❌

Normal view

La Russia si dice pronta a entrare nella città strategica di Kramatorsk: “Presi i villaggi alle porte”. Ma Kiev smentisce

20 October 2026 at 13:39

Kramatorsk, e di conseguenza Sloviansk, da mesi convivono con il cappio russo intorno al collo. Nessuno strappo netto, ma uno stringersi lento e graduale che contribuisce a prolungare l’agonia di una città presa ad esempio per la sua strenua resistenza contro l’avanzata russa. Adesso, però, il nemico è veramente alle porte. E Vladimir Putin ha chiesto al suo capo di Stato Maggiore delle forze armate, Valery Gerasimov, di sferrare il colpo fatale nel Donetsk.

Nel corso di una visita a un posto di comando ausiliario avanzato, il presidente russo ha ribadito che la conquista di tutta la regione del Donbass meridionale rimane tra i principali obiettivi della “operazione militare speciale”. E ha poi sottolineato come la creazione di una zona di sicurezza in Ucraina non sarà oggetto di discussione a eventuali colloqui per la soluzione del conflitto: “Il nostro obiettivo è garantire la sicurezza assoluta nei territori di confine della Russia per il futuro e non intendiamo farne un argomento di potenziali negoziati di pace con l’Ucraina”.

Nelle ultime ore, come detto, la Russia sostiene di aver sfondato gli ultimi tre ‘cancelli’ che aprono le porte per Kramatorsk: Mosca dice di aver conquistato le cittadine di Dobropillia, Kostiantynivka e Oleksiievo-Druzhkivka, oltre a quelle di Orikhiv, Novopavlivka e Novoandriivka, nella regione di Zaporizhzhia. Se le informazioni venissero confermate, Mosca si appresterebbe a sferrare l’offensiva sulla fondamentale città del Donetsk in inverno e, in caso di successo, avrebbe superato un importante ostacolo per l’accerchiamento di Kharkiv, la seconda città del Paese dopo Kiev.

Le autorità ucraine, però, smentiscono le conquiste rivendicate dalla Federazione russa, circa 6.500 chilometri quadrati di territorio e 310 insediamenti dall’inizio dell’anno. Lo Stato maggiore, in particolare, definisce false le dichiarazioni di Gerasimov sulla conquista delle tre cittadine alle porte di Kramatorsk, al termine di una campagna che da settembre avrebbe portato sotto il controllo russo oltre 1.800 chilometri quadrati di territorio e 92 centri abitati. Il portavoce dello Stato maggiore ucraino, Andriy Kovalyov, ha smentito queste cifre, sostenendo che dall’inizio dell’autunno le forze ucraine hanno riconquistato più territorio di quanto ne abbia preso l’esercito russo. E ha poi aggiunto che Dobropillia, Oleksiievo-Druzhkivka, Orikhiv, Novopavlivka e Novoandriivka restano sotto il controllo delle forze di Kiev, mentre a Kostiantynivka sono ancora in corso combattimenti. Smentita anche l’affermazione sulla presenza dei soldati di Mosca a cinque chilometri dalla periferia meridionale di Zaporizhzhia. Si trovano ancora a 22 chilometri dalla città, ha riferito Kovalyov. Anche Velykomykhailivka, nella regione di Dnipropetrovsk, resta sotto controllo ucraino, ha concluso.

Accuse di diffondere notizie su false conquiste arrivano anche dal Primo Corpo della Guardia Nazionale “Azov” che su Telegram ha smentito la conquista di Zolotyi Kolodiazh, Novotroitske e Petrivka, nel Donetsk. “Tali affermazioni non corrispondono al vero. Tutti e tre gli insediamenti rimangono sotto il controllo di unità della brigata ‘Bureviy’ e di altri reparti delle Forze di Difesa ucraine”, scrivono accusando i soldati di Mosca di infiltrare piccoli gruppi di fanteria in aree abitate per piantare bandiere e scattare foto, così da dare l’illusione di una conquista mai avvenuta.

L'articolo La Russia si dice pronta a entrare nella città strategica di Kramatorsk: “Presi i villaggi alle porte”. Ma Kiev smentisce proviene da Il Fatto Quotidiano.

Armi all’Ucraina, Balzano incalza Sensi: “Non convincerà mai Conte e Avs, lei è nel posto sbagliato”. “Il M5s la pensa come Vannacci, Le Pen e AfD”

20 October 2026 at 08:34

“Ma lei reputa verosimile che, una volta al governo, riusciate a convincere Conte, Fratoianni e Bonelli a mandare le armi all’Ucraina? Voi che siete obiettivamente una minoranza nel Pd e nella coalizione progressista?”. A Battitori liberi, su Radio Cusano Campus, Savino Balzano pungola il senatore dem Filippo Sensi su uno dei principali motivi di scontro nel campo progressista: il sostegno militare a Kiev. Il parlamentare riformista non ha dubbi: “Non c’è un governo europeo di nessun segno politico, di sinistra, di centro o di centrodestra, che non stia dentro una linea di sostegno all’Ucraina. Pensare che l’Italia possa rompere questa linea secondo me è poco verosimile. Un governo italiano darà sempre sostegno all’Ucraina”.

L’argomento della puntata verte sullo scambio a distanza del 15 ottobre tra Sensi e il deputato M5s Francesco Silvestri, intervistati da Manolo Lanaro per Il Fatto Quotidiano. Dopo gli applausi di alcuni riformisti Pd alle parole di Giorgia Meloni sull’Ucraina, Sensi ha sostenuto che un futuro governo progressista debba inviare armi a Kiev “per davvero”, accusando l’attuale esecutivo di non farlo da oltre un anno. Silvestri ha replicato sarcastico: “Se Sensi vuole più armi, gliele porti lui personalmente, se le carica e gliele porta”. E ha puntualizzato che un governo alternativo alla destra dovrebbe invece interrompere le forniture militari e favorire il dialogo con Putin. I conduttori Balzano e Gianluca Fabi ripartono proprio dalla battuta di Silvestri, chiedendo scherzosamente a Sensi se intenda portare personalmente le armi in Ucraina. Il senatore replica: “A Silvestri non manca l’umorismo, però poi dice delle cose un po’ enormi, come quella che bisogna dialogare con Putin”. E attacca il riferimento del deputato M5s alle conseguenze economiche della guerra: “Ma non c’è un minimo di umanità? Lì muoiono persone ogni giorno, vengono distrutte città”.

Balzano sottolinea che mai M5s e Avs potrebbero accettare di mandare armi a Kiev. Il senatore dem richiama l’esperienza del governo Draghi, del quale fecero parte sia il M5s sia la Lega, oggi contraria a nuove forniture militari. A suo giudizio, l’appartenenza dell’Italia all’Europa pesa più delle differenze tra i partiti di una futura maggioranza. Ma Balzano insiste: come può una componente minoritaria della coalizione convincere Conte, Fratoianni e Bonelli, oltre alla stessa Schlein?Il parlamentare ribadisce che il sostegno militare a Kiev è la posizione ufficiale del Pd, confermata dalla segretaria e dai voti parlamentari. Ammette che non tutti nel partito la pensano come lui, ma rivendica la continuità di quella scelta. Poi arriva l’affondo contro i possibili alleati: “Il Pd la pensa in un modo, secondo me giusto, in coerenza con quello che pensano i grandi partiti in tutta Europa, e il M5s la pensa come Vannacci, come Marine Le Pen, come l’AfD. Penso che se ne dovranno fare una ragione”.

Fabi introduce anche il problema del consenso degli elettori, chiedendo se il Pd sia pronto a scontrarsi con un’opinione pubblica sempre più preoccupata dalle difficoltà sociali ed economiche. Sensi contesta che gli italiani siano contrari al sostegno all’Ucraina: “Ci sono sondaggi che vanno in questa direzione molto chiari e molto espliciti, altri che invece dicono no, però c’è più freddezza”. Richiama quindi le imminenti elezioni americane di midterm e sostiene che negli Stati Uniti il tema controverso sia soprattutto la guerra in Iran, per le sue conseguenze energetiche, più che quella in Ucraina. “Non penso che in Italia noi stiamo soffrendo perché non abbiamo il gas o il gasolio russo. Penso che non ci creda nessuno”. Ma è sulla durata del conflitto che il confronto si fa più serrato. Fabi osserva che, nonostante le armi inviate finora, la guerra prosegue senza una vittoria decisiva di nessuno dei contendenti. Sensi risponde ricorrendo a una metafora: “Se tu dai le armi, cioè dai la medicina al malato, gli stai facendo male perché la medicina gli consente di stare in piedi?”. Precisa che l’Ucraina non è un malato e definisce gli ucraini combattenti dal “coraggio leonino”. Per il senatore, “fornire le armi non vuol dire prolungare la guerra. Significa prolungare l’esistenza dell’Ucraina”. E di fronte alle obiezioni del conduttore e alle immagini dei bombardamenti russi su Kharkiv, sbotta: “Ma di che stiamo parlando? Mi sembra il mondo alla rovescia”.

Fabi insiste: “Noi fino a oggi abbiamo fatto quello che dice lei, ma da soli che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo vincere contro Mosca, che ha il più grande arsenale nucleare del mondo? Questo state proponendo? E peraltro con che armi?”. Il senatore evoca i partigiani: “Se si fosse fatto questo ragionamento ai tempi della Resistenza, l’Italia oggi starebbe sotto i nazisti”. “No, è completamente diverso”, obietta Balzano. Sensi riconosce la diversità delle circostanze, ma ribadisce che togliere le armi agli ucraini non significa automaticamente fermare la guerra. Balzano torna sulle prospettive del conflitto: “Lei si rende conto che l’Ucraina come l’abbiamo conosciuta prima del 2022 non esisterà mai più? Voi con questa cosa ci dovete fare pace, perché è un dato di fatto”. E invita a valutare concessioni territoriali alla Russia per evitare conseguenze ancora peggiori. Sensi respinge la posizione del conduttore: “Non lo dovete dire a chi cerca di difendere l’Ucraina, dovete dirlo a Putin”. Ricorda che Zelensky propone un cessate il fuoco sulle linee attuali e accusa Mosca di continuare a bombardare le città ucraine: “Perché fate questo discorso a chi dice che forse l’Ucraina sta resistendo e resiste pure in nome e per conto dell’Europa? Questo mi sembra un po’ il mondo alla rovescia”.

L'articolo Armi all’Ucraina, Balzano incalza Sensi: “Non convincerà mai Conte e Avs, lei è nel posto sbagliato”. “Il M5s la pensa come Vannacci, Le Pen e AfD” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Guerra in Ucraina, Trump conferma tutto: “Pronto a incontrare Xi e Putin per la pace”. Ma non cita Zelensky

20 October 2026 at 05:52

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto di essere pronto a mettersi attorno a un tavolo con Vladimir Putin e Xi Jinping per mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, anche se non ci fosse il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “Li incontrerei per qualsiasi cosa io possa fare per porre fine alla guerra, che ci sia qualcuno presente oppure no. E loro vogliono davvero avere un incontro”, ha detto rispondendo alle domande dei giornalisti.

Trump ha invocato di nuovo una successione al Presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Quando gli è stato chiesto dai giornalisti cosa pensasse del commento di Zelensky, secondo il quale lui si era messo dalla “parte sbagliata della storia”, Trump ha risposto: “Zelensky non sa di cosa sta parlando. Zelensky è un uomo che avrebbe dovuto far finire questa guerra molto tempo fa. Adesso è ora che qualcun altro negozi per conto dell’Ucraina”.

Parlando in remoto con i senatori americani di entrambi gli schieramenti, il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha spiegato che le restrizioni Usa all’utilizzo di Kiev dei sistemi satellitari Starlink e Starshield, entrambi controllati da Elon Musk, stanno “ostacolando la capacità dell’Ucraina di abbattere i droni d’attacco russi”. È quanto riporta Axios. Zelensky ha rivelato ai senatori americani la mancanza di Patriot per contrastare gli attacchi russi. “Non ci sono praticamente più intercettori Patriot forniti dai nostri partner statunitensi”, ha detto. “Tutto questo lascia pensare che sia stata presa una decisione politica per rallentare il sostegno a nostro favore”, ha aggiunto Zelensky. “Vogliamo capire che cosa sta succedendo, perché sta succedendo e dove ci porterà tutto questo”, ha concluso.

L'articolo Guerra in Ucraina, Trump conferma tutto: “Pronto a incontrare Xi e Putin per la pace”. Ma non cita Zelensky proviene da Affaritaliani.it.

Il propagandista italiano che riscrive la strage di Mariupol

20 October 2026 at 03:45

Mariupol Ucraina

La parola «bambini» era stata dipinta in grandi lettere bianche sul piazzale del teatro di Mariupol. Il 16 marzo 2022, durante l’assedio russo alla città, un’esplosione sventrò l’edificio dove centinaia di civili si erano rifugiati. L’inchiesta dell’Associated Press, “20 Days in Mariupol”, ha contato circa seicento morti. Quattro anni dopo, sul palco del teatro ricostruito e ancora sotto il controllo russo, un documentario prova a capovolgere la storia: non sarebbe stata Mosca a colpire, ma l’esercito ucraino.

Il film si intitola “Witnesses” e lo ha girato Vittorio Nicola Rangeloni, giornalista italiano che da anni alza il volume della propaganda del Cremlino. Intervista persone che accusano il battaglione Azov impegnato nella difesa della città, altri sostengono che gli ucraini avevano nascosto esplosivi sotto il palco e li hanno fatti detonare per attribuire la strage ai russi. «Questo è stato un attacco premeditato compiuto da soldati ucraini», dice Rangeloni, definendolo una provocazione destinata a screditare Mosca. Ma non c’è uno straccio di prova in grado di sostenere l’accusa.

D’altronde, le indagini indipendenti raccontano altro. Amnesty International ha concluso che il teatro fu probabilmente distrutto da due bombe da circa cinquecento chili sganciate da aerei russi. Secondo l’Associated Press, nessuno dei presenti ha detto di aver visto militari ucraini nell’edificio. Anche Gareth Collett, ex responsabile britannico degli artificieri militari, ha giudicato i danni compatibili con una grossa munizione sganciata dall’aviazione russa.

In “Witnesses” una strage documentata si trasforma in un episodio fuori dalla logica, in cui si ribalta il rapporto tra aggressore e vittima. Il New York Times dice che il documentario ha già superato le seicentomila visualizzazioni. Il teatro, demolito alla fine del 2022 e poi ricostruito, è stato riaperto nel dicembre 2025. Per Mosca è il simbolo della rinascita dei territori occupati: sul palco restaurato, la propaganda mette in scena anche la propria versione del passato.

Rangeloni è nato a Lecco nel 1991, da padre italiano e madre ucraina russofona – come in molti casi per le persone nate durante l’occupazione sovietica dell’Ucraina. Nel 2014 si trovava a Kyjiv durante le proteste di Euromaidan, che ha descritto come «un colpo di Stato sostenuto dall’Occidente» (ma non si capisce per quale ragione). L’anno successivo è andato nei territori di Donetsk e Luhansk controllati dalle milizie filorusse. Da allora si è presentato come reporter indipendente, raccontando il conflitto quasi esclusivamente dalla prospettiva russa: un assist al Cremlino dietro l’altro.

Nel 2016 ha fondato LNR Today-Italia, un’agenzia informativa legata alle autorità separatiste che dichiarava di voler combattere una «guerra dell’informazione» contro il governo e l’esercito ucraini. Ha stretto rapporti con le amministrazioni autoproclamate del Donbas – non riconosciute da nessuno a livello internazionale, se non Russia e Corea del Nord – e ha ottenuto la cittadinanza russa. Nel 2023 ha girato “Vopreki”, un documentario realizzato seguendo la brigata paramilitare filorussa Pyatnashka, associata a episodi di tortura di civili ucraini e prigionieri di guerra. Per lui l’invasione su vasta scala dell’Ucraina iniziata nel 2022 è una «guerra di liberazione».

Reporters Without Borders (Rsf) lo descrive come un propagandista che imita il giornalismo per diffondere la linea del Cremlino. L’organizzazione internazionale riferisce che dal 2019 è oggetto di un’indagine della magistratura ucraina per partecipazione a gruppi armati illegali: un’accusa, non una condanna. Mentre il Telegraph aggiunge che Rangeloni ha parlato dell’apertura di un procedimento italiano dopo una denuncia dell’ambasciata ucraina, senza fornire ulteriori dettagli.

La sua traiettoria non si è fermata in Ucraina. Nel 2024 è passato a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, per lavorare con African Initiative, agenzia di propaganda russa fondata a Mosca nel 2023 e finanziata da Viktor Lukovenko, già attivo nella rete di propaganda che era legata a Evgenij Prigožin (ex leader del gruppo Wagner). Ha seguito manifestazioni antiamericane e intervistato il ministro della Difesa burkinabè, mentre altri giornalisti venivano repressi o espulsi. Per Jeanne Cavelier, responsabile di Rsf per l’Europa orientale e l’Asia centrale, il suo lavoro serve a giustificare la guerra russa in Ucraina e a promuovere Mosca nel Sahel.

Il metodo è sempre lo stesso, cambia solo lo scenario: usa la parvenza di metodi e strumenti del giornalismo per propagandare una narrazione politica, con testimonianze selezionate per confermare una tesi già decisa.

Quando è stato contattato dai giornalisti del New York Times, Rangeloni ha difeso il documentario così: «Ho guardato negli occhi le persone che erano lì quel giorno. Non ho motivo di non credere a queste persone». Ma in questo modo la fiducia personale nei testimoni prende il posto di verifiche indipendenti e prove materiali, rendendo le stesse dichiarazioni dei testimoni poco credibili).

La parte peggiore di questa storia è che mentre il teatro viene usato per riscrivere una strage brutale, la vita quotidiana a Mariupol parla di una ricostruzione assai meno trionfale. Un articolo del Kyiv Independent spiega che in città persistono gravi carenze idriche, l’inesistente raccolta dei rifiuti, la carenza di risorse e personale per qualunque altro servizio essenziale. L’assenza di medici, ad esempio, rende impossibile far funzionare i centri diagnostici appena costruiti. Petro Andriushchenko, ex consigliere del sindaco di Mariupol e responsabile del Center for the Study of the Occupation, ha detto al Kyiv Independent: «Hanno costruito diversi enormi centri diagnostici a Mariupol, e ne stanno costruendo altri, ma sono lì, vuoti. Non c’è nessuno che ci lavori». Andriushchenko denuncia il collasso del sistema sanitario e la mancanza di personale disposto a trasferirsi in una città vicina al fronte.

È lo stesso Andriushchenko che, parlando al Telegraph di “Witnesses”, ha avvertito che Mosca prepara gli argomenti che qualcuno potrebbe usare domani per giustificare o attenuare l’aggressione russa. A Mariupol oggi convivono una città reale, segnata dalla distruzione e dall’occupazione, e una città di finzione, quella della narrazione del Cremlino, trasformata nel simbolo di una liberazione che cancella le responsabilità di chi l’ha bombardata.

L'articolo Il propagandista italiano che riscrive la strage di Mariupol proviene da Linkiesta.it.

Vertice Putin-Trump-Xi, l’esperto: “Potremmo trovarci di fronte a un vero punto di svolta”

19 October 2026 at 17:26

Ucraina, un accordo senza Zelensky? Simonini: “Trump può far leva sulla stanchezza degli ucraini”

Mentre i diplomatici lavorano dietro le quinte per definire le geometrie di un possibile vertice trilaterale, la prospettiva di un incontro a tre tra Vladimir Putin, Donald Trump e Xi Jinping ridisegna le coordinate della politica internazionale. Sul tavolo non c’è solo il futuro della guerra in Ucraina, ma il tentativo del Cremlino di accreditarsi come terza potenza ordinatrice del pianeta, estromettendo Kiev e l’Europa per ridurre ogni negoziato a un affare esclusivo tra superpotenze.

Ma un accordo sul conflitto ucraino negoziato senza la partecipazione di Zelensky è davvero realizzabile? Quali sono le reali motivazioni di Mosca e i rischi che corrono le cancellerie europee? E soprattutto, fino a che punto la Cina è disposta a spingersi nel ruolo di mediatrice senza compromettere la propria strategia sull’Indo-Pacifico?

A fare il punto è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza la fattibilità del summit, gli obiettivi strategici di Mosca, Washington e Pechino e i possibili scenari futuri. 

Quanto è concreta la proposta di Putin di un vertice trilaterale con Trump e Xi Jinping e quali obiettivi strategici persegue Mosca?

La proposta russa di un vertice trilaterale con Stati Uniti e Cina veniva ventilata già da settimane. Avanzata lo scorso settembre, è stata poi rilanciata durante la telefonata del 9 ottobre fra Donald Trump e Vladimir Putin, la stessa che ha visto confermare l’intesa sul gasolio russo e sospendere alcune sanzioni fino all’aprile 2027. Al di là della concretezza della proposta e della scenografia degli incontri, le decisioni maturano sempre prima, nei meandri delle diplomazie.

Epperò gli obiettivi di Mosca appaiono nitidi. Anzitutto estromettere dal tavolo Kiev e le cancellerie europee, ritenute dal Cremlino i principali ostacoli a una soluzione favorevole, così da ridurre «la pace» a un mero affare fra grandi potenze. Di qui il secondo scopo, di natura simbolica, ovvero sedere da pari accanto a Washington e Pechino per restituire alla Russia il rango di potenza ordinatrice ed emanciparsi, almeno in parte, dall’immagine di socio di minoranza della Repubblica popolare.

Infine profittare della fretta della Casa Bianca per incassare il più possibile dalle eventuali trattative, a dispetto delle gravi difficoltà sul campo di battaglia e prima che l’inverno rallenti ulteriormente le operazioni.

Un eventuale accordo sulla guerra in Ucraina senza la partecipazione di Zelensky sarebbe davvero possibile? Quali rischi correrebbero Kiev e l’Europa?

Sul piano tecnico, la sopravvivenza dell’Ucraina è dipesa finora dalla logistica, dalla tecnologia, dai rifornimenti e soprattutto dall’intelligence statunitense. Benché in oltre quattro anni di guerra il paese abbia saputo accrescere la propria produzione autoctona di droni e di altri sistemi d’arma, resta legato a doppio filo alle forniture occidentali.

A ciò si aggiunge la stanchezza della popolazione. Secondo un sondaggio di inizio ottobre, il 62% degli ucraini ritiene che nessuno dei due belligeranti stia prevalendo e il 56% accetterebbe cessioni territoriali in cambio di garanzie di sicurezza americane ed europee. Una spossatezza su cui Washington potrebbe far leva per imporre a Kiev le concessioni necessarie a un compromesso con Mosca, dall’amputazione del Donbass alla neutralità, fino alla rinuncia proprio a quelle garanzie che gli Stati Uniti non intendono offrire in prima persona e che tenterebbero semmai di accollare di straforo agli alleati europei.

Le trattative sono in pieno svolgimento e, tra i rapporti di forza sul campo e l’urgenza washingtoniana di volgersi all’Indo-Pacifico, potremmo trovarci dinanzi a un autentico punto di svolta.

Che cosa cerca di ottenere la Cina da questo incontro e quanto potrebbe rafforzare il proprio ruolo di mediatrice tra Mosca e Washington?

Per Pechino il vertice costituisce allo stesso tempo un’occasione e un’insidia. Ospitare a Shenzhen gli inquilini della Casa Bianca e del Cremlino consacrerebbe simbolicamente la Repubblica popolare come potenza indispensabile, l’unica in grado di favorire la pace. Di converso lo Zhongnanhai sa bene che l’incontro rischierebbe di ridursi a un atto meramente cerimoniale, privo di ricadute concrete se non a proprio detrimento.

In primo luogo, Mosca potrebbe, nei mesi successivi, recuperare margini di manovra al di fuori del rapporto obbligato con il potente vicino, allentando di riflesso la dipendenza che oggi lega le due capitali. In secondo luogo, ed è il punto decisivo, Washington, sgravata parzialmente dall’assillo del quadrante est-europeo, potrebbe concentrare le proprie pressioni sull’Impero di mezzo.

Di qui la prudenza mandarina, sospesa fra la necessità di vestire in pubblico i panni di paladina di un vantaggio reciproco tanto proclamato quanto fittizio e la convenienza di trarre partito dall’impantanamento delle potenze rivali. Con lo sguardo sempre fisso su Taiwan all’interno di un tempo limitato.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI

L'articolo Vertice Putin-Trump-Xi, l’esperto: “Potremmo trovarci di fronte a un vero punto di svolta” proviene da Affaritaliani.it.

Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

19 October 2026 at 16:59

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

Nuovo allarme di Zelensky: “Starlink non funziona sui droni veloci”. L’esercito ucraino: gli alleati non ci avvisano sui missili balistici

19 October 2026 at 16:19

Il sistema Starlink/Starshield non funziona più “in diversi settori del fronte” in Ucraina per componenti montate sui droni che viaggiano a velocità comprese fra i 130 e i 161 chilometri orari. Volodymyr Zelensky è tornato a denunciare i malfunzionamenti del servizio satellitare gestito dal Pentagono fondamentale per le forze armate di Kiev nell’utilizzare i droni e nell’intercettare quelli nemici.

“Ho tenuto una riunione in videoconferenza sulla situazione nelle regioni dell’Ucraina dopo l’ennesima ondata di attacchi russi. Purtroppo si sono registrati danni a 28 sottostazioni e ad altre importanti infrastrutture energetiche“, ha esordito il presidente ucraino in un messaggio su Telegram. In base a “un rapporto separato del Comandante in Capo delle Forze Armate ucraine basato sulle informazioni ricevute dai reparti riguardo alla situazione dell’uso dei servizi Starlink / Starshield”, ha scritto il capo del governo di Kiev, “registriamo che in diversi settori del fronte le apparecchiature smettono di funzionare a velocità comprese tra 130 e 161 chilometri all’ora. Questo rallenta la nostra logistica al fronte e limita l’uso di droni di vario tipo, in particolare i ‘mid-strike’ e gli intercettori degli ‘Shahed’ a reazione. Oggi questo aspetto deve essere discusso ancora una volta con i partner a tutti i livelli. La velocità è fondamentale per proteggere le vite umane”, ha aggiunto Zelensky in relazione alle informazioni ricevute da Mykhailo Drapaty.

Le autorità militari ucraine continuano a denunciare anche il mancato supporto degli alleati nel trasmettere informazioni sull’arrivo degli attacchi russi. Nella notte del 19 ottobre “ci sono stati due raid con armi balistiche. Uno alle 23.00, il secondo alle 3.00 del mattino”, ha detto il colonnello Yuriy Ignat, portavoce dell’aeronautica militare, in una diretta tv. “Ricordate quando abbiamo avuto 39 missili in quel massiccio attacco?”, ha domandato Ignat riferendosi al massiccio attacco combinato sferrato dalla Russia nella notte del 14 ottobre.

“Anche allora le informazioni da parte dei partner la prima volta non sono arrivate, ma la seconda volta sì – ha proseguito -. In linea di principio, è andata così anche questa notte. Voglio però sottolineare che abbiamo anche fonti nostre che ci informano sui lanci. C’è il campo radar, che viene monitorato nei limiti del possibile”. “Precisiamo ancora una volta che la prima volta le informazioni, per determinate ragioni, non sono effettivamente pervenute. Su questo i nostri esperti stanno approfondendo insieme ai partner, perché non è la prima volta che si verifica una situazione del genere. Per quanto riguarda il raid delle tre di notte”, invece, ha precisato il colonnello, “l’informazione è arrivata”.

Il 16 ottobre a Bruxelles Zelensky aveva specificato che l’Ucraina riceve informazioni da decine di partner internazionali, ma gli Stati Uniti sono la sua unica fonte di informazioni sui lanci di missili balistici. “Molti paesi condividono informazioni con noi – ha detto il leader ucraino -. Stiamo parlando di decine di paesi. Abbiamo sviluppato questo tipo di collaborazione durante la guerra. Si tratta di un aiuto sostanziale e prezioso. Siamo loro grati. Per quanto riguarda la balistica, nello specifico i lanci balistici, riceviamo queste informazioni dagli Stati Uniti d’America“. Zelensky ha specificato meglio il concetto due giorni dopo: “Abbiamo decine di Paesi che ci aiutano – ha ribadito in un’intervista a Meet the Press su NBC News -. Ma solo gli Usa possiedono in esclusiva queste informazioni che ci permettono di essere informati quando la Russia utilizza missili balistici. E non le abbiamo ricevute durante gli attacchi missilistici durati tre giorni”.

L'articolo Nuovo allarme di Zelensky: “Starlink non funziona sui droni veloci”. L’esercito ucraino: gli alleati non ci avvisano sui missili balistici proviene da Il Fatto Quotidiano.

Svitolina-Monfils, la coppia del tennis si separa. Le parole dell’ucraina: “La guerra mi ha segnata, certe battaglie si combattono nel profondo”

19 October 2026 at 12:05

“Questa è la cosa più difficile che abbia mai dovuto condividere“. Inizia così il post di Elina Svitolina, tennista ucraina, in cui annuncia la rottura con il collega e marito Gael Monfils. I due – tra le coppie più amate dal pubblico social tennistico e non – hanno annunciato la separazione con un messaggio scritto proprio dalla tennista ucraina, oggi numero 6 del mondo. “Tutti sanno quanto l’Ucraina significhi per me. Ciò di cui ho parlato raramente è ciò che questa guerra ha lasciato dentro di me. L’anno scorso vi ho detto che avevo bisogno di allontanarmi dal circuito perché non stavo bene emotivamente. Oggi voglio aprirmi un po’ di più. Quello che non avete visto sono le notti insonni, i dubbi e la sensazione di perdere lentamente me stessa”, ha scritto l’ucraina.

Qui il punto focale del messaggio: “Gaël ha visto tutto. Non mi ha mai lasciato la mano. Abbiamo combattuto insieme per molto tempo, con tutte le nostre forze. Ma alcune battaglie si combattono nel profondo di te stesso, e nessun amore esterno può vincerle al posto tuo. Col tempo, ho capito che devo ritrovare me stessa e che non posso farlo all’interno del nostro matrimonio“, ha scritto Svitolina annunciando la fine del rapporto con il tennista francese, che proprio pochi giorni fa ha annunciato il ritiro dal tennis. “È la verità più difficile che abbia mai dovuto affrontare e la cosa più difficile che abbia mai dovuto dire alla persona che amo. Gaël ha ascoltato. Ha rispettato i miei bisogni con una forza e una grazia che non dimenticherò mai”.

Svitolina ha però precisato che è stato un fine rapporto civile, sereno e condiviso: “Gaël mi ha amato nei momenti più belli e in quelli più bui, e io l’ho amato con tutto il cuore. Insieme abbiamo costruito una vita meravigliosa e ci è stato donato il regalo più prezioso di tutti: nostra figlia, Skai. Skai verrà sempre prima di tutto. Il nostro matrimonio sta finendo, ma la nostra famiglia no. Saremo sempre i suoi genitori, fianco a fianco, in ogni fase della sua vita. Sappiate che non c’è nessuno da incolpare. Ci sono solo due persone che si sono amate profondamente e una storia che sta cambiando. Vi chiediamo comprensione e lo spazio di cui abbiamo bisogno per guarire“, ha concluso Svitolina.

L'articolo Svitolina-Monfils, la coppia del tennis si separa. Le parole dell’ucraina: “La guerra mi ha segnata, certe battaglie si combattono nel profondo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Trump accusa Zelensky: “Non vuole la pace in Ucraina”. Rubio: “Discussioni in corso su vertice del presidente Usa con Xi e Putin”

19 October 2026 at 08:31

Il segretario di Stato Usa Marco Rubio conferma la discussione in corso su un possibile incontro a tre: allo stesso tavolo siederebbero Trump, Xi e Putin. Itanto, il presidente americano ha accusato Zelensky di voler proseguire il conflitto: “Il leader ucraino “non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto. Avrebbe potuto ottenere un accordo migliore due anni fa di quello che può ottenere ora”, mentre “io voglio che questa guerra finisca!”.

Il possibile vertice Trump-Xi-Putin

Dopo le indiscrezioni del Wall Street Journal, secondo cui Putin avrebbe proposto un vertice a tre con Trump e Xi da svolgersi a Novembre, Rubio ha confermato la discussione sulla possibilità di un incontro. Secondo il segretario di Stato, in ogni caso, nessun piano sul possibile incontro è stato ancora definito: “Credo si stia parlando di un incontro. Non so se sia stato ancora deciso qualcosa”, ha dichiarato.

Trump accusa Zelensky

Il tycoon ha rivendicato il suo impegno “nel processo di negoziazione della pace nella guerra tra Russia e Ucraina”, e di non voler “fare nulla che possa allontanare, in modo sciocco, la Russia dal tavolo delle trattative”. Trump ha sottolineato “grandi progressi, e questo include le attuali negoziazioni sugli ostaggi. Firmare quel documento in questo momento farebbe proprio questo, e io posso firmarlo più tardi, o in qualsiasi momento io voglia!”. Il presidente Usa ha mandato un messaggio a Putin sul versante del Medio Oriente: “Forse ancor più importante, la Russia sta facendo pochissimo, se non nulla, per aiutare la Repubblica Islamica dell’Iran, rispetto a quello che potrebbe fare, e io voglio mantenere le cose così, e lo farò, a meno che persone stupide non si mettano in mezzo”.

Secondo Trump “Zelensky sta utilizzando le raffinerie di diesel in Russia come bersaglio, sapendo che questi attacchi stanno danneggiando seriamente i mercati mondiali del diesel, inclusi quelli negli Stati Uniti. Agricoltori, allevatori e imprese di ogni tipo stanno soffrendo grandemente per questo, ma la Russia, nondimeno, sta inviando, a un prezzo basso, milioni di barili di diesel al mondo”. “A Zelensky non importa, e francamente, con tutti i soldi che l’Europa gli sta dando, e che Joe Biden gli ha dato in passato, lui non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto”.

L'articolo Trump accusa Zelensky: “Non vuole la pace in Ucraina”. Rubio: “Discussioni in corso su vertice del presidente Usa con Xi e Putin” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Putin vuole un vertice con Trump e Xi sull’Ucraina, senza Zelensky

19 October 2026 at 06:39

In this image taken from video provided by Russian Presidential Press Service Friday, Oct. 16, 2026, Russian President Vladimir Putin speaks to officers as he visits one of the command posts of the Joint Group of the Russian Forces, in an undisclosed location. (Russian Presidential Press Service via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Vladimir Putin ha proposto un vertice con Donald Trump e Xi Jinping per discutere un accordo che metta fine alla guerra in Ucraina. Il presidente russo vorrebbe tenere l’incontro a novembre, escludendo dai colloqui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Lo riporta il Wall Street Journal, secondo cui il Cremlino punta a sfruttare il riavvicinamento con Washington per arrivare a una soluzione favorevole.

La proposta sarebbe stata avanzata durante la telefonata tra Putin e Trump il 9 ottobre. Secondo le fonti citate dal quotidiano americano, dalla stessa conversazione sarebbe emerso un accordo sull’acquisto di diesel russo da parte degli Stati Uniti e sulla sua commercializzazione sui mercati internazionali. Un’intesa che segnala un ulteriore avvicinamento tra i due leader, mentre Washington ha anche sospeso alcune delle sanzioni contro Mosca. Il vertice trilaterale potrebbe svolgersi a margine del prossimo summit dell’Apec, il forum di cooperazione economica dell’Asia-Pacifico, previsto in Cina a novembre.

Il Cremlino ha confermato che sono in corso discussioni su un possibile incontro. Ma, secondo un alto funzionario statunitense citato dal Wall Street Journal, Trump non ha ancora accettato la proposta. Non è quindi chiaro se il vertice si terrà né quale potrebbe essere il suo ordine del giorno.

L’ipotesi di un negoziato sull’Ucraina senza la partecipazione di Kyjiv dice molto sulla linea politica con cui ci si avvicina a questo ipotetico summit. Putin potrebbe discutere direttamente con Trump e Xi le condizioni per porre fine al conflitto, senza il coinvolgimento del Paese che ha invaso nel febbraio del 2022.

Negli ultimi giorni Trump ha aumentato le critiche a Zelensky, accusandolo di ostacolare la fine della guerra. E ha mostrato una crescente disponibilità a trattare con Mosca.

Per Xi, la proposta presenta vantaggi e rischi. Un incontro con gli altri due leader potrebbe rafforzare il ruolo diplomatico della Cina, ma rischierebbe anche di complicare i suoi rapporti con l’Europa. Il governo cinese dovrebbe inoltre confrontarsi con una questione delicata: sostenere un processo negoziale senza apparire come parte di un’intesa decisa sopra la testa degli ucraini.

La proposta di Putin arriva mentre non si intravedono progressi decisivi verso la fine della guerra. Resta da capire se Trump accetterà di partecipare e se Xi sarà disposto a sedersi al tavolo. Per ora, il progetto è soltanto un’ipotesi diplomatica.

L'articolo Putin vuole un vertice con Trump e Xi sull’Ucraina, senza Zelensky proviene da Linkiesta.it.

Guerra in Ucraina, Trump: “Zelensky non vuole la pace”. E Putin gli propone un vertice a tre (ma con la Cina e senza Kiev)

19 October 2026 at 05:07

Donald Trump difende la propria decisione sulla Russia sostenendo di non voler allontanare Mosca dal tavolo dei negoziati e accusa Volodymyr Zelensky di non voler porre fine alla guerra. “Sto negoziando la pace nella guerra tra Russia e Ucraina e non voglio fare nulla che, stupidamente, allontani la Russia dal tavolo delle trattative”, ha scritto il presidente americano in un messaggio su Truth. “Si stanno facendo grandi progressi, anche negli attuali negoziati sugli ostaggi”, ha aggiunto Trump. “Firmare quel documento in questo momento avrebbe quell’effetto, e posso firmarlo più avanti o in qualsiasi momento voglia“, ha proseguito, senza precisare nel messaggio a quale documento si riferisca.

Il presidente ha inoltre collegato la propria posizione al ruolo di Mosca nei confronti di Teheran. “La Russia sta facendo pochissimo, se non nulla, per aiutare la Repubblica islamica dell’Iran rispetto a quanto potrebbe fare, e voglio che continui così”, ha affermato, aggiungendo che manterrà questa situazione “a meno che degli stupidi non si mettano in mezzo”.

Trump ha poi attaccato Zelensky per i raid contro le raffinerie russe che producono diesel, sostenendo che il presidente ucraino sappia che queste operazioni “stanno danneggiando gravemente i mercati mondiali del diesel, compresi quelli degli Stati Uniti”. Secondo Trump, agricoltori, allevatori e imprese di ogni tipo ne stanno soffrendo, mentre la Russia continua a inviare “a basso prezzo milioni di barili di diesel al mondo”.

“A Zelensky non importa e, francamente, con tutti i soldi che l’Europa gli sta dando e che il corrotto Joe Biden gli ha dato in passato, non vuole porre fine a questa guerra e probabilmente non l’ha mai voluto“, ha accusato il presidente americano. “Avrebbe potuto ottenere un accordo migliore due anni fa rispetto a quello che può ottenere adesso”, ha proseguito Trump, descrivendo l’Ucraina come un Paese “a pezzi”, con una larga parte del territorio perduta. Ha inoltre sostenuto che “Kiev abbia perso l’accesso ai mari e che la popolazione maschile sia ridotta, ferita o morta”. “Voglio che questa guerra finisca!”, ha concluso.

Il presidente russo Vladimir Putin ha proposto che lui, il presidente americano Trump e il leader cinese Xi Jinping si incontrino il mese prossimo per discutere dell’Ucraina, nel tentativo di negoziare una conclusione del conflitto quadriennale che favorisca Mosca. Lo scrive il Wall Street Journal. Il piano rappresenta un tentativo da parte di Putin di trarre vantaggio dal miglioramento dei rapporti tra Trump e il leader russo, che ha allarmato l’Ucraina e i suoi alleati a Washington e in Europa. Un vertice di questo tipo – senza il coinvolgimento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky – sarebbe senza precedenti e farebbe scattare l’allarme nelle capitali europee e non solo.

L'articolo Guerra in Ucraina, Trump: “Zelensky non vuole la pace”. E Putin gli propone un vertice a tre (ma con la Cina e senza Kiev) proviene da Affaritaliani.it.

Drone nello spazio aereo lituano, le scuse di Kiev: “È nostro, forse deviato da Mosca”. Raid tra Russia e Ucraina: blackout a San Pietroburgo

18 October 2026 at 12:59

Notte di intensi bombardamenti quella tra Russia e Ucraina, con l’esercito di Kiev che è tornato a colpire il cuore del Paese di Vladimir Putin sferrando attacchi a San Pietroburgo e provocando blackout parziali in città. I raid hanno preso di mira il centro dati VKontakte, il “Facebook russo”, e la sottostazione elettrica Vostochnaya. Mosca, da parte sua, ha attaccato l’Ucraina nella notte con un missile balistico Iskander-M e 180 droni d’attacco, con almeno tre persone che sono state uccise.

Dopo l’allarme della Nato su un drone sospetto nella spazio aereo lituano – con il decollo di due caccia italiani Eurofighter – sono giunte le scuse e le ammissioni di Kiev: il velivolo senza pilota era ucraino. Il presidente Gitanas Nauseda aveva subito tirato in ballo Mosca: “La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina si sta estendendo al fianco orientale della Nato e dell’Ue”. Il chiarimento è firmato dal portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhy: “Ci rammarichiamo per l’incidente” di stamattina. Il funzionario di Kiev chiama ancora in causa Putin, perché il drone gialloblu potrebbe essere stato deviato “da azioni di combattimento elettronico da parte della Russia“, durante “un’operazione contro obiettivi militari legittimi” nel territorio della Federazione. Infine, le scuse “per eventuali disagi, rischi e preoccupazioni”.

Per la Russia, la situazione più critica è appunto quella nell’ex capitale zarista che ha provocato interruzioni su larga scala nel social network, dato che a essere colpiti sono stati il centro dati, così come la sottostazione adiacente, che si trovano nel villaggio di Novosergievka, nel distretto di Vsevolozhsk, nell’oblast di Leningrado, al confine amministrativo con San Pietroburgo. Gli utenti lamentano seri problemi nel funzionamento della piattaforma e dei servizi correlati. L’ufficio stampa dell’azienda ha confermato l’attacco, ma ha assicurato che i servizi sono operativi: “Un attacco di droni è stato effettuato contro il centro dati VK nell’oblast di Leningrado. I servizi VK sono accessibili agli utenti in modalità normale”.

Un attacco massiccio, quello di Kiev, come testimoniano le comunicazioni diffuse dalle autorità russe, secondo le quali le forze di difesa aerea hanno abbattuto 126 droni nella regione di Leningrado, dove un terminal petrolifero è stato colpito e le operazioni all’aeroporto di Pulkovo sono state limitate. Il governatore Alexander Drozdenko ha scritto su Telegram che è hanno dovuto respingere un “attacco su larga scala” con velivoli senza pilota. I detriti dei droni sono caduti su abitazioni, automobili e linee elettriche, provocando brevi interruzioni della corrente, anche se non sono stati segnalati feriti. Il governatore di San Pietroburgo, Alexander Beglov, ha riferito che l’attacco ha provocato un incendio al terminal petrolifero della città, già colpito dall’Ucraina a giugno. I sistemi di difesa aerea sono entrati in funzione, mentre l’aeroporto internazionale di Pulkovo ha introdotto restrizioni alle operazioni “per motivi di sicurezza”. L’agenzia di stampa russa Tass ha segnalato disagi anche alle partenze.

Nei giorni in cui si è registrato il riavvicinamento, forse decisivo, di Donald Trump a Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky vuole quindi sottolineare come dal Cremlino non ci sia mai stata una reale volontà di aprire un tavolo e avviare dei colloqui di pace: “Da quando il presidente americano ha annunciato una tregua energetica una settimana fa, la Russia ha colpito deliberatamente il sistema energetico e il settore petrolifero e del gas dell’Ucraina già 76 volte – ha scritto su X – Solo questa notte ci sono stati attacchi contro sottostazioni nelle regioni di Vinnycja, Zytomyr, Chmelnyckyj e Odessa. Decine di migliaia di famiglie restano senza luce. Di fatto, gli operatori energetici e le squadre di riparazione lavorano ininterrottamente per il ripristino. Durante la notte i russi hanno colpito anche edifici residenziali nelle nostre regioni. Al momento si sa di 12 feriti, tra cui due bambini. Due persone sono morte. Le mie condoglianze ai familiari e ai loro cari”. E continua ricordando che “in mattinata c’è stato un attacco contro un’impresa agricola in Volinia. Tutti i servizi necessari stanno lavorando sul posto. In totale, nell’ultima settimana i russi hanno lanciato contro l’Ucraina quasi 2.700 droni d’attacco, 1.700 bombe aeree e 66 missili, la maggior parte dei quali balistici. Gli obiettivi principali di questi attacchi sono proprio le infrastrutture energetiche; i russi cercano di provocare un blackout”.

Nonostante ciò, Donald Trump continua a sostenere la bontà della sua decisione di stipulare l’accordo sul gasolio con Mosca e sospendere le sanzioni alla Federazione nel tentativo di provocare un ribassamento dei prezzi dell’energia e, di conseguenza, dei prodotti: “Molti di voi non sanno ancora quale sia la mia decisione, ma lo scopriremo e lo scoprirete anche voi – ha detto in merito alla sospensione del Graham Act – È un’ottima decisione, sarà una scelta positiva per il Paese e, credo, anche per il mondo, dato che ci troviamo davvero su un palcoscenico globale”. Dall’Europa, invece, una delle voci che torna a farsi sentire dopo la richiesta di ulteriori 70 miliardi di aiuti per il 2027 da parte di Zelensky è quella del ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, che annuncia: “Entro la fine dell’anno probabilmente ci sarà un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina”.

L'articolo Drone nello spazio aereo lituano, le scuse di Kiev: “È nostro, forse deviato da Mosca”. Raid tra Russia e Ucraina: blackout a San Pietroburgo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Guerra, raid di droni su San Pietroburgo: un morto e cinque feriti, colpiti terminal petrolifero e centro dati. Mosca: “Atto terroristico”

18 October 2026 at 08:42

Ucraina, maxi attacco su San Pietroburgo: colpiti terminal petrolifero e centro dati. Abbattuti nella notte 127 droni

Una persona è morta e cinque sono rimaste ferite a San Pietroburgo nel massiccio raid di droni della scorsa notte, come ha reso noto il governatore Aleksandr Beglov. Secondo i media statali russi, l’attacco ha colpito il terminal petrolifero della città, un centro dati della società di social media VKontakte e un ponte. L’incendio al terminal petrolifero è il secondo in pochi mesi: lo scalo era già stato bombardato a giugno.

Nel frattempo, il Comitato investigativo ha aperto un procedimento penale per atto terroristico in relazione all’attacco. Lo ha reso noto la portavoce Svetlana Petrenko, che ha parlato di attacchi compiuti da “formazioni armate ucraine” contro infrastrutture civili a San Pietroburgo e nella regione di Leningrado. È la ricostruzione di Mosca: i bersagli indicati dai media russi includono però anche un terminal petrolifero.

Il governatore dell’oblast’, Aleksandr Drozdenko, ha riferito che nella regione sono stati abbattuti 127 droni ucraini. I detriti di un velivolo hanno danneggiato quattro auto in un parcheggio e sono stati segnalati incendi. Altri frammenti sono caduti su una casa privata vicino a Kirovsk e su un condominio a Vsevolozhsk, mentre alcuni detriti hanno colpito le linee elettriche, causando interruzioni di corrente.

LEGGI LE NEWS DI ESTERI

L'articolo Guerra, raid di droni su San Pietroburgo: un morto e cinque feriti, colpiti terminal petrolifero e centro dati. Mosca: “Atto terroristico” proviene da Affaritaliani.it.

Ucraina, Zelensky: “Pronti a negoziare, gli Usa facciano pressione su Putin e non su di noi”. Ipotesi trilaterale già la prossima settimana

18 October 2026 at 08:27

“È un’ottima decisione. E sarà una decisione positiva per il Paese e, credo, anche per il mondo”. Così il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito lo stop alle nuove sanzioni alla Russia disposte dal Graham act, durante una cena a Mar a Lago. Di diverso avviso la posizione del Presidente Zelensky, che in un’intervista al Corriere della Sera ha chiesto a Washington di esercitare maggiori pressioni sulla Russia, anziché sul governo di Kiev. “Il canale americano continuerà. Contiamo sugli Stati Uniti perché facciano più pressione su Putin e non su di noi. Altrimenti è semplicemente ingiusto”, ha dichiarato il leader ucraino.

Un nuovo incontro potrebbe tenersi già la prossima settimana. Secondo quanto riferito dal quotidiano, da parte americana sarebbe arrivato un segnale di apertura. Zelensky ha confermato la disponibilità del suo governo a recarsi negli Stati Uniti qualora arrivasse un invito ufficiale: “La parte americana ci ha dato un segnale, se vogliono incontrarci in America, ci invitino. Saremo pronti. Siamo pronti a qualsiasi formato: a tre, a due, a quattro, a cinque o più, non importa. Quello che conta è la pace”, ha affermato ancora Zelensky.

L’incontro potrebbe svolgersi in uno dei paesi del Medio Oriente, come gli Emirati Arabi Uniti o all’Arabia Saudita. “Un’altra possibilità è che l’incontro si tenga negli Stati Uniti durante il vertice del G20. Tuttavia, non c’è ancora stata alcuna conferma né da parte della Russia né da parte degli Stati Uniti. L’incontro potrebbe anche svolgersi in uno dei paesi europei. So che gli europei stanno avviando dei contatti in merito. Vedremo come si evolverà la situazione tra qualche tempo”, ha scritto su X.

LEGGI LE NEWS DI ESTERI

L'articolo Ucraina, Zelensky: “Pronti a negoziare, gli Usa facciano pressione su Putin e non su di noi”. Ipotesi trilaterale già la prossima settimana proviene da Affaritaliani.it.

Trump scommette sull’intesa con Putin come biglietto da visita per il voto di midterm: così l’Ucraina potrebbe diventare centrale alle elezioni

18 October 2026 at 08:16

È una scommessa che, per Donald Trump, non sarà facile vincere. La scommessa è il cosiddetto “diesel deal”, l’accordo stipulato tra il presidente Usa e Vladimir Putin per la fornitura sul mercato statunitense e globale di migliaia di tonnellate di diesel. L’obiettivo dichiarato è bloccare l’aumento record dei costi energetici negli Stati Uniti e riuscire a farlo in modo consistente e rapido, prima delle elezioni di midterm del 3 novembre. Con lo stesso obiettivo, il tycoon ha poi deciso di sospendere le sanzioni nei confronti di Mosca. Gli elementi in gioco sono però molti, molto incerti, tali da rendere la strategia di Trump un azzardo, prima ancora che una scommessa.

Il “diesel deal” è una storia globale, che dalle pianure del Montana porta all’Iran e dall’Iran alla Russia. L’evento da cui partire è sicuramente il 28 febbraio 2026, quando i jet militari Usa lanciano le prime bombe su Teheran. Il midterm è ancora lontano e gli americani sono certi della vittoria totale nel giro di “4/5 settimane”. Cosa è successo è noto. Nonostante i proclami di Trump, la vittoria non c’è stata e gli Stati Uniti le hanno tentate tutte – minaccia di distruzione, aperture al negoziato, promessa di affari miliardari per gli ayatollah – prima di rendersi conto che le cose non sono andate come previsto. È a questo punto – più o meno nel corso dell’estate 2026 – che tra i responsabili dell’amministrazione si fa strada la possibilità più temuta, quella di un voto di midterm a guerra in corso, Stretto di Hormuz chiuso, americani furibondi per l’esorbitante costo della vita. A Washington si cerca quindi di correre ai ripari e il riparo trovato ha un nome: Ucraina. Un conflitto dimenticato per mesi, lasciato tragicamente vivacchiare perché considerato insolubile, torna improvvisamente d’attualità.

È chiaro ciò cui Trump e i suoi pensano, nel disegnare il “diesel deal”. Pensano di aggirare il “problema Iran” promuovendo un accordo tra Mosca e Kiev che faccia affluire sul mercato centinaia di migliaia di tonnellate di diesel e serva come calmiere dei prezzi. Trump sa ovviamente molto bene che europei e soprattutto ucraini non sono per nulla convinti da una strategia che appare come una resa di fronte alle richieste del Cremlino. Il suo problema in questo momento non sono però europei e ucraini, bensì gli agricoltori del Montana, l’industria manifatturiera e siderurgica del Midwest, i consumatori delle grandi città, tutti gli americani che subiscono costi della vita troppo alti e che il 3 novembre andranno a votare. È in nome della difesa del voto repubblicano, e della sua sopravvivenza politica, che il presidente riapre il canale d’affari con la Russia di Putin e abbandona gli ucraini al loro destino.

Il “diesel deal” è quindi ciò che dovrebbe risollevare l’America dalla crisi in cui è precipitata a partire dal 28 febbraio scorso. Le incognite sono però molte. Perché il piano abbia successo, gli Stati Uniti hanno anzitutto bisogno di piegare le resistenze degli ucraini. I messaggi partiti nei giorni scorsi da Washington, direzione Kiev, sono molto chiari. Trump ha chiesto agli ucraini di sospendere gli attacchi sulle raffinerie russe, mentre i russi continuano tranquillamente a bombardare le infrastrutture energetiche ucraine. Ancora Trump si è scatenato in una filippica contro Volodymyr Zelensky, chiedendone le dimissioni. L’esercito ucraino ha quindi perso, senza preavviso, l’accesso a una versione militare di Starlink, Starshield, pagata dal Pentagono e che ha sinora consentito di scambiarsi intelligence sul campo di battaglia. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il “diesel deal” rappresenti la morsa che Mosca e Washington stringono attorno alle speranze di Kiev di opporsi all’invasione russa. Non sembra, almeno per ora, che il piano abbia sicuro successo. L’intervista di Zelensky al Financial Times giovedì, con l’annuncio della ripresa delle operazioni militari sulle raffinerie russe, è una sfida ai piani di Trump e la prova che l’Ucraina non ritiene inevitabile una conclusione del conflitto ai suoi danni.

Ciò in cui Zelensky confida, oltre all’immutato appoggio europeo, è infatti l’aleatorietà del piano. L’intesa con la Russia viola anzitutto l’Ending Importation of Russian Oil Act del 2022 che vieta l’importazione di prodotti energetici russi sino a quando Mosca non porrà fine alla guerra, riconoscendo l’integrità territoriale dell’Ucraina. Trump potrebbe certo, lo ha fatto altre volte, trascurare il dettato della legge e impegnarsi in una prova di forza con il Congresso. In questo caso, dovrà però affrontare non solo l’ostilità dei Democratici, ma anche la resistenza di vasti settori del suo partito. “L’accordo che hai concluso con il presidente Putin il 9 ottobre non porterà a cose giuste, né andrà a vantaggio degli americani. L’accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento nei confronti dei nostri alleati. Deve essere revocato”, ha scritto in una lettera un gruppo bipartisan di senatori, tra cui i repubblicani Mitch McConnell, Alan Armstrong e John Cornyn. Ci sono poi i ricorsi in tribunale per violazione della legge del 2022 ed eccesso di potere esecutivo che affluiranno sicuramente numerosi da parte di associazioni, membri del Congresso, soggetti commerciali.

Ci sono infine due altri elementi che rendono così incerto il futuro del dell’intesa. Anzitutto, non si sa quanto la Russia sia in grado di sostenerla in termini produttivi. Gli attacchi dei droni ucraini hanno seriamente danneggiato gli impianti di raffinazione. La ripresa delle operazioni militari, orgogliosamente rivendicata da Zelensky, rischia di aggravare la situazione e rendere impraticabile il rispetto dei target di esportazione fissati. Quelle esportazioni non rappresentano del resto l’affare del secolo per Mosca – le 300 tonnellate iniziali valgono circa 400 milioni di dollari – e si può supporre che Putin non sia disponibile a svuotare il mercato interno per salvare Trump al midterm. Per il capo del Cremlino, il “diesel deal” ha un valore soprattutto politico, più che economico, in quanto segnala come Trump abbia deciso di scaricare Zelensky. C’è infine quella che potrebbe diventare la pietra tombale sull’intesa. L’accordo risolve molto poco. I volumi fissati per le esportazioni sono troppo bassi, le raffinerie russe troppo malmesse, la crisi energetica troppo profonda e carica di ostacoli logistici. Non sarà insomma l’accordo con Putin a risollevare Trump. Come in altre fasi della sua irresistibile ascesa, il presidente ha sperato che un annuncio, una promessa, la rappresentazione di qualcosa che non c’è bastasse a ridargli lo slancio perduto. È un gioco che oggi, in America, non funziona forse più.

L'articolo Trump scommette sull’intesa con Putin come biglietto da visita per il voto di midterm: così l’Ucraina potrebbe diventare centrale alle elezioni proviene da Il Fatto Quotidiano.

L’Esercito russo a 5 Km da Zaporizhzhia: evoluzione della guerra in Ucraina

17 October 2026 at 21:42
A cinque chilometri dai sobborghi meridionali di Zaporizhzhia: è la distanza – secondo il Ministero della Difesa russo -a cui le avanguardie russe si sono attestate dopo aver attraversato il ...

Leggi tutto

Crosetto: “Sbaglia Trump a limitare Starlink per Kiev. Sovranità irrinunciabile”. Mentre l’Italia dipende da Usa e Cina

17 October 2026 at 15:01

“La tecnologia è potere e la sovranità irrinunciabile”, secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto. Peccato che l’Italia dipenda da Trump e Xi per gli investimenti e i device, con il marchio americano e cinese in settori chiave come cloud, data center, mail della pubblica amministrazione, telecomunicazioni, internet 5G. Esiste la possibilità tecnica del “kill switch”: staccare la spina, da remoto, premendo il pulsante off. Le conseguenze dell’interruttore, azionabile a distanza, si possono celare in tempi di pace, ma esplodono negli scenari di guerra. L’esempio è l’Ucraina con le limitazioni alle comunicazioni satellitari imposte da Starlink, il gigante americano di Elon Musk. Gli Usa premono off e spengono il servizio, ma l’esercito di Kiev paga un prezzo enorme mentre gioisce Putin. Lo sa bene Crosetto: “Se gli Stati Uniti privano l’Ucraina delle risorse, questo crea debolezza, allora” Mosca “crederà di poter vincere, quindi di continuerà la guerra”, ha dichiarato in un’intervista all’emittente pubblica inglese Bbc. Ecco gli effetti della dipendenza tecnologica: la difesa di un Paese alle mercé di un altro. L’opposto della “irrinunciabile sovranità” citata dal ministro durante l’interrogazione al Senato del 15 ottobre. Il giorno dopo, alla presentazione del computer quantistico Volta B1, l’esponente di Fratelli d’Italia ha posto l’Italia al bivio: una nazione che subisce, oppure in grado di “contribuire a determinare l’evoluzione e l’applicazione” delle regole su dati, intelligenza artificiale e infrastrutture. Un crocevia decisivo, perché “la tecnologia sta diventando una forma di potere”.

Il caso Starlink in Ucraina e la dipendenza dagli Usa su cloud e Difesa

Starlink ne è l’esempio. L’Ucraina, secondo Crosetto, pagherà il “grave e completo errore” compiuto dagli Stati Uniti di Donald Trump, con la decisione di limitare l’accesso ai satelliti e alle informazioni di intelligence. Una mossa “assolutamente priva di senso”, con il rischio di allontanare la pace, aumentare il numero dei morti e le sofferenze tra i civili. Offrendo l’incentivo a Mosca, perché Putin cesserà agli attacchi – prosegue Crosetto – solo quando “sarà convinto che ci sia una situazione di stallo, che non possa avanzare ulteriormente”.

Non solo l’Ucraina e i satelliti di Starlink, ma l’intera Europa dipende dagli Usa per una vastissima galassia tecnologica. Il rischio del kill switch pesa anche sul settore Difesa, secondo il noto rapporto “Cloud Defense: An Exposed European flank”, pubblicato lo scorso aprile. Il documento cita l’Italia nell’elenco dei Paesi a rischio medio, insieme a Francia e Spagna, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. La Francia ha appena imboccato la lunga e toruosa via dell’autonomia tecnologica, già tracciata dall’Austria. L’Italia, invece, “ha trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (Psn)“, con “tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”, si legge nel rapporto. Ministeri e Pubbliche amministrazioni custodiscono le informazioni nel ricettacolo del Psn. Un “contenitore” strategico, con servizi gestiti “in partnership con Google, Microsoft Azure, AWS e Oracle“. Big tech al gran completo. Eppure, Il Polo strategico nazionale doveva essere la soluzione “sovrana” per il cloud nazionale, in primis per escludere la minaccia del kill switch. Il documento sulla “Strategia cloud”, firmato nel 2021 da palazzo Chigi e dall’Agenzia nazionale per la cybersecurity, mette in guardia dai rischi di affidarsi ad aziende con sede fuori dai confini Ue. I pericoli? “Modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti, che potrebbero determinare variazioni significative degli stessi (dall’aumento dei costi di erogazione all’interruzione del servizio), in ragione di intenti potenzialmente non controllabili dal Paese”.

Mail, data center per l’IA, pubbliche amministrazioni: dominio Big Tech

Non solo sul cloud. Il gioco statunitense pesa sulla posta elettronica e sui nuovi data center per alimentare l’Intelligenza artificiale, in Italia e nel Vecchio Continente. Le caselle di posta per inviare e ricevere mail, in quasi tutte le pubbliche amministrazioni sono made in Usa, amministrate da Amazon, Google e Microsoft. Non solo Stati e governi, anche le aziende strategiche dipendono sovente dai servizi a stelle e strisce. In Italia il 69% delle aziende quotate in borsa si affida agli americani per le mail, secondo il rapporto pubblicato a luglio 2025 da Proton, l’azienda svizzera specializzata nella privacy digitale. Il documento cita le banche italiane, “uno dei settori più dipendenti (73%)”, al contrario dell’ Europa, dove è “uno dei meno dipendenti dai provider statunitensi”.

E le “nuove cattedrali” dei data center, il “motore” dell’Intelligenza artificiale? In Italia la dipendenza dagli Usa è conclamata: circa la metà degli investimenti sarà di Amazon, Google e Microsoft, secondo le stime dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, dal 2026 al 2028. La fetta dei capitali italiani? Meno della metà, perché anche le aziende europee mangiano un pezzo della torta. Gli americani non controllano solo gli edifici dei data center, ma soprattutto i server, le tecnologie e i servizi all’interno delle “cattedrali”, con un dominio lampante.

Staccare la spina e l’accesso ai dati: i rischi e i precedenti delle sanzioni Usa

Cosa accadrebbe se un’organizzazione italiana fosse sanzionata dagli Usa? Un’azienda a stelle strisce, a termine di legge, deve spegnere il servizio. Può bastare un ordine esecutivo del governo, come accaduto al collettivo di attivisti per la privacy digitale Autistici Inventati, obbligandolo (di fatto) a chiudere i battenti. Washington ha già sanzionato organizzazioni e individui europei: come Thierry Breton, l’ex commissario Ue che aveva esortato Big Tech al rispetto delle regole del Vecchio Continente. Oppure quattro magistrati della Corte penale internazionale (Cpi), per aver sostenuto indagini sull’esercito statunitense in Afghanistan e il mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu. A Karim Khan, giudice della Cpi, è stata disattivata la mail di Microsoft. Oltre alle sanzioni, incombe il cloud act: il governo Usa può accedere ai dati sui server delle aziende americane in ogni parte del mondo, in virtù di un mandato giudiziario.

L’Italia dipende anche dalla Cina. E Starlink è sugli appennini con il 5g

La tecnologia italiana dipende dagli Stati Uniti, ma anche dalla Cina giunge il pericolo Kill switch. Pechino ha conquistato una grossa fetta di mercato nel settore delle telecomunicazioni. Strumenti made in China sono molto diffusi nelle pubbliche amministrazioni, con router per la connessione WiFi, dispositivi di rete, componenti per server e data center. Buona parte delle telecamere di videosorveglianza, gestite da Comuni e Regioni, giungono dal paese del Dragone. Device di Pechino sono importanti anche per le nuove reti 5g, a banda larga e senza fili. In questo campo, anche Starlink gioca un ruolo. Guido Crosetto ha confermato a ilfattoquotidiano.it l’accantonamento del progetto per la Difesa da 1,5 miliardi. Ma il gigante di Elon Musk ha stretto un accordo con Fastweb-Vodafone per portare internet veloce nelle aree rurali d’Italia, con una una sperimentazione sugli Appennini centrali. Se la tecnologia è potere, come dice Crosetto, siamo sicuri che l’Italia sia una nazione sovrana?

L'articolo Crosetto: “Sbaglia Trump a limitare Starlink per Kiev. Sovranità irrinunciabile”. Mentre l’Italia dipende da Usa e Cina proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il grande bluff di Trump sarebbe un grande assist all’Europa (se lo volesse)

17 October 2026 at 14:22

Il disimpegno degli Usa sull’Ucraina e la svolta obbligata per l’Europa

Era già tutto previsto. Perché era abbastanza facile immaginare che il guascone arrivato alla Casa Bianca avrebbe trasformato la politica internazionale in una gigantesca partita a poker, con il mondo come posta. La parabola è ormai compiuta, gli Stati Uniti hanno scelto infatti di arretrare, forse definitivamente, sull’Ucraina, lasciandola sempre più sola e facendo, nei fatti, un regalo enorme a Putin (diesel russo, meno sanzioni, ecc.). È una pessima notizia per gli ucraini.

Ma potrebbe, paradossalmente, essere una buona notizia per l’Europa che adesso è davanti al bivio che per troppo tempo ha evitato. Può vilmente mollare l’Ucraina, come chiedono Salvini, Conte e una curiosa compagnia nella quale destra e sinistra radicale, almeno sulla guerra, finiscono spesso per incontrarsi. Oppure può finalmente capire che la propria sicurezza non può essere delegata per sempre a qualcun altro. Come? Innanzitutto finanziando l’Ucraina quanto serve, sostenendola militarmente, economicamente e politicamente in una sorta di “Whatever it takes” draghiano e mettere così la Russia nella condizione di dover trattare.

Non perché la guerra piaccia all’Europa, ma esattamente per il motivo opposto, perché una pace ottenuta premiando l’aggressore non è pace, ma una tregua in attesa della prossima aggressione. Il paradosso è che Trump, nel tentativo di ridisegnare l’Occidente a propria immagine, potrebbe aver finalmente costretto l’Europa a scoprire di averne una. Restano però molti dubbi.

Perché mentre in Ucraina continuano a cadere bombe su case, scuole, ospedali e luoghi civili, in casa nostra (ma non solo) il mantra sempre più vigliacco sembra essere soltanto: «basta armi». Come se bastasse pronunciarlo per far sparire la guerra. Ogni volta viene da chiedersi: ma quelli che lo ripetono, guardandosi allo specchio, non provano un po’ di vergogna? Si ricordano almeno di guardare cosa succede dall’altra parte? La storia, purtroppo, non si ferma perché noi abbiamo deciso di non volerla vedere.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI

L'articolo Il grande bluff di Trump sarebbe un grande assist all’Europa (se lo volesse) proviene da Affaritaliani.it.

Ucraina, Zelensky attacca Trump: “Lo stop alle sanzioni incoraggia Putin a continuare la guerra”

17 October 2026 at 11:43

Zelensky contro gli Usa: “Allentare le sanzioni incoraggia Putin a continuare ad attaccare”

“In un momento in cui i russi hanno condotto un attacco tanto massiccio contro il nostro settore dell’energia, è stata purtroppo presa in America la decisione di ignorare completamente il Lindsey Graham Act, che avrebbe dovuto esercitare una pressione davvero efficace sulla Russia per porre fine a questa guerra. Avrebbe potuto aiutare enormemente, e può ancora farlo!”. Così in un post su X il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che accusa i russi per aver sferrato ieri “uno dei più grandi attacchi al settore dell’energia” in Ucraina e denuncia come la Russia stia “cercando di provocare un blackout in Ucraina, proprio prima dell’inverno”, come stia “cercando di lasciare milioni di nostri cittadini senza elettricità e senza riscaldamento”.

Servono pressioni, insiste. “Un blackout delle sanzioni Usa, allentare il pressing sull’aggressore, ricompense finanziarie per Putin, tutto questo lo incoraggia solo a continuare ad attaccare – afferma Zelensky – Dobbiamo continuare a cercare di porre fine alla guerra. Di porre fine al conflitto, non di dare a Putin ogni motivo per continuarla senza fine“.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI

L'articolo Ucraina, Zelensky attacca Trump: “Lo stop alle sanzioni incoraggia Putin a continuare la guerra” proviene da Affaritaliani.it.

❌