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Italia e Spagna sospendono i controlli alle frontiere dopo le tensioni per i fatti di Ceuta

Finirà, dopo quasi tre mesi, lo scontro diplomatico tra Italia e Spagna iniziato il 1 agosto scorso con la decisione del governo Meloni di sospendere gli accordi di Schengen con la Spagna ripristinando i controlli alle frontiere in risposta al massiccio afflusso di migranti irregolari nell’exclave nordafricana di Ceuta. Al termine di una telefonata tra i ministri dell’Interno dei due Paesi, Matteo Piantedosi e Fernando Grande-Marlaska, che segue l’incontro tra Giorgia Meloni e Pedro Sanchez all’ultimo Consiglio europeo, i due esponenti hanno concordato di mettere fine alle ritorsioni reciproche e di riaprire le frontiere insieme a un potenziamento dello scambio informativo per garantire la piena sicurezza dello spazio comune.

“Il governo spagnolo ha deciso di non prorogare i controlli alle frontiere ripristinati lo scorso mese di agosto per i voli e i collegamenti marittimi provenienti dall’Italia, Paese che anche porrà fine ai suoi”, ha comunicato il ministero dell’Interno iberico in una nota. L’ultima proroga decisa da Madrid scadeva il 22 ottobre e, quindi, è da considerarsi non più in vigore. Così come quella italiana, dato che Roma lo scorso 16 ottobre aveva deciso di prorogare le restrizioni.

La possibilità, come detto, era stata discussa a Bruxelles dalla presidente del Consiglio e dal presidente del governo spagnolo. Prevedeva, da parte dei ministri dell’Interno dei due Paesi, la valutazione di strumenti alternativi di collaborazione in materia di sicurezza e gestione dei flussi migratori alle frontiere.

La crisi era esplosa tra il 30 e il 31 luglio, quando fra le 70mila e le 80mila persone erano entrate a Ceuta. Il primo agosto Roma aveva ripristinati i controlli temporanei sui passeggeri provenienti dalla Spagna invocando i rischi per la sicurezza interna e possibili infiltrazioni terroristiche. Madrid aveva risposto l’8 agosto con verifiche analoghe sui viaggiatori in arrivo dall’Italia, motivandole con la pressione migratoria che interessa il Paese.

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Vertice Putin-Zelensky-Trump, Mosca: “La discussione è in corso”

L’improvvisa accelerazione diplomatica dei giorni scorsi per porre fine alla guerra in Ucraina potrebbe portare a un obiettivo fino alla scorsa settimana impensabile. C’è una “discussione in corso” su un possibile vertice tra Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky e Donald Trump. Lo ha detto oggi il vice ministro degli Esteri russo Serghei Ryabkov, rispondendo alla domanda se questo sia stato tra gli argomenti dell’incontro di ieri a San Pietroburgo tra l’inviato americano Steve Witkoff e il presidente russo. “L’argomento è stato sollevato, ma al momento non c’è ancora una chiara comprensione in merito. Non c’è un accordo completo, ma la discussione è in corso“, ha detto Ryabkov, citato dall’agenzia Interfax.

La dichiarazione di Ryabkov giunge all’indomani dell’incontro durato circa tre ore al Palazzo di Costantino a San Pietroburgo. La visita di Witkoff in Russia non è stata isolata: il giorno precedente, l’inviato di Trump si trovava a Oslo, dove ha incontrato Zelensky e i leader di Finlandia e Norvegia per gettare le basi di un quadro di pace coordinato con gli alleati europei e la Nato. Durante il colloquio con Putin, anche il consigliere americano Jared Kushner si è unito telefonicamente per presentare alcune proposte.

L’incontro di San Pietroburgo potrebbe aver segnato un netto passo avanti rispetto al ristagno delle trattative degli ultimi mesi. Secondo quanto riferito dai consiglieri del Cremlino, Putin avrebbe accettato “in linea di principio” di avviare un nuovo ciclo di negoziati trilaterali a partire da metà novembre. La sede ipotizzata per il confronto a tre tra Stati Uniti, Russia e Ucraina è Abu Dhabi. Se confermati, i colloqui si concentrerebbero sulla definizione di un sistema di garanzie di sicurezza per l’Ucraina e la Russia al termine delle ostilità.

Sul terreno, intanto, si continua a morire. “Tre ondate di missili balistici sono state lanciate contro Kiev dai ‘compassionevoli‘ russi da ieri sera – ha scritto sui social Zelensky, ironizzando sull’espressione usata da Witkoff per definire Putin -. Sono stati impiegati 21 missili. Purtroppo, numerosi luoghi in tutta la città sono stati colpiti e danneggiati, persino un monastero”. “Quasi immediatamente dopo un altro ciclo di colloqui, la Russia ha lanciato un attacco mirato. Ciò significa che il suo atteggiamento nei confronti di tutto ciò che sta accadendo non è realmente cambiato”.

Le autorità ucraine hanno denunciato anche che le forze russe hanno attaccato un mercato a Lozova, nell’oblast di Kharkiv. Secondo i dati preliminari, due persone sono rimaste uccise e il numero dei feriti è di almeno 17 persone.

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Il New York Times: “Usa e Israele preparano nuovi attacchi contro l’Iran dopo le elezioni”

Infrastrutture energetiche, impianti nucleari, arsenali di missili e droni. Potrebbero finire di nuovo nel mirino Stati Uniti e Israele, che si starebbero preparando a riprendere la guerra in Iran dopo le elezioni di medio termine del 3 novembre. I vertici militari di Washington e Tel Aviv, riferisce il New York Times, hanno sviluppato piani specifici per nuovi attacchi per quella che si prevede come “un’operazione breve ma intensa“.

Le forze armate dei due paesi, riporta il quotidiano statunitense, hanno intensificato le esercitazioni, facendo volare aerei sopra l’Iraq per testare le manovre d’attacco contro il regime di Teheran. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno dichiarato funzionari statunitensi, ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu in Israele questa settimana per discutere della nuova campagna militare.

Gli Usa, riporta ancora il giornale , in queste settimane stanno radunando in Medio Oriente un “enorme arsenale“, che dovrebbe essere pienamente operativo entro inizio novembre. Anche se nel frattempo continuano i movimenti diplomatici, con negoziatori Usa che puntano a “fare leva” sulla minaccia di nuovi attacchi per portare l’Iran a cedere rispetto alle richieste statunitensi riguardanti la questione nucleare.

Tra coloro che stanno pianificando le prossime mosse in questo conflitto lato Usa c’è chi è convinto che una campagna militare breve ma intensiva, di tre giorni, potrebbe infliggere danni economici sufficienti a modificare la posizione iraniana. D’altro canto, il precedente delle conseguenze degli attacchi di Stati Uniti e Israele tra febbraio e aprile scorsi introduce “ragioni per dubitare che una ripresa della guerra possa avere più successo della prima fase”.

Funzionari iraniani, spiega ancora il Ny Times, hanno pronosticato che Teheran potrebbe rispondere a nuovi raid sul proprio territorio “ampliando gli obiettivi al di là di navi commerciali e infrastrutture energetiche della regione” e mettendo nel mirino anche “centri di elaborazione dati e i cavi sottomarini per Internet”.

È inoltre tutt’altro che certo che Donald Trump approverà nuovi raid, sottolinea il Nyt. Più volte quest’anno il presidente ha posto il veto a piani per il ritorno a grandi operazioni di combattimento, come nelle scorse settimane quando le forze armate statunitensi e israeliane erano quasi pronte ad attaccare.

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Cyber-allarme mondiale: “Un buco nel codice PHP mette a rischio il 70% di Internet”

Ci sono due “buchi” nel nel PHP, il linguaggio con il quale sono programmati i siti web. Due vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate da eventuali hacker per entrare nei server, rubare dati sensibili o distruggere i portali e che riguarderebbe il 70% dei siti di tutto il mondo. Sono stati scovati grazie all’intelligenza artificiale avanzata, nell’ambito di un programma di ricerca chiamato Patch the Planet in cui le società di sicurezza informatica Calif e Wiz hanno collaborato con la PHP Foundation e OpenAI. Il colosso guidato da Sam Altman l’ha definito “uno dei problemi di sicurezza più significativi degli ultimi tempi”.

La falla, rimasta nascosta per più di 10 anni, permette attacchi di tipo Remote Code Execution (esecuzione di codice da remoto), il che significa che i pirati informatici possono prendere il controllo totale del server, installare malware e accedere direttamente ai database o ai file di sistema. Non è ancora chiaro quali versioni del linguaggio di programmazione siano interessate, ma il CERT-EU (il servizio di cybersicurezza che protegge le infrastrutture informatiche di istituzioni, organi e agenzie dell’Ue) ha affermato che potrebbero essere coinvolte tutte le versioni a partire da PHP 5, lanciato nel 2004. Il problema è che “il linguaggio PHP è ovunque – ha spiegato alla Bbc l’azienda di sicurezza informatica Huntress -. Alimenta i siti WordPress, Drupal, Joomla e Magento, piattaforme di hosting condiviso, pannelli di controllo e un’enorme quantità di software che non pubblicizza nemmeno il fatto di utilizzare PHP al suo interno”.

La PHP Foundation aveva intenzione di pubblicare la scoperta entro la fine del mese, insieme a una soluzione completa per il problema definita “patch” dagli sviluppatori di software, ma i dettagli della falla sono trapelati sui social media martedì e le istituzioni stanno correndo ai ripari. L’agenzia di sicurezza americana (NSA), il centro nazionale per la cybersicurezza britannico (NCSC) e le autorità di Ue, Giappone e Australia hanno lanciato allerte formali consigliando tassativamente di spegnere i sistemi se non si riesce ad aggiornarli immediatamente. Per precauzione istituzioni come il governo finlandese, il Parlamento olandese e il consiglio di Edimburgo hanno temporaneamente messo offline i propri servizi web perché non hanno fatto in tempo ad applicare la patch.

In Germania, l’Agenzia federale per la sicurezza della tecnologia dell’informazione ha classificato il rischio delle falle come “3 / Arancione“, ovvero estremamente elevato. L’allerta lanciata da Berlino ha fatto sì che alcune istituzioni, inclusi gli ospedali, abbiano temporaneamente disattivato i propri servizi online per non offrire alcun punto debole agli hacker. Anche in Francia, i siti internet di tutte le prefetture sono stati resi momentaneamente inaccessibili in seguito alla scoperta delle vulnerabilità e alla necessità di sottoporli a “manutenzione preventiva”.

Ma le prime ondate di attacchi che sfruttano la falla sono già state rilevate. “Stiamo osservando attacchi iniziali emergenti e stiamo aggiornando le mitigazioni man mano che appaiono nuovi vettori”, ha avvertito su X Dane Knecht, responsabile tecnologico della società di infrastrutture internet Cloudflare.

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Bufera sull’inviato Usa Witkoff: dopo la liberazione di Hubbard ha definito Putin “compassionevole”. Trump e Vance lo difendono

Compassionevole. Non è certo il termine che chiunque, nemmeno i suoi più stretti collaboratori, userebbe per descrivere Vladimir Putin. Ma preso dall’euforia per la liberazione del prigioniero americano Stephen Hubbard, in giorni di distensione nei rapporti tra Washington e Mosca, è proprio questo l’aggettivo che l’inviato speciale americano Steve Witkoff ha usato per descrivere il capo del Cremlino. “Parla tanto del fatto che il mio presidente, il presidente Trump, sia compassionevole. Anche lei è compassionevole, glielo riconosco, la lodo per questo e la ringrazio ancora”, gli ha detto direttamente nel corso della sua trasferta a San Pietroburgo.

Parole che, come prevedibile, sono costate una valanga di accuse all’inviato speciale anche da parte dei membri del Partito Repubblicano, come ad esempio il senatore John Corbyn che ha voluto ricordargli che “Putin è un assassino spietato“. Oppure come il deputato conservatore Don Bacon che ha definito le parole di Witkoff un “altro imbarazzo“. Il senatore del Gop, Thom Tillis, lo ha invece invitato a “guardare sul dizionario cosa significa compassionevole. Dovrebbe tornare in Ucraina e chiedere alla famiglie dei bambini rapiti e uccisi da Putin se pensano che sia compassionevole”.

Witkoff, però, può contare sul sostegno della Casa Bianca. Prima ha parlato il vicepresidente JD Vance che si è detto “d’accordo con il fatto che Steve abbia rivolto parole gentili a una persona che ha appena liberato un ostaggio americano. A prescindere dal fatto che si condivida o meno il sentimento di fondo, Steve è un diplomatico. Il suo lavoro consiste nell’andare laggiù e portare a termine un compito. Dovremmo tutti festeggiare questo risultato, anziché lamentarci di ciò che Steve ha detto per riuscire a ottenerlo”.

Dopo di lui, è stato il presidente Trump in persona a confermare la piena fiducia nell’operato del proprio inviato: “Suppongo che si potrebbe dire per quel motivo in particolare, allo scopo di permettere a un uomo che pensava di finire in prigione a vita di uscire”.

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Due italiani detenuti per un giorno in Cisgiordania con l’accusa di terrorismo: “Io bendato e picchiato dalla polizia israeliana”

Padre e figlio detenuti in Cisgiordania per più di un giorno con l’accusa di terrorismo, dalla polizia israeliana, fino all’espulsione. Si tratta di Manuel Tartarotti e suo padre Alberto, bolzanini di 35 anni e 67 anni, nei territori palestinesi per motivi umanitari. Lo riporta il portale news altoatesino Salto.bz. “La polizia israeliana ci ha chiesto i documenti, poi hanno preso me e mio padre, ci hanno bendati e ci hanno caricati su un furgone militare. Non ci hanno detto dove ci portavano, io sono stato preso e menato nel retro del mezzo. Non sapevo cosa sarebbe successo ed ho avuto paura”, racconta Manuel al sito. Secondo un comunicato della polizia israeliana, pubblicato dal Times of Israel e ripreso da Salto.bz, padre e figlio hanno preso parte alla raccolta delle olive non autorizzata e gli attivisti sarebbero fuggiti in una zona di esercitazioni militari all’arrivo degli agenti.

Padre e figlio erano in Cisgiordania dal 18 ottobre per consegnare fondi raccolti in Italia a Youth of Sumud, l’associazione di volontariato che nel 2024 ha vinto il premio Alex Langer. “Siamo stati interrogati, schedati con impronte e dna e tenuti ammanettati fino alla notte”, prosegue il racconto del figlio a al portale altoatesino. “Ero con mio padre in una cella lurida, ma almeno con lui, quindi eravamo tranquilli”, aggiunge. Le motivazioni alla base dell’accusa, dice Manuel Tartarotti, sono la presenza in una zona dichiarata illegale (“anche se non c’era nessun cartello ad indicarlo”) e soprattutto l’affiliazione a Youth of Sumud, “che loro definiscono terrorista, cosa che ovviamente non è vera”. Per entrambi è scattato un divieto di ingresso in Israele di dieci anni.

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Grecia, 10mila in piazza ad Atene per istruzione e alloggi: “Investite nella scuola”

Anche in Grecia studenti, docenti, lavoratori e pensionati sono scesi in piazza per protestare. L’aumento del costo della vita, compreso l’incremento dei prezzi del carburante, e la rabbia per le condizioni delle scuole e la mancanza di alloggi a prezzi accessibili per gli studenti stanno alimentando le proteste in tutta Europa. “Dalla Grecia alla Francia, investite nell’istruzione”, riporta uno striscione esposto durante la protesta ad Atene, dove oggi 10mila persone hanno sfilato pacificamente fino alla sede del Parlamento. Per timore dei disordini, circa tremila agenti sono stati impiegati in strada, ma non ci sono state segnalazioni di incidenti rilevanti.

Decine di tende sono state montate a piazza Syntagma, in protesta per l’aumento dei costi degli alloggi. Tra le principali richieste dei manifestanti ci sono anche l’aumento dei finanziamenti statali per portare la spesa dedicata all’istruzione al 5% del Pil, la copertura di migliaia di posti vacanti o precari tra gli insegnanti e il miglioramento delle infrastrutture scolastiche. Le mobilitazioni si sono svolte con la partecipazione di federazioni scolastiche, sindacati, associazioni e comitati studenteschi. Non si è mobilitata solo la Capitale, ma anche altre città importanti come Salonicco, dove hanno partecipato circa duemila persone, Patrasso, con tremila manifestanti, ed erano in tanti anche a Larissa, Volos e a Creta, come riporta Ert News.

Le manifestazioni in Grecia spesso sfociano in episodi di violenza, e i negozi e i bar lungo il percorso hanno abbassato le saracinesche d’acciaio per proteggersi dalla possibilità che le vetrine venissero sfondate. Secondo Ert News, l’unico episodio di violenza registrato è nella zona di Omonia, dove un gruppo di uomini incappucciati avrebbe atteso i manifestanti. Alcuni minorenni hanno lanciato pietre contro una squadra antisommossa della polizia, provocando l’arresto di quattro persone. La polizia ha risposto con granate stordenti e ha respinto i ribelli verso le strade circostanti. A Salonicco sono attualmente occupate 18 scuole, mentre a Cania 21 e in tutta la Macedonia Centrale il numero sale a 30. Dopo le recenti mobilitazioni nel resto d’Europa, l’allerta resta alta, anche perché da parte dei manifestanti non mancano i riferimenti alle altre piazze del Continente. Tra striscioni e palloncini che chiedono “diritto al sapere, diritto al futuro”, spunta anche qualche cartellone con la scritta in francese “studiare o sopravvivere”.

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Netanyahu torna a minacciare l’Iran: “L’unica soluzione è rovesciare il regime”. Financial Times: “Trump ha impedito un nuovo attacco israeliano”

“Rovesciare il regime iraniano”. Benjamin Netanyahu, a soli sei giorni dalle elezioni in Israele, torna a invocare la guerra contro la Repubblica islamica, dopo l’ultima campagna iniziata il 28 febbraio scorso che non ha portato a stravolgimenti nelle politiche di Teheran. E non è l’unico: come lui, anche il suo ministro della Difesa, Israel Katz, è tornato a minacciare una nuova stagione di conflitto mentre Washington e gli ayatollah stanno ancora portando avanti i colloqui di pace.

Se si tratti di dichiarazioni dettate più da necessità elettorali che da convinzioni strategiche non è possibile stabilirlo. Fatto sta che il primo ministro israeliano è tornato a usare lo stesso vocabolario delle settimane degli attacchi incrociati fra la Repubblica islamica e gli obiettivi israeliani e americani in tutto il Golfo. “Il regime iraniano non ha ancora imparato la lezione, c’è solo un modo per rimuovere la minaccia una volta per tutte: rovesciare il regime in Iran ed è la mia direttiva per Idf, Mossad e agenzie di sicurezza”, ha affermato durante una cerimonia militare nel sud di Israele. E ha poi minacciato direttamente la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, dicendo che “ha deciso di seguire le orme di suo padre. L’Iran sta ancora una volta tentando di sviluppare le sue armi di morte”.

Se si tratti di un ordine di passare all’azione è tutto da stabilire. Ma anche secondo Katz, ad esempio, un nuovo scontro tra Tel Aviv e Teheran sarebbe vicino. Non per volontà dello Stato ebraico, però, ma della Repubblica islamica che vorrebbe influenzare il voto: “Il regime iraniano si trova nel suo momento di maggiore debolezza – ha detto – Questa debolezza potrebbe indurlo ad adottare misure estreme. Negli ultimi giorni, abbiamo individuato tentativi da parte dei nostri nemici, principalmente l’Iran e i suoi alleati, di sferrare attacchi che influenzeranno l’esito delle elezioni in Israele. Se l’Iran attacca Israele, l’Iran brucerà!”.

Sul fronte dei colloqui tra Iran e Stati Uniti, le valutazioni delle due parti appaiono in contrasto. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha parlato di un accordo estremamente difficile da raggiungere, così “la pressione economica continuerà” finché Teheran non smetterà di attaccare le navi mercantili nello Stretto di Hormuz. Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha detto che lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso finché Washington non accetterà le condizioni di Teheran, aggiungendo che i colloqui indiretti proseguono attraverso Pakistan e Qatar. Il capo della diplomazia di Teheran, però, mostra maggiore ottimismo affermando che “gli americani ci hanno fatto sapere di essere d’accordo con il nostro nuovo piano di sette giorni per porre fine alla guerra, ma desiderano aggiungere alcune clausole”. Ha però specificato che “l’Iran non cederà in alcun modo, né alle sanzioni economiche né alle minacce militari. L’unica soluzione adeguata è la diplomazia. Finora, Teheran ha partecipato a tre cicli di colloqui con gli Stati Uniti, tutti sfociati in una guerra contro l’Iran. Ciononostante, la porta alla diplomazia rimane aperta”.

Washington non sembra volersi mettere al fianco di Tel Aviv anche in questa nuova offensiva, per adesso solo verbale, contro l’Iran. E, come è ormai chiaro, mira invece a una distensione che indirizzi il conflitto verso un tavolo di pace. A confermarlo, secondo quanto scrive il Financial Times, è anche l’intervento diretto di Donald Trump per stoppare una nuova campagna militare israeliana che doveva iniziare il 10 ottobre scorso. Netanyahu, si legge, aveva incaricato le sue forze armate di pianificare una nuova offensiva di vasta portata, con l’esercito israeliano pronto per una campagna di bombardamenti di più giorni che avrebbe preso di mira infrastrutture civili come centrali elettriche, impianti nucleari e altri obiettivi. Una versione confermata da tre fonti che hanno parlato al quotidiano finanziario britannico ma che viene smentita dal Jerusalem Post, secondo cui né Netanyahu né Katz o altri esponenti del governo avevano dato ordine all’Idf di prepararsi all’attacco.

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Arrestato l’ex ministro dell’economia ungherese Matolcsy: è accusato di corruzione e malversazione per oltre 550 miliardi di euro

Gyorgy Matolcsy, ex ministro dell’economia dei governi di Viktor Orban ed ex presidente della banca centrale ungherese Mnb, è stato arrestato con l’accusa di malversazione e corruzione. Secondo gli inquirenti, si tratta del più grande affare di malversazioni di sempre in Ungheria. Al centro dell’indagine ci sono fondazioni private, controllate dalla famiglia di Matolcsy, create dalla Banca nazionale di Ungheria sotto la sua gestione, che avrebbero operato investimenti su cui la Corte dei Conti dello Stato ha sollevato diverse perplessità. Il giro d’affari attorno a queste fondazioni sarebbe di circa 550 miliardi di euro. L’ex ministro respinge le accuse sostenendo che le fondazioni agivano in modo indipendente poiché la banca non aveva mandato per interferire con il loro operato.

Il premier Peter Magyar, che ha sconfitto Orban lo scorso aprile, ha salutato su Facebook l’arresto. Durante la campagna elettorale Magyar ha promesso una lunga e intensa battaglia contro la corruzione dei governi precedenti. È stata istituita una commissione per la revisione delle operazioni della Banca nazionale. Lo scorso maggio, inoltre, sono stati sequestrati 92 miliardi di fiorini ungheresi (l’equivalente di circa 250 milioni di euro) tra fondi e titoli a seguito di un’inchiesta per riciclaggio di denaro che ha coinvolto alcune fondazioni istituite dalla banca centrale negli anni scorsi.

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Arrestato l’ex ministro dell’economia ungherese Matolcsy: è accusato di corruzione e malversazione per oltre 550 miliardi di euro

Gyorgy Matolcsy, ex ministro dell’economia dei governi di Viktor Orban ed ex presidente della banca centrale ungherese Mnb, è stato arrestato con l’accusa di malversazione e corruzione. Secondo gli inquirenti, si tratta del più grande affare di malversazioni di sempre in Ungheria. Al centro dell’indagine ci sono fondazioni private, controllate dalla famiglia di Matolcsy, create dalla Banca nazionale di Ungheria sotto la sua gestione, che avrebbero operato investimenti su cui la Corte dei Conti dello Stato ha sollevato diverse perplessità. Il giro d’affari attorno a queste fondazioni sarebbe di circa 550 miliardi di euro. L’ex ministro respinge le accuse sostenendo che le fondazioni agivano in modo indipendente poiché la banca non aveva mandato per interferire con il loro operato.

Il premier Peter Magyar, che ha sconfitto Orban lo scorso aprile, ha salutato su Facebook l’arresto. Durante la campagna elettorale Magyar ha promesso una lunga e intensa battaglia contro la corruzione dei governi precedenti. È stata istituita una commissione per la revisione delle operazioni della Banca nazionale. Lo scorso maggio, inoltre, sono stati sequestrati 92 miliardi di fiorini ungheresi (l’equivalente di circa 250 milioni di euro) tra fondi e titoli a seguito di un’inchiesta per riciclaggio di denaro che ha coinvolto alcune fondazioni istituite dalla banca centrale negli anni scorsi.

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Gli Stati Uniti negano il visto ad Ada Colau. La ex sindaca: “Chi denuncia il genocidio di Gaza non può entrare”

“Milei può entrare in Spagna per parlare di tagli, ma chi denuncia il genocidio” a Gaza “e difende i diritti umani non può entrare negli Stati Uniti, né in altri territori di cui si sono appropriati con modalità coloniali”. Ada Colau, ex sindaca di Barcellona e candidata alla presidenza del governo spagnolo per il Frente Amplio delle sinistre alle elezioni del 29 novembre, ha annunciato su Telegram che gli Stati Uniti le hanno negato il visto. La politica era invitata a un incontro della rete internazionale di città previsto fra due settimane a Puerto Rico.

Secondo fonti vicine a Colau, citate dai media iberici, durante un colloquio con l’ambasciata statunitense a Madrid, le domande per ottenere il visto si sono concentrare sulla partecipazione di Colau all’ultima flottiglia umanitaria diretta a Gaza, nella quale era stata intercettata e trattenuta tre giorni dalle forze di sicurezza israeliane. La risoluzione di diniego del visto avrebbe inoltre indicato il rischio che Colau volesse restare illegalmente negli Stati Uniti, circostanza che, secondo il suo entourage, non le era stata contestata durante il colloquio. L’incontro a Puerto Rico prevede anche la partecipazione del sindaco di New York, Zohran Mamdani. “Curiosa libertà quella difesa da Trump, che decide il destino dei cittadini di Puerto Rico senza rispettarne la sovranità”, ha aggiunto Colau, promettendo di tornare sull’isola per continuare a promuovere “la rivoluzione democratica”.

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Deputata australiana perde entrambe le gambe dopo essere stata deliberatamente investita

Investita deliberatamente dal conducente di un’auto lunedì scorso, la deputata australiana Helen Haines ha subito l’amputazione di entrambe le gambe. Lo riferisce ai giornalisti il marito Phil Haines: “La gamba sinistra di Helen è stata amputata lunedì. Speravamo di poter salvare la gamba destra, ma tra questa mattina e il pomeriggio i chirurghi hanno dovuto procedere all’amputazione anche di quella”. L’uomo ha poi ringraziato chi ha voluto far sentire la propria vicinanza alla moglie e alla famiglia: “Ringrazio tutte le persone, sia in Australia che all’estero. Siamo stati letteralmente sopraffatti dal sostegno che abbiamo ricevuto”. La donna è ricoverata, ancora in condizioni critiche, all’ospedale di Melbourne.

L’uomo accusato per l’aggressione e le lesioni alla deputata australiana è Brendan Nugent, 43 anni: secondo i passanti con il suo SUV Toyota Land Cruiser ha travolto la donna davanti al suo ufficio nella città di Wangaratta, nello stato di Victoria. I testimoni oculari raccontano di aver visto il sospettato superare in auto la Haines, fare inversione e guidare direttamente contro di lei per investirla; dopodiché il conducente l’ha travolta una seconda volta in retromarcia. La donna tra l’altro si trovava vicino alla sua vettura, e dopo l’impatto è rimasta bloccata tra i due veicoli. Un gruppo di passanti ha bloccato l’uomo mentre usciva dalla macchina e gli ha estratto un coltello dalla tasca. Chirag Patel, avvocato di Brendan Nugent, ha riferito al giudice che il suo assistito soffre di potenziali problemi di salute mentale e di una commozione cerebrale.

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Usa, 50 milioni di dollari all’avvocata di Trump e il miliardario Velutini ottiene la grazia

Per ottenere la grazia, sua figlia, cittadina americana, ha donato 3,5 milioni di dollari a un Super Pac (un comitato che raccoglie fondi per finanziare la politica, ndr) legato a Trump. Ma la mossa non aveva centrato il bersaglio. Soltanto quando la famiglia ha assunto Alina Habba, che era stata una degli avvocati personali di Trump e all’epoca era consulente presso il Dipartimento di Giustizia, garantendole per il suo incarico 50 milioni di dollari, è arrivata la tanto agognata grazia per il banchiere venezuelano Julio Herrera Velutini, miliardario, che ha dovuto affrontare accuse di corruzione negli Stati Uniti.

Velutini, scrive il New York Times, nell’agosto del 2025 ha raggiunto un patteggiamento insolitamente indulgente per una violazione minore delle norme sul finanziamento delle campagne elettorali. Tuttavia, riteneva che l’accusa ridotta rappresentasse comunque una macchia sulla sua fedina penale. Herrera ha dunque incaricato il suo avvocato, Christopher M. Kise, ex procuratore generale della Florida e membro del team legale personale di Trump, di aiutarlo con una richiesta di clemenza. Sua figlia ventisettenne, Isabela Herrera, cittadina americana, ha donato 3,5 milioni di dollari a un Super Pac (un comitato che raccoglie fondi per finanziare la politica, ndr) legato a Trump. Ma fino all’autunno scorso, la grazia non era ancora stata concessa.

A quel punto la famiglia Herrera ha assunto Alina Habba, che era stata una degli avvocati personali di Trump e all’epoca era consulente presso il Dipartimento di Giustizia. Le hanno offerto 10 milioni di dollari all’anno per quattro anni, oltre a una serie di bonus. In totale, bonus inclusi, le sono stati garantiti più di 50 milioni di dollari in quattro anni. In base all’accordo, Habba sarebbe diventata responsabile dell’ufficio legale di Concord Partners, una società fondata dalla Herrera alla fine di ottobre 2025 in Florida. La società non ha alcuna visibilità pubblica e la sua attività rimane poco chiara. Habba ha formalmente iniziato a lavorare per Concord Partners il 1° gennaio. Poche settimane dopo, Trump ha concesso a Herrera la grazia completa e incondizionata. Habba ha negato qualsiasi coinvolgimento nella concessione della grazia, e anche un funzionario della Casa Bianca ha smentito.

Secondo il Nyt nel secondo mandato di Trump è fiorita una vera e propria industria delle grazie, con criminali facoltosi che pagano avvocati, faccendieri e lobbisti per intercedere presso l’amministrazione. Molti richiedenti sono giunti alla conclusione che sostenere Trump e il suo programma politico sia il modo più rapido per ottenere l’amnistia. Tra i graziati, ci sono Joe Lewis, il miliardario britannico che si è dichiarato colpevole di insider trading a New York. Il nome di Lewis, il cui fondo fiduciario controlla la maggioranza della squadra di calcio londinese del Tottenham, va ad aggiungersi ad una lunga lista di super ricchi condannati per reati finanziari graziati dal presidente americano nel suo secondo mandato, tra cui il fondatore di Binance Changpeng Zhao e il fondatore di Nikola Trevor Milton. Secondo la procura, tra il 2019 e il 2021 Lewis ha passato informazioni sulle quattro società in cui aveva investito a due dei piloti dei suoi jet privati nonché ad amici, assistenti e partner. È stato condannato a pagare una multa di 5 milioni di dollari e a scontare tre anni di libertà vigilata. Tra i graziati anche Tom Barrack, amico e alleato di lunga data di Donald Trump ed uno dei massimi responsabili della campagna dell’ex presidente nel 2016, è uscito dal carcere grazie al pagamento di una cauzione di 250 milioni di dollari. Barrack, 74 anni, investitore miliardario, era finito in cella con l’accusa di lobby illegale a favore di Paesi stranieri e di aver fatto segretamente gli interessi di alcuni regimi del Golfo Persico come quelli dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi durante il primo mandato di Trump.

Da ricordare che nel 2020 il presidente Usa ha graziato ben 20 controversi personaggi condannati per gravi reati dalla giustizia americana. Un vero e proprio regalo di Natale ad amici, alleati e politici corrotti, tra cui due indagati coinvolti nel Russiagate e tre ex membri repubblicani del Congresso molto vicini al presidente uscente il perdono di Trump è andato anche a quattro mercenari della società Blackwater accusati di crimini di guerra in Iraq, responsabili nel 2007 della strage di piazza Nisour a Baghdad in cui furono uccisi 17 civili, tra cui due bambini di 8 e 11 anni. Un episodio che provocò un’ondata di sdegno nella comunità internazionale. Il 2020 il New York Times aveva calcolato che su 45 provvedimenti di concessione della grazia o di commutazione della pena varati da Trump dall’inizio del suo mandato, l’88% è andato a beneficio di persone legate al presidente e impegnate nella promozione della sua agenda politica.

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“Satellite russo si avvicina a uno europeo che fornisce supporto all’Ucraina”: le manovre di Cosmos-2612

Solo il mese scorso, gli Stati Uniti avevano annunciato di possedere per la prima volta armi nello spazio. Dichiarazioni a cui era seguito un avvertimento della Cina, mentre Pechino e Mosca, anche nello spazio, rappresentano le vere potenziali minacce per Washington. Di certo, la militarizzazione dello spazio è un fenomeno antico quanto la corsa allo spazio stessa. E un recente episodio, avvenuto recentemente, ha sollevato ulteriori preoccupazioni. Un satellite militare russo si è avvicinato a sole poche decine di metri da un satellite commerciale europeo, sotto contratto con gli Stati Uniti, che fornisce supporto all’Ucraina. Le manovre sono iniziate a fine settembre, quando il satellite militare russo Cosmos-2612 ha modificato bruscamente la propria velocità per raggiungere la stessa orbita del satellite commerciale finlandese Iceye-X36.

Lanciato in orbita bassa dalla Russia ad aprile, il Cosmos-2612 ha poi proseguito le manovre avvicinandosi al satellite finlandese fino a una distanza angolare di un centesimo di grado, secondo i dati sulle traiettorie dei due satelliti analizzati dall’Afp. Stando agli esperti, la mattina del 18 ottobre la distanza tra i due satelliti era inferiore a cento metri. L’episodio, monitorato dalla comunità scientifica, ha sollevato interrogativi sulle capacità del satellite russo, in particolare per quanto riguarda l’intercettazione, il disturbo delle comunicazioni (jamming) o lo spionaggio nello spazio.

Non è la prima volta che satelliti russi effettuano manovre per posizionarsi nelle immediate vicinanze di satelliti di altri Paesi. “La combinazione di diversi fattori ha reso questo evento particolarmente preoccupante”, ha dichiarato Clayton Swope, esperto di sicurezza spaziale presso il Center for Strategic and International Studies. “Il satellite si è allineato sullo stesso piano orbitale, in orbita terrestre bassa”, con il satellite commerciale Iceye che “fornisce supporto all’Ucraina”, ha spiegato. Secondo Clayton Swope, “non vi è alcun elemento che lasci pensare che il satellite russo avesse necessità di compiere tali manovre per scopi pacifici”.

Un portavoce della filiale statunitense di Iceye ha dichiarato di essere “a conoscenza della situazione” e di “seguirla da vicino”. In un documento dedicato alle minacce nello spazio, la Forza Spaziale degli Stati Uniti (Ussf) sottolinea che, nel maggio di quest’anno, la Russia ha compiuto manovre orbitali “ad alto consumo di carburante” per posizionare quattro satelliti militari in prossimità di un satellite radar commerciale occidentale utilizzato dall’Ucraina.

(immagine d’archivio)

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Elezioni di midterm: Trump scivola ancora nei sondaggi e i repubblicani spendono milioni per conquistare Stati un tempo “sicuri”

A due settimane dal voto, per i repubblicani si profila un appuntamento elettorale di metà mandato a rischio, anche negli Stati che il Gop pensava certi. A gettare un’ombra cupa sul capo della Casa Bianca sono i sondaggi che lo riguardano: Donald Trump scivola ancora, ai nuovi minimi storici. Le prospettive dei repubblicani per mantenere il risicato controllo del Congresso si assottigliano con il tycoon che vede il suo gradimento attestarsi al 33%, in base a una rilevazione di Washington Post-Abc News-Ipsos. La disapprovazione nei suoi confronti sale al 66%, con il 52% fortemente contrario verso la sua azione politica. La perdita netta di consenso sfiora il 4% rispetto a un sondaggio di luglio e l’8% su uno fatto a ottobre del 2025, con il paradosso che ora, per la prima volta in oltre un decennio, i democratici sono considerati più affidabili del Grand Old Party sui dossier economici. Neanche il tesoretto di quasi un miliardo di dollari, almeno per ora, è riuscito a dare slancio ai repubblicani, a fronte di un elettorato alle prese con la frustrazione per la congiuntura economica, tra inflazione e costo della vita e carburanti alle stelle, e l’impopolarità della guerra in Iran. Dal Labor Day di inizio settembre al 14 ottobre, i gruppi repubblicani hanno investito oltre 740 milioni nelle elezioni per il Congresso, secondo un’analisi di Cnbc sui dati di AdImpact. Una cifra enorme che include almeno 220 milioni spesi da gruppi legati a Trump e con Elon Musk, il patron di SpaceX e Tesla, che ha donato altri 276 milioni di dollari a gruppi repubblicani, contribuendo a far raggiungere al Senate Leadership Fund, il super Pac dei repubblicani, un risultato record in un singolo trimestre.

Eppure, la massiccia campagna di spesa ha a malapena modificato lo scenario politico. Secondo le medie dei sondaggi di FiftyPlusOne, i dem sono in vantaggio in nove delle sfide più combattute per il Senato: Alaska, Georgia, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Minnesota, New Hampshire, Carolina del Nord, Ohio e Texas. Al punto che i repubblicani hanno spostato sempre più fondi dall’attacco alla difesa, investendo risorse in stati un tempo considerati sicuri, come Texas, Kansas e Nebraska, e ritirandosi dalle competizioni in Carolina del Nord e per la Camera. Oltre a fare leva su tematiche come la presenza di atleti transgender negli sport femminili, la sicurezza delle frontiere e il socialismo come elementi chiave per convincere gli elettori che i democratici sono troppo estremisti.

L’appuntamento delle elezioni di midterm scalda anche la campagna elettorale per le prossime presidenziali. Sul fronte repubblicano, il vicepresidente Usa JD Vance segnala l’importanza del voto del 3 novembre, anche ai fini delle scelte personali. “C’è, ovviamente, la possibilità che non mi candidi” alle presidenziali del 2028, afferma il vicepresidente a Cbs News, ribadendo che la riserva sarà sciolta dopo le elezioni in quella che, per la prima volta, è stata presentata come una decisione “familiare”, capace di tenere nella giusta considerazione le esigenze dei quattro figli piccoli e il punto di vista di sua moglie sulla politica.

Uno scenario che spiega la prudenza di Vance sul nodo del 2028. Dall’altra parte, sul fronte dem, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, stella dei dem progressisti, è corsa in soccorso di Abdul El-Sayed, il candidato dem progressista al Senato Usa in Michigan, impegnato in una sfida serrata contro l’ex deputato repubblicano Mike Rogers. Ha alimentato nuove speculazioni sul suo futuro politico e sulle sue ambizioni presidenziali dopo l’inedito contributo da 1 milione di dollari dato alla campagna di El-Sayed. “Non voglio svegliarmi il 4 novembre rimpiangendo di non aver fatto abbastanza per contrastare le campagne diffamatorie contro Abdul. Sto dando tutto ciò che posso in questa battaglia”, ha detto Ocasio-Cortez. La sua mossa, per gli osservati, potrebbe segnalare la sua volontà di vedere un maggior numero di progressisti dei Democratic Socialists of America (Dsa), contribuendo al cambio della direzione del dibattito politico a Washington. In vista del grande salto del 2028.

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Usa 2026, il Washington Post: “Ex funzionari del Pentagono istruiscono gli Stati per proteggere il voto dalle interferenze di Trump”

Il timore è diffuso, non solo in ambienti democratici: l’amministrazione Trump potrebbe tentare di interferire nelle elezioni di medio termine del 3 novembre, cruciali per il prosieguo del mandato del tycoon. Per questo alcuni funzionari americani stanno fornendo consulenze private ai governi statali e ad alcuni membri del Congresso su come prepararsi all’eventualità. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti tra cui due di questi funzionari, secondo le quali il gruppo è composto da circa 10 persone con esperienza all’interno del Dipartimento della Difesa. Il loro sforzo è dettato dal crescente timore che Donald Trump possa mettere in pericolo la democrazia mettendo a rischio l’integrità del voto per mantenere il controllo del Partito repubblicano sul Congresso.

Il quotidiano, che non rivela il nome dei funzionari intervistati o dei congressisti e leader statali con cui si sono incontrati, afferma di aver visionato anche alcuni dei documenti preparati per gli incontri tesi ad aiutare le autorità statali a proteggere il processo elettorale. Incontri – sottolineano i funzionari – che sono stati condotti in maniera privata, non nell’ambito del loro ruolo di dipendenti governativi. Bisogna ricordare che Trump al suo ritorno alla Casa Bianca ha condotto una crociata contro quello che definisce il “deep state“, cioè i funzionari interni che lavorerebbero per minare la sua presidenza, avviando, anche con il sostegno del Department of Government Efficiency affidato per alcuni mesi a Elon Musk, consistenti purghe di funzionari di carriera non considerati fedeli.

Negli ultimi mesi, il gruppo ha avuto incontri in 10 Stati, parlando con governatori, funzionari elettorali e membri del Congresso di entrambi i partiti che condividono il timore di un intervento federale nelle elezioni, hanno spiegato ancora le fonti del Washington Post. “Tutti ci hanno detto che sono preoccupati ma non sanno cosa fare, il risultato che speriamo è che gli stati possano essere preparati ad ogni emergenza che possa crearsi”, aggiungono, sottolineando che negli incontri è stato illustrato come l’amministrazione Trump potrebbe usare i poteri federali per interferire nelle elezioni, comprendendo attività sia legali che illegali. La preoccupazione principale è che Trump possa schierare militari o agenti federali anti-immigrati, come il controverso U.S. Immigration and Customs Enforcement, davanti ai seggi o cercare di annullare i risultati denunciando frodi.

L’obiettivo dei funzionari è far crescere la consapevolezza da parte membri del Congresso, soprattutto tra i repubblicani, di questi rischi in modo da essere pronte a opporsi pubblicamente a questi tentativi, mentre con le autorità statali si è puntato a rafforzare le misure e i protocolli elettorali in modo da scongiurare strumentalizzazioni da parte del governo federale di eventuali debolezze. Infine, i funzionari intervistati dal Post ci tengono a sottolineare che i loro timori nascono unicamente dall’analisi delle dichiarazioni pubbliche di Trump e dei suoi alleati, e non specifiche informazioni a cui possono aver avuto accesso in qualità di funzionari federali.

Una portavoce della Casa Bianca, Lauren Bis, ha liquidato come infondati i timori, accusando invece i democratici di non volere leggi elettorali più severe. L’amministrazione Trump, ha affermato in una dichiarazione, “sta portando avanti un’azione decisa per proteggere le nostre elezioni, perseguendo crimini elettorali, rafforzando la sicurezza delle infrastrutture e proteggendo gli elettori vulnerabili da frodi e coercizioni”. Il presidente, ha concluso, “sta dicendo chiaramente che chiunque voti illegalmente nelle nostre elezioni dovrà rispondere delle sue azioni”.

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La Russia si dice pronta a entrare nella città strategica di Kramatorsk: “Presi i villaggi alle porte”. Ma Kiev smentisce

Kramatorsk, e di conseguenza Sloviansk, da mesi convivono con il cappio russo intorno al collo. Nessuno strappo netto, ma uno stringersi lento e graduale che contribuisce a prolungare l’agonia di una città presa ad esempio per la sua strenua resistenza contro l’avanzata russa. Adesso, però, il nemico è veramente alle porte. E Vladimir Putin ha chiesto al suo capo di Stato Maggiore delle forze armate, Valery Gerasimov, di sferrare il colpo fatale nel Donetsk.

Nel corso di una visita a un posto di comando ausiliario avanzato, il presidente russo ha ribadito che la conquista di tutta la regione del Donbass meridionale rimane tra i principali obiettivi della “operazione militare speciale”. E ha poi sottolineato come la creazione di una zona di sicurezza in Ucraina non sarà oggetto di discussione a eventuali colloqui per la soluzione del conflitto: “Il nostro obiettivo è garantire la sicurezza assoluta nei territori di confine della Russia per il futuro e non intendiamo farne un argomento di potenziali negoziati di pace con l’Ucraina”.

Nelle ultime ore, come detto, la Russia sostiene di aver sfondato gli ultimi tre ‘cancelli’ che aprono le porte per Kramatorsk: Mosca dice di aver conquistato le cittadine di Dobropillia, Kostiantynivka e Oleksiievo-Druzhkivka, oltre a quelle di Orikhiv, Novopavlivka e Novoandriivka, nella regione di Zaporizhzhia. Se le informazioni venissero confermate, Mosca si appresterebbe a sferrare l’offensiva sulla fondamentale città del Donetsk in inverno e, in caso di successo, avrebbe superato un importante ostacolo per l’accerchiamento di Kharkiv, la seconda città del Paese dopo Kiev.

Le autorità ucraine, però, smentiscono le conquiste rivendicate dalla Federazione russa, circa 6.500 chilometri quadrati di territorio e 310 insediamenti dall’inizio dell’anno. Lo Stato maggiore, in particolare, definisce false le dichiarazioni di Gerasimov sulla conquista delle tre cittadine alle porte di Kramatorsk, al termine di una campagna che da settembre avrebbe portato sotto il controllo russo oltre 1.800 chilometri quadrati di territorio e 92 centri abitati. Il portavoce dello Stato maggiore ucraino, Andriy Kovalyov, ha smentito queste cifre, sostenendo che dall’inizio dell’autunno le forze ucraine hanno riconquistato più territorio di quanto ne abbia preso l’esercito russo. E ha poi aggiunto che Dobropillia, Oleksiievo-Druzhkivka, Orikhiv, Novopavlivka e Novoandriivka restano sotto il controllo delle forze di Kiev, mentre a Kostiantynivka sono ancora in corso combattimenti. Smentita anche l’affermazione sulla presenza dei soldati di Mosca a cinque chilometri dalla periferia meridionale di Zaporizhzhia. Si trovano ancora a 22 chilometri dalla città, ha riferito Kovalyov. Anche Velykomykhailivka, nella regione di Dnipropetrovsk, resta sotto controllo ucraino, ha concluso.

Accuse di diffondere notizie su false conquiste arrivano anche dal Primo Corpo della Guardia Nazionale “Azov” che su Telegram ha smentito la conquista di Zolotyi Kolodiazh, Novotroitske e Petrivka, nel Donetsk. “Tali affermazioni non corrispondono al vero. Tutti e tre gli insediamenti rimangono sotto il controllo di unità della brigata ‘Bureviy’ e di altri reparti delle Forze di Difesa ucraine”, scrivono accusando i soldati di Mosca di infiltrare piccoli gruppi di fanteria in aree abitate per piantare bandiere e scattare foto, così da dare l’illusione di una conquista mai avvenuta.

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Guerriglia dei ragazzini a Milano, Crosetto evoca la mano estera: “E’ la guerra ibrida che passa dai social”. Zelensky: “In Ue cittadini manipolati dalla Russia”

Un fenomeno tutto da capire, che la politica e in generale le istituzioni non “hanno visto arrivare”: la rivolta violenta dei ragazzini. Nello smarrimento generale, nel tentativo di dare una risposta che non si limiti al codice penale, c’è chi un pezzo di soluzione ce l’ha: la “guerra ibrida“. E’ il ministro della Difesa Guido Crosetto che non fa nomi ma rimanda a “nemici” dell’Occidente: “I fatti di Milano, e di altre parti d’Italia, sono una cosa profondamente diversa da quelli che abbiamo vissuto in altre epoche. E sono il frutto, il punto di arrivo, di una cosa che io, inascoltato, richiamo da quattro anni, che è la guerra ibrida che qualcuno sta portando delle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, che si chiamano TikTok, che si chiamano social, che si chiamano YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”. Di chi parla Crosetto? Forse non c’è bisogno di fare il nome. Lo fa il vicepremier Matteo Salvini che però smonta l’ipotesi di Crosetto parlando di “cose strambe“.

Ci pensa nelle stesse ore il presidente ucraino Volodymyr Zelensky: “La Russia conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Non è la guerra su vasta scala che conduce contro di noi, ma passa attraverso televisioni, mezzi d’informazione, Internet e social network. I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe”.

Ieri la prima ad evocare le ombre russe era stata la parlamentare del Pd Lia Quartapelle: “Abbiamo già visto in diverse città europee manifestazioni convocate attraverso i social, eventualmente amplificate anche da potenze straniere, con effetti devastanti sui contesti urbani. Bisogna capire che cosa è successo e chi c’è dietro queste manifestazioni”, ha aggiunto, sottolineando anche la necessità di approfondire come mai le forze dell’ordine siano sembrate impreparate a gestire la piazza, soprattutto domenica. A ribadire il concetto anche la capogruppo di Forza Italia Stefania Craxi: “Non occorre inseguire teorie del complotto né immaginare registi occulti per capire che qualcosa non torna – dichiara -. Chi vuole indebolire le democrazie europee sa che oggi è possibile condizionare governi e opinioni pubbliche alimentando il disagio, amplificando ogni tensione attraverso una disinformazione sapientemente orchestrata, fomentando le rivolte nelle piazze oppure insinuando nelle famiglie paura e sfiducia verso le istituzioni. Sono le dinamiche della guerra ibrida: strumenti diversi, obiettivi convergenti. Del resto, l’intelligence francese ha già descritto e documentato questi metodi, mettendoli nero su bianco. Per questo non possiamo lasciare campo libero a chi soffia sul fuoco delle nostre fragilità e sfrutta problemi reali, spesso determinati da fattori che travalicano i confini nazionali, per dividerci e renderci più deboli”.

Le idee all’interno del governo non sono granché univoche o comunque non lo erano fino al weekend di guerriglia di piazza Duomo: “Mi preoccupa l’invasione islamica, non la guerra ibrida – aveva detto il vicepremier Matteo Salvini -. Non ho paura dei russi, ho paura degli estremisti islamici“.

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Kim Jong-un “in coma dopo un’emorragia cerebrale”. Ma i media nordcoreani diffondono le foto: “È ancora vivo”

Le indiscrezioni circolate sul web sulle condizioni di salute del leader nordcoreano hanno fatto il giro del mondo, ma i media statali hanno pubblicato immagini per provare che Kim Jong Un è ancora in vita. L’ipotesi del “coma dopo un’emorragia cerebrale” era stata riportata dal tabloid britannico The Sun, secondo cui il leader supremo sarebbe stato trasferito d’urgenza in Cina – al Peking Union Medical College – per ricevere cure specialistiche. Il trasferimento a Pechino si sarebbe reso necessario, sempre secondo il Sun, a causa delle presunte carenze delle strutture sanitarie di Pyongyang. Le fotografie sono state pubblicate poche ore dopo la diffusione online della notizia del coma e del conseguente decesso.

Le immagini di smentita, pubblicate dalla Corea del Nord, ritraggono Kim mentre esamina scarpe per bambini e cappotti da donna a una fiera di abbigliamento e calzature. L’agenzia di stampa ufficiale nordcoreana Kcna riferisce che Kim ha visitato la mostra ieri, sebbene le immagini non siano state verificate in modo indipendente e non sia ancora chiaro quando siano state scattate, anche se sullo sfondo di una di queste si legge 2026 su un’insegna.

Le fotografie sono emerse dopo che Wanjun Xie, un dissidente cinese residente negli Stati Uniti e legato al Partito Democratico Cinese, ha affermato su X che Kim era morto domenica. Nel suo post, Xie ha dichiarato che Kim era deceduto e che la Cina aveva schierato 9.000 soldati a Pyongyang. Ha inoltre sostenuto che un’équipe di specialisti del Peking Union Medical College Hospital di Pechino era stata inviata in Corea del Nord sabato per curare Kim a seguito di una grave emorragia. Xie ha poi affermato che Kim è caduto in coma prima di essere trasportato a Pechino e che i medici non sono riusciti a salvarlo.

Secondo quanto riportato dal Sun, Kim Jong-un sarebbe stato visto l’ultima volta l’11 ottobre, durante una visita a un museo della difesa in una località non precisata di Pyongyang. La sua assenza dalla scena pubblica avrebbe alimentato le speculazioni sulle sue condizioni. Non è la prima volta che le condizioni di salute di Kim Jong-un sono al centro di speculazioni. Nel 2020, dopo una lunga assenza in pubblico, si diffusero sui social numerose voci sulla sua presunta morte. Anche allora, le indiscrezioni si moltiplicarono in assenza di informazioni certe, fino al ritorno del leader supremo sulla scena pubblica, che contribuì a smentirle.

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