteger la identidad de Sarah Burton, directora creativa de Alexander McQueen. Durante semanas, se filtraron intencionadamente nombres de otros diseñadores de renombre (como Jasper Conran, Bruce Oldfield o Sophie Cranston) a los diarios británicos, logrando que los medios persiguieran pistas falsas hasta la misma víspera del enlace. La propia Burton tuvo que registrarse en los hoteles bajo seudónimos y negar categóricamente su implicación incluso cuando fue vista entrando en el hotel Goring.

El blindaje en los talleres fue milimétrico. En la prestigiosa Real Escuela de Costura (Royal School of Needlework), con sede en Hampton Court, las bordadoras encargadas de coser las aplicaciones florales de encaje (la rosa inglesa, el cardo escocés, el trébol irlandés y el narciso galés) trabajaron bajo la estricta mentira de que estaban realizando un encargo para una costosa serie dramática de televisión de época. Para preservar el blanco impoluto del satén gazar, debían lavarse las manos cada media hora y renovar las agujas cada tres horas. Asimismo, Burton mantuvo en reserva piezas de encaje idénticas y rollos de seda duplicados por si ocurría algún vertido accidental o desperfecto de última hora en el corte principal.

Isabel II y el espionaje en plena posguerra

En el otoño de 1947, Gran Bretaña intentaba recomponerse de las secuelas de la Segunda Guerra Mundial y el anuncio del matrimonio entre la entonces princesa Isabel y el teniente Felipe Mountbatten se convirtió en un acontecimiento de masas. La futura reina tuvo que utilizar cupones de racionamiento textil para costear la tela de su ajuar, lo que disparó la curiosidad de los corresponsales extranjeros. El diseñador oficial, Norman Hartnell, instaló su cuartel general en la calle Bruton de Mayfair y pronto descubrió que periodistas estadounidenses habían alquilado los pisos del edificio de enfrente equipados con prismáticos para espiar las mesas de patronaje.

La boda de Isabel II con  Felipe de Edimburgo. (Hulton Archive)

Para frustrar el espionaje, Hartnell ordenó encalar por completo los cristales de las ventanas con una densa capa de pintura blanca y cubrir el interior con cortinas de muselina opaca. La seguridad se extendió incluso al origen de los materiales: ante el rumor malicioso de que la seda procedía de gusanos criados en Italia o Japón (países del Eje en la recién concluida guerra), el palacio tuvo que emitir un certificado garantizando que los capullos eran de gusanos chinos hilados en el castillo de Lullingstone, en Kent. El boceto definitivo se guardó en una caja fuerte y solo se autorizó a un reducidísimo grupo de periodistas ver el diseño horas antes de la boda, bajo la advertencia de penas severas si quebrantaban el embargo oficial antes de que la princesa entrara en la abadía de Westminster.

Beatriz de York y el rescate del armario de la reina

El caso de la princesa Beatriz en julio de 2020 representa el único “Plan B” de la realeza británica ejecutado de forma integral y a la vista de todo el mundo. La nieta de Isabel II tenía planeada una boda por todo lo alto en la Capilla Real del Palacio de Saint James, con cientos de invitados de la realeza europea y un diseño nupcial de alta costura encargado a una firma de primer nivel. Sin embargo, la irrupción de la pandemia de coronavirus y las restricciones sanitarias mundiales dinamitaron por completo los planes, obligando a cancelar la ceremonia original.

Beatriz de York el día de su boda. (Europa Press)

Lejos de posponer el enlace de manera indefinida, la pareja decidió organizar una ceremonia privada e íntima en Windsor en cuestión de días. Al no haber tiempo para rematar ni adaptar el vestido de gala inicialmente previsto, la princesa recurrió a la alternativa más extraordinaria posible: pedir auxilio a su abuela. Isabel II le abrió las puertas de su vestidor histórico y le cedió una pieza vintage diseñada en 1960 por Norman Hartnell. En una carrera contrarreloj de apenas unas jornadas, los modistas de confianza de la monarca, Angela Kelly y Stewart Parvin, remodelaron el vestido, le añadieron delicadas mangas de organza y ajustaron la silueta para convertir un diseño de hace seis décadas en el plan de emergencia más elogiado de la realeza moderna.

La reina Letizia y un despliegue blindado

En cuanto a nuestros monarcas, la historia no tiene tanto que ver con una segunda opción, sino con el secreto que rodeaba el vestido de la novia. En España, la gran incógnita sobre quién vestiría a Letizia Ortiz para su enlace de mayo de 2004 con el entonces príncipe Felipe dio lugar a un hermetismo sin precedentes. A sus 86 años, el maestro Manuel Pertegaz asumió el encargo más trascendental de su carrera bajo un estricto pacto de silencio con la Casa Real. Mientras las quinielas de la prensa barajaban nombres como Lorenzo Caprile o Petro Valverde, Pertegaz y su reducidísimo equipo de confianza trabajaron a puerta cerrada en su taller de Barcelona, con las persianas bajadas y sin permitir el acceso a ningún trabajador ajeno a la confección.

El vestido de la boda de la reina Letizia. (EFE/Alberto Estévez/Archivo).

El vestido viajó desde la ciudad condal a Madrid custodiado con escolta y medidas de seguridad propias del traslado de una obra de arte. Ante la previsión meteorológica que amenazaba lluvia torrencial sobre la catedral de la Almudena, el modisto preparó además kits de urgencia y retales idénticos del tejido bordado para reparar sobre la marcha cualquier roce o salpicadura de humedad que pudiera sufrir la impresionante cola de 4,5 metros antes del paseíllo nupcial.

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