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Si scatenerà l’inferno

By: A A
3 October 2026 at 22:05

Periodo di massimo rischio: dal 30 settembre al 3 novembre. L’Asia occidentale sta per andare a fuoco.

Segue nostro Telegram.

Il sociopatico presidente degli Stati Uniti ha completamente ignorato la soluzione cinese per porre fine alla crisi con l’Iran, presentata di persona alla Casa Bianca dal presidente Xi Jinping lo scorso giovedì.

In sostanza, Xi ha detto a Trump che la via d’uscita è proprio davanti a lui: tornare al gatto morto ucciso a ripetizione, il memorandum d’intesa (MoU), firmato e poi fatto saltare in aria da Trump. La Cina, ha affermato Xi, è pronta a sostenere pienamente questo ritorno alla diplomazia.

Come prevedibile, il sociopatico ha respinto non solo l’offerta di Xi, ma anche la proposta iraniana di sette giorni, passo dopo passo, per un ritorno ai negoziati, presentata dal ministro degli Esteri Araghchi a New York.

In realtà, questa combinazione dovrebbe essere vista come la proposta Cina-Iran: un insieme di termini definitivi, perfezionati da Araghchi e Wang Yi in due incontri successivi, al BRICS di Nuova Delhi e poi a Pechino.

Trump non solo ha respinto l’offerta di pace, ma si è anche vantato – tra le risate generali del mondo – del “controllo totale” degli Stati Uniti sullo “Stretto di Trump”.

Il gesto di Trump ha profondamente irritato sia Wang Yi che il presidente Xi. Nella cultura asiatica, questo si traduce nella peggiore forma di umiliazione: il rifiuto di una raccomandazione formulata ufficialmente dai più alti livelli di governo.

Aspettatevi quindi una reazione cinese feroce come un filo di seta imbevuto di veleno. Pechino sosterrà Teheran con ancora maggiore veemenza, in più di un modo.

Dal canto suo, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha risposto rafforzando ulteriormente i controlli sullo Stretto di Hormuz. Nel giro di 48 ore, l’Iran ha incendiato non meno di 19 petroliere che tentavano di attraversare lo stretto senza seguire le procedure della Marina delle Guardie Rivoluzionarie/PGSA, comprese le relative tariffe.

Ciò ha generato una battuta virale in tutto il Medio Oriente: qualcuno dica a Trump chi è il vero capo nello Stretto.

Teheran ha giocato le sue carte diplomatiche a New York con estrema finezza. Non solo ha costretto il neo-Crasso/neo-Caligola/Dito d’Oro a respingere pubblicamente un’offerta di pace, ma lo ha anche indotto a preannunciare un nuovo attacco terroristico simile a quello contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato; ora è impresso nella mente di tutto il pianeta che a questo sociopatico non importa nulla della valanga di crisi economiche, energetiche e alimentari globali che si sta abbattendo su di loro. In realtà, è lui il responsabile.

A tutto ciò si aggiunge la performance impeccabile del Presidente Pezeshkian, non solo sul podio delle Nazioni Unite, ma anche nell’incontro con i vertici dei think tank statunitensi e i direttori dei principali quotidiani in un hotel di New York. Pezeshkian ha vinto la guerra mediatica proprio nel covo del nemico: un’impresa memorabile.

Trump chiude la porta che Teheran ha aperto, ma il tempo continua a scorrere.

Il blocco di Hormuz sta cedendo a ritmo incalzante. Gran parte del petrolio transita attraverso petroliere saudite e irachene, con tonnellate di petro-yuan che cambiano di mano. Il contrabbando è dilagante persino nel corridoio omanita, teoricamente controllato dagli Stati Uniti, con petrolio iraniano che finisce sia su petroliere clandestine degli sceicchi petroliferi che su petroliere ufficiali.

In fatto di contrabbando e strategie di sopravvivenza, dopo 47 anni di sanzioni, nessuno batte i persiani. È proprio questo che mantiene fedeli i clienti del settore energetico, come Cina, Sud-est asiatico e persino Corea del Sud.

Questo mercoledì scade il termine di 45 giorni fissato da Teheran il 16 agosto per la fine del blocco navale di Trump. Altrimenti… Il 30 settembre è anche la data limite fissata dagli iracheni per il ritiro definitivo degli Stati Uniti dall’Iraq.

E tutto ciò coincide con la recente scadenza di 4-5 giorni fissata da Mohsen Rezaee, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (SNSC) e numero due di fatto in Iran, entro la quale gli Stati Uniti dovrebbero porre fine al blocco. Tale scadenza cade lunedì, ovvero oggi.

In sintesi: mentre Washington chiudeva la porta aperta da Teheran, il tempo a disposizione di Teheran continuava a scorrere. Il nostro canale Transition Protocol ha confermato che i vertici politici e del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche hanno già deciso il da farsi.

Manterranno la posizione fino a mercoledì. E se non si troverà una via d’uscita alle condizioni che il presidente Xi ha presentato a Trump nello Studio Ovale, Teheran è pronta a intraprendere 5 passi cruciali:

  1. Estendere il campo di battaglia oltre Hormuz fino all’Oceano Indiano. 2. Riservarsi il diritto di colpire qualsiasi nave da guerra americana che imponga il blocco. 3. Collaborare con Ansarallah per estendere il blocco fino a Bab al-Mandab. 4. Agire preventivamente contro qualsiasi rafforzamento militare ritenuto minaccioso. 5. Limitare l’aviazione di qualsiasi nazione che aderisca al blocco aereo.

Senza remore. Letteralmente.

Quindi, al momento abbiamo un inquietante avvertimento sull’Oceano Indiano; una minaccia confermata a tutti i centri di dispiegamento statunitensi in caso di attacco da parte di Washington; e una dichiarazione di dottrina di guerra preventiva.

Ciò che ancora non abbiamo è un ordine di colpire direttamente le navi statunitensi.

Sul fronte aeronautico, l’Iran punterà sulla reciprocità, non sui missili.

La posizione della leadership iraniana in merito alle sanzioni secondarie statunitensi contro praticamente qualsiasi aeroporto del mondo che accolga voli iraniani è piuttosto chiara:

“Se i nostri aerei non riescono a decollare, neanche i vostri riusciranno a farlo.”

Questa affermazione è stata fatta dal consigliere della Guida Suprema Mohammad Mokhber. Sabato, Mohsen Rezaee ha dichiarato che l’Iran non risponderà militarmente al divieto; sta negoziando con gli Stati interessati; e dispone di “molteplici opzioni non militari” per alcuni aeroporti.

A parte le grandi potenze Cina e Russia, diversi stati – tra cui Turchia, Malesia, Vietnam, Uzbekistan, Tagikistan e Kazakistan – stanno completamente ignorando l’assedio aereo imperiale alla Persia.

Poi c’è il caso straordinario dell’Iraq.

La Resistenza irachena ha inizialmente annunciato l’intenzione di colpire gli aeroporti del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Successivamente, diversi religiosi di alto rango a Najaf e Karbala hanno protestato in modo coordinato, minando la legittimità del governo fantoccio di Baghdad.

Enormi proteste hanno travolto anche Bassora, la capitale irachena ricca di petrolio, con tribù beduine sciite armate fino ai denti (le ricordo con affetto, dai primi anni 2000). Uno dei loro sceicchi ha dato a Baghdad 48 ore di tempo per ritirare la sua complicità con l’assedio statunitense all’Iran. Quindi, alla fine, potrebbe esserci un’esenzione per i voli tra l’Iran e Najaf, fondamentalmente per il trasporto di pellegrini.

L’orologio dell’Iran e l’orologio degli Stati Uniti: la finestra del rischio supremo

Ora passiamo al fronte del Mar Rosso.

Quella misera “coalizione dei volenterosi” – i capi di stato maggiore di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, riuniti a Riyadh venerdì scorso come membri della Mecca Defense Alliance – è passata dal bla bla bla a un possibile tentativo di accordi operativi, pur non annunciando attacchi congiunti contro lo Yemen.

Ansarallah non è certo terrorizzata. Hanno lanciato droni verso Riyadh e missili verso Khamis Mushait, definendo le loro operazioni una “prova generale” per un’escalation su vasta scala.

Aspettate solo la tempesta yemenita in arrivo.

Lo Yemen è in preda alla rabbia dopo che i sauditi hanno bombardato un mercato affollato a Taiz, uccidendo e ferendo almeno 50 persone, tra cui donne e bambini, secondo un bilancio preliminare. Questo deve aver avuto un contributo diretto da parte dell’intelligence e dei servizi di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) del CENTCOM e del culto della morte.

Secondo fonti yemenite a Sana’a, Ansarallah potrebbe essere sul punto di imporre un embargo aereo all’Arabia Saudita. Riyadh sta già precipitando in una situazione critica, con Google e i satelliti occidentali costretti a censurare le prove della distruzione di infrastrutture e siti petroliferi a Riyadh, Jizan, Abha e Najran.

Pertanto, rimane alta la probabilità di azioni significative da parte dell’Iran e/o di Ansarallah contro le risorse navali statunitensi, le rotte marittime più ampie o la tangenziale saudita verso Yanbu, fino alla fine di questa settimana.

Tuttavia, l’esito più probabile rimane una situazione di stallo estremamente militarizzata in cui Teheran, il 30 settembre, si limiterà a lanciare segnali anziché colpire.

Fatto accertato: il periodo compreso tra l’orologio iraniano e quello di Washington – dal 30 settembre al 3 novembre – è ormai la Finestra di Massimo Rischio.

Veri poli della civiltà araba contro stupidi pastori di cammelli

E questo ci porta a una rivelazione chiave da parte di una fonte interna alla riunione di alto livello tra Cina, Pakistan e Iran. La fonte ha confermato che, dopo la visita di Xi negli Stati Uniti, Wang Yi e il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar hanno avuto una conversazione diretta e top secret.

Pechino ha rinunciato a Washington e ora sta giocando di nuovo le sue carte attraverso Islamabad, incaricando apertamente i più alti livelli di governo di contenere la crisi. Ai pakistani è stato affidato il compito di intervenire a nome di Pechino e Teheran sia con Trump che con Mohammed bin Salman prima che la situazione raggiunga un punto critico questa settimana.

Ciò che si deduce è che certamente il Pakistan – nessuno sa nulla della Turchia – non sosterrà l’Arabia Saudita nella sua presunta, massiccia offensiva pianificata contro lo Yemen.

Ciò è stato confermato da un’altra fonte autorevole a Islamabad; il governo pakistano ha certamente fatto i suoi calcoli: aiutare a salvare l’irrecuperabile Casa dei Saud seppellirà il ruolo del Pakistan come mediatore tra Iran e Stati Uniti, rendendolo morto come il gatto morto del Memorandum d’intesa di Islamabad.

Non basta mai ricordare che per secoli Baghdad, Damasco, Il Cairo e Sana’a hanno rappresentato i veri poli civilizzazionali degli arabi sufi cosmopoliti. Niente a che vedere con gli stupidi pastori di cammelli che compongono la ripugnante Casa dei Saud.

E questo si collega ai due imperativi categorici principali del gruppo Epstein.

Vogliono la distruzione della Persia – il genocidio nucleare annunciato sul podio dell’ONU dal sociopatico Presidente degli Stati Uniti. A questo dovrebbe aggiungersi la distruzione dell’Asse della Resistenza Araba – in Libano, Iraq e Yemen. E poi anche la distruzione degli stupidi sceicchi petroliferi del CCG, perché rimarrebbero troppo ricchi, influenti e potenzialmente imprevedibili anche dopo la fine dell’Asse della Resistenza.

Ecco che il leader del culto della morte in Medio Oriente vola “segretamente” su un aereo privato ad Abu Dhabi domenica per incontrare MbZ. Ha trascorso l’intera giornata negli Emirati. Non c’è stata alcuna fuga di notizie sull’incontro. Questo è accaduto subito dopo che il leader del culto della morte ha nuovamente demonizzato l’Iran all’ONU.

È ormai chiaro che Yemen e Persia formano un tutt’uno – i due fronti privilegiati del teatro di guerra in Medio Oriente. Prestate attenzione alle conseguenze di questo incontro “segreto” tra il culto della morte e i sionisti arabi. Il Medio Oriente sta per essere travolto dalle fiamme.

“Attentato” a Zelensky e guerra mediatica: il nodo degli asset russi congelati

By: A A
3 October 2026 at 10:30

L’obiettivo è, oggi come un anno fa, quello di creare una pressione mediatica e politica per la confisca dei 210 miliardi di assett russi da dare all’Ucraina. L’obiettivo è dunque, ancora una volta, preparare gli italiani alla guerra contro la Russia. 

Segue nostro Telegram.

Esattamente un anno fa, il primo settembre 2025, media e agenzie europee riportavano una notizia choc: attentato contro Ursula von der Leyen, hacker russi manomettono il gps del suo aereo a Plovdik, nel sud della Bulgaria. Piloti costretti ad atterrare avvalendosi di “mappe cartacee” e “metodi tradizionali”.

L’informazione, comunicata in conferenza dalla stessa portavoce della von der Leyen, venne smentita poco dopo da Flight Radar, il più importante sito di tracking aereo.

Valse a poco. La narrazione era stata avviata e nessuna smentita ufficiale riuscì a bloccarla. Ebbe inizio una stagione di avvistamenti mai confermati, verificati e dimostrati di “droni russi” nei pressi di aeroporti e basi militari di tutte le città europee.

Il bombardamento di tali notizie, con il richiamo continuo al “jamming contro l’aereo di Ursula von der Leyen” (questa la formula utilizzata dai media), contribuì a creare tra l’opinione pubblica europea un clima di paura e ostilità nei confronti della Russia, favorire un sentimento di empatia verso il punto di vista ucraino (le richieste del presidente Zelensky) e, in definitiva, rendere legittimo e accettabile il rischio derivante dalla confisca degli assett russi detenuti in UE (circa 210 miliardi di euro) per finanziare l’Ucraina.

La ferma opposizione del Belgio scongiurò tale decisione e il 19 dicembre il Consiglio europeo optò per un prestito da 90 miliardi da raccogliere emettendo debito europeo. Dopo ciò gli avvistamenti terminarono.

A un anno di distanza, si torna a parlare dei beni russi congelati. E si torna a parlare di “attentati russi”.

Con una lettera, 122 eurodeputati di diversi schieramenti hanno chiesto ai leader UE di riaprire i negoziati sull’uso dei beni russi congelati per sostenere l’Ucraina. Nonostante il sostegno economico e finanziario dei partner europei, Kiev ha un buco di 23 miliardi di euro nei finanziamenti per la difesa. I Paesi UE sono riluttanti a stanziare nuovi fondi dai propri bilanci nazionali.

Secondo quanto riporta Euronews, i firmatari sollecitano la Commissione europea a presentare una nuova proposta che superi le obiezioni sollevate dal Belgio e altri stati.

“La Russia deve sopportare le conseguenze finanziarie della sua guerra di aggressione”, si legge nel testo visionato dai giornalisti di Euronews.

La proposta è quella di trasferire i beni in un “nuovo strumento dell’UE che assumerebbe le obbligazioni giuridiche nei confronti della banca centrale russa. In questo modo si garantirebbe sostegno finanziario all’Ucraina mantenendo al tempo stesso la pressione economica su Mosca”.

La lettera è firmata da alcuni rappresentanti del Partito Popolare Europeo, di Renew Europe, dei Socialisti e Democratici, dei Verdi/ALE, dei Conservatori e Riformisti europei e del gruppo The Left, su iniziativa dei liberali Karin Karlsbro, Nathalie Loiseau e Petras Auštrevi?ius.

I destinatari sono: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il capo della diplomazia dell’UE Kaja Kallas, il commissario per l’Economia Valdis Dombrovskis, il presidente del Consiglio europeo António Costa e il primo ministro irlandese Micheál Martin, che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’UE.

La lettera è stata inviata mercoledì. Lo stesso giorno, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre ha accusato la Russia di aver attentato alla vita del presidente ucraino Zelensky.

“Il suo aereo è stato quasi colpito da un drone mentre stava per decollare dalla Moldavia. Questa è la realtà che si trova ad affrontare”, ha detto Støre, senza specificare la fonte dell’informazione né quanto vicino fosse arrivato il drone.

Questa versione è stata prontamente smentita dalla Moldavia, che non parla di attacco, ma di ritardo.

“Un drone russo, entrando nello spazio aereo moldavo, ha ritardato la partenza di un aereo che trasportava il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in Norvegia martedì, ha dichiarato un funzionario moldavo”, riporta la CNN.

L’aereo di Zelensky non era in volo, ma sulla pista dell’aeroporto di Chisinau. L’intrusione del drone ha causato un ritardo di oltre un’ora. Solo dopo il suo schianto, avvenuto a circa 160Km da Chisinau, le autorità aeroportuali hanno autorizzato il decollo.

La versione delle autorità moldave non è compatibile con l’allarme lanciato dal primo ministro norvegese. L’intrusione non ha messo a rischio neanche per un momento la vita di Zelensky, ne ha soltanto ritardato la partenza di poco più di un’ora. Gli stessi ucraini ridimensionano gli allarmismi sull’episodio.

Inoltre, l’ambasciatore moldavo negli USA Vladislav Kulminski, interrogato dalla CNN sulla possibilità che il drone avesse come obiettivo il presidente ucraino, ha risposto che è in corso un’indagine ed è “troppo presto per dirlo”.

Per il momento pare che la natura del sorvolo fosse di intelligence, non un attacco.

Ciò non ha impedito alla stampa di speculare sulla notizia, per provocare un impatto choc sull’opinione pubblica. Ad esempio Repubblica ha aperto la prima pagina con il titolo a caratteri cubitali:

“ATTENTATO A ZELENSKY”.”L’aereo del presidente ucraino partito dalla Moldova e diretto a Oslo obiettivo di un drone russo. “Se vince Mosca vi terrorizzerà tutti”.

La Stampa titola: “Drone sfiora il volo di Zelensky”. L’incipit è drammatico: “Volodymyr Zelensky ha rischiato di morire”.

Poco importa che l’aereo non fosse affatto in volo e che una fonte del governo di Kiev abbia definito “esagerato” il rischio di vita.

L’obiettivo è non è riportare i fatti, analizzarli, fare previsioni. È mettere in moto una narrazione, mirare alla pancia dell’opinione pubblica per diffondere panico e ostilità, alimentare l’idea che la Russia sia un pericolo per il resto dell’Europa e che i cavalli dei cosacchi – probabilmente – si abbevereranno alla fontana di Trevi se non rinunciamo a ciò che resta della sanità e della scuola pubblica, per mandare i nostri  Samp-T e Storm Shadow a Kiev.

L’obiettivo è, oggi come un anno fa, quello di creare una pressione mediatica e politica per la confisca dei 210 miliardi di assett russi da dare all’Ucraina. L’obiettivo è dunque, ancora una volta, preparare gli italiani alla guerra contro la Russia.

Articolo originale  lantidiplomatico.it

Storia dell’Iraq – Parte I: l’Iraq prima e dopo l’Islam

By: A A
2 October 2026 at 23:07

Alla luce del recente rituro delle forze statunitensi dal Paese (esito anche della sciagurata aggressione all’Iran) si rende necessario ripercorrere storia e geopolitica dell’Iraq per meglio comprendere quelle che saranno le future direttrici di quello che per demografia, posizione e ricchezza (in termini di risorse naturali) si presenta come un sicuro protagonista nel futuro della regione.

Segue nostro Telegram.

Per comprendere la storia dell’Iraq sul piano della teoria geopolitica si rende necessario valutarne sia la posizione assoluta (ovvero, la collocazione geografico-spaziale) sia la posizione relativa (la collocazione geopolitica). La seconda, a differenza della prima, può variare in relazione a precise circostanze; è determinata dal rapporto con i vicini; e può donare o far perdere importanza ad un luogo nel corso del tempo (ad esempio, l’Italia che durante la Guerra Fredda, era “favorita” dalla sua condizione di Paese confinante con il “blocco socialista”, mentre oggi non gode più di tale “status”). La posizione assoluta dell’Iraq è quella di Paese inevitabilmente legato alla presenza di due corsi d’acqua (il Tigri e l’Eufrate) che assumono valore non solo in termini di idrografia ma anche come “immaginario geografico” (termine con il quale la “geopolitica accademica” cerca di descrivere la cosiddetta geografia sacra). La posizione relativa, a sua volta, è quella di confine tra due mondi, due spazi e civiltà all’apparenza differenti: il mondo nomadico del deserto arabico (con la sua religiosità “cruda”) e quello parzialmente sedentarizzato dell’Altopiano iranico con la sua cultura millenaria ed una innata tendenza all’afflato mistico. Allo stesso tempo, la sua storia è segnata dal rapporto conflittuale con il vicino siriano che risale sin dai tempi dei primi califfi dell’Islam.

I fiumi Tigri ed Eufrate hanno storicamente rappresentato una forte base di unità sociale per il popolo iracheno. La sua ricchezza idrica e la sua particolare posizione (al centro del quadrante geopolitico del Vicino Oriente) hanno attirato nel corso dei secoli una ragguardevole serie di invasioni e/o migrazioni che ne hanno costantemente sovvertito l’equilibrio.

All’inizio del VII secolo d. C., prima che l’Islam modificasse in modo definitivo il panorama culturale e religioso della regione mesopotamica, i territori che oggi corrispondono all’Iraq erano abitati in larga parte da comunità cristiane nestoriane (parlanti diversi dialetti aramaici), ebraiche e da diversi insediamenti greci e indiani. Lo zoroastrismo, invece, era limitato ai soldati ed agli amministratori persiani, i dahaqin (classe aristocratica composta in primo luogo di proprietari terrieri). I territori a ovest dell’Eufrate, a loro volta, erano abitati da tribù nomadi arabe. Per secoli il regno degli arabi Lakhmidi – che aveva la sua capitale nella città di Hira, sui margini del deserto arabico – aveva prosperato come regno autonomo, sebbene vassallo della Persia sasanide.

L’arrivo dell’Islam, sancito dalla sconfitta sasanide nella battaglia di Qadisiyya (636 d. C.), modificò solo in parte la geografia religiosa della regione. I nuovi conquistatori, chiusi all’interno di villaggi fortificati (gli amsar), in un primo momento non solo non cercarono di imporre la nuova religione (l’islamizzazione totale della regione richiederà diversi decenni), ma assunsero rapidamente molti aspetti culturali dei vinti sasanidi.

La rapida ed enorme espansione dell’Impero arabo-islamico comportò inevitabilmente diverse problematiche di gestione degli affari pubblici e militari, arrivate al culmine con la ribellione delle guarnigioni stanziate in Egitto e l’assassinio del terzo califfo Uthman nel 656. In questo contributo non vi è spazio per analizzare nel dettaglio ciascuna di esse. Tuttavia, è importante sottolineare il fatto che, nel momento della fitna (termine arabo che letteralmente significa “sedizione” ma che viene utilizzato per descrivere uno stato di vera e propria guerra civile), le basi dei belligeranti  erano rispettivamente situate in Iraq (Kufa e Bassora per i seguaci di Ali, cugino e genero del Profeta, nonché quarto califfo dell’Islam) ed in Siria (precisamente a Damasco, dove risiedeva Mu’awiya, governatore regionale e cugino di Uthman, con più di un’aspirazione al soglio califfale).

L’assassinio di Ali nel 661 e la definitiva affermazione della famiglia omayyade (della quale Mu’awiya era allora il principale esponente) diede inizio ad una nuova fase nella storia dell’Islam e sancì la momentanea vittoria della componente siriana su quella irachena. Di fatto, solo quarant’anni

dopo l’Egira (la migrazione del Profeta Muhammad dalla Mecca a Medina), il centro di potere dell’Impero arabo-islamico si era trasferito dalla città oasi al centro della Penisola Arabica all’Iraq prima ed all’assai ricca Damasco poi.

Sul piano prettamente geopolitico, dunque, la ribellione di Hussein (figlio di Ali) contro Yazid (il dispotico figlio di Mu’awiya), ed il martirio del primo insieme ai suoi uomini a Kerbala nel 680, può essere interpretata non solo come l’istante di manifestazione del più puro spirito dei partigiani di Ali (l’idea del sacrificio di sé in nome della giustizia), ma anche come un nuovo episodio dello scontro plurisecolare tra Siria e Iraq. Sempre i “siriani” omayyadi, per mano del califfo Abdul-Malik (685-705) inviarono in Iraq il “duro” governatore al-Hajjaj ibn Yusuf al preciso scopo di soffocare la nascente minaccia sciita. Questi ha un posto del tutto particolare all’interno della storia dell’Iraq, tanto che ancora oggi i giovani iracheni imparano a memoria parti di un suo celebre discorso rilasciato nella moschea di Kufa nel 694: “Il comandante dei fedeli [il califfo omayyade] ha vuotato la sua faretra e morso le sue frecce e ha trovato in me la più dura e più amara di tutte. Perciò mi ha mandato a voi. A lungo siete stati pronti alla sedizione; siete giaciuti nei covili dell’errore e avete fatto della trasgressione la vostra regola. Per Dio, io vi scorteccerò come si fa con gli alberi, vi legherò come una fascina di stecchi, vi batterò come cammelli randagi […] Per Dio, quello che prometto, mantengo; quello che propongo, realizzo; quello che misuro, taglio”.

Le dure riforme di al-Hajjaj ed il processo di arabizzazione forzata da lui portato avanti, paradossalmente, favorirono lo sviluppo di Kufa e Bassora come centri di studio della teologia e della giurisprudenza islamica aperti (per il tramite siriano) all’influenza dello gnosticismo cristiano e più in generale del mondo ellenico da una parte e persiano, dall’altra.

Come riporta lo studioso Thabit A. J. Abdullah, “con l’aumento delle conversioni all’Islam, la contraddizione insita fra l’appello universalistico islamico ed il dominio di una casta militare araba divenne insostenibile”. I primi califfati musulmani (e quelli omayyadi in particolare), di fatto, posero particolare enfasi sull’identità etnica araba del potere. In altri termini, si trattava di uno “Stato” retto da un’aristocrazia militare composta da guerrieri tribali arabi, legati tra loro dalla comune fedeltà al dettato coranico. Va da sé che il termine “Stato” in questo caso viene utilizzato nel senso che ad esso venne attribuito dal geopolitico tedesco Friedrich Ratzel: ovvero di “qualsiasi organizzazione politica” (clanica o tribale comprese), visto che, alla pari dello “Stato moderno”, anche queste nascono per difendere la comunità dai pericoli esterni e per assicurarne il sostentamento attraverso l’accentramento del potere. Solo gli epigoni/successori di Ratzel hanno limitato la geografia politica alla geografia dello Stato nel senso moderno del termine.

Ora, la suddetta prospettiva universalistica dell’Islam metteva in conto la possibilità della conversione. Questa, inizialmente, veniva attivamente scoraggiata anche per ragioni economiche, essendo i sudditi non musulmani costretti a pagare una tassa assai più onerosa rispetto ai musulmani. Nonostante ciò, i primi convertiti erano tenuti ad associarsi ad una particolare tribù come “clienti” (mawali), entrando di fatto nel sistema di protezione tribale proprio della Penisola arabica. Il problema sorse nel momento in cui le conversioni (soprattutto in Iraq e Persia, regioni estremamente popolose per il periodo) divennero un fenomeno di massa e l’espansione, sia verso Oriente che Occidente, conobbe una brusca interruzione, lasciando migliaia di soldati privi di occupazione per un lungo periodo.

Il malcontento nei confronti degli Omayyadi crebbe a dismisura fino ad arrivare all’aperta rivolta iniziata sotto la guida di alcuni membri della tribù dei Banu ‘l-Abbas che vantavano una diretta discendenza dalla famiglia del Profeta Muhammad per il tramite di un suo zio. Questi si appellarono sia al sentimento di giustizia dei partigiani di Ali (gli sciiti), sia alle rivendicazioni estremiste dei kharijiti (coloro che, a suo tempo, si opposero alla pace di compromesso tra Ali e Mu’awiyya) che a quelle di natura più propriamente economiche e di mera rappresentanza politica dei mawali.

La ribellione prese il via dalla regione del Khorasan, ma la battaglia decisiva ebbe luogo nell’Iraq settentrionale, nel 750, sulle sponde del Grande Zab, dove l’esercito lealista omayyade venne sbaragliato.

Non è errato affermare che l’ascesa della dinastia abbaside abbia rappresentato sia un evento rivoluzionario nella storia dell’Islam (con i mawali che vennero finalmente riconosciuti uguali agli arabi musulmani e, di conseguenza, divennero capaci di influenzare in modo determinante l’evoluzione di questa religione); sia una nuova vittoria dell’Iraq sulla Siria.

L’epoca abbaside viene tendenzialmente considerata come l’età dell’oro per l’Iraq, più ancora dell’Antica Babilonia. Nel 900, l’Iraq aveva già raggiunto una popolazione di oltre 20 milioni di abitanti (cifra indubbiamente ragguardevole per il periodo). La figura del califfo, allo stesso tempo, assunse una statura quasi divina, imperniato (com’era) dalla sontuosa tradizione imperiale persiana.

Una delle più grandi imprese degli Abbasidi fu sicuramente la costruzione di una nuova capitale imperiale: Baghdad (nome di probabile origine persiana che significa “dono di Dio”). Il sito della nuova città venne scelto personalmente dal califfo Ja’far al-Mansour, che vide nel confluire dei due fiumi (il Tigri e l’Eufrate) il luogo migliore per garantire alla capitale la necessaria centralità sia in termini di agevole accesso alle vie di comunicazione/commercio fluviali, sia in termini di fertile retroterra agricolo.

Sempre gli Abbasidi favorirono il mecenatismo, lo sviluppo delle arti e del sapere, ed almeno inizialmente il loro rapporto con la classe dei religiosi non fu conflittuale. In questo periodo, infatti, si formarono le quattro scuole giuridiche ortodosse dell’Islam sunnita e lo stesso potere imperiale assunse quella particolare caratteristica di commistione tra diritto e religione che ha portato molti a trovare delle similitudini evidenti tra la Roma dei cesari ed il califfato islamico.

I fondatori di tre di queste scuole, Abu Hanifa (699-767), Muhammad al-Shafi’i (767-820), Ahmad ibn Hanbal (780-855), vissero e insegnarono a Baghdad, nel frattempo trasformatasi in vero e proprio “centro del mondo”: “la più grande città, che non ha uguali né a Oriente né a Occidente”, secondo un’affermazione riportata nel celebre Tarikh al-Ya’qubi, opera storica del periodo che, ancora una volta, non tralascia aspetti propriamente collegati  alla geografia sacra.

Ibn Hanbal in particolare, fondatore della radicale scuola hanbalita, si scontrò apertamente con il potere centrale, quando i califfi abbasidi cercarono di imporre la corrente filosofico-teologica mutazilita (di ispirazione neoplatonica) come “religione di Stato” e, addirittura, crearono un sorta di vero e proprio tribunale dell’inquisizione (la minha) che avrebbe dovuto vigilare sulla corretta applicazione della dottrina. Le vicende che riguardano il processo di Ahmad ibn Hanbal vengono così raccontate dallo storico Tamim Ansary: “Hanbal fu trascinato alla corte imperiale e costretto a dibattere con un filosofo mutazilita di spicco sul tema del Corano creato o increato, un argomento che racchiudeva in sé tutta la questione del ruolo della ragione nella ricerca della morale. Il filosofo affrontò Hanbal con lo strumento della logica, ma quest’ultimo rispose con le parole delle Scritture. Il filosofo lo bloccò con i nodi dell’argomentazione, ma Ibn Hanbal si liberò invocando Allah […]. Quando Ibn Hanbal si rifiutò di rinnegare le proprie idee fu picchiato e gettato in prigione. Ma anche lì continuò a rimanere fedele ai propri principi: non avrebbe mai permesso alla ragione di scavalcare la Rivelazione. Allora le autorità aumentarono le pressioni nei suoi confronti, lo picchiarono nuovamente, lo incatenarono e lo tennero in prigione per anni. Ma Ibn Hanbal si rifiutò di rinunciare al suo punto di vista e gli abusi subiti non fecero altro che incrementare a dismisura il suo prestigio […]. Quando il vecchio e dolorante Ibn Hanbal uscì di galera, grandi folle lo accolsero e lo applaudirono. Nel vedere questo la corte imperiale divenne sempre più diffidente nei confronti della filosofia islamica e delle idee greche che l’avevano ispirata. Il califfo al-Mutawakkil ridimensionò il ruolo dei mutaziliti e ricoprì di onori Ibn Hanbal, un segno del prestigio calante dei mutaziliti e con esso dei filosofi”.

La sua vittoria nello scontro teologico sancì in qualche modo il primato degli ulema sulle questioni teologiche rispetto al potere politico ed alle disquisizioni filosofiche degli intellettuali (un esito che si rifletterà anche sulla successiva, quanto celebre, diatriba tra il filosofo Ibn Rushd o Averroè ed il religioso e mistico Muhammad al-Ghazali).

A cavallo tra il X e l’XI secolo, tuttavia, il potere centrale iniziò ad indebolirsi a causa dell’affermazione in diverse province dell’Impero di dinastie locali sempre più autonome ed indipendenti sul piano politico. Tanto che, intorno all’anno Mille, l’effettivo potere del califfo abbaside non superava i confini dell’attuale Iraq. Allo stesso tempo, si arrivò ad una decisiva separazione tra il potere politico-militare e quello religioso che portò la figura del califfo a divenire una carica meramente nominale.

In questo contesto, nel 945, il capo del clan persiano dei Buyidi si assicurò il titolo di amir al’-umara (emiro degli emiri) e fondò una potente dinastia militare che governò di fatto su Iran e Iraq per oltre un secolo, garantendo, tra le altre cose, una libertà religiosa che portò ad una notevole affermazione dello sciismo nella regione dopo secoli travagliati e carichi di persecuzioni per i partigiani di Ali. I Buyidi, in particolare, diedero forte impulso alle celebrazioni di festività tipicamente sciite come l’Ashura (dove si celebra il martirio dell’Imam Hussein) ed alla costruzione di santuari e mausolei come quelli di Ali a Najaf e quello di Hussein a Kerbala. Gli studiosi sciiti, inoltre, vennero generosamente incoraggiati e le scuole in cui si studiava l’operato dei dodici Imam (diretti discendenti di Muhammad e, di conseguenza, legittimi detentori del potere politico e religioso all’interno della umma islamica, secondo lo sciismo) si moltiplicarono rapidamente.

Paradossalmente questa prima affermazione (reale) dello sciismo non portò ad una accesa conflittualità con la componente sunnita della popolazione. Anzi, sunniti e sciiti iracheni fecero fronte comune contro il sempre più aggressivo controcaliffato fatimide (sciita ismailita) d’Egitto che si era assicurato il controllo sulla Siria, aprendo così un nuovo capitolo dell’eterna rivalità tra le due regioni de Levante. La presenza in Siria dei Fatimidi, di fatto, rappresentò per lungo tempo un antemurale all’influenza mediterranea sull’Iraq. Sotto i Buyidi prima, ed i Selgiuchidi poi (di etnia turca), l’Iraq si orientò in modo deciso verso la Persia e l’Oriente. Ed in questo periodo, fino almeno al XII secolo, l’Islam giuridico e formale (legato alle scuole ortodosse) perse la sua centralità in favore della diffusione delle correnti mistiche sufi, molte delle quali nate proprio in Iraq. Ad esempio, a Baghdad nacque la confraternita della qadiriyya (il cui nome deriva da Abdul-Qadir al-Gaylani, morto nel 1146) che avrà un ruolo di primo piano anche nell’islamizzazione del Caucaso. A Bassora, invece, mossero i primi passi i membri dell’ordine rifa’iyya (seguaci di Ahmad al-Rifa’i, divenuti celebri per pratiche pittoresche quali camminare sui carboni ardenti o ingoiare spade).

Una parziale riaffermazione dell’Islam “legale” si ebbe con gli sforzi della dinastia zangide e del celebre condottiero arabo-curdo Salah al-Din ibn Ayyub (che, a sua volta, diede vita alla dinastia ayyubide) che, dapprima riportò Gerusalemme sotto sovranità islamica e, successivamente, sconfisse il controcaliffato fatimide e riportò l’Egitto sotto l’autorità simbolica del califfo abbaside di Baghdad. Tuttavia, lo stesso Salah al-Din (Saladino) finì per rappresentare una minaccia al califfato, visto che in più di un’occasione strinse d’assedio Mosul nella speranza di aprirsi la strada verso Baghdad e riunificare il cuore dell’Islam sunnita sotto un’unica e completa autorità: la sua.

Al termine di una serie di lotte interne all’Impero creato da Gengis Khan, nel 1251 Mongke, nipote di Temujin, assunse il pieno comando delle forze mongole ed inviò suo fratello Hulagu a conquistare l’Asia occidentale. Questi, alla testa di un esercito di oltre 70.000 uomini, entrò in Iraq nel 1257 e l’anno dopo pose sotto assedio la capitale del califfato abbaside. Lo scontro che portò alla caduta della dinastia califfale ed al saccheggio di Baghdad è stato descritto in questi termini dallo storico Ibn al-Athir: “Il racconto comprende la storia di una terribile sciagura, che non ha precedenti nella storia e che ha colpito il mondo intero, anche se soprattutto quello musulmano […] Essi si scatenarono nella città come falchi affamati che attaccano uno stormo di colombe o come lupi rabbiosi che assaltano un gregge di pecore, correndo a briglia sciolta e con volti protervi, uccidendo e seminando terrore […] Il massacro fu così immane che il sangue degli uccisi scorreva in un fiume più grande del Nilo […] Essi spazzarono via i tesori degli harem di Baghdad […] e la luminosità del giorno si mutò in tenebra”.

Il prezzo pagato dalla popolazione civile di Baghdad, a prescindere da alcune evidenti esagerazioni, fu altissimo. Quella che soffrì di più fu la componente sunnita della popolazione. La comunità cristiana venne in parte risparmiata grazie all’intercessione della moglie (cristiana) di Hulagu, mentre quella ebraica ne uscì praticamente indenne. Gli sciiti, a loro volta, senza alcun fondamento, vennero accusati di aver favorito l’ingresso dei mongoli. In particolare, uno dei ministri dell’ultimo califfo abbaside, lo sciita Ibn al-‘Alqami, venne additato come responsabile della disfatta e come traditore in quanto aiutante della causa gengiskhanide.

In realtà, è cosa nota che Hulagu avesse consiglieri sia sunniti che sciiti ben prima dell’arrivo a Baghdad. Uno di essi, il celebre filosofo, fisico e teologo sciita Nasir al-Din Tusi, nell’opera autobiografica Sayr wa-Suluk, aveva già avuto modo di descrivere la distruzione della biblioteca di Alamut (dove risiedeva, sebbene piuttosto critico con gli abitanti ismailiti della città-fortezza), sempre da parte dei mongoli. Una volta presa Alamut, Hulagu, particolarmente interessato alle scienze naturali, risparmiò lo stesso Tusi che, dopo la caduta di Baghdad, assunse il ruolo di direttore degli affari religiosi per il Khan, favorendo (in modo decisivo secondo alcuni) la diffusione dello sciismo duodecimano tra la Persia e l’Iraq.

Nonostante ciò, i mongoli non risparmiarono affatto dalla profanazione e distruzione i santuari sciiti e molte eminenti figure sunnite irachene non tardarono a conferire la loro consacrazione alla nuove autorità di Hulagu in virtù del fatto che fosse preferibile un sovrano giusto, sebbene non musulmano, ad uno musulmano ingiusto (magari sciita).

Ad ogni modo, la caduta di Baghdad e del califfato abbaside ha segnato un punto di svolta nella storia dell’Islam e della regione. Da quel momento in poi, i principali pensatori sunniti, dall’hanbalita Ibn Taymiyya (nato poco dopo l’invasione mongola) al ben noto sociologo ante litteram Ibn Khaldun (1332-1406), concentrarono i loro sforzi sulla descrizione di ciò che sarebbe dovuto essere il “califfato ideale”. Ibn Taymiyya in particolare (da taluni considerato in modo anche fuorviante come il precursore dell’estremismo islamista del XX e XXI secolo) indicò nel ritorno alla purezza dell’Islam delle origini e nella denuncia decisa delle deviazioni (causa dello sfaldamento dell’unità islamica) la via per la restaurazione di un autentico califfato. Altre importanti conseguenze della conquista mongola prima e delle successive devastazioni delle confederazioni nomadi-tribali turche (i cosiddetti “montoni bianchi” ed i “montoni neri”) e degli eserciti timuridi furono l’accentuarsi della divisione tra l’Iraq e l’area mediterranea (Egitto e Siria soprattutto), l’affermazione definitiva dello sciismo, delle tendenze mistiche dell’Islam e di alcuni movimenti ad esse collegati.

Di particolare interesse, in questo senso, fu la diffusione intorno al XV secolo della confraternita della Naqshbandiyya (originaria dell’Asia centrale e diffusasi soprattutto tra la popolazione curda ed in parte tra quella arabo-sunnita dell’Iraq), e l’apparizione del movimento di ribellione musha’sha’.

Il fondatore di questo movimento, Muhammad ibn Falah, discendente diretto del Profeta profondamente influenzato dalla dottrina messianica sciita, rivendicò il possesso di una conoscenza mistico-esoterica; si arrogò il titolo di Mahdi (il Salvatore atteso che diffonderà la giustizia nel mondo) e quello appunto di al-Musha’sha’ (il Radioso). Il suo successore, invece, si spinse fino ad affermare di essere la reincarnazione spirituale di Ali.

A prescindere da questi aspetti, il movimento conobbe una certa fortuna sia grazie all’alleanza con alcune importanti confederazioni tribali della regione, sia perché le istanze religiose si mischiavano ad altre di carattere prettamente sociale (denuncia delle sofferenze dei poveri, dei rapporti feudali e della ricchezza dei proprietari terrieri); un qualcosa che da qui in poi contraddistinguerà sempre le periodiche rivolte di movimenti di ispirazione sciita in tutto l’arco del mondo islamico.

All’inizio del XVI la forza propulsiva del movimento musha’sha’, che portò lo stesso a spingersi dall’Iraq meridionale fino alla periferia di Baghdad, conobbe una brusca frenata. E lo “Stato” da esso creato venne gradualmente inserito all’interno di una nuova entità territoriale di ispirazione sciita: l’Impero safavide.

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