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Il Mezzogiorno in strada con le ultime gocce di carburante

By: A A
18 October 2026 at 10:30

Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.

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Una mappa che segue l’energia

A metà ottobre, per un camionista siciliano, tenere il mezzo fermo nel piazzale costa meno che metterlo in strada. Con il gasolio intorno ai 2,40 euro al litro sull’isola, il Comitato autotrasportatori siciliani stima fra 700 e 900 euro di perdita al giorno per ogni camion. Il coordinatore Salvatore Bella l’ha detto senza giri di parole: «Oggi lavorare in perdita con il gasolio a 2,40 al litro non è più possibile». Ne è nato il fermo che va dalla mezzanotte del 16 ottobre al 20, senza cortei: i tir restano nelle aziende, i semirimorchi non vengono ritirati dai porti. In Calabria Fedralog ha fermato i mezzi negli stessi giorni, mentre la sezione trasporti di Confindustria Catania ha deliberato all’unanimità uno stop fino al 22.

Il fermo arriva dopo settimane di mobilitazione. Il 1° ottobre agricoltori e autotrasportatori hanno bloccato lo svincolo di Pizzo sulla A2; il 12 i trattori hanno presidiato le portinerie del polo industriale tra Augusta e Melilli, rallentando il carico delle autobotti, per iniziativa degli stessi produttori e senza sigle sindacali alle spalle. In Puglia i blocchi hanno impedito l’accesso delle autocisterne alla raffineria Eni di Taranto, a ridosso dell’ex Ilva, i cui lavoratori sono in sciopero dal 12 ottobre. Gli olivicoltori sommano al caro carburante il calo del prezzo dell’olio. Il 22 toccherà ai pescatori: giornata di sciopero nazionale e cento pescherecci a chiudere simbolicamente lo Stretto di Messina.

La geografia dei presìdi dice qualcosa che i comunicati non dicono. Raffinerie, porti, svincoli autostradali, lo Stretto: chi protesta va a colpire i nodi da cui passa l’energia, come se sapesse bene dove nasce il problema. E c’è un paradosso evidente. Il Sud ospita Augusta, Priolo, Taranto, cioè una parte rilevante della capacità di raffinazione del Paese, ma i produttori che vivono a pochi chilometri da quegli impianti non riescono più a pagarne il prodotto.

La guerra arriva alla pompa

Queste proteste sono la coda italiana di una crisi aperta lontano. I rincari sono partiti con la guerra in Iran e con le difficoltà di approvvigionamento dal Golfo: già a fine marzo, nel Siracusano, il gasolio agricolo era salito da 0,88 a 1,45 euro al litro.  A settembre la media nazionale del gasolio superava i 2,16 euro, 35 centesimi più di febbraio; il 12 ottobre il self costava in media 2,252 euro. La crisi di Hormuz, che finora abbiamo letto soprattutto come stress test per le petromonarchie e per i flussi finanziari del Golfo, ha anche una trasmissione verso il basso. Lungo la catena, ogni anello scarica il costo su quello successivo, finché arriva a chi non ha nessuno a valle: il piccolo autotrasportatore che non può ritoccare le tariffe, l’agricoltore che vende a prezzi fissati dalla grande distribuzione.

Le isole pagano due volte. Al carburante si sommano i noli marittimi, appesantiti dalle nuove regole ambientali sul trasporto navale, e i ritardi del Sea Modal Shift, l’ex Marebonus che dovrebbe compensare il costo del passaggio via mare da e per la Sicilia e la cui prima annualità non è stata pagata entro giugno. Le risposte arrivate finora agiscono sul prezzo alla pompa (tagli temporanei delle accise, il tetto annunciato da Eni sulla propria rete dal 28 settembre) e quasi mai sulla struttura dei costi. Per un trattore che brucia 300 euro di gasolio a mattina, uno sconto di 15 centesimi non cambia i conti.

Letta con gli strumenti dell’analisi dei sistemi-mondo, la vicenda ha una forma riconoscibile: gli shock esterni attraversano il centro e si depositano sulla periferia, che ha meno margini per assorbirli. Il Mezzogiorno funziona da periferia interna dell’Europa. Importa energia a prezzi di mercato globale, esporta prodotti agricoli in competizione con importazioni soggette a standard diversi, dipende da una logistica strada-mare che nessun incentivo pagato in ritardo riesce a rendere sostenibile. Su questo si innestano fragilità di lungo periodo come il credito difficile, lo spopolamento e l’arretramento dei servizi, che l’autonomia differenziata rischia di accentuare.

La copertura nazionale ha registrato i blocchi come cronaca del traffico più che come fatto politico. È una scelta che pesa: una protesta trattata come disagio stradale non obbliga nessuno a rispondere sul merito. Eppure il merito è chiaro. Un Paese che importa gli effetti delle guerre altrui senza strumenti propri per governare il costo dell’energia finisce per trasferirli sui territori e sulle categorie più deboli.

Per le prossime settimane gli indicatori da seguire sono pochi e osservabili: un intervento specifico sul gasolio agricolo e da autotrazione, il pagamento del Sea Modal Shift, l’eventuale proroga dei fermi oltre il 20 e il 22, la saldatura con lo sciopero dei pescatori. In assenza di misure, gli stessi promotori siciliani hanno già prospettato di proseguire. Se accadrà, sarà difficile continuare a chiamarla una vertenza di categoria.

Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.

“Esistono entità che ci guidano. Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma ho avuto esperienze paranormali”: la confessione di Deva Cassel

18 October 2026 at 09:00

Tra atmosfere oniriche, sedute spiritiche e il palcoscenico dell’Opéra Garnier, Deva Cassel fa il suo debutto da protagonista sul grande schermo. Alla Festa del Cinema di Roma, l’attrice ventiduenne ha presentato L‘amore immortale (in uscita per 01 Distribution), una rilettura cinematografica del classico Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux. Un progetto che ha richiesto mesi di allenamento per calzare le scarpette da ballo, ma che l’ha attratta fin dal primo momento per la sua forte componente sovrannaturale. Un tema verso il quale Cassel confessa un’intima e inaspettata connessione.

Il legame con l’occulto e le forze invisibili

Interrogata sulla dialettica tra reale e soprannaturale che permea la pellicola, l’attrice non si sottrae e svela un lato personale legato all’invisibile. “Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma mi piace pensare che esistano entità e forze più grandi di noi, capaci di guidarci”, confessa Cassel. Una fascinazione che affonda le radici in episodi vissuti in prima persona: “Ho avuto esperienze quasi paranormali e, quando mi hanno proposto questo progetto, ero molto interessata a come Alexandre volesse mettere in scena questo aspetto”.

La regia di Alexandre Castagnetti asseconda questo mistero, ma ne ribalta le prospettive tradizionali. Il regista ha infatti scelto di narrare la vicenda interamente dal punto di vista della giovane protagonista, “trasformando il mito di Orfeo in mito di Euridice”, con l’obiettivo di “sottolineare la forza delle donne”, portando finalmente le eroine al centro della scena.

La danza come disciplina e libertà

Nel film, Cassel interpreta Anastasia Marescu, una ragazza che dalle montagne della Romania riesce ad accedere alla prestigiosa compagnia dell’Opéra di Parigi, ritrovandosi subito coinvolta nella messa in scena di un’opera maledetta, L’Orpheus di Ernest Dupré. Prima di affrontare il valzer per la serie Il Gattopardo, l’attrice non aveva mai studiato danza. Per calarsi nel ruolo di Anastasia, si è sottoposta a tre mesi di studio costante, affiancata dalla sua controfigura e dall’attrice Laïka Blanc-Francard.

“Serve molta disciplina. E costanza”, ammette ripensando alla preparazione. “È stato un lavoro da zero, ogni giorno più interessante. Mi ha aiutato a trovare una coscienza della fisicità che prima non avevo, una sincronizzazione tra il corpo e la mente. Il movimento ti regala libertà, Anastasia di prova in prova si lascia andare”. Una fisicità culminata nelle scene finali del balletto, girate dal vero all’interno dell’Opéra Garnier e rese complesse dalla presenza dell’acqua, elemento centrale legato al lago sotterraneo in cui si nasconde il fantasma.

La gestione della pressione e l’insegnamento dei genitori

Al centro del racconto gotico si snoda anche l’amore impossibile tra la ballerina e lo spettro pianista (interpretato da Julien de Saint-Jean). Un sentimento che per l’attrice muta forma con il tempo: “L’amore assoluto è qualcosa difficile da definire. Credo cambi con l’età. Per me è sinonimo di ascolto e pazienza, in modo incondizionato. Il vero regalo — me l’hanno insegnato i miei genitori — non è essere amato ma amare”.

E proprio dalla famiglia, Monica Bellucci e Vincent Cassel, ha ereditato gli strumenti per gestire il peso delle aspettative e l’invadenza della fama. “Certo, l’esposizione è molto forte, può essere invasiva”, riconosce. “Ma i miei mi hanno insegnato a trovare tempo e modo per isolarmi, credo tutti ne abbiamo bisogno. Mi hanno ripetuto più volte: prenditi i tuoi tempi, anche i silenzi. Non c’è sempre bisogno di spiegare tutto“.

Una barriera protettiva che le permette di affrontare i set cinematografici con lucidità e senza soccombere alle dinamiche di rivalità, diversamente da quanto accade alla sua Anastasia. L’ambiente del cinema, osserva, si è rivelato meno insidioso rispetto alle sue esperienze precedenti: “Il cinema lo è meno, anche rispetto alla moda dove ho iniziato e dove ho imparato molto. Io, semmai, la competizione la sento con me stessa: sei tu che devi metterti in gioco“. E il gioco, per Deva Cassel, continuerà presto con un nuovo ruolo da protagonista: sarà Maria di Nazareth nel film Zero A.D. diretto da Alejandro Monteverde.

L'articolo “Esistono entità che ci guidano. Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma ho avuto esperienze paranormali”: la confessione di Deva Cassel proviene da Il Fatto Quotidiano.

L’Iran, un cobra arrotolato pronto a moderdere

By: A A
17 October 2026 at 22:05

L’Iran e il Pakistan sono fortemente impegnati nella costruzione di un ordine finanziario post-americano nel punto di incontro tra l’Asia occidentale e l’Asia meridionale.

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Andiamo subito al nocciolo della questione: dopo aver esaminato attentamente la scacchiera, la leadership politica e militare di Teheran è già giunta alla conclusione che un attacco congiunto statunitense-israeliano, la cui pianificazione procede a ritmo frenetico, sia inevitabile.

Pertanto, si sono ora posizionati come un cobra arrotolato, pronto a colpire e a iniettare veleno letale al primo sentore di una minaccia imminente da parte del Sindacato di Epstein – senza nemmeno attendere un attacco effettivo.

L’offensiva preventiva, già delineata, sarà devastante, estendendosi oltre le basi statunitensi nell’Asia occidentale ad altri obiettivi regionali e includendo potenzialmente le infrastrutture energetiche del Golfo e i cavi sottomarini (in questo caso con ripercussioni che interesseranno soprattutto il Golfo e l’India, molto più che gli Stati Uniti e l’Europa).

Ci troviamo in una situazione di pericolo chiaro e imminente: una mossa militare statunitense-israeliana intesa come pressione sarà certamente interpretata a Teheran come l’inizio di un attacco.

Pertanto, la pressione bellica esercitata dal «culto della morte» e da Trump si scontra ora con una soglia di tolleranza iraniana pericolosamente bassa. Le opzioni di attacco del Pentagono spaziano dagli impianti nucleari iraniani alle infrastrutture energetiche.

Va da sé che il «sociopatico in capo» – già in preda al panico per l’imminente debacle delle elezioni di medio termine – sia una facile preda della potente lobby sionista e dei suoi finanziatori favorevoli alla guerra. Il pericolo strategico supremo è quindi che questa pressione incessante possa produrre un segnale che Teheran interpreti come un attacco imminente, anche se Washington sostiene pubblicamente che non vi sarà alcun attacco prima delle elezioni di medio termine.

Lo Yemen sta portando la situazione a un livello superiore

Parallelamente, fonti privilegiate a Islamabad confermano il successo di un test missilistico pakistano a Mach 7, con una gittata di diverse migliaia di chilometri. Questa nuova capacità ha tutte le carte in regola per alterare concretamente l’equilibrio di potere in Asia occidentale, rafforzando la portata deterrente del Pakistan e la sua capacità di influenzare ogni calcolo di sicurezza regionale, oltre ad accrescere la sempre più profonda interconnessione del Pakistan con la Cina, l’Iran e le petro-monarchie del Golfo.

Ed ora un’altra esclusiva: membri dei servizi di intelligence militare israeliani, tra cui un generale di divisione, hanno lasciato Riyadh dopo che MbS, in un presunto momento di lucidità, ha detto «No» all’offerta di «assistenza» da parte del culto della morte. Eppure, più di 100 membri del personale del CENTCOM rimangono sul posto.

La decisione di MbS potrebbe essergli stata imposta dalla Turchia e dal Pakistan – gli altri due firmatari dell’Alleanza di Difesa della Mecca, che si sono improvvisamente ritrovati nella stessa sala operativa a Riyadh fianco a fianco con agenti del culto della morte.

Ora, la loro partenza potrebbe aver eliminato un rischio di escalation, ma gli agenti statunitensi rimangono esposti: qualsiasi attacco, da qualunque parte provenga, che causi vittime tra le forze statunitensi trascinerà immediatamente Washington nella guerra tra Arabia Saudita e Ansarallah.

La guerra tra Arabia Saudita e Ansarallah, infatti, sta raggiungendo il livello successivo: quello della volatilità. Il mix esplosivo costituito dall’intercettazione di un missile da crociera sopra la provincia di Medina, dalle intercettazioni di droni in altre zone dell’Arabia Saudita e dagli attacchi missilistici delle Forze Armate yemenite contro il complesso presidenziale del governo fantoccio di Aden è solo l’inizio.

Ciò che è accaduto dopo che Ansarallah ha preso di mira Najran – una delle province meridionali dell’Arabia Saudita sottratte allo Yemen nel 1934 dagli inglesi – è un fatto che suscita grande stupore.

Un portavoce saudita ha accusato Ansarallah di aver lanciato un missile da crociera contro Medina. La risposta dell’iconico portavoce delle Forze Armate yemenite, il generale Yahya Saree, è stata devastante: «Oggi non abbiamo condotto alcuna operazione militare contro il territorio saudita. Pertanto, l’affermazione del nemico saudita secondo cui Medina sarebbe stata presa di mira è una vera e propria invenzione e una grave menzogna».

Traduzione: lo Yemen colpisce una delle sue ex province; i sauditi ricorrono a una notizia totalmente falsa, inventando un attacco a una delle due moschee sacre – senza dubbio come preparazione per un’operazione sotto falsa bandiera; poi lo Yemen nega prontamente di aver colpito qualsiasi (corsivo mio) territorio saudita.

Ciò significa che Sana’a sta dichiarando in modo sottile, affinché tutti possano comprenderlo, di non condurre più operazioni all’estero (il corsivo è mio) nelle tre province: Jizan, Najran e Asir. Sta già – psicologicamente e operativamente – preparando il terreno per recuperare il proprio territorio sottratto.

Tutto ciò si sintetizza in questa concisa analisi proveniente dallo Yemen sulla decostruzione della sfarzosa Casa dei Saud:

«Lo Yemen sta minando i pilastri estremamente fragili dell’economia non petrolifera su cui i “pirati del deserto” hanno riposto tutte le loro speranze: immagine, investimenti (FDI), evasione dalla realtà, nonché impunità e invulnerabilità nei confronti del terrorismo proveniente dall’estero».

Come Pakistan e Iran aggirano il FMI

Prestino ora attenzione a un fatto piuttosto sorprendente avvenuto a metà settimana a Bangkok, durante la riunione annuale del FMI e della Banca Mondiale – debitamente accolta da proteste di piazza in Thailandia.

Il governatore della Banca Centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati, ha incontrato il governatore della Banca Centrale pakistana, Jameel Ahmad, a margine del principale rituale annuale in lode del dollaro statunitense.

Il Pakistan è sottoposto alla ferrea morsa degli adeguamenti strutturali imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale – e, come se non bastasse, è minacciato dalle sanzioni statunitensi perché intrattiene rapporti commerciali con l’Iran.

Pertanto, il fatto che Pakistan e Iran stiano di fatto discutendo della de-dollarizzazione proprio all’interno della tana del leone – il tempio del dollaro statunitense – è di un valore inestimabile.

L’infrastruttura è operativa dal 2023, grazie a un accordo di swap valutario che utilizza il rial e la rupia al posto del dollaro statunitense. Il baratto è gestito da entrambe le Banche Centrali, mentre i canali bancari passano attraverso la Bank Melli in Iran e la Bank Mellat in Pakistan. I loro mercati di confine – almeno sei – sono in forte espansione: rotte commerciali fisiche che aggirano completamente il dollaro statunitense.

Ciò di cui si è discusso a Bangkok all’inizio di questa settimana è come espandere l’intero sistema: non gliene importa nulla delle sanzioni secondarie statunitensi. Soprattutto perché Teheran sta offrendo a Islamabad ciò che il sistema americano semplicemente non può offrire: sovranità, nessun cambio di regime, nessuna austerità, nessuna lezione e, soprattutto, nessun aggiustamento strutturale.

Senza contare che il Pakistan ha un disperato bisogno del gas iraniano – e delle rotte commerciali della Nuova Via della Seta promosse dalla Cina.

L’Iran ha costruito un’intera economia aggirando completamente il FMI – e in grado di sopravvivere a uno tsunami di sanzioni, a un blocco e alla guerra.

Ora l’Iran e il Pakistan sono impegnati a fondo nella costruzione di un ordine finanziario post-americano all’incrocio tra l’Asia occidentale e l’Asia meridionale – completo di swap valutari, commercio di baratto, mercati di confine in forte espansione e canali bancari adeguati, che rendono le sanzioni secondarie una farsa.

A proposito, ciò sta avvenendo proprio mentre un immenso treno iraniano, carico di petrolio greggio – e il primo di molti – è pronto a partire alla volta della… Cina attraverso l’Asia centrale, sulla ferrovia della Nuova Via della Seta costruita dalla Cina.

Il cobra arrotolato potrebbe essere pronto a colpire. Ma il cobra, da tempo immemorabile, ama anche fare affari.

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