❌

Normal view

El Black Friday generará 124.300 nuevos contratos en España: estos serán los perfiles más demandados

22 October 2026 at 16:36

Los comercios españoles ya comienzan a preparar la campaña del Black Friday y, además de ajustar los descuentos que tengan planteados para sus productos, deben pensar en cómo reforzar su plantilla. Según las previsiones de Randstad, se generarán 124.300 contrataciones, lo que supone un crecimiento del 5,3% en comparación con el año pasado.

Si se analiza el peso por sectores, el transporte y la logística continuarán concentrando el mayor volumen de contratación, con el 63,7% del total y cerca de 79.170 firmas. Este ámbito se mantiene en tasas positivas con un crecimiento del 3,6% respecto a los 76.417 contratos alcanzados en 2025.

Por su parte, el comercio directo contará con 45.130 altas nuevas, un 8,5% más respecto al año pasado, y llega a representar un 36,3% del total de la contratación.

La demanda en las empresas de logística buscan suplir el repunte de la demanda que se genera en estas fechas de descuentos y rebajas. Por ello, se necesitan más que nunca perfiles de promotores, empaquetadores, carretilleros, mozos de almacén y transportistas, además de profesionales destinados a la atención al cliente para atender el auge del comercio electrónico.

El crecimiento del comercio electrónico no hace que pare la contratación en los puntos de venta físicos. Así, las marcas refuerzan sus equipos en tienda con dependientes, promotores y asesores comerciales, perfiles en los que el trato cercano, la comunicación y el asesoramiento experto son determinantes en categorías como tecnología, belleza o alimentación.

Las campañas de Black Friday cada vez se extienden más en el tiempo, por lo que las empresas priorizan incorporar a los profesionales con la antelación suficiente para formarlos en producto, argumentarios y procedimientos, garantizando además su fidelización y disponibilidad para los días de mayor intensidad.

Para todos los sectores, cada vez se valora más el manejo de herramientas digitales y soluciones de apoyo para la gestión operativa en el puesto de trabajo, facilitando que el profesional resuelva consultas sobre producto y procedimientos con rapidez y autonomía en un entorno que todavía es omnicanal, combinando la visita a tienda con la compra online.

Madrid, Cataluña y Andalucía concentran la mayor contratación

Por comunidades autónomas, Madrid encabeza las contrataciones con 22.350 firmas, seguida muy de cerca por Cataluña, con 21.380 nuevas altas, y Andalucía, con 21.020 empleos. Entre las tres autonomías aglutinan más de la mitad de las oportunidades laborales del periodo. Así, entre las tres concentran más de la mitad de los trabajadores para este Black Friday.

El comportamiento territorial destaca por su evolución positiva, ya que prácticamente todas las comunidades autónomas incrementan sus contrataciones de cara a esta campaña. Las únicas excepciones son Castilla-La Mancha, que registra cerca de 6.115 contratos, lo que supone un retroceso del 0,2%, y Extremadura, que se mantiene estable al alcanzar más de 1.450 firmas.

Dentro de las regiones con mayor peso en el empleo destacan la Comunidad Valenciana, que alcanzará las 14.425 firmas con una subida del 5,7%, y Canarias y Galicia, que registrarán 6.560, un 6,2% más, y 6.330 contratos, con un 5,9% más, respectivamente.

El País Vasco, por su parte, rozará los 5.930 contratos, con 4,8%, mientras que Castilla y León alcanzará las 4.200 firmas, un 8%, la Región de Murcia llegará a los 3.960 contratos, lo que supone otra subida del 8%, Aragón sumará 3.330, un 5,5%, e Islas Baleares alcanzará las 2.405 contrataciones, un 4,1%.

© EUROPAPRESS

Economía.- La logística gestionará 127 millones de envíos durante Black Friday y Navidad, un 2,4% más que en 2025

“La legge del governo contro le azioni temerarie non protegge quasi nessuno, va cambiata”: il flash-mob di Case Italia con gli ombrelli bucati

22 October 2026 at 16:23

Un decreto recepito in ritardo, in modo a dir poco restrittivo e ignorando le raccomandazioni Ue. Nei fatti, “un’occasione sprecata, che lascerà senza tutele 9 vittime di querele temerarie su 10″. Con un flash mob a Piazza Capranica a Roma, la rete CASE Italia – il gruppo di lavoro italiano della Coalition Against SLAPPs in Europe che riunisce 17 organizzazioni,
da The Good Lobby all’Osservatorio Balcani Caucaso, fino ad Amnesty International Italia, Rete No Bavaglio e tante altre realtà – ha protestato contro il provvedimento con cui è stata recepita in Italia la direttiva europea 2024/1069 contro le azioni temerarie, le cosiddette “cause bavaglio”. In pratica, tutte quelle azioni legali manifestamente infondate, o sproporzionate, avviate prevalentemente da politici, esponenti del mondo imprenditoriale e aziende, con il solo intento di intimidire, silenziare o scoraggiare la partecipazione al dibattito pubblico di giornalisti, attiviste, ricercatrici, whistleblower e, più in generale, di chi esercita il diritto di informare o di esprimere opinioni su questioni di interesse collettivo.

La necessità di recepire la direttiva era l’occasione per fornire le tutele necessarie contro queste azioni, ma alla fine il decreto è stato bocciato dalla società civile come “inefficace e deludente”, dato che addirittura finirà per restringere la portata delle tutele previste dalla direttiva europea contro le SLAPP che colpiscono giornalisti, attiviste e whistleblower.

Il motivo? In attesa della pubblicazione del testo in Gazzetta ufficiale, protesta Case Italia, va in direzione opposta rispetto qualsiasi buona pratica usata dagli altri Stati. L’esecutivo Meloni non ha mai coinvolto la società civile nella discussione sul provvedimento, tanto che l’unica audizione riservata a loro in Parlamento ha visto la partecipazione di soli tre parlamentari M5s e le osservazioni non sono mai state recepite riducendo il processo a “un mero esercizio formale“, come ha ricordato la portavoce Sielke Kelner nel corso del presidio, organizzato proprio a pochi giorni dall’anniversario dell’omicidio ancora impunito della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, avvenuto il 16 ottobre 2017, vittima di una cinquantina di SLAPP.

Ma soprattutto, ha ribadito Kelner, il decreto lascerà fuori la gran parte delle vittime di azioni temerarie. Questo perché “offre protezioni solo ai bersagli di azioni legali temerarie con implicazioni transfrontaliere, escludendo di fatto le controversie domestiche, che rappresentano almeno il 90% dei casi registrati”. Ma c’è di più: perché la direttiva prevedeva una nozione di caso transfrontaliero più ampia, in quanto il testo Ue “stabilisce che un caso può essere considerato transfrontaliero anche quando, ulteriori elementi rilevanti della fattispecie presentano collegamenti con un altro Stato”. Con riferimento all’articolo 5, dove si richiede che “una controversia possa considerarsi priva di implicazioni transfrontaliere soltanto quando, oltre al domicilio delle parti nello stesso Stato membro, tutti gli ulteriori elementi pertinenti alla situazione siano situati unicamente in tale Stato”. Una formulazione che avrebbe permesso di ampliare l’applicazione del testo. Peccato che anche in questo caso il governo Meloni abbia invece deciso di non procedere.

“Avevamo chiesto che il decreto si applicasse anche ai casi nazionali e soprattutto anche ai casi penali, inclusi i procedimenti per diffamazione, tra gli strumenti più usati contro chi informa o critica in Italia. Così invece questa legge finirà per non tutelare nessuno o quasi“. Eppure, in Italia si registra il numero più alto di SLAPP in tutta l’Unione europea, come hanno mostrato i report di CASE Italia.

“Gli ombrelli bucati che abbiamo portato in piazza rappresentano perfettamente una legge che, invece di proteggere chi è sotto attacco, lascia quasi tutti esposti alla pioggia di azioni legali temerarie”, ha attaccato Martina Turola, responsabile comunicazione di The Good Lobby, organizzazione non profit parte della rete CASE Italia. “Per questo oggi lanciamo una petizione in cui chiediamo al Governo e al Parlamento di correggere questa legge“, è l’auspicio delle rete.

In piazza erano presenti anche alcuni esponenti dell’opposizione, come Vittoria Baldino (vicepresidente e deputata M5s), Elisabetta Piccolotti (Avs) e Valentina Grippo (Azione), così come vittime di azioni temerarie, come il comico Daniele Fabbri, querelato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo che in un monologo satirico aveva definito la premier “puzzona” e “caccolosa”: “Mi ha chiesto un risarcimento da 20mila euro per ‘profondi strascichi sulla psiche’. Ora dovrebbe venire a processo in Aula per spiegare questi traumi come sono andati, ma non si è ancora presentata. L’idea che una persona di potere si accanisca contro un artista, neanche di quelli in vista, è un brutto segnale”, ha sottolineato il comico.

“Porteremo all’attenzione della Commissione Ue quella che per noi è una mancanza di conformità con la direttiva, almeno nel tentativo di ampliare la nozione di transfrontaliero”, ha concluso Kelner.

L'articolo “La legge del governo contro le azioni temerarie non protegge quasi nessuno, va cambiata”: il flash-mob di Case Italia con gli ombrelli bucati proviene da Il Fatto Quotidiano.

Comer el menú del día, un esfuerzo cada vez mayor: su precio sube un 3,5% en un año y ya cuesta 14,70 euros

22 October 2026 at 15:11

La inflación desbocada ha afectado a todos los aspectos del día a día de los españoles, incluso en aspectos tan cotidianos y simples como poder comer un menú del día. En el último año el precio de esta opción en los restaurantes aumentó un 3,5%, situándose, de media en los 14,70 euros en el territorio español, según un estudio elaborado por Hostelería de España y Edenred.

Este avance se debe a la escalada del IPC que se ha ido registrando durante todo el año, desde el estallido del conflicto en Oriente Medio. Concretamente, en septiembre se situó en el 4,9% interanual, por encima de los precios de restauración, que aumentaron un 4,3%. A esto hay que sumarle el encarecimiento de la energía, un 21,7%, principal empuje inflacionario y el aumento de los costes laborales del sector, un 1,5%.

Una situación que "continúa estrechando los márgenes de los establecimientos" ya que, aunque la facturación de la restauración creció un 2,7 % de media hasta julio, la evolución de la actividad tras eliminar el efecto de los precios mostró "una caída del 1,6 %".

Murcia y Canarias, los más baratos

El precio medio por comunidades autónomas está entre los 13,50 y los 16,30 euros. Así, las regiones que registran el precio más bajo de la lista son Canarias y Murcia, empatadas en la primera posición.

Muy cerca se encuentran tres territorios. Es el caso de Extremadura, Asturias y Andalucía, con un precio compartido de 14 euros, uno de los más económicos de todo el país.

En cambio, en el otro extremo de la tabla se encuentra el País Vasco, con un coste medio para el menú del día de 16,30 euros. Le siguen Baleares y Cataluña, con 16 euros y 15,70 euros, respectivamente.

El precio cerrado, el principal motivo para elegirlo

El menú del día siempre ha sido una de las opciones más demandadas en los restaurantes españoles. Entre las razones para elegirlo, el precio cerrado y previsible es el principal motivo para un 34,5% de los establecimientos, seguido de la comida casera o tradicional para un 21,8% y la rapidez durante la jornada laboral para un 19,3%, además de la mejor relación calidad-precio frente a pedir a la carta en el 13,4% de las respuestas.

Por otro lado, la cocina tradicional continúa teniendo un peso central, ya que el 84,9% de los establecimientos incorpora platos españoles o regionales "al menos un día a la semana", mientras el 50,4% lo hace todos los días.

Cada vez son más los que se adaptan a las nuevas necesidades de sus clientes. El 47,1 % de los restaurantes ya ofrece medio menú y la opción "para llevar" está implantada en el 68,7 % de los establecimientos.

El presidente de Hostelería de España, José Luis Álvarez Almeida, ha explicado que el menú en los últimos años se está adaptando a las necesidades del mercado con la incorporación de opciones menos calóricas o para personas con necesidades especiales, "sin dejar de ser garante de nuestro acervo culinario y gastronomía típica de cada zona".

© Europa Press

Cataluña es la tercera autonomía con el menú del día más caro

Garralda (Mutua Madrileña) ve "decepcionante" el nulo avance de las pensiones de empresa y avisa de que el Estado tendrá que aportar más de 60.000 millones al sistema

22 October 2026 at 10:14

"Durante 2026 ha continuado acentuándose el desequilibrio entre la suficiencia actual del sistema público de pensiones y su sostenibilidad", ha alertado Ignacio Garralda, presidente del Grupo Mutua Madrileña durante la presentación del II Observatorio de Pensiones del grupo. Esto se debe a varios factores, entre ellas, la conjunción de la necesidad de financiación del actual sistema y las reformas más recientes que no estaban alcanzando sus objetivos de mejora.

Así, el presidente ha catalogado como "decepcionante" el resultado de 2026 debido a la ausencia de avances materiales en el desarrollo del segundo pilar, integrado por los planes de pensiones de empleo". Además, ha cifrado en 60.000 millones las transferencias que el Estado tendrá que realizar para atender el gasto en pensiones, equivalentes a alrededor del 3,5% de nuestro PIB.

Durante su intervención, Garralda señaló que el autoenrolment, es decir, la adscripción automática de los trabajadores a los planes de empleo que promueven las empresas, es un punto de partida para lograr un sistema de previsión social empresarial más sólido y desarrollado.

Sobre la segunda edición del observatorio, presentado este jueves en Madrid, ha asegurado que su balance "ofrece motivos de preocupación, pues demuestra la persistencia de las debilidades registradas". El resultado, ha afirmado, "no debería sorprendernos" ya que, durante 2026, "el sistema público ha soportado casi por completo la presión de las pensiones".

El informe se hace eco de la publicación de las recomendaciones de la Comisión Europea, que, pese a que saca los colores al sistema español, considera que es el segundo país con más potencial para desarrollar este segundo pilar. Sin embargo, el pilar II mantiene un escaso desarrollo en España a pesar del foco creciente. Apenas el 2,4% del PIB viene de las participaciones en estos productos.

Por ello, desde Europa llaman a incorporar las tres herramientas ya mencionadas hace un año, pero que siguen pendientes: 'autoenrolment', 'pension tracking system' (sistema para consultar los derechos a futuras pensiones) y 'pension dashboard' (panel que aglutina en un único lugar la información sobre futuras pensiones).

En este contexto, el primer mecanismo, la adscripción automática de los trabajadores a los planes de empleo que promueven las empresas, gana peso como sistema eficaz para aumentar el ahorro complementario con vistas a la jubilación.

"La implantación de este sistema en nuestro país debe formar parte de un modelo integral que combine aportaciones de trabajadores y empresas, mecanismos efectivos de salida voluntaria, incentivos adaptados a rentas bajas y una implantación gradual que tenga en cuenta la elevada presencia de pymes, autónomos y trabajadores con carreras laborales discontinuas", ha explicado Manuel de Orte, director del Servicio de Estudios de Mutua.

Sin embargo, los trabajadores parecen no reaccionar ante esta situación. Pese a que la preocupación es notable, pues ha recibido una puntuación de 4,4 sobre 5 en la encuesta realizada, no tiene efectos prácticos en la realidad. Uno de cada dos ocupados asegura no estar ahorrando para la jubilación y un 65% de ellos no planea empezar a hacerlo de cara al futuro.

La incertidumbre es especialmente notable entre las personas que se encuentran más cercanas a la edad de jubilación, pues dos de cada tres creen que la retribución pública se quedará por debajo de lo necesario.

"El modelo de contribuciones debería ser compartido entre trabajador y empresa, con apoyo del Estado, especialmente en situaciones de rentas más bajas", aseguró el director de Servicios de Estudios. Por ello, considera que "los planes de empleo pueden tener un papel decisivo", pero el objetivo debe ser que el ahorro recurrente se vuelva extensible entre la masa salarial.

Reino Unido e Irlanda, modelos a seguir

Como modelos a seguir, el observatorio ha puesto la mira en países cercanos, como Reino Unido e Irlanda, que muestran que medidas como la adscripción automática a planes de empleo pueden contribuir de forma efectiva a impulsar la previsión social complementaria.

Tampoco hace falta irse tan lejos para encontrar ejemplos que funcionen. Orte ha destacado el caso del País Vasco, donde existen las entidades de previsión social complementaria. "El marco fiscal vasco y la experiencia de sus sistemas de previsión social ponen de relieve la importancia de combinar una cultura de ahorro consolidada, la participación de los agentes sociales y un tratamiento fiscal estable”, mencionó también Garralda.

Aportaciones de menos de 5.000 euros al año

Este jueves también se han presentado los resultados de la I Encuesta para la Jubilación del Grupo Mutua Madrileña. Como se comentaba en el estudio, la preocupación ante la sostenibilidad del sistema no se ha traducido necesariamente en un incremento del ahorro privado.

Sin embargo, entre quienes sí ahorran para la jubilación, el esfuerzo anual suele ser moderado: el 74% de los ahorradores aporta menos de 5.000 euros al año. En cuanto a los productos de ahorro, el plan de pensiones individual sigue siendo la herramienta más utilizada, presente en seis de cada diez ahorradores.

A la hora de elegir un producto, la seguridad se sitúa como el atributo más valorado, por delante de la rentabilidad y de las ventajas fiscales. Estas últimas no aparecen como un factor decisivo en las decisiones actuales, aunque casi la mitad de los encuestados afirma que incrementaría su ahorro si mejoraran los incentivos fiscales.

La penetración de los planes de empleo es reducida: menos de un cuarto de los encuestados cuenta con este producto. Entre los que sí lo tienen, únicamente un 35% realiza aportaciones adicionales a las efectuadas por la empresa. El 60% de los encuestados valoraría positivamente que su empresa ofreciera productos de ahorro para la jubilación.

© MM

Ignacio Garralda, presidente de Mutua Madrileña

Il regista palestinese Basel Adra: “Coloni e soldati israeliani hanno trasformato la raccolta delle olive in una guerra. Elezioni? Non cambierà nulla”

22 October 2026 at 09:46
“Mi stupisco che a Masafer Yatta (un insieme di villaggi palestinesi nella Cisgiordania meridionale, nel governatorato di Hebron, ndr) ci siano ancora persone che riescono a sopravvivere. Mentre stiamo parlando, i bulldozer israeliani stanno distruggendo e demolendo case, ripari, strade, serbatoi d’acqua, pozzi, condutture idriche e pannelli solari. Prendono di mira tutto ciò che è essenziale per la vita delle persone palestinesi”. A denunciarlo ai microfoni del Fattoquotidiano.it è stato il regista, giornalista e attivista Basel Adra – che ha vinto il Premio Oscar 2025 nella categoria ‘Miglior documentario’ con il film “No Other Land” – nel corso del convegno “Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione”, organizzato a Roma da Oxfam e dalle 20 organizzazioni promotrici della campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”.
“Confiscano veicoli e trattori per impedire gli spostamenti, con la scusa che si tratti di una zona militare in cui la presenza di mezzi civili non è consentita. Così ora nell’area circolano soltanto i veicoli dei coloni: questo crea una situazione di estremo pericolo, perché si spostano da una comunità all’altra, aggredendo le persone. Quindi la situazione sta peggiorando ovunque”, ha spiegato il regista e attivista. “Coloni e soldati israeliani hanno trasformato la raccolta delle olive in una zona di guerra: attaccano gli agricoltori, rubano il raccolto e uccidono i palestinesi mentre raccolgono le olive”, è la denuncia di Adra, che ricorda anche l’aggressione subita dai diplomatici Ue, nei pressi del villaggio di Taybeh, a nord-est di Ramallah, e dalla fotoreporter del Washington Post, Heidi Levine, aggredita nel villaggio di Abu Falah, a est di Ramallah.
“Tutto questo è reso possibile a causa dell’impunità garantita al governo israeliano dai governi occidentali, compreso quello italiano, che continuano a sostenere questo regime di apartheid e di genocidio“, ha attaccato. Denunciando “l‘ipocrisia” di tanti Paesi Ue: “Per lunghi decenni l’Europa si è dichiarata a favore della soluzione a due Stati e per il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, condannando al contempo gli insediamenti e la violenza dei coloni. Eppure, ha continuato a intrattenere rapporti commerciali con loro, rafforzando economicamente i coloni e consentendo loro di espandere gli insediamenti e di intensificare le violenze contro di noi”. L’Italia, ha continuato Adra, è tra i maggiori colpevoli: “La gran parte dei governi europei, Italia inclusa, continua ad agire in questo modo: invia milioni di euro che finiscono nelle tasche dei coloni in Cisgiordania, permettendo loro di proseguire gli attacchi contro di noi e di costruire un numero sempre maggiore di aziende agricole e insediamenti illegali. Inoltre, questi Paesi aprono i propri mercati e i propri aeroporti a tali criminali, consentendo loro di viaggiare e di introdurre le proprie merci in Europa”.
In vista del voto del 27 ottobre in Israele, secondo Adra non cambierà comunque nulla per i palestinesi: “Purtroppo se si aspetta che sia un governo israeliano a cambiare la situazione, la prospettiva è pessima”. Questo perché anche nella coalizione dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, maggior rivale di Netanyahu, “hanno già dichiarato che non ci sarà mai uno Stato palestinese e che continueranno a sostenere insiediamenti e coloni”. Per il regista solo dall’Occidente possono cambiare le cose: “So bene di non poter riporre speranze sui governi attuali, ma io credo nel potere delle persone qui in Europa. Sono loro a poter cambiare il corso degli eventi”.

L'articolo Il regista palestinese Basel Adra: “Coloni e soldati israeliani hanno trasformato la raccolta delle olive in una guerra. Elezioni? Non cambierà nulla” proviene da Il Fatto Quotidiano.

El objetivo del Gobierno detrás de la causa de Malvinas y la complicación por la nueva postura de EEUU

22 October 2026 at 07:12
El objetivo del Gobierno detrás de la causa de Malvinas y la complicación por la nueva postura de EEUU (REUTERS)

“Vamos a ir a fondo. El objetivo final es poner en pie una mesa de diálogo con los británicos”, planteó ante Infobae una importante fuente con acceso al despacho presidencial para explicar la decisión del Gobierno de avanzar con el debate sobre la soberanía de las Islas Malvinas. Tras el envío del proyecto de Ley de Defensa de la Soberanía Nacional, en Casa Rosada se muestran abiertos a introducir cambios en el articulado, mientras debaten la manera de garantizar su aprobación.

Durante la reunión de la mesa política del pasado martes, el reducido círculo designado por el presidente Javier Milei discutió la posibilidad de incorporar modificaciones al proyecto que posibiliten su sanción. El debate se dio luego de que la oposición cuestionara gran parte de su contenido, los aliados anticiparan su rechazo a artículos como el 111 y la Cámara de Comercio de Estados Unidos en Argentina (AmCham) propusiera que el régimen de infraestructura crítica se basara en un esquema de “cooperación voluntaria” entre el Estado y las empresas.

Tras postergar su tratamiento por las diferencias internas y la falta de apoyos, el oficialismo se prepara para llevar el proyecto a la Cámara de Diputados la próximas semanas, con fecha tentativa para el próximo miércoles 28 de octubre, aunque otras fuentes aseguran que todavía no hay un día definido. La idea original era dictaminar el pasado martes y tratarlo en la sesión de este miércoles, pero las dificultades para reunir las firmas obligaron al Poder Ejecutivo a modificar el cronograma.

Las proyecciones sobre el resultado son dispares. Un integrante del ala política calcula un apoyo de entre 135 y 140 legisladores y asegura que el Gobierno impulsó la normativa a sabiendas de que iba a generar polémica. Sin embargo, otras voces advierten que se trata de un proyecto complejo y que, si el debate se empantana, podría terminar rechazado.

Javier Milei cuando habló en cadena nacional por la causa Malvinas

Tras evaluar las sugerencias del PRO, el MID, AmCham y el embajador de Estados Unidos, Peter Lamelas, la administración libertaria se comprometió con los aliados a delimitar la intervención de las Fuerzas Armadas en infraestructuras críticas y crear una comisión bicameral para supervisar las facultades excepcionales del organismo.

Como había anticipado la diputada libertaria Silvana Giudici, el oficialismo revisó el artículo 111 e introdujo precisiones en el régimen sancionatorio. Además, según confirmó a este medio una fuente en tema, aceptó la posibilidad de precisar las facultades del Consejo para controlar las inversiones de Estados y empresas extranjeras y reformular el delito de injerencia extranjera.

En las filas libertarias hacen una lectura favorable del impacto político que tuvo la cuestión Malvinas, una iniciativa sugerida por el asesor presidencial Santiago Caputo para recuperar la agenda pública. En Casa Rosada consideran que el tema contribuyó a mejorar la imagen de Javier Milei, aunque también expuso el primer contrapunto con la administración de Donald Trump desde que ambos gobiernos profundizaron su acercamiento.

En medio de las conversaciones, la secretaria general de la Presidencia, Karina Milei, recibió este miércoles en Casa Rosada a Peter Lamelas con foco en la relación bilateral entre los países y los proyectos de desarrollo e inversión de las empresas estadounidenses en el país.

La secretaria general de la Presidencia, Karina Milei, junto al embajador de Estados Unidos, Peter Lamelas, en Casa Rosada

Pese a los esfuerzos públicos por desmentir la injerencia de Estados Unidos en la redacción del proyecto, en Balcarce 50 admitieron que la decisión de la administración republicana de disolver el Comité de Descolonización de Naciones Unidas llegó en “un mal momento”.

Si bien hay coincidencias en torno a la valoración del comité, en el Poder Ejecutivo consideran que su eliminación no sería conveniente, ya que le permite a la Argentina sostener su reclamo jurídico de soberanía frente al Reino Unido. Por ese motivo, ratifican la decisión de abstenerse en la votación.

“No compartimos la postura con Estados Unidos, pero la decisión no tiene nada que ver con nosotros”, sostuvieron, con incomodidad, en uno de los despachos de Balcarce 50 casi a contramano de lo que planteó el vocero presidencial, Adrián Ravier. No obstante, en la mesa chica de Milei no esperan avances concretos en el reclamo de soberanía y consideran que Donald Trump apuesta a dar una batalla discursiva sobre el tema.

Elecciones generales 29N, en directo: el PSOE estudia acciones legales contra el PP y los partidos aceleran el cierre de sus listas

22 October 2026 at 16:00

La precampaña de las elecciones generales del 29 de noviembre entra en una nueva fase con los principales partidos centrados en cerrar sus candidaturas al Congreso y al Senado. El plazo de presentación de listas permanecerá abierto hasta el próximo 26 de octubre, mientras las formaciones intensifican sus mensajes electorales y comienzan a perfilar sus estrategias para las próximas semanas.

Uno de los últimos enfrentamientos entre el PSOE y el Partido Popular gira en torno a un vídeo electoral difundido por los populares y elaborado mediante inteligencia artificial. Los socialistas estudian emprender acciones legales por la utilización de la imagen de Begoña Gómez, José Luis Rodríguez Zapatero y José Luis Ábalos, en una nueva polémica que se suma a las críticas cruzadas entre Pedro Sánchez y Alberto Núñez Feijóo.

Por su parte, Frente Amplio continúa preparando su campaña después de confirmar al ministro de Derechos Sociales, Pablo Bustinduy, como portavoz electoral. La coalición afronta además las discrepancias con el PSOE por las candidaturas y los posibles acuerdos para el Senado, mientras Vox sigue dando a conocer los nombres que encabezarán sus listas en distintas provincias.

La actualidad electoral también continúa marcada por la controversia sobre el derecho al voto de los españoles nacionalizados mediante la ley de nietos, después de que el Tribunal Constitucional rechazara admitir a trámite el recurso presentado por el Defensor del Pueblo contra la suspensión cautelar acordada por el Tribunal Supremo.

Con las candidaturas todavía abiertas, los partidos afrontan unos días decisivos para definir sus equipos, resolver las diferencias internas y presentar sus principales propuestas antes del inicio oficial de la campaña de las elecciones generales del 29N.

Elecciones generales 29N, en directo: el PSOE estudia acciones legales contra el PP y los partidos aceleran el cierre de sus listas

© EP

Elecciones generales 29N, en directo: última hora de las candidaturas del PSOE, PP y Vox tras la decisión del Constitucional sobre el voto de los nietos

Gli israeliani che in Cisgiordania fanno da scudo ai palestinesi

22 October 2026 at 03:45

Israele Palestina

A Taybeh, nella Valle del Giordano, la mattina presto e poi di nuovo al tramonto, due gruppi di israeliani si fronteggiano davanti a un accampamento che non appartiene a nessuno dei due. Da una parte ci sono i ragazzi della Gioventù delle Colline, scesi dagli avamposti circostanti spingendo un gregge sempre più vicino alle recinzioni perimetrali, con cesoie e bastoni in mano. Dall’altra un professore, un dottore, un antropologo, due studentesse universitarie, e una coppia il cui figlio indossa la divisa dell’esercito israeliano. In mezzo, concitata, la famiglia palestinese che nell’accampamento ci vive.

Lo scontro, inizialmente destinato a contrapporre israeliani e palestinesi, si gioca qui tra israeliani e altri israeliani. E la domanda che solleva è: chi decide, in fin dei conti, chi è un vero israeliano?

Nelle città israeliane c’è chi liquida i coloni violenti come terroristi, estranei alla società: «Non li sento parte del mio popolo», si sente dire spesso, a Tel Aviv come altrove, «e non la ritengo una questione che mi riguarda». Ma c’è anche chi li considera la propria avanguardia e accusa gli attivisti di essere «ebrei che odiano sé stessi»: un’espressione che riduce una posizione politica a una patologia, Israeliani che hanno scelto la parte sbagliata e che stanno lì, in mezzo, a fare da scudo al nemico.

Fare da scudo, in effetti, è precisamente quello che stanno facendo. La chiamano presenza protettiva: riempire con il proprio corpo lo spazio tra i coloni e le proprietà palestinesi, e restarci finché gli aggressori non si allontanano.

Le missioni sono fatte quasi interamente di attesa e scomodità. Aria condizionata, ventilatore, un frigorifero o anche solo acqua fresca che non sembri un brodo sono lussi lontani, lasciati in città. C’è invece il sole che picchia da mattina a sera, un gradino polveroso o un secchio di plastica scheggiata su cui sedersi, e un vicino con cui non si riesce a scambiare una parola, perché lui parla arabo e non capisce l’ebraico.

Occasionalmente, le donne musulmane sedute fuori offrono tè in tazzine piccole ed estremamente zuccherate. Il padrone di casa un po’ russa e un po’ fuma. I giovani uomini spostano attrezzi avanti e indietro oppure guardano il cellulare.

Gli attivisti cercano di intrattenersi parlando tra loro di politica, filosofia e storia, mentre tengono lo zaino sempre pronto e le GoPro agganciate ai vestiti. Quando l’attesa si rompe, bisogna alzarsi in fretta.

Non sono una manciata di eccentrici. Ogni giorno centinaia di israeliani ripetono lo stesso gesto, da soli o dentro una rete di organizzazioni che negli ultimi anni si è moltiplicata: “Looking the Occupation in the Eye”, “Unarmed Civilian Protection in Palestine”, “Jordan Valley Activists”, “Rabbis for Human Rights”, “Bnei Avraham”, tra le altre. Rifiutano di essere chiamati pacifisti. «Tutti gli idealismi, prima o poi, finiscono per diventare distruttivi», spiega a Linkiesta l’artista e attivista Udi Salmanovich durante una missione di presenza protettiva. Sulla scia del pensiero di Isaiah Berlin, Udi vede nell’idealismo, inteso come ordine che pretende di imporsi alla società per realizzare una visione assoluta del bene, una forza di distruzione. «Io non sono un pacifista. So che cosa bisogna fare per difendere un Paese, e so che per fare la pace bisogna essere in due. Il problema è che oggi non vedo Israele come uno di quei due. Non abbiamo il monopolio dell’idiozia: ci sono idioti anche dall’altra parte. Ma io sono israeliano, e sono qui per difendere i valori che vorrei vedere nel mio Paese». Lui e sua moglie Paula partecipano regolarmente in missioni di presenza protettiva, proteste e manifestazioni, mentre il loro figlio maggiore presta servizio nell’esercito israeliano come combattente.

Lungi dall’assomigliare ad anarchici in cerca di un’estate militante, sono membri attivi della società israeliana. Gente dai venti ai novant’anni, lucida e realista, che conduce una vita strutturata da famiglie e lavori, e che ha deciso di passare il proprio tempo libero a lasciarsi bruciare dal sole in un posto dove non c’è niente da fare e le ore sono lunghissime.

Chiedo che cosa si aspettino dai palestinesi che difendono. È una domanda che ha un peso preciso dopo il 7 ottobre, quando militanti e civili palestinesi hanno ucciso, rapito e torturato proprio gli israeliani che si erano battuti per i diritti dei palestinesi. Tra loro c’erano Yocheved e Oded Lifshitz. Per anni avevano accompagnato personalmente malati di Gaza negli ospedali israeliani, ma furono rapiti entrambi dalla loro casa a Nir Oz. Yocheved, ottantacinque anni, fu rilasciata durante il primo scambio di ostaggi. Di Oded tornò soltanto il corpo, sedici mesi dopo.

Con un cenno verso la famiglia beduina seduta lì fuori, quella che non capisce l’ebraico e con cui non riesce a comunicare, Paula mi risponde: «Loro non sono nostri amici. Passiamo la giornata qui a proteggerli, loro ci offrono il tè, ma in un altro contesto forse non ci aprirebbero nemmeno la porta. Ma la pace non si fa con gli amici».

Per chi fa presenza protettiva, il diritto di quella famiglia a restare nella propria casa non dipende da che cosa quella famiglia pensi degli israeliani, né da quanto siano simpatici i suoi membri, né dall’innocenza collettiva del gruppo a cui appartiene. Non c’è reciprocità da verificare: è una posizione politica, non un sentimento. «È una battaglia lunga. Loro [i coloni] hanno dalla loro l’esercito, la polizia e gente al governo. Non possiamo pensare di fermarli in un giorno», mi dice Udi, spiegandomi che risultati si aspettano dalla propria attività. «Quello che possiamo fare è mostrare ai nostri concittadini che cosa sta succedendo, finché la maggioranza non sarà più disposta ad accettarlo».

Ma una sola parola – coloni – racchiude realtà che hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. Oltre mezzo milione di israeliani vive oltre la Linea Verde del 1949, nell’Area C, che gli accordi di Oslo hanno lasciato sotto pieno controllo israeliano e la giurisdizione dell’esercito.

La maggior parte di loro non tira pietre a nessuno. Sono famiglie e giovani lavoratori che abitano insediamenti autorizzati dal governo, con strade, scuole e linee di autobus, spesso a mezz’ora di macchina da Gerusalemme o Tel Aviv. Gente comune che conduce vite comuni, attirata lì più dal costo inferiore delle case che dall’ideologia.

Un’altra cosa sono gli avamposti: nuclei di roulotte, container e tende piantati su una collina senza autorizzazione, illegali anche secondo la legge israeliana. Per lo più si tratta di nuclei agricoli o pastorali, dove bastano un uomo, un gregge e qualche ragazzo del movimento della Gioventù delle Colline per mettere sotto controllo, con il solo pascolo, superfici enormi.

Israele Palestina
Sofia Tranchina

A maggio 2025 si contavano circa duecentosettanta avamposti nell’area, centotrentasei dei quali censiti come pastorali (Abu-Alsoud et al., 2026); lo Stato, spesso, li condanna a parole e li regolarizza a posteriori. «Quelli davvero radicali, che partecipano attivamente agli attacchi, sono circa quattrocento», racconta Idan Yaron, antropologo che per dieci anni ha studiato questi movimenti dall’interno. «Quelli che condividono la loro ideologia sono forse cinquemila».

Una minoranza, dunque, ma con un’influenza molto più grande dei suoi numeri e sostenitori persino tra ministri e parlamentari. I più violenti sono quasi tutti minorenni, poco scolarizzati e generalmente di estrazione modesta. Possono avere anche solo undici anni. Invece di andare a scuola, seguono i compagni più grandi e più forti, fungendo da diversivo mentre gli altri si occupano dei vandalismi. Per gli attivisti sono bambini a cui lo Stato dovrebbe garantire un’istruzione e la prospettiva di una vita migliore, trascinati invece dentro un progetto ideologico e mandati in prima linea a fare la propria parte. Raggiunta la maggiore età, molti si stabiliscono in un villaggio o una città riconosciuta, si sposano e fanno figli, passando il testimone a una nuova generazione di adolescenti.

Secondo l’ideologia del movimento tutti gli arabi sono terroristi. Eppure, nessuno sembra farsi problemi a mandare i propri bambini ebrei davanti alle abitazioni private di tali presunti terroristi.

Anche di sabato, quando la legge ebraica imporrebbe il riposo e vieterebbe una lunga lista di attività, tra cui guidare veicoli, tagliare recinti e filmare con il telefono, i coloni più radicali e religiosi non si fermano.

Per loro riconquistare tutta la Giudea e la Samaria, territori un tempo appartenuti agli ebrei, conta più dell’osservanza dello shabbat. Il loro argomento è che lasciare che questi territori cadano in mani nemiche «aprirebbe la strada alla conquista del resto di Israele», e la loro difesa riguarderebbe quindi la sicurezza collettiva. Vandalizzano cisterne dell’acqua, cavi elettrici, pannelli solari, recinti: tutto ciò che rende possibile abitare un luogo, nella speranza che gli arabi se ne vadano.

Qui lo scontro smette di essere soltanto una questione di terra e diventa una disputa sugli stessi valori ebraici. Perché, per chi si oppone ai coloni, appropriarsi di terra, intimidire pastori palestinesi o ampliare un avamposto non rientra in nessuno dei casi di esenzione dello shabbat.

Uno dei principali leader della presenza protettiva è infatti un rabbino, Rav Arik Ascherman, per il quale la difesa dei diritti umani universali è un obbligo religioso ebraico. Ascherman ha guidato per ventun anni Rabbis for Human Rights, partecipando di persona alle azioni sul terreno, che gli hanno procurato diversi arresti, processi e aggressioni. Nel 2017 ha fondato Torah of Justice.

Per gli attivisti, il Paese dal 7 ottobre non ha imparato niente e sta lasciando che si ricompongano esattamente le condizioni che lo hanno preceduto. «Siamo di nuovo al 6 ottobre», mi dice Paula durante l’attesa. «La situazione è la stessa: tesa, incendiaria, pronta a esplodere. E il governo non sta facendo niente per costruire una società diversa da quella che ci ha portati al 7 ottobre. Noi non vogliamo aspettare che succeda di nuovo».

Il conto alla rovescia ha una data. Il 27 ottobre Israele va alle urne per eleggere la Knesset, in un voto che viene letto da molti come un referendum su Benjamin Netanyahu, che ha governato il Paese per quasi diciannove anni non consecutivi.

«Se le cose vanno male, a novembre molti lasceranno il Paese», aggiunge Paula. «Non ci sarà più posto per persone come noi. Già oggi ci chiamano terroristi. Un domani potrebbero arrestarci e lasciarci marcire in prigione». Il figlio di Udi e Paula, quello che serve nell’esercito come combattente, è tornato da Gaza cambiato.

«I nostri figli sono tornati da Gaza con incubi e traumi. È successo qualcosa laggiù, qualcosa di terribile che ancora non riusciamo a capire fino in fondo. Ma ho bisogno di credere che la maggior parte di loro abbia fatto tutto quello che poteva per evitarlo», mi dice, rabbuiandosi.

Lo dice sapendo che, nel giro di poche ore potrebbe essere un altro soldato, sempre con la divisa dell’Idf, a trascinarla via, se la trovano lì, a Taybeh.

Israele Palestina
Sofia Tranchina

Taybeh è stata dichiarata da poco zona militare chiusa, con divieto d’accesso ai non residenti, tra cui attivisti israeliani, stranieri e giornalisti. L’ordine è arrivato dopo che gli attacchi dei coloni della zona si erano fatti più violenti, con l’idea dichiarata di abbassare la tensione.

Ma ordini di questo tipo finiscono spesso per ottenere l’effetto opposto: chi doveva essere tenuto fuori resta dentro; chi guardava viene costretto a restare fuori. Nelle settimane successive alla chiusura, infatti, i residenti hanno continuato a denunciare incursioni quasi quotidiane nelle case e negli uliveti, danni alle proprietà e interruzioni delle forniture di acqua ed elettricità.

Gli attivisti però continuano ad andarci, sfruttando un punto cieco della procedura. Alla prima violazione di una zona militare chiusa può succedere semplicemente che venga mostrato loro formalmente l’ordine; è tornare nella stessa zona e rischiare di essere identificati di nuovo che fa scattare l’arresto. Per questo i gruppi si danno il cambio, ruotando da un’area all’altra per evitare che le stesse persone vengano identificate due volte nello stesso posto.

Lo fanno con l’amore di chi in Israele è nato e ci vorrebbe restare, di chi ama ancora il proprio Paese – anche se il Paese non ricambia fino in fondo – e si batte perché quel Paese somigli ai valori che crede dovrebbe incarnare.

E allora torna la domanda: chi rappresenta Israele? Chi guida di sabato per rompere un recinto, o chi sta seduto per otto ore al sole a guardare che non lo rompa?

L'articolo Gli israeliani che in Cisgiordania fanno da scudo ai palestinesi proviene da Linkiesta.it.

❌