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Per Nordio “è molto probabile che la mafia sfrutti le proteste dei camionisti”. Il Pd: “Se conosce elementi concreti vada nelle sedi competenti”

“Riguardo alle infiltrazioni mafiose nelle proteste dei camionisti, direi che vi è una forte probabilità che ci sia una strumentalizzazione e una infiltrazione“. A parlare è il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ospite a Start su Sky TG24. “Un illustre procuratore della Repubblica – prosegue il Guardasigilli – per il referendum aveva detto che per il Sì avrebbe votato la camorra, ma ha vinto il No e quindi vuol dire che la criminalità organizzata non governa proprio nulla. Però che ci siano e possano infiltrarsi e sfruttino questa situazione questo è altamente probabile”. “Da sempre si dice che l’infiltrazione mafiosa in certe regioni d’Italia è tentacolare ed è capillare, addirittura qualche volta si è detto che certe regioni erano governate dalla criminalità organizzata, cosa in cui non ho mai creduto, però – ha sottolineato Nordio – che le mafie ci siano e possano infiltrarsi in una situazione di questo tipo mi pare altamente probabile”.

Per quanto riguarda invece l’intenzione del governo di intervenire sul blocco pacifico dei camionisti, il Guardasigilli ha ricordato che “il diritto al dissenso, allo sciopero, alla manifestazione anche vigorosa non può mai compromettere il diritto al lavoro e il diritto degli altri, quindi in un certo modo bisogna pure intervenire per evitare che a chi vuole lavorare venga impedito di lavorare e chi invece manifesta legittimamente per le situazioni di disagio che tutti conosciamo abbia comunque il diritto di protestare. Non è facile trovare la combinazione ma si è sempre trovata negli anni passati e si troverà anche adesso vista anche un’emergenza, chiamiamola così, alimentare di cui tutti abbiamo conoscenza soprattutto dell’Italia meridionale”.

A rispondere è Debora Serracchiani, deputata e responsabile Giustizia del Partito democratico: “Aver perso il referendum non è servito a niente. Il ministro Nordio continua, giorno dopo giorno, a ricordarci la sua inadeguatezza. Comprendiamo il lutto politico per aver visto bocciare una riforma sulla quale aveva messo la faccia, ma a un certo punto le sconfitte andrebbero anche elaborate, soprattutto quando si ricoprono incarichi istituzionali”. “Invece Nordio continua a essere ossessionato da quel voto e oggi arriva ad associare, in modo del tutto improbabile, la vittoria del No al referendum alle possibili infiltrazioni mafiose nelle proteste dei camionisti. Un ragionamento che non sta in piedi e che rischia soltanto di alimentare confusione su una questione seria come quella della presenza della criminalità organizzata nelle mobilitazioni sociali. Se il ministro è a conoscenza di elementi concreti su possibili infiltrazioni mafiose, li riferisca nelle sedi competenti, con la serietà che il suo ruolo impone. Se invece si tratta soltanto di supposizioni, eviti di lanciare allarmi sulla base di associazioni tanto azzardate. La lotta alla mafia merita rigore, non dichiarazioni estemporanee né il tentativo di riportare continuamente il dibattito sul referendum perso”.

“Le parole di Nordio sono indecenti, ma ci ha abituato a questo e altro. Chi governa quando fa accuse dovrebbe mettere sul tavolo prove concrete. Abbiamo incontrato padri e madri di famiglia, lavoratori dei campi che ci chiedono di portare qua il loro grido di dolore per essere trattati da criminali”, ha commentato Angelo Bonelli, in conferenza stampa alla Camera insieme all’altro leader di Avs, Nicola Fratoianni. “Nordio, Musumeci, Lollobrigida, Piantedosi – ha aggiunto Bonelli – non riusciranno a infangare una legittima protesta parlando di infiltrazioni criminali. È un copione già visto, per nascondere le loro responsabilità e la loro incapacità a dare risposta”. Mentre Francesco Emilio Borrelli, deputato di Avs, dichiara: “Il governo evidentemente ha perso la bussola se un suo autorevole ministro si permette di infangare le proteste al sud”. “Nordio ritiri le sue parole, venga a parlare con chi è nelle strade, se ha il coraggio, e piuttosto si occupi delle tante denunce che arrivano sulle minacce da parte dei clan – prosegue -. Molti cittadini ci riferiscono di essere stati intimiditi anche da soggetti armati, alcuni costretti ad abbandonare i presidi: perché Nordio e il governo non si occupano di questo anziché diffamare chi chiede dignità e lavoro?”.

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D’Orsi: “Putin dietro le proteste di Milano? Ci hanno imbottito i crani con la storia dei russi cattivi ma ora il giochino si sta rompendo”

“Contemporaneamente ci imbottiscono i crani ma quegli stessi crani poi provano a spaccarli col manganello”. Lo storico Angelo d’Orsi prende in prestito Antonio Gramsci per descrivere il rapporto tra propaganda e repressione, mentre in Italia si discute delle proteste giovanili contro il carovita e delle violenze che hanno accompagnato le manifestazioni di Milano. Ospite di Battitori liberi, su Radio Cusano, d’Orsi, già ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino e fondatore del movimento Agorà, contesta duramente le interpretazioni che chiamano in causa la Russia di Vladimir Putin come possibile regista dei disordini, prendendo di mira soprattutto l’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari e le ricostruzioni sulla guerra ibrida evocate dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
A innescare la discussione sono le parole pronunciate da Molinari a Tagadà, su La7: Savino Balzano riassume sarcasticamente la lettura delle proteste con un “Ha stato Putin”, mentre Gianluca Fabi chiede a d’Orsi come confuterebbe davanti a una platea di studenti le interpretazioni di Molinari e Crosetto.

“Intanto bisognerebbe superare la crisi di ilarità che queste interpretazioni suscitano – esordisce lo storico, che riserva all’ex direttore di Repubblica parole particolarmente dure – Molinari non è nuovo a questo genere di posizioni. Due settimane fa, intervistato da un’altra sedicente giornalista in televisione, di cui preferisco non fare il nome e neanche il cognome, alla domanda su come interpretasse l’aumento del prezzo del gasolio e della benzina alle pompe, ha risposto con grande sicumera che la responsabilità primaria era certamente di Putin”.
E rincara la dose: “Credo che Molinari andrebbe messo davvero in condizione di smettere di scrivere. È il principale responsabile dell’ondata russofobica che attraversa l’Italia da parecchi anni. E non dal 2022, ma almeno dal 2014. Basta andare a sfogliare i giornali dove lui scrive”.
Ma al di là dell’attacco personale, il professore insiste sulla necessità di sottoporre a verifica le informazioni, a cominciare dalla loro provenienza: “Noi dobbiamo fare sempre la critica delle fonti, che è una delle procedure tipiche dello storico. Quando arriva una notizia, un’informazione, un messaggio, devi capire: da dove arriva? Chi è che ci dà questa informazione? Chi fornisce questa comunicazione? Quindi, già pensando alla fonte, capisci che non è credibile”.

Per spiegare ai suoi studenti quello che considera il carattere “fallace e farlocco” della tesi sulle interferenze russe, d’Orsi si affida ancora a Gramsci e alla distinzione tra senso comune e buon senso. Il primo, osserva, si forma attraverso immagini, parole e messaggi assorbiti quotidianamente dai mezzi di comunicazione, spesso senza alcuna consapevolezza critica:“Entrano dentro di te come una specie di virus. Gramsci usa l’espressione: ‘Ci hanno imbottito i crani’”. E il messaggio che, secondo lo storico, viene inoculato da anni nell’opinione pubblica è che “i russi sono cattivi e ci vogliono aggredire”.
Il professore invita quindi a recuperare il buon senso e a interrogarsi sulle ragioni concrete di un’eventuale interferenza del Cremlino nelle manifestazioni italiane: “Ma perché Putin dovrebbe avere tutto questo tempo e questa possibilità di intervenire in tutti i disordini del mondo?”. E ricorda come il presidente russo venga chiamato in causa anche in vicende politiche assai lontane dall’Italia, comprese le elezioni brasiliane.
Poi ribadisce: “Quale sarebbe l’interesse di Putin? Putin davvero ha tutto questo tempo libero? Lui ha le sue gatte da pelare e problemi seri. E voi immaginate che la Russia si debba mettere a intervenire nelle vicende interne dell’Italia?”. E richiama il recente viaggio in Russia, dove ha constatato una crescente stanchezza per la guerra, pur in presenza di un consenso che descrive come ancora altissimo nei confronti del presidente.
Quando Fabi richiama il possibile ruolo di TikTok, YouTube e degli strumenti digitali, la replica arriva immediata: “Sì, con gli algoritmi. Quando non si hanno spiegazioni credibili si ricorre a questo”.

Il discorso si sposta quindi sul rapporto tra costruzione del consenso e uso della forza. Balzano osserva che le spiegazioni fondate sull’onnipresenza di Putin rischiano ormai di apparire grottesche e chiede quali prove, documenti o elementi fattuali vengano presentati a sostegno di simili ricostruzioni. Ma avverte anche che l’eventuale perdita di efficacia della propaganda non rappresenta necessariamente una buona notizia, perché alla persuasione può subentrare la coercizione.
D’Orsi condivide l’opinione dello scrittore e torna a Gramsci, stavolta attraverso il concetto di moderno cesarismo: “Gramsci diceva che il moderno cesarismo non è più militare ma è poliziesco. Vuol dire che contemporaneamente ci imbottiscono i crani ma quegli stessi crani poi provano a spaccarli col manganello”. Una formula che lo storico applica alle immagini degli scontri di questi giorni: “Ci sono due elementi: l’elemento di persuasione più o meno occulta che lavora e l’elemento di coercizione fisica che abbiamo visto in questi giorni”.

Secondo d’Orsi, però, il meccanismo comincia a mostrare le sue crepe: “Adesso il giochino si sta rompendo, non funziona più. E non ci sono solo io a pensarlo, ma migliaia di persone che dicono: il re è nudo. Non potete continuare”.
Il professore difende quindi le ragioni degli studenti che scendono in piazza, distinguendo il disagio sociale dalle violenze commesse durante le manifestazioni. Alla domanda di Fabi sulla buona fede dei giovani manifestanti, cita il filosofo francese Emmanuel Mounier e una sua riflessione del 1945: “La révolution attire les effusifs, les confusifs, les diffusifs”. In sostanza, spiega, “dove c’è rivoluzione, c’è casino. C’è sempre qualcuno che si infila per fare casino. Sempre”.
Questo, tuttavia, non cambia il suo giudizio sul significato delle mobilitazioni: “Io lodo questi ragazzi che scendono in piazza, perché danno la sveglia al Paese. E non si può dire che questi sono gli sdraiati di Michele Serra o dei bamboccioni. No, sono persone che stanno patendo l’esclusione sociale nella maniera più drammatica che noi vediamo e quindi dicono basta”.

Lo storico, condividendo pienamente le parole pronunciate dal filosofo Massimo Cacciari a Otto e mezzo, cita le proteste in Francia e in Spagna, individuando nel malessere sociale il filo che le unisce: “C’è qualcosa che collega tutto questo e non è certamente Putin o il desiderio di spaccare tutto. C’è il desiderio di dire basta e di dire no. Questi stanno lottando per la propria vita. E non per il futuro ma per il presente, perché gli stiamo rubando il presente. Come si fa a non capire?”.
Per il fondatore di Agorà, il nodo focale resta la condizione materiale di chi protesta. “Qui c’è una rivolta sociale”, afferma, raccontando di essere stato pochi giorni prima in Calabria, dove ha incontrato agricoltori e autotrasportatori impegnati nei blocchi. Uno di loro gli ha riferito di vendere i pomodori a 10 centesimi al chilo, la stessa cifra percepita dal padre quindici o vent’anni prima. D’Orsi osserva: “Oggi sono andato alla bancarella del mercato: sapete a quanto vendevano i pomodori? A 6,5 euro al chilo. E io mi sono rifiutato di comprarli”.

Nella parte conclusiva dell’intervista, Fabi gli chiede quale direzione stia prendendo la guerra in Ucraina. La risposta dello storico è affidata a due scenari, il primo dei quali passa attraverso un accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin, senza ulteriori ostacoli da parte dei governi europei: “L’Europa la smetta di mettersi di traverso e accetti che Trump porti avanti la trattativa con Putin. Così si arriva alla fine della guerra”.
D’Orsi racconta di avere parlato durante il soggiorno in Russia con candidati alle elezioni e rappresentanti di partito incontrati nei seggi. E rivela: “Tutti mi hanno detto che non vedono l’ora che finisca la guerra con l’Ucraina. Ma a quali condizioni? Ovviamente mi hanno detto che il Donbass è russo e che non mollano sul Donbass. Gli ho chiesto provocatoriamente: ma la Crimea? Mi hanno riso in faccia. La Crimea per loro è russa, è fuori discussione”.
D’Orsi ritiene quindi che il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali di Mosca possa aprire la strada alla conclusione del conflitto: “Se si accetta che il Donbass e le due repubbliche di Lugansk e Donetsk siano, come sono ormai anche a livello costituzionale, parte della Russia, la guerra finisce”.
L’alternativa, nella sua analisi, è la prosecuzione della guerra, con conseguenze potenzialmente devastanti per Kiev. E nel mirino torna l’Europa, insieme al Regno Unito: “Se l’Europa continua a mettersi di mezzo, includendo anche la Gran Bretagna, dove a mio avviso c’è tutta la gran regia, questa guerra non finirà. E vuol dire che l’Ucraina sparirà come nazione”.

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Palazzo Chigi: “Nessun problema di rifornimento della carta igienica”

Palazzo Chigi smentisce che esista un problema di rifornimento della carta igienica – come riportato dal Fatto Quotidiano – facendo sapere che ci sono scorte “ampie e sufficienti per mesi”. Poco dopo le 8 di mattina una nota preparata e inviata ai giornalisti dal capo ufficio stampa di Palazzo Chigi, Fabrizio Alfano, fa sapere che non ci sono problemi di scorte dovuti alle proteste degli autotrasportatori che hanno creato disagi in molte zone del Sud Italia. L’ipotesi era circolata mercoledì in diverse sedi della presidenza del Consiglio con la richiesta, attraverso un passaparola, di portarsela da casa. Notizia che, secondo Palazzo Chigi, è “assolutamente falsa, priva di qualsiasi fondamento e ridicola” facendo sapere che i magazzini “sono regolarmente riforniti e dispongono di scorte ampie e sufficienti per mesi”. La presidenza del Consiglio ha anche invitato i giornalisti a vedere di persona se esistano o meno le scorte di carta igienica.

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“Il potere deve assicurare il benessere dell’intera società e il lavoro è veicolo di democrazia”: le parole di Mattarella

“Vi è una considerazione che appare ineludibile. Il potere si organizza in istituzioni condivise e democratiche per assicurare il benessere dell’intera società. Ecco perché il lavoro è veicolo di democrazia, contribuisce alla qualità della coesione di una società civile“. In un ampio discorso alla cerimonia di consegna delle Stelle al Merito del Lavoro per l’anno 2026 al Quirinale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, proprio nei giorni in cui le condizioni salariali e il tenore di vita di alcune fasce della popolazione sono tornati al centro del dibattito pubblico, sottolinea il ruolo che le Istituzioni democratiche hanno nello sviluppo del Paese e nella promozione del lavoro come mezzo di integrazione e partecipazione alla vita politica. “Il lavoro, la sua cultura, la sua etica genera idee, pluralità, diffonde benessere, costruisce relazioni, dunque comunità” prosegue il Presidente, indicando nelle persone in procinto di ricevere l’onorificenza la puntuale dimostrazione di quanto da lui appena detto.

Il Presidente, poi, si sofferma sul rapporto tra lavoro e libertà. “La ipotizzata fine del lavoro -proposta come superamento da chi lo considera erroneamente una forma di alienazione- è visione che può condurre a una compressione della stessa libertà e a una organizzazione sempre più duale dei diritti nella società. Una società divisa tra pochi ricchi Epulone e tanti, tanti Lazzaro” afferma Mattarella facendo riferimento a alla parabola evangelica in cui Lazzaro, povero mendicante, chiede al ricco Epulone di potersi sfamare con i resti del suo banchetto. In questo scenario l’Europa deve avere un ruolo da protagonista, chiamata a difendere i “valori della propria civiltà e a sostenere il proprio modello sociale” che concepisce il salario come corrispettivo della dignità del lavoratore. “Il lavoro: luogo simbolo della dignità della persona, dove ognuno afferma il proprio talento, la propria professionalità, nessuno può essere asservito e ciascuno, con le proprie capacità, contribuisce al bene comune, della propria famiglia e della propria comunità” ha ribadito la massima carica dello Stato.

La coesione sociale, più volte menzionata da Mattarella, torna nel discorso del Presidente quando viene messa in relazione alla sicurezza delle persone, un tema quanto mai attuale a seguito degli scontri avvenuti a Milano nello scorso weekend: “Una società coesa è una società che dà forma e sostanza alla propria sicurezza. La coesione favorisce la partecipazione, induce ad avvertire il bene comune come proprio. Aiuta la stessa economia e le istituzioni”. E proprio ai più giovani ha voluto rivolgere un pensiero, andando forse in controtendenza con i toni accusatori che negli ultimi giorni si sono registrati nel dibattito pubblico: “Ai nostri giovani va data fiducia, ampiamente e concretamente” ha affermato Mattarella.

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Stragi, Scarpinato risponde alle accuse della destra: “Non mi hanno intimidito Riina e Berlusconi, non mi farò intimidire da questa sporca politica”

“Se pensano di potermi tappare la bocca con questi metodi non sanno con chi hanno a che fare. Non mi sono lasciato intimidire da Riina e Berlusconi, non mi lascerò intimidire da questa sporca politica”. In conferenza stampa con Giuseppe Conte e i capigruppo Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi, il senatore M5s Roberto Scarpinato risponde alle accuse della destra e del procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, che martedì in Commissione Antimafia ha indicato di nuovo l’ex procuratore generale di Palermo come “depistatore” delle indagini sulla strage di via D’Amelio. “Ci sono una decina di persone che, se domani potessero dire cos’è successo dietro le stragi del ’92-’93, questo Paese si fermerebbe, il governo cadrebbe”, afferma Scarpinato. “La campagna stragista del 92-93 ha portato al potere questa classe politica, i Berlusconi, i Dell’Utri. Questa commissione e la presidente” Chiara Colosimo, di Fratelli d’Italia, hanno impedito qualsiasi indagine conoscitiva sui mandanti e i concorrenti esterni” delle stragi: è stata chiusa una saracinesca sul passato, hanno militarizzato la commissione e vogliono strumentalizzare gli errori della procura di Caltanissetta”, ha attaccato.

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Conte chiama in causa Meloni: “Crisi economica e sociale e il governo non ha fatto nulla. Anzi ha firmato gli accordi folli per il riarmo”

Di fronte a una crisi “economica e sociale”, il governo Meloni “è doppiamente responsabile”, “perché non ha fatto nulla e ha sottoscritto folli accordi per il riarmo, per 14 miliardi“. A prendere la parola alla Camera, mentre ancora proseguono i blocchi degli autotrasportatori in mezza Italia con conseguenze sui supermercati vuoti, è il leader del M5s Giuseppe Conte: “La circolazione è in tilt, gli scaffali dei supermercati si stanno svuotando, i distributori di carburanti sono a secco. E la risposta del governo è totalmente inadeguata: oltre 1.300 identificati, una serie di misure di polizia, minacce di arresti. Una risposta che non corrisponde al malessere che serpeggia”. “Noi abbiamo incontrato agricoltori, autotrasportatori – dice l’ex premier – : non ce la fanno, è sofferenza vera, disagio, sono disperati”, “l’Italia si sta fermando. Avete varato 7 decreti sicurezza, inasprito pene e c’è insicurezza dappertutto“. Conte ha parlato anche delle proteste pacifiche degli studenti, “e non mi riferisco ai fatti di Milano”. Anzi dopo il weekend di guerriglia nel capoluogo lombardo “mancano le scuse, perchè l’ordine pubblico è di sua competenza”.

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“Non usate i violenti per silenziare la voce di chi vi dice che non riesce più a campare”: Schlein attacca Meloni alla Camera

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni deve andare in Parlamento a spiegare “come intende rispondere al caro carburanti, al caro vita e al caro affitti che stanno bloccando il paese. Noi abbiamo fatto proposte concrete”. Lo ha detto Elly Schlein prendendo la parola nell’Aula della Camera. “Ci sono agricoltori, autotrasportatori e pescatori che in tutto il Sud stanno protestando perché non riescono più a fare il pieno”, ha aggiunto Schlein. “Come risponde il governo agli studenti che hanno piantato le tende nelle città a partire da piazza Montecitorio?”, ha aggiunto la segretaria del Pd. “Abbiamo condannato con nettezza i gravi episodi di violenza”, ha aggiunto, “agli agenti va la nostra vicinanza. Ma non si usino i violenti per silenziare la voce di decine di migliaia di persone in tutta Italia che civilmente vi stanno dicendo che in questo Paese non riescono più a campare. La risposta solo repressiva è inefficace“.

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Il ministro Urso sui camionisti: “La polizia li sta identificando. Blocchi illegali, previsto il carcere”

“Il Viminale riferisce che si sta procedendo alle identificazioni, anche ai fini di rimuovere i presidi”. Così il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha annunciato davanti alla Camera, durante un question time, sulla mossa del ministero dell’Interno che intende passare alla linea dura, evidentemente, contro gli autotrasportatori che stanno bloccando le grandi arterie di diverse regioni del Sud.

“Impedire il passaggio dei soli camion, lasciando transitare le automobili, configura comunque un blocco stradale, con conseguenze penali anche detentive”, ha ricordato il ministro facendo riferimento alle nuove norme di legge introdotte in uno dei sette decreti Sicurezza varati dal governo. “È importante, credo che sia significativo e emblematico, che le stesse associazioni dei trasportatori ci chiedono, chiedono al ministero degli Interni, di far rimuovere i blocchi”.

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Arriva in libreria il nuovo libro di Andrea Scanzi: “ORA O MAI PIÙ – 10 modi per sconfiggere (forse) Giorgia Meloni e le destre di governo”

“ORA O MAI PIÙ – 10 modi per sconfiggere (forse) Giorgia Meloni e le destre di governo” (Paper First) di Andrea Scanzi

Il governo Meloni sta inanellando un disastro dopo l’altro, assieme alla sua squadra di ministri quasi sempre disastrosi e incompetenti. Eppure, alla vigilia delle prossime elezioni, è ancora lei la favorita nei sondaggi. Potrebbe governare per dieci anni di fila: praticamente un incubo.

Com’è stato possibile ritrovarsi in questa situazione? Dove abbiamo sbagliato? Esiste una via di fuga? Oppure dobbiamo prendere semplicemente atto che l’opposizione è una ristretta minoranza, accecata da odio e frustrazione, incapace di apprezzare la politica mirabile di Donna Giorgia?

La realtà è impietosa: il fallimento della destra nostrana è sotto gli occhi di (quasi) tutti. Forse allora dobbiamo fermarci a ragionare, esaminando ogni scenario possibile e cercando alternative concrete.
Ed è proprio quello che Scanzi fa in questo libro, che è poi un invito all’azione e alla resistenza: un’autentica e appassionata “chiamata democratica alle armi”. Accanto alla consueta satira impietosa di una politica svilita e indigeribile, l’autore stila un vero e proprio decalogo, per prendere atto della situazione e presentarci vincenti alle elezioni.

Azioni semplici ma fondamentali, private e al tempo stesso politiche. Informarsi. Indignarsi. Fare squadra. Andare a votare. Coltivare la memoria. Restare umani. Forse, se l’opposizione – e con essa tutti noi – proverà a mettere in pratica questo decalogo, avremo un Paese libero. Con un governo giusto e dignitoso, di cui non vergognarsi.

Il libro è disponibile in edicola con il Fatto Quotidiano, in libreria e in tutti gli store online

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Mattarella: “Non si guardi ai giovani con indifferenza o meschina sottovalutazione. Cruciali per la società e la nostra economia”

“La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione”. Nel corso della cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito del Lavoro”, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha affrontato anche il tema delle generazioni più giovani, anche alla luce degli scontri che si sono verificati a Milano lo scorso fine settimana. “Le prospettive dei ragazzi sono, com’è evidente, cruciali per determinare l’evoluzione della nostra società, della nostra economia, dei nostri modelli di vita. Le preoccupazioni del presente devono specchiarsi nell’impegno a progettare il futuro. In questo percorso rappresenta, per il nostro Paese, un grave peso il bilancio negativo delle migrazioni giovanili“.

“Molti giovani rientrerebbero volentieri – ha aggiunto il capo dello Stato – se fosse offerto loro un cammino di lavoro e di vita che consentisse di potersi realizzare. È una grande questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società”. Serve “un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza. I valori del lavoro sono, del resto, posti alla base della Repubblica così come i valori dell’educazione e dell’istruzione. Diritto al lavoro e diritto alla scuola si realizzano necessariamente insieme. È nella coesione che una società cresce meglio e di più”, ha dichiarato ancora Mattarella.

Il presidente della Repubblica ha proseguito allargando lo sguardo al mondo del lavoro. “Le imprese generano valore ma non fanno tutto da sole – ha detto -. Hanno bisogno di un terreno fertile nel quale far maturare i progetti. E centrale è il capitale umano, costituito da persone poste nelle condizioni di esprimersi al meglio e di essere libere dal bisogno. Occorre uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore di asservimento o di emarginazione. Tanto più in questi tempi così tumultuosi e incerti”.

Infine, il capo dello Stato ha commentato lo scenario internazionale. “Insensate guerre di aggressione, delegittimazione del diritto internazionale, barriere protezionistiche, politiche neo-imperialistiche, l’insicurezza delle rotte marittime, rincari dell’energia che ne sono derivati e che alimentano l’inflazione, pretese neo-monopoliste: tutti questi dissennati fenomeni stanno producendo effetti gravemente negativi sulle catene del valore, sulla libertà dei commerci e si riflettono sulle stesse libertà del nostro modello di vita, con cosiddetti magnati, insofferenti alle regole della comunità, siano esse statuali o sovranazionali, con assurde inaccettabili pretese in settori nevralgici della vita internazionale”.

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Vertice in prefettura dopo gli scontri di Milano. Sala: “Serve repressione, bene i 500 militari in città”. Piantedosi: “Nessuna evidenza che i giovani fossero manovrati dall’esterno”

Saranno 500 i militari in più che Matteo Piantedosi manderà a Milano, dopo gli scontri dello scorso fine settimana. Lo ha confermato il ministro dell’Interno durante la riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica in prefettura. I soldati, ha spiegato Piantedosi, “avranno la massima mobilità sul territorio, come già avviene” in altre città come Roma. Per quanto riguarda le dichiarazioni di martedì del ministro della Difesa Guido Crosetto, sul fatto che dietro gli scontri ci possa essere una mano estera che compie azioni di “guerra ibrida sui social”, Piantedosi ha risposto che “non c’è alcuna evidenza” che i giovani protagonisti delle violenze “siano manovrati” dell’esterno: la “spontaneità di questi ragazzi” contrasta con l’organizzazione via social delle violenze, ha detto il capo del Viminale. Con il sindaco Giuseppe Sala, conclude, “c’è stata massima condivisione”. Come conferma il primo cittadino: “La priorità è la repressione di questi fenomeni, bene l’arrivo dei soldati. Il prossimo weekend è a rischio, ci saranno anche gli anarchici”.

“Voglio dire senza ambiguità che prima di tutto in questa fase critica viene il controllo“, ha detto Sala, dopo la riunione in prefettura. “Non voglio rischiare di essere ambiguo – ha aggiunto -, non sono per niente contrario al fatto che arrivino 500 militari, avranno un ruolo anche dinamico. Poi bisogna cercare tutti insieme di capire come porre mano a un problema generazionale che è molto evidente”. Per sabato a Milano “c’è preoccupazione. Si teme che in piazza ci possano essere gli stessi soggetti dello scorso weekend, qualcuno che combatterà questa presenza e poi gli anarchici”. “Io non è che voglio fare inviti ai cittadini e dire state tutti a casa – aggiunge – però sabato può essere una giornata delicata“. Inoltre “sarà il primo test per capire se riusciremo a gestire in maniera diversa le cose“. E conclude: “Io non mi sono pentito, come ho detto a tutti i colleghi, di aver detto che a mio giudizio c’erano poche forze dell’ordine in campo, ma non è un’accusa, è una constatazione”.

“C’è in campo l’ipotesi di un pattugliamento misto, con un poliziotto accanto ad un soldato“, ha detto Matilde Siracusano, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e deputata di Forza Italia, intervenendo a L’aria che tira, su La7. “Il ministro dell’Interno Piantedosi ha parlato di adattamento alla contingenza, e quindi si sta ragionando in questa direzione. Ovviamente, a prescindere da chi abbia i compiti di polizia giudiziaria, anche la sola presenza di un soldato ha una funzione di deterrenza enorme. Di fronte ad un soldato, un cittadino si sente più sicuro e magari un maranza, senza pensare al codice penale, si sente comunque intimorito”.

Al vertice hanno partecipato, oltre al sindaco e al ministro dell’Interno, il prefetto Claudio Sgaraglia, il capo della polizia Vittorio Pisani e i vertici delle forze dell’ordine. Al tavolo anche il procuratore capo di Milano Marcello Viola, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, Luca Villa, il questore Bruno Megale, il comandante della Polizia locale di Milano Gianluca Mirabelli, il comandante di Strade Sicure Francesco Lamura. Anche il vicepremier e ministro di Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini era presente in prefettura a Milano, per partecipare alla riunione del Comitato sull’ordine e la sicurezza pubblica.

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Decreto sicurezza, ok del Cdm. Meloni: “Nasce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione”. Saltano i poteri di polizia giudiziaria ai militari

“Il fermo preventivo, che finora valeva solamente per gli adulti, si potrà applicare anche ai minorenni“. È la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a confermare la presenza del provvedimento, che per gran parte del pomeriggio è sembrato in bilico a causa dei dubbi del Colle. La norma che estende la linea dura anche agli under 18 dopo gli scontri e i saccheggi del week end a Milano è quindi contenuta nel nuovo decreto Sicurezza approvato in serata dal Consiglio dei ministri, risultato di una serie di limature fatte dopo le interlocuzioni con il Quirinale. Modifiche che hanno fatto saltare, come da previsioni, il conferimento di poteri di polizia giudiziaria ai militari, sul quale pesava la contrarietà del ministero dell’Interno, quella del presidente della Repubblica Mattarella e quella dei sindacati.

Appena terminato il Consiglio dei ministri, la premier sceglie di annunciare il nuovo pugno di ferro in un filmato pubblicato sui social prima della tradizionale conferenza stampa post vertice. Oltre 6 minuti e mezzo di video in cui spiega le novità del testo che riguardano chi partecipa a proteste e cortei. Una stretta sulla quale uffici e ministeri hanno iniziato a lavorare già da domenica proprio su impulso della presidente del Consiglio, allo scopo “di impedire che quello che abbiamo visto in questi giorni diventi la normalità”. Il decreto introduce un nuovo reato: la partecipazione violenta a una manifestazione. Se durante un corteo o una manifestazione, spiega la premier, “ti unisci a un gruppo di cinque o più persone e ti metti a tirare pietre, petardi, bastoni, metti in pericolo la sicurezza di tutti, rischi fino a cinque anni di carcere e fino a 20mila euro di multa“. Pene che aumentano se se la persona era a volto coperto o si trovava in gruppo. “Voglio essere chiara – aggiunge – non c’è idea politica, non c’è disagio sociale, non c’è opposizione al governo che possa giustificare la devastazione di un negozio per portare via la merce. Dietro quella vetrina c’è una famiglia che ha investito i sacrifici di una vita, ci sono i lavoratori che rischiano di perdere il proprio impiego, ci sono cittadini che hanno diritto di vivere la propria città senza paura. Non c’è niente di rivoluzionario nel devastare e nel rubare” che “non è protesta, è criminalità. E la risposta dello Stato deve essere ferma”.

L’altolà del Quirinale

Il passaggio più delicato, sul cui si sono concentrati i contatti tra gli uffici giuridici del Quirinale e quelli di palazzo Chigi, riguardava l’attribuzione di poteri di polizia ai militari. Una richiesta esplicitata dal ministro della Difesa Maurizio Crosetto, ma ritenuta impraticabile dal presidente Sergio Mattarella. Al Colle l’idea dell’esercito schierato nelle città, pronto ad arrestare cittadini, è apparsa più adatta a una dittatura militare che a una democrazia occidentale. Dopo un pomeriggio concitato la norma è quindi saltata dal testo finale. Davanti ai giornalisti, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha cercato di minimizzare le tensioni tra il Colle e l’esecutivo. “Nessuno stop c’è sempre un’interlocuzione col Quirinale, ma è sempre molto fluida, molto serena, costruttiva” ha detto.

Il risarcimento dei danni

Uno dei temi più dibattuti in queste ore è quello relativo al costo economico delle manifestazioni che degenerano in scontri e devastazioni, come quella dello scorso fine settimana. Il decreto appena approvato prevede che, nel caso sia coinvolto un minore, siano i genitori a pagare per lui. Lo ha spiegato il ministro Piantedosi. “Viene introdotta la possibilità che qualora il minore, anche non imputabile, partecipi alla commissione di fatti come quelli a cui abbiamo assistito in questi giorni, il prefetto può irrogare una sanzione amministrativa ai genitori da 500 a 1000 euro, raddoppiabile in caso di reiterazione”. Il prefetto – ha detto ancora il ministro – “quando irroga la sanzione può disporre una sorta di anticipazione del risarcimento del danno al genitore”, se si tratta di “danni allo Stato, alla Regione, agli enti locali, o danni di carattere pubblico”. Quando invece “sono commessi danni ai privati, il prefetto può ricorrere a un procedimento semplificato, per ottenere un riconoscimento veloce“.

Secondo la premier, in questo modo si applica “un principio semplice: chi rompe paga“. E “se chi rompe è un minorenne pagano i suoi genitori”. Se il danno è a un bene pubblico, una pensilina, un semaforo, una camionetta, “il prefetto manda a casa l’ingiunzione di pagamento. Se il danno è a un privato, una vetrina, un negozio, un auto, il proprietario va dal giudice e ottiene un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo. Certo, ci si potrà opporre, ma intanto i genitori di quel ragazzo che si è divertito a spaccare tutto dovranno pagare e chi ha subito il danno potrà rivalersi su tutto, sui beni di quella famiglia, anche sui soldi che lo Stato eventualmente le deve”.

Introdotto l’arresto differito

Illustrando il testo nella conferenza stampa, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato anche una modifica “al Codice di procedura penale che consente l’arresto differito“. Un istituto che esiste già per alcune circostanze, tra cui le violenze domestiche e i disordini in occasione di manifestazioni sportive, e che ora verrà esteso. “Il reato – ha spiegato il Guardasigilli, viene commesso al di là della flagranza. Vi sono casi in cui l’arresto in flagranza è obbligatorio e altri nei quali è facoltativo. In questi casi può essere anche differito. E, cioè, l’arresto può avvenire dopo la flagranza del reato e prima della emissione dell’ordinanza di custodia cautelare, che dovrebbe invece essere quella normale per la quale una persona viene incarcerata prima del giudizio”.

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Scontri a Milano, Dell’Utri: “Chi parla di remigrazione non ha capito nulla. Solo un analfabeta politico non comprende: la sofferenza dei cittadini è reale”

Mentre il centrodestra ha preso parte lunedì un presidio a Milano dietro allo striscione “Vi remigreremo tutti“, a mettere in evidenza le contraddizioni interne alla coalizione ci pensa Marcello Dell’Utri. L’ex braccio destro di Silvio Berlusconi e co-fondatore di Forza Italia, interviene nel dibattito commentando gli scontri e le scene di guerriglia urbana nel capuologuo lombardo: “Le devastazioni che hanno colpito Milano e altri grandi centri del nostro Paese in questi giorni vanno condannate senza esitazioni. Ma chi pensa di fermare le proteste limitandosi a invocare la sicurezza, senza interrogarsi sulle ragioni profonde del malessere che le alimenta, commette un errore gravissimo”, dichiara Dell’Utri proprio mentre il Consiglio dei ministri si appresta a varare un nuovo decreto sicurezza.

Per l’ex senatore azzurro “solo un analfabeta politico può non comprendere la delicatezza della fase storica che stiamo attraversando. La sofferenza dei cittadini è reale, crescente e non può più essere ignorata”. E arriva anche la stoccata nei confronti della destra e di chi rincorre Vannacci: “Pensare di affrontarla agitando formule retoriche come quella della ‘remigrazione‘ significa non aver capito nulla della gravità del momento“.

Per quanto riguarda il partito che ha co-fondato, Dell’Utri spiega “sto senz’altro con Marina Berlusconi“, nel volere un partito come Forza Italia più presente sul tema dei diritti, “anche Silvio Berlusconi credo che la penserebbe così, ma purtroppo non possiamo chiederglielo”. “In Forza Italia c’è chi, come Amir Atrous, ha analizzato questo disagio con parole accorate e coraggiose, senza rifugiarsi nelle comode semplificazioni della propaganda. Un centrodestra serio e consapevole delle proprie responsabilità farebbe bene ad ascoltarlo”, rimarca Dell’Utri parlando del responsabile del Dipartimento Immigrazione di Forza Italia Milano che scatena spesso le polemiche interne al centrodestra con le sue posizioni.

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Scanzi a La7: “Meloni preferirebbe sfidare Schlein anziché Conte, le fa meno paura”. E sulle primarie: “Sono la via meno brutta”

“Dovendo fare un pronostico, credo che Giorgia Meloni, se potesse scegliere, opterebbe per Elly Schlein alla guida del campo progressista. E non perché la stima di più, ma perché le fa meno paura di Giuseppe Conte. Secondo me, in termini di leadership, Schlein è più debole di Conte”. Così Andrea Scanzi interviene a Otto e mezzo (La7) sulla scelta del candidato premier del centrosinistra tra la segretaria del Pd Elly Schlein e il leader del M5s Giuseppe Conte, spiegando quale dei due, a suo giudizio, la presidente del Consiglio preferirebbe affrontare alle prossime elezioni politiche e indicando nelle primarie la soluzione più praticabile per arrivare a una candidatura condivisa.

L’occasione è la presentazione del suo nuovo saggio del giornalista del Fatto Quotidiano, “Ora o mai più – Dieci modi per sconfiggere (forse) Giorgia Meloni”, edito da Paper First, in uscita oggi nelle librerie e nelle edicole. Il titolo incuriosisce il filosofo Massimo Cacciari, mentre la conduttrice Lilli Gruber chiede a Scanzi quale sia uno dei modi per sconfiggere le destre di governo e se possa essere proprio Schlein a battere la presidente del Consiglio.
“Se penso al centrosinistra, allo stato attuale la regola più importante è fare squadra e trovare una quadratura del cerchio – risponde Scanzi – Ha ragione Cathy La Torre: per il cittadino medio la scelta del leader del campo largo non è appassionante. Purtroppo, però, è decisiva, perché finché non si risolve questa questione non si può andare avanti con tutto il resto. Non ne sono felice, ma mi sembra evidente che Schlein e Conte vogliano anzitutto decidere chi guiderà la coalizione”.

Quanto alla possibilità che sia la segretaria democratica a sfidare Meloni, il giornalista le riconosce piena legittimità a candidarsi, ma contesta la pretesa di ottenere la leadership senza una consultazione tra gli elettori.: “Elly Schlein ha sicuramente le carte in regola per provarci, perché, con tutti i suoi limiti, è la leader del più grande partito di opposizione. Ha quindi tutto il sacrosanto diritto di dire: ‘Voglio essere io la leader’. Secondo me, però, ha meno diritto a dire, in maniera anche abbastanza goffa: ‘Voglio essere la leader anche senza primarie’. Che cosa significa senza primarie? Chi lo decide? Tutti ti guardano e dicono: ‘Sì, sei la donna perfetta, sei la conducător del mondo’? Non credo”.

Gruber osserva che la posizione di Schlein si fonda sulla previsione di un Pd primo partito della coalizione di centrosinistra, ma Scanzi replica che non basta il peso elettorale dei democratici per stabilire una regola che Giuseppe Conte non intende accettare: “Schlein sa benissimo che non può decidere questa regola al posto di Conte. Per questo insisto sulla necessità di fare squadra. Conte ha detto in tutti i modi che, se le regole sono queste, lui non ci sta. A torto o a ragione, questa è la situazione”.

Per superare il contrasto tra i due leader, il giornalista ravvisa quindi nelle primarie la strada più semplice, pur ammettendo che avrebbe preferito una candidatura alternativa: “Credo che le primarie siano la via più facile, o comunque la meno brutta. Io avrei preferito un terzo nome, ma questo terzo nome non c’è. Bersani ha detto che non ne ha voglia, perché bisogna far girare la ruota e dare spazio ai giovani. Sono d’accordo con lui, ma questo giovane, a oggi, non è stato individuato”.
E in mancanza di una figura capace di mettere d’accordo le diverse componenti dell’opposizione, osserva il giornalista, la scelta resta circoscritta ai due leader.

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Appello di sei Regioni al governo: “Per la sanità servono più risorse”. Schlein: “Ascoltate questo grido di allarme”

“La sanità va messa al centro della prossima Finanziaria. È assolutamente prioritario stanziare almeno la cifra che il ministro Schillaci aveva indicato, non è pensabile nemmeno un euro in meno”. A scriverlo sono i presidente di sei regioni italiane, quelle guidate dal centrosinistra, in una lettera indirizzata al governo di Giorgia Meloni. A sottoscrivere il documento per ribadire la necessità di finanziare adeguatamente la sanità pubblica italiana, sono Michele de Pascale (Emilia-Romagna), Stefania Proietti (Umbria), Alessandra Todde (Sardegna), Eugenio Giani (Toscana), Roberto Fico (Campania) e Antonio Decaro (Puglia).

I sei governatori citano proprio il ministro della Salute Orazio Schillaci che ha indicato “in 5,5 miliardi di euro le risorse aggiuntive necessarie per sostenere il Fondo sanitario nazionale“. Ma secondo le notizie che trapelano – sottolineano i presidenti delle regioni – nella prossima Finanziaria sarebbero disponibili poco meno di 2 miliardi e mezzo. “Una distanza evidente e inaccettabile tra i bisogni del Servizio sanitario nazionale e le risposte che il Governo sembra voler dare”, sottolineano chiedendo al governo di ascoltare “il proprio ministro della Salute”: “La sanità va messa al centro della prossima Finanziaria – continuano – È assolutamente prioritario stanziare almeno la cifra che il ministro Schillaci aveva indicato, non è pensabile nemmeno un euro in meno“.

De Pascale, Proietti, Todde, Giani, Fico e Decaro si dicono “disponibili a collaborare, a fare la nostra parte e ci aspettiamo che su questo versante tutte le Regioni si batteranno per centrare il risultato, coerentemente, per esempio, con quanto già dichiarato dall’assessore alla Salute della Regione Lombardia, Guido Bertolaso. Anche per questo facciamo un appello a tutte le forze politiche di maggioranza e di opposizione perché sia questo il contenuto principale della prossima Finanziaria”. “In gioco c’è la tenuta del Servizio sanitario nazionale e, con essa, un principio fondamentale: il diritto alla salute non può dipendere dalle condizioni economiche delle persone”, concludono i sei governatori.

All’appello risponde subito la segretaria del Pd: “Facciamo nostro il grido di allarme e l’appello che i presidenti di sei Regioni hanno rivolto al governo”, afferma Elly Schlein in una nota, sottolineando che “è incredibile che si debba ricorrere ad appelli e invocazioni, per poter garantire ai cittadini il diritto alla salute, previsto dalla Costituzione”. La leader dem chiede così “di portare la spesa sanitaria alla media europea del 7 per cento del PIL perché non si può continuare a chiedere al Servizio sanitario nazionale di reggere con risorse che non sono all’altezza dei bisogni delle persone e dei territori, né scaricare l’ammanco sulle regioni che da sole non ce la fanno”. “Il governo ascolti le Regioni, smetta di fare proclami e la faccia diventare una priorità vera”, conclude Schlein.

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Scontri a Milano, Cacciari a La7: “Finiamola di fare le anime belle, ci sono milioni di giovani esasperati. La protesta è fisiologica”

“Ma c’è qualcuno che vede i telegiornali, anche esteri, qualche volta? A Parigi da mesi avvengono questi scontri. C’è una situazione di emergenza anche in Francia, e in Spagna. È una crisi europea. Ma vogliamo finalmente comprendere le cause delle cose? E questo vale per la Palestina e Israele, per l’Ucraina e la Russia. Ma in questo Paese vogliamo finalmente ragionare?”. Sono le parole di Massimo Cacciari, ospite di Otto e mezzo, su La7, mentre imperversa il dibattito sugli scontri che nel fine settimana hanno investito Milano. Il filosofo non cerca attenuanti per chi ha devastato negozi e aggredito le forze dell’ordine, ma contesta l’idea che la questione possa esaurirsi nella condanna dei tumulti e nell’annuncio di nuove misure di sicurezza, perché dietro le vetrine infrante c’è una crisi sociale e generazionale che attraversa l’Europa e che la politica sembra ormai incapace persino di riconoscere.

A finire nel mirino dell’ex sindaco di Venezia è la risposta securitaria del governo Meloni agli episodi che hanno richiamato le rivolte dei casseurs francesi: “Non capiamo le ragioni per cui ci sono queste proteste di massa che coinvolgono milioni di persone. Tra questi milioni di persone ci sono anche dieci sciagurati che portano acqua alla destra, sfasciando le vetrine. Ma sono milioni di giovani esasperati e, quando non sono esasperati perché non funziona la scuola, lo sono perché hanno lavori precari e sottopagati. C’è una crisi generale europea, una crisi tra generazioni. E noi presumiamo di risolvere le questioni con decreti sull’ordine pubblico: ma siamo fuori di senno. Semplicemente fuori di senno”.
Il giudizio di Cacciari sulla classe dirigente europea è impietoso: “Ormai non capisce più niente. Questa è la verità, non capisce più niente, è nel pallone totale”.

La conduttrice Lilli Gruber solleva un’obiezione che riguarda il rapporto tra la condanna delle violenze e la ricerca delle loro cause: “Si condanna e poi si aggiunge ‘però’”.
“Ma ‘però’ per niente, io parlo delle cause – replica Cacciari – Condanno Putin, ma voglio capire le cause per cui c’è una guerra tra Russia e l’Ucraina. Oppure, se io voglio capire qualcosa, ciò significa che giustifico? Ma siamo pazzi? Il fatto che io voglia ragionare e capire le cose significa che lo giustifico?”.
Il filosofo ricorda che la protesta è una conseguenza prevedibile delle tensioni sociali, anche se questo non rende accettabili le devastazioni: “Questa protesta è fisiologica. Ora, non deve necessariamente esprimersi come si è espressa, ma finiamola di fare le anime belle, pietà di me. Nelle situazioni di grande tensione politica e di grandi contraddizioni, lacerazioni e disuguaglianze come quelle che viviamo c’è sempre stata anche la violenza”.

Gruber richiama allora la posizione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha espresso massima solidarietà alle forze dell’ordine. Cacciari ribadisce: “Ma certo, anch’io esprimo massima solidarietà, ma finiamola di fare le anime belle, pietà di me”. Il filosofo menziona il principio della forza legittima dello Stato, che ha il compito di difendere i cittadini e perseguire chi commette reati. Ma proprio l’esistenza di questo potere presuppone che la politica conosca la natura dei conflitti che è chiamata a governare: “Perché c’è la violenza legittima dello Stato? Perché dall’altra parte, in una forma o nell’altra, lo Stato, il politico intelligente sa che in situazioni di grande contraddizione e lacerazione momenti di violenza sono fisiologici. Smettiamola di fare le retoriche e le anime belle, pietà di me”.

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Armi all’Ucraina, Balzano incalza Sensi: “Non convincerà mai Conte e Avs, lei è nel posto sbagliato”. “Il M5s la pensa come Vannacci, Le Pen e AfD”

“Ma lei reputa verosimile che, una volta al governo, riusciate a convincere Conte, Fratoianni e Bonelli a mandare le armi all’Ucraina? Voi che siete obiettivamente una minoranza nel Pd e nella coalizione progressista?”. A Battitori liberi, su Radio Cusano Campus, Savino Balzano pungola il senatore dem Filippo Sensi su uno dei principali motivi di scontro nel campo progressista: il sostegno militare a Kiev. Il parlamentare riformista non ha dubbi: “Non c’è un governo europeo di nessun segno politico, di sinistra, di centro o di centrodestra, che non stia dentro una linea di sostegno all’Ucraina. Pensare che l’Italia possa rompere questa linea secondo me è poco verosimile. Un governo italiano darà sempre sostegno all’Ucraina”.

L’argomento della puntata verte sullo scambio a distanza del 15 ottobre tra Sensi e il deputato M5s Francesco Silvestri, intervistati da Manolo Lanaro per Il Fatto Quotidiano. Dopo gli applausi di alcuni riformisti Pd alle parole di Giorgia Meloni sull’Ucraina, Sensi ha sostenuto che un futuro governo progressista debba inviare armi a Kiev “per davvero”, accusando l’attuale esecutivo di non farlo da oltre un anno. Silvestri ha replicato sarcastico: “Se Sensi vuole più armi, gliele porti lui personalmente, se le carica e gliele porta”. E ha puntualizzato che un governo alternativo alla destra dovrebbe invece interrompere le forniture militari e favorire il dialogo con Putin. I conduttori Balzano e Gianluca Fabi ripartono proprio dalla battuta di Silvestri, chiedendo scherzosamente a Sensi se intenda portare personalmente le armi in Ucraina. Il senatore replica: “A Silvestri non manca l’umorismo, però poi dice delle cose un po’ enormi, come quella che bisogna dialogare con Putin”. E attacca il riferimento del deputato M5s alle conseguenze economiche della guerra: “Ma non c’è un minimo di umanità? Lì muoiono persone ogni giorno, vengono distrutte città”.

Balzano sottolinea che mai M5s e Avs potrebbero accettare di mandare armi a Kiev. Il senatore dem richiama l’esperienza del governo Draghi, del quale fecero parte sia il M5s sia la Lega, oggi contraria a nuove forniture militari. A suo giudizio, l’appartenenza dell’Italia all’Europa pesa più delle differenze tra i partiti di una futura maggioranza. Ma Balzano insiste: come può una componente minoritaria della coalizione convincere Conte, Fratoianni e Bonelli, oltre alla stessa Schlein?Il parlamentare ribadisce che il sostegno militare a Kiev è la posizione ufficiale del Pd, confermata dalla segretaria e dai voti parlamentari. Ammette che non tutti nel partito la pensano come lui, ma rivendica la continuità di quella scelta. Poi arriva l’affondo contro i possibili alleati: “Il Pd la pensa in un modo, secondo me giusto, in coerenza con quello che pensano i grandi partiti in tutta Europa, e il M5s la pensa come Vannacci, come Marine Le Pen, come l’AfD. Penso che se ne dovranno fare una ragione”.

Fabi introduce anche il problema del consenso degli elettori, chiedendo se il Pd sia pronto a scontrarsi con un’opinione pubblica sempre più preoccupata dalle difficoltà sociali ed economiche. Sensi contesta che gli italiani siano contrari al sostegno all’Ucraina: “Ci sono sondaggi che vanno in questa direzione molto chiari e molto espliciti, altri che invece dicono no, però c’è più freddezza”. Richiama quindi le imminenti elezioni americane di midterm e sostiene che negli Stati Uniti il tema controverso sia soprattutto la guerra in Iran, per le sue conseguenze energetiche, più che quella in Ucraina. “Non penso che in Italia noi stiamo soffrendo perché non abbiamo il gas o il gasolio russo. Penso che non ci creda nessuno”. Ma è sulla durata del conflitto che il confronto si fa più serrato. Fabi osserva che, nonostante le armi inviate finora, la guerra prosegue senza una vittoria decisiva di nessuno dei contendenti. Sensi risponde ricorrendo a una metafora: “Se tu dai le armi, cioè dai la medicina al malato, gli stai facendo male perché la medicina gli consente di stare in piedi?”. Precisa che l’Ucraina non è un malato e definisce gli ucraini combattenti dal “coraggio leonino”. Per il senatore, “fornire le armi non vuol dire prolungare la guerra. Significa prolungare l’esistenza dell’Ucraina”. E di fronte alle obiezioni del conduttore e alle immagini dei bombardamenti russi su Kharkiv, sbotta: “Ma di che stiamo parlando? Mi sembra il mondo alla rovescia”.

Fabi insiste: “Noi fino a oggi abbiamo fatto quello che dice lei, ma da soli che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo vincere contro Mosca, che ha il più grande arsenale nucleare del mondo? Questo state proponendo? E peraltro con che armi?”. Il senatore evoca i partigiani: “Se si fosse fatto questo ragionamento ai tempi della Resistenza, l’Italia oggi starebbe sotto i nazisti”. “No, è completamente diverso”, obietta Balzano. Sensi riconosce la diversità delle circostanze, ma ribadisce che togliere le armi agli ucraini non significa automaticamente fermare la guerra. Balzano torna sulle prospettive del conflitto: “Lei si rende conto che l’Ucraina come l’abbiamo conosciuta prima del 2022 non esisterà mai più? Voi con questa cosa ci dovete fare pace, perché è un dato di fatto”. E invita a valutare concessioni territoriali alla Russia per evitare conseguenze ancora peggiori. Sensi respinge la posizione del conduttore: “Non lo dovete dire a chi cerca di difendere l’Ucraina, dovete dirlo a Putin”. Ricorda che Zelensky propone un cessate il fuoco sulle linee attuali e accusa Mosca di continuare a bombardare le città ucraine: “Perché fate questo discorso a chi dice che forse l’Ucraina sta resistendo e resiste pure in nome e per conto dell’Europa? Questo mi sembra un po’ il mondo alla rovescia”.

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Violenze a Milano, Crosetto gela Salvini: “Inutile annunciare militari in più, devono poter agire come forze di polizia”

“È facile annunciare militari in più senza nemmeno affrontare il problema di cosa dovranno fare e come potranno farlo”. Con un post su X, Guido Crosetto dà la linea sul decreto-legge allo studio del governo per reagire alle violenze di piazza a Milano. Nel provvedimento, che sarà approvato martedì in Consiglio dei ministri, è previsto un potenziamento dell’operazione “Strade Sicure”: il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini ha annunciato trionfante l’arrivo di “cinquecento militari in più per difendere Milano”. Ma il ministro della Difesa manifesta scetticismo: “Perché abbia un senso”, sottolinea, “abbiamo necessità che domani il Cdm approvi delle norme che consentano loro di poter agire come le forze di polizia, solo nel tempo necessario per dare supporto a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza (cioè tre mesi), di fronte a fenomeni come quelli cui abbiamo assistito”.

Già nelle ore precedenti, dal governo trapelava l’ipotesi di riconoscere ai militari le funzioni di polizia giudiziaria: una misura a cui sta lavorando lo stesso Crosetto insieme al sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago (Forza Italia). Nel decreto-legge potrebbero confluire alcune misure già contenute nel ddl sulla sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri a luglio e ora all’esame del Senato: tra queste, l’estensione del fermo preventivo ai minorenni e con una durata oltre le 12 ore, l’arresto in flagranza differita per chi si rende responsabile di danneggiamenti di gruppo e il divieto di aggregazione per persone ritenute pericolose per l’ordine pubblico.

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Scontri a Milano, Mattarella: “Violenze esplose in modo inatteso da soggetti inediti, occorre un’analisi approfondita”

“Occorre un’analisi intelligente e approfondita” per delle violenze che arrivano da “soggetti inediti“. A dirlo è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenendo sul tema degli scontri e della guerriglia urbana che ha interessato nel weekend, in particolare, la città di Milano. I soggetti inediti sono quei giovani – molti dei quali minorenni, anche 12enni – protagonisti delle devastazioni nel capoluogo lombardo. Il Capo dello Stato affronta l’argomento nel corso del suo intervento all’Assemblea nazionale delle province italiane.

Mattarella ha parlato della necessità di elaborare “un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti, condizione quest’ultima che pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”. Presidente della Repubblica che ha espresso anche la sua solidarietà agli agenti: “È un servizio che passa dalla garanzie di sicurezza dei nostri comuni e dei nostri borghi dove ogni violenza è inaccettabile: alle forze dell’ordine va la piena solidarietà”, ha sottolineato.

Mentre il Capo dello Stato parla della necessità di “analisi approfondita” e di “attenta vigilanza”, la seconda carica dello Stato scende invece in piazza. Ignazio La Russa, infatti, ha preso parte a Milano al presidio del centrodestra a sostegno delle forze dell’ordine, dei commercianti danneggiati e dei cittadini. “Chi ci mette il però aizza le piazze” così come “chi liscia il pelo a una protesta violenta e chi non la condanna fino in fondo”, ha dichiarato il presidente del Senato parlando con i giornalisti in piazza San Carlo, a poca distanza dal Duomo. La Russa ha citato anche le frasi Mario Calabresi, candidato sindaco a Milano: “Quando si condanna la violenza non ci vuole nessun però, si condanna la violenza punto”, ha detto l’esponente di Fdi.

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Meloni “nana borgatara”: bufera per il post di un pm di Roma sulla premier. Lui: “Mi hanno hackerato il profilo”

“La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”. Il poco elegante post è comparso domenica sera sul profilo Facebook di Alessandro Di Cicco, pm della Procura di Roma, subito dopo l’annuncio della premier di Giorgia Meloni di non voler firmare il decreto sull’aumento delle retribuzioni ai magistrati, imposto da una sentenza del Consiglio di Stato. Un’uscita contro cui si è scagliata in coro la destra con i suoi rappresentanti al Consiglio superiore della magistratura. E anche l’Associazione nazionale magistrati ha preso le distanze”con fermezza”: “Il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo. Per questo riteniamo profondamente inappropriate le parole” del sostituto procuratore, ha affermato in una nota la giunta esecutiva del sindaco delle toghe.

Il magistrato, però, ha negato la paternità del post: “Ho appena presentato una denuncia perché il mio profilo Facebook è stato hackerato. Me ne sono accorto nella serata di ieri, quando ho immediatamente cancellato il post, bloccando il mio profilo e segnalando l’accaduto anche a Meta. Una cosa è non condividere le posizioni della premier, altro è insultare”, ha detto alle agenzie di stampa. Il testo della denuncia, presentata al commissariato del palazzo di Giustizia di Roma, è stato riportato dall’AdnKronos: “In data 19 ottobre 2026 alle ore 12 ricevevo sul mio account personale, avente nome “Di Cicco Alessandro”, della piattaforma social Facebook alcune notifiche riconducibili ad attività non compiute da me su tale piattaforma, pertanto mi rendevo conto che ignoti vi avevano fatto accesso a mia insaputa senza essere autorizzato”.

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