Un’offerta molto richiesta, poi un debutto in Borsa in discesa. Il caso di Elice, società sudcoreana attiva nei servizi AI e nelle infrastrutture cloud, racconta una fase nuova della corsa all’intelligenza artificiale: gli investitori continuano a guardare al settore, ma chiedono prove più chiare sui ricavi e sulla sostenibilità degli investimenti.
Oggi, 20 ottobre, nel primo giorno di contrattazioni sul Kosdaq, il titolo Elice è arrivato a perdere fino al 32%, scendendo a 61.400 won rispetto ai 90.500 won del prezzo di collocamento. La società ha raccolto circa 201 miliardi di won, pari a 151 milioni di dollari. L’offerta pubblica iniziale, o IPO, aveva attirato richieste istituzionali per quasi 389 volte le azioni disponibili: un forte interesse iniziale che, però, non ha impedito le vendite in Borsa.
Che cosa ci dice il debutto di Elice
Elice è nata come piattaforma di formazione digitale e si è allargata ai servizi cloud e all’intelligenza artificiale. Con i fondi raccolti intende sviluppare data center modulari. Il mercato sta valutando se la crescita di queste infrastrutture possa trasformarsi in ricavi sufficienti a giustificare i capitali necessari.
Il calo del titolo non cancella i risultati operativi comunicati dall’azienda: nel primo semestre 2026 i ricavi sono saliti a 34 miliardi di won e la società è tornata a un utile operativo, dopo una perdita nello stesso periodo dell’anno precedente. La Borsa guarda anche avanti: costi, concorrenza e tempi di rientro degli investimenti pesano quanto la crescita registrata finora.
Segnale
Che cosa osservare
Elice: fino a -32% al debutto
Una IPO molto richiesta non garantisce un rialzo dopo la quotazione
Asia: Kospi -3,61%
Nella rilevazione Reuters del 20 ottobre la cautela ha coinvolto anche i grandi titoli tecnologici
ASML: domanda oltre la capacità nel 2027-28
La domanda di macchinari per chip resta forte, ma contano anche capacità produttiva e redditività
Bond dei data center sotto la pari
Gli investitori chiedono maggiori garanzie sui ricavi che dovranno ripagare il debito
La fotografia asiatica è più ampia del singolo titolo: l’indice MSCI Asia ex-Japan perdeva lo 0,93%, il Nikkei l’1,28% e il Kospi il 3,61%. I futures europei erano indicati deboli prima dell’avvio delle contrattazioni. Sono dati di una seduta, non una previsione per Piazza Affari o per l’intero mercato europeo: a muovere gli indici concorrono anche tensioni geopolitiche, petrolio, tassi e risultati aziendali.
Perché l’Europa guarda a Elice
Il collegamento europeo passa, soprattutto, dai semiconduttori e dal finanziamento delle infrastrutture. ASML, gruppo olandese che produce macchinari per la fabbricazione di chip, ha dichiarato che la domanda supererà la sua capacità produttiva nel 2027 e nel 2028, nonostante i piani per aumentarla. È un segnale di domanda robusta, ma anche una sfida: riuscire a produrre e investire abbastanza senza perdere di vista i rendimenti.
Sul fronte del credito, alcuni bond collegati a progetti di data center sono scesi sotto la pari. Gli investitori vogliono capire se i ricavi dell’AI copriranno i debiti contratti per costruire queste infrastrutture. È un contesto utile per leggere il debutto di Elice: il mercato sta distinguendo tra chi promette capacità di calcolo e chi dimostra di poterla trasformare in ricavi.
La questione tocca anche l’Italia. Data center e servizi cloud sono infrastrutture necessarie per imprese e consumatori, ma richiedono energia e reti adeguate. La Commissione europea punta a triplicare la capacità dei data center nell’Unione nei prossimi cinque-sette anni e ha proposto un sistema comune per rendere più trasparenti i consumi di energia e acqua.
Per i mercati europei, i prossimi risultati delle grandi aziende tecnologiche saranno un banco di prova: gli investitori cercheranno indicazioni sui ricavi e sulla capacità di sostenere gli investimenti. Meta è attesa mercoledì, seguita in settimana da Tesla e dai produttori di chip Lam Research e Texas Instruments.
Il debutto di Elice non basta a stabilire l’esito della corsa all’AI. È, però, un promemoria utile anche per chi segue i mercati europei. Tra una tecnologia promettente e un investimento redditizio c’è un passaggio decisivo: quello dei conti.
Un viaggio diplomatico, una raffineria indiana e alcune navi cariche di carburanti dirette in Europa. A prima vista sembrano storie separate. In realtà si incontrano a Jamnagar, nel Gujarat, dove si trova il grande polo di Reliance Industries, la società guidata da Mukesh Ambani.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio è in viaggio tra Uzbekistan e India dal 17 al 22 ottobre. Secondo il Dipartimento di Stato, a Mumbai e Jamnagar parlerà anche di cooperazione energetica e incontrerà esponenti del mondo imprenditoriale, tra cui Ambani. La tappa assume un significato particolare mentre Stati Uniti ed Europa cercano di tenere sotto controllo le rotte del petrolio e gli effetti delle sanzioni alla Russia.
A riportare l’attenzione sulla raffineria è anche un’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), pubblicata il 18 ottobre. Il rapporto segue i carichi di prodotti petroliferi partiti da raffinerie che lavorano anche greggio russo e arrivati nei porti dell’Unione europea.
Per l’Italia il dato merita attenzione, ma va letto con precisione: i carichi arrivati in un porto italiano non sono automaticamente carburante prodotto con petrolio russo e non equivalgono a una violazione delle sanzioni.
Che cosa c’entra l’Italia con la raffineria di Jamnagar
Secondo CREA, a settembre sette carichi di prodotti petroliferi provenienti da raffinerie che trattano greggio russo sono stati scaricati nei porti dell’Ue e classificati dall’organizzazione come ad alto rischio sulla base delle indicazioni europee. Sei erano partiti da Jamnagar e uno dalla raffineria turca di Tüpraş Izmit. L’Italia ha ricevuto tre dei sette carichi, risultando il principale Paese di destinazione nel gruppo monitorato.
Incrociando questi due dati, si può dedurre che almeno due dei tre carichi arrivati in Italia provenissero da Jamnagar: dei sette totali, soltanto uno risultava partito dalla raffineria turca. Il rapporto, tuttavia, non associa in modo esplicito ogni singola nave al relativo porto di arrivo e, soprattutto, la provenienza da una raffineria che lavora anche greggio russo non dimostra che uno specifico carico sia stato ottenuto da quel greggio.
Dato CREA riferito a settembre 2026
Che cosa indica
7 carichi
Prodotti petroliferi scaricati nei porti Ue da raffinerie considerate ad alto rischio
6 carichi
Partiti dalla raffineria di Jamnagar
1 carico
Partito dalla raffineria turca di Tüpraş Izmit
3 carichi
Scaricati in Italia, primo Paese di destinazione nel gruppo
Almeno 2 carichi italiani
Inferenza dall’incrocio dei dati: sei dei sette provenivano da Jamnagar
Il CREA rileva anche che, tra luglio e settembre, il 32% degli acquisti di greggio della raffineria di Jamnagar proveniva dalla Russia. È un dato riferito alle forniture complessive di greggio dello stabilimento, non alla composizione di ogni singolo prodotto esportato. Non significa, dunque, che il 32% del carburante arrivato in Europa o in Italia sia necessariamente stato raffinato con petrolio russo.
Che cosa vietano le sanzioni europee sul petrolio russo
Dal 21 gennaio 2026 l’Unione europea vieta l’importazione di determinati prodotti petroliferi raffinati in Paesi terzi quando sono ottenuti da greggio russo. La norma non equivale a un divieto generalizzato di acquistare prodotti da qualsiasi raffineria che abbia lavorato, o lavori, anche petrolio russo: il punto decisivo è la materia prima effettivamente impiegata per il prodotto importato e la documentazione che ne attesta l’origine.
La Commissione europea prevede che gli operatori adottino procedure di verifica e forniscano alle autorità doganali le informazioni necessarie per identificare la provenienza del greggio utilizzato. Il rapporto CREA chiede controlli sui carichi provenienti da raffinerie che trattano petrolio russo proprio per verificare che le regole siano rispettate. La sua analisi segnala, quindi, un’esigenza di tracciabilità e vigilanza, non una condanna automatica delle singole importazioni.
La visita di Rubio può cambiare i prezzi alla pompa?
Non c’è un rapporto automatico tra la visita di Rubio, i carichi di Jamnagar e il prezzo che una famiglia paga al distributore. La presenza di una nave in un porto italiano non basta per prevedere un rincaro o un calo di benzina e gasolio: sul prezzo alla pompa incidono anche le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, il costo del greggio, il cambio euro-dollaro, le imposte e i margini lungo la distribuzione.
Le rotte internazionali possono influenzare gli equilibri dell’offerta e le attese dei mercati, ma non permettono da sole di attribuire una variazione di prezzo a un singolo carico. Per capire come le quotazioni del petrolio possono riflettersi sui prezzi dei carburanti servono anche i dati sui prezzi effettivi e sulle componenti fiscali.
L’Italia ha ricevuto tre dei sette carichi europei monitorati da CREA. Ora la domanda riguarda la capacità di ricostruire con chiarezza la filiera, dalla materia prima alla nave, fino al porto di destinazione. Non per alimentare allarmismi, ma perché sanzioni efficaci e approvvigionamenti affidabili dipendono da controlli comprensibili e verificabili.
La tappa di Rubio a Jamnagar riporta così al centro una questione che tocca insieme diplomazia, energia e commercio: in un mercato globale, il carburante può viaggiare per migliaia di chilometri e attraversare più filiere prima di arrivare in Europa. Per sapere che cosa contiene davvero, il nome della raffineria è solo l’inizio dell’indagine.
Quando si mette da parte una somma, non conta soltanto quanto può rendere: conta anche quando torna disponibile. Per qualcuno ricevere interessi ogni tre mesi significa poterli destinare alle spese di casa o aggiungerli ai risparmi. Altri possono preferire non toccarli e ritrovarli insieme al capitale alla fine del percorso.
È su questa differenza che si gioca il confronto tra BTP Valore e BTP Valore Insieme, i due titoli che il Tesoro propone per la prima volta nello stesso collocamento. L’offerta è prevista dal 19 al 23 ottobre, salvo chiusura anticipata. Entrambi durano cinque anni, scadono il 27 ottobre 2031 e si acquistano alla pari, a partire da 1.000 euro.
La differenza si vede nel calendario
BTP Valore
BTP Valore Insieme
Durata
5 anni
5 anni
Interessi
Cedole trimestrali crescenti
Una cedola alla scadenza
Schema
2+2+1
Pagamento unico
Scadenza
27 ottobre 2031
27 ottobre 2031
Minimo sottoscrivibile
1.000 euro
1.000 euro
Il BTP Valore paga ogni tre mesi: le date previste sono il 27 gennaio, aprile, luglio e ottobre. La prima cedola arriverà il 27 gennaio 2027. Il tasso crescerà in tre passaggi: resterà uguale per i primi due anni, salirà nel biennio successivo e aumenterà ancora nell’ultimo anno.
Il BTP Valore Insieme segue un altro ritmo: niente cedole intermedie, ma un solo pagamento alla scadenza, insieme al capitale. Chi sceglie questa formula non avrà, quindi, interessi da usare o reinvestire durante il quinquennio.
Rendimenti equivalenti, incassi diversi
Il Tesoro indica rendimenti finanziariamente equivalenti all’emissione. Questo non significa che i due titoli distribuiranno la stessa somma negli stessi momenti. Con il BTP Valore gli interessi arrivano prima; con l’Insieme bisogna aspettare il 2031.
È la differenza tra avere denaro disponibile lungo il percorso e riceverlo tutto alla fine. Le cedole del BTP Valore possono essere spese oppure reinvestite, ma il rendimento di un eventuale reinvestimento dipenderà dalle condizioni disponibili in quel momento. Il tasso dell’Insieme, proprio perché il pagamento è posticipato, sarà superiore alla semplice somma nominale delle cedole del titolo tradizionale.
Quanto valgono gli interessi su 1.000 e 10.000 euro?
Si può, però, tradurre in euro ogni punto percentuale di tasso annuo del BTP Valore. Su 1.000 euro, un punto percentuale vale 2,50 euro lordi a trimestre, circa 2,19 euro netti dopo l’imposta del 12,5%. Su 10.000 euro vale 25 euro lordi, circa 21,88 netti a trimestre.
Per ogni punto percentuale annuo
Su 1.000 euro
Su 10.000 euro
Cedola trimestrale lorda
2,50 €
25,00 €
Cedola trimestrale netta
circa 2,19 €
circa 21,88 €
Per calcolare tutte le cedole del BTP Valore serviranno i tre tassi ufficiali. Indicandoli con a, b e c, espressi in punti percentuali, le cedole lorde complessive nei cinque anni corrispondono a 20a + 20b + 10c euro su 1.000 euro; su 10.000 euro il totale è dieci volte maggiore. Per il BTP Valore Insieme, l’importo della cedola unica si potrà calcolare quando sarà noto il tasso ufficiale.
Il peso delle tasse e il denaro che arriva dopo
Per entrambi i titoli, gli interessi sono soggetti all’aliquota del 12,5% prevista per i titoli di Stato. Nel BTP Valore la trattenuta fiscale accompagna il pagamento delle cedole; nel BTP Valore Insieme viene applicata alla cedola unica a scadenza. Cambia, dunque, anche il momento in cui si paga l’imposta.
Chi riceve cedole periodiche e non le spende può provare a reinvestirle, ma non sa in anticipo a quale tasso riuscirà a farlo. Chi sceglie la cedola unica conosce, invece, il calendario del pagamento, ma rinuncia a ricevere interessi nel frattempo. Sono due modalità da valutare anche pensando alle spese previste e alla liquidità che si desidera mantenere disponibile.
Se il risparmio serve prima del 2031
Anche se il piano prevede di tenere il titolo fino alla scadenza, può capitare che serva liquidità prima. I BTP potranno essere venduti sul mercato secondario, ma il prezzo dipenderà dalle condizioni di mercato: non è detto che coincida con il valore nominale pagato all’emissione. In generale, quando i tassi salgono, il prezzo delle obbligazioni già emesse tende a scendere; quando calano, può salire.
Il BTP Valore paga cedole durante la vita del titolo, mentre il BTP Valore Insieme concentra la remunerazione alla scadenza. Per entrambi, il valore effettivo di una vendita anticipata dipenderà dal prezzo di mercato del momento e dagli eventuali costi applicati dall’intermediario.
Quanto valgono davvero le promesse dell’intelligenza artificiale? Per chi vi ha investito, anche attraverso un fondo, arriva un momento in cui quelle promesse devono trovare conferma nei conti.
Oggi, 15 ottobre, gli occhi dei mercati sono puntati su TSMC, il gruppo taiwanese che produce chip per Nvidia e Apple. Mentre le Borse asiatiche arretrano e torna la preoccupazione per il costo del denaro, la sua trimestrale offrirà una misura concreta della domanda che sostiene la corsa all’AI.
Le aspettative sono alte: gli analisti prevedono un utile trimestrale in crescita del 65%, a circa 23,4 miliardi di dollari statunitensi. È una stima ancora da verificare. Il mercato guarderà anche oltre quel numero, cercando nelle prospettive dei prossimi mesi ragioni sufficienti per continuare a scommettere sul futuro.
Perché i risultati TSMC contano anche fuori da Taiwan
TSMC è un nome meno familiare dei marchi che compaiono sui nostri dispositivi. Il suo ruolo, però, è centrale nella loro produzione. Il modello dell’azienda è quello della fonderia di semiconduttori: realizza i chip progettati dai clienti, senza competere con loro attraverso una propria linea di prodotti a marchio TSMC.
Questa posizione permette di osservare una parte concreta dell’economia digitale. Gli ordini ricevuti, la capacità degli impianti e la redditività raccontano ciò che accade quando un progetto tecnologico deve essere fabbricato su larga scala.
Passaggio
Che cosa significa
Progettazione
Le aziende definiscono le caratteristiche dei chip
Produzione
Una fonderia come TSMC realizza i semiconduttori
Integrazione
I componenti entrano in dispositivi e sistemi di calcolo
Utilizzo
Imprese e persone accedono ai servizi resi possibili da quelle macchine
Schema semplificato della filiera: progettazione e produzione possono appartenere ad aziende diverse.
L’Asia arretra mentre cresce la cautela sull’AI
Nella notte, le vendite sui mercati asiatici hanno seguito la debolezza americana. Il dato sull’inflazione statunitense, superiore alle attese, ha riacceso i timori di nuovi rialzi dei tassi. A Wall Street il Nasdaq ha perso l’1,9% nella seduta del 14 ottobre; il settore tecnologico è rimasto al centro delle pressioni.
L’ultima rilevazione della seduta asiatica riportava il Kospi sudcoreano in calo dell’8%, il Nikkei giapponese del 5% e il Taiex di Taiwan del 3,4%. Sono fotografie di una seduta ancora in corso, non variazioni definitive di chiusura.
Perché il costo del denaro pesa sulla tecnologia
Il tasso di interesse è anche il prezzo da pagare per utilizzare capitale preso in prestito. Quando aumenta, finanziare un progetto può diventare più oneroso. È un meccanismo familiare a chi ha chiesto un mutuo e riguarda, su scale diverse, anche le imprese.
Nel settore tecnologico, però, occorre distinguere. Un produttore di chip, un gestore di infrastrutture e una società che vende software hanno bilanci e fabbisogni differenti. La parola “AI” li avvicina nel racconto dei mercati, ma non rende uguali i loro rischi.
La cautela può, dunque, propagarsi a tutto il settore anche quando le singole aziende presentano situazioni diverse. È una ragione in più per leggere i risultati, invece di fermarsi al colore rosso o verde di una seduta.
Che cosa sappiamo e che cosa deve ancora arrivare
La conferenza sui risultati del terzo trimestre è fissata alle 14:00 di Taiwan, le 8:00 in Italia, secondo il calendario ufficiale. Alla verifica effettuata prima della pubblicazione, la pagina della società riportava ancora le previsioni formulate in precedenza per il trimestre.
Voce
Indicazione disponibile prima dei risultati
Come leggerla
Ricavi trimestrali
Precedente previsione aziendale: 44,6–45,8 miliardi di dollari USA
Intervallo indicato dalla società, non consuntivo
Margine lordo
Precedente previsione aziendale: 65–67%
Quota dei ricavi che resta dopo il costo del venduto
Margine operativo
Precedente previsione aziendale: 56–58%
Redditività dell’attività operativa
Conferenza
15 ottobre, ore 8:00 italiane
Presentazione e confronto con gli analisti
Fonte: pagina ufficiale TSMC del terzo trimestre 2026. Gli intervalli sono la guidance precedente alla comunicazione dei risultati.
La distinzione tra previsione e risultato conta. Una stima degli analisti esprime ciò che il mercato si aspetta; la guidance indica ciò che l’impresa prevede; il consuntivo racconta quanto è effettivamente accaduto.
Le domande da fare ai conti
La lettura della trimestrale non si esaurisce nell’utile. Per capire la qualità della crescita serve mettere insieme più elementi.
Elemento da osservare
La domanda utile
Ricavi
Quanto è cresciuta l’attività e rispetto a quale periodo?
Margini
La crescita lascia all’impresa una redditività adeguata?
Investimenti
Quante risorse servono per sostenere la capacità futura?
Previsioni
Che cosa indica la società per i prossimi mesi?
Domanda dei clienti
Quali attività sostengono gli ordini?
Griglia di lettura dell’articolo, non anticipazione delle risposte della società.
Anche un trimestre molto positivo va inserito in questa prospettiva. I risultati di un produttore possono documentare la forza della domanda di chip, ma non dimostrano da soli che ogni investimento nell’intelligenza artificiale sarà redditizio. La filiera comprende imprese diverse, con costi e tempi di ritorno differenti.
Chi incassa oggi e chi scommette sul domani
Nella corsa all’intelligenza artificiale, ricavi e costi si incontrano lungo la stessa filiera. Per chi produce semiconduttori, gli ordini diventano vendite. Per chi acquista quei chip e costruisce infrastrutture, sono investimenti da recuperare attraverso servizi che qualcuno dovrà essere disposto a pagare.
È una distinzione che aiuta a leggere i conti di TSMC. Una trimestrale brillante può mostrare quanto sia intensa la costruzione delle infrastrutture dell’AI. Per capire se quella spinta durerà, occorre guardare anche ai clienti: quanto utilizzeranno la capacità acquistata, quali ricavi riusciranno a generare e con quali margini.
Le due cose possono procedere a velocità diverse. Le fabbriche ricevono ordini, mentre le imprese sperimentano ancora come trasformare l’AI in un servizio utile e remunerativo. È comprensibile, quindi, che risultati industriali solidi convivano con la cautela degli investitori: il mercato cerca di anticipare quanto a lungo continueranno gli acquisti.
Per questo, oggi conteranno anche le parole con cui TSMC descriverà i prossimi mesi. Dietro i chip ordinati ci sono decisioni prese da aziende che stanno impegnando risorse sul futuro.
Ci sono presentazioni istituzionali dalle quali si esce con una notizia, qualche dichiarazione e un titolo già in mente. Da altre si porta via anche una sensazione, più difficile da mettere in ordine. Oggi, presso la Villa Magistrale del Sovrano Militare Ordine di Malta, a Roma, la presentazione della nuova campagna di Intesa Sanpaolo ha trasmesso soprattutto questo: una gioia semplice, il piacere di incontrare persone capaci di emozionare attraverso la propria naturalezza.
Intorno, una cornice meravigliosa dalla quale ammirare la Città Eterna. Una bellezza che invita a fermarsi, ad allargare lo sguardo. Roma accompagna l’incontro e sembra dare una profondità particolare ai temi che lo attraversano: la cultura, il talento, le relazioni, quel patrimonio di gesti e conoscenze nel quale riconosciamo il nostro Paese.
La nuova campagna istituzionale si chiama “A mano a mano”. Sergio e Pietro Castellitto ne sono protagonisti e, per la prima volta, condividono la regia. Accanto a loro ci sono Roberto Bolle e Francesco “Ciccio” Graziani. La voce è quella di Mina, che reinterpreta il brano scritto da Riccardo Cocciante e Marco Luberti, reso celebre anche da Rino Gaetano. L’uscita è prevista per il 18 ottobre.
Il racconto, per chi era presente, prende forma anche in ciò che accade intorno: nel modo di parlare, nella leggerezza di un ricordo, nella possibilità di riconoscersi in qualcuno che si è abituati a vedere da lontano.
Una macchina, una casa e i ricordi di Pietro
Pietro Castellitto richiama i suoi ricordi giovanili legati alle banche. Riceve una macchina in regalo, ma arriva la precisazione: non è davvero sua, è della banca. Anche una casa nuova, bella, si accompagna alla stessa spiegazione: non è nostra, è della banca.
Restituito nel suo senso, l’aneddoto contiene una piccola commedia familiare. Agli occhi di un giovane, questa banca finisce per possedere le cose che appartengono alla quotidianità, quelle nelle quali si abita o con le quali si comincia a essere indipendenti. Il linguaggio degli adulti incontra lo stupore di chi deve ancora imparare come funzionano un finanziamento, un mutuo, gli impegni che rendono possibile un acquisto.
È un ricordo personale che apre una porta. Ci si ritrova nelle frasi ascoltate in famiglia, nelle spiegazioni comprese solo più tardi. E quella naturalezza rende vicino chi sta parlando.
Ciò che colpisce durante la presentazione è l’umanità dei protagonisti, la facilità con cui un’esperienza privata può creare una relazione con chi ascolta. Nella condivisione tra Sergio e Pietro, poi, il lavoro cinematografico incontra un legame che precede qualsiasi progetto: quello tra un padre e un figlio. Due sensibilità, due generazioni, una storia comune che entra nel film e ne accompagna il tono.
Ufficio stampa Intesa SanpaoloSergio e Pietro Castellitto insieme nella regia dello spot
Le mani che tengono insieme le storie
La campagna è costruita come una catena di mani che attraversa l’Italia. Mette accanto clienti e dipendenti di Intesa San Paolo, chi immagina un progetto e chi contribuisce a realizzarlo. Una giovane coppia nella prima casa, una studentessa che prosegue gli studi, un produttore di vino, un’azienda di arredi per grandi imbarcazioni: esperienze diverse, unite dal passaggio tra un desiderio e la possibilità di dargli forma.
Stefano Lucchini, Chief Institutional Affairs and External Communication Officer di Intesa Sanpaolo, si sofferma sul gesto che dà significato al titolo:
“La mano che accompagna, che sostiene, che trasmette esperienza, che aiuta a compiere un passo avanti”.
Un’immagine nella quale riconoscere relazioni quotidiane, tra generazioni e tra persone che condividono un progetto. È qui che il racconto incontra anche il ruolo della banca:
“Il nostro mestiere consiste proprio nel mettere in connessione energie, competenze, aspirazioni e risorse affinché qualcosa possa accadere”.
Guardando questo intreccio, torna alla mente il saper fare italiano. Quello che ha il profumo dell’artigianato, della familiarità con i materiali, della cura che richiede tempo. Ci sono competenze che si imparano osservando e ripetendo, conoscenze trasmesse attraverso il lavoro quotidiano, imprese nelle quali una storia personale diventa un progetto condiviso.
È una bellezza concreta, che appartiene al nostro Paese quanto i suoi monumenti. Vive nelle mani di chi produce, nella pazienza di chi insegna, nella responsabilità di chi raccoglie un’esperienza e la porta avanti. La campagna offre l’occasione per ritrovarla dentro attività che spesso raccontiamo soltanto attraverso risultati economici.
Ufficio stampa Intesa SanpaoloStefano Lucchini, Chief Institutional Affairs and External Communication Officer di Intesa Sanpaolo
La vita delle persone dà significato ai numeri
Stefano Lucchini mette a fuoco il punto:
“La vita delle persone, invece e per fortuna, non è astratta”.
Credito, risparmio, investimenti e consulenza diventano comprensibili quando incontrano una casa da acquistare, un’impresa da far crescere, un percorso di studi da continuare. La banca sceglie di rappresentare il proprio ruolo attraverso gli effetti del suo lavoro, affidando alle storie il compito di rendere leggibili anche le cifre.
Nei primi sei mesi del 2026 Intesa Sanpaolo ha destinato 44 miliardi di euro di finanziamenti a famiglie e imprese. I prestiti d’onore “Per Merito” hanno superato complessivamente il miliardo di euro, raggiungendo 54 mila studenti.
Sono dimensioni importanti, alle quali il racconto restituisce un volto. Poter studiare significa avere tempo e strumenti per costruire la propria strada. Accedere al credito può permettere a un’impresa di trasformare una competenza in lavoro e opportunità. Il valore di queste possibilità si misura anche nella vita quotidiana di chi le riceve.
La cultura come esperienza da condividere
Roberto Bolle porta nel film la danza e il rapporto con il patrimonio artistico, nelle sale della Galleria Borghese. La sua presenza richiama una forma di bellezza che emoziona immediatamente e che nasce da un esercizio lungo, rigoroso, spesso invisibile a chi osserva.
Lucchini si sofferma sul lavoro che sostiene la grazia di Roberto Bolle:
“Quello che le persone non vedono immediatamente sono le migliaia di ore di lavoro, la disciplina quotidiana, l’attenzione quasi maniacale ai dettagli, la volontà di migliorarsi continuamente”.
Un pensiero che avvicina il palcoscenico ai tanti luoghi nei quali si coltiva un talento, si perfeziona un mestiere, si impara a fare bene qualcosa.
Bolle sottolinea il valore del sostegno ai progetti che avvicinano le persone all’arte e creano opportunità educative. La cultura diventa così un’esperienza da condividere, capace di lasciare qualcosa soprattutto nelle nuove generazioni.
In questo ambito si collocano anche le Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo e il programma Restituzioni, dedicato al restauro del patrimonio storico-artistico. Attività diverse che richiamano una responsabilità comune: custodire la bellezza e consentire alle persone di incontrarla.
Ufficio stampa Intesa SanpaoloRoberto Bolle, étoile del Teatro alla Scala, ambassador di Intesa Sanpaolo, ritratto nelle sale di Galleria Borghese a Roma
Lo spazio per sentirsi parte
Con Ciccio Graziani, il racconto arriva ai ragazzi dell’“Olimpicone Santa Firmina” di Arezzo, il progetto di calcio integrato e inclusivo sostenuto da Intesa San Paolo. Qui lo sport permette di parlare di partecipazione e appartenenza attraverso un’esperienza concreta.
Entrare in una squadra significa trovare un posto, condividere un obiettivo, essere riconosciuti dagli altri. Graziani evidenzia il valore della visibilità offerta ai ragazzi con disabilità dell’associazione che rappresenta. È un passaggio che riporta l’attenzione sulle persone e sulla possibilità di far conoscere la loro realtà.
Il senso di queste esperienze si ritrova in una riflessione di Stefano Lucchini:
“Il progresso è sempre un’opera collettiva. Nasce dall’incontro tra persone, competenze e responsabilità”.
Le storie del film danno forma a questa idea, mostrando quanto una possibilità individuale possa crescere attraverso il contributo degli altri. La musica tiene insieme queste storie. Mina accompagna le immagini e, in chiusura, si rivolge direttamente allo spettatore.
La gioia e la naturalezza dei protagonisti, nella bellezza di Roma, si sono intrecciate con i mestieri, la cultura e le possibilità raccontate nel film – non gli spot, come ama definirlo Lucchini.
In attesa di vedere questa produzione on air, l’incontro lascia il desiderio di riconoscere l’umanità degli altri e trovare il tempo di darle attenzione. Come accade quando un ricordo di famiglia, raccontato con semplicità, riesce per un momento a farci sentire più vicini.
Oggi meno spazio ai numeri. Anche questo, però, è un modo di raccontare la finanza: riconoscere ciò che rende possibile nella vita delle persone, seguire il filo che lega un investimento a un mestiere, un prestito agli studi, il sostegno alla cultura all’emozione di chi la incontra. I numeri restano essenziali, ma giornate come questa ricordano perché vale la pena raccontarli.
Ufficio stampa Intesa SanpaoloFrancesco “Ciccio” Graziani protagonista dello spot di Intesa Sanpaolo
Jio Platforms, il gruppo digitale e delle telecomunicazioni controllato da Reliance Industries, guidata da Mukesh Ambani, si prepara a quotarsi in Borsa con una valutazione attesa intorno ai 100 miliardi di dollari. I suoi 524 milioni di clienti sono una forza enorme, ma anche la misura della sfida: trasformare questa scala in ricavi sempre più solidi. Un nodo che parla anche all’Italia. Tra il 2021 e il 2025 il traffico dati mobile è più che raddoppiato, mentre i ricavi del comparto sono diminuiti.
È questo il filo che lega due mercati molto diversi. In India, Jio deve convincere gli investitori che la sua base di utenti può sostenere una valutazione da record. In Italia, i numeri mostrano che consumare più dati non significa automaticamente generare più ricavi per gli operatori. Non è la prova di una crisi generalizzata delle telecomunicazioni: è un problema più preciso, quello di monetizzare la rete mobile.
Jio vale per i clienti, ma anche per quello che saprà vendere loro
La quotazione di Jio Platforms è attesa come una delle più importanti mai viste in India. Le indicazioni circolate sul mercato collocano la valutazione del gruppo oltre i 100 miliardi di dollari, ma il valore definitivo dipenderà dal prezzo delle azioni e dalla domanda degli investitori.
La società non è soltanto un operatore telefonico. Attraverso la controllata Reliance Jio Infocomm offre connettività mobile e banda larga, mentre la piattaforma punta anche su servizi digitali, cloud, intrattenimento, soluzioni per le imprese e prodotti basati sull’intelligenza artificiale. È questa ambizione a rendere plausibile una valutazione da grande gruppo tecnologico. La domanda che accompagna l’IPO è semplice: quanto pesano già questi business nei conti e quanto, invece, resta ancora legato alla connettività?
I dati depositati per la quotazione restituiscono un’immagine di crescita. Nell’esercizio chiuso a marzo 2026, Jio ha raggiunto 524,4 milioni di clienti, contro 488,2 milioni dell’anno precedente. I ricavi operativi sono saliti del 14,6%, a 1.469 miliardi di rupie, mentre l’utile netto è cresciuto del 15,1%, a circa 300,5 miliardi. Anche il ricavo medio mensile per cliente, o ARPU, è aumentato: da 206,2 a 214 rupie.
La crescita, tuttavia, va letta insieme alla composizione del business. Nello stesso anno il consumo medio mensile di dati per cliente è passato da 33,6 a 42,3 gigabyte. L’utilizzo della rete è, quindi, aumentato molto più del ricavo medio per utente: un segnale che rende centrale la capacità del gruppo di proporre servizi a maggior valore, aumentare la spesa dei clienti e costruire nuove fonti di reddito.
Jio Platforms
Esercizio 2025
Esercizio 2026
Clienti
488,2 milioni
524,4 milioni
Ricavi operativi
1.282 miliardi di rupie
1.469 miliardi di rupie
Utile netto
261,1 miliardi di rupie
300,5 miliardi di rupie
ARPU mensile
206,2 rupie
214 rupie
Consumo dati mensile per cliente
33,6 GB
42,3 GB
Fonte: dati del prospetto Jio Platforms depositato presso la Sebi. ARPU e consumo dati sono riferiti al trimestre di uscita dell’esercizio.
L’IPO serve anche a ridurre il debito
C’è poi un altro aspetto meno spettacolare dei 524 milioni di clienti, ma importante per gli investitori: l’uso dei proventi. L’offerta prevede una nuova emissione di azioni; una parte rilevante delle risorse è destinata a rimborsare o anticipare debiti della controllata telefonica Reliance Jio Infocomm.
Il debutto in Borsa, dunque, non è soltanto una vetrina per la crescita digitale di Jio. Può anche rafforzare la struttura finanziaria del gruppo. Per chi valuta l’operazione, contano entrambe le dimensioni: la capacità di ridurre il debito e quella di trasformare il traffico, i clienti e la rete in utili futuri.
Il confronto con l’Italia: più dati, meno ricavi mobili
Il caso italiano non è sovrapponibile a quello indiano, ma aiuta a mettere a fuoco la stessa domanda. Secondo Agcom, tra il 2021 e il 2025, le risorse complessive delle comunicazioni elettroniche in Italia sono cresciute del 6%, da 27,85 a 29,53 miliardi di euro. Dentro il totale, però, le traiettorie sono opposte: i ricavi della rete fissa sono saliti del 20%, quelli della rete mobile sono scesi dell’11,4%.
Nel frattempo, il traffico dati medio giornaliero per SIM “human” è cresciuto di quasi il 113% tra settembre 2021 e settembre 2025. In altre parole, sulle reti mobili italiane viaggia molto più traffico, ma il comparto incassa meno rispetto a quattro anni prima.
Comunicazioni elettroniche in Italia
Variazione 2021-2025
Risorse complessive del settore
+6%
Ricavi della rete fissa
+20%
Ricavi della rete mobile
−11,4%
Traffico dati medio giornaliero per SIM “human”
+112,8%
Fonte: Agcom. I dati sul traffico confrontano settembre 2021 e settembre 2025.
Parlare di “crisi delle telecomunicazioni”, in generale, sarebbe impreciso. Il settore nel suo complesso è cresciuto e la rete fissa ha compensato la flessione del mobile. Restano, però, forti la concorrenza e la pressione sui margini, come mostra anche il mercato italiano delle telecomunicazioni, dove gli operatori cercano nuove forme di collaborazione e condivisione delle infrastrutture.
Anche i risultati delle singole aziende sono diversi: Iliadha chiuso il 2025 con ricavi e free cash flow in crescita, un esempio che invita a non leggere i dati del settore come una crisi uniforme. La criticità riguarda, soprattutto, la redditività dei servizi mobili, stretta tra l’aumento dei consumi, la concorrenza sulle tariffe e la necessità di investire in infrastrutture.
I due mercati non sono uguali, ma pongono una domanda comune: quanto può valere una rete se l’aumento dell’utilizzo non si traduce, con la stessa intensità, in maggiori ricavi?
Per Ambani la risposta dovrà convincere gli investitori a pagare una valutazione da oltre 100 miliardi. Per gli operatori italiani, la sfida è far crescere il valore economico di servizi e infrastrutture già molto utilizzati.
Frasers Group aumenta ancora la propria esposizione finanziaria su Burberry, portandola a un valore equivalente al 7,42% dei diritti di voto della maison britannica. Il dato non indica che Frasers possieda già il 7,42% delle azioni della maison. Rappresenta un’esposizione finanziaria equivalente a circa 27 milioni di titoli Burberry, costruita attraverso contratti che potrebbero obbligare il gruppo ad acquistarli a condizioni prestabilite. Frasers non dispone, quindi, al momento, dei corrispondenti diritti di voto, ma ha assunto un impegno economico che potrebbe trasformarsi in una partecipazione effettiva.
È una distinzione tecnica, ma cambia il significato finanziario dell’operazione. Frasers incassa un premio e accetta il rischio di dover acquistare azioni Burberry a condizioni prestabilite qualora la controparte esercitasse le opzioni. Non è ancora una scalata e non dimostra che sia in preparazione un’offerta pubblica. Rappresenta, tuttavia, un’esposizione crescente su un marchio che sta tentando di uscire da una lunga crisi proprio mentre Mike Ashley amplia la propria presenza nel lusso.
La quota di Frasers in Burberry sale al 7,42%
La comunicazione sulle partecipazioni rilevanti pubblicata da Burberry indica che Frasers ha superato la nuova soglia l’8 ottobre. La posizione corrisponde a 27 milioni di diritti di voto potenziali, pari al 7,420529% del capitale, ma deriva interamente da strumenti finanziari.
L’esposizione è aumentata rapidamente:
Data della comunicazione
Esposizione di Frasers
Strumento prevalente
24 luglio 2026
3,05%
Opzioni put vendute
27 luglio 2026
4,16%
Opzioni put vendute
30 settembre 2026
6,32%
Opzioni put vendute
8 ottobre 2026
7,42%
Opzioni put vendute
Le scadenze sono distribuite tra ottobre 2026, marzo 2027 e settembre 2027. Frasers sta, quindi, ampliando la propria esposizione e, contemporaneamente, distribuendo nel tempo il momento nel quale potrebbe materializzarsi l’obbligo previsto dai contratti.
Come funzionano le put vendute da Frasers
Una put attribuisce al suo compratore il diritto di vendere un titolo a un prezzo concordato. Chi vende la put incassa il premio, ma deve acquistare il sottostante se il titolare decide di esercitare il contratto secondo le condizioni previste.
La posizione può essere interpretata come una strategia favorevole o quantomeno non ostile verso Burberry: chi vende una put accetta il rischio di ricevere le azioni al prezzo stabilito. Se il titolo resta sopra quel livello, l’opzione può scadere senza essere esercitata e il venditore conserva il premio. Se scende, il venditore può essere chiamato ad acquistare.
Il Glossario di QuiFinanza sugli strumenti derivati aiuta a comprendere perché l’esposizione economica possa esistere anche senza possedere immediatamente il titolo. Nel caso di Frasers manca, però, un dato essenziale per calcolare convenienza e rischio: non sono stati resi pubblici i prezzi di esercizio delle diverse opzioni.
Se alla scadenza…
Possibile conseguenza per Frasers
Il titolo resta sopra il prezzo concordato
La put può non essere esercitata e Frasers conserva il premio
Il titolo scende sotto il prezzo concordato
Frasers può essere obbligata ad acquistare le azioni
I contratti vengono rinnovati
L’esposizione può proseguire senza trasformarsi subito in partecipazione diretta
Le azioni vengono consegnate
Frasers diventa azionista effettivo per la quota corrispondente
Il 7,42%, dunque, non equivale oggi a una partecipazione dotata degli stessi diritti di voto. È, però, un impegno finanziario abbastanza consistente da meritare attenzione.
Perché Frasers punta proprio su Burberry
Burberry non è più nel punto più critico della propria crisi. Nell’esercizio chiuso a marzo 2026 ha registrato ricavi per 2,42 miliardi di sterline, stabili a cambi costanti, e un utile operativo rettificato di 160 milioni, contro 26 milioni dell’anno precedente. Il margine operativo è salito al 6,6%, sostenuto anche da 80 milioni di risparmi sui costi.
Nel primo trimestre del nuovo esercizio, le vendite comparabili sono aumentate del 5%. Il piano “Burberry Forward” sta riportando al centro trench, sciarpe e identità britannica, dopo una fase nella quale prezzi e posizionamento avevano allontanato parte della clientela. I numeri più recenti indicano un recupero, non una trasformazione già conclusa.
È proprio questa fase intermedia a rendere Burberry interessante: il marchio conserva notorietà globale, ma la sua valutazione riflette ancora dubbi sulla velocità della ripresa. Come già analizzato da QuiFinanza parlando del possibile cambio di rotta del lusso con il ritorno della domanda cinese, la normalizzazione del settore non procede allo stesso ritmo per tutte le maison.
La strategia di Mike Ashley nel lusso
Frasers non è più soltanto il gruppo di Sports Direct. Controlla Flannels e numerosi marchi premium, ha acquistato Harvey Nichols e ha dichiarato di voler ampliare le proprie attività nel lusso europeo.
Nell’ultimo esercizio i ricavi del gruppo sono cresciuti dell’8,7% a 5,33 miliardi di sterline. La divisione premium ha migliorato il margine lordo e Flannels è tornata alla crescita. Burberry potrebbe offrire a Frasers qualcosa che la distribuzione, da sola, non possiede: un marchio globale con produzione creativa, proprietà intellettuale e rapporto diretto con il cliente.
I tre scenari possibili
Scenario
Che cosa comporterebbe
Investimento finanziario
Frasers incassa i premi e mantiene un’esposizione al recupero di Burberry
Partecipazione strategica
L’esercizio delle put porta alla consegna di azioni e a un ingresso effettivo nel capitale
Operazione più ampia
La quota diventa la base per accordi commerciali o ulteriori mosse societarie
Il terzo scenario è quello più suggestivo. Burberry non ha commentato l’operazione e Frasers non ha annunciato un’offerta.
Mike Ashley non ha comprato apertamente il 7,42% di Burberry, ma ha accettato un’esposizione che potrebbe trasformarlo in un azionista importante. È una scommessa finanziaria costruita per gradi, con scadenze diverse e senza scoprire subito tutte le carte. Nel lusso europeo, dove marchi prestigiosi e valutazioni depresse stanno attirando nuovi capitali, anche il modo in cui si entra nel capitale può anticipare ciò che verrà dopo.
Per molti automobilisti europei, fino a pochi anni fa, un’auto cinese era, soprattutto, un’alternativa economica a un modello occidentale. Il prezzo veniva prima del marchio, mentre design, tecnologia e qualità percepita rimanevano associati all’industria europea, giapponese o americana.
Il Salone dell’auto di Parigi 2026, aperto dal 12 al 18 ottobre, racconta che quella rappresentazione non basta più. Circa 20 marchi automobilistici cinesi hanno raggiunto la capitale francese, il doppio rispetto all’edizione del 2024 e quasi il 40% delle case partecipanti. Accanto a BYD, Geely, Chery e Leapmotor compaiono nomi ancora poco familiari al pubblico europeo, come Aito, Denza, Li Auto, Zeekr, Omoda e Jaecoo.
Non sono arrivati soltanto per vendere automobili meno costose. Presentano abitacoli digitali, batterie con tempi di ricarica ridotti, sistemi di assistenza alla guida e modelli progettati per fasce di clientela differenti. Parigi mostra, quindi, un passaggio industriale più profondo: la Cina non esporta più semplicemente prodotti, ma tecnologia, design e un nuovo metodo di costruire l’automobile.
Il Salone di Parigi mostra il nuovo peso della Cina
La presenza cinese non è soltanto scenografica. Secondo Schmidt Automotive Research, nel secondo trimestre del 2026 i marchi cinesi hanno raggiunto il 10,7% del mercato automobilistico europeo, quasi il doppio rispetto al 5,7% registrato un anno prima.
Il confronto storico aiuta a comprendere la velocità del cambiamento. I costruttori giapponesi impiegarono decenni per trasformarsi da concorrenti economici a marchi riconosciuti per affidabilità, qualità e tecnologia. Le aziende cinesi stanno cercando di compiere lo stesso percorso in pochi anni, sfruttando un mercato interno enorme e una filiera concentrata nello stesso Paese.
Vecchia percezione
Nuova realtà mostrata a Parigi
Auto economiche e poco riconoscibili
Gamma estesa dal modello urbano al segmento premium
Copia del design occidentale
Linguaggi stilistici propri e centri di progettazione internazionali
Tecnologia acquistata all’estero
Batterie, software e piattaforme sviluppati internamente
Produzione destinata alla Cina
Strategia commerciale e industriale globale
Prezzo come unico vantaggio
Prezzo, dotazioni, connettività e velocità di sviluppo
Il Salone dell’auto di Parigi 2026 riunisce fino a 60 novità tra modelli e concept. L’impressione è che le case automobilistiche cinesi non siano più ospiti esotici in cerca di visibilità: occupano uno spazio che una parte dell’industria occidentale non riesce più a presidiare con la stessa intensità.
Il vantaggio non è soltanto il costo del lavoro
Spiegare la crescita cinese con salari più bassi sarebbe rassicurante, ma incompleto. Il vantaggio si è formato lungo l’intera catena del valore: raffinazione dei materiali, celle, batterie, elettronica di potenza, software, assemblaggio e logistica.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 in Europa sono state vendute circa 940mila auto elettriche prodotte in Cina, quasi il 50% in più rispetto al 2024. Nel frattempo, la concorrenza interna cinese ha obbligato i produttori ad aggiornare continuamente prodotti e listini.
È qui che si trova uno dei vantaggi meno visibili. Un costruttore tradizionale può impiegare quattro o cinque anni per sviluppare una nuova automobile. Alcuni gruppi cinesi lavorano con cicli molto più brevi, trattando l’auto quasi come un dispositivo elettronico: la piattaforma viene aggiornata, il software modificato a distanza e l’interfaccia ripensata seguendo rapidamente le reazioni degli utenti.
Questa accelerazione presenta anche rischi. Non tutti i marchi sopravvivranno alla guerra dei prezzi e non tutte le innovazioni avranno la stessa affidabilità nel tempo. Per il cliente europeo diventano essenziali assistenza, disponibilità dei ricambi, valore residuo e continuità del costruttore. Una vettura ricca di tecnologia non è automaticamente un buon acquisto se il marchio non dispone di una rete solida.
Dalla batteria all’abitacolo, la tecnologia diventa visibile
Per anni la principale forza cinese è rimasta nascosta sotto il pianale: la batteria. Oggi la tecnologia è diventata parte dell’esperienza quotidiana del guidatore.
Le proposte dei marchi cinesi si concentrano su cinque elementi:
Tecnologia
Vantaggio promesso
Domanda da porsi
Ricarica ad alta potenza
Soste più brevi durante i viaggi
La rete europea supporta davvero quelle velocità?
Software aggiornabile
Nuove funzioni senza interventi in officina
Per quanto tempo saranno garantiti gli aggiornamenti?
Assistenza alla guida
Maggiore sicurezza e comfort
Il sistema è omologato e adatto alle strade europee?
Abitacolo digitale
Servizi connessi e interfacce evolute
Come vengono raccolti e utilizzati i dati?
Batterie integrate nella struttura
Più spazio e maggiore efficienza
Quanto costa una riparazione dopo un incidente?
Al Salone di Pechino erano già emerse batterie capaci, secondo i produttori, di avvicinarsi alla carica completa in meno di dieci minuti.
La novità, però, è culturale. Il tempo di ricarica, la qualità del software e l’integrazione con lo smartphone stanno assumendo nell’acquisto dell’auto un peso simile a quello un tempo riservato a cilindrata, cambio e tenuta di strada.
Il design cinese non vuole più sembrare europeo
Anche il linguaggio estetico è cambiato. Le prime esportazioni cercavano spesso di rassicurare il pubblico riprendendo forme già note. Oggi molti gruppi cinesi lavorano con squadre internazionali e centri di progettazione distribuiti tra Asia ed Europa, ma cercano un’identità riconoscibile.
La tecnologia non viene più nascosta. Grandi superfici luminose, abitacoli essenziali, schermi integrati e funzioni digitali diventano parte dell’immagine della vettura. Alcuni marchi puntano sul minimalismo, altri su interni spettacolari e un’idea di lusso fondata più sull’esperienza tecnologica che sulla tradizione meccanica.
È un passaggio importante perché il design trasforma una capacità produttiva in un marchio desiderabile. L’Europa conserva un vantaggio enorme nella storia dei brand, nell’ingegneria, nella guida e nella capacità di attribuire valore emotivo a un’automobile. La Cina, però, sta imparando a vendere non soltanto ciò che un veicolo fa, ma ciò che rappresenta.
I dazi non hanno fermato l’espansione
Dal 2024 l’Unione europea applica dazi compensativi sulle auto elettriche costruite in Cina. La Commissione europea ha fissato aliquote aggiuntive differenti: il 17% per BYD, il 18,8% per Geely e il 35,3% per SAIC, oltre al normale dazio del 10%.
La misura non ha prodotto una ritirata. I produttori hanno reagito in tre modi:
aumentando l’offerta di auto ibride, inizialmente escluse dai dazi sulle elettriche
cercando fabbriche e partner produttivi in Europa
spostandosi verso modelli più ricchi, capaci di assorbire meglio il costo doganale.
Nei primi sei mesi del 2026 i marchi cinesi hanno raggiunto il 14% del mercato europeo delle ibride e il 25% delle plug-in, partendo in entrambi i casi dal 2% del 2024. L’accordo tra Bruxelles e Pechino per limitare i flussi di ibride cinesi potrà rallentare le importazioni, ma potrebbe accelerare la produzione locale. Anche QuiFinanza ha approfondito l’intesa tra Unione europea e Cina sulle auto ibride.
La frontiera della competizione, dunque, si sta spostando: non più “auto cinesi contro auto europee”, ma capitale e tecnologia cinesi prodotti dentro l’Europa.
Quando un’auto cinese diventa europea
BYD ha avviato la produzione in Ungheria e studia altri stabilimenti. Chery, Geely, Dongfeng e Leapmotor stanno seguendo percorsi differenti attraverso acquisizioni, accordi o utilizzo di impianti esistenti.
Il caso più vicino all’Italia riguarda Stellantise Leapmotor. Il gruppo europeo utilizza tecnologia e piattaforme del partner cinese per ridurre i tempi di sviluppo, mentre produzione e attività tecniche possono essere localizzate negli stabilimenti europei. La nuova piattaforma destinata alle piccole elettriche dovrebbe coinvolgere Pomigliano e il polo di Mirafiori.
Non è soltanto un’operazione difensiva. Significa che un costruttore europeo considera ormai la tecnologia cinese uno strumento per tornare competitivo nel segmento più difficile: quello delle auto elettriche accessibili. Il progetto si collega al piano Stellantis per una nuova e-car economica prodotta a Pomigliano.
Per l’Italia questa trasformazione apre una domanda delicata: assemblare auto progettate su tecnologia estera è sufficiente a proteggere occupazione e competenze? La risposta dipenderà da quanta ricerca, componentistica, software e proprietà intellettuale resteranno nel Paese.
La sfida europea è decidere che cosa difendere
L’Europa non può competere soltanto alzando barriere, ma neppure ignorare sussidi, sovraccapacità e dipendenza tecnologica. Nel frattempo, le immatricolazioni mostrano che la transizione continua: secondo Acea, nei primi otto mesi del 2026 le elettriche hanno raggiunto il 21,7% del mercato Ue, mentre le ibride sono salite al 36,6%. Benzina e diesel, insieme, sono scese al 29%.
Parigi non decreta automaticamente la vittoria dell’industria cinese. Molti marchi dovranno conquistare fiducia, creare reti commerciali e dimostrare che le loro auto conservano valore nel tempo, ma il Salone certifica la fine di un’illusione europea: quella di poter conservare indefinitamente il monopolio del progetto, lasciando alla Cina il ruolo di fabbrica.
La vera partita non è stabilire chi costruisce l’auto meno cara. È decidere chi definirà l’auto dei prossimi dieci anni, chi ne controllerà il software e la batteria e dove resteranno competenze, occupazione e valore industriale. La Cina si presenta a Parigi per dimostrare di avere già una risposta. Ora tocca all’Europa costruire la propria.
INWIT potrebbe lasciare Piazza Affari undici anni dopo la quotazione. Ardian e Oak Holdings 1, i due maggiori azionisti della società italiana delle torri per telecomunicazioni, starebbero cercando presso le banche i finanziamenti necessari per acquistare le azioni detenute dagli investitori di minoranza.
L’obiettivo allo studio sarebbe un “take private”: acquisire le quote residue e arrivare al possibile delisting, ossia al ritiro del titolo dalla Borsa. Potrebbe partecipare all’operazione anche Mubadala, fondo sovrano di Abu Dhabi.
Al momento, però, non esistono un’offerta formalizzata, un prezzo né una decisione definitiva. INWIT ha dichiarato di non avere informazioni sull’operazione, mentre Ardian, KKR, Vodafone, Global Infrastructure Partners e Mubadala non hanno commentato. Il progetto è credibile e avrebbe già raggiunto la fase della ricerca dei finanziamenti, ma resta un’ipotesi.
Chi controlla INWIT e quanto manca per il delisting
Ardian controlla circa il 32% di INWIT, mentre Oak Holdings ne possiede approssimativamente il 39%. Nel secondo figurano Global Infrastructure Partners, entrata nell’orbita BlackRock, Vodafone e KKR. Insieme, i due azionisti arrivano, quindi, intorno al 71% del capitale.
Elemento
Situazione attuale
Perché conta
Quota di Ardian
Circa 32%
È il primo promotore potenziale dell’operazione
Quota di Oak Holdings
Circa 39%
Riunisce GIP, Vodafone e KKR
Partecipazione complessiva
Circa 71%
Resta da acquistare una quota rilevante del capitale
Valore di mercato
Circa 6,3 miliardi di euro
Determina la dimensione finanziaria dell’operazione
Andamento in un anno
Circa -27%
Il ribasso può aver reso più conveniente l’acquisto
Possibile nuovo investitore
Mubadala
Potrebbe fornire capitale aggiuntivo
Il controllo del 71% non determina automaticamente l’uscita dalla Borsa. Modalità, soglie e obblighi dipenderanno dalla struttura dell’operazione e dall’eventuale azione congiunta dei soci. Per acquistare le quote residue potrebbe essere necessaria un’Opa.
Cosa succede alle azioni INWIT in caso di Opa
Il primo effetto di un’offerta è generalmente il confronto tra il prezzo proposto e la quotazione precedente all’annuncio. Se l’offerente vuole convincere gli azionisti a vendere, tende a riconoscere un premio. Non è, comunque, possibile stimarne oggi l’entità: il prezzo dovrebbe riflettere valore dell’azienda, debito, prospettive industriali e rischi contrattuali.
Chi possiede azioni non sarebbe chiamato a decidere immediatamente. Dopo l’eventuale pubblicazione dell’offerta arriverebbero il documento con condizioni e obiettivi, il calendario delle adesioni e le valutazioni previste dalla disciplina di mercato.
Possibile sviluppo
Conseguenza per l’azionista
Nessuna offerta formalizzata
Le azioni continuano a essere negoziate normalmente
Opa senza delisting
Si può aderire o mantenere il titolo, valutando condizioni e liquidità
Superamento del 90%
Può sorgere l’obbligo di acquistare le azioni residue se non viene ripristinato un flottante sufficiente
Raggiungimento di almeno il 95%
Possono attivarsi le procedure di acquisto delle residue partecipazioni
Delisting
Il titolo smette di essere negoziato sul mercato regolamentato
Rifiutare inizialmente un’offerta non significa necessariamente poter restare azionisti senza limiti di tempo. Se vengono raggiunte determinate soglie, entrano in gioco il diritto degli investitori residui a vendere e, al 95%, il possibile “squeeze-out”, cioè il diritto dell’offerente di acquistare le azioni rimaste.
Il vero rischio per chi non aderisce, quando non scattano immediatamente queste procedure, è ritrovarsi con un titolo molto meno liquido. Diventa più difficile trovare un compratore e il prezzo può risultare maggiormente volatile.
Perché comprare INWIT dopo il calo in Borsa
Il ribasso non rappresenta necessariamente un giudizio negativo sul valore delle infrastrutture. INWIT gestisce circa 26mila torri, più di 850 coperture indoor e oltre 12mila unità tra ripetitori e piccole celle. È un’attività che genera ricavi attraverso contratti di lungo periodo e infrastrutture difficili da replicare.
Il prezzo è, però, sceso a causa di un problema concreto. TIM e Fastweb, i due principali clienti, hanno avviato procedure per interrompere o rinegoziare gli accordi di utilizzo delle torri. INWIT considera validi i contratti fino al 2038 e ha contestato le disdette.
La società ha, inoltre, chiuso il primo semestre con un indebitamento finanziario netto di circa 5,45 miliardi di euro e una leva pari a 5,7 volte l’Ebitda. I risultati ufficiali di INWIT al 30 giugno 2026 indicano un’attività in linea con la guidance, ma anche un rallentamento e una maggiore conflittualità con i clienti principali.
Il prezzo dell’offerta sarà il dato decisivo
Il possibile delisting può essere letto in due modi. Per i fondi, il calo della valutazione rappresenta l’occasione di controllare interamente un’infrastruttura strategica senza dover rispondere ogni trimestre alle aspettative del mercato. Per gli azionisti di minoranza, invece, tutto dipenderà dal prezzo riconosciuto.
Un premio elevato rispetto alle quotazioni precedenti renderebbe l’uscita più interessante. Un’offerta costruita sui valori depressi dal contenzioso potrebbe, invece, aprire una discussione sulla corretta valutazione della società.
Prima di assumere decisioni non basta, quindi, osservare il rialzo o il ribasso immediato del titolo. Bisognerà verificare l’esistenza dell’offerta, il corrispettivo, le condizioni di efficacia, le soglie richieste e l’esito della vertenza con TIM e Fastweb.
Per ora il mercato dispone di un progetto allo studio, non di un’Opa, ma la ricerca dei finanziamenti segna un passaggio importante: l’ipotesi di togliere INWIT dalla Borsa non riguarda più soltanto indiscrezioni generiche. Comincia ad avere soci, capitali potenziali e una possibile architettura finanziaria.